Firmato memorandum di cooperazione tra Russia e Armenia (Sputnik 20.07.21)

I rappresentanti degli Stati maggiori dell’Armenia e della Russia hanno firmato un memorandum di cooperazione.
I rappresentanti degli Stati Maggiori degli eserciti di Armenia e Federazione Russa hanno firmato un memorandum di cooperazione a margine di negoziati a Yerevan, ha riferito il ministero della Difesa armeno.
Si nota che per condurre negoziati tra le forze armate dell’Armenia e della Russia una delegazione guidata dal vice capo di Stato Maggiore dell’esercito russo, il colonnello generale Sergey Istrakov, è arrivata nella capitale armena per una visita ufficiale di 5 giorni.

“La delegazione guidata da Istrakov ha parlato dei risultati dei colloqui, ha delineato ulteriori passi. Il capo di stato maggiore delle forze armate armene, il tenente generale Artak Davtyan ha ringraziato la delegazione russa per la stretta cooperazione. Sono state discusse ulteriori direzioni della cooperazione militare armeno-russa, è stato firmato un memorandum di cooperazione,” – si afferma in un comunicato sul sito web del ministero della Difesa armeno.

L’Armenia fa parte dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, un’alleanza militare difensiva con Russia, Bielorussia, Kazakistan, Tagikistan e Kirghizistan.

Papa Francesco rassicura il nunzio in Armenia, «fratello piano piano mi sto riprendendo» (Corriere della Sera e Gazzettino 20.07.21)

Il biglietto del Papa: «A Santa Marta, poco a poco, mi sto riprendendo» (CDS 19.07.21)

di Gian Guido Vecchi

La convalescenza di Francesco dopo l’operazione e la lettera al nunzio in Georgia. Bergoglio scrive anche al Gemelli: «Come in famiglia, mi avete fatto sentire a casa»

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CITTÀ DEL VATICANO «Sono rientrato a Santa Marta e, poco a poco, mi sto riprendendo». Il biglietto scritto a mano da Papa Francesco porta la data di domenica 18 ed è indirizzato all’arcivescovo Joseph Bettencourt, nunzio apostolico in Georgia e Armenia. Una conferma che la convalescenza procede bene, soprattutto la prima volta che Bergoglio parla della propria salute. Per indole, il Papa non ama parlare di sé: anche nell’Angelus dall’ospedale Gemelli, si era limitato a ringraziare i fedeli per le preghiere, elogiando il servizio sanitario «accessibile a tutti e gratuito», mentre ieri, nel primo Angelus dal ritorno in Vaticano, si è soffermato sull’importanza del riposo vero. Non una parola su come si sentisse. Del resto, seppure un po’ smagrito e con la voce talvolta affannata, Francesco si è mostrato tutto sommato in buona forma, per un uomo di 84 anni che ha subìto appena due settimane fa un’operazione al colon di tre ore in anestesia generale. Ora sta passando la convalescenza a Santa Marta, l’albergo vaticano dove vive dal conclave del 2013. L’intervento era stato programmato all’inizio di questo mese perché a luglio Francesco resta sempre in «vacanza» in Vaticano, senza udienze né impegni salvo gli Angelus: tutto il tempo di riprendersi con calma. Ed è quello che scrive nella lettera breve diffusa sui social dalla stessa Nunziatura in Georgia e Armenia: «Caro fratello, grazie tante per la tua mail e i tuoi auguri. Sono rientrato a Santa Marta e, poco a poco, mi sto riprendendo…Che il Signore ti benedica e la Madonna ti custodisca. Fraternamente, Francesco».

Oggi il Papa ha inviato una lettera anche al presidente del Cda della Fondazione Gemelli, Carlo Fratta Pasini, per ringraziare l’ospedale e il personale sanitario: «Come in famiglia ho toccato con mano una accoglienza fraterna e una premura cordiale, che mi hanno fatto sentire a casa. Ho potuto constatare di persona quanto siano essenziali, nella cura della salute, la sensibilità umana e la professionalità scientifica».

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Papa Francesco rassicura il nunzio in Armenia, «fratello piano piano mi sto riprendendo» (Il Gazzettino 20.07.21)

Città del Vaticano – La guarigione procede ma i medici lo hanno detto più volte a Papa Francesco che occorre affrontare il periodo di convalescenza con cautela e tanta pazienza. «Sono rientrato a Santa Marta e, poco a poco, mi sto riprendendo». Il pontefice rassicura così il nunzio in Armenia e Georgia che gli aveva scritto una mail per sostenerlo e incoraggiarlo durante il periodo di ricovero al Gemelli.

In un bigliettino scritto a mano che porta la data di domenica scorsa Bergoglio conferma che il cammino di normalizzazione va avanti. Domenica si è affacciato a San Pietro per l’Angelus per la prima volta e i fedeli presenti sulla piazza hanno potuto scrutare che sul suo volto non ci sono più i segni del dolore. E’ solo un po’ più smagrito e si vede che si muove con maggiore circospezione per non compromettere la cicatrizzazione dei punti di sutura che i chirurghi gli hanno messo asportandogli un pezzo di intestino. E’ anche per questo che fa uso della carrozzina solo per i tragitti più lunghi.

Per avere 84 anni e diversi acciacchi (la sciatica, i problemi respiratori dovuti al fatto che ha mezzo polmone in meno) Francesco sfoggia un invidiabile fibra di ferro. L’intervento al colon era stato programmato all’inizio di questo mese perché a luglio le attività papali sono sospese e di conseguenza garantiscono a Francesco minore carico di lavoro. Il Papa scrive al nunzio Betancour: «Caro fratello, grazie tante per la tua mail e i tuoi auguri. Sono rientrato a Santa Marta e, poco a poco, mi sto riprendendo…Che il Signore ti benedica e la Madonna ti custodisca. Fraternamente, Francesco».

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Turchia leader nel mercato dei droni da guerra (L’Opinione 19.07.21)

Come è noto il ruolo militare della Turchia è stato decisivo almeno su quattro fronti di crisi: quello siriano, quello libico, quello del Mediterraneo orientale e quello del Nagorno Karabakh. Le armi che hanno permesso ad Ankara di determinare la superiorità delle truppe azere su quelle armene in Nagorno Karabakh, come l’esercito di Tripoli su quello di Bengasi, in Libia, sono stati i mercenari ma soprattutto i droni. Infatti la strategia militare turca, negli ultimi anni, si è orientata sullo sviluppo di veicoli senza pilota, aprendo un mercato dei suoi prodotti anche nell’Europa centro-orientale.

Uno dei suoi prodotti militari di punta è il drone da combattimento Anka, costruito dalla compagnia aerospaziale turca, di proprietà statale, che ha dato il suo meglio nelle imprese in Siria, Libia e Nagorno Karabakh. Dopo questi successi i droni turchi vanno a ruba, riscuotendo un clamoroso consenso soprattutto tra i Paesi ex sovietici. I clienti più affezionati sono Ucraina e Azerbaigian. Il presidente polacco Andrzej Duda, a fine maggio, ha stipulato un contratto con Ankara per l’acquisto di dodici droni Bayraktar Tb2, destinati all’esercito polacco desideroso di acquisire “velivoli lenti” tecnologicamente aggiornati. In quella occasione il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che la Turchia è nei primi quattro posti dei produttori mondiali di droni. Ismail Demir, capo della Ssb, l’agenzia governativa che sovrintende all’industria della difesa nazionale, ha aggiunto che “in termini di rapporto qualità-prezzo siamo i migliori”.

Il vice primo ministro lettone e ministro della Difesa, Artis Pabriks, durante un incontro ufficiale ad Ankara, a giugno, visitando i laboratori (visitabili) della società privata Baykar, il cui direttore tecnico è Selçuk Bayraktar, genero del presidente turco Erdogan, ha elogiato l’alto livello di ricerca e sviluppo dell’industria della difesa turca. La Lettonia ha già programmato l’acquisto di droni da combattimento Bayraktar Tb2, manifestando pubblicamente la necessità di una cooperazione militare “costruttiva” con la Turchia, che ricordo è membro della Nato, considerando che la Lettonia è componente dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica.

In meno di un decennio la Turchia è diventata uno dei più importanti produttori di droni del mondo, insieme a colossi tecnologici come Stati Uniti, Israele e Cina. Nel 2020 i suoi Uav (veicoli aerei senza pilota), efficienti ed economici, sono stati determinanti nel rovesciare le sorti di tre conflitti, mettendo fuori uso sistemi di difesa aerea, veicoli blindati, carri armati, depositi di armamenti e munizioni delle forze avversarie in diversi teatri operativi. Inoltre, questi successi hanno rafforzato l’immagine della Turchia sullo scenario geopolitico e strategico.

Nel giugno 2020, in Libia, l’utilizzo dei droni Tb2 e dei droni kamikaze Kargu, prodotti dalla Ostim Technopark, hanno contribuito alla disfatta dell’esercito nazionale libico del maresciallo della CirenaicaKhalifa Haftar, distruggendo le sue speranze di conquistare Tripoli, a beneficio del Governo di unità nazionale della Tripolitania, Faïez Sarraj, supportato da Ankara.

A marzo dello stesso anno a Idlib, il Tb2 distrusse diversi sistemi di difesa aerea Pantsir di matrice russa, nonché armamenti e installazioni dell’esercito siriano fedele a Bashar Al-Assad, che, nonostante il supporto aereo russo, ha dovuto rimandare la riconquista dell’ultima roccaforte della ribellione, nel Nord-Est della Siria. Infine, nell’autunno del 2020, questi stessi Tb2 hanno permesso alle forze azere, supervisionate ed equipaggiate dall’alleato turco, di neutralizzare buona parte della difesa aerea, dell’artiglieria e degli armamenti armeni.

Un altro obiettivo delle strategie turche è quello di importare nel Mediterraneo crisi ad esso esterne, soprattutto dal Golfo Persico e dall’Asia, con nuovi attori finora ufficialmente marginali. Inoltre, le dinamiche politiche e religiose che orbitano attorno al movimento dei Fratelli Musulmani, oggi sostenuti chiaramente dalla Turchia alleata del Qatar, in contrapposizione frontale con l’Egitto alleato degli Emirati Arabi, pongono la Turchia nel ruolo di attore protagonista nel complesso panorama delle contrapposizioni sub confessionali tra wahhabiti salafiti.

Per concludere, le “guerre turche” non si esprimono solo sotto forma diciamo “convenzionale”, come descritto nelle aree di crisi citate, ma soprattutto dal punto di vista strategico, mirate a influire con il mercato, prodotto dalla tecnologia, dei droni in questo caso, sui negoziati internazionali nel quadro delle mai celate aspirazioni “neo-ottomane”.

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Armenia: Corte costituzionale conferma validità risultato elezioni (Agenzia Nova 18.07.21)

Erevan, 18 lug 09:58 – (Agenzia Nova) – La Corte costituzionale dell’Armenia ha respinto i ricorsi presentati da quattro partiti politici per annullare i risultati delle ultime elezioni generali tenutesi a giugno. E’ quanto affermato dal presidente della Corte costituzionale armena, Arman Dilanyan. La Corte costituzionale dell’Armenia ha deciso di sostenere la validità della decisione della commissione elettorale centrale sui risultati delle elezioni del 20 giugno, che hanno visto la vittoria del partito guidato dal premier Nikol Pashinyan. “La decisione della Corte costituzionale è finale ed entra in vigore quando pubblicata”, ha precisato Dilanyan.
(Res)

L’Unione europea al fianco dell’Armenia (Euronews 18.07.21)

Un messaggio potente per confermare il supporto dell’Unione europea all’Armenia. “Siamo al vostro fianco”. Lo ha detto il presidente del Consiglio europeo Charles Michel durante il suo incontro a Yerevan con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan. “L’Unione europea vuole essere un partner leale e attivo per la stabilità e la sicurezza del Paese e conferma ancora una volta il pacchetto finanziario senza precedenti di 2,6 miliardi di euro”.


