Capodanno 2021 a Siena: in Piazza del Campo l’Orchestra Nazionale Sinfonica Armena (RadioSiena 13.12.21)

Sarà l’Armenian National Philarmonic Orchestra con sede a Yerevan ad allietare il capodanno senese 2021 in Piazza del Campo il 31 dicembre. Lo ha deliberato la giunta comunale guidata dal sindaco Luigi De Mossi, che accettando la proposta armena di un concerto aperto e gratuito, ha dato mandato agli uffici di studiare la normativa e l’organizzazione in piena sicurezza degli eventi, che prevedono, assicura la giunta, un programma artistico di qualità e di gusto nazional popolare. Il

La scelta di puntare sull’orchestra armena giunge, si spiega, “vista la crisi, che a causa della pandemia da Sars-Cov-2, ha investito tutto il mondo dello spettacolo dal vivo, comprese le orchestre, che come da tradizione, portano la musica classica, di grande interesse culturale, in tournèe per teatri e piazze di tutto il mondo; questa Amministrazione ha avuto grande attenzione verso il mondo professionale dello spettacolo dal vivo, programmando, nel rispetto di tutte le normative vigenti per la lotta alla diffusione della pandemia da Covid-19, concerti, eventi e spettacoli nei luoghi più significativi di tutta la città di Siena, dove il pubblico senese e non ha potuto fruire di proposte culturali di alta qualità”.

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Saranno beati il 4 giugno i martiri del genocidio armeno Léonard Melki e Thomas Saleh (Asianews 13.12.21)

I due frati libanesi vennero uccisi “in odio alla fede” in Turchia tra il 1915 e il 1917. P. Léonard Melki subì percosse e torture per una settimana prima di venire giustiziato. La celebrazione a Jal el-Dib sarà preceduta da una settimana di processioni, Vie Crucis, serate evangeliche e concerti.

Beirut (AsiaNews) – La Chiesa latina in Libano, i frati cappuccini e l’ordine delle suore francescane della Croce celebreranno sabato 4 giugno nel grande convento della Croce (Jal el-Dib – Metn) la cerimonia di beatificazione dei sacerdoti libanesi Léonard Melki e Thomas Saleh. A darne l’annuncio è stato il vicario apostolico dei Latini, mons. César Essayan, durante una conferenza stampa che si è svolta presso il Centro cattolico media e informazione. La funzione sarà presieduta dal card. Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, alla presenza dei patriarchi orientali come ha precisato lo stesso mons. Essayan. La celebrazione sarà preceduta da una settimana di cerimonie religiose: processioni, Via Crucis, serate evangeliche e concerti. In conformità a un decreto emanato da san Giovanni Paolo II, le beatificazioni si svolgeranno nei Paesi di origine per permettere al maggior numero di fedeli di quella stessa nazione di partecipare alle funzioni e assistere alle messe.

La data della cerimonia di beatificazione segue la recente decisione di papa Francesco di concedere l’autorizzazione alla Congregazione per le cause dei santi di promulgare i decreti riguardanti il martirio dei servitori di Dio Léonard Melki e Thomas Saleh. Entrambi erano religiosi dell’ordine dei Frati minori cappuccini, uccisi “in odio alla fede” in Turchia rispettivamente nel 1915 e nel 1917. Il riconoscimento del loro martirio ha aperto la porta alla beatificazione, senza che vi sia bisogno del riconoscimento di un ulteriore miracolo.

I due missionari cappuccini originari di Baabdat (Metn, Monte Libano) sono stati arrestati, torturati e uccisi in Turchia durante il genocidio del 1915, come si legge sulla pagina ufficiale dei cappuccini in Italia. Padre Léonard Melki (1881-1915) si è rifiutato di rinnegare la fede dopo aver nascosto il santissimo sacramento all’arrivo della polizia. Egli è stato picchiato con crudeltà per una settimana. I suoi aguzzini gli hanno persino strappato le unghie da mani e piedi. Il sacerdote, assieme a centinaia di altri prigionieri cristiani di Mardin, è stato poi deportato nel deserto e giustiziato lungo la strada. Egli è morto sotto i proiettili esplosi l’11 giugno 1915 assieme al vescovo e beato Ignace Maloyan (1869-1915), ucciso dopo aver rifiutato a più riprese di abbracciare l’islam, e come lui altri 415 uomini della città di Mardin. I loro corpi sono stati poi gettati in burroni e grotte.

Dopo aver concesso ospitalità a un sacerdote armeno durante il genocidio, p. Thomas Saleh (1879-1917) è stato arrestato e condannato a morte, per poi venire deportato in pieno inverno a Marash, insieme ad altri detenuti, sotto la scorta di un plotone di soldati. Egli è morto di stanchezza e di malattia lungo la strada il 18 gennaio 1917, ripetendo con coraggio: “Ho piena fiducia in Dio, non ho paura della morte”.

La cerimonia di beatificazione sarà la terza a venire celebrata in Libano, dopo quella del beato cappuccino Jacques Haddad, fondatore dell’ordine delle suore francescane della Croce e promotore di molte istituzioni ecclesiastiche, avvenuta il 23 giugno 2008. La cerimonia di beatificazione si è svolta in piazza dei Martiri a Beirut.

La presenza francescana in Libano è molto antica e probabilmente risale al tempo di san Francesco. I frati Minori hanno rappresentato una sorta di ponte fra Roma e la Chiesa maronita per mantenere l’unità anche nei momenti più difficili. Oggi essi sono a Beirut, Harissa, Tripoli e sono responsabili di due parrocchie nel sud del Paese, a Tiro e Deir Mimas.

Clima ostile verso i cristiani

Ricordiamo che a partire dal 1894 si era venuto a creare un clima ostile verso i cristiani, all’interno del quale si sono verificati ripetuti episodi di persecuzione in varie parti dell’impero ottomano, soprattutto nella regione della Mesopotamia con massacri organizzati o voluti dal governo centrale. Con lo scoppio della prima guerra mondiale, la persecuzione contro la Chiesa si è fatta più intensa, sistematica e feroce, rivelando un vero e proprio piano per la deportazione e lo sterminio di massa, diventando così il “primo genocidio del XXmo secolo” come dichiarato da san Giovanni Paolo II e dal patriarca supremo di tutti gli armeni Karekin II, il 27 settembre 2001. I massacri iniziarono la notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 a Costantinopoli, quando furono giustiziate le prime persone arrestate tra l’élite armena. Durante il “Medz Yeghern” [il grande crimine o il grande male, come viene ricordato] sono morti oltre un milione e mezzo di cristiani (armeni, siriani, caldei, assiri e greci). Con loro hanno trovato la morte molti vescovi, sacerdoti, religiosi e missionari stranieri, uccisi senza alcun processo, compresi i due servi di Dio in due date e luoghi diversi, ma in circostanze del tutto simili.

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UE e Armenia, partner nelle riforme? (Osservatorio Balcani e Caucaso 13.12.21)

Le recenti promesse di investimenti multimiliardari in Armenia da parte dell’Unione europea segnalano un crescente rafforzamento delle relazioni tra Yerevan e Bruxelles e una rinnovata fiducia dell’UE nell’eredità della rivoluzione armena del 2018.

Quest’estate, l’Unione europea ha presentato un pacchetto di aiuti da 2,6 miliardi di euro per l’Armenia nei prossimi 5-7 anni. Questo gesto rappresenta il più grande pacchetto di aiuti fornito all’Armenia dall’Unione europea di sempre.

L’annuncio, dato il 9 luglio dal Commissario europeo per il vicinato e l’allargamento Oliver Varhelyi durante una visita a Yerevan, include anche la promessa che tale pacchetto potrebbe raggiungere i 3,1 miliardi di euro.

Secondo i diplomatici i nuovi fondi rappresentano un’approvazione da parte di Bruxelles della vittoria schiacciante del primo ministro in carica Nikol Pashinyan nelle elezioni parlamentari anticipate dello scorso giugno, e sono una ricompensa per il “programma di riforme” armeno avviato dopo la rivoluzione del 2018.

Il finanziamento arriva anche sulla scia dell’accordo di partenariato globale e rafforzato (CEPA) tra Armenia e Unione europea, entrato in vigore il 1° marzo. L’accordo contiene clausole che approfondiscono la cooperazione tra l’Armenia e l’UE in materia di riforma istituzionale, investimenti economici e revoca delle tariffe sulle importazioni e sulle esportazioni tra l’Armenia e il blocco di 27 membri.

“Prova di fiducia nella democrazia”

Si pensa che uno dei motivi per cui l’UE abbia aumentato il livello di finanziamento nel pacchetto sia la vittoria del governo Pashinyan sulle autorità prerivoluzionarie dell’Armenia nelle elezioni parlamentari anticipate di giugno.

Il pacchetto da 2,6 miliardi di euro è stato dato “sulla base dei risultati ottenuti in passato”, ha dichiarato a OC Media Andrea Wiktorin, ambasciatore dell’Unione europea in Armenia. “Allo stesso tempo, alla fine tutto dipenderà dalla maturità dei progetti e dalla rapidità con cui potremo attuare le iniziative faro”.

L’UE identifica le “iniziative faro” come “progetti prioritari concreti con risultati tangibili che sono stati identificati congiuntamente con i paesi partner”.

Nel caso dell’Armenia, le iniziative faro comprendono un sostegno economico diretto per un massimo di 30.000 piccole e medie imprese; fino a 600 milioni di euro per un corridoio di trasporto nord-sud; fino a 300 milioni di euro in prestiti e sovvenzioni per il settore tecnologico dell’Armenia; fino a 80 milioni di euro in investimenti economici e infrastrutturali nella provincia meridionale di Syunik per sviluppare “resilienza”; e fino a 120 milioni di euro di investimenti per una Yerevan più “efficiente dal punto di vista energetico”, compresa la modernizzazione dei trasporti pubblici nella capitale.

Wiktorin ha affermato che l’UE “ha preso buona nota” della valutazione degli osservatori OSCE delle elezioni di giugno, la quale “ha dichiarato che le elezioni sono state eque e generalmente ben gestite in un breve lasso di tempo”. Wiktorin ha aggiunto che l’UE sostiene pure il “forte impegno dell’Armenia a perseguire ulteriormente il suo programma di riforme”.

Anche l’ambasciatrice lituana in Armenia, Inga Stanytė-Toločkienė, ha elogiato le elezioni anticipate come “prova della fiducia del popolo armeno nella democrazia” e “prova di una resilienza della democrazia in Armenia”. Ha affermato inoltre che, oltre al pacchetto di assistenza e all’attuazione dell’accordo CEPA, “un’altra direzione che la Lituania sosterrebbe con entusiasmo è legata a ulteriori progressi verso la liberalizzazione dei visti”.

“È giunto il momento di avviare un dialogo sui visti con l’Armenia”, ha affermato, con l’ulteriore avvertenza che “è necessario garantire il consenso tra tutti gli stati membri”.

Il deputato lituano al Parlamento europeo Rasa Juknevičienė ha dichiarato a OC Media che affinché la cooperazione UE-Armenia possa davvero prosperare, l’Armenia deve prima “superare l’eredità bellica, per quanto dolorosa” e “concentrarsi pienamente sullo sviluppo sociale ed economico”.

“La guerra non è mai una buona soluzione”

Viola von Cramon, europarlamentare tedesca, ha dichiarato a OC Media che l’UE “può essere più coinvolta” nella risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh. La strada verso un ulteriore coinvolgimento dell’UE, secondo von Cramon, dovrebbe prevedere la sostituzione della Francia come co-presidente del gruppo di Minsk dell’OSCE, attualmente incaricato di facilitare la risoluzione del conflitto. La sostituzione dovrebbe avvenire a favore dell’intero blocco europeo di 27 stati membri. Gli attuali co-presidenti del gruppo sono Francia, Russia e Stati Uniti. Allo stesso tempo, von Cramon ha detto di vedere “una riluttanza di alcuni dei leader dell’UE ad agire e a vedersi come un attore politico”.

Il fattore russo

Con il suo dispiegamento di 2.000 forze di pace nel Nagorno-Karabakh, la Russia è stata vista da molti osservatori come un “vincitore” della seconda guerra della regione. L’UE, nel frattempo, è vista come uno dei “perdenti”, con una diminuzione della sua influenza nei confronti della Russia.

La Russia è sempre più attiva in Armenia. Tra i suoi progetti sul territorio armeno la costruzione di nuove stazioni della metropolitana a Yerevan, una prima apertura assoluta di una diocesi ortodossa russa in Armenia, la supervisione dell’FSB russo di gran parte dei confini dell’Armenia.

Secondo Viola von Cramon, la crescente influenza russa nel Caucaso meridionale si basa principalmente su “stivali militari sul terreno”, ma non su un “impegno per la risoluzione dei conflitti”. Specie se si considera anche l’aumento dell’influenza turca in Azerbaijan, “sta diventando difficile per l’UE avere influenza politica”, ha detto von Cramon.

Allo stesso tempo, ha aggiunto, il ruolo dell’Unione europea nella regione è fondamentalmente diverso da quello della Russia. L’UE non cerca di rendere l’Armenia o qualsiasi altro paese della regione “dipendente” dall’Unione “come la Russia sta facendo e ha fatto in passato”, ha sostenuto.

L’eurodeputata lituana Rasa Juknevičienė, nel frattempo, ha dichiarato a OC Media di non vedere la fine della seconda guerra del Nagorno-Karabakh “come una vittoria per la Russia, come alcuni potrebbero sostenere”, specialmente se si considera la cooperazione militare dell’Armenia con la Russia e il ruolo svolto dalla Turchia nella vittoria dell’Azerbaijan.

“Il monopolio russo sulla geopolitica nella regione si è effettivamente indebolito quando la Turchia è entrata in scena. Non penso che sia stata una decisione saggia [da parte dell’Armenia] fare totale affidamento sulla Russia fin dall’inizio”, ha detto Juknevičienė a OC Media, aggiungendo che è stata una decisione sovrana dell’Armenia, “ma un modo faticoso per imparare che la Russia di Putin non è un garante di cui fidarsi”.

Alla domanda sul ruolo della Russia nella regione, l’ambasciatrice lituana Inga Stanytė-Toločkienė è stata irremovibile, commentando che “la risoluzione del conflitto deve essere “re-internazionalizzata”. “Non c’è nulla di buono per i paesi più piccoli all’interno del monopolio, o negli accordi sopra le loro teste, comandati delle grandi potenze regionali”, ha detto Stanytė-Toločkienė. “Vorremmo vedere concetti come quello delle sfere di influenza sepolti nel passato”.

Guardando a nord ed ovest

Nonostante le incursioni russe nel paese, Stanytė-Toločkienė afferma che l’UE rimane il principale “partner per le riforme” dell’Armenia. Per quanto riguarda il ruolo dell’UE nella risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh, esso dipende dalla “misura in cui la Russia riterrà che sia nel suo interesse proteggere il monopolio che ha creato dopo la seconda guerra del Nagorno Karabakh”.

L’ambasciatrice dell’UE Andrea Wiktorin ha affermato che l’Armenia non deve necessariamente scegliere tra guardare a nord e guardare a ovest. Il CEPA, ad esempio, ha dimostrato che è “pienamente compatibile” con l’adesione dell’Armenia al blocco commerciale dell’Unione economica eurasiatica guidato dalla Russia. “I partner orientali hanno il pieno diritto di plasmare liberamente l’ampiezza e la profondità delle loro relazioni con l’UE e altri attori internazionali”, ha affermato.

