Oggi 3 febbraio, San Biagio: salva la vita di un bambino che stava soffocando (Lalucedimaria 03.02.22)

Santo martire e Vescovo il cui culto si è diffuso prima in Oriente, visto che la tradizione ci dice che è originario dell’Armenia, e poi in Occidente. Il suo miracolo di guarigione di un bambino, gli ha dato la gloria di essere il “Santo protettore dai mali di gola”.

Nel giorno della sua festa liturgica, sono molte le parrocchie che attuano la “benedizione della gola” per intercessione del Santo.

san biagio
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3 febbraio: Biagio, il santo “della gola”

In questo terzo giorno del mese di febbraio, la chiesa venera San Biagio. Vissuto tra il III e il IV secolo a Sebaste in Armenia (Asia Minore), è, anche, un medico e viene nominato vescovo della sua città. A causa della sua fede viene imprigionato dai Romani.

Durante il processo rifiuta di rinnegare la fede cristiana. Per punizione, viene torturato con i pettini di ferro, come quelli che si usano per cardare la lana.

San Biagio muore martire tre anni dopo la concessione della libertà di culto nell’Impero Romano, morendo decapitato. Una motivazione plausibile sul suo martirio può essere trovata nel dissidio tra Costantino I e Licinio, i due imperatori-cognati, che porta a persecuzioni locali, con distruzione di chiese, condanne ai lavori forzati per i cristiani e condanne a morte per i vescovi.

L’arrivo del corpo a Maratea

Il corpo di san Biagio viene sepolto nella cattedrale di Sebaste. Nel 732 una parte dei suoi resti mortali, deposti in un’urna di marmo, sono stati imbarcati, per esser portati a Roma. Una tempesta ferma la navigazione sulla costa di Maratea, dove i fedeli accolgono l’urna contenente le reliquie – il “sacro torace” e altre parti del corpo – e la conservano nella Basilica di Maratea, sul monte San Biagio.

Fra i miracoli con i quali Biagio è venerato, il più noto è quello di aver salvato un bambino che stava soffocando con una spina di pesce incastrata nella gola. La più antica citazione scritta sul santo è contenuta nei “Medicinales” di Aezio di Amida, vissuto nel VI secolo:

La citazione del miracolo in un libro medico

Se la spina o l’osso non volesse uscire fuori, volgiti all’ammalato e digli «Esci fuori, osso, se pure sei osso, o checché sii: esci come Lazzaro alla voce di Cristo uscì dal sepolcro, e Giona dal ventre della balena”. Ovvero fatto sull’ammalato il segno della croce, puoi proferire le parole che Biagio martire e servo di Cristo usava dire in simili casi: “O ascendi o discendi“.

LEGGI ANCHE: San Biagio: a cui dobbiamo la tradizione di non “finire mai il panettone”

Preghiera a San Biagio

O Glorioso San Biagio, che, con una breve preghiera,

restituisce la perfetta sanità ad un bambino

che per una spina di pesce attraversata nella gola

stava per mandare l’ultimo anelito,

ottenete a noi tutti la grazia di sperimentare

l’efficacia del vostro patrocinio in tutti i mal di gola,

ma più di tutto, di mortificare colla fede pratica dei precetti di Santa Chiesa,

questo senso tanto pericoloso,

e di impiegare sempre la nostra lingua

a difendere le verità della fede

tanto combattute e denigrate ai giorni nostri.

Così sia

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San Biagio protettore della gola Curiosità e leggende (Mediterranews)

Armenia-Turchia: prossimo incontro rappresentanti speciali il 24 febbraio a Vienna (Agenzianova 03.02.22)

Erevan, 03 feb 18:00 – (Agenzia Nova) – Il prossimo incontro dei rappresentanti speciali di Armenia e Turchia sulla normalizzazione delle relazioni bilaterali si svolgerà il 24 febbraio a Vienna. Lo comunica l’addetto stampa del ministero degli Esteri armeno, Vahan Hunanyan. Il 14 gennaio Mosca ha ospitato il primo faccia a faccia tra i rappresentanti speciali di Erevan ed Ankara, ovvero il vicepresidente del parlamento armeno Ruben Rubinyan e l’ex ambasciatore turco negli Stati Uniti Serdar Kilych. Come riportato dal ministero degli Esteri russo, le parti durante i colloqui hanno mostrato la loro disponibilità a condurre un dialogo in modo costruttivo e non politicizzato. (Rum)

Turchia-Armenia: al via oggi i primi voli commerciali diretti (Ansa 02.02.22)

Riprendono oggi dopo due anni i primi collegamenti aerei commerciali diretti tra la Turchia e l’Armenia nell’ambito del processo di normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi recentemente avviato.

Un primo aereo della compagnia low cost moldava FlyOne, che ha una filiale in Armenia, è atteso nella prima serata all’aeroporto internazionale di Istanbul, proveniente da Yerevan.

