Armenia e Azerbaigian insieme a Davos, il presidente serbo mette in guardia “i piccoli” dal divorzio Usa-Europa (Euronews 20.01.26)

I presidenti Aliyev e Khachaturyan partecipano al World Economic Forum per la prima volta insieme dopo l’accordo di pace che ha chiuso 30 anni di conflitto. Il presidente serbo Vučić avverte sulle tensioni tra Usa e Europa e invita i Paesi più piccoli a unirsi

presidenti di Armenia e Azerbaigian hanno partecipato insieme martedì a un panel di Euronews al World Economic Forum, segnando la loro prima apparizione congiunta dopo la firma di uno storico accordo di pace che ha posto fine a trent’anni di conflitto.

Il presidente azero Ilham Aliyev ha definito l’intesa “un enorme beneficio per l’Armenia, per l’Azerbaigian e per il Caucaso meridionale”, sottolineando che rappresenta un esempio di come Paesi a lungo profondamente ostili possano oggi avviare una cooperazione. “Lo abbiamo fatto: abbiamo ristabilito la giustizia, il diritto internazionale, la nostra sovranità e l’integrità territoriale, poi abbiamo raggiunto la pace e ci siamo fermati”, ha dichiarato, aggiungendo che i due Paesi stanno contribuendo a “cambiare l’Eurasia”.

Il presidente armeno Vahagn Khachaturyan ha ringraziato il primo ministro Nikol Pashinyan e lo stesso Aliyev per la volontà politica dimostrata nel raggiungere l’accordo, spiegando di non avere molto da aggiungere alle parole del leader azero.

Khachaturyan ha citato esempi concreti del cambiamento in atto, osservando che oggi i residenti di Erevan possono acquistare carburante azero per le proprie automobili. “Anni fa, se se ne fosse parlato, ci sarebbe stata una reazione ostile. Ma questa è la nuova realtà in cui viviamo”, ha affermato. “Grazie a Dio i leader dei nostri due Paesi hanno scelto questa strada: il futuro, la pace dei nostri Paesi”.

Al panel si è unito anche il presidente serbo Aleksandar Vučić, che ha offerto una valutazione particolarmente cupa del deterioramento del quadro geopolitico, descrivendo gli sviluppi in corso come “un divorzio tra Europa e Stati Uniti” e invitando i Paesi più piccoli a rafforzare la cooperazione tra loro.

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Armenia e Turchia verso la piena normalizzazione (Osservatorio Balcani e Caucaso 19.01.26)

La Turchia considera il processo di pace tra Armenia e Azerbaijan come un elemento chiave per trasformare il Caucaso meridionale in uno spazio di stabilità, commercio e connettività regionale. L’apertura delle frontiere e l’attivazione di nuovi corridoi di trasporto si inseriscono in una più ampia agenda volta a rafforzare il ruolo della Turchia come hub logistico internazionale. Ma anche a livello interno, le ricadute possono essere positive e su più livelli.

Per l’Armenia l’uscita dall’isolamento e dalla dipendenza da mercati che risentono continuamente di shock interni e geopolitici, come quelli georgiano, russo e iraniano, è fondamentale, e la Turchia presenta vantaggi competitivi notevoli.

La dimensione regionale

Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha più volte sottolineato come la pace nel Caucaso meridionale possa liberare un potenziale economico rimasto inattivo a causa di conflitti protratti.

Di ritorno dal vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica (ECO) a Khankendi nel luglio 2025, Erdoğan ha definito il nuovo corridoio che attraverserà l’Armenia come una vera e propria rivoluzione geo-economica, parte di un più largo progetto destinato a collegare il Caucaso meridionale all’Asia centrale, componente essenziale del cosiddetto Middle Corridor, la rete di trasporto intercontinentale dalla Cina all’Europa.

Il tracciato, che attraverserebbe la provincia di Iğdır collegandosi al Nakhchivan, consentirebbe un accesso diretto e senza interruzioni per le merci turche verso il Mar Caspio e oltre. Questo progetto è strettamente connesso alla costruzione della linea ferroviaria Kars–Iğdır–Nakhchivan e agli investimenti infrastrutturali in Karabakh, che Ankara considera complementari e sinergici.

Il corridoio permetterebbe di assorbire volumi di traffico oggi limitati da rotte alternative, facilitando in particolare l’export di macchinari, beni manifatturieri e prodotti agricoli trasformati, tutti settori in cui la Turchia può competere e ampliare il proprio mercato.

Erdoğan ha inoltre indicato che, una volta completati gli studi tecnici, anche il trasporto passeggeri potrebbe diventare operativo, ampliando ulteriormente l’integrazione regionale. In questa prospettiva, l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan viene presentato come una soluzione “win-win” per tutti gli attori coinvolti.

L’impatto interno

A livello interno, la normalizzazione con l’Armenia e la riapertura dei confini per commercio e transito ha una rilevanza particolare per lo sviluppo delle regioni orientali della Turchia, come Kars e Iğdır, che sarebbero direttamente interessate dai nuovi flussi di merci e persone.

Nel gennaio 2025 il rappresentante speciale turco Serdar Kılıç ha incontrato ad Ankara i vertici della Camera di Commercio e Industria di Kars e gli imprenditori locali, che hanno espresso grandi aspettative per l’apertura del confine orientale, vista come una concreta opportunità di crescita.

Kılıç ha ribadito l’impegno di Ankara a coordinare l’apertura delle frontiere con il consolidamento della pace regionale e con la preparazione tecnica delle infrastrutture. Lo stesso messaggio è stato rilanciato durante una sua visita a Iğdır, dove ha affermato che la Turchia mira ad aprire le linee di transito nel breve termine, in modo da generare benefici economici immediati per entrambe le parti.

In questa cornice, lo sviluppo delle province orientali non è solo una conseguenza collaterale della politica estera, ma una componente strutturale della strategia regionale turca.

La normalizzazione con l’Armenia ha anche una dimensione simbolica di riconciliazione, pur senza affrontare direttamente la questione irrisolta del genocidio armeno. I Protocolli di Zurigo, firmati ma mai ratificati nei primi anni 2000 da Armenia e Turchia, prevedevano un dialogo su questo tema.

La loro ratifica fallì anche a causa dell’impossibilità di superare tali divergenze storiche, e la mancata ratifica ha dimostrato che un approccio frontale al tema è per il momento troppo problematico. Tuttavia, l’apertura delle frontiere e il riavvicinamento a Yerevan hanno un impatto rilevante sul piano sociopolitico interno, in particolare nei rapporti tra lo Stato turco e la propria comunità armena.

Il 24 aprile 2025, giornata della memoria per gli armeni, Erdoğan ha inviato una lettera al Patriarca armeno di Costantinopoli, ribadendo l’impegno della Turchia a garantire uguaglianza, sicurezza e benessere ai propri cittadini armeni. Nel messaggio, il presidente ha espresso rispetto per gli armeni ottomani morti durante la Prima guerra mondiale e ha presentato questo gesto come parte di una tradizione di convivenza tra comunità diverse.

Non è certo il primo anno che tale messaggio proviene dalla presidenza, ma inserito nel contesto del processo di normalizzazione, mira a rafforzare l’immagine di coesione interna come complemento della diplomazia regionale.

Uscire dall’angolo

Dal punto di vista armeno, la chiusura della frontiera con la Turchia ha trasformato il paese in un’economia senza sbocchi diretti, fortemente dipendente da pochi corridoi di transito, Georgia e Iran, paesi che periodicamente diventano colli di bottiglia, fra crisi politiche, instabilità, difficoltà logistiche. In particolare il traffico di merci russe via Georgia è ipotecato a una rete di trasporti obsoleta, che con la catena caucasica esposta a neve, valanghe e frane, genera incertezza nei transiti.

Questa situazione ha comportato costi di trasporto elevati, tempi lunghi e un accesso limitato ai mercati internazionali. La riapertura del confine ridurrebbe tali vincoli, consentendo collegamenti terrestri diretti e una riorganizzazione dei flussi nord-sud ed est-ovest nel Caucaso meridionale.

L’attivazione del Middle Corridor e dei nuovi accordi di transito tra Armenia e Azerbaijan, incluso il cosiddetto TRIPP, potrebbe integrare l’Armenia in reti di trasporto euroasiatiche ad alto volume, nonché rendere veramente multivettoriale il commercio armeno.

Attualmente, il commercio bilaterale con la Turchia è sbilanciato: nel 2024 le importazioni armene dalla Turchia hanno raggiunto circa 330–340 milioni di dollari, mentre le esportazioni armene sono rimaste marginali. Il ripristino delle infrastrutture ferroviarie e stradali, come l’asse Gyumri–Kars e il valico Margara–Kornidzor, permetterebbe all’Armenia di diversificare i canali commerciali, attrarre attività logistiche e beneficiare di entrate da transito.

In prospettiva, l’Armenia punta a diversificare le importazioni, ampliare l’accesso ai mercati per le proprie esportazioni e inserirsi più stabilmente nei corridoi regionali di trasporto. Tali benefici restano subordinati alla piena normalizzazione politica, al completamento dei lavori tecnici e alla volontà di tradurre gli accordi diplomatici in operatività concreta.

Il primo ministro Nikol Pashinyan ha dato la disponibilità armena a facilitare da subito il transito commerciale tra Turchia e Azerbaijan, indicano un orientamento pragmatico verso l’apertura e la cooperazione economica regionale.

Ci sono tutti gli elementi perché nel 2026 si vada nella direzione di una normalizzazione, e che la Turchia non solo non remi contro la pace armena-azera, ma anzi ne sia una promotrice.

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Premio Zayed 2026: vince l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian (Vaticanews 19.01.26)

Vatican News

L’annuncio dei vincitori del Premio Zayed per la Fraternità Umana 2026 è arrivato oggi, 19 gennaio. In un comunicato si rende noto che saranno premiati il prossimo 4 febbraio, Giornata internazionale della Fratellanza Umana, presso il Founder’s Memorial di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, i delegati della Repubblica di Armenia e la Repubblica di Azerbaigian che hanno sottoscritto l’accordo di pace tra i due Paesi lo scorso 8 agosto 2025 a Washington, negli Stati Uniti. Insieme a loro anche Zarqa Yaftali, sostenitrice dell’istruzione delle ragazze afghane. È la prima volta che la Commissione Internazionale premia vincitori provenienti dal Caucaso e dall’Afghanistan.

La pace, un percorso che continua

La scelta di premiare l’accordo tra i due Paesi caucasici è il riconoscimento di “un processo di pace, dialogo, normalizzazione e risoluzione dei conflitti – si legge nel comunicato – intrapreso dai due Stati, che sottolinea come la riconciliazione non sia un atto singolo, ma un percorso continuo”. Un’intesa che nasce da “una decisione storica guidata da una leadership lungimirante volta a porre fine a decenni di conflitti e sofferenze umanitarie nel Caucaso”. Per il primo ministro della Repubblica di Armenia, Nikol Pashinyan, “è un grande onore” ricevere questo riconoscimento per gli sforzi compiuti per sostenere “questo storico accordo”. Sulla stessa linea il presidente della Repubblica dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, che ha osservato come il premio rivesta un’importanza particolare perché porta il nome del defunto Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, fondatore degli Emirati Arabi Uniti, e gode inoltre del sostegno di Papa Leone XIV e di Ahmed Al-Tayeb, Grande Imam di Al-Azhar.

Per le giovani afghane

Zarqa Yaftali viene definita, nel testo del comunicato, “una donna coraggiosa che ha dedicato tutta la sua vita alla tutela del diritto all’istruzione delle donne e dei bambini”, fornendo risorse, sostegno psicosociale e servizi a oltre 100.000 persone in Afghanistan, donando speranza alle giovani che vivono in contesti difficili. “Profondamente commossa” così la Yaftali alla notizia del premio che rappresenta “un messaggio forte e significativo” per le donne afghane, perchè infonde speranza e coraggio in particolare alle studentesse delle scuole online e alle giovani iscritte a corsi di pace, sicurezza e leadership.

Un premio per la cultura del dialogo e la convivenza

A selezionare i vincitori la Commissione giudicatrice indipendente di livello internazionale che vede tra i suoi componenti anche il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. Il segretario generale del Premio Zayed, il giudice Mohamed Abdelsalam, ha evidenziato che la scelta di premiare l’Armenia e l’Azerbaigian “incarna la missione e gli obiettivi del premio” ovvero “promuovere e favorire una cultura del dialogo e della convivenza” perché mette fine a quasi quattro decenni di tensione e conflitto nel Caucaso, “ponendo solide basi per un futuro condiviso e più sicuro per entrambi i popoli”. Catherine Russell, direttrice esecutiva dell’Unicef, ha dichiarato che la Commissione ha voluto premiare Zarqa Yaftali in particolare per la sua attività di promozione dell’emancipazione femminile in un contesto di grandi sfide. Saida Mirziyoyeva, direttrice dell’amministrazione del presidente della Repubblica dell’Uzbekistan, ha affermato che la scelta dei vincitori del 2026 è espressione dell’impegno morale globale verso i principi di pace e dignità umana e trasmette un rinnovato messaggio di speranza alla comunità internazionale.

Ispirato dalla firma del Documento sulla Fratellanza Umana da parte di Papa Francesco, e di Ahmed Al-Tayeb, Grande Imam di Al-Azhar, ad Abu Dhabi nel 2019, sulla scia dell’eredità dello sceicco Zayed bin Sultan Al Nahyan, fondatore degli Emirati Arabi Uniti, il Premio Zayed riconosce persone e organizzazioni che si sono distinte per il loro contributo alla costruzione di un mondo più pacifico, armonioso e compassionevole, basato sui valori della fraternità umana. Dal 2019, il premio è stato assegnato a 19 vincitori provenienti da 19 Paesi.

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Un prestigioso premio per la pace tra Armenia e Azerbaigian

23.5 di Hrant Dink: a Istanbul il luogo dove la memoria sfida odio e oblio (Gariwo 19.01.26)

A Istanbul, lungo Via Halâskârgazi, il suono caotico dei clacson e delle voci sembra arrestarsi davanti al Palazzo Sebat, ex sede del giornale bilingue turco-armeno Agos, fondato nel 1996. Qui, il 19 gennaio 2007, il caporedattore Hrant Dink è stato assassinato. Dove oggi c’è una targa che riporta l’ora esatta del crimine si è radunata, fin da subito, una folla di persone con i cartelli “siamo tutti Dink”, “siamo tutti armeni”, chiedendo giustizia per il giornalista che aveva dedicato la sua vita al miglioramento delle relazioni tra armeni e turchi.

Il Centro 23,5 come spazio per la memoria e laboratorio civico

Nel 2019, grazie alla Fondazione Hrant Dink (Hrant Dink Vakfı), gli spazi di Agos sono diventati la sede del sito della memoria di Hrant Dink 23.5 (23.5 Hrant Dink Hafıza Mekânı), un centro espositivo e, soprattutto, un laboratorio per la costruzione della memoria collettiva e per favorire il dialogo tra comunità, attraverso l’organizzazione di attività come l’Accademia sui Diritti delle Minoranze e il festival sulla convivenza.

L’enigmatico “23.5” è un riferimento a un articolo di Dink pubblicato su Agos il 23 aprile 1996, in cui rifletteva sulla tensione tra due date simboliche: il 23 aprile, celebrazione della sovranità nazionale in Turchia, e il 24 aprile, data emblematica della tragedia armena del 1915, ancora oggi al centro di una profonda frattura politica e storica.

Per Dink, che sentiva di essere allo stesso tempo armeno e cittadino turco, quelle due date rappresentavano la tensione tra identità che potevano riconciliarsi in uno spazio intermedio, il 23.5, che coincide anche con la notte delle sue nozze con Rakel, tra il 23 e il 24 aprile 1977.

L’aggiunta del termine “luogo” richiama i lieux de mémoire di Pierre Nora, spazi fisici e simbolici centrali nei processi di costruzione della memoria collettiva.

Come ha spiegato Nayat Karaköse, Program Coordinator della Fondazione, “un luogo di dialogo dove le persone si incontrano, si conoscono, parlano tra loro”, pensato come un laboratorio civico in cui vengono trasmessi i valori e gli ideali di Dink.

Hrant Dink: il giornalista-mediatore del dialogo tra armeni e turchi

Nella prima sala, un intero spazio è dedicato alla figura di Hrant Dink, con fotografie, documenti personali e i primi lavori di Agos sulle confische delle proprietà delle minoranze. I video ricordano momenti cruciali, come la conferenza del 2005 che per la prima volta discusse apertamente gli eventi del 1915, nonostante forti pressioni e polemiche.

Il corridoio successivo è rivestito da “un collage di prime pagine che testimonia la pluralità dei temi affrontati”, segno di come Agos abbia contribuito a portare i diritti delle minoranze nell’agenda pubblica turca.

Dink viene ricordato come “una persona accogliente, schietta, un giornalista sul campo, sempre alla ricerca della verità”. La difesa dei diritti delle minoranze era parte di una visione più ampia: “rendere la Turchia un luogo migliore e più democratico, dove la libertà di parola prevalesse”. Con lui, Agos era un luogo di incontro e di ispirazione, soprattutto per i giovani.

Il percorso espositivo: un viaggio nella storia della Turchia contemporanea

Il percorso si sviluppa in stanze tematiche che stimolano la curiosità e invitano alla partecipazione attiva.

La sala del coro del bagno evoca la detenzione e la tortura subite da Dink dopo il colpo di Stato del 1980.
La stanza interattiva Tirttava, il “grido interiore” di Dink, raccoglie le testimonianze dei visitatori: “Perché ognuno di noi sta attraversando violazioni diverse”.

Nella stanza Agos, l’archivio del giornale convive con gli annunci di ricerca dei familiari, memoria viva di una comunità frammentata.
Lo studio di Dink è “come vedere un pezzo della sua vita”, uno spazio educativo pensato soprattutto per i giovani, per raccontare la cultura e la storia armena attraverso l’esperienza personale.

La stanza Sale e Luce, allestita da Sarkis, si fonda sull’idea di “creare tesori dai nostri dolori”, richiamando simbolicamente il kintsugi. Qui, sale e luce diventano metafore di resistenza, speranza e futuro.

La Civiltà di Atlantide racconta il dramma dei bambini armeni privati della loro identità, ponendo la domanda centrale: “chi sono questi bambini?”. Da qui nasce il lavoro di mappatura del patrimonio culturale delle minoranze non musulmane in Turchia.

La stanza dell’Inquietudine della colomba conduce al periodo più oscuro: l’accusa, la condanna e l’assassinio di Dink. L’articolo su Sabiha Gökçen segna l’inizio di una persecuzione culminata nell’uso dell’articolo 301 del Codice penale.

“L’inquietudine della colomba” diventa il suo testamento, una riflessione lucida sulla paura, sulla responsabilità e sulla fiducia nelle persone comuni. “Dink divenne oggetto di un discorso d’odio nei media, culminato nel suo assassinio”.

Giustizia incompleta

La stanza Richiesta per la Giustizia ricostruisce un iter giudiziario lungo, frammentato e ancora incompleto. Nonostante condanne e sentenze, molte organizzazioni per la libertà di stampa ritengono che i veri mandanti non siano mai stati individuati.

L’articolo 301 è ancora in vigore, lasciando ampio margine all’arbitrio giudiziario, come dimostrano casi recenti che richiamano esplicitamente quello di Dink.

Ricordare il passato per migliorare il futuro

Le targhe dell’installazione finale richiamano la necessità di normalizzare le relazioni tra Armenia e Turchia, un processo ancora fragile ma non privo di spiragli.

Nel confronto con il presente globale, Karaköse sottolinea: “Stiamo assistendo a un genocidio davanti ai nostri occhi”, ribadendo che la speranza è l’ossigeno della società civile e che “piantare semi oggi significa costruire il cambiamento nel lungo periodo”.

Uscendo da 23.5, il traffico di Istanbul riprende il suo ritmo. Il 19 gennaio 2026, Halâskârgazi si riempirà di nuovo di chi vorrà ricordare Hrant Dink e il suo messaggio: aspirare alla libertà, nonostante le paure.

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Israele, Patriarchi delle Chiese in Terra Santa contro il “sionismo” degli evangelici che minaccia le sicurezze (e le proprietà) cristiane (Il Messaggero 19.01.26)

I Patriarchi della Terra Santa – armeni, ortodossi, cattolici, copti – alcuni giorni fa hanno denunciato in blocco la crescita del cosiddetto «sionismo cristiano», una corrente che fa riferimento all’attivismo degli evangelici statunitensi e che rischia di andare a detrimento della presenza dei cristiani stessi in Israele e Palestina. Le Chiese della Terra Santa sostengono che vi sono «individui» che stanno lavorando per «fuorviare il pubblico, seminare confusione e danneggiare l’unità dei cristiani e dei fedeli». La dichiarazione denuncia anche che questi non ben precisati attivisti cristiani hanno trovato sostegno da parte di figure politiche in Israele proprio per creare danni allo status della «presenza cristiana in Terra Santa e nel più ampio Medio Oriente». Nella dichiarazione non si fanno nomi, tuttavia questa denuncia inusuale e fortissima sembra fare riferimento a quelle correnti evangeliche che si basano sulla teologia della prosperità. In ogni caso la presa di posizione giunge dopo un recente rapporto del Consiglio dei Patriarchi di Gerusalemme che hanno riscontrato continue minacce al loro patrimonio cristiano – in particolare nella città di Gerusalemme e nella Cisgiordania. A questo si aggiunge poi una complicata questione irrisolta (da parte di Israele) sulla tassazione delle proprietà che aggrava la situazione della comunità e delle chiese.

Alcune correnti cristiane interpretano i testi biblici come una profezia degli eventi futuri che riguardano lo stato ebraico, inteso come terra promessa al patriarca Abramo che si estende dal Giordano al Mediterraneo. Naturalmente i Patriarchi cattolici, copti, armeni, ortodossi, luterani sono uniti per contrastare questa visione e hanno assicurato di essere “profondamente preoccupati” che vi siano in loco persone che promuovono questi programmi, ritenendoli un’intrusione nella vita interna delle chiese locali. «Queste azioni costituiscono interferenze nella vita interna delle chiese”, ha detto la dichiarazione, accusando gli attori esterni di ignorare l’autorità e la responsabilità della storica leadership cristiana di Gerusalemme»

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Dal 18 al 25 gennaio 2026, la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: perché tutti siano una cosa sola (Sant’Egidio 19.01.26)

le preghiere e gli incontri ecumenici con i cristiani delle diverse confessioni. Gli appuntamenti con Sant’Egidio

Dal 18 al 25 gennaio 2026, la Chiesa celebra la Settimana per l’Unità dei Cristiani,
un tempo di riflessione e preghiera in unione con i cristiani di tutte le confessioni.

In questa settimana la Comunità di Sant’Egidio, ovunque nel mondo, dedica all’invocazione
per l’unità gli incontri di preghiera che vedono raccolta ogni Comunità
e promuove preghiere e incontri a carattere ecumenico.


Tutte le sere nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, Piazza di S. Maria in Trastevere, si prega in particolare per l’Unità dei cristiani

18 gennaio

Inizia la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare della Chiesa cattolica

19 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle Chiese ortodosse

20 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle antiche Chiese d’Oriente (siro ortodossa, copta, armena, etiopica, sira del Malabar) e della Chiesa assira

21 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle Chiese della Comunione anglicana

22 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle Chiese e comunità ecclesiali protestanti (luterane, riformate, metodiste, battiste, pentecostali ed evangelicali)

23 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle comunità cristiane in Africa

Roma
Venerdì 23 gennaio visita al Santuario dei nuovi martiri di San Bartolomeo all’Isola e partecipazione alla preghiera serale a Santa Maria in Trastevere di una delegazione di studenti e professori dell’Istituto Ecumenico di Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese, accompagnati da rappresentanti del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. La preghiera sarà presieduta dal vescovo Anthony James Ball direttore del Centro Anglicano a Roma e rappresentante dell’arcivescovo di Canterbury presso la Santa Sede.

24 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle comunità cristiane in Europa e nelle Americhe

Roma
Sabato 24 gennaio ore 19.15, Parrocchia S.Caterina da Siena, Via Populonia 44, preghiera presieduta da Padre Atanas Sarsyan della Chiesa Apostolica Armena

25 gennaio

Si conclude la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle comunità cristiane in Asia e Oceania

Papa all’Angelus: ‘Preghiamo per l’unità visibile tra i cristiani’ (Asianews 18.01.26)

Cità del Vaticano (AsiaNews). “Invito tutte le comunità cattoliche a rafforzare, in questi giorni, la preghiera per la piena unità visibile di tutti i cristiani”. Lo ha detto oggi Leone XIV rivolgendosi all’Angelus ai fedeli riuniti in piazza San Pietro nel giorno in cui comincia la Settimana di preghiera per l’unità tra le Chiese cristiane che si celebra ogni anno dal 18 al 25 gennaio, festa della conversione di San Paolo.

Prevost ha ricordato che già Leone XIII, il pontefice di cui ha ripreso il nome, un secolo fa incoraggiava questa firma di preghiera ecumenica. Quest’anno il tema guida è il versetto della lettera agli Efesini “Un solo corpo e un solo Spirito, come una sola è la speranza a cui siete stati chiamati” (Ef 4,4) e le meditazioni sono state curate dalla Chiesa armena apostolica.

“Questo impegno per l’unità si deve coerentemente accompagnare a quello per la giustizia e la pace nel mondo”, ha aggiunto Leone XIV che oggi ha invitato in maniera particolare a pregare per chi soffre a causa del conflitto nella Repubblica democratica del Congo.

Prima della preghiera dell’Angelus il pontefice si era soffermato sulla figura di Giovanni il Battista che il brano di Vangelo proposto dalla liturgia di oggi viene mostrato farsi da parte “con gioia e umiltà” davanti a Gesù che viene nel mondo.

Papa Leone ha sottolineato l’importanza di questo tipo di testimonianza nel contesto di oggi. “All’approvazione, al consenso, alla visibilità viene data spesso un’importanza eccessiva – ha osservato -, tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli stati d’animo delle persone, da causare sofferenze e divisioni, da produrre stili di vita e di relazione effimeri, deludenti, imprigionanti. In realtà, non abbiamo bisogno di questi ‘surrogati di felicità’”.

La nostra gioia e la nostra grandezza – al contrario – non si fondano su illusioni passeggere di successo e di fama, ma sul saperci amati e voluti dal nostro Padre che è nei cieli. È l’amore di cui ci parla Gesù: quello di un Dio che ancora oggi viene tra noi non a stupirci con effetti speciali, ma a condividere la nostra fatica e a prendere su di sé i nostri pesi, rivelandoci chi siamo realmente e quanto valiamo ai suoi occhi”.

“Non lasciamoci trovare distratti al suo passaggio – ha concluso il papa -. Non sprechiamo tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza. Impariamo da Giovanni il Battista a mantenere vigile lo spirito, amando le cose semplici e le parole sincere, vivendo con sobrietà e profondità di mente e di cuore, accontentandoci del necessario e trovando possibilmente ogni giorno un momento speciale, in cui fermarci in silenzio a pregare, riflettere, ascoltare, insomma a “fare deserto”, per incontrare il Signore e stare con Lui”.

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Leone XIV: rafforziamo la preghiera per la piena unità visibile dei cristiani

A Betlemme i festeggiamenti del Natale armeno (La Presse 18.01.26)

A centinaia si sono radunati nella piazza della Mangiatoia a Betlemme per salutare il patriarca armeno Sevan Gharibian, arrivato da Gerusalemme per celebrare la messa di mezzanotte di Natale. È stato accolto da una colorata processione di bande musicali che hanno sfilato nella piazza, situata all’esterno della Basilica della Natività. Gli armeni in Terra Santa celebrano il Natale il 19 gennaio perché utilizzano il calendario giuliano per determinare le date delle festività religiose.

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Il primo summit delle Chiese cristiane. «Un patto per la pace e il bene dell’Italia» (Avvenire 18.01.26)

Un patto fra le Chiese cristiane in Italia nel nome di un rinnovato annuncio del Vangelo, di una più incisiva presenza ecclesiale, di una sana laicità nella Penisola che non emargini la fede, di una maggiore vicinanza alla gente, di un’azione condivisa che alimenti la coesione sociale, di un impegno concreto per il bene comune e per la pace. Le comunità cristiane si alleano a servizio del Paese «mostrando che in un tempo segnato dalla conflittualità i cristiani vogliono dare un contributo significativo senza mettere da parte la propria identità e intendono testimoniare che le differenze non sono un ostacolo ma un patrimonio da valorizzare in una società che ha bisogno di comunione e speranza», spiega il vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo. Il patto sarà firmato a Bari nel primo Simposio nazionale delle Chiese cristiane in Italia che si terrà venerdì 23 gennaio e sabato 24 gennaio. Due giornate senza precedenti, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che terminerà domenica 25 gennaio. A sottoscrivere il documento d’intenti saranno i rappresentanti delle diverse confessioni presenti nel Paese: cattolica, anglicana, evangeliche, ortodosse, protestanti. Venti le denominazioni che arriveranno in Puglia, fra cui anche una delegazione della Chiesa ortodossa russa, “grande” assente all’incontro di Nicea con il Papa per i 1.700 anni del primo Concilio lo scorso novembre in Turchia. Cento i delegati provenienti da nord a sud del Paese che si ritroveranno nella città “ecumenica” che unisce Oriente e Occidente. A cominciare da quelli che daranno voce alla Chiesa cattolica, grazie alla Conferenza episcopale italiana che ha accolto i tre anni di incontri del Tavolo delle Chiese cristiane istituito presso la segreteria generale della Cei. La delegazione cattolica sarà guidata dal presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi. L’appuntamento di Bari racconterà che una “Via italiana del dialogo” – titolo dell’evento – è possibile, anzi può essere di esempio in un contesto ecclesiale internazionale e in uno scenario politico mondiale che vanno nella direzione della polarizzazione e fanno prevalere i muri ai ponti. «Non è un caso – sottolinea il vescovo Olivero – che il patto si apra evidenziando che le Chiese si impegnano a camminare insieme qualunque cosa possa accadere in Italia o nel mondo e qualunque siano le pressioni interne o esterne. Perché c’è sempre il rischio di perdersi. Invece, desideriamo rimarcare la ferma e seria volontà di essere gli uni acconto agli altri».
Eccellenza, perché questo primo Simposio in cui la preghiera si alternerà al dialogo?
«Non si tratta di un convegno di studio o di approfondimento, ma di un incontro di azione, lo definirei. Perché sarà un’occasione di impegno comune, individuando gli itinerari che nel prossimo biennio le confessioni cristiane intendono percorrere sia al loro interno sia nelle relazioni reciproche sui territori».
E perché la firma di un patto?
«Il Patto sarà il fulcro dell’appuntamento. E ruoterà intorno ad alcune direttrici. La prima è quella che chiama le Chiese a lavorare insieme per intercettare la sete di trascendenza che continua a esserci anche in un ambiente secolarizzato come il nostro. Le indagini sociologiche riportano che nel Paese è in aumento il numero di quanti sono in ricerca spirituale. Tuttavia gran parte di loro non si rivolge alle Chiese ufficiali. Dunque è una sfida intercettare questa spinta. Altro snodo è la necessità di affrontare alcuni aspetti ancora problematici delle nostre differenze che possono essere all’origine di tensioni o sofferenze: penso all’ospitalità eucaristica o alla religione cattolica a scuola».
Quali le ulteriori dimensioni che entreranno nel patto?
«Come Chiese siamo tenute a essere fonte di coesione sociale. Troppe volte, anche nelle nostre realtà, le religioni sono percepite come elemento di divisione o addirittura causa di guerre. Non solo. C’è chi le ritiene fattore di terrorismo o perlomeno volano dei nazionalismi. In Italia vogliamo dimostrare che le comunità cristiane sono capaci di unirsi e quindi di essere un propulsore per unire la società, per disinnescare i conflitti, per promuovere l’accoglienza. Altra scommessa è quella di offrire un nuovo modo di vedere la laicità. Anche nel panorama italiano la laicità viene interpretata spesso alla stregua della laicité francese: lo spazio pubblico deve essere neutro, ossia senza che le religioni non possano entrarci o dare un loro contributo. Invece è opportuno che le fedi abbiano piena cittadinanza e siano una presenza vigile e generativa».
Poi c’è il grido di pace come terreno d’incontro.
«Sicuramente. C’è una riconciliazione che attende il mondo mentre sta dilagando il fervore bellico. Serve agire insieme per difendere la pace e per costruirla. Del resto, il Vangelo di Cristo è annuncio di speranza per tutti ed è messaggio di fraternità universale che travalica i confini delle nostre comunità e nazioni».
Il percorso che porta a Bari è iniziato tre anni fa.
«Sì, con la convocazione dei leader delle Chiese che sono in Italia. È stata un’occasione per crescere nella conoscenza reciproca, ma soprattutto per creare un clima di fiducia che permettesse di osare di più e di fare squadra. In questi tre anni è stato utilizzato lo stile della conversazione spirituale su tematiche che adesso sono parte del patto: in particolare, come dire insieme l’esperienza cristiana nella società attuale e come essere Chiese in Italia nello spazio pubblico».
Nell’intervento al corpo diplomatico, Leone XIV ha denunciato che si riduce la libertà di espressione per quanti non si adeguano alle ideologie dominanti e che non va trascurata una sottile forma di discriminazione nei confronti dei cristiani. Rischi anche per l’Italia?
«Nella Penisola si sta affermando una tendenza secondo cui la religione va racchiusa nella riserva indiana di un approccio intimistico e non può influire su questioni civili che possono essere, ad esempio, la pace, la tutela dei più fragili, la povertà, la salvaguardia del creato. Tutto ciò priva la società di un apporto essenziale».
Perché l’evento a Bari?
«Bari è la città del dialogo ed è stata scelta concordemente da tutte le Chiese. Inoltre, è cara al mondo orientale. E oggi l’Oriente è sempre più fra le nostre case, come conferma la crescita dei fedeli ortodossi in Italia, seconda realtà cristiana nella Penisola dopo quella cattolica».
C’è chi sostiene che il cammino ecumenico abbia avuto una battuta di arresto con la guerra in Ucraina per la “benedizione” dell’invasione russa da parte del patriarcato di Mosca.
«A livello mondiale si sono registrate profonde fratture, partendo dal mondo ortodosso. Ma a noi sta a cuore ribadire che c’è una via italiana dell’ecumenismo capace di andare oltre certi dissidi. Il nostro patto indica la volontà di mantenere sempre aperta la porta del dialogo e di assumerci la responsabilità che non si facciano passi indietro».
“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” è il filo conduttore della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026 che inizia domenica 18 gennaio.
«Il tema è richiamo a non essere comunità autoreferenziali. Ed è invito a comprendere che l’ecumenismo non è un’operazione di ingegneria ecclesiale ma un cammino di fede in cui ciascuno di noi è fratello in Cristo».
Dopo Nicea, papa Leone ha dato appuntamento alle Chiese cristiane a Gerusalemme per il 2033, durante il Giubileo della redenzione.
«Spesso valutiamo la crisi del cristianesimo in Occidente come crisi di quantità, ossia come assottigliamento dei numeri. Invece, è una crisi di qualità: serve, cioè, comprendere quanto siamo all’altezza di annunciare la novità disarmante del Vangelo. Ecco perché il 2033 ci deve già interrogare e stimolare».

Al via la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati”: è il versetto della Lettera di san Paolo agli Efesini a fare da filo conduttore alla Settimana di preghiera dell’unità dei cristiani 2026 che comincia domenica 18 gennaio. Sette giorni di dialogo ecumenico, compresi tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo. Proprio domenica 25 gennaio, solennità della conversione di san Paolo, Leone XIV concluderà la Settimana con la celebrazione dei Vespri nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma alle 17.30. Quest’anno le riflessioni sono state preparate dalla Chiesa apostolica armena di tradizione ortodossa, con i “fratelli” delle Chiese armene cattoliche ed evangeliche. Riconosciuta come una delle più antiche comunità cristiane al mondo, la Chiesa apostolica armena è stata fondamentale nella turbolenta storia dell’Armenia fornendo continuità e stabilità durante le persecuzioni, le migrazioni forzate e il genocidio del 1915. Dopo la fine dell’Urss nel 1991, l’Armenia ha vissuto una rinascita religiosa: così la “sua” Chiesa ha recuperato un ruolo centrale nella società e oggi vanta una fiorente tradizione di ecumenismo. Nella Penisola la presentazione al testo italiano è curata dal Consiglio delle Chiese cristiane di Trento, la «città di quel Concilio che nel XVI secolo ha vissuto la rottura tra la Chiesa cattolica e le Chiese nate dalla Riforma, ma che in tempi recenti ha fatto del cammino ecumenico un suo impegno costante», si legge. Nel sussidio si sottolinea che la diversità «non è un ostacolo ma una ricchezza», che le sfide di oggi «mettono alla prova la capacità di unirsi delle Chiese», che «l’educazione alla fede è cruciale per promuovere l’unità», che va puntato sulla «testimonianza comune».

Le due giornate delle Chiese cristiane in Italia a Bari: ecco il programma

È la prima volta che si incontrano i delegati delle comunità cristiane in Italia. Cento in tutto, che saranno protagonisti del Simposio senza precedenti che riunirà a Bari le Chiese della Penisola. L’appuntamento che vuole scrivere insieme la “via italiana del dialogo” ecumenico prevede sessioni aperte a tutti. Venerdì 23 gennaio, alle 18, nella chiesa di Maria Assunta e San Sabino si svolgerà l’apertura dell’evento con i saluti istituzionali e l’introduzione. Alle 21, nella Basilica di San Nicola, un concerto-meditazione a cura della fondazione “Frammenti di luce”. Sabato 24 gennaio, dalle 8.15 alle 8.45, ciascuna confessione pregherà secondo la propria tradizione in un luogo significativo della città (il Centro pastorale ortodosso romeno Santissima Trinità; la Chiesa cristiana evangelica battista; la parrocchia di San Ferdinando). Alle 17, nella Cattedrale, è prevista la conclusione del Simposio e alle 18.30 nella Basilica di San Nicola è in programma la celebrazione ecumenica nazionale della Parola. La delegazione cattolica sarà guidata dal presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi.
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Dall’Armenia, antica terra di fede, l’invito a pregare per l’unità dei cristiani nel mondo (Cath 17.01.26)

«Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati» (Efesini 4, 4) è il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026, che si celebra come ogni anno, in buona parte nel mondo, dal 18 al 25 gennaio. Lo hanno scelto le Chiese dell’Armenia, su mandato della Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese e del Dicastero vaticano per la promozione dell’unità dei cristiani, che la promuovono congiuntamente dal 1968.

L’occasione è dunque propizia per parlare dell’Armenia (indipendente dall’ex-Unione Sovietica dal 1991), che fu la prima nazione al mondo ad adottare il cristianesimo come religione di Stato, precisamente nel 301. Di tale primogenitura il popolo armeno va tuttora fiero, ma poche tracce di quel periodo sono sopravvissute alle distruzioni e alle guerre che periodicamente hanno afflitto un Paese che conta circa 3 milioni di abitanti, mentre si stima che siano circa 8 milioni gli armeni che vivono in diaspora. Di tutte le persecuzioni, la più feroce è stata il genocidio perpetrato dalla Turchia a partire dal 1915, costato tra 800 mila e un milione e mezzo di morti, a seconda delle fonti.

Il conflitto con l’Azerbaigian e il confronto con il governo

Molto più vicino a noi, devastante è stato il conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaigian (1988-2025), con l’assalto di quest’ultimo all’enclave armena del Nagorno-Karabakh, che ha costretto alla fuga oltre 120 mila armeni. Con la sconfitta dell’Armenia nella seconda guerra in quella zona, nel 2020, iniziarono a deteriorarsi le relazioni tra il governo (segnatamente il primo ministro Nikol Pashinyan) e la Chiesa apostolica, che si sono poi inasprite negli ultimi mesi.

Diversi vescovi (pare la metà del totale) e preti sono stati arrestati e incarcerati e secondo Christian Solidarity Worldwide, organizzazione internazionale che si occupa delle persecuzioni dei cristiani nel mondo, il governo sta cercando di prendere il controllo della Chiesa, preconizzando la sostituzione del suo leader, il catholicos Karekin II, con un comitato gestito dallo Stato.

La Chiesa apostolica armena: alcuni dati

La Chiesa apostolica armena fa parte delle antiche Chiese orientali, dette pre-calcedonesi. È guidata dal 1999 dal catholicos (cioè il patriarca), come detto Karekin II, la cui sede è a Echmiadzin. Un secondo catholicos, Aram I di Cilicia, risiede ad Antelias, in Libano. Ad essi si aggiungono altre due entità ecclesiastico-giuridiche, il patriarcato armeno di Gerusalemme e quello di Costantinopoli, senza dimenticare una forte presenza della Chiesa armena nella diaspora, in particolare in Iran, negli Stati Uniti, in Canada, in Siria, in Russia e nell’Europa occidentale.

In Armenia, la Chiesa apostolica comprende oltre il 90 per cento della popolazione. Il resto dei cristiani si suddivide in minoranze protestanti, cattoliche (sia latini sia armeno-cattolici) e di altre denominazioni ortodosse orientali. La Chiesa apostolica – si legge nel sussidio preparato per la Settimana di preghiera – si impegna a costruire relazioni con le altre comunità cristiane e con altre religioni, segnatamente con l’islam.

Celebrazione a Lugano il 25 gennaio con mons. De Raemy

Anche nella Svizzera italiana sono numerose le celebrazioni ecumeniche che si terranno in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (vedi box). Quella cantonale, organizzata dalla Comunità di lavoro delle Chiese cristiane, avrà luogo domenica 25 gennaio alle ore 16 nella chiesa evangelica di viale Carlo Cattaneo 2 a Lugano. Predicherà il vescovo Alain de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano.

Le altre celebrazioni in Ticino

  • Sabato 17 gennaio: ore 17.30, chiesa parrocchiale di Chiasso;
  • Domenica 18 gennaio: ore 18, chiesa nuova di Locarno (via Cittadella 17);
  • Lunedì 19 gennaio: ore 18, chiesa evangelica riformata di Ascona;
  • Martedì 20 gennaio: ore 18, collegiata di S. Vittore, Muralto;
  • Mercoledì 21 gennaio: ore 18, chiesa di S. Cristoforo, Caslano; ore 18, chiesa di S. Lorenzo, Losone;
  • Giovedì 22 gennaio: ore 17, chiesa parrocchiale di Quartino; ore 18, chiesa SS. Luca e Abbondio, Avegno;
  • Venerdì 23 gennaio: ore 18, chiesa di S. Caterina a Locarno (via delle Monache 2);
  • Sabato 24 gennaio: ore 17.30, chiesa prepositurale di Tesserete.

Per chi volesse «sconfinare», segnaliamo anche l’ormai tradizionale celebrazione ecumenica per l’unità dei cristiani che si terrà giovedì 29 gennaio alle ore 20.30 nel santuario della Caravina a Cressogno (Valsolda).

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