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Ricordatevi dei vostri fratelli armeni, «come d’autunno sugli alberi le foglie» (Tempi 13.12.21)

Le dita intirizzite stanno sospese sopra la tastiera dell’iPad e vorrebbero ticchettare parole di pace per voi amici dei molokani e degli armeni. Le dichiarazioni firmate il 26 novembre a Sochi, terra russa, da Vladimir Putin (mediatore), dal primo ministro armeno Nikol Pashinyan e dal presidente azero Ilham Aliyev dovrebbero accarezzarmi il cuore. E un po’ lo fanno. Ma guardo l’azzurro perlaceo del lago di Sevan e non riesco a festeggiare un bel niente: non posso mentire a me stesso. La logica dei rapporti di forza combinata con l’ideologia di potenza del grande assente, Recep Tayyip Erdoğan, presidente della Turchia, ma che vegliava invisibile dietro le spalle del suo alleato e vassallo Aliyev, dicono: questa è una tregua organizzativa, poi l’ineluttabile accadrà, e Putin, se non vuole avere la spada turca nel suo fianco caucasico dovrà concedere l’Armenia a un redivivo impero ottomano. Esagero in pessimismo? Ci sono delle variabili. Poi le elencherò. Intanto i fatti.
Invas…

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Mosca e Ankara propongono la piattaforma 3+3 per il Caucaso (Asianews 13.12.21)

Dialogo con Azerbaigian, Armenia e Iran. Formato finora respinta dalla Georgia. Tbilisi non si fida del Cremlino, con cui è in contrasto sui territori separatisi di Abkhazia e Ossezia del sud. Come gli ucraini, i georgiani guardano alla Nato per bilanciare la minaccia russa.

Mosca (AsiaNews) – I rappresentanti dei Paesi del Caucaso meridionale (Azerbaigian, Armenia) insieme a quelli di Turchia, Russia e Iran si sono incontrati nella capitale russa per valutare i termini della collaborazione secondo lo schema 3+3, proposto da Erdogan e appoggiato da Mosca. Solo i georgiani sono recalcitranti ad accettare questo nuovo formato, per contrarietà alla Russia che di fatto occupa i territori dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud.

Con una nota, il ministero degli Esteri della Georgia comunica di essere contrario al progetto, a cui si lavorerà per tutto il prossimo anno. Il gruppo 3+2 ha avuto un primo incontro a Mosca il 10 dicembre a Mosca. Il primo ministro armeno Nikol Pašinyan ha ricevuto l’assicurazione che in questo dialogo non si parlerà dei problemi legati al conflitto con gli azeri nel Karabakh, riservati ad altri livelli di trattative.

Tbilisi non si fida dei russi, tenendo conto che il Cremlino finora non sembra interessato a tener fede agli accordi presi nel 2008 dall’ex presidente russo Medvedev sotto la mediazione di quello francese Sarkozy. Secondo Mosca, i georgiani devono tenere conto dei cambiamenti avvenuti negli ultimi anni, inserendosi nelle dinamiche in corso nella regione caucasica.

Alla riunione di inizio dicembre dei Paesi Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva fatto capire di voler rivedere i criteri di sicurezza nella regione, che Mosca è disposta ad adeguare in cambio della rinuncia georgiana a entrare nella Nato. Lavrov ha dichiarato che “noi abbiamo proposto di tornare alle fondamenta dell’Osce: parità dei diritti, consenso, dialogo e condivisione della sicurezza. Sono certo che questo sistema possa essere utile anche per la Georgia”. Egli ha aggiunto che per molto tempo Tbilisi ha rallentato i ritmi del proprio sviluppo, proprio per non aver rispettato gli interessi di tutti i Stati coinvolti negli equilibri caucasici.

La Russia ha agitato però anche il bastone, dopo aver offerto la carota, minacciando la Georgia di nuovi problemi se non accetterà le sue proposte. Nelle recenti trattative di Ginevra, Mosca ha preteso da Tbilisi delle garanzie per l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del sud, attualmente controllate dal Cremlino, in maniera simile alle “repubbliche autonome” di Lugansk e Donetsk nel Donbass ucraino. L’insistenza russa sull’autonomia di questi territori è infatti legata ai timori per l’allargamento della Nato in Oriente, a partire dal bacino del Mar Nero.

Vladimir Putin agisce su più tavoli per premunirsi di fronte ai piani Usa ed europei di espansione verso oriente, sia in Georgia sia in Ucraina. Secondo Valerij Čečelašvili, esperto del Centro di studi strategici della Georgia ed ex ambasciatore in Russia, Mosca cerca in tutti i modi di puntellare le proprie posizioni, sapendo di non essere in grado di reggere la sfida militare e strategica con gli Stati Uniti e i suoi alleati. “La Russia – spiega Čečelašvili – che ha un Pil di 1.310 miliardi di euro pretende da Washington, un’economia da 18.500 miliardi, e da tutta la comunità internazionale che ha instaurato un regime di sanzioni contro il Cremlino, di avere delle garanzie contro l’allargamento della Nato”.  In realtà, sostiene l’esperto georgiano, “questa sarà una scelta della Georgia e dell’Ucraina, soprattutto per difendersi dall’aggressività di Mosca che non rispetta l’integrità territoriale dei Paesi vicini”.

Molti analisti ritengono che la Russia faccia la voce grossa in realtà bleffando, per cercare di fermare il corso degli eventi, che potrebbe togliere a Mosca il controllo di buona parte dell’area ex sovietica.

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Costruire una società civile dopo l’URSS. Intervista ad Armine Ishkanian (East Journal 13.12.21)

Il programma di ‘transizione’ avviato in seguito al crollo del comunismo in Europa orientale era fondato su due obiettivi: il passaggio all’economia di mercato e la promozione della democrazia. In questo contesto, la costruzione dall’alto di una ‘società civile’ aveva un duplice significato per i donatori di aiuti internazionali: da un lato, in quanto alternativa al controllo pervasivo dello stato comunista, la società civile era considerata un presupposto fondamentale per la democratizzazione. Dall’altro, era un mezzo per istituire il libero mercato, attraverso l’indebolimento dello stato sociale e il trasferimento delle sue responsabilità in mano ad attori non-statali, tra cui le organizzazioni non-governative (ONG).