Un altro, della compagnia turca Pegasus Airlines, decollerà in tarda stasera dall’altro aeroporto di Istanbul, il Sabiha Gokçen, alla volta della capitale armena. La Pegasus Airlines opererà tre voli alla settimana, mentre la FlyOne ne avrà due.


Decollato volo di linea Erevan-Istanbul, è il primo dall’interruzione delle relazioni (Nova News)

l volo della compagnia aerea turca Pegasus Airlines è decollato ieri dall’aeroporto di Istanbul diretto a Erevan, primo collegamento aereo di linea tra i due Paesi dalla nascita dell’Armenia come Stato sovrano dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica. Nonostante la Turchia abbia riconosciuto la repubblica caucasica nel 1991, i due Paesi non hanno mai stabilito relazioni diplomatiche, per via del conflitto nel Nagorno-Karabakh e del mancato riconoscimento di Ankara del genocidio armeno.

Papa Francesco: oggi, durante messa per Giornata vita consacrata, “scambio delle specie” con il patriarca Minassian per l’”Ecclesiastica Communio” (SIR 02.02.22)

Oggi pomeriggio, nella basilica di San Pietro, durante la celebrazione eucaristica presieduta dal Papa per la Festa della Presentazione al Tempio di Gesù e nella Giornata mondiale della vita xonsacrata, avrà luogo la “significazione pubblica” dell’Ecclesiastica Communio concessa a Sua Beatitudine Raphaël Bedros XXI Minassian, patriarca di Cilicia degli Armeni. Ne dà notizia La Congregazione per le Chiese orientali, ricordando che il 23 settembre scorso il Sinodo dei vescovi della Chiesa patriarcale di Cilicia degli Armeni, convocato a Roma dal Papa, aveva eletto il patriarca Raphaël Bedros XXI Minassian, il quale aveva chiesto al Santo Padre la Ecclesiastica Communio, che gli era stata concessa con la lettera resa pubblica il 24 settembre. “La consuetudine prevede che successivamente la Ecclesiastica Communio sia significata pubblicamente durante una celebrazione eucaristica concelebrata dal Santo Padre (o un suo delegato) con il nuovo patriarca”. La presenza sull’altare accanto al Santo Padre, insieme al cardinale prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, del neo patriarca e del cardinale prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali “esprime inoltre la testimonianza comune offerta dalla vita consacrata latina ed orientale che entrambi i dicasteri sono chiamati ad accompagnare a nome di Sua Santità”, si legge in una nota. “Comunione è un concetto tenuto in grande onore nella Chiesa antica ed anche oggi, specialmente in Oriente. Per essa non si intende un certo vago sentimento, ma una realtà organica, che richiede una forma giuridica e che è allo stesso tempo animata dalla carità”, recita la monizione, che verrà letta prima dell’inizio della celebrazione eucaristica. Dopo l’Agnus Dei e la risposta dell’assemblea, il Santo Padre innalza la patena con il Corpo di Cristo e la offre al patriarca. I due tengono la tengono elevata a quattro mani, poi la depongono. Il Papa innalza poi il calice con il Sangue di Cristo, lo offre al patriarca, e lo tengono elevato a quattro mani, poi lo depongono. Quindi il Santo Padre offre il Corpo di Cristo, ed insieme si comunicano. Papa Francesco assume il Sangue di Cristo dal calice, poi lo offre al patriarca che si comunica.

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Armenia, colpo di scena presidenziale (Osservatorio Balcani e Cuacaso 01.02.22)

Lo scorso 23 gennaio erano arrivate inattese le dimissioni del presidente della Repubblica Armen Sarkissian. Questi lamentava che la riforma del 2015 ha portato ad una presidenza troppo debole. I media hanno però svelato un’altra verità

01/02/2022 –  Marilisa Lorusso

Domenica 23 gennaio come un fulmine a ciel sereno le agenzie di stampa armene hanno battuto la notizia che il Presidente della repubblica, Armen Sarkissian, aveva annunciato le dimissioni.

Il presidente ha affidato a un comunicato stampa  pubblicato sul sito presidenziale le motivazioni che lo hanno spinto a lasciare l’incarico a 4 anni da quando lo aveva assunto nel marzo del 2018, e tre anni prima della naturale scadenza del mandato.

Armen Sarkissian era stato eletto poche settimane prima dell’inizio della Rivoluzione di Velluto ed era espressione del governo di Serzh Sargsyan, del Partito repubblicano, che da lì a poco sarebbero stati travolti dalla marcia coronata da successo di Nikol Pashinyan e del suo Contratto Sociale.

Armen Sarkissian non era solo stato eletto da una maggioranza che non esiste più da quattro anni, è anche il primo presidente il cui incarico rispecchia pienamente il disegno politico di Serzh Sargsyan. Quest’ultimo, giunto al secondo mandato presidenziale, aveva portato avanti insieme al Partito repubblicano un progetto di riforma costituzionale, approvato nel 2015 con un controverso referendum, che aveva trasformato l’Armenia in una democrazia parlamentare, svuotando largamente di poteri politici l’ufficio della presidenza.

In tutte le democrazie parlamentari il ruolo del Capo dello stato è un ruolo più istituzionale che politico, ma in genere come figura super partes e garante della Costituzione mantiene alcuni poteri – come il veto di legge, il comando delle forze armate – che gli permettono di intervenire in caso di particolari criticità.

Serzh Sargsyan aveva con ogni probabilità pianificato di traslare il proprio potere esecutivo dall’ufficio della presidenza a quello del primo ministro in toto, senza concessioni a una figura istituzionale che potesse arginare il suo operato di governo. Per questo la riforma costituzionale del 2015 ha designato una figura istituzionale estremamente debole, che non è nemmeno il comandante in capo delle forze armate, la cui catena di comando conduce al primo ministro.

Il progetto politico di Sargsyan è fallito, travolto dalla rivoluzione di Pashinyan, ma la Costituzione e il presidente Sarkissian sono rimasti.

Le motivazioni

Armen Sarkissian ha comunicato che proprio queste sarebbero le motivazioni delle sue decisioni: l’inefficacia degli strumenti in mano alla presidenza che ne fanno una figura incapace di intervenire nelle criticità del paese. Le criticità peraltro sono state numerose in questi anni, a cominciare dall’immediata Rivoluzione di Velluto e repentino cambio del quadro politico, parlamentare e di governo, la pandemia, la guerra nel 2020, la lunga transizione post-bellica e i nuovi scenari di relazioni con l’Azerbaijan e con la Turchia.

In questi 4 anni Sarkissian sostiene nel suo comunicato di non essere stato in grado di tutelare l’Armenia per le questioni di pace o di guerra, di non poter porre il veto, di non essere una figura accolta come garante dalle altre istituzioni, di essere incapace di incidere sulle scelte di politica estera, e di essere vittima di attacchi a livello personale e famigliare. Nel comunicato stampa ha sostenuto di aver accettato di mantenere l’incarico a queste infauste condizioni dopo il 2018 per senso di responsabilità.

Lo j’accuse presidenziale è quindi sia di natura istituzionale, con la critica aperta dei meccanismi di esercizio dell’incarico quindi dei dettami costituzionali, che politica. In questa ultima parte, va ricordato che dopo il cessate-il-fuoco con l’Azerbaijan nel novembre 2020 Sarkissian, aveva chiesto le dimissioni del governo e che la presidenza e Pashinyan si erano duramente scontrate quando il secondo era entrato in conflitto con l’esercito.

Il colpo di scena

Se le dimissioni sono state un fulmine a ciel sereno, quel fulmine è stato subito seguito da un clamoroso colpo di scena. Il giorno seguente alle dimissioni il sito di giornalismo investigativo Hetq  ha postato un articolo intitolato: “La piramide di menzogne è crollata: il presidente Armen Sarkissian ha dovuto dimettersi”. L’articolo riporta gli esiti di una indagine e lo scambio con il presidente in merito.

Per legge per candidarsi alla presidenza in Armenia bisogna essere solo cittadini armeni. Se si hanno avute altre cittadinanze, bisogna avervi rinunciato da almeno 5 anni. Armen Sarkissian è stato cittadino britannico dal 2002 al 2011, ma essendo stato eletto nel 2018 questo non aveva inficiato la sua candidatura.

Ma non è la vetusta cittadinanza inglese il problema: Sarkissian sarebbe anche cittadino di Saint Kitts e Nevis, uno stato insulare delle Antille inglesi, noto paradiso fiscale. Sarkissian avrebbe acquisito la cittadinanza nel quadro di un programma “investimenti per cittadinanza”. Stando alla corrispondenza con Hetq, Sarkissian interrogato in merito ha dichiarato di aver fatto richiesta di rinuncia alla cittadinanza, ma – in base alla sua ricostruzione dei fatti – l’avvocato che doveva seguire la pratica è morto, e lui non sapeva che la pratica non fosse stata portata a termine.

Cittadino di un altro stato a propria insaputa… Una difesa debole che espone adesso il presidente uscente e l’intero paese a un quadro legale non chiaro. Sarkissian, che non si troverebbe in Armenia al momento, potrebbe essere accusato di frode, e le leggi da lui approvate – se si accertasse che non aveva i requisiti per ricoprire l’incarico presidenziale – potrebbero essere atti nulli.

All’ombra di questo scandalo la maggioranza di Pashinyan deve trovare una candidatura per le elezioni presidenziali anticipate. La nuova presidenza deve essere eletta 25 giorni dopo le effettive dimissioni del presidente uscente (a partire da una settimana da quando sono state annunciate, quindi il 30 gennaio) e non oltre i 35 giorni successivi, da una maggioranza parlamentare qualificata del 75% al primo scrutinio, con percentuali a decrescere del 60% e del 50% per eventuali votazioni successive.

Come ha notato il commentatore politico Eric Hacopian, non ha reso certo un bel servizio all’immagine del paese Armen Sarkissian, il presidente dimissionario perché scoperto dalla stampa a non avere i giusti criteri di cittadinanza.

Ma, come sottolinea Hacopian  , è un comportamento che descrive più chi lo compie rispetto al paese che era stato chiamato a rappresentare, e gli armeni dovrebbero essere fieri di un paese in cui è la stampa che caccia un presidente e non vice versa, come accade per i popoli non liberi.

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Armenia-Italia: a Erevan la mostra sulla fotografia in viaggio di Patrizia Posillipo (31.01.22)

Erevan, 31 gen 14:14 – (Agenzia Nova) – Tracce-Fotografia in viaggio tra Italia e Armenia è il titolo di una mostra di Patrizia Posillipo inaugurata a Erevan, presso il museo di Arte moderna, alla cui realizzazione ha collaborato l’ambasciata d’Italia nella capitale armena. L’esposizione, curata da Isabella Indolfi, resterà aperta fino al 20 febbario 2022. Lo riferisce la Farnesina tramite il proprio portale istituzionale. All’inaugurazione, tenutasi il 20 gennaio, erano presenti il vice ministro dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport della Repubblica di Armenia, Arayik Khzmalyan, rappresentanti del corpo diplomatico, delle autorità locali e del mondo della cultura.


A Jerevan la mostra “Tracce” di Patrizia Posillipo

JEREVAN\ aise\ – “Tracce-Fotografia in viaggio tra Italia e Armenia” è il titolo di una mostra di Patrizia Posillipo inaugurata a Jerevan, presso il Museo di Arte Moderna, alla cui realizzazione ha collaborato l’Ambasciata d’Italia nella capitale armena. L’esposizione, curata da Isabella Indolfi, resterà aperta fino al 20 febbraio 2022.
All’inaugurazione, tenutasi il 20 gennaio, erano presenti il Vice Ministro dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport della Repubblica di Armenia, Arayik Khzmalyan, rappresentanti del corpo diplomatico, delle autorità locali e del mondo della cultura. (aise) 

Armenia-Azerbaijan, il Genocidio Armeno: il Rischio che la Storia si Ripeta (Stilum Curiae 31.01.22)

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, ci siamo occupati nei mesi passati del problema dell’aggressione dell’Azerbaijan, appoggiato militarmente dalla tecnologia turca, nei confronti del Nagorno Karabagh-Artsakh, bei confronti dell’Armenia e del territorio che trent’anni fa con un referendum decise la propria indipendenza. Ci sembra interessante pubblicare un messaggio che abbiamo ricevuto dal Consiglio per la Comunità Armena di Roma, e un articolo apparso su Gente e Territorio, che fa il punto della questione. Buona lettura.

Cari amici,

a seguito del nostro appello del 15 gennaio scorso, al fine di contrastare la propaganda messa in atto da parte della diplomazia azerbaigiana, anche attraverso personalità del mondo politico italiano, tanti di voi hanno aderito e hanno trasmesso alla Senatrice Papatheu lettere di protesta e di richieste per rivedere le proprie errate posizioni. Grazie!!!

Una di queste lettere è stata poi pubblicata il 18 gennaio sulla rivista “Gente e Territorio” col titolo “Armenia. Lettera aperta alla senatrice Papatheu” nella quale l’autore Guido Mondino ha cercato di spiegare alla Senatrice le ragioni degli armeni avanzando anche la richiesta di correggere le proprie dichiarazioni basandosi sulla realtà dei fatti.

Qualche giorno più tardi, uno studioso italiano, noto filo azero, Daniel Pommier Vincelli, forse su richiesta dell’Ambasciata azera in Italia, ha preso le difese della Sentarice proponendo un articolo dal titolo “Armenia-Azerbaigian, la storia non guarda mai da una parte sola”,  dove ovviamente riportava le posizioni e le “bugie” del Governo dell’Azerbaigian.

A risposta dell’articolo di cui sopra il Dott. Guido Mondino, pur non essendo un professore universitario e uno studioso della materia, ha replicato a Pommier con una dissertazione da manuale dal titolo “Armenia-Azerbaijan: il rischio che la storia si ripeta”.

Buona lettura.