Aliyev incontra il presidente del Consiglio dell’Unione europea Charles Michel (TRT 19.07.21)


MICHEL “CONQUISTA” IL CAUCASO

Tre giorni nel Caucaso meridionale tra Armenia ed Azerbaigian sono trascorsi abbastanza serenamente per il presidente Charles Michel che proprio nei giorni scorsi ha incontrato i leader di cinque dei sei paesi del partenariato orientale.
Tra il 17 e il 19 luglio, il rappresentante Ue ha dibattuto e rafforzato le relazioni  con queste realtà, dopo il primo summit di dicembre scorso e ribadito “il sostegno dell’UE alla sicurezza, alla stabilità e alla prosperità della regione”, si legge in una nota diffusa da Bruxelles.
Inoltre, in Georgia, è intervenuto esortando “i partiti politici a impegnarsi per la piena attuazione dell’accordo del 19 aprile e ha sottolineato il ruolo centrale che i diritti e le libertà fondamentali svolgono nelle relazioni UE-Georgia”.
Il primo incontro, in Armenia, ha suscitato grande interesse.
Nel meeting con il Primo Ministro Nikol Pashinyan, Michel ha infatti confermato l’impegno preso dall’Ue e concretizzato in un sostegno finanziario dell’UE pari a 2,6 miliardi di euro per progetti riguardanti le infrastrutture, la digitalizzazione, l’azione per il clima, i trasporti nonché le riforme democratiche e la governance.

Carniarmonie, doppio appuntamento a Tolmezzo con la Fvg Orchestra diretta dal maestro armeno Sergey Smbatyan (Nordest24.it 17.07)

TOLMEZZO – Prosegue Carniarmonie, il festival musicale della montagna friulana promosso da Fondazione Bon e diretto da Claudio Mansutti.

Domenica 18 luglio dopo l’avvio di giornataad Ampezzo (Malga Pura, ore 11.00) con in concerto en plen air con di eccellenze friulane – il fisarmonicista Sebastiano Zorza e il sassofonista Alex Sebastianutto, atteso al Teatro Candoni di Tomezzo alle 20.30 un nuovo concerto della FVG Orchestra, diretta da Sergey Smbatyan, nell’ambito di “Accordi Musicali festival”con la star mondiale del violoncello, uno dei due soli violoncellisti viventi a essere presente nella Gramophone Hall of Fame: il britannico Steven Isserlis che si esibirà su grandi opere di Beethoven e di Shor.

Acclamato in tutto il mondo per la sua profonda musicalità e maestria tecnica, Isserlis gode di una carriera unica e variegata come musicista da camera, educatore, e autore di trasmissioni. Come solista di concerto, si esibisce con molte delle principali orchestre e dei direttori del mondo, tra cui la Filarmonica di Berlino, l’Orchestra Sinfonica Nazionale di Washington, la Filarmonica di Londra e le orchestre della Tonhalle di Zurigo. Cosa inusuale, dirige anche orchestre da camera dal violoncello.

Lunedì 19 luglio Carniarmonie prosegue a Preone (ore 20.30 Chiesa di San Giorgio Martire) con il concerto di due giovanissimi talenti, due musiciste che stanno ultimando gli studi accademici ma sono già in grado di affrontare eccellentemente il palcoscenico, Yuxuan Jin alviolino e Vera Cecino al pianoforte. Si torna, invece a Tolmezzo martedì 20 luglio, sempre al Candoni alle 20.30, ancora con la FVG Orchestra e il violoncellista, tedesco di nascita ma di origine Peruviana-Uruguaiana, Claudio Bohorquez uno dei musicisti più ricercati nel suo campo

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Laura racconta il nonno e il padre armeni (QUinewsvaldera.it 17.07.21)

Nel giardino del Sacro Cuore l’attrice-scrittrice-pittrice ha ‘incantato’ con i suoi fatti e avventure, anche al servizio di chi ha più bisogno

 

PONTEDERA — Il vicesindaco Alessando Puccinelli, la saggista e critica letteraria Mariana PraticiAlessandra Landi scrittrice e poetessa, Luigi Cioni e il giornalista Mario Mannucci hanno presenziato all’incontro con Laura Ephirikian, o Efrikian, che nel giardino della chiesa del Sacro Cuore dei Villaggi ha presentato il suo libro su “Una famiglia armena”.

Il padre, Angelo Ephrikian, di origine armena, fu violinista, direttore d’orchestra e compositore, un personaggio che Laura Ephirikian ha riscoperto in un libro che sta facendo il giro nell’Italia con contatti con le varie comunità armene. Comunità che il genocidio degli armeni falcidiati dai turchi ridusse a pochi sopravvissuti.

Nel ’66 Laura sposò Gianni Morandi con cui ebbe i figli Serena (prematura, vissuta 9 ore), Marianna e Marco (che l’hanno resa nonna di cinque nipoti, due di Marianna avuti con Biagio Antonacci e tre di Marco). Il matrimonio col contante durò soltanto fino al ’79.

A Pontedera Laura ha raccontato le sue storie familiari ma anche il suo forte impegno per i bambini africani, alcuni dei quali salvati da Laura. E l’uditorio ha ascoltato con grande tensione il suo dibattito con Alessandra Landi.

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Diana Markosian mette in scena la (sua) storia familiare dal punto di vista della madre ed è poesia (Elle 17.07.21)

L’influenza del piccolo schermo continua a cambiare la vita di generazioni, ma la trama del reale resta più avvincente dei programmi popolari che l’hanno segnata, ispirata e influenzata. Santa Barbara di Diana Markosian nasce così, insieme a nuove prospettive di viaggio e documentario, condensate nelle pagine della monografia di debutto edita da Aperture, un cortometraggio e una mostra omonima esposta al terzo piano del San Francisco Museum of Modern Art (SFMOMA).

Nasce rievocando la storia della sua famiglia, arrivata nella Santa Barbara Californiana, lasciando l’Armenia e le ceneri dell’Unione Sovietica, per inseguire il sogno americano, esportato nelle tv di tutto il mondo dalla celebre Soap Opera statunitense che ne ha ispirato bel più del nome. Usando la finzione per mettere in scena la realtà, scovata in vecchie foto e la parte più profonda di se, Diana Markosian mette in scena la storia familiare dal punto di vista della madre. Guardando per la prima volta Svetlana, non solo come figlia, ma come donna, fotografa, regista e artista, in grado di valutarne da nuove prospettive i sacrifici e dolorose scoperte, Markosian riscrive la trama del viaggio che ha portato sua madre e tutta la sua famiglia a Santa Barbara.

Insieme alla scrittrice della soap Lynda Myles, la fotografa sensibile al cambiamento, documentato per testate come The New YorkerThe New York Times e National Geographic Magazine, riscrive la sceneggiatura della memoria di famiglia e ne dirige il cortometraggio, ripartendo dalle case della sua infanzia con l’accurata ricostruzione scenografica di Freyja Bardell, il guardaroba della costumista Callan Stokes e un selezionato cast di attori. L’attrice Ana Imnadze, con background, spirito e natali perfetti per interpretare al meglio Svetlana, come neanche la fotografa da sola sarebbe riuscita a fare, insieme a sua figlia (Maro Imnadze) scelta per interpretare Diana, aiutano Diana Markosian a colmare le lacune del suo passato e capire le scelte che lo hanno determinato. Tornano nell’Armenia e le sue file per il pane, lasciate per studiare e lavorare a Mosca. La capitale russa dove l’economista con un dottorato di ricerca e due figli, sopravvive al collasso economico e sociale della dissoluzione dell’Unione Sovietica, vendendo al mercato nero vestiti fatti in casa per le bambole Barbie, insieme a quelle matrioska nella Piazza Rossa

La sceneggiatura del cortometraggio che intreccia fotogrammi del serial televisivo a nuovo girato, come le vecchie foto di famiglia e quelle nuove, scattate con una Polaroid degli Anni 80, una Olympus del 1996 e i meccanismi sfuggenti della memoria, amplificati nelle pagine del progetto editoriale che ne moltiplica letture e prospettive, ritornano indietro nel tempo con Svetlana. Rivivono i giorni in cui la prima soap opera americana trasmessa nella tv russa, con la sua saga d’intrighi e amori (interrazziali) tra due potenti famiglie rivali, è tra i pochi confronti della madre di due figli piccoli, mentre il marito Arsen, ingegnere con un dottorato di ricerca, lascia tutti per un’altra donna. Sono i bagliori della tv a rischiarare l’oscurità che ingoia gli attori che interpretano i piccoli Diana e suo fratello David, nel loro minuscolo appartamento a Mosca. Tradita dall’uomo con cui ha sognato un futuro, dal miraggio della Russia post-sovietica e dal destino che continua a perseguitare il popolo Armeno, con i figli a dargli forza e la soap a suggerire barlumi di speranza, Svetlana insegue il suo sogno americano.

Sono una giovane donna di Mosca e vorrei incontrare un uomo gentile che possa mostrarmi l’America“. A rispondere all’annuncio di questa ‘sposa per corrispondenza’ che un’agenzia locale ha tradotto per i giornali americani, tra tanti uomini anche il destino che ha sognato, o meglio l’uomo che vive a Santa Barbara e la invita a raggiungerlo. Nell’ottobre del 1996, Svetlana sveglia i suoi figli nel cuore della notte e si imbarcano in un volo per l’America. Il pensionato in giacca a vento, jeans e New Balance che li accoglie all’aeroporto di Los Angeles, non somiglia al bel cinquantenne della foto che ha spedito a Svetlana. In compenso offre alla donna trentacinquenne e i suoi figli, una casa spaziosa a Santa Barbara, insieme all’orizzonte dorato della California e del sogno americano.

Scatti e fotogrammi di ieri e di oggi, immaginano il risveglio di Svetlana nella sua nuova vita, il suo primo giorno di lavoro e quello successivo al ritorno a scuola dei figli, il velo che svolazza sul nuovo matrimonio e quello che scende su altre solitudini, insieme agli immancabili segreti e incomprensioni. Il valore aggiunto del progetto, Diana Markosian lo raggiunge però lavorando a stretto contatto con sua madre, fino a comprenderne meglio le scelte difficili che sono costrette a fare molte donne, insieme alla storia di migrazione che condividono con moltissime altre famiglie. Santa Barbara affronta le scoperte dolorose di una figlia, nata a Mosca mentre crollava il muro di Berlino, da genitori che avevano già lasciato i natali Armeni e la sua storia negata. Arrivata in California con la madre che, inseguendo il sogno americano di una soap opera, lo ha raggiunto e superato, come fa spesso la realtà. Offrendo a tutti l’occasione di scegliere una vita diversa da quella a cui sembravano destinati e forse a Diana Markosian gli strumenti giusti per coltivare il suo grande talento.

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Reportage da Şuşa, in Azerbaigian (Euronews 17.07.21)

Şuşa, piccola città di soli cinque chilometri quadrati, si trova a un’altitudine di 1600 metri ed è spesso definita un “gioiello della corona del Karabakh”. Euronews è la prima televisione occidentale ad avere accesso senza restrizioni a questa città strategica.

La città è stata campo di battaglia chiave nel lungo conflitto del Nagorno-Karabakh. Ora appartenente all’Azerbaigian, fino alla breve e sanguinosa guerra dello scorso anno era sotto controllo armeno. Nel cuore dela citta sorge un’antica cattedrale, danneggiata durante il conflitto in quello che per gli armeni è stato un “attacco deliberato” mentre per gli azeri un “errore”.

“Questa chiesa, Kazanchi, è stata costruita alla fine del XIX secolo. Negli ultimi cento e più anni è stata ricostruita più volte. Ha subito alcuni danni durante i recenti combattimenti”, afferma l’esperto Unesco Rizvan Huseynov.

Lo scenario è simile anche nel resto della città, con ovunque cantieri di ricostruzione post bellica. “I lavori sono in corso qui al Karabach Hotel, uno dei numerosi siti in fase di ricostruzione. Molti altri aspettano il turno”, spiega il corrispondente di Euronews, Emin Ibrahimov.

“Abbiamo iniziato a lavorare a questo sito a maggio – dichiara Elchin Bashirli, responsabile di progetto – e contiamo di terminare entro settembre. Al nostro arrivo ci si sono presentate numerose difficoltà, mancavano le infrastrutture, l’acqua e l’elettricità. Ora i problemi sono risolti e le infrastrutture sono migliorate”.

“La città porta ancora le cicatrici della recente guerra – conclude Ibrahimov -. Speriamo che azeri e armeni imparino a coesistere pacificamente in questa meravigliosa regione”.

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Inuit e armeni. Quelle fosse comuni di bimbi di cui quasi nessuno sa (Avvenire 16.07.21)

Caro direttore,
recentemente, come puntualmente riportato da ‘Avvenire’, una sconcertate e tragica scoperta è stata fatta in una scuola canadese, la Kamloops Indian Residential School nella British Columbia (aperta nel 1890 e rimasta attiva fino al 1978) e gestita da religiosi cattolici. All’interno di un grande piano di omologazione del governo del Canada i bambini indigeni, inuit e di altre etnie, strappati dalle loro case, venivano portati con la forza in questo e in altri istituti analoghi di diverse confessioni, dove venivano convertiti, dove era vietato parlare la loro lingua, costretti ai lavori forzati, soggetti persino ad abusi fisici e sessuali.

Regnavano malnutrizione ed epidemie. Nel giardino della scuola è stata scoperta una fossa comune con i resti di 215 bambini indigeni. Ma si stima che questa cultura e questo agire genocidario abbiano provocato la morte di almeno 3mila bambini indigeni. Papa Francesco ha denunciato il crimine e ha parlato di «colonizzazione ideologica». In un mio recente viaggio in Libano, per l’inaugurazione del Giardino dei giusti di Kfaranabrakh, iniziativa di Gariwo, la foresta dei Giusti, promossa con il padre greco-melchita Abdo Raad, ho attraversato passi, colline e villaggi, per lo più abitati da maroniti, i cui militi sembravano presidiare la zona e ho raggiunto il villaggio di Antoura. Attraversato l’abitato, mi sono trovato di fronte a tre grandi caseggiati moderni e a un antico edificio perfettamente restaurato: l’imponente Istituto Lazarista, tuttora funzionante.

Ad Antoura nel 1915 era stato messo in opera un piano di turchizzazione forzata degli orfani armeni sopravvissuti. L’istituto dal 1657 era un collegio francese dei Gesuiti, poi passato ai Lazaristi, ma nel 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale, i religiosi furono scacciati e il collegio requisito dal governo ottomano dei Giovani Turchi. Gemal Pascià, uno dei triumviri del governo che ha attuato il genocidio degli armeni, requisì l’istituto trasformandolo in un orfanotrofio per i bambini armeni e nominando direttrice Halide Edib Adivar, una nazionalista turca, nota per i suoi atteggiamenti sadici, incaricata di turchizzare e costringere alla religione islamica gli orfani armeni. Nel 1915 la scuola ospitava 800 orfani e 30 soldati di guardia. I maschi furono circoncisi e furono imposti loro nomi turchi, conservando solo le iniziali armene: ad esempio, il nome Haroutiun Najarian, divenne Hamid Nazim, Boghos Merdanian divenne Bekim Mohammed, e Sarkis Sarafian Safwad Suleyman. Lavoro forzato, condizioni sanitarie pessime, tifo e malattie, scarsità di cibo fecero molte vittime.

Quattrocento nuovi orfani dai 3 ai 15anni vennero portati dallo stesso Gemal Pascià nel 1916, deportati dall’orfanotrofio armeno di Aleppo diretto dalla missionaria svizzera Beatrice Rohner, una ‘Giusta per gli armeni’, onorata al Giardino di Monte Stella a Milano nel 2014, che li aveva salvati dalla morte strappandoli dalle carovane nel deserto di Deir es Zor. Assieme a Gemal Pascià arrivarono 15 giovani donne turche nazionaliste, esponenti di famiglie elitarie di Costantinopoli che dovevano aiutare Halide nel sovvertimento culturale degli orfani cristiani. Nell’orfanotrofio si doveva parlare solo turco, il mullah chiamava alla preghiera 5 volte al giorno, le punizioni erano severissime, si arrivava fino alla ‘bastonade’, sferzate sulle piante dei piedi. Ogni sera la banda suonava un inno: ‘Lunga vita a Gemal Pascià’. Nell’estate del 1918 Halide Hanum e il suo staff abbandonarono la scuola a causa della ritirata dell’esercito turco e i ragazzi armeni turchizzati iniziarono a combattersi fra loro; una ribellione sedata dai soldati turchi ancora presenti. C’erano ancora 1.200 orfani armeni quando gli ottomani nel 1918 sono stati sconfitti e i francesi e gli inglesi hanno invaso la regione e hanno trovato la scuola in una condizione caotica.

Quando il padre lazarista Sarlout ritornò ad Antoura si rese conto che la situazione era ingovernabile. Vi erano ancora 670 bambini armeni. Furono radunati e per prima cosa furono restituiti loro, a fatica, i nomi armeni. Furono chiamati insegnanti armeni e lentamente i bambini si riappropriarono della cultura armena e della religione cristiana. Più tardi fu la Near East Relief Society americana dell’ambasciatore Henry Morgenthau che assunse la direzione della scuola fino al 1919, quando i maschi superstiti furono inviati ad Aleppo e le femmine all’orfanotrofio femminile di Ghazir diretto dai coniugi Kunzler, altri missionari ‘giusti’ per gli armeni. Nel periodo della turchizzazione erano morti migliaia di orfani per maltrattamenti, malattie e uccisioni. Poco tempo fa furono accidentalmente scoperti nel giardino annesso alla scuola 300 cadaveri in una fossa comune. Oggi sul luogo del ritrovamento vi è un monumento a ricordo dei bambini morti a causa del ‘genocidio’, un crimine contro l’umanità, un genocidio culturale, ideologico e materiale subito dagli armeni, nel primo Novecento.

La turchizzazione forzata di migliaia di bambini e di donne non fu altro che un capitolo del piano generale di annichilimento della nazione armena. Ho deposto un fiore ai piedi del monumento eretto a ricordo dei 300 bambini e ho continuato il mio viaggio sulle strade del Libano alla ricerca di giusti per gli armeni, ma insieme pensando all’importanza del lavoro di Gariwo che onora i giusti e cerca di formare le nuove generazioni a cogliere, oggi, i segni del male al loro sorgere per prevenire altri crimini contro l’umanità e altre cancellazioni di gruppi umani e della loro cultura, che costituiscono una perdita per tutta l’umanità.

Cofondatore di Gariwo La Foresta dei Giusti

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