Roma, Mkhitaryan medita l’addio: entro maggio deve decidere (Romagiallorossa 14.05.21)

CALCIOMERCATO AS ROMA MKHITARYAN – Il futuro in 18 giorni. Mkhitaryan ha tempo fino al 31 maggio per svincolarsi dalla Roma: glielo permette una clausola inserita nel rinnovo in giallorosso della scorsa estate dopo la prima stagione di prestito, che dà al giocatore la piena libertà di scegliersi una nuova squadra, scrive Il Tempo.

Se l’opzione non venisse esercitata, scatterebbe invece un altro anno di contratto per l’armeno, che adesso ha un dubbio in più: Mourinho. I due hanno avuto un rapporto tormentato a Manchester, come raccontato dallo stesso Mkhitaryan a marzo 2020: «Mourinho – le parole del trequartista – è stato l’allenatore più difficile nella mia carriera. Ci sono state divergenze e conflitti, è vero che mi ha spinto dopo una partita dicendomi che dovevo allenarmi di più. Tutto è iniziato da lì. Ho pensato: “Non ho altro da aggiungere al Manchester. Lavoro, presso, aiuto la squadra, segno e qualcuno è anche insoddisfatto“».

Special One a parte, i ragionamenti di Mkhitaryan sono anche di natura economica. Il 32enne, dopo l’ottima stagione alla Roma – finora 11 gol e 11 assist – può andare alla caccia dell’ultimo contratto importante della carriera. E ha dato mandato al suo agente Raiola di sondare le possibili offerte sul mercato.

Il procuratore lo sta offrendo ai migliori club italiani e non solo, partendo da una richiesta di 5 milioni netti (alla Roma ne guadagna 3 più 1 di bonus) per un contratto di almeno due anni. Il Milan ci sta facendo un pensierino visto che perderà Calhanoglu. E considerando che il cartellino si prende gratis, le pretendenti non mancano.

Tiago Pinto non può far altro che attendere le decisioni dell’armeno. E intanto continua a interrogarsi su come sia stato possibile inserire nel contratto una clausola così svantaggiosa per il club.

La Roma vorrebbe tenere Mkhitaryan, uno dei pochi punti fermi di una rosa da potenziare. Ma non ha potere decisionale. L’armeno riflette e potrebbe anche scegliere di svincolarsi senza avere un’offerta in mano, valutare con calma le varie opzioni e, magari dopo una chiacchierata con Mourinho, sedersi più in là a ridiscutere il contratto con la Roma.

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>> Mkhitaryan considera l’addio e il Milan ci pensa

Armenia, l’allarme di Fratelli d’Italia per lo sconfinamento dei militari azeri. “Il governo si faccia sentire” (Secolo d’Italia 14.05.21)

Allarme per l’escalation di aggressioni dell’Azerbaigian ai danni dell’ArmeniaFratelli d’Italia lancia l’allarme per lo sconfinamento dei militari azeri. E chiede al governo Draghi e alla comunità internazionale di non voltarsi dall’altra parte. “Esprimiamo forte preoccupazione per le operazioni militari messe in atto dall’Azerbaigian. Nell’area di confine con l’Armenia. Che hanno portato allo sconfinamento per alcuni chilometri nella zona del Lago Sev”. È quanto dichiara in una nota il responsabile Esteri di Fratelli d’Italia e Capodelegazione al Parlamento Europeo, Carlo Fidanza.

Armenia, FdI: fermare la provocazione dei militari azeri

“Si tratta di una provocazione che deve assolutamente rientrare.  Con il ritiro immediato delle truppe azere, per evitare una nuova ulteriore escalation nell’area. Facciamo appello al governo e alla comunità internazionale affinché si faccia sentire per ripristinare l’ordine. Nel rispetto della piena sovranità e integrità territoriale della Repubblica di Armenia”.

Fidanza: il governo deve intervenire per ripristinare l’ordine

Fidanza si è molto occupato a Bruxelles della guerra in Nagorno-Karabakh. Denunciando l’appoggio della Turchia di Erdogan, con jihadisti della Siria, la campagna dell’Azerbaijan contro la popolazione cristiana armena. “Si deve arrivare al cessate il fuoco, alla fine dell’aggressione militare azera. Alla ripresa del processo di pace coordinato dal gruppo di Minsk”, è il parere dell’europarlamentare di Fratelli d’Italia. Per farlo bisogna ridimensionare il ruolo della Turchia. Che vuole fare di questa regione un altro tassello del suo progetto neo-ottomano. Che a farlo sia un paese Nato amareggia. Che sia un paese candidato alla pre-adesione all’Ue dovrebbe indurci a ritirare lo status di paese candidato alla Turchia”.