Nella pratica, questo progetto non ha avuto gli effetti sperati. Trent’anni dopo, la società civile in molti paesi dell’ex Urss si trova minacciata da politiche statali repressive, ma anche contestata da forme più radicali di attivismo che prefigurano un modello di sviluppo alternativo. Ne abbiamo parlato con Armine Ishkanian, professoressa associata nel dipartimento di Politiche Sociali della London School of Economics ed esperta di società civile, democrazia, sviluppo e trasformazione sociale in Armenia e non solo.

Nel suo libro “Democracy Building and Civil Society in Armenia” (Routledge, 2008) ha descritto lo sviluppo di una società civile “geneticamente modificata” in Armenia in seguito al crollo del comunismo. Può spiegarci questo fenomeno e quali ne sono state le conseguenze?

Tra la metà e la fine degli anni novanta in Armenia c’è stata una proliferazione di ONG. Nel 1994, tre anni dopo il crollo del comunismo, c’erano solo 44 ONG registrate presso il Ministero della Giustizia. Nel 1995, fu stabilito un NGO Resource and Training Center (Centro risorse e formazione per le ONG, NdA), finanziato da USAID (l’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale, NdA). Nel giro di un anno, oltre 1500 ONG si erano già registrate in Armenia, e i numeri continuavano a crescere. Non era una dinamica naturale, ma spinta dai finanziamenti messi a disposizione dai donatori di aiuti internazionali. Molte di queste ONG erano diventate un business, una fonte di sostentamento per molte persone che dopo il crollo del comunismo erano finite disoccupate o con un lavoro che non gli permetteva di sopravvivere. Il lavoro nel settore non-governativo era diventato una fonte di reddito; molte ONG erano attive per qualche anno, poi scomparivano e venivano sostituite da nuove organizzazioni. Questo ha avuto delle conseguenze indesiderate, portando alla mancanza di fiducia da parte del pubblico nei confronti delle ONG e della società civile in senso più ampio. In Armenia è apparso il termine grantagerner (mangiatore di grants, NdA) per descrivere quelle organizzazioni create solo per approfittare delle sovvenzioni internazionali. Più in generale, questo ha portato ad una mancanza di fiducia nella democrazia e nel processo di democratizzazione.

Oggi, alcuni regimi ibridi o autoritari nella regione post-sovietica, come in Russia e in Azerbaigian, accusano le ONG di essere ‘agenti stranieri’ e hanno introdotto misure volte a limitare i finanziamenti internazionali alla società civile. Come spiega questo fenomeno e che impatto ha sulla società civile?

Quello dell’erosione della società civile non è un fenomeno circoscritto alla regione, ma è osservabile anche nelle democrazie liberali occidentali, come nel Regno Unito. Nel corso degli ultimi 10-15 anni numerosi governi stanno introducendo leggi che limitano le attività di advocacy e le campagne di sensibilizzazione, non solo delle ONG professionalizzate ma anche di gruppi e movimenti informali. Nello spazio post-sovietico, c’è la percezione da parte dei governi di un’interferenza delle ONG finanziate con capitali stranieri negli affari interni, ma anche esteri, se pensiamo alle questioni legate ai conflitti. Ci sono anche preoccupazioni, legittime in alcuni casi, legate al fatto che queste ONG non collaborano necessariamente con i governi per sostenere le politiche di previdenza sociale, e ciò comporta una mancanza di responsabilità (verso i cittadini, NdA). Ma c’è anche una pressione che viene dal basso: i movimenti sociali più progressisti e radicali contestano la legittimità delle ONG, vedendole come entità tecnocratiche, che vanno incontro alle richieste dei donatori internazionali ma sono disconnesse dalle questioni di interesse pubblico. In Armenia, a partire dal 2008-10 c’è stata una crescita di iniziative civiche dal basso – legate ai diritti delle donne, a questioni ambientali e di sviluppo urbano – che contestano le ONG e il loro lavoro. Perciò questo backlash contro la società civile viene sia dall’alto che dal basso, ed è qualcosa su cui le stesse ONG dovrebbero interrogarsi.

Trent’anni dopo, la società civile nello spazio post-sovietico è diventata meno dipendente dai capitali stranieri?

I finanziamenti multilaterali e bilaterali occidentali sono diminuiti nel corso degli anni, per cui la società civile è stata costretta a diversificare le proprie modalità di funzionamento. Alcune organizzazioni si sono orientate più verso le fondazioni filantropiche, altre hanno cercato il sostegno del settore privato, altre ancora si sono date al crowd-funding. C’è una tendenza all’indipendenza e al rifiuto dei donatori, per lo meno in alcuni segmenti della società civile. Tuttavia, nonostante la retorica sul rispetto della local ownership (partecipazione e responsabilità locale, NdA), i donatori continuano a perpetuare le diseguaglianze strutturali – legate al modo in cui vengono attribuiti i finanziamenti e ai requisiti di rendicontazione richiesti. Il sistema di aiuti internazionale è sbagliato, non solo in questa regione, ma ovunque. Ciò che però mi infonde speranza sono le iniziative informali, dal basso, che si mobilitano non in risposta ad un bando di finanziamento ma intorno a problematiche vissute e di interesse comune.

Contrariamente alla società civile “geneticamente modificata”, che ha accompagnato il progetto di trasformazione neoliberista delle società post-comuniste, più di recente sono emersi nella regione dei gruppi che si oppongono alle politiche neoliberiste – ad esempio quelle orientate all’estrattivismo. Può parlarci di queste tendenze e delle prospettive future?

Le iniziative dal basso di cui parlavo sono certamente degli spazi di resistenza al neoliberismo, contrariamente alle ONG che riproducono le logiche neoliberiste senza riflessione critica. Ma a differenza di altre parti del mondo, come in Asia meridionale, America Latina o alcune parti dell’Africa sub-Sahariana, negli ex paesi socialisti dell’Europa orientale portare avanti un discorso anti-capitalista e di sinistra è un compito estremamente difficile, proprio a causa dell’eredità sovietica. In Armenia, l’ala progressista della società civile è molto ridotta e marginalizzata – anche a causa del conflitto in Nagorno-Karabakh. A parte qualche contatto con la società civile georgiana o nella regione, pochissimi gruppi fanno parte di network internazionali, come l’Internazionale Progressista, e questo limita le loro capacità di resistenza. In America Latina, anche le ONG assumono atteggiamenti critici nei confronti delle politiche neoliberiste, mentre nei paesi dell’ex Unione Sovietica sono più reticenti a farlo – a causa del retaggio comunista. Alcune idee neoliberiste sono diventate un gospel nella regione, ed è difficile rimetterle in discussione. Se pensiamo alla questione del cambiamento e della continuità nella sfera politica, dobbiamo considerare il ruolo delle idee, la possibilità di contestare l’egemonia – come direbbe Gramsci – e di proporre una contro-egemonia. Ma se non vi è spazio all’interno della società, e perfino la società civile è restia a portare avanti un dibattito critico, non è chiaro da dove potrà emergere il cambiamento.

Possiamo ancora parlare di società civile ‘post-sovietica’?

Sono passati trent’anni dal crollo dell’Urss e siamo di fronte ad una nuova generazione di attivisti. Sicuramente restano alcuni retaggi sovietici, ma la società civile di oggi è molto più influenzata da tendenze globali. Gli attivisti sono sui social media, sanno ciò che accade in altre parti del mondo, e possono ispirarsi da altri discorsi e da altre pratiche. Ad esempio, alcune tattiche che hanno avuto origine nel movimento Occupy Wall Street sono apparse in Armenia con l’occupazione del parco Mashtots (a Erevan, NdA) nel 2011 e sono in uso ancora oggi. Penso che dovremmo discostarci dalle etichette e semplicemente guardare alla società civile che esiste nella realtà: influenzata dalle storie locali e dalle specificità culturali, ma in sintonia con le tendenze globali – sia quelle progressiste che quelle conservatrici.

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Storie di ordinari olocausti: gli Armeni (15-18) (Giornaledipuglia 12.12.21)

FRANCESCO GRECO – Storie di ordinarie deportazioni, di “normali” stermini. La “banalità del male” (se questo è un uomo) ebbe un’anteprima nel 1915-18. Il genocidio (olocausto), il primo del XX secolo, di oltre un milione di Armeni, una pulizia etnica avvenuta sotto agli occhi di Germania e USA, programmata sin nei minimi dettagli: gli archivi bruciati, la distruzione dei documenti e la conseguente negazione dei fatti.

Che tuttora trova storici negazionisti: la cancel culture ha radici antiche. Le narrazioni artefatte non sono un atout di questo secolo che può contare sugli algoritmi e gli hacker. Una menzogna ripetuta all’infinito diventa “la” verità odorosa di canfora (è la massima di Goebbels).

Lasciare la propria terra è sempre doloroso, anche se il governo turco-ottomano promise il risarcimento dei beni abbandonati: casa e terre, almeno in teoria. Curiosamente, gli Armeni deportati morivano quasi tutti di infarto sulla via che portava alla “terra promessa” (i deserti della Siria). Anche chi osava ospitarli era passato per le armi.

Per la curatela (edizione italiana) di Antonia Arslan, Taner Akçam ricostruisce l’annientamento di un popolo condannato da un secolo alla damnatio memoriae in “Killing Orders” (I telegrammi di Talat Pasha e il Genocidio Armeno), Guerini e Associati, Milano 2020, pp . 312, € 25,00.

La ricostruzione si regge su materiale che ha vissuto infinite peripezie, viaggiando fra Marsiglia, Manchester e Gerusalemme e che un sacerdote cattolico, padre Krikor Guerguerian (scampato per miracolo alla sorte toccata alla sua numerosa famiglia) ha avuto la tenacia di proteggere e far giungere sino a  noi attraverso un nipote. Lo studioso turco è riuscito a intercettarlo e a scommettere sulla loro autenticità.

I carnefici di ieri hanno dei riferimenti in quegli storici che oggi li considerano spazzatura. E’ anche qui l’unicità dello sterminio: nel negarlo pervicacemente.

Se il negazionismo ha molte facce, raffinate e perverse, palesi o carsiche, la Turchia che oggi, XXI secolo, indugia alle porte dell’Europa col gioco delle tre carte, nel suo interesse, dovrebbe dare prova di trasparenza e squarciare ogni velo d’omertà fornendo i documenti esistenti (se è vero che molto materiale fu nascosto, non bruciato). Sarebbe più credibile. Un secolo di oblio e di negazionismo basta e avanza, perché “ogni atrocità di massa, lascia inevitabilmente delle tracce”. Nella memoria e nelle coscienze dei popoli.

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Draghi, appello bipartisan da 26 parlamentari per il rilascio dei prigionieri di guerra armeni ancora detenuti (Il Messaggero 12.12.21)

Un altro Natale che arriva senza che la sorte dei prigionieri di guerra armeni detenuti nelle carceri azere si sia risolta. Sono ventisei i parlamentari italiani ( di ogni schieramento) che hanno firmato un appello al governo Draghi affinché si impegni a livello europeo per chiedere all’Azerbaigian di rilasciare i prigionieri di guerra e i civili armeni ancora detenuti nel Paese.

«A un anno dalla firma della dichiarazione trilaterale del 9 novembre, la situazione nel Nagorno-Karabakh e ai confini tra Armenia e Azerbaigian rimane tesa a causa del mancato rispetto del cessate il fuoco e delle incursioni di truppe azere nel territorio sovrano della Repubblica di Armenia – sottolineano i firmatari -. Ancora oggi, ci sono numerosi prigionieri di guerra armeni detenuti illegalmente nelle prigioni dell’Azerbaigian, ed emerge da molteplici fonti autorevoli il fatto che il patrimonio storico-culturale cristiano armeno nei territori passati sotto il controllo dell’Azerbaigian sia in pericolo. Inoltre, l’Azerbaigian, con il palese sostegno della Turchia, minaccia di creare, con l’uso della forza, un ‘corridoio’ extraterritoriale che unisca i due paesi attraverso il territorio sovrano ed internazionalmente riconosciuto della Repubblica di Armenia».

Una vicenda che aveva impegnato anche il Vaticano a chiedere la liberazione di questi militari. Il documento sottoscritto dai parlamentari italiani prosegue: «Ciò accade nonostante la dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, che mise fine alla guerra, prevedesse lo sblocco di tutte le reti di comunicazione e trasporti della regione. È peraltro di queste ore la notizia che il Tribunale Internazionale dell’Aja ha emesso una sentenza in cui chiede all’Azerbaigian di garantire i diritti dei prigionieri di guerra, di prevenire l’incitamento all’odio razziale nei confronti della popolazione armena e di condannare il vandalismo nei confronti del patrimonio storico e culturale armeno».

La speranza dei parlamentari italiani è che il governo ponga come presupposto del rapporto Unione Europea-Azerbaigian – nell’ambito del Partenariato Orientale – il rilascio dei prigionieri di guerra e civili detenuti con «l’abbandono di retorica provocatoria e militarista a favore di percorsi costruttivi verso un sincero coinvolgimento in negoziati di pace ». Tra i firmatari Enrico Aimi, Paola Binetti, Stefano Borghesi, Andrea Cangini, Massimiliano Capitanio, Emilio Carelli, Laura Cavandoli, Giulio Centemero, Jari Colla, Vito Comencini, Tullio Patassini, Flavia Piccoli Nardelli.

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Appello di 26 parlamentari: Azerbaigian rilasci prigionieri armeni (Politicamentecorretto 12.11.21)


Nagorno Karabakh: appello di 26 parlamentari italiani a governo Draghi per rilascio prigionieri guerra e civili armeni (Agenzia Nova)

Armenia-Azerbaigian: ministero Difesa, otto militari feriti in sparatoria al confine, sei in gravi condizioni (Agenzia Nuova 10.12.21)

Erevan, 10 dic 16:28 – (Agenzia Nova) – Sono otto i militari armeni rimasti feriti, sei dei quali in gravi condizioni, oltre ad un soldato morto, a seguito della sparatoria odierna al confine con l’Azerbaigian. Lo dichiara il ministero della Difesa armeno, che precedentemente aveva comunicato l’uccisione di un militare di Erevan ed un numero imprecisato di feriti in seguito al conflitto a fuoco scoppiato “dopo le azioni aggressive delle forze armate azerbaigiane”. (Rum)

Caucaso: fine anno di incontri internazionali (Osservatorio Balcani e Cuacaso 10.12.21)

Il 2021 si sta chiudendo con un’agenda fitta di appuntamenti internazionali, molti dei quali tornati in presenza. Nel 28esimo incontro ministeriale dell’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa (OSCE, 2-3 dicembre) si sarebbero dovuti incontrare i ministri degli Esteri armeno e azerbaijano, incontro che poi è saltato. C’è stato invece quello a Sochi fra il presidente russo Vladimir Putin, il presidente azero Ilham Aliev e il primo ministro Nikol Pashinyan, incontro per eviatare nuove impasse nel decorso post-conflitto dopo gli scontri del 16 novembre scorso e ha portato avanti l’impegno tra le parti a demarcare i confini e aprire i collegamenti.

L’anno prossimo nello spazio post sovietico potrebbero essere numerosi gli incontri in formati bilaterali e multilaterali: nel dicembre del 1991, si scioglieva l’Unione Sovietica, il 2022 segnerà quindi l’anno del trentennale non di una fine, ma dell’inizio dei rapporti diplomatici fra repubbliche ex sovietiche. Sempre a dicembre si è tenuto il 92esimo incontro della Comunità degli Stati Indipendenti, ed è chiaro che Mosca vuole approfittare del trentennale per tirare le fila, e anche le redini, dei propri rapporti diplomatici.

Non solo Mosca è stata protagonista di questo fine anno fitto di incontri diplomatici. È prossimo il vertice del Partenariato Orientale dell’Unione Europea che metterà allo stesso tavolo, multilateralmente, Armenia, Azerbaijan, e Georgia. Ma prima di questo importante incontro, che è stato preceduto dai viaggi nella regione da parte di rappresentanti europei, c’è stato un altro incontro multilaterale che ha portato allo stesso tavolo, in presenza, i pesi massimi di un’altra crisi caucasica: le Discussioni di Ginevra.

Una guerra non finita, per tutti

Le Discussioni di Ginevra sono state create nel 2008. Con i cannoni ancora fumanti l’Unione Europea insieme ai due co-presidenti dell’OSCE e delle Nazioni Unite portava a un unico tavolo Russia, Georgia, Stati Uniti e – cosa non scontata e non presente nei formati finora elencati – i secessionisti di Abkhazia e Ossezia del Sud. Questo costituisce da allora una grande sfida per questo formato. Anche qualora concordassero sui contenuti, di fatto è infatti quasi impossibile adottare un documento firmato dalle parti perché porterebbe le firme di regimi che Tbilisi non può accettare, se non il riconoscimento di una corrosione della propria integrità territoriale, cioè con un atto di legittimazione dell’esistenza di due governi non subordinati a Tbilisi a Sukhumi e a Tskhinvali.

Si tratta di una sfida che questo formato si trascina dall’inizio, ma alla quale se ne sono aggiunte altre. Al momento in cui le Discussioni sono nate i tre co-presidenti avevano ognuno 3 missioni sul terreno. L’ONU era presente in Abkhazia, l’OSCE in Ossezia, anche se la guerra ne aveva minato le funzioni. L’UE aveva appena schierato la missione civile EUMM. Di queste 3 esiste solo ancora l’EUMM.

Ma il cambiamento riguarda anche i partecipanti e i loro rapporti reciproci.

I partecipanti sono rappresentati da due gruppi, uno dedicato ai lavori sulle questioni umanitarie, uno alla sicurezza. Questo gruppo è capitanato da vice-ministri degli Esteri, quindi un livello politico piuttosto alto, non sono solo discussioni tecniche. La cinquantacinquesima sessione arriva in una crisi congiunturale complessa. Per Russia e Stati Uniti si tiene in particolare sullo sfondo delle tensioni per l’Ucraina.

Per la Georgia, è la sessione in cui si trova in rapporti eccezionalmente tesi con Unione Europea e Stati Uniti. L’ultimo episodio in ordine cronologico, nel solco ormai profondo dei cattivi rapporti fra l’attuale governo georgiano – monocolore Sogno Georgiano – e Bruxelles e Washington riguarda uno scambio pubblico non propriamente diplomatico fra il segretario del partito di maggiroanza e di governo Sogno Georgiano, Irakli Kobakhidze, e l’ambasciatrice americana a Tblisi Kelly Degnan. Il primo ha accusato la seconda di non avere le competenze giuridiche per emettere giudizi sulle riforme georgiane, la seconda ha declinato in modo non proprio elegante.

Non buoni nemmeno i rapporti con Mosca e non solo perché le Discussioni riguardano proprio la guerra russo-georgiana e l’assenza di una soluzione politica che ricomponga la spaccatura che è seguita alla guerra e al riconoscimento russo di Abkhazia e Ossezia del Sud. Infatti fra i vari formati di tavoli, organizzazioni, fora internazionali che Mosca sollecita per il 2022 c’è il 3+3, tutto caucasico. I 3 di Georgia, Armenia, Azerbaijan e i 3 paesi eredi degli imperi che per secoli si sono contesi il Caucaso, cioè Russia, Iran e Turchia.

Il formato non arriverà alla plenaria proprio perché la Georgia con grande travaglio si è sfilata. 2+3, quindi, a decidere il futuro delle infrastrutture e delle comunicazioni (anche politiche) nella regione. La Russia – irritata dal rifiuto di Tbilisi, che in questo formato non sarebbe tutelata e sarebbe costretta a situazioni compromettenti rispetto alla sua volontà del ritorno dei secessionisti sotto la propria giurisdizione – non riconosce il no georgiano, e sostiene che la sedia per la Georgia resterà. Per il momento vuota.

La 55esima sessione

Nessuna sedia vuota, almeno a inizio sessione, per la 55esima sessione delle Discussioni Internazionali di Ginevra che si è tenuta al Palais des Nations il 7 e l’8 dicembre. Come è tradizione al termine della sessione, i co-presidenti hanno emesso un comunicato stampa che non rispecchia solo la loro valutazione, ma il cui contenuto è concordato con tutte le parti. Il fatto che compaia solo a nome dei co-presidenti solleva le parti da situazioni imbarazzanti di riconoscimento politico reciproco. E per questo, è necessariamente scarno.

Di questi due giorni carichi di tensione i co-presidenti sottolineano  un apprezzamento perché “i partecipanti si sono impegnati in uno scambio franco su questioni in sospeso come la libertà di movimento, le questioni di documentazione e dei viaggi all’estero, le detenzioni, i casi irrisolti di persone scomparse e problemi di sicurezza specifici in aree localizzate”.

Nulla da fare per gli sfollati, il cui rientro nelle aree contese è discusso a Ginevra, ma è ormai tradizione che quando la questione emerge Sukhumi e Tskhinvali abbandonino la sala. Anche qui sedie vuote, ma piene di significato: il ritorno degli sfollati non implicherebbe solo ritorno di proprietà ed eventuali indennizzi, ma anche un quadro politico in cui le tensioni secessioniste verrebbero mitigate notevolmente dal ritorno di una maggioranza georgiana che non si è mai espressa a favore della scissione da Tbilisi.

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