Consiglio per la comunità armena di Roma  www.comunitaarmena.it

§§§

Armenia-Azerbaijan: il rischio che la storia si ripeta

Egregio Direttore, spiace e sorprende un po’ che parlando a Tizio risponda Caio. Tuttavia, vorrei ribattere alle dotte argomentazioni del professor Daniel Pommier Vincelli (https://www.genteeterritorio.it/armenia-azerbaig…a-una-parte-sola/).

Diversamente da altri, io non posso demandare risposte a noti studiosi: il disclaimer del professore concernente la mia precedente lettera aperta, suona molto come una excusatio non petita. Già il fatto che il professore parli di una futura ed eventuale “difesa” da parte della senatrice Papatheu, mette la questione in un’ottica errata. Non vi è bisogno di nessuna difesa perché non c’è alcun attacco, ma solo una mia implicita richiesta alla senatrice Papatheu di correggere parole che, fors’anche in buona fede, la nostra parlamentare ha pronunciato sulla base di informazioni che io ritengo distorte.

Ringrazio sentitamente il professore il quale, con il suo interessante scritto, mi offre un ulteriore arricchimento personale. Nella vita c’è sempre da scoprire e, pur avendo passato i settanta, ho la fortuna di poter dire che ogni giorno imparo nuove cose.

Tuttavia, se è vero che la storia non si guarda da una parte sola, vi sono anche due altre verità:

  • La storia spesso si ripete. Quante volte abbiamo dovuto constatarlo? Per esempio: possiamo dire, mutatis mutandis, che l’antisemitismo è morto e sepolto? Basta guardare alle cronache della tranquilla Québec City del 29 gennaio 2017, oppure di Livorno del 25 gennaio 2022 (pochi giorni fa!), per capire che non è così. Sono solo due episodi, ma tutti sappiamo che se ne potrebbero elencare a migliaia. Primo Levi ha scritto: «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.»
  • La storia la scrivono i vincitori, i quali non sempre sono i migliori o coloro che stanno dalla parte della ragione oppure che sono l’incarnazione del bene. Anzi, a me pare che sovente i vincitori siano i più prepotenti, i più accaniti, o i meglio armati, mentre ai sopraffatti non resta che comprare il libro di “storia” redatto altrove.

È il caso degli Armeni, che da oltre cento anni – dunque tuttora – sono oggetto di vessazioni da parte di popoli con arsenali e truppe soverchianti. E poiché il professore, in relazione all’attuale questione del Nagorno-Karabakh, dice di non capire il motivo della mia disquisizione su “eventi così lontani nel tempo” (genocidio armeno), lo spiego in poche parole: «Se il mio vicino del lato Ovest entra nel mio terreno, si prende tutto il giardino, l’orto e oltre metà della mia dimora, e poi – più avanti nel tempo – il vicino che sta al confine Est comincia a dire che l’angolo della casa con l’appartamento in cui vive mio figlio, seppur autonomo, gli appartiene… beh, avrò motivo di essere preoccupato che la storia possa ripetersi?»

Nella fattispecie l’appartamento è la zona del Nagorno-Karabakh occupata dalle truppe dell’Azerbaijan ove è morto il soldato a cui faceva accenno la senatrice.

La questione del Nagorno-Karabakh, in chiave attuale e futura, è figlia diretta di quello che successe agli Armeni prima, durante e dopo la Prima guerra mondiale. Comprendo perfettamente che chi fa parte di un gruppo interparlamentare di amicizia con l’Azerbaigian, o che sia stato (o forse ancora è) “Visiting professor at the Baku State University” abbia una simpatia più pronunciata per una delle parti. È normale. Ma chi è in grado di garantire che il duo Turchia-Azerbaijan recederà dai propositi di annientamento dell’Armenia? Se la questione è fallace o meno lo deciderà ancora una volta il futuro, quando sarà stato consegnato alla storia. Ma, magari, a quel punto sarà troppo tardi. E se succederà… coloro i quali, direttamente o indirettamente, scientemente o inconsapevolmente, avranno in qualche modo contribuito a legittimarne le premesse, cosa diranno ad altri milioni di profughi? Il rischio che la storia si ripeta, per l’Armenia, esiste.

Lo avevo scritto e il professore lo conferma: la storia del Caucaso è antica, complessa, articolata in un mare di intrecci, un vero vespaio di cui è oltremodo difficile disquisire. Evidentemente, in questo caso, i titoli accademici per farlo li ha soltanto il professor Pommier Vincelli. Eppure, è proprio nelle sue parole che si trovano i mattoni di questo muro:

  • I confini determinati dall’URSS nelle zone dell’ex impero sovietico non differiscono, in termini di cieca arbitrarietà, da quella usata dalle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale per ridurre l’Armenia a un minuscolo territorio, così come per tracciare “insensati” confini in Medio Oriente senza presupposti storici, politici o etnici.
  • Popoli di diverse etnie, lingue e religioni, hanno convissuto bene per secoli (anche nel Nagorno-Karabakh come attesta il professore stesso), in Anatolia come in Palestina, in Mesopotamia come nel Dakota, in Cina come nel Sud della penisola arabica e altrove, finché forze esterne e “conquistatrici” si sono inserite per tracciare confini, separare, rinchiudere, organizzare e creare il divide et impera. È lo “Stato-etnico-religioso”, deciso in sede politica, che porta morte e dolore.
  • Nel suo libro intitolato “Storia internazionale dell’Azerbaijan” (edizioni Carocci), il professor Pommier Vincelli illustra come l’Azerbaijan abbia proclamato la propria repubblica democratica nel 1918. Perfetto, giustissimo. Per contro, non si capisce perché allora egli affermi che l’auto-proclamazione dell’Artsakh del 1982 sia frutto di “atti illegali e contrari al diritto internazionale” (parole esatte del professore). Ritengo che l’autodeterminazione dei popoli sia un diritto sacrosanto; parafrasando George Orwell: “forse tutti i popoli sono uguali, salvo alcuni che sono più uguali degli altri”?
  • Le risoluzioni ONU a cui il professore si riferisce (Nr. 822, 853, 874 e 884 del 1993, alle quali rinvio) sono una bella raccolta di “politichese”: tutti conosciamo il peso dell’URSS in seno al Consiglio ONU e, quindi, che il riconoscimento dell’Artsakh non sia avvenuto per motivi di convenienza politica di Mosca non deve meravigliare. Discutiamone pure, ma è una verità risaputa.
  • Affermare che gli Armeni abbiano “subito sofferenze” mi pare talmente riduttivo da causare in me sincero stupore e sgomento.
  • Nessuno discute, e tantomeno io, di genocidi perpetrati da una parte sola. Quello dei Circassi (1867) è altrettanto orrendo. Non esistono genocidi di prima o di seconda classe. Esistono solo crimini chiamati “genocidio”: da chiunque siano eseguiti e in nome di qualunque fede religiosa.
  • Dismettere gli intenti distruttivi turchi come “argomentazione vecchia” mi ricorda mia figlia di 18 mesi la quale, mettendosi le mani davanti agli occhi, pensava di sparire rendendosi invisibile. Le intenzioni dei due paesi che circondano l’Armenia sono note: inutile serrare le palpebre.

Tornando alla questione Nagorno-Karabakh: il voler determinare a tavolino (in questo caso Stalin) quale territorio appartiene a quale etnia, e viceversa, è argomento fallace di per sé. Mi riferisco ai paragrafi 1 e 2 del documento del professore e al mio punto (ii) qui sopra. Genti di diverse etnie e lingue convivono perché “si accettano” vicendevolmente più di quanto le separino “artefatte frontiere disegnate a tavolino”.

È tristemente inevitabile che allorché si soffia sull’odio etnico, fomentando condanne delle culture altrui, poi ci siano risentimenti, scaramucce, provocazioni, attacchi, guerre e massacri (anche dalla parte vessata). Il “Parco dei Trofei” di Baku è un luccicante esempio di tale spinta “armenofoba”. Lo stesso episodio citato dal professore (il massacro di Khojali, 1992) presenta diversi lati oscuri che si prestano a facili strumentalizzazioni politiche. Di quei fatti esistono due distinte versioni, agli antipodi una dall’altra. È proprio vero che la storia non guarda da una parte sola…

Purtroppo, là ove non c’è vera democrazia, ma bensì dinastie e dittature (più o meno mascherate), la distorsione dei fatti viene politicamente creata a monte per poi poter accusare la parte avversa. L’attuale crisi Crimea/Ucraina ne è fulgido esempio. Di fatti simili la storia è piena, anche in Nord America, con l’annientamento degli Amerindiani da parte di Stati Uniti e Canada. Non discuto gli argomenti portati al tavolo dal professore in taluni dei suoi paragrafi. Ed è tanto scontato quanto inutile allargare il campo a discorsi etico-filosofici su quanto orribile sia il concetto di conquista di terre altrui, di guerra, sopraffazione e distruzioni, o di pulizie etniche che soltanto “l’animale uomo” perpetra nei confronti della sua stessa specie. Non esiste altro fenomeno simile in Natura.

Mi pare, tuttavia, che la vicenda sia uscita dal seminato iniziale, visto che il casus belli è nato dalle due parole “provocazioni armene” usate dalla senatrice Papatheu che, a mio parere, non trovano alcuna giustificazione. Parole che rischiano di contribuire ad esaltare le mire azere e contemporaneamente ad affossare l’antica popolazione armena, vessata senza requie, verso la quale noi Europei e USA abbiamo un debito storico incommensurabile. La cosa meno accettabile è che tali parole recano un’informazione distorta a cittadini ed elettori. Quando parole di persone di alto profilo istituzionale di un paese democratico rischiano di legittimare, davanti all’opinione pubblica, azioni di un paese terzo solo apparentemente democratico, magari perché ricco di risorse a cui tutti attingiamo, beh… allora, in tutta coscienza, personalmente tali parole risuonano sinistre e tristemente inaccettabili. Non oso pensare a motivazioni opportunistiche: preferisco credere a un errore di valutazione.

Vorrei terminare con due annotazioni:

  • Non ho detto che gli Armeni fossero l’unico popolo cristiano dell’Anatolia. Ho detto che furono il “primo” popolo cristiano (cosa che nessuna università può smentire) e ho scritto che mai fecero alcuna guerra di “sopruso per la conquista di territori”. Non presero le armi fino a quando non vi furono costretti “per difesa”. Come attualmente in Artsakh (a larga maggioranza armena, seppur non riconosciuto dalle UN come spiegato più sopra). È tanto facile quanto ingiusto accusare di atti ostili chi ha subito soprusi nel momento in cui la vittima reagisce…
  • Nemmeno ho scritto che il trattato di Sèvres fosse buono e quello di Losanna malvagio. Ma i fatti sono fatti e le promesse sono debiti. Allorché si vanifica una promessa si getta al vento l’unico attivo del nostro bilancio personale che solo noi come individui possiamo alienare: la nostra parola. Peggio ancora se la promessa la si fa stando seduti su scranni politici, poiché con le parole si possono creare i presupposti per altre guerre e ulteriori carneficine.

La lista è assai lunga, ma citerò solo tre esempi:

  • il primo trattato di Fort Laramie (1851), ripetutamente violato dagli USA con progressivi tagli di territori già dati, ulteriori confinamenti in riserve e crescenti massacri dei Sioux;
  • le promesse fatte a re Faisal I, che furono in seguito dismesse senza ritegno, aggravando il tutto con il tirare righe inesistenti nel deserto arabo, in tal modo creando i presupposti di quel che viviamo con il Medio Oriente da oltre sei decenni;
  • infine, le già menzionate promesse di Sèvres ad Armeni e Kurdi, gli uni confinati in un territorio minuscolo, gli altri abbandonati al loro destino.

Le tragedie di allora, come quelle di oggi – nessuna esclusa – le portiamo tutti sulle nostre coscienze. A volte, quando si è in alto nella scala socio-politica, e magari anche accademica, forse non ci si rende conto che pronunciare certe parole, o usarle male e/o a sproposito, oppure utilizzarle in supporto di chi ha intenti bellici o xenofobi, può contribuire a creare danni incalcolabili per altre genti lontane.

Ecco qui il punto: come semplice cittadino, senza interessi in Armenia né in Azerbaijan e nemmeno con persone di quei Paesi, auspicherei una pubblica correzione della dichiarazione da parte della senatrice Papatheu e, in secondo luogo, penso che nessun rappresentante politico italiano dovrebbe prendere posizioni ufficiali e dannose nei confronti di una situazione che ha portato, e tuttora porta, immense tragedie al popolo armeno.

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Armenia-Azerbajgian, il rischio che la storia del genocidio armeno si ripeta (Korazym) 

Storie dei Giusti: Armeni T Wegner (GARIWO)

EPISODIO 2: ARMIN T. WEGNER

Alla scoperta di uno dei personaggi più incredibili del Novecento, che documentò il genocidio degli armeni ed ebbe persino il coraggio di scrivere una lettera a Hitler per suggerirgli di non perseguitare gli ebrei.
Pacifista, spirito libero e strenuo difensore dei diritti umani, lo scrittore Armin Wegner è riconosciuto dagli armeni come “Giusto” per essere stato uno dei primi a denunciare il dramma del loro popolo attraverso le fotografie scattate nei campi profughi della Mesopotamia. Quello stesso riconoscimento lo ha ricevuto nel 1967 anche a Gerusalemme per aver denunciato le leggi antisemite.

Non solo, durante la sua vita Armin Wegner ha raccontato e denunciato anche i crimini sovietici e scritto decine di lettere contro la guerra indirizzate ai grandi della Terra.

Ospite: Pietro Kuciukian

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24 aprile Giorno della Memoria del genocidio degli Armeni (Gente e Territorio 31.01.22)

Mi permetto di inserirmi in un dibattito alquanto interessante, fra due personalità – Guido Mondino e Daniel Pommier Vincelli – entrambe interessate agli avvenimenti che hanno radici che si perdono nel tempo e che riguardano il Caucaso e l’Armenia.

L’avvio l’ha dato la senatrice di Forza Italia Urania Giulia Papatheu con una lettera aperta che comincia così: “Lancio un appello a tutti i parlamentari nazionali ed europei, affinché le provocazioni da parte dell’Armenia al confine di Stato con l’Azerbaigian non scatenino una escalation di violenza…

Io mi chiamo Laura Ephrikian, mio nonno Akop era armeno. Sulla storia della nostra famiglia ho scritto un libro che non parla solo degli Ephrikian bruciati vivi nel loro villaggio e della disperata fuga del nonno, che riuscì a salvarsi e ad arrivare su un barcone qui in Italia, ma si chiede anche perché fu possibile quella carneficina. Parlo di “quella” carneficina come potrei anche parlare di quello che successe subito dopo agli Ebrei. Anzi Hitler scrisse che l’idea dell’Olocausto gli era venuta proprio dal genocidio armeno di cui nessuno in Europa nel 1915 si accorse!

Scrive il prof. Daniel Pommier Vincelli: “Gli Armeni dell’Impero Ottomano subirono sofferenze nel 1915, cosi come i Circassi musulmani nel 1867 a opera dei russi cristiani”.

È qui dove non posso essere d’accordo. Guido Mondino, nella sua replica al prof. Pommier Vincelli, ha ricordato come nella storia alcuni popoli abbiano patito a causa della volontà di altri popoli di sopprimerli in toto, gli Amerindi ad esempio, eppure solo per due appare appropriato parlare di ‘genocidio‘: il popolo ebraico e il popolo armeno. Genocidio non è come uccidere in guerra il nemico, non è solo un ‘massacro’è uccidere un intero popolo con l’obiettivo di farlo sparire dalla faccia della terra. Sono due cose ben differenti!

Armin Theophil Wegner era un soldato prussiano che, pur militare, fu sconvolto da quello che vedeva accadere sotto i suoi occhi e per nostra fortuna documentò con la sua macchina fotografica l’orrore, la crudeltà, la perversione che armò i Giovani Turchi.

La cosa ancora più grave è una frase registrata da un giornalista e che ha pronunziato Erdogan recentemente: “Continuerò il lavoro dei miei padri, il popolo armeno deve sparire!” Salta agli occhi quindi che la verità è che gli Armeni continuano ad essere vittime di persecuzione e che la Turchia di Erdogan continua nel suo disegno perverso di annientare l’Armenia dando man forte all’Azerbaigian.

Certamente l’iniziativa della senatrice Papatheu risente di una miopia nella lettura della storia dei rapporti fra Armeni e Azeri, perché riesce difficile pensare agli Azeri vittime di un popolo mite come quello armeno. È la storia che ce lo dice.

Noi Armeni della diaspora, da anni ci stiamo battendo perché l’Italia riconosca il 24 aprile come Giorno della Memoria del genocidio del nostro popolo. Ma ci sono molte resistenze, certamente dovute al timore di ritorsioni geopolitiche da parte della Turchia e dell’Azerbaigian, per l’Italia partner strategici di rilevante interesse.

Eppure, il Giorno della Memoria non è un giorno di odio verso un altro popolo, non è contro qualcuno, ma per tutti. È la celebrazione dei valori della tolleranza e del rispetto reciproco tra tutti i popoli. Così come è per il 27 gennaio, Giorno della Memoria dell’olocausto, che non è il giorno dell’odio verso i Tedeschi, bensì un momento di riflessione riconosciuto prima di tutti dagli stessi Tedeschi.

In questo spirito faccio appello ai nostri parlamentari ed al governo affinché venga riconosciuto anche qui in Italia il 24 aprile come Giorno della Memoria, così come già fatto dalla Francia, dal Canada, dall’Argentina e come, con Biden, si è avviato il processo di indizione anche negli U.S.A.

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Armenia: ministro Industria Khachatryan candidato del governo per la presidenza (Agenzia Nova 30.01.22)

Erevan, 30 gen 18:35 – (Agenzia Nova) – Il ministro dell’Industria tecnologica armena, Vahagn Khachatryan, sarà nominato candidato alla presidenza dell’Armenia dal partito al governo Contatto civile. È quanto riporta il quotidiano “Haykakan Zhamanak”, secondo cui il partito guidato dall’attuale primo ministro Nikol Pashinyan avrebbe individuato in Khachatryan la figura adatta a sostituire Armen Sarkissian. Il capo dello Stato attualmente in carica, infatti, ha annunciato le sue dimissioni il 23 gennaio scorso, evidenziando come i poteri del capo dello Stato non gli consentano di influenzare i processi fondamentali della politica estera e interna del Paese. “Dopo la dichiarazione di Sarkissian, sulla stampa e sui social network sono stati nominati vari nomi come candidati alla presidenza”, si legge sul quotidiano armeno che, successivamente, indica Vahagn Khachatryan come scelta definitiva del Contratto civile. All’inizio degli anni Novanta, Khachatryan fu sindaco di Erevan e per anni è stato un membro del Parlamento. Dallo scorso agosto è ministro dell’Industria tecnologica. (Rum)