NUOVE MINACCE DALL’AZERBAIGIAN CHE VIOLA L’INTEGRITA’ TERRITORIALE DELL’ARMENIA. (Politicamentecorretto 14.05.21)

PREOCCUPAZIONE PER I RISCHI DI UNA NUOVA GUERRA NEL CAUCASO

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” esprime profonda preoccupazione per la nuova, ennesima, provocazione azera lungo il confine con la repubblica di Armenia.

Tra mercoledì e giovedì alcune centinaia di soldati delle forze armate dell’Azerbaigian sono penetrate nel territorio armeno violando il confine internazionale e procedendo a lavori di ingegneria per modificarlo artificiosamente.

Lo scorso 20 aprile il Presidente dittatore Aliyev aveva dichiarato che “L’Azerbaijan tornerà a Zangezur, che l’Armenia lo voglia o no” aggiungendo “se vuole, risolveremo questo problema più facilmente, se non vuole, lo risolveremo con la forza”.

Lo stesso non ha esitato a confessare che la guerra di 44 giorni era stata deliberatamente voluta dall’Azerbaigian: “Proprio come prima e durante la guerra, ho detto che devono liberarsi dalle nostre terre, altrimenti li espelleremo con la forza. E così è successo. Lo stesso sarà il destino del corridoio Zangezur” aveva chiosato il Presidente Azero che ora per nulla preoccupato delle conseguenze di tali azioni, prosegue nella sua azione destabilizzante e minaccia l’Armenia rivendicando un presunto diritto sulle “terre storiche” nonostante l’Azerbaigian esista come nazione solo dal 1918.

Duplice è l’obiettivo del regime di Aliyev: da un lato sfruttare l’andamento del confine così come stabilito in epoca sovietica assumendo il controllo di posizioni in altura più favorevoli; dall’altro occupare pascoli e bacini idrici a servizio dei villaggi armeni di confine causando un danno all’economia rurale di tali zone.

Il dittatore Aliyev inoltre trattiene come ostaggi circa 200 militari e civili armeni catturati dopo la firma dell’accordo di tregua del 9 novembre successivo alla guerra scatenata contro la repubblica di Artsakh.

Ancora una volta l’Azerbaigian non si smentisce e così come nel recente passato, prima di ogni suo atto aggressivo nei confronti della vicina Armenia, ricorre alla propaganda, attraverso la sua rappresentanza diplomatica in Italia, inviando ai vari organi di stampa lettere e interviste false costruite ad hoc nel tentativo di “sverginare” la già compromessa reputazione del paese.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” nel denunciare questa nuova azione destabilizzante contro un Paese membro del Consiglio d’Europa, guarda con favore alle iniziative diplomatiche volte a risolvere rapidamente la situazione (da ultimo le parole del presidente francese Macron) e invita, in primis gli organi di comunicazione a prestare attenzione a non diventare cassa di risonanza di notizie e informazioni errate di un paese che figura agli ultimi posti nella graduatoria della libertà di stampa e in secondo luogo le istituzioni italiane a condannare questa politica di aggressione turco-azera che rischia di innescare una nuova pericolosa crisi nel Caucaso meridionale.

 

Consiglio per la comunità armena di Roma

www.comunitaarmena.it

Armenia-Azerbaigian: colloquio fra Putin e premier Pashinyan su incidente al confine (Agenzianova 14.05.21)

Mosca, 14 mag 09:14 – (Agenzia Nova) – Il presidente russo, Vladimir Putin, ha parlato al telefono con il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, per discutere della situazione al confine tra Azerbaigian e Armenia. Lo ha riferito l’ufficio stampa del Cremlino. “Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha avuto una conversazione telefonica con il premier ad interim della Repubblica di Armenia Nikol Pashinyan. La discussione è proseguita sulla situazione relativa al Nagorno-Karabakh. Durante uno scambio di opinioni sul recente incidente al confine armeno-azero, Putin ha sottolineato la necessità di rispettare rigorosamente tutte le disposizioni delle dichiarazioni dei leader di Russia, Armenia e Azerbaigian del 9 novembre 2020 e dell’11 gennaio di quest’anno, prima di tutto in termini di stretta osservanza del regime di cessate il fuoco”, si legge nella nota. (Rum)

Alta tensione tra Armenia e Azerbaijan (Euronews 14.05.21)

Il leader armeno Nikol Pashinyan ha accusato le truppe azere di aver sconfinato nel paese in una nuova escalation di tensioni a pochi mesi dall’esplosione di violenza sul Nagorno-Karabakh.

“Questa è un’infiltrazione sovversiva”, ha detto Pashinyan a una riunione straordinaria del suo consiglio di sicurezza, secondo quanto riportato da un comunicato ufficiale.

Secondo Pashinyan, l’Azerbaigian cercherebbe di “assediare” il lago Sev, che è condiviso dai due paesi, uno sconfinamento a cui l’esercito armeno avrebbe risposto con “adeguate manovre tattiche”.

Baku ha respinto le accuse come “provocatorie” e il ministero degli Esteri ha dichiarato: “Le guardie di confine stanno occupando posizioni che appartengono all’Azerbaigian nei distretti di Lachin e Kalbajar“. “Siamo impegnati ad allentare le tensioni nella regione e chiedere misure in questa direzione”.

Nel frattempo, il presidente francese Emmanuel Macron ha invitato le truppe azere “a ritirarsi immediatamente”.

La Francia co-presiede il gruppo di Minsk, insieme a Stati Uniti e Russia, che mira a trovare una soluzione pacifica al conflitto tra i due paesi sulla regione del Nagorno-Karrabakh.

Washington ha fatto sapere a sua volta di star “seguendo da vicino” la situazione.

“Comprendiamo che la comunicazione tra le parti è in corso ed esortiamo alla moderazione nella de-escalation della situazione in modo pacifico”, ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato, Ned Price, su Twitter.

In un comunicato, il Cremlino ha fatto sapere come Vladimir Putin, nel corso di una telefonata con Pashinyan, abbia “sottolineato la necessità di rispettare rigorosamente” l’accordo di tregua raggiunto a novembre.

“Il presidente della Russia ha riaffermato l’impegno per un’ulteriore mediazione attiva e stretti contatti con Yerevan e Baku nell’interesse di garantire la stabilità nella regione”, prosegue il comunicato.

Il ministero degli Esteri russo aveva detto in precedenza che Sergey Lavrov aveva parlato per telefono con il suo omologo azero Jeyhoun Baeramov del “deterioramento della situazione”.

La lettura di Mosca della chiamata dice che i due ministri hanno sottolineato la “necessità di una stretta osservanza del cessate il fuoco”.

Le tensioni tra i due paesi continuano a montare dalla fine di una guerra negli anni ’90 sul Nagorno-Karabakh.

La recrudescenza dell’anno scorso è stata la più violenta da decenni, con un conflitto di 44 giorni che ha lasciato 5.000 morti e decine di migliaia di sfollati.

Si è concluso a novembre con una tregua mediata dalla Russia che ha visto l’Armenia costretta a cedere un territorio significativo all’Azerbaigian, innescando così turbolenze e richieste di cambiamento anche a Yerevan.

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Lo sterminio armeno, una ferita aperta, una strage di cristiani (riccardiandrea.it 13.05.21)

La Turchia continua a negare l’eliminazione pianificata, più di cento anni fa, del popolo di fede cristiana

Più di cento anni fa, durante la Prima guerra mondiale, nei territori dell’Impero ottomano avvenne la strage degli armeni: per gli armeni stessi e per vari Paesi del mondo, cui si è aggiunto il recente sostegno del presidente degli Stati Uniti Biden, si tratta di un genocidio. Papa Francesco ne ha parlato come di genocidio. Si dibatte sul suo riconoscimento anche da parte dell’Italia.

La Turchia, fin dalla fondazione della Repubblica nel 1923, si è decisamente opposta a questa definizione: nel 1915 e negli anni successivi non sarebbe avvenuta una strage degli armeni, voluta dal gruppo allora al potere a Istanbul, i Giovani Turchi. Anzi, gli armeni avrebbero collaborato con il nemico russo. E poi, in quegli anni tumultuosi, armeni e turchi sarebbero morti nel caos della guerra. Questa la tesi sostenuta in Turchia a tutti i livelli. Nel 2014, l’allora primo ministro Erdogan, il 24 aprile, anniversario del genocidio, inviò le condoglianze ai discendenti dei caduti nell’intento di «ricordare questo periodo doloroso con una memoria giusta». Ma la posizione ufficiale turca non ha avuto evoluzioni.

Quelle stragi hanno fatto scomparire un popolo di un milione e più di armeni, che viveva da secoli in simbiosi con i musulmani ottomani, con stragi e marce della morte fino al deserto siriano. Per gli armeni è Metz Yeghern, il Grande Male, che ha spazzato via tante comunità dalla terra dove avevano sempre vissuto, distrutto monumenti, incorporato il vasto patrimonio degli armeni. Questi, in quanto non musulmani e con un’identità culturale e religiosa propria, non sembravano assimilabili al progetto di ristrutturazione etnica dell’Impero.

Così partì il piano di eliminazione, con deportazioni, uccisioni, conversioni forzate, specie di donne e bambini, e la loro assimilazione nelle famiglie turche e curde. La lotta all’armeno divenne lotta al cristiano, per motivare quei musulmani dell’Anatolia che non ragionavano in termini nazionalisti.

Gli armeni erano accusati di nazionalismo. Ma questa accusa non poteva essere rivolta agli altri cristiani.

Qual era il nazionalismo dei cristiani siriaci, anch’essi coinvolti nelle stragi? Furono uccisi nel Tur Abdin, la terra dove vivevano da più di un millennio. Con loro morirono anche i caldei (cattolici), i siro-cattolici, gli armeno-cattolici, i cristiani assiri. Una strage di cristiani. Non pochi di essi, specie donne e bambini, furono costretti a vivere nelle famiglie musulmane come mogli, serve o servi. I cristiani islamizzati sarebbero tra i 100 e i 200 mila.

Il giornalista armeno Hrant Dink, direttore a Istanbul del settimanale bilingue, turco e armeno, Agos, sosteneva che bisogna superare lo stallo del pensiero turco negazionista e della memoria armena per fondare un vivere insieme tra armeni e turchi in Turchia, e tra quest’ultima e l’Armenia. Nel 2007 è stato ucciso.

Ma non sono tramontate le speranze che la memoria di tanti dolori sia riconosciuta. Intanto la Chiesa cattolica sta riconoscendo alcune figure di martiri, come monsignor Maloyan, vescovo armeno di Mardin, che rifiutò la conversione all’islam. Ma, in quella tragedia, i nomi di molti restano sconosciuti. È Metz Yeghern: il Grande Male.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 16/5/2021

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ARMENIA: EREVAN DENUNCIA INFILTRAZIONI MILITARI BAKU (Adnkronos 13.05.21)

Ambasciata a Roma, Azerbaigian viola diritto internazionale
Roma, 13 mag. (Adnkronos) – L’Armenia denuncia l’infiltrazione nel proprio territorio di militari delle Forze armate dell’Azerbaigian nella zona di confine della regione di Syunik (nell’area del lago Sev, delle montagne Mets Ishkhanasar e Tsghuk). Lo denuncia l’ambasciata armena a Roma, secondo cui ieri, in violazione del diritto internazionale, le truppe azere sono avanzate per circa 3-4 chilometri in territorio armeno, concentrandole nella zona del Lago Sev e sulle colline adiacenti. Sono stati, inoltre, identificati altri gruppi che si sono posizionati nelle aree circostanti. Secondo alcune informazioni, nell’area del lago Sev, si troverebbero circa 150 militari azeri e altri 250 nell’area del villaggio Ishkhanasar.
Queste operazioni si stanno svolgendo nel contesto delle esercitazioni militari che si terranno in Azerbaigian dal 16 al 20 maggio che, secondo le informazioni ufficiali, coinvolgeranno circa 15.000 militari. L’annuncio sulle esercitazioni militari è stato diffuso solo il 12 maggio, circostanza costituisce un’ennesima violazione delle pertinenti disposizioni del Documento di Vienna, si legge in una nota dell’ambasciata.
L’Armenia auspica, da parte dei Paesi partner e amici, una reazione immediata, nonché un intervento attivo, compreso un’influenza diretta sull’Azerbaijan, affinché cessi le palesi azioni provocatorie e le incursioni nel territorio della Repubblica d’Armenia, afferma la rappresentanza di Erevan.La Repubblica d’Armenia, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, si riserva il diritto di proteggere la propria sovranità e l’integrità territoriale con tutti i mezzi disponibili.
Qualora le truppe di Baku non si ritirassero dal territorio della Repubblica d’Armenia entro un breve e ragionevole lasso di tempo, la parte azera si assumerà la piena responsabilità per la successiva escalation, si legge nella nota dell’ambasciata.

Russia-Azerbaigian: colloquio ministri Esteri Lavrov e Bayramov su incidente Syunik (Agenzia Nova 13.05.21)

Mosca, 13 mag 17:59 – (Agenzia Nova) – Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e l’omologo azerbaigiano, Jeyhun Bayramov, hanno discusso oggi in merito all’escalation delle tensioni al confine tra Azerbaigian e Armenia durante una conversazione telefonica. Lo ha reso noto il ministero degli Esteri russo. L’Armenia ha affermato che le forze azerbaigiane hanno tentato di condurre lavori per “segnare i confini” nella zona di confine nella provincia di Syunik. Lavrov e la controparte armena, Ara Aivazian, hanno già discusso la questione. “In connessione con l’aggravarsi della situazione al confine azerbaigiano-armeno”, la parte russa “ha confermato la necessità di una stretta aderenza al regime di cessate il fuoco, come così come l’adempimento di altre disposizioni delle dichiarazioni dei leader di Azerbaigian, Armenia e Russia datate 9 novembre 2020 e 11 gennaio 2021”, ha affermato il dicastero di Moscain una nota. Lavrov e Bayramov hanno anche sottolineato la necessità di risolvere tutte le questioni tra Erevan e Baku tramite la diplomazia. (Rum)

Pallottole e Petrolio: un libro per aiutare il Nagorno Karabakh (Assadakah 12.05.21)

ANN – Letizia Leonardi – Il 27 settembre 2020 l’Azerbaijan, con il supporto della Turchia e l’impiego di mercenari jihadisti provenienti dalla Siria, ha attaccato la piccola repubblica armena de facto dell’Artsakh (Nagorno Karabakh). Dopo la fine della recente sanguinosa guerra, tanti sono gli interrogativi sul futuro degli armeni della Repubblica d’Artsakh e le conseguenze di questa situazione precaria nel Caucaso. “Pallottole e Petrolio”, il libro appena pubblicato di Emanuele Aliprandi, racconta i quarantaquattro giorni di violenti combattimenti, gli Intrecci geopolitici, l’ombra inquietante della Turchia di Erdogan, le questioni energetiche che toccano da vicino anche l’Italia, exit strategy mancate e future vie d’uscita alla ricerca di una pace ancora lontana. Gli utili derivanti dalla vendita di questo interessantissimo libro, che si acquista direttamente su Amazon al prezzo di 15 euro, saranno devoluti per attività a sostegno della causa degli armeni dell’Artsakh.

Per saperne di più abbiamo intervistato l’autore di “Petrolio e Pallottole”, Emanuele Aliprandi. – Dopo la fine della guerra in Artsakh come è la situazione sul territorio e come sono i rapporti tra azeri e armeni che sono tornati nelle zone ora sotto il controllo dell’Azerbaijan? L’attacco azero del 27 settembre alla repubblica armena de facto del Nagorno Karabakh (Artsakh) ha azzerato decenni di trattative negoziali condotte con difficoltà dal Gruppo di Minsk dell’Osce e ha riproposto l’opzione bellica come la carta vincente nei conflitti territoriali. Rispetto al tavolo negoziale, in particolare i cosiddetti “Princìpi di Madrid”, la parte armena non solo ha perso tutti i distretti al di fuori dell’ex oblast sovietica (Regione Autonoma del Nagorno Karabakh, NKAO) ma anche significative porzioni di territorio all’interno della stessa. Su circa 11.000 km2 anteguerra, il territorio attualmente controllato dagli armeni non dovrebbe superare i 3.000 km2; le truppe russe di pace sono un esile baluardo difensivo tra le parti. Nei territori ora sotto controllo azero non ci sono più armeni perché costretti alla fuga. La popolazione della repubblica, prima dell’attacco dell’Azerbaijan, era di circa 150.000 abitanti, oggi nel territorio armeno dovrebbero esserne rimasti al massimo circa 120.000. – Si sta facendo qualcosa per proteggere il patrimonio artistico e archeologico armeno presente nelle zone conquistate dagli azeri? Questo è uno dei tasti dolenti del dopoguerra. Gli azeri nei territori ora sotto loro controllo stanno eliminando ogni traccia di armenità. Alcune chiese sono state distrutte, lo stesso Aliyev ha dato esplicito ordine di rimuovere tutte le iscrizioni armene dagli edifici civili e religiosi. Ci sono centinaia di siti (dal semplice katchkhar al monastero) in quelle regioni ma la loro sorte sembra segnata. L’Unesco ha proposto sin dalla fine della guerra di inviare una commissione di esperti per censire tale patrimonio architettonico ma fino ad oggi l’Azerbaijan non ha dato l’autorizzazione. – Cosa si sta facendo per prevenire ulteriori scontri nell’immediato futuro? Al momento la tenuta della tregua è affidata al contingente russo. Ciò non ha impedito che si verificassero violenti scontri a dicembre in una vallata della regione di Hadrut che, completamente isolata, era rimasta sotto controllo armeno ma che gli azeri hanno occupato in violazione dell’accordo. Altri scontri si sono avuti nello stesso periodo in un paio di villaggi nella regione di Shushi. I russi in virtù dell’accordo del 9 novembre dovrebbero rimanere per cinque anni prorogabili di altri cinque, salvo disdetta di una delle parti (che sarà presumibilmente quella azera). La situazione al momento rimane molto tesa. – L’azione diplomatica con quali Paesi sta andando avanti e quali sarebbero le alleanze nel prossimo futuro per tenere testa alle pretese dell’Azerbaijan sul territorio del Nagorno Karabakh? Dietro l’attacco azero c’è indubbiamente la Turchia che è intervenuta pesantemente nel Caucaso non solo con il supporto logistico (aerei, droni Bayraktar, ingaggio dei mercenari jihadisti) ma con la precisa volontà di risolvere rapidamente la questione armena. Erdogan si era espresso duramente nello scorso giugno con frasi particolarmente forti nei confronti degli armeni, seguito a ruota da Aliyev. La teoria panturanica di un’unica nazione turca dalla Cina al Mediterraneo è ritornata di moda ad Ankara e Baku: come nel 1915, gli armeni costituiscono (con l’Armenia e l’Artsakh) un ostacolo a tale progetto. La partita nel Caucaso meridionale è molto più complicata di quel che sembri e non è certo limitata a una mera contesa territoriale. Più attori politici insistono su quel fronte, le alleanze non sono nette e non va dimenticata la questione energetica. Su questa, e sulle ricadute per l’Italia, ho dedicato un capitolo del mio libro. – Il ruolo della Russia quale sarà? Partner storico dell’Armenia ma con buoni rapporti anche con l’Azerbaijan, la Russia ha lasciato che il conflitto procedesse fino al punto voluto per poi imporre uno stop alle ostilità (in questo facilitata anche dall’abbattimento da parte degli azeri di un suo elicottero sui cieli dell’Armenia). Non è questa la sede per dilungarci sui rapporti politici tra Mosca e l’attuale amministrazione a Yerevan ma è innegabile che la minor sensibilità armena negli ultimi due anni verso l’alleato strategico alla fine è costata un duro prezzo. Detto questo la Russia non può certo abbandonare l’Armenia e la sua azione, in questi ultimi mesi, dimostra che i legami sono ancora molto forti. Per il momento le forze russe svolgono ruolo di interposizione ma aiutano anche la popolazione dell’Artsakh in questa fase di ricostruzione (edilizia, sminamento, assistenza sanitaria…). – Quali sono le necessità della popolazione e ci sono organizzazioni che si stanno occupando di creare dei sistemi per inviare con facilità aiuti umanitari? Una buona parte della popolazione che era fuggita negli ultimi giorni del conflitto è rientrata nei territori ancora sotto controllo armeno. Coloro che risiedevano nelle zone ora occupate dagli azeri stanno cercando sistemazioni alternative, alcuni sono rimasti sfollati in Armenia o in altri Paesi. La vita apparentemente è ritornata alla normalità ma le ferite della guerra sono ancora evidenti e si faranno sentire nei prossimi anni soprattutto da un punto di vista economico. L’Artsakh stava puntando al turismo, era quasi autosufficiente dal punto di vista energetico grazie alle risorse idroelettriche e dal punto di vista agricolo. Ora sarà necessario ricostruire lo Stato con gli azeri a una manciata di chilometri da Stepanakert e dagli altri insediamenti. Alcune organizzazioni (anche della Diaspora armena) stanno già operando per aiutare la popolazione anche con raccolte fondi su progetti mirati di rinascita. Credo che il primo obiettivo da raggiungere nell’arco di un paio di anni sia quello di dare una nuova casa a chi l’ha persa. – Cosa si può fare per sensibilizzare la Comunità Internazionale ad aiutare l’Artsakh per ottenere il riconoscimento dell’indipendenza? Ho dedicato l’ultima parte del mio lavoro allo studio di possibili soluzioni pacifiche al conflitto. Ritengo che sia elemento imprescindibile il riconoscimento della statualità armena dell’Artsakh non essendo realistico che la popolazione possa essere assoggettata al regime azero. L’armenofobia che abbiamo visto anche in questi ultimi mesi (cito tra gli altri il macabro “parco della vittoria” allestito a Baku) dimostrano che una convivenza è al momento impossibile. Altre soluzioni possono essere adottate per mettere in sicurezza questo piccolo territorio e farlo crescere in pace con il vicino. L’Unione europea dovrebbe spingere in tal senso perché non ha nulla da guadagnare dalla totale sconfitta armena e dalla rinascita di un nuovo impero “ottomano”. Riconoscere l’Artsakh, anche solo nel piccolo territorio rimasto libero, potrebbe impedire nuovi attacchi militari da parte di Turchia e Azerbaigian.

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Nagorno-Karabakh: un vecchio conflitto in un nuovo contesto geopolitico, afferma l’esperto Tom de Waal (Globalvoices 11.05.21)

Per più di tre decenni la guerra tra Azerbaigian e Armenia per il territorio del Nagorno-Karabakh è stato perlopiù congelato, con lunghi periodi di impasse intervallati a sprazzi da conflitti armati, con morti da entrambi i lati. La più recente esplosione di violenza è cominciata il 27 settembre e questa volta sia combattenti che analisti predicono che il conflitto degenererà, con conseguenze sconosciute e potenzialmente pericolose.

Per capire perché ho parlato con Tom de Waal, Senior Fellow a Carnegie Europe e esperto di geopolitica di Caucaso meridionale, Russia e Ucraina. De Waal ha viaggiato a lungo nella regione e scritto un libro autorevole sul Nagorno-Karabakh, “Black Garden: Armenia and Azerbaijan Through Peace and War”.

Filip Noubel (FN) Cosa c’è di diverso questa volta nella escalation tra Azerbaigian e Armenia cominciata il 27 settembre?

Tom de Waal (TdW) Abbiamo visto prima d’ora violazioni del cessate il fuoco del 1994 e anche dei combattimenti, ma mai un’offensiva militare sostenuta da parte dell’Azerbaigian dalla fine della guerra negli anni ’90. Questa è una novità, così come il contesto geopolitico: la Russia sembra non potere o non volere imporre un cessate il fuoco, mentre la Turchia ha smesso di fingersi neutrale e sta ora giocando un ruolo attivo. Infine gli Stati Uniti, che hanno avuto un ruolo importante, sono stati una voce estremamente debole finora.

FN Si dice che entrambi i capi di Stato siano prigionieri del conflitto, ma che allo stesso tempo stiano sfruttando la narrazione del conflitto per combattere l’opposizione in casa e cavalcare un’ondata di populismo. Lei è d’accordo?

TdW È corretto ma questo è vero per qualunque leader: l’intera nazione è coinvolta in questo conflitto, queste due nazioni moderne [dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991] sono state costruite negli anni ’90 sulla base delle rivendicazioni sul Karabakh, perciò un leader deve anche essere leader di questa idea nazionale sul Karabakh. È anche utile in termini di politica interna. Questo è vero a maggior ragione per l’Azerbaigian, perché è una società autoritaria e quindi ora l’opposizione deve stare in silenzio. In effetti le figure dell’opposizione stanno sostenendo l’esercito e sono molto patriottiche e solidali. L’Azerbaigian ha avuto molti problemi quest’anno: il crollo dei prezzi del petrolio, la pandemia della COVID-19, problemi con i prigionieri politici, eppure ora si unisce sotto questa causa. Ma tutto questo è anche molto insidioso: se non ci sono successi sul campo di battaglia, la nazione può rivoltarsi contro se stessa e i effetti due ex leader azerbaigiani, Ayaz Mutalibov [it] e Abdulfaz Elchibey [it] hanno perso il loro potere in gran parte a causa dei fallimenti sul fronte Karabakh.

FN Durante questa escalation, le autorità armene hanno più volte ribadito che potrebbero riconoscere il Nagorno-Karabakh. Se questo accadesse, quali sarebbero le conseguenze?

TdW In termini militari siamo lontani da una guerra su larga scala. La maggior parte delle operazioni sono concentrate in tre regioni intorno a Karabakh e vedono l’uso di armi a lungo raggio. Riprendere il territorio perso è letteralmente una battaglia in salita, perché gli armeni controllano il terreno montano. Questo potrebbe comportare pesanti perdite per l’Azerbaigian, che la leadership del Paese non vorrebbe e che la loro società non tollererebbe. Questo fattore costituisce un freno, ma potrebbe andare avanti a lungo. La Russia non sembra in grado di imporre un cessate il fuoco, di conseguenza ci sono molti modi in cui [la situazione] potrebbe degenerare. Uno è che l’Armenia riconosca il Nagorno-Karabakh. A quel punto avremmo una situazione simile a quella di Cipro, con nessuna possibilità di trovare un accordo. Un’altro potrebbe essere l’uso di armi pesanti per attaccare le città, che sarebbe disastroso. Oppure se la Turchia aumentasse il suo coinvolgimento: per ora non sta inviando truppe, fornisce aiuti restando ai margini. Nello scenario meno negativo, i combattimenti in corso continuerebbero per alcuni giorni, poi entrambe le fazioni, stremate, rivendicherebbero qualche successo e concorderebbero un cessate il fuoco. Ma non tratterei il respiro finché questo accade.

FN Il sostegno della Turchia è senza precedenti. Che ne pensa della relazione tra Turchia e Russia, passata in pochi anni da nemiche giurate ad alleate su diverse questioni regionali, incluso il conflitto in Siria?

TdW Erdoğan e Putin sono felici di combattere per procura, che è il motivo per cui spero che la Turchia eviterà di commettere incursioni in territorio armeno, a cui la Russia dovrebbe rispondere in base ai suoi impegni militari con l’Armenia. Perciò non credo che arriveranno a un conflitto diretto. La Russia ha le mani legate. È la principale mediatrice, dà molta importanza ai suoi rapporti con Baku e Yerevan, se fosse troppo coinvolta da un lato perderebbe dall’altro. I russi possono solo fornire un sostegno discreto all’Armenia e ci sono segnalazioni di invio di armi da Mosca tramite l’Iran.

FN E per quanto riguarda il ruolo di Georgia e Iran, i due Paesi vicini?

TdW La Georgia ha un grande interesse affinché la situazione non degeneri. Condivide confini con entrambi i Paesi. Ha anche minoranze etniche sia armene che azerbaigiane che vivono in pace da decenni. Ma la Georgia dipende molto dall’Azerbaigian dal punto di vista economico. Ha anche espresso solidarietà con l’Azerbaigian sul concetto di integrità territoriale [la stessa Georgia ha parti di territorio che si sono autodichiarate indipendenti e non sono più sotto il controllo georgiano: l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud]. La Georgia si è offerta come mediatrice, ma non potrebbe essere considerata un’intermediaria onesta dall’Armenia. E la Russia certamente non vorrebbe che Tbilisi fosse coinvolta [Russia e Georgia hanno combattuto una guerra nel 2008 [it]]. La Georgia fornirebbe alle due fazioni uno spazio neutrale per incontrarsi e dovrebbe essere più coinvolta, ma ciò che può fare è limitato.

L’Iran fu un mediatore nel 1992, ma poi fu tagliato fuori. Tuttavia anche questo Paese ha confini con entrambi gli Stati in lotta. Ha una posta in gioco enorme e qualunque futura negoziazione in un contesto internazionale dovrà includere l’Iran, nonostante l’opposizione degli Stati Uniti.

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