Armenia: oggi si festeggia la Giornata della Costituzione (Agenzianova 05.07.21)

Erevan, 05 lug 10:26 – (Agenzia Nova) – L’Armenia festeggia oggi la Giornata della Costituzione, commemorando il referendum del 5 luglio del 1995. Nel 1991 con il ripristino dell’indipendenza, l’adozione di una nuova costituzione nazionale in Armenia divenne inevitabile. La Costituzione è stata adottata il 5 luglio 1995 in seguito un referendum nazionale, successivamente modificato da referendum (2005, 2015). Dopo l’adozione della Costituzione, il 5 luglio è diventato una festa nazionale. La Costituzione dell’Armenia è la base del sistema giuridico del Paese caucasico, la legge fondamentale del Paese, alla quale devono conformarsi tutte le altre leggi e atti giuridici. La Costituzione è anche un documento valoriale-ideologico, che definisce i principi più basilari dell’organizzazione della società. La Costituzione ha sancito la natura dell’Armenia come Stato sovrano, democratico, giuridico-sociale, ha proclamato i diritti umani e le libertà fondamentali di un cittadino e ha definito il governo della Repubblica basato sul principio di separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. (Rum)

Una famiglia armena”: Laura Ephrikian presenta il suo libro a Villa Filangeri (Balarm.it 05.07.21)

La suggestiva Villa Filangeri, lunedì 5 luglio dalle 18.00, fa da splendida cornice all’incontro con Laura Ephrikian. Un appuntamento imperdibile, ad ingresso gratuito, che vedrà protagonista l’ultima fatica letteraria della nota attrice italiana: “Ephrikian. Una famiglia armena”.

Durante la presentazione dialogheranno con l’autrice: Rossella Scannavino (presidente dell’associazione Eventi e Cultura), Nicola Macaione (editore del libro e amico di lunga data della Ephrikian), Emanuele Drago (professore e scrittore, delegato dell’associazione Siciliando) e Milena Venturi (assessore al Turismo e Spettacolo del Comune di Santa Flavia). L’evento sarà impreziosito dalle letture di alcuni passi del libro, interpretati da Mariadonata Di Cristina.

Un appuntamento da non perdere in cui si conoscerà non solo l’aspetto più umano e intimo di Laura Ephrikian, ma anche gli importanti incontri professionali (Giorgio Strehler, Giancarlo Giannini, Vittorio De Sica etc) che hanno costellato la sua carriera di attrice.

L’iniziativa è organizzata dall’associazione Eventi e Cultura e da Spazio Cultura Edizioni, con il patrocinio del Comune di Santa Flavia.

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Musica: Muti sulle ‘Vie dell’Amicizia’ tra Italia e Armenia (Rassegna Ansa e altri al 05.07.21)

Non importa in quale angolo del mondo due Armeni si incontrino; là – si dice – creeranno una nuova Armenia, dove rideranno, canteranno e pregheranno di nuovo. Giovedì 1 luglio è Ravenna Festival ad accogliere l’Armenian State Chamber Choir, che si unisce all’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini per il concerto ‘Le vie dell’Amicizia’ diretto da Riccardo Muti al Pavaglione di Lugo (Ravenna), alle 21.30.

Artisti italiani e armeni voleranno poi a Erevan, sempre con la guida di Muti, domenica 4 luglio, vent’anni dopo il primo concerto dell’Amicizia nella capitale armena.

Il programma si apre con l’Incompiuta di Schubert e prosegue con il Te Deum di Haydn, il Kyrie K.341 di Mozart e la Messa n.2 di Schubert, solisti il tenore Giovanni Sala, il soprano Nina Minasyan e il baritono Gurgen Baveyan. Il concerto – con il sostegno de La Cassa di Ravenna Spa e della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna – è sold out e sarà trasmesso in diretta su Rai Radio3 e prossimamente da Rai1. “È ancora vivo il ricordo del silenzio commosso, dell’emozione intensa che attraversava il Palazzo dell’Arte e dello Sport a Erevan di fronte alla musica di Giuseppe Verdi – ricorda Muti – Era l’estate del 2001. Oggi, dopo vent’anni, torniamo in quella terra antica e dura, inquieta, in bilico tra Oriente e Occidente. Torniamo a lanciare un ponte di fratellanza, un segno di speranza, convinti come allora che attraverso la musica si possano superare incomprensioni e diversità di cultura, di lingua, di religione”.
Nel 2001 il Festival aveva scelto Erevan come destinazione delle Vie dell’Amicizia in occasione delle celebrazioni per i 1700 anni dalla proclamazione del Cristianesimo come religione dello stato armeno. Era il quinto appuntamento di un progetto inaugurato nel 1997 con il primo storico concerto a Sarajevo. (ANSA)


Riccardo Muti al Ravenna Festival, sulle vie dell’amicizia (Ilrestodelcarlino 01.07.21)

Riccardo Muti rinnova l’abbraccio all’Armenia nel segno della musica sacra (Ravennaedintorni 01.07.21)

Muti spirituale, anzi amareggiato (GDM 02.07.21)

Ravenna Festival porta di nuovo la musica delle “Vie dell’Amicizia” in Armenia, a Erevan, con il concerto diretto da Riccardo Muti  (Ravennanotizie 04.07.21)

Riccardo Muti: «Nel segno di Dante un gesto di solidarietà per l’Armenia» (Corriere della Sera 04.07.21)

Una delegazione dell’Acn Siena ad Erevan (Armenia) per il ‘Festival dell’amicizia’ (Sienanews 05.07.21)

Ravenna Festival in Armenia per «Le vie dell’Amicizia», successo per il maestro Muti (Settesere.it 05.07.21)

Muti incanta l’Armenia culla di musica e dolore (Ilgiornale 05.07.21)

 

Azerbaigian estrada 15 armeni in cambio di mappe di 92 mila mine poste a Fuzuli e Zangilan (Trt 04.07.21)

l Ministero degli Esteri dell’Azerbaigian ha annunciato che 15 persone detenute nel Paese sono state estradate in Armenia in cambio di mappe di 92 mila mine.

In una dichiarazione, il Ministero si riferisce che l’Armenia ha consegnato le mappe di 92 mila mine anticarro e antiuomo poste nelle province di Fuzuli e Zangilan, che un tempo erano sotto l’occupazione dell’Armenia.

Di conseguenza l’Azerbaigian ha estradato 15 cittadini armeni detenuti nel Paese.

Il processo di estradizione ha avuto luogo sull’iniziativa della Russia.

Precedentemente, l’Azerbaigian ha estradato altre 15 persone in Armenia in cambio di mappe di 97 mila mine poste nella provincia di Aghdam.

 

Il nuovo impero ottomano di Erdogan avanza nel Caucaso e in Asia centrale (Asianews.it 03.07.21)

Mosca (AsiaNews) – Il ministro degli Esteri turco Khulusi Akar ha iniziato il primo luglio un giro di visite in Asia centrale, partendo dal Kirghizistan per proseguire in Tagikistan. La ragione principale del viaggio è quella di favorire gli accordi tra i due Paesi, per evitare che si ripetano i recenti scontri di confine. Khulusi ha illustrato però finalità più ambiziose, parlando di “ampliare la collaborazione in campo militare, della sicurezza e dell’industria bellica”. Egli ha ricordato che Dušanbe e Biškek sono “partner importanti della Turchia”.

La vittoria militare dell’Azerbaigian sull’Armenia dello scorso novembre ha mutato gli equilibri di forza non soltanto nel Caucaso, ma in tutta la regione intorno al “nuovo impero” turco, fino all’Asia centrale. La Russia ha ottenuto soltanto un fragile armistizio nel Nagorno Karabakh, dovendo rinunciare a essere la principale protagonista dei giochi caucasici sulla frontiera tra Europa e Asia. L’influsso della Turchia, che ha sostenuto in modo esplicito gli azeri a parole e con i fatti, è invece cresciuto molto: come minimo, ora nel Caucaso è pari a quello dei russi.

I militari turchi proseguono le intense “sessioni Mustafa Kemal Ataturk 2021”, usate per addestrare l’esercito azero, di fatto controllato da Ankara.

L’agenzia di stampa turca Anadolu ha parlato delle relazioni tra Turchia e Azerbaijan secondo la concezione dei “due Stati, una nazione”. Questa è infatti l’enfatica espressione contenuta nella “dichiarazione di Šuša” del 16 giugno, sottoscritta dal presidente turco Recep Tayyp Erdogan e dal collega azero Ilham Aliev.

Per Baku la firma del documento è un “passo di portata storica”. Šuša è la città simbolo del Nagorno Karabakh, che dai suoi 1.368 metri di altitudine permette di estendere lo sguardo sulle vaste distese del nuovo impero turco-ottomano.

L’accordo di collaborazione firmato a Šuša non obbliga le due parti ad alcuna azione concreta. Come ha sottolineato però Aliev, “esso mostra che in futuro saremo sempre insieme e ci prenderemo cura della sicurezza dell’altro, come era avvenuto nel passato, quando Azerbaigian e Turchia erano unite sulle questioni più importanti”. Nella dichiarazione si afferma soprattutto che “ogni azione bellica contro uno dei due Paesi significa dichiarare guerra in modo automatico anche all’altro”.

L’aiuto bellico reciproco tra Turchia e Azerbaigian risale a prima ancora del conflitto con l’Armenia, quando nel 2017 le due parti hanno firmato i primi accordi nel campo dell’industria bellica, dando avvio anche gli addestramenti turchi a Baku. Da allora si è iniziato a parlare dell’esercito azero come di una “copia minore” di quello turco. I giovani ufficiali azeri (quasi 20mila effettivi) sono tutti diplomati nelle accademie militari turche e hanno scalzato la “vecchia guardia sovietica” più legata ai russi.

Il 27 ottobre 2020, sull’onda dell’euforia dopo la vittoria azera nel Nagorno Karabakh, il giornale Turkiye ha fatto uscire un numero speciale con l’appello alla “Decisione dell’Armata turanica”: vi si immagina un esercito pan-turco formato da Turchia, Azerbaigian, Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan (i tagiki sono però di ceppo iranico, ndr).

Il cantante azero Talib Tale ha spopolato quest’anno con la canzone “Bir Millət İki Dövlət”, dedicata proprio all’amore reciproco tra Turchia e Azerbaigian, che inizia con le parole: “Tempo fa eravamo divisi, ora siamo uniti, una nazione, due Stati”. Secondo i sondaggi, il 91% degli azeri sostiene l’unione con i turchi.

In una recente intervista al giornale filogovernativo Eny Musavat, il miliardario azero Ilham Rahimov, molto vicino ad Aliev, si è spinto ancora più in là. Egli ha dichiarato che a suo parere è tempo di passare direttamente al modello “una nazione, uno Stato”.

Questi sentimenti filo-turchi sono condivisi perfino dall’opposizione politica in Azerbaigian. Gultekyn Gadjbeyly, una dirigente del Partito del consiglio nazionale, ha dichiarato che “l’ideale di una Confederazione turca sarebbe la modalità più realistica per risolvere i conflitti e le contraddizioni del mondo contemporaneo, soprattutto nella nostra regione geopolitica, in cui la nostra stessa nazione è messa spesso in pericolo”.

L’idea dell’unione azero-turca è un sogno che a Baku coltivano dalla fine dell’Unione Sovietica.

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Rabbia della Turchia contro Usa per inserimento nella lista dei Paesi che sfruttano bambini-soldato (Sputniknews 02.07.21)

L’amministrazione Biden aveva cercato di trovare il modo di ricucire le relazioni con il suo alleato turco dopo la spaccatura su per la vicenda S-400/F-35. Le tensioni sono tuttavia cresciute per la decisione americana di riconoscere il genocidio armeno e per le divergenze sulla cooperazione degli Stati Uniti con le forze curde in Siria.
Ankara respinge categoricamente la mossa degli Stati Uniti di aggiungere la Turchia alla lista dei Paesi implicati nell’uso di bambini-soldato, ha fatto sapere oggi il ministero degli Esteri turco.
L’annuncio arriva dopo la decisione senza precedenti di Washington giovedì di aggiungere Ankara all’elenco di Paesi che avrebbero usato bambini-soldato nell’ultimo anno. Il rapporto 2021 sul traffico di persone del Dipartimento di Stato americano accusa la Turchia di dare “sostegno tangibile” ad una milizia jihadista di turkmeni siriani nota per reclutare e utilizzare bambini soldato.
Un funzionario del Dipartimento di Stato ha indicato che nell’elenco “per la prima volta compare un membro della Nato” e ha suggerito che lo status della Turchia “come rispettato leader regionale” le ha dato “l’opportunità di realizzare il reclutamento e l’impiego di bambini-soldato in Siria e Libia”.
Bandiera della Turchia - Sputnik Italia, 1920, 02.05.2021

Vicepresidente turco afferma che il termine genocidio “andrebbe utilizzato per Washington”
Il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price ha auspicato che la lista dei bambini-soldato non influisca “sulle discussioni costruttive che stiamo avviando con la Turchia, nel contesto dell’Afghanistan o di qualsiasi altra area di interesse comune”.
Insieme alla Turchia, anche gli alleati pakistani di Washington sono stati inclusi nell’elenco del Child Soldiers Prevention Act, che minaccia sanzioni nell’area della cooperazione militare a danno degli Stati inclusi. L’elenco comprende anche Afghanistan, Birmania, Repubblica Democratica del Congo, Iran, Iraq, Libia, Mali, Nigeria, Somalia, Sudan del Sud, Siria, Venezuela e Yemen. La lista definisce “bambini soldato” qualsiasi persona di età inferiore ai 18 anni che partecipa ad operazioni militari “come membro delle forze armate governative, della polizia o di altre forze di sicurezza”.

Libano: incontro in Vaticano. Aram I, “promuovere la convivenza cristiano-islamica con una rinnovata enfasi sui valori comuni” (SIR 02.07.21)

“Riaffermare l’impegno a promuovere la convivenza cristiano-islamica con una rinnovata enfasi sui valori comuni, nel rispetto delle reciproche peculiarità e dei diritti delle comunità”; “sottolineare l’imperativo di avere un nuovo governo in modo che possa dare priorità alle questioni socio-economiche per soddisfare i crescenti bisogni della gente”; “riaffermare la piena attuazione dell’Accordo di Ta’if, tenendo conto del principio di convivenza cristiano-islamico, che è alla base del suddetto accordo”; chiamare le Chiese a “dare nuovo slancio al loro servizio nell’ambito educativo, sociale, umanitario e sanitario”; lavorare su queste priorità in modo da rendere possibile l’avvio di “un processo finalizzato alla restaurazione del Libano”. Sono “i cinque punti” presentati ieri da Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia degli Armeni, alla sessione di consultazione che si è svolta a porte chiuse nell’ambito della Giornata di preghiera e riflessione per il Libano tra i responsabili delle Comunità cristiane libanesi. A renderlo noto è un comunicato diffuso oggi dalla Chiesa armena apostolica di Cilicia. “Anche le comunità islamiche, così come i rappresentanti della società civile, dovrebbero far parte di questo processo”, si legge nel comunicato. “Il Vaticano, dal canto suo, è chiamato a svolgere un ruolo importante in questo processo, con la sua autorità morale all’interno della comunità internazionale”. Secondo quanto riportato dalla Chiesa armena apostolica di Cilicia, i leader cristiani hanno dedicato tempo a parlare dei programmi educativi, umanitari e sanitari attuati dalle Chiese, sottolineando “l’imperativo di dare nuovo impulso a queste opere” e “affermando che sono realizzate senza discriminazioni religiose o comunitarie”. Al termine delle discussioni, i partecipanti hanno deciso di non fare una dichiarazione pubblica dell’assemblea, né di rilasciare una dichiarazione ufficiale del Vaticano. “Al termine dell’incontro – si legge ancora nella nota -, Papa Francesco ha espresso la sua profonda soddisfazione per il lavoro svolto dalla Congregazione e ha promesso di visitare il Libano subito dopo la formazione del nuovo governo”.

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INSIEME PER IL LIBANO, LE PIÙ BELLE FOTO DELL’INCONTRO DI PREGHIERA E DI RIFLESSIONE (Famiglia Cristiana)

Turchia, il caso Yücel non è un problema solo tedesco (Cds 01.07.21)

Con un po’ di ironia, che non manca mai negli uomini intelligenti, Deniz Yücel ha detto di non aver scelto la «popolarità» che ha conquistato. La vera scelta — una scelta offensiva per tutti gli amanti della libertà — è stata compiuta dalla Turchia perseguitando un giornalista che non ha mai fatto altro che il proprio lavoro. Rifugiarsi in Germania e lasciare il suo Paese, dove è stato rinchiuso per oltre un anno nel carcere di massima di sicurezza di Silivri, non è servito a proteggersi dalla vendetta di Recep Tayyip Erdogan che lo aveva definito «una spia», utilizzando accuse fabbricate a tavolino come avviene spesso nei regimi autoritari.

La Turchia non molla la presa, insomma, e ora vuole condannare il giornalista per aver parlato di «genocidio armeno» in un articolo pubblicato nel 2016 su Die Welt. Il processo non è iniziato ieri a Istanbul solo a causa dell’indisponibilità di un giudice. Come se non bastasse, Yücel deve rispondere anche di un titolo della Welt Am Sonntag in cui Erdogan veniva definito «il golpista». Sembra uno scherzo, ma si tratta della realtà. A proposito di titoli, all’apparato repressivo turco è fortunatamente sfuggito il libro del reporter pubblicato in Italia da Rosemberg & Sellier, Ogni luogo è Taksim. Da Gezi Park al controgolpe di Erdogan.

È chiaro che la Germania (dove il giornalista si è ormai stabilito definitivamente), è chiamata a fare sentire la sua voce. Lo ha già fatto in passato, peraltro, grazie soprattutto all’impulso di Cem Özdemir, uno dei leader storici del Verdi, che è intenzionato a combattere anche questa nuova battaglia. Come la liberale Gyde Jensen, presidente della commissione diritti umani del Bundestag. Ma il caso Yücel non è un problema solo tedesco. Deve essere un problema dell’intera Europa, troppo cauta nel condizionare i rapporti con Ankara al rispetto di valori che non possono essere calpestati impunemente.

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Fosse comuni di bambini: Dal Canada al Libano (Gariwo 29.06.21)

Recentemente, come riportato dalla stampa, è venuta alla luce una scoperta sorprendente in Canada in una scuola, la Kamloops Indian Residential School nella British Columbia, aperta nel 1890 e rimasta attiva fino al 1978. I bambini indigeni, inuit e di altre etnie venivano strappati dalle loro case, portati con la forza nella residenza gestita da cattolici dove venivano convertiti, era vietato loro parlare nella propria lingua, erano costretti ai lavori forzati e soggetti ad abusi fisici e sessuali. Regnavano malnutrizione ed epidemie. Una cultura e un agire genocidario che hanno provocato la morte o la scomparsa di almeno 4100 bambini indigeni. Papa Francesco ha denunciato il crimine e ha parlato di “colonizzazione ideologica”. Nel giardino della scuola è stata scoperta una fossa comune con i resti di 215 bambini indigeni. Più recentemente sono state trovate altre 751 tombe senza nome nei pressi della scuola cattolica nel Saskachewan. Secondo il National Center for Truth and Reconciliation dell’Università di Manitoba almeno 150.000 bambini indigeni furono sottratti alle famiglie di origine per essere allevati e istruiti nella cultura occidentale. Una vera e propria rieducazione forzata. Nella notte di sabato scorso, per ritorsione, sono state date alle fiamme due chiese cattoliche nella British Columbia.

In un mio recente viaggio in Libano, per l’inaugurazione del Giardino dei Giusti di Kfaranabrakh, iniziativa di Gariwo, la foresta dei Giusti, promossa con il padre greco-melchita Abdo Raad, ho attraversato passi, colline e villaggi, per lo più abitati da maroniti e drusi i cui militi sembravano presidiare la zona e ho raggiunto il villaggio di Antoura. Attraversato il paese, mi sono trovato di fronte a tre grandi caseggiati moderni e a un antico edificio perfettamente restaurato: l’imponente istituto Lazarista tuttora funzionante.

Ad Antoura nel 1915 era stato messo in opera un piano di turchizzazione forzata degli orfani armeni sopravvissuti al genocidio. L’istituto dal 1657 era un collegio francese dei Gesuiti, poi passato ai Lazaristi, ma nel 1915, allo scoppio della Prima guerra mondiale, i religiosi furono scacciati e il collegio requisito dal governo ottomano dei Giovani Turchi.

Gemal Pascià, uno dei triumviri del governo dei Giovani Turchi che ha attuato il genocidio degli armeni, requisì l’istituto trasformandolo in un orfanotrofio per i bambini armeni e nominando direttrice Halide Edib Adivar, una nazionalista turca, nota per i suoi atteggiamenti sadici, incaricata di turchizzare e costringere alla religione islamica gli orfani armeni.

Nel 1915 la scuola ospitava 800 orfani e 30 soldati di guardia. I maschi furono circoncisi e furono imposti loro nomi turchi, conservando solo le iniziali armene: ad esempio, il nome Haroutiun Najarian, divenne Hamid Nazim, Boghos Merdanian divenne Bekim Mohammed, e Sarkis Sarafian Safwad Suleyman. Lavoro forzato, condizioni sanitarie pessime, tifo e malattie, scarsità di cibo fecero molte vittime. Quattrocento nuovi orfani dai 3 ai 15anni vennero portati ad Antoura dallo stesso Gemal Pascià nel 1916, strappati dall’orfanotrofio armeno di Aleppo diretto dalla missionaria svizzera Beatrice Rohner, una Giusta per gli armeni, onorata al Giardino del Monte Stella a Milano nel 2014. Beatrice Rohner li aveva salvati strappandoli dalle carovane della morte nel deserto di Deir es Zor.

Assieme a Gemal Pascià arrivarono 15 giovani donne turche nazionaliste esponenti di famiglie elitarie di Costantinopoli che dovevano aiutare Halide nel sovvertimento culturale degli orfani cristiani. Nell’orfanotrofio si doveva parlare solo turco, il mullah chiamava alla preghiera cinque volte al giorno, le punizioni erano severissime, si arrivava fino alla bastonade, sferzate sulle piante dei piedi. Ogni sera la banda suonava un inno: “Lunga vita a Gemal Pascià”. Migliaia di orfani armeni durante gli anni della guerra furono internati in questo istituto. Nell’estate del 1918 Halide Hanum e il suo staff abbandonarono la scuola a causa della ritirata dell’esercito turco e i ragazzi armeni turchizzati iniziarono a combattersi fra loro; una ribellione sedata dai soldati turchi ancora presenti. C’erano ancora 1200 orfani armeni quando gli ottomani nel 1918 furono sconfitti e i francesi e gli inglesi invasero la regione trovando la scuola in una condizione caotica. Quando il padre lazarista Sarlout ritornò ad Antoura si rese conto che la situazione era ingovernabile. Vi erano ancora 670 bambini armeni. Furono radunati e per prima cosa furono restituiti loro, a fatica, i nomi armeni. Furono chiamati insegnanti armeni e lentamente i bambini si riappropriarono della cultura armena e della religione cristiana.

Più tardi fu la Near East Relief Society americana dell’Ambasciatore Henry Morgenthau, un grande Giusto per gli armeni, che assunse la direzione della scuola fino al 1919, quando i maschi superstiti furono inviati ad Aleppo e le femmine all’orfanotrofio femminile di Ghazir diretto dai coniugi Kunzler, altri missionari Giusti per gli armeni. Nel periodo della turchizzazione erano morti migliaia di orfani per maltrattamenti, malattie e uccisioni. Altri erano stati affidati a famiglie turche che li hanno utilizzati come schiavi domestici o adottati per potere impossessarsi dei beni ereditati dai loro genitori eliminati. Ancora oggi gli armeni superstiti turchizzati vengono chiamati in Turchia i “resti della spada”.

Poco tempo fa furono accidentalmente scoperti nel giardino annesso alla scuola 300 cadaveri in una fossa comune. Oggi sul luogo del ritrovamento vi è un monumento a ricordo dei bambini morti a causa del “genocidio” , un crimine contro l’umanità, un genocidio culturale, ideologico e materiale subito dagli armeni, il primo del Novecento. La turchizzazione forzata di migliaia di bambini e di donne non fu altro che un capitolo del piano generale di annichilimento della nazione armena. Fare i conti con il passato e documentare la verità degli eventi storici è il primo passo per elevare, con la prevenzione, una barriera contro il male.

Ho deposto un fiore ai piedi del monumento eretto a ricordo dei 300 bambini e ho continuato il mio viaggio sulle strade del Libano alla ricerca di Giusti per gli armeni, ma insieme pensando all’importanza del lavoro di Gariwo che onora i Giusti e cerca di formare le nuove generazioni a cogliere, oggi, i segni del male al loro sorgere per prevenire altri crimini contro l’umanità e altre cancellazioni di gruppi umani e della loro cultura, che costituiscono una perdita per tutta l’umanità.

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Definito il reato di Ecocidio al Tribunale Penale Internazionale, passaggio storico per l’ambiente (Il Mattino 27.06.21)

Alla Corte Penale Internazionale si sta definendo nei dettagli il reato di ecocidio. In questi giorni un pool di giuristi ha elaborato una definizione definita storica perché è destinata ad essere adottata dal Tribunale Penale Internazionale, mettere fine al vuoto normativo finora esistente e perseguire i reati più gravi e devastanti contro l’ambiente, la natura, il suo equilibrio. Reati che finora sono sempre passati in secondo piano. 

Ecocidio, cosa è?

Il progetto di legge definisce «atti illegali o sconsiderati» quelli «commessi con la consapevolezza di una sostanziale probabilità dei danni diffusi prodotti a lungo termine all’ambiente». Se il testo normativo verrà adottato dagli stati membri diventerebbe il quinto reato che la Corte persegue oltre ai crimini di guerra, crimini contro l’umanità, il genocidio, il crimine dell’aggressione. Si tratta, hanno affermato i giuristi, del primo nuovo crimine internazionale introdotto dagli anni ’40, quando i nazisti furono perseguiti a Norimberga.

Fu in quella circostanza che nel 1948 fu adottato il termine di ‘genocidio’ grazie allo studio di un giurista ebreo di origini polacche, Lemkin: per provare l’abisso della Shoah e le colpe del Terzo Reich, prese ad esempio il genocidio armeno (1915-1917) costato la vita a un milione e mezzo di cristiani armeni sotto l’impero ottomano. Uno dei ministri del Triumvirato che pianificarono le deportazioni e le marce della morte, Talat, fu assassinato nel 1923 a Berlino da uno studente armeno che fu subito arrestato ed accusato di assassinio. Lemkin, prese come base quel processo, per fare affiorare il paradosso: lo studente armeno era colpevole di avere ucciso Talat anche se quest’ultimo per la giustizia non era incriminabile. 

L’ecocidio così come è stato elaborato sarà elencato accanto al genocidio come un crimine internazionale. Il professor Philippe Sands dell’University College di Londra, membro della commissione che ha trascorso gli ultimi sei mesi a lavorare al testo  ha spiegato al Guardian che «gli altri quattro crimini si concentrano tutti esclusivamente sul benessere degli esseri umani. Anche l’ecocidio procede in tal senso anche se introduce un nuovo approccio non antropocentrico, mettendo l’ambiente al centro del diritto internazionale, e questo è originale e innovativo».

«La cosa più importante è che fa parte di quel più ampio processo di cambiamento della coscienza pubblica, che riconosce che siamo in relazione con il nostro ambiente, che dipendiamo dall’equilibrio dell’ambiente e che dobbiamo usare vari strumenti, politici, diplomatici ma anche legali per ottenere la protezione dell’ambiente» ha spiegato.

Una legge sull’ecocidio era stata proposta dal defunto primo ministro svedese, Olof Palme, nel 1972. Più recentemente, l’ecocidio è stato considerato per l’inclusione nello statuto di Roma del 1998.

Diverse piccole nazioni insulari, tra cui Vanuatu, nel Pacifico, e le Maldive hanno invocato attenzione a questo crimine già nel 2019. Anche Papa Francesco nella enciclica Laudato Sì affronta la questione dei reati da riconoscere per tutelare il creato. Per esempio le grandi fuoriuscite di petrolio, la deforestazione amazzonica, l’uccisione delle specie protette, gli incidenti nucleari.

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