Abbiamo chiuso reciprocamente la pagina dell’inimicizia: il presidente dell’Assemblea armena sulle relazioni Armenia-Turchia (Notizie da est 17.01.26)

«Esprimo la mia gratitudine al ministro degli Esteri turco e a tutti i nostri partner regionali che supportano la posizione della maggioranza della società armena, chiedendo pace, commercio e lo sviluppo di questo scambio all’interno del quadro del TRIPP [progetto di transito armeno-americano],» ha dichiarato Alen Simonyan, presidente dell’Assemblea Nazionale dell’Armenia, durante un briefing.

Il giorno prima, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha parlato della volontà politica della leadership dell’Armenia, dell’Azerbaigian e della Turchia di risolvere le questioni regionali. Ha anche menzionato le prossime elezioni parlamentari in Armenia.

«Le elezioni parlamentari si svolgeranno in Armenia all’inizio di giugno. Questo sarà un passaggio importante. Attualmente vediamo che, secondo i sondaggi, il signor Pashinyan è in testa. Sosteniamo sinceramente il suo ruolo costruttivo nell’affrontare le questioni regionali. È essenziale che questa linea politica e questa volontà continuino,» ha detto Fidan.

Il presidente dell’Assemblea armena ha sottolineato che i commenti di Fidan non dovrebbero essere visti come un “tentativo di interferenze esterne” negli affari dell’Armenia, come hanno suggerito alcuni media locali ed esperti. Ha accolto con favore la dichiarazione di Fidan.

«La pace nella regione è diventata una realtà. Abbiamo chiuso reciprocamente la pagina dell’inimicizia, e dobbiamo rafforzare questa pace», ha detto Simonyan.

Durante il briefing, Alen Simonyan ha anche affrontato le prossime elezioni estive, la “Trump Route” e la narrativa riguardante la “Azerbaigian Occidentale”.

Punti chiave del briefing del presidente dell’Assemblea armena di seguito.

  • È possibile normalizzare le relazioni Armenia-Turchia senza Baku?
  • Pashinyan dice che la normalizzazione dell’Armenia con la Turchia si avvicina
  • Ararat da rimuovere dai timbri di frontiera dell’Armenia – inchinarsi di fronte alla Turchia?

«Otterremo una maggioranza alle prossime elezioni»

Il presidente dell’Assemblea Nazionale ha confermato che il partito al potere Civil Contract ha approvato la sua lista di candidati per le prossime elezioni. Ha osservato che la selezione dei candidati è stata un processo impegnativo, con ogni sessione che durava dalle sei alle otto ore.

La lista finale comprende sia figure note che nuovi entrati.

«Quasi 400 persone hanno chiesto di essere inserite nella lista del partito Civil Contract. Questo dimostra che la gente comprende che il partito otterrà una maggioranza nelle prossime elezioni. Non c’è alcuna necessità di elargire bonus a chiunque per questo,

ha detto, rispondendo alle accuse secondo cui i bonus pre-Natalizi per i parlamentari e i membri del governo sarebbero una forma di “manovra preelettorale”.

Bonus pre-Natale per i 107 parlamentari armeni — quasi 5.000 dollari ciascuno

I dipendenti pubblici in Armenia ricevono tradizionalmente una cosiddetta tredicesima prima del Capodanno. I bonus pagati ai parlamentari hanno suscitato una fortissima reazione pubblica perché ammontavano a tre volte il loro stipendio mensile regolare.

 

 

“Gli Stati Uniti garantiranno la sicurezza per 49 anni” — sul progetto TRIPP

Parlando del progetto “Trump Route” (TRIPP), il presidente Alen Simonyan ha sottolineato che l’accordo è stato firmato per almeno 49 anni. Ciò significa che “per almeno 49 anni, gli Stati Uniti, in una certa misura, aiuteranno a garantire la sicurezza dei confini e del territorio dell’Armenia.”

TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity) è una strada che collegherà l’Azerbaigian con l’enclave di Nakhchivan attraverso il territorio armeno.

Per diversi anni, Erevan e Baku non sono riusciti a raggiungere un accordo su questa questione. L’Azerbaigian ha chiesto la fornitura di una strada che chiamava “corridoio di Zangezur.” Le autorità armene hanno risposto che erano pronte ad sboccare tutte le strade ma non hanno accettato il termine “corridoio”, che implica perdita di controllo e diritti sovrani sul territorio.

Solo l’8 agosto, a Washington, le parti hanno convenuto che la strada rimarrebbe sotto il controllo sovrano dell’Armenia, con gli Stati Uniti che agiscono come partner commerciali nel processo di sblocco. Il progetto è stato successivamente denominato la “Trump Route” dopo il mediatore.

«TRIPP è un sistema di sicurezza non solo perché stiamo iniziando a commerciare [con l’Azerbaigian], il che rafforza la pace. Gli Stati Uniti hanno i propri interessi qui. Oltre ad altri partner — europei e russi, che hanno interessi economici qui — anche gli Stati Uniti hanno una partecipazione», ha spiegato Simonyan.

Il presidente ha ricordato che l’Armenia aveva in passato seguito un approccio diverso:

«Eravamo amici con un solo centro. E quel centro, quando gli conveniva, o quando avevano altre priorità, ci utilizzava come pedina di scambio.»

Ora, ha detto, l’Armenia sta perseguendo una politica diversa, costruendo relazioni con i vicini più prossimi e stabilendo alleanze con vari paesi, inclusi i membri dell’Unione Europea.

Interesse degli Stati Uniti nel progetto TRIPP: arriva al 74%, dicono Yerevan e Washington

L’Armenia concederà all’azienda che realizzerà il progetto diritti di costruzione per 49 anni. Se il termine viene esteso, la partecipazione dell’Armenia salirà dal 26% al 49% nei successivi 50 anni. Dettagli dal ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan

 

Mirzoyan sulla realizzazione di TRIPP

 

«Non notate i cambiamenti?» – sulla narrativa della ‘Azerbaigian Occidentale’

I giornalisti hanno espresso preoccupazione per il fatto che le autorità armene continuino a parlare di pace stabilita nella regione, mentre il presidente dell’Azerbaigian finanzia personalmente la promozione della narrativa della “Azerbaigian Occidentale.”

Baku ha iniziato attivamente a promuovere la narrativa della “Azerbaigian Occidentale” nel dicembre 2022, che si riferisce effettivamente all’intero territorio sovrano dell’Armenia. Le autorità armene, incluso il primo ministro Nikol Pashinyan, hanno ripetutamente affermato che non può esserci una “Azerbaigian Occidentale” sul territorio armenio. Secondo lui, il termine può applicarsi solo alla parte occidentale dell’Azerbaigian stesso.

Il presidente dell’Assemblea ha risposto che è ingenuo supporre che qualsiasi narrativa politica in Azerbaigian possa esistere senza la conoscenza del capo dello Stato. Ha aggiunto, tuttavia, che non dispone di informazioni sul finanziamento.

Per quanto riguarda la diffusione della narrativa della “Azerbaigian Occidentale” e le pretese sul ritorno degli azero alla “patria dei loro antenati,” Simonyan ha affermato che la leadership armena è consapevole di queste dichiarazioni e sta dialogando con la controparte azera:

«Queste dichiarazioni stanno cambiando. Confronta le dichiarazioni del loro presidente, del suo assistente e del ministro degli esteri di 3–4 anni fa con quelle di oggi. Non noti i cambiamenti?

Il presidente dell’Assemblea ha riconosciuto che restano problemi, ma ha sottolineato che la pace è stata stabilita e deve essere preservata:

«Naturalmente, l’Azerbaigian compie certi passi negativi, e glielo facciamo presente».

‘Primo accordo economico dall’indipendenza’: petrolio azero arriva in Armenia

Ventidue carri di petrolio sono arrivati in Armenia dall’Azerbaigian via ferrovia attraverso la Georgia. Commenti economisti e reazioni degli utenti dei social media armeni.

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Nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani si prega con testi armeni (Korazym 17.01.26)

Da domenica 18 a domenica 25 gennaio, tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo, nell’emisfero nord si celebra la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, iniziativa ecumenica in cui i cristiani di tutto il mondo, appartenenti a diverse tradizioni e confessioni, si riuniscono spiritualmente in preghiera per l’unità della Chiesa.

‘Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati’, frase tratta dalla Lettera agli Efesini, è il tema proposto per quest’anno. San Paolo ricorda che si è tutti chiamati a vivere in comunione e che, attraverso il dialogo, la collaborazione e la testimonianza comune, si può costruire una Chiesa unita e forte, in grado di affrontare le sfide di questo tempo per realizzare, così, la visione di Cristo per la sua Chiesa: un corpo unito, che riflette la sua gloria e il suo amore nel mondo e si impegna per la pace, la giustizia, la dignità umana e il diritto alla patria.

Il sussidio per la Settimana di quest’anno è stato elaborato dalla Commissione internazionale nominata dal Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani (DPUC) e dalla Commissione Fede e costituzione (F&C) del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) riunitasi dal 13 al 18 ottobre 2024 presso la Santa Sede di Etchmiadzin, in Armenia. Durante l’incontro, presieduto dal reverendo dott. Mikie Roberts del CEC e dal reverendo p. Martin Browne del DPUC, i rappresentanti del Gruppo locale armeno hanno collaborato con la Commissione internazionale.

La Chiesa apostolica armena fa parte della tradizione ortodossa orientale ed è costellata dalla presenza di numerosi martiri. I suoi rituali, in ambito teologico e liturgico, influenzati da antiche usanze cristiane e da influssi culturali armeni, riflettono un’intensa spiritualità. Vanta una fiorente tradizione di ecumenismo e si impegna a costruire relazioni con altre comunità cristiane. Negli ultimi decenni ha avviato il dialogo con varie denominazioni, tra cui le Chiese cattoliche, ortodosse e protestanti, cercando con tutte un terreno comune e preservando al contempo il proprio patrimonio unico. La partecipazione al Consiglio ecumenico delle chiese e le sue relazioni con il Vaticano e altri organismi ecumenici mostrano il suo impegno per l’unità dei cristiani e per il progresso nella comprensione reciproca.

L’unità delle chiese cristiane è una chiamata fondamentale che richiede un impegno collettivo. Superare le divisioni storiche, affrontare le sfide contemporanee e lavorare insieme per il bene comune sono passi essenziali per realizzare questa unità.

Nelle note introduttive del testo si specifica in cosa consiste l’unità per la Chiesa armena: “La Chiesa apostolica armena, attraverso le sue pratiche ed i suoi insegnamenti, propone una profonda riflessione sull’essenza dell’unità all’interno del Corpo di Cristo, intesa non solo come semplice concetto, ma come realtà viva e pulsante. Recitando il Credo, i fedeli dichiarano di credere in ‘una Chiesa santa, cattolica e apostolica’, professando così la centralità di questa unità nella loro vita spirituale.

Questo impegno all’unità trova la sua massima espressione nelle sinassi eucaristiche della Chiesa, dove le preghiere della comunità non hanno come unici destinatari i cristiani di tutto il mondo e i loro leader spirituali, ma anche l’unità della Chiesa stessa. Ogni domenica, durante la liturgia, i fedeli si abbracciano l’un l’altro e cantano: ‘La Chiesa è diventata una’, manifestazione tangibile della loro fede collettiva e dello scopo condiviso che li unisce.

La lunga storia della Chiesa armena e dei suoi leader, costellata dalla presenza di numerosi martiri, è una chiara testimonianza dell’impegno incrollabile degli Armeni e della loro capacità di preservare la fede cristiana nella terra d’Armenia e nella regione circostante. L’unità all’interno della Chiesa dovrebbe trascendere l’affermazione dottrinale; infatti, si tratta di un’esperienza vissuta che approfondisce l’identità spirituale dei fedeli e rafforza la loro testimonianza collettiva. Abbracciando e vivendo questa unità, la Chiesa apostolica armena non solo onora le sue sacre tradizioni, ma contribuisce anche in modo significativo alla maggiore unità della Chiesa di Cristo. Questa riflessione ci invita a riconoscere e abbracciare il potere trasformativo dell’unità, sia all’interno delle nostre comunità di fede sia nella Chiesa più ampia”.

Le origini della Chiesa apostolica armena sono profondamente radicate negli insegnamenti degli apostoli Taddeo e Bartolomeo, che evangelizzarono l’Armenia già nel I secolo d.C., tuttavia, fu sotto la guida di san Gregorio l’Illuminatore, il primo Catholicòs (Patriarca) ufficiale dell’Armenia, che il cristianesimo iniziò a fiorire. Nel 301 d.C., sotto il re Tiridate III, l’Armenia fu la prima nazione ad adottare il cristianesimo come religione di Stato, un evento che ne contraddistinse il carattere di pioniere della fede molto prima che l’Impero romano aderisse al cristianesimo.

La Santa Sede di Etchmiadzin, situata vicino a Yerevan, è il centro spirituale e amministrativo della Chiesa apostolica armena. La Sacra Tradizione narra che in questo luogo san Gregorio ricevette una visione divina di Cristo che scendeva dal cielo e colpiva il suolo con un martello d’oro, indicando questo sito come sede ideale per la prima cattedrale armena. Questa visione portò alla costruzione della cattedrale di Etchmiadzin, una delle chiese più antiche del mondo, simbolo del legame duraturo tra la Chiesa armena e i suoi fedeli.

Durante i secoli, la Santa Madre Sede ha continuato ad essere centro di spiritualità ed autorità ecclesiastica, offrendo guida ai fedeli e tutelando il patrimonio cristiano armeno. La Chiesa apostolica armena fa parte della tradizione ortodossa orientale, caratterizzata da specifiche pratiche teologiche e liturgiche. I suoi rituali, influenzati sia da antiche usanze cristiane sia da influssi culturali armeni, riflettono una profonda riverenza ed una intensa spiritualità.

La Divina Liturgia, insieme ai sacramenti della Chiesa, che sono celebrati in armeno classico, comprendono canti secolari, uso di incenso e paramenti ornamentali, che insieme creano un’atmosfera che avvicina i fedeli alla Chiesa degli albori. La Chiesa apostolica armena, in conformità con gli insegnamenti dei primi tre Concili ecumenici, sostiene la dottrina apostolica della Santa Trinità e la pienezza della divinità e dell’umanità di Cristo, in linea con l’unanime comunione ortodossa orientale. La Chiesa afferma che Cristo ha sofferto, è stato crocifisso, è risorto il terzo giorno, è asceso al cielo e attende di tornare nella gloria per giudicare i vivi e i morti. Questa interpretazione cristologica è fonte di profonda ispirazione per il pensiero teologico della Chiesa e, nel corso della storia, ne ha influenzato le relazioni ecumeniche.

Attraverso il sacramento del battesimo, gli Armeni rinascono in Cristo e partecipano alla vita divina attraverso il sacramento della Santa Comunione e la celebrazione dell’Eucaristia. La Chiesa crede che lo Spirito Santo, che ha ispirato i profeti e gli apostoli, continua a ispirare i fedeli e a guidare la Chiesa, che è una, santa, cattolica e apostolica. La Chiesa amministra un unico battesimo e proclama la risurrezione dei morti, il giudizio eterno e la promessa di vita eterna nel Regno dei Cieli.

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Leone XIV: rafforziamo la preghiera per la piena unità visibile dei cristiani

La “pace” azero-turca per l’Armenia (Korazym 17.01.26)

Korazym.org/Blog dell’Editore, 17.01.2026 – Vik van Brantegem] – Si parla di “pace” tra Armenia e Azerbaigian ma la realtà è diversa.

Il Presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, non ha smesso di considerare il territorio dell’Armenia come il cosiddetto “Azerbaigian occidentale”.

Aliyev chiede il “ritorno” degli Azeri in Armenia.

L’Azerbaigian chiede di modificare la Costituzione dell’Armenia.

Parte del territorio dell’Armenia continua ad essere occupato dall’Azerbaigian.

Aliyev continua a parlare del cosiddetto “Corridoio di Zangezur” (strada extraterritoriale azera che taglia l’Armenia in due) e non del TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity: destinato a stabilire una connettività di transito multimodale senza ostacoli sul territorio dell’Armenia, contribuendo alla pace, alla stabilità e all’integrazione regionale sulla base del rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e della giurisdizione degli stati).

 

Il patrimonio armeno millenario nell’Artsakh viene cancellato dai vandali Azeri.

Anche nel 2026, i 120.000 sfollati forzati Armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh), privati della loro patria, certamente non potranno fare ritorno a casa. Forse ciò non avverrà mai a meno che, caduto il dittatore azero, un nuovo Azerbaigian democratico volti pagina e seppellisca una volta per tutte la retorica di guerra.

Il 2026 potrebbe forse portare a nuovi passi verso la normalizzazione delle relazioni di Armenia con Turchia e lo stesso Azerbaigian. Ma la parola “pace” è stata abusata fin troppo, soprattutto da media e politici che non si rendono ben conto della situazione nel Caucaso meridionale.

Ci sarà “pace”, non quando verrà firmato un trattato vero e proprio, ma solo quando saranno rilasciati i prigionieri di guerra armeni, i soldati azeri si ritireranno dal territorio dell’Armenia, i monumenti dell’Artsakh saranno preservati e non oggetto di vandalismi o demolizioni da parte degli occupanti azeri.

Ci sarà “pace”, quando a Baku smetteranno di parlare di “Azerbajgian occidentale”, quando impareranno a usare una narrazione non di minaccia e di aggressione, quando nelle scuole elementari dell’Azerbaigian non si insegnerà più a odiare l’Armeno e non si bruceranno più le sue bandiere.

 

Il 14 gennaio 2026, l’Azerbaigian ha rilasciato e rimpatriato quattro prigionieri Armeni detenuti a Baku.

Almeno 19 Armeni continuano a essere prigionieri in Azerbaigian, dove sono sottoposti a torture e maltrattamenti, privati dei loro diritti fondamentali e oggetto di processi farsa basati esclusivamente sulla loro identità armena.

L’Azerbaigian continua a praticare la cosiddetta “diplomazia degli ostaggi” allo scopo di estorcere concessioni politiche all’Armenia.

Non si può consentire all’Azerbaigian di avere una copertura o l’impunità per il continuo detenzione illegale e gli abusi sui prigionieri Armeni. L’ANCA (Armenian National Committee of America – la più grande e influente organizzazione di base armeno-americana negli Stati Uniti – chiede al governo Trump di intensificare gli sforzi per garantire l’immediata e incondizionata liberazione di tutti i prigionieri Armeni rimanenti e si rivolge al Congresso degli Stati Uniti chiedendo l’adozione della Legge sul partenariato strategico con l’Armenia (ARMENIA Security Partnership Act, H.R.6840) e della Legge sulla revisione delle sanzioni contro l’Azerbaigian (Azerbaijan Sanctions Review Act, H.R.5369), al fine di ritenere l’Azerbaigian responsabile per i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani.

“È necessario lavorare ogni giorno e lottare incessantemente per il ritorno di altri prigionieri di guerra armeni, detenuti in Azerbaijan”, ha scritto l’Ombudsman dell’Artsakh, Gegam Stepanian, in relazione al trasferimento in Armenia dei 4 prigionieri Armeni detenuti dall’Azerbaigian.

Attualmente nelle prigioni azere si trovano otto ex funzionari dell’Artsakh: gli ex Presidenti Arkady Ghukasyan, Bako Sahakyan, Arayik Harutyunyan, il Portavoce del Parlamento David Ishkhanyan, l’ex Ministro di Stato Ruben Vardanyan, l’ex Comandante dell’Esercito di Difesa Levon Mnatsakanyan, l’ex Vice Comandante dell’Esercito di Difesa David Manukyan e l’ex Ministro degli Esteri David Babayan.

Secondo la parte azera, fino al 14 gennaio 2026 erano detenuti in Azerbaijan un totale di 23 Armeni, 16 dei quali sono stati catturati dopo l’attacco militare dell’Azerbaigian all’Artsakh il 19 settembre 2023. Per 7 di loro sono state emesse “sentenze”. Attualmente su 16 persone si stanno svolgendo i cosiddetti “processi”.

I difensori dei diritti umani armeni hanno dichiarato che in realtà nelle prigioni azeri potrebbero esserci molti più armeni.

La speranza è che Aliyev, tronfio per le sconfitte inflitte al nemico armeno, sia indotto a rilasciare se non tutti almeno una buona parte dei prigionieri Armeni in Azerbaigian. Contiamo (non molto) sulla pressione internazionale (comunque molto fiacca) e su qualche iniziativa del governo armeno (che apparentemente non si scompone più di tanto).

 

Questa nella prima foto era la via Tumanyan a Stepanakert, capitale dell’Artsakh ora occupato. La maggior parte delle case furono costruite nel XIX secolo, e ospitavano la quinta e sesta generazione di Armeni di Artsakh. Alcune di queste case furono costruite dagli Armeni di Shushi, quando, dopo i pogrom del 1920, il governo dell’Azerbaigian sovietico proibì agli Armeni di tornare a Shushi. Allora essi smontarono le loro case pezzo per pezzo, le portarono a Stepanakert e le ricostruirono da zero. Ora la strada è stata demolita dagli occupanti Azeri.

Ecco (seconda foto) come appare oggi via Tumanyan. Tutte le case con l’autentica architettura armena sono state distrutte in due anni e al loro posto è stato costruito questo Parco della Vittoria di Aliyev. Il 24 dicembre 2025, nel giorno del compleanno del dittatore e alla sua presenza, è stato inaugurato. L’elemento centrale del complesso è un’arca alta 44 metri, oltre a una scala di 44 gradini, a simboleggiare l’aggressione del 2020 contro l’Artsakh, condotta con il sostegno attivo della Turchia e l’utilizzo di mercenari.

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Cronaca di Lucca Lucca: il Giorno della Memoria, dal genocidio armeno alla Shoah (Luccatimes 17.01.2026)

Dal al genocidio armeno alla Shoah e al Ruanda a Palazzo Ducale a Lucca: una mostra e incontri per non dimenticare.

I genocidi che hanno caratterizzato il XX Secolo sono al centro delle iniziative organizzate dalla Provincia di Lucca, attraverso la Scuola per la Pace e con la collaborazione dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Lucca.

L’evento principale di queste iniziative, infatti, è la mostra «Genocidi del XX Secolo», curata dal Mémorial de la Shoah di Parigi, realizzata con il sostegno dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna che sarà inaugurata nell’Antica Armeria di Palazzo Ducale, sabato 24 gennaio alle 10.

«La storia – commenta il consigliere provinciale Federico Gilardetti, titolare della delega per la Memoria – dimostra quanto spesso l’umanità rischi di non imparare dalle proprie tragedie. È da questa consapevolezza che nasce la mostra dedicata a tre grandi tragedie del Novecento, non come semplice esercizio di memoria, ma come invito a una riflessione profonda sul presente.

Le vicende del passato ci interrogano oggi con particolare urgenza, di fronte a quanto da oltre due anni avviene in Palestina e ai più recenti sconvolgimenti sul piano internazionale. Ricordare significa assumersi una responsabilità: riconoscere i segnali, vigilare, e ribadire l’impegno per la pace, la dignità umana e il rispetto dei diritti fondamentali».

La mostra propone un approccio comparato dei tre genocidi riconosciuti dall’umanità come tali: quello degli Armeni dell’Impero Ottomano; il genocidio degli Ebrei d’Europa e quello dei Tutsi in Ruanda. L’analisi delle similitudini e delle differenze che questi genocidi presentano permette di comprendere meglio i meccanismi che hanno caratterizzato ognuno di essi.

Il processo che conduce al genocidio, infatti, si costruisce tappa dopo tappa e si radicalizza in un contesto di guerra.

Nell’esposizione, dunque, si approfondiranno i percorsi storici che hanno portato al genocidio degli Armeni che nell’arco di poco più di un anno, dall’aprile 1915 al dicembre 1916 ha visto un milione 300mila Armeni, cittadini dell’Impero Ottomano essere assassinati su ordine del partito Unione e Progresso: una cifra, quella delle vittime di questo genocidio, che rappresenta quasi 2/3 dell’intera popolazione armena dell’Impero.

Seguendo l’ordine strettamente cronologico, si arriva al 1941/1945 per approfondire la Shoah: la ricostruzione dei dati demografici ha permesso, oggi, di attestare che il bilancio della distruzione degli Ebrei d’Europa oscilla tra i 5,9 e i 6,2 milioni di vittime: più del 60% degli Ebrei del nostro continente, quindi e oltre un terzo degli Ebrei di tutto il mondo.

L’ultimo genocidio del XX Secolo è quello dei Tutsi in Ruanda, datato 1994. Tra il 7 aprile e la metà del mese di luglio di quell’anno, furono assassinate in Ruanda quasi un milione di persone: in meno di tre mesi, i tre quarti della popolazione Tutsi fu annientata.

La mostra resterà aperta al pubblico fino al 20 febbraio, a ingresso gratuito, dal lunedì al venerdì con orario 9-13 e 15-18; sabato 24 e domenica 25 gennaio con orario 15-18.

Per le scuole medie e superiori possibilità di visite guidate della mostra (per informazioni e prenotazioni contattare la Scuola per la Pace della Provincia).

Il 28 gennaio, doppio appuntamento con le autrici del libro «E poi torno anch’io»Vera Paggi e Lorenza Pleuteri, che, alle 10 si confronteranno con le studentesse e gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado e nel pomeriggio, alle 17, a ingresso libero, nella Sala Tobino di Palazzo Ducale, incontreranno la cittadinanza e presenteranno il loro libro.

La loro è una storia raccontata attraverso i documenti di archivio, il processo, la giustizia mancata, le voci e i ricordi dei familiari, ma è anche una storia di donne, colleghe, amiche, mogli, figlie e nipoti che ‘tengono in vita’ quella storia. L’8  marzo  1944  dalla  stazione  Santa  Maria  Novella  a  Firenze  parte  un  trasporto  diretto  a Mauthausen.  Su  quel  convoglio  ci  sono,  tra  gli  altri,  cinque  operai  della  SITCA  (Stabilimento industriale toscano e Cartiera Cini), che avevano incrociato le braccia in quei giorni di marzo per il più  grande  sciopero  operaio  della  Seconda  guerra   mondiale.  Arrestati  con  altre  settantadue compagne di lavoro da un baldanzoso commissario di PS, vengono portati tutti al centro di raccolta nazista   delle   Scuole   leopoldine   di   Firenze.   Le   donne   saranno   liberate,   loro   moriranno   a Mauthausen. Questo  libro,  corredato da documentario audio,  racconta  la  storia  di  quei  mariti, padri, nonni e bisnonni, di cui in pochi hanno conservato memoria.

L’ultimo appuntamento in calendario è per il 3 febbraio quando, sempre in Sala Tobino a Palazzo Ducale, il direttore dell’Isrec, Jonathan Pieri e i componenti dell’Istituto Silvia Quintilia Angelini e Stefano Bucciarelli avranno un doppio incontro – la mattina con le scuole secondarie di secondo grado (ore 10) e il pomeriggio con la cittadinanza (ore 17) – sul tema«Persecuzione antiebraica in provincia di Lucca 1943-1945: leggi razziali, deportazione e salvezza». Anche questo incontro è a ingresso libero.

I docenti che parteciperanno agli incontri pomeridiani avranno un attestato di presenza. La partecipazione delle scuole a tutte le iniziative è gratuita, la prenotazione è obbligatoria.

Per informazioni e prenotazioni si può contattare la Scuola per la Pace della Provincia al numero 0583/417481 o alla mail scuolapace@provincia.lucca.it

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La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: dal 18 al 25 gennaio (AciStampa 17.01.26)

“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Efesini 4, 4). È un invito alla comunione il tema che accompagnerà la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, da domenica 18 a domenica 25 gennaio. In quest’ultima data, solennità della Conversione di san Paolo, alle ore 17.30, nella basilica di San Paolo fuori le Mura, papa Leone XIV concluderà la Settimana con la celebrazione dei Vespri.

Tanti gli eventi in programma. Fra questi,  centrale sarà la veglia ecumenica diocesana, giovedì 22 gennaio alle 18.30, nella parrocchia di Santa Lucia (circonvallazione Clodia, 135). Al momento di preghiera interverranno i rappresentanti delle diverse confessioni cristiane presenti a Roma; sarà presieduto dal cardinale vicario Reina, mentre l’omelia sarà offerta dall’arcivescovo ortodosso Barsamian, rappresentante della Chiesa Armena Apostolica presso la Santa Sede.

Lunedì si terranno due veglie, una alle 18.30 nella parrocchia di Dio Padre Misericordioso, l’altra alle 19.15 a Santa Maria delle Grazie al Trionfale. Martedì, alle 19, un momento di preghiera ecumenico è in programma a Santa Maria degli Angeli e dei Martiri; mentre venerdì, sempre alle ore 19, a San Gioacchino in Prati e ai Santi Mario e Compagni Martiri, alla stessa ora.

Nel comunicato diramato dalla Diocesi di Roma, si legge: “Per quest’anno, le preghiere e le riflessioni che verranno utilizzate nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sono state preparate dai fedeli armeni ortodossi, in collaborazione con i loro fratelli e le loro sorelle delle Chiese armene cattoliche ed evangeliche. Il materiale è stato preparato, redatto e discusso nella sede storica spirituale e amministrativa della Chiesa apostolica armena, Surp Etchmiadzin a Yerevan, nei giorni, forieri di grande ispirazione, della benedizione del Muron (olio santo) e della riconsacrazione della Cattedrale Madre, avvenuta tra il 28 e il 29 settembre 2024 a seguito di un esteso lavoro di ristrutturazione, durato dieci anni”.

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Armenia e Artsakh: viaggio nel cuore di una civiltà millenaria. (Giornalelavoce 16.01.26)

Un viaggio che non è soltanto geografico, ma umano, culturale e spirituale. Mercoledì 14 gennaio, nella sala conferenze Trinità di via Milite Ignoto a Cuorgnè, l’Unitre di Cuorgnè ha ospitato la presentazione del viaggio compiuto nell’agosto 2014 da Pierluigi Bernard e Maria Cristina Martinetti, docenti e viaggiatori curiosi, dal titolo suggestivo Armenia e Nagorno Karabakh: crocevia tra Europa e Asia. Un racconto che oggi assume un valore ancora più profondo, perché una delle terre visitate, l’Artsakh, purtroppo, non esiste più così come l’hanno conosciuta.

Per oltre un’ora, immagini, parole ed emozioni hanno accompagnato il pubblico nel cuore di una civiltà millenaria. L’Armenia non è un Paese che si visita distrattamente: è una terra che si attraversa con rispetto, che si ascolta nel silenzio e che resta dentro. È una nazione antica, scolpita nella pietra e nella fede, dove le montagne sembrano custodire la memoria di un popolo che non ha mai smesso di resistere. Severità e dolcezza convivono nello stesso paesaggio, nella stessa architettura, nello stesso sguardo delle persone.

Pierluigi Bernard e Maria Cristina Martinetti hanno percorso l’Armenia e il Nagorno Karabakh nell’estate del 2014, quando quella regione era ancora viva, abitata, pregata. Il termine Nagorno Karabakh deriva dal russo Nagorny, “montuoso”, da gora, montagna, e da Karabakh, parola di origine persiano-turco-azera che significa “giardino nero”: qara, nero, e bagh, giardino. Per gli armeni, però, quella terra ha un nome diverso e più intimo: Artsakh, una regione montuosa abitata da secoli da popolazione armena, da sempre contesa, ferita, amata. Oggi è stata svuotata, cancellata dalla geografia politica, ma la sua anima continua a vivere nelle pietre delle chiese, nei monasteri abbandonati e nella memoria di chi l’ha conosciuta.

Gli armeni si sentono profondamente europei, più che asiatici. Nel loro modo di pensare, di accogliere, di vivere la comunità e la fede c’è qualcosa che richiama da vicino l’Europa. Sono persone riservate, mai invadenti, che parlano a bassa voce ma sanno esserci con discrezione e rispetto. L’arte è ovunque: nelle chiese scavate nella roccia, nelle fortezze arroccate sulle montagne, nei monasteri che sembrano emergere direttamente dalla pietra, nelle croci incise a mano che punteggiano colline e vallate come un alfabeto di fede.

L’Armenia è il primo popolo della storia ad aver adottato ufficialmente il Cristianesimo, nel 301 d.C. Ancora oggi la fede è parte integrante della vita quotidiana. Non è ostentazione, ma identità profonda. Le chiese non sono musei, ma luoghi vivi. I canti non sono spettacoli, ma preghiere. Le processioni non sono rievocazioni, ma gesti che si ripetono da secoli, tramandati come un patrimonio familiare.

Gli armeni sono un popolo mite, lavoratore, dignitoso. Non si lamentano, non chiedono, non pretendono. Hanno conosciuto invasioni, massacri, deportazioni, il genocidio, l’esilio di milioni di persone nella diaspora. Nel Novecento sono stati schiacciati tra imperi, spartiti, dominati, cancellati dalle mappe e poi ricomparsi. Eppure sono ancora lì, in piedi, con lo sguardo fiero e il passo lento di chi ha imparato a resistere senza perdere l’anima.

La guida raccontava ai viaggiatori che, quando i russi lasciarono il Paese, gli armeni arrivarono a bruciare perfino le porte delle proprie case per scaldarsi. Eppure hanno ricostruito tutto. L’indipendenza definitiva è arrivata solo nel 1991, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ma la libertà, in Armenia, è una conquista che si rinnova ogni giorno.

Erevan ha accolto Pierluigi e Maria Cristina con il profilo solenne del Monte Ararat, oggi in territorio turco, che domina l’orizzonte come un guardiano silenzioso e simbolico. Echmiadzin ha aperto loro le porte del cuore spirituale della nazione, dove batte ancora il respiro della prima Chiesa cristiana della storia. La Cattedrale di San Gregorio l’Illuminatore li ha colpiti per la sua imponenza e per quella luce che scende dall’alto come una benedizione.

A Khor Virap hanno ripercorso la storia di San Gregorio, imprigionato per tredici anni dal re pagano Tiridate III per aver rifiutato il culto degli dèi. Il re si ammalò gravemente e, secondo la tradizione, fu salvato grazie all’intercessione di Gregorio, che venne liberato, guarì il sovrano e portò alla conversione del regno. Nel 301 d.C. il Cristianesimo divenne religione di Stato: una svolta che cambiò per sempre il destino di un popolo.

Geghard li ha avvolti nel silenzio della roccia scolpita e nel canto che vibra tra le pareti della montagna. Noravank è apparso improvviso tra montagne rosse incendiate dal sole. Sevanavank si è riflesso nell’azzurro intenso del lago Sevan come una visione sospesa. Tatev ha regalato l’ebbrezza del vuoto e della bellezza con la sua funivia sospesa sulle gole. Gandzasar si è presentato come una fortezza dello spirito, austera e solenne. Shushi ha raccontato il dolore di una città ferita ma ancora carica di dignità.

Ovunque chiese, monasteri, cimiteri di croci, fortezze dimenticate, villaggi di pietra. Ovunque cori che cantano a cappella, come preghiere antiche che salgono verso il cielo. Non spettacolo, ma vita. Non turismo, ma incontro.

Nelle città i due viaggiatori hanno respirato una cultura viva, fatta di musei, teatri, università, sport, musica, caffè pieni di giovani e piazze dove la sera si passeggia lentamente. Nei villaggi hanno incontrato una vita semplice: agricoltura, allevamento, pane caldo, formaggi, frutta, vino e tavole imbandite senza fretta. L’ospitalità è sincera, mai costruita. Qui l’ospite è sacro.

L’Armenia non abbaglia, conquista. Non travolge, accompagna. Entra dentro piano piano e non se ne va più. Resta addosso come il profumo dell’incenso, come il suono delle campane tra le montagne, come il canto che rimbalza tra le pareti di una chiesa scavata nella roccia. È una terra che ha conosciuto il dolore più profondo, ma non ha mai smesso di credere nella luce. Una terra che insegna il valore della memoria, il peso della storia e la forza della dignità.

Perché qui si impara che si può perdere tutto, ma non la propria identità. Si può cadere mille volte, ma ci si può sempre rialzare. E finché esiste la memoria, esiste anche il futuro. Grazie a Pierluigi Bernard e Maria Cristina Martinettiche, con la loro lezione, hanno fatto vivere emozioni autentiche nel cuore del Caucaso, raccontando una terra antica, segnata da fede, identità e conflitti irrisolti, crocevia eterno tra Europa e Asia.

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Anche cristiani iraniani tra le persone uccise e arrestate nelle proteste di piazza (AsiaNews 15.01.26)

Almeno sette le vittime all’interno delle comunità armena e caldea. A queste si aggiungono tre feriti e uno incarcerato. Fra le persone decedute il giovane Ejmin Masihi. In una lettera aperta gli attivisti di Article18 condannano la “brutale repressione” operata dal “regime di Teheran”.

Teheran (AsiaNews) – Vi sono diversi cristiani fra quanti sono stati uccisi o arrestati nelle proteste di piazza di queste settimane in Iran, represse con la forza dalle autorità in un quadro che, almeno nelle ultime ore, appare di relativa calma. È quanto denunciano gli attivisti di Article18, sito specializzato nel documentare abusi e limiti in tema di culto nella Repubblica islamica, rilanciando testimonianze di prima mano dai luoghi teatro delle manifestazioni. Fonti locali parlano di sette armeni-iraniani fra le migliaia di vittime – oltre 2400 secondo le cifre ufficiali, anche se gruppi attivisti parlano di oltre 12mila morti -, uno dei quali identificato come Ejmin Masihi (nella foto) come riferisce un portale di informazione legato alla comunità armena.

Oltre alle sette vittime, all’interno della comunità cristiana iraniana si contano almeno tre feriti e una persona agli arresti.

Le notizie filtrate in questi giorni relative a uccisioni, ferimenti e arresti mostrano quanto i membri delle comunità cristiane riconosciute (armeni e caldei) e di quelle non riconosciute (in larga parte formate da convertiti dall’islam) siano parte attiva nelle manifestazioni su scala nazionale. Le proteste divampate a fine dello scorso anno, e che dalle periferie ha raggiunto Teheran e gli altri centri più importanti del Paese, hanno visto milioni di iraniani di ogni provenienza scendere in piazza chiedendo la fine del regime, un miglioramento dell’economia e maggiori libertà. Del resto i cristiani iraniani hanno anche avuto un ruolo nelle proteste precedenti, comprese quelle del 2019, quando almeno un caldeo risultava fra le oltre 300 vittime; e ancora nel 2022/3 quando i giovani caldei hanno sostenuto le manifestazioni del movimento “Vita, donna, libertà” dopo la morte di Mahsa Amini con un bilancio complessivo di più di 500 morti.

Oltre a denunciare l’uccisione di manifestanti cristiani, gli attivisti di Article18 hanno diffuso in questi giorni una lettera aperta in cui condannano quella che definiscono “brutale repressione” del malcontento da parte della leadership della Repubblica islamica. “I manifestanti – si legge nel documento – sono stati accolti con brutale violenza, compresi attacchi contro i feriti ricoverati negli ospedali. A seguito di un blocco quasi totale di internet, hanno cominciato a circolare notizie di un massacro, con diverse fonti attendibili che indicano che potrebbero essere state uccise migliaia di vittime, compresi bambini”.

“Abbiamo una responsabilità morale e politica – prosegue la lettera aperta – verso i cittadini iraniani, in particolare dei bambini e dei giovani, che non chiedono altro che il rispetto dei diritti umani fondamentali e che invece sono sottoposti alle forme più estreme e brutali di violenza di Stato.

Riteniamo che i seguenti punti debbano ora essere affermati chiaramente e messi in atto pubblicamente: i cristiani e le persone di coscienza dovrebbero invitare i loro rappresentanti eletti a chiedere conto alle autorità iraniane e a dichiarare apertamente che le azioni del regime hanno violato il diritto internazionale”.

La Repubblica islamica “ha anche minato in modo significativo la sua legittimità attraverso la repressione sistematica e la violenza di massa. I Paesi dovrebbero richiamare i propri ambasciatori dall’Iran come chiaro segnale che le relazioni non possono continuare come se nulla fosse. Il regime iraniano non può più essere considerato un membro legittimo della comunità internazionale, avendo gravemente violato sia le leggi nazionali che quelle internazionali. Non deve esserci impunità – affermano gli attivisti cristiani – per i responsabili dei crimini contro il popolo iraniano. È giunto il momento di un cambiamento decisivo nella politica dei Paesi occidentali. Non si può tornare alla ‘normalità’ con questo regime”.

“I governi devono anche considerare l’impatto positivo a lungo termine che la caduta di questo regime e l’emergere di un governo laico e democratico in Iran potrebbero avere, non solo per gli iraniani, ma anche per la stabilità regionale e globale. Il governo iraniano ha costantemente interferito in tutta la regione, alimentando conflitti e sofferenze in Libano, Iraq, Siria, Yemen e Palestina. Questo ruolo destabilizzante deve essere affrontato e portato a termine. La portata, la rapidità e la brutalità delle violenze in Iran richiedono una risposta urgente e basata su principi. È necessario perseguire risoluzioni forti a livello dell’Ue e dell’Onu per condannare le azioni del regime ed esprimere solidarietà al popolo iraniano. Esortiamo quindi la comunità internazionale, i governi, le Chiese e le organizzazioni internazionali – conclude la lettera aperta – ad andare oltre le misure simboliche e a sviluppare meccanismi efficaci per proteggere il popolo iraniano dalla violenza di Stato continua e sistematica. Quello che sta accadendo oggi in Iran non è una disputa politica interna, ma un attacco continuo alla dignità umana, alla vita e ai diritti fondamentali”.

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Iran: nel black-out della Rete anche la piccola comunità armena cattolica. L’appello del Patriarca Minassian, “la guerra non è una soluzione per la pace”

La rubrica «Il cammino verso l’unità», andata in onda domenica 11 gennaio (Riforma.it 15.01.26)

Doppio anniversario, quest’anno, per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che si celebra come ogni anno dal 18 al 25 gennaio. Cento anni fa, nel 1926, il movimento ecumenico «Fede e Costituzione», prima ancora della sua costituzione formale (che sarebbe avvenuta con la Conferenza mondiale di Losanna del 1927) iniziava la pubblicazione regolare dei «Suggerimenti per l’Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani». Così facendo si recepiva una proposta avanzata nel 1908 dal pastore episcopaliano statunitense (poi diventato cattolico) Paul Wattson: otto giorni di preghiera per l’unità scelti non a caso, ma tra due date simbolo dell’universalità della fede cristiana: il 18 gennaio, commemorazione della confessione di fede di Pietro, apostolo dei credenti di origine ebraica, e il 25 gennaio, festa della conversione di Paolo, apostolo delle nazioni. 

Ma quest’anno l’anniversario è doppio, perché mentre nei primi quarant’anni i materiali per la Settimana di preghiera sono stati pubblicati solo da «Fede e Costituzione» (quindi da protestanti e ortodossi), proprio a partire dal 1966 – dunque sessant’anni fa – con l’apertura della Chiesa cattolica all’ecumenismo, operata dal Concilio Vaticano II, si decide di preparare congiuntamente il testo ufficiale della Settimana per l’unità tra «Fede e Costituzione» (che nel frattempo era diventata la Commissione teologica del Consiglio ecumenico delle chiese) e il Segretariato vaticano per la promozione dell’unità dei cristiani (oggi Dicastero per la promozione dell’unità). 

Per il 2026, il testo biblico della Settimana è tratto dalla lettera di Paolo agli Efesini: “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza a cui Dio vi ha chiamati” (Ef. 4,4). La liturgia ecumenica è stata preparata in Armenia da un gruppo ecumenico locale, composto da esponenti della confessione di maggioranza del Paese, la Chiesa apostolica armena (che fa parte del gruppo delle cosiddette chiese ortodosse orientali, che si distinguono dalla maggioranza delle altre chiese ortodosse perché fanno riferimento unicamente ai primi tre Concili ecumenici, quelli di Nicea, Costantinopoli ed Efeso), e da rappresentanti delle Chiese armene cattoliche ed evangeliche. 

L’Armenia è la stata la prima nazione del mondo a dichiarare il cristianesimo come sua religione ufficiale, grazie all’impegno del vescovo Gregorio, che convertì il re pagano Tiridate nel 301 dopo Cristo: questo vescovo è noto come «San Gregorio Illuminatore» perché portò la luce di Cristo al popolo armeno. E la liturgia proposta per la preghiera ecumenica è proprio incentrata sul tema della luce: «Luca da Luce per la Luce». Si tratta di un adattamento della «Celebrazione all’alba», una delle ore di preghiera quotidiana composte da un altro grande vescovo armeno vissuto nel XII secolo: san Narsete il Grazioso, che fu non solo il Catholicòs (cioè Patriarca) degli Armeni ma anche un grande poeta e innografo.

Perché tanta insistenza sul tema della luce? Nel materiale della Settimana si afferma che san Narsete ha «composto queste preghiere, che non hanno riscontro in nessun’altra chiesa, con un intento specificamente ecumenico»: quello di condurre a Cristo un gruppo pagano di adoratori del Sole. Per questo san Narsete sottolinea la luce di Cristo, per annunciare il Vangelo «non per mezzo dell’intimidazione, ma offrendo in modo creativo e amorevole il meglio che la testimonianza cristiana aveva da offrire»; un approccio che anche oggi «può fungere da modello per tutti noi, che aspiriamo alla comunione cristiana voluta da Dio». 

La rubrica «Il cammino verso l’unità» è andata in onda domenica 11 gennaio durante il «Culto evangelico», trasmissione (e rubrica del Giornale Radio) di Rai Radio1 a cura della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Per il podcast e il riascolto online ci si può collegare al sito www.raiplayradio.it

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Cristiani in preghiera per il dono dell’Unità

Armenia: cosa aspettarsi nel 2026 (Eastjournal 14.01.26)

Saranno essenzialmente tre le questioni che Yerevan dovrà affrontare questo nuovo anno: lo sviluppo delle relazioni con le vicine potenze regionali (Azerbaijan e Turchia), l’evoluzione delle relazioni con potenze extra-regionali (UE e Russia in modo particolare), e tensioni interne legate alle elezioni politiche che si terranno nel giugno 2026 e per cui la campagna elettorale è già ampiamente cominciata.

La pace nel Caucaso è ancora lontana

La realizzazione degli obiettivi della Dichiarazione di Washington firmata lo scorso agosto alla Casa Bianca, dipende più da Baku che non da Yerevan. Il governo armeno di suo sta facendo tutto il possibile per facilitare la pace con l’Azerbaijan e la normalizzazione dei rapporti con la Turchia. Il rischio è di bloccare il paese in una condizione di tensione permanente con i propri vicini, in un mondo sempre più senza regole. O meglio, dove l’unica regola che conta è quella della violenza. Pashinyan lo sa, il problema è che lo sa anche Aliyev. Il presidente azero continua a riferirsi alla Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP) come “corridoio di Zengezour”, sottintendendo che si tratta di un’estensione della sovranità azera in territorio armeno per legare l’exclave del Nakhichevan al resto del paese. L’Azerbaijan ha inoltre aumentato ulteriormente il suo budget per la difesa, e si è sempre apertamente opposto all’ipotesi che il confine turco-armeno possa aprirsi prima della firma del trattato di pace, la cui precondizione però, secondo Baku, deve essere una riforma costituzionale che l’Armenia semplicemente non può fare in tempi brevi (il governo azero vuole che Yerevan modifichi il preambolo della Costituzione che non è emendabile tramite procedura ordinaria ma richiede l’adozione di una nuova carta costituzionale). È legittimo domandarsi se l’Azerbaijan voglia davvero la pace, e le continue dichiarazioni di Aliyev sull’Armenia come “territorio storicamente azero” fanno pensare il contrario.

Tra Ue e Russia meglio non dover scegliere

Un altro sviluppo importante riguarderà i rapporti con potenze extra-regionali. Nel maggio del 2026 l’Armenia ospiterà per la prima volta nella sua storia il summit della Comunità Politica Europea e il summit UE-Armenia. Si tratta di un fatto molto significativo, in quanto Yerevan diventerà centro di discussione sul futuro dell’Europa e il paese dovrà ospitare 44 leader europei. Ciò dimostra indubbiamente un approccio sempre più propositivo dell’Armenia verso l’UE ma non è chiaro fino a dove questo porterà. Alcuni funzionari armeni parlano apertamente di entrare in Unione Europea, ma non è mai stata presentata una domanda formale di adesione. Inoltre, Yerevan non vuole rinunciare alla sua partecipazione all’Unione Economica Euroasiatica, e nel luglio del 2025 ha presentato domanda di adesione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, la cui decisione a riguardo spetta a Mosca e Pechino. L’Armenia conferma l’approccio pragmaticamente equilibrista della sua politica estera. In effetti, memori dell’esperienza georgiana del 2008, perché mai dovrebbero cercare uno scontro frontale con la Russia, che di imperialismo si nutre, e che vede nel Caucaso del Sud un suo giardino casa? Meglio di no. La parola d’ordine deve rimanere “diversificare”, ma mai escludendo Mosca, che deve rimanere partner politico, economico, e militare di rilievo. Questo non significa che i funzionari armeni si fidano dei russi. Il governo ha infatti chiesto a Bruxelles assistenza per rafforzare la cybersicurezza e combattere influenze esterne in vista delle elezioni politiche che si terranno a giugno. Nelle parole dell’Alta Rappresentante per l’UE Kaja Kallas, la richiesta sarebbe la stessa che presentò la Moldavia in occasione delle elezioni che hanno visto la vittoria del fronte europeista di Maia Sandu.

Elezioni politiche: un test per Pashinyan

Quanto detto fino ad ora è appeso al filo delle elezioni politiche che si terranno a giugno. Le posizioni del Primo Ministro in politica estera vengono apertamente paragonate ad un tradimento da tutta l’opposizione, e anche l’opinione pubblica è ostile. Solo l’11% degli aventi diritto dichiarano che voterebbero per Contratto Civile (il partito di Pashinyan) se le elezioni si tenessero oggi, ma i partiti di opposizione guidati dai cacicchi Kocharyan e Sargsyan non sono messi meglio. Ciò potrebbe aprire spazio a figure terze, come del resto accadde proprio con Pashinyan nel 2018. È inoltre probabile che la campagna elettorale si svolgerà quasi prevalentemