Azerbaijan: il processo farsa, le maschere e la gabbia di vetro (Osservatorio Balcani 19.08.15)

Sembra ci sia fretta di condannarla. Il processo a carico di Khadija Ismayilova, tra le principali giornaliste investigative azere, in carcere dal dicembre scorso, è iniziato lo scorso 24 luglio e potrebbe chiudersi già questa settimana

C’è la folla assiepata davanti all’ingresso dell’aula giudiziaria: giornalisti, colleghi, amici, osservatori e famigliari. Tutti attendono pazientemente, sperando di riuscire ad entrare. Dalla porta che si socchiude spuntano due persone che guardano cautamente fuori. Poi, rapidamente, lasciano entrare alcune persone e dicono a tutti gli altri che l’aula è piena. Partono urla ma le domande degli astanti rimangono senza risposte, ammutolite dalla massiccia porta di metallo e vetro di questa stanza della Corte di Baku per i crimini gravi.

All’interno una giovane donna viene fatta sedere dentro un cubo di vetro, o “gabbia di vetro”, come alcuni la chiamano. Diversamente dai paesi civili, dove agli accusati è permesso sedere accanto ai propri avvocati, qui avviene solo se richiesto dagli stessi avvocati e accordato dai giudici: benvenuti al processo farsa a carico di Khadija Ismayil, una delle giornaliste investigative più famose del paese, che ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali per il suo lavoro e il suo coraggio nello svolgerlo.

Negli ultimi cinque anni Khadija Ismayil ha scoperto e reso pubblici gli affari multimilionari legati alla famiglia che governa l’Azerbaijan, il clan Aliyev. Si va da proprietà a Londra, Dubai e nella Repubblica Ceca ad azioni in miniere d’oro e aziende di telefonia a sospetti di corruzione riguardanti tutti i livelli di governo in Azerbaijan. Khadija è riuscita a scoprire ed esporre al pubblico tutto questo grazie ad un meticoloso lavoro di investigazione giornalistica.

Il prezzo

Sapeva che c’era un prezzo da pagare. Dopotutto l’aveva già capito durante il suo lavoro da giornalista: colleghi assassinati, imprigionati, pestati e intimiditi. Ma come ha dichiarato in un’intervista, per lei aveva senso “continuare a lottare per i diritti umani, per quelli che sono stati costretti al silenzio. Se il prezzo per questo è l’arresto, va bene, ne vale la pena”.

Il 5 dicembre del 2014 Khadija Ismayil è stata arrestata con l’accusa di incitamento al suicidio, in base all’articolo 125 del Codice penale. Nel panorama delle accuse utilizzate contro giornalisti, attivisti e dissidenti quella di “incitamento al suicidio” era nuova.

E’ stato il primo atto della farsa che stava per cominciare.

Il secondo atto è stato quello di accusare Khadija di altri reati quali frode, evasione fiscale, abuso di potere. Chi ha una certa familiarità con gli abusi e la fame di potere delle autorità azere può facilmente immaginare ciò che è seguito. Ma anche i migliori ghost writer del regime non si aspettavano l’arrivo del primo eroe.

Tural Mustafayev, l’uomo che aveva dichiarato che Khadija era direttamente responsabile per il suo tentato suicido, ha infatti ritirato l’accusa qualche mese dopo. In un video, reso pubblico nel maggio del 2014, Mustafayev ha affermato di essere stato forzato a denunciare Ismayil contro la sua volontà. Non è stato per colpa di Khadija che ha tentato di porre fine alla sua vita ma perché la sua ragazza di allora voleva lasciarlo: “Sono stato forzato a scrivere quella lettera. Loro [la procura di Baku] mi minacciavano. Dicevano che avrebbero reso pubbliche riprese segrete del mio appartamento se non collaboravo […] Voglio che tutti sappiano che non ho nessuna lamentela nei confronti di Khadija”.

Solo a pochi giorni dalla scadenza dei termini per la carcerazione preventiva è stata annunciata la prima udienza del processo, prevista per il 24 luglio. La confessione di Mustafayev non ha cambiato però nulla, la sua richiesta di essere tolto dalla lista di presunte vittime di Khadija non è stata accettata dal collegio giudicante. Nonostante le varie mozioni in merito sollevate dagli avvocati di Khadija, l’accusa di “incitamento al suicidio” è tutt’ora valida. E così lo sono anche le altre accuse, nonostante tutte le prove portate che dimostrano il contrario.

Dall’inizio del processo nessun testimone comparso davanti alla corte ha coinvolto Ismayil in alcuno dei crimini di cui è stata accusata. Continua

Valter Vecellio. Haigaz chiamava: «Mikael… Mikael…» Armenia 1915. Una testimonianza in un libro di Alessandro Litta Modignani (Tellusfolio.it 18.08.15)

Per capire cosa significa la disperazione (e l’orrore) che sono in quel grido strozzato, «Mikael… Mikael…» evocato nel libro, si deve andare alla pagina 63, capitolo 17. Ma il lettore non abbia fretta di andarci, non c’è bisogno: non è un poliziesco dove l’autore gioca a rimpiattino con chi legge, e dissemina tracce qua e là ben occultate, per vedere chi dà scacco matto e scopre il colpevole. Qui no. Qui c’è solo da aver pazienza; sopportare che pagina dopo pagina il cuore ti si stringa per la pena: lo devi decidere davvero che vuoi andare avanti nella lettura, conoscere un orrore che si dipana pagina dopo pagina: una sofferenza reale, una persecuzione subita e patita, senza scopo o ragione, come del resto sono tutte le persecuzioni, le sofferenze.
«Mikael… Mikael…» è un’invocazione, un urlo disperato; come se ne possa sopravvivere, è un mistero. A chi scrive fa pensare a quel non meno disperato e disperante «Eli’, Eli’, lemà sabactàni?» che si dice sia stato pronunciato da un Figlio che non sa capacitarsi del perché il Padre lo condanna a un martirio così doloroso ed atroce. Che padre può mai essere? E come si fa a parlare di «amore»?
Qui il martirio, l’orrore, non sono imposti da un padre a un figlio; qui è un fratello verso/contro un fratello. Non ha perché, tutto quello che porta a quel disperato «Mikael… Mikael…», o meglio: a voler inforcare gli occhiali della real-politik, della contabilità dei diversi averi, dell’«essere» che si trasforma in potere, forse sì: un perverso perché, un’abominevole logica, la si può individuare. Come la si può individuare, in tempi a noi più vicini, in Tibet, in Cecenia, in quelle insanguinate lande che corrono tra l’Irak e la Libia; in Messico… e prima ancora in Cambogia, Vietnam, nella Cina di Mao e nell’Unione Sovietica di Stalin; in Centro e Sud America, dove non si deve dimenticare che nel «giardino di casa» dello Stato più democratico del mondo, c’era un certo tipo di Cile, un certo tipo di Argentina, un certo tipo di Brasile e Paraguay…; e poi, ancora: El Salvador, il Guatemala, Panama… Milioni di croci, per quelle banane, per quegli ananas.
Torniamo a Mikael, paradigma dell’orrore ignorato solo perché consapevolmente si vuole voltare la testa. Nessuno può dire, a proposito delle persecuzioni e dei massacri subiti e patiti dagli armeni da parte dei turchi: «Non sapevo, lo ignoravo». L’ignoranza non è un qualcosa che assolve, è comunque una colpa. Qui più che mai. perché si sapeva e si poteva sapere; come si sapeva e si poteva sapere degli ebrei, dei rom e di tutti quei «diversi» perseguitati e sterminati perché considerati «perversi».
Alessandro Litta Modignani che ha curato questa tremenda testimonianza (cento pagine appena, ma che fatica, che oppressione, leggerle; ma non sottraetevi a questa fatica, a questa oppressione: conoscere, sapere, è un dovere), pubblicata da Libri-liberi (16 euro, post fazione di David Meghnagi), ci racconta che il protagonista di questa storia, Mikail Mikaelian, «era un uomo semplice e mite». In famiglia lo chiamavano zio, era «un uomo di buona cultura, un medico autorevole e stimato, ma non un vero intellettuale, sicuramente non uno scrittore… fino all’ultimo restò un tipico francese benpensante moderato, convinto sostenitore del generale De Gaulle e del suo partito conservatore. Fu marito, padre, nonno esemplare…». Questo libro, dunque? Una testimonianza, in prima persona; raccolta e curata da Litta Modignani. «Nel centenario del genocidio armeno», annota, «sono fiero di consegnare al pubblico italiano la dolorosa vicenda di Mikaelian, nella consapevolezza che anche questo libro potrà fornire il suo contributo alla conoscenza e all’affermazione della verità».
Non ha avuto vita facile, lo spiega bene Megnagi: «Per non impazzire, Mikaelian aveva messo per iscritto le esperienze patite, con la speranza di poterle un giorno renderle pubbliche. Approfittando delle ‘lunghe notti invernali’ a Harput, l’antica città armena, l’autore aveva redatto un manoscritto di 300 pagine in cui aveva ricostruito la sua vicenda personale e storica… Sfortunatamente il manoscritto andò perduto nelle ‘notti del settembre 1922’, quando era venuto il momento di conquistare ‘la libertà a ogni costo’. Con la morte nel cuore, Michel sogna di rimettere per iscritto le memorie. A Beirut, e poi in Etiopia, dov’era inviato come ufficiale medico dell’esercito francese, tenta di ricostruire i frammenti di un’esistenza spezzata, mettendoli di nuovo per iscritto, in un libro con una dedica straziante alla memoria della madre…».
Ora c’è, quel memoriale. Ringraziamolo Litta Modignani che lo ha curato. È un racconto, una triste epopea costituita da sofferenze, crudeltà, dolore. Da leggere e da meditare, ogni pagina: quelle dove la piccola bimba della zia, sorella più giovane della mamma, muore di fame e di stenti, «aveva due mesi, due mesi di sofferenze. Il suo corpicino era scheletrico. Scavare una tomba nella sabbia in riva al fiume e seppellirla non fu, lo devo ammettere, un compito troppo gravoso. Non piangemmo per questo distacco. Eppure l’amavamo…».La pagina dove si racconta della giovane donna agonizzante, che non ha lacrime per la morte della madre: «perché mai dovrei piangere, adesso che mia madre, morendo, è riuscita a scappare a tutte le odiose torture dei turchi? Io sola conosco la sofferenza che ha dovuto sopportare… centinaia di turchi e di curdi si sono serviti di me… come se io fossi una donna pubblica, per mesi… facevano quelle cose ignobili come animali, e sempre alla presenza di mia madre…». La pagina dove le ragazze, fiere e disperate, preferiscono sfracellarsi da un ponte, piuttosto che vivere una vita da schiava…Continua


 

>>  Haigaz chiamava: «Mikael…Mikael..», Armenia 1915. Una testimonianza (Notizie Radicali)

Pierfranco Bruni alla Terza Carovana della memoria e della diversità linguistica per parlare (a Matera) della storia degli Armeni e del libro “Le parole per raccontare” (Lavocedimaruggio.it 17.08.15)

Calabria-Basilicata-Puglia-Molise-Abruzzo-Marche-Friuli-Piemonte-Provenza 16 agosto-1°settembre 2015

La Terza Carovana della memoria e della diversità linguistica (16 agosto – 1° settembre 2015), organizzata dall’Associazione LEM-Italia in collaborazione con l’Università degli Studi di Teramo e numerose istituzioni, attraverserà l’Italia da sud a nord alla scoperta di minoranze linguistiche storiche, territoriali e non territoriali. A tal proposito Pierfranco Bruni, nel corso degli incontri, svolgerà una conferenza su “Gli Armeni: nella storia la cultura etnica di un popolo”. Pierfranco Bruni, in più appuntamenti, ha affrontato la questione relativa alla etnie armena, una etnia non riconosciuta in Italia dalla attuale legge di tutela. A tal proposito ha scritto diversi saggi soffermandosi sulla letteratura, sulla civiltà, sulla religiosità e sul genocidio degli Armeni. Si ricorda a tal prosito il libro “Le parole per raccontare” con Neria De Giovanni (Nemapress).

La Carovana 2015 sarà un’occasione d’incontro tra operatori, studiosi, studenti e appassionati della diversità linguistica e culturale italiana, europea e mediterranea. Come per le prime due edizioni, si raccoglieranno lungo il percorso numerose testimonianze, individuali e collettive, che andranno a comporre un film documentario che sarà presentato a inizio autunno in occasione della Giornata Europea delle lingue di cui questa Carovana rappresenta, anche, un’esperienza preparatoria.

Giovedì 20 agosto si parlerà a Matera delle minoranze non contemplate dalla Legge di Tutela e in modo particolare degli Armeni e dei Rom. Il Convegno si svolgerà alle ore 17.00 presso la Fondazione Le Monacelle (via Riscatto 9, Matera), “Fuori legge. Armeni, rom e le altre minoranze linguistiche non riconosciute” con Pierfranco Bruni, Esperto di Etnie e Mediterraneo e responsabile Progetto Etnie del Mibact, con Antonella Salvatore Ambrosecchia, Presidente Fondazione Le Monacelle,, Nazzareno Guarnieri, esperto di storia delle minoranze Rom, Giovanni Agresti, Docente Universà di Teramo. Abbiamo rivolto a Pierfranco Bruni alcune domande.

Domanda: Lei ha scritto e pubblicato numerosi saggi sulle etnie e in quest’ultimo periodo si sta occupando degli Armeni che non rientrano tra le etnie tutelate in Italia…

Risposta:Credo che la Legge di Tutela delle minoranze andrebbe rivista e ricontestualizzata. È una normativa che presenta diversi vuoti che andrebbero colmati. Il popolo armeno è portatore di una etnia storica che è riferimento proprio in quell’incontro tra Occidente ed Oriente. Sarebbe necessario, in occasione del centenario del Genocidio degli Armeni, aprire una discussione seria sulle etnie presenti sul territorio italiano perché quella armena è una etnia ‘chiave’ nel contesto del Mediterraneo che incontra altre civiltà”.

Domanda: Nei suoi studi si racconta della letteratura armena, come mai ha scelto proprio il campo letterario?

Risposta:La letteratura significa lingua e linguaggi, significa dare senso ad una cultura di un popolo. È proprio grazie alla letteratura che è possibile entrare nel cuore di una civiltà. E poi ci sono stretti legami tra la letteratura armena e quella italiana”.

Domanda: So che lei sta lavorando, dopo il testo pubblicato con Neria De Giovanni che riscuote sempre più consensi edito da Nemapress, un nuovo studio che riguarda però la favola armena. È vero?

Risposta:Sì, mi sono già interessato di favola armena, ma questo nuovo lavoro non consiste nel recuperare le favole armene. Lavoro sul materiale antropologico della cultura armena per ‘costruire’ delle favole che abbiano una struttura che è nella tradizione letteraria armena. Si tratta di un lavoro difficile, ma metto in gioco tutta una dimensione creativa. Dalla ricerca alla creatività della favola, ovvero come scrivere una favola che abbia i connotati della civiltà poetica e letteraria armena. È questo il percorso che mi affascina di più”.

Domanda: “Lei si è interessato non solo ai linguaggi degli Armeni ma anche alla sua religiosità…

Risposta:La religiosità armena è la cristianità. Creare oggi dei confronti tra il mondo musulmano e quello cristiano in una storia, quella armena, sempre afflitta dalla repressione ottomana mi sembra che sia una strada che porterà a stabilire un dialogo tra i popoli. Il primo popolo che ha istituzionalizzato il cristianesimo si confronta, da una realtà ortodossa, con le altre religioni. Guardo a ciò con molto interesse”.

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Lost birds (balcanicaucaso.org 14.08.15)

E’ il primo film prodotto in Turchia sul genocidio armeno. Abbiamo incontrato i suoi due registi, Ela Alyamac e Aren Perdeci
Come avete iniziato a collaborare, e quando è nata la prima idea del film?
Ela: Ci siamo incontrati dopo che i nostri film d’esordio sono stati presentati in un festival in Ungheria. Aren mi ha raccontato che voleva scrivere una sceneggiatura su due fratelli abbandonati nel 1915. Ne rimasi colpita perché mi piaceva l’idea di raccontare la storia dagli occhi di un fratello e una sorella.
Aren: Il nostro viaggio è iniziato scrivendo la sceneggiatura. Abbiamo lavorato molto duramente per realizzare questa storia, per fare in modo che la gente non solo guardasse un film ma vivesse uno spaccato di vita di un tempo perduto. Abbiamo lavorato cinque anni per fare il film. Abbiamo trascorso un anno a fare ricerche, un anno a scrivere la sceneggiatura, due anni in preproduzione, 30 giorni di riprese e un anno di post-produzione.
Ela: Siamo molto orgogliosi del nostro film e di quello che siamo stati in grado di fare.
Potete presentarci il vostro film, Lost Birds? Qual è la storia?
Aren:
‘Lost Birds’ parla di due fratelli e di un uccello in gabbia, il loro viaggio alla ricerca della madre e la loro lotta per stare insieme.
Ela: La nostra storia inizia il giorno prima di Pasqua, nel 1915, in un villaggio armeno in Anatolia. Lì incontriamo Bedo e Maryam, due fratelli, con un vero talento per cacciarsi nei guai. Anche se loro padre è in guerra, sono bambini felici che trascorrono le loro giornate nei boschi e giocano nella loro colombaia segreta. Un giorno, i bambini salvano la vita di un uccello azzurro ferito e lo chiamano ‘Bachig’. La felice vita familiare dei bambini è interrotta quando l’uomo di casa, il loro nonno, viene portato via dai soldati. Nonostante fosse stato loro vietato di andare fuori dalla madre, i bambini corrono via una mattina per controllare come sta il loro uccello. Quando ritornano, trovano la casa vuota, proprio come il villaggio, che si è trasformata in una città fantasma. Bedo e Maryam intraprendono allora un viaggio alla ricerca di loro madre, insieme al loro uccello Bachig.
Come avete trovato i vostri piccoli protagonisti, Bedo e Maryam?
Aren: Abbiamo fatto provini a 520 bambini provenienti da tutta la Turchia. Abbiamo trovato Dila Uluca e Heros Agopyan grazie a questa ricerca. Poi per un anno, ogni sabato, ci siamo trovati con i bambini e abbiamo provato e recitato tutte le scene insieme, io, Ela, Heros e Dila.
Ela: Si sono conosciuti a vicenda e sono diventati come fratello e sorella. È stato molto dolce. La Maryam originale che avevamo previsto era più vecchia di Bedo ma Dila era così perfetta che abbiamo cambiato la sceneggiatura e abbiamo reso il personaggio più giovane. Era Maryam, non aveva bisogno di recitare, doveva solo essere naturale. Bedo doveva essere un po’ malandrino, ma anche avere un fondo di tenerezza nell’anima, e Heros ha catturato quella sensazione perfettamente.
Aren: Prima di girare abbiamo portato i nostri attori nella location originale e abbiamo provato tutte le scene con gli arredi e gli oggetti reali, e tutti gli elementi autentici presenti. Continua

Armenia 1915, una testimonianza (L’Opinione, 14.08.15)

Per capire cosa significa la disperazione (e l’orrore) che sono in quel grido strozzato, «Mikael… Mikael…» evocato nel libro, si deve andare alla pagina 63, capitolo 17. Ma il lettore non abbia fretta di andarci, non c’è bisogno: non è un poliziesco dove l’autore gioca a rimpiattino con chi legge, e dissemina tracce qua e là ben occultate, per vedere chi dà scacco matto e scopre il colpevole. Qui no. Qui c’è solo da aver pazienza; sopportare che pagina dopo pagina il cuore ti si stringa per la pena: lo devi decidere davvero che vuoi andare avanti nella lettura, conoscere un orrore che si dipana pagina dopo pagina: una sofferenza reale, una persecuzione subita e patita, senza scopo o ragione, come del resto sono tutte le persecuzioni, le sofferenze.

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Cecchini azeri tornano a colpire (Karabakh.it, 13.08.15)

Poco oltre la mezzanotte il giovane Karen Havhannisyan, mentre si trovava nella sua postazione in difesa del confine del Nagorno Karabakh, è stato mortalmente colpito dal tiro di un cecchino azero. Il ministero della Difesa non ha fornito ulteriori dettagli sull’accaduto né il luogo dell’evento. Dal canto suo, il ministero della Difesa dell’Armenia ha comunicato che nelle ultime ore è stata rilevata una intensa attività ostile da parte dell’Azerbaigian con numerosi lanci di granate lungo le postazioni al confine tra i due stati e due tentativi di incursione respinti dai soldati armeni.

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Così Turchia e Ue innescano la bomba che ci distruggerà (Il Giornale, 13.08.15)

Chi si ostina a chiamarla tragedia apra gli occhi. Quella dei migranti è diventata una guerra. Una guerra combattuta contro di noi dalla Turchia e dai suoi alleati della Fratellanza Musulmana. Tra cui quella Libia in mano ad una coalizione islamista che l’ha trasformata nella cornucopia della migrazione illegale. Una guerra combattuta non a colpi di bombe, ma a raffiche di disgraziati mandati a spiaggiarsi sulle coste dell’Italia e della Grecia. Sotto gli occhi – più indifferenti che impotenti – dell’Unione Europea e di un’Alleanza Atlantica di cui Ankara continua – impropriamente – a far parte. L’arrivo, dall’inizio dell’anno, di 124mila migranti sulle isole greche di Lesbos, Chios, Kos e Samos è la dimostrazione più evidente di questa nuova guerra. Una dimostrazione quasi invereconda dal momento che la marea umana – e la macchina criminale che la governa – non sono, come succede in Libia, il frutto di una nazione allo sbando. Lo tsunami migratorio che rischia di trascinare a fondo una Grecia già spossata dalla crisi economica si dispiega da una Turchia in piena forma bellica e strategica. Una Turchia impegnata a bombardare i territori curdi in Siria ed in Iraq e pronta a mobilitare 18mila soldati per creare una zona cuscinetto profonda 30 chilometri e lunga cento alla frontiera con la Siria. Una zona da cui partiranno nuovi profughi visto che curdi e cristiani dovranno abbandonarla per far posto ai ribelli islamisti, veri manutentori del nuovo ordine turco.

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Miscellanea (RACCOLTA, 13.08.15)

30 anni di lingua armena a Venezia (Osservatorio Caucaso e Balcani 11.08.15)

Si è tenuta giovedì scorso, nella prestigiosa cornice dell’Aula Baratto dell’Università Cà Foscari, la celebrazione del trentesimo anniversario del Corso estivo di lingua e cultura armena a Venezia.

Il corso è promosso dal Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea di Ca’ Foscari, e viene organizzato in collaborazione con l’Associazione Padus-Araxes

Il professor Boghos Levon Zekiyan, ispiratore del corso insieme a Gabriella Uluhogian, ha ricordato nel suo intervento iniziale il successo di questa iniziativa che nel corso degli anni ha coinvolto oltre 1.000 studenti.

“La sopravvivenza di una lingua è una causa dell’umanità intera”, ha sottolineato il prof. Zekiyan, ricordando che l’armeno occidentale è stato classificato come una “lingua a rischio” dall’Unesco.

L’edizione 2015 del corso, che si svolge a Cà Cappello e comprende lezioni di esperti internazionali e visite ad alcune zone veneziane di particolare interesse per la storia armena, continuerà fino al 19 agosto. Continua

Turchia, scappati in Armenia due magistrati che indagarono su Akp (Askanews 11.09.15)

Roma, 11 ago. (askanews) – Due procuratori che erano dietro l’inchiesta in cui sono state implicate personalità vicine al presidente Recep Tayyip Erdogan sono fuggiti in Armenia, via Georgia, dopo che è stato emesso un mandato di cattura nei loro confronti. L’hanno riferito oggi fonti ufficiali.

La procura di Istanbul ha emesso ieri l’ordine di arresto per Zekeriya Oz, Celal Kara e Mehmet Yuzgec, accusati di aver organizzazione a delinquere e di aver tentato di “rovesciare il governo con la forza”.

Ma la polizia ha scoperto che Oz e Kara erano scappati in Georgia, ha spiegato l’agenzia di stampa Anatolia, suggerendo che forse erano informati del mandato di cattura prima che fosse emesso. Dalla Georgia, poi, sono andati in Armenia, ha detto il governatore della provincia di Artvin, sul confine georgiano, Kemal Girit. La Turchia non ha relazioni diplomatiche con l’Armenia.


 

>> Turchia: ex pm anti-Erdogan sono in Armenia (Bluewin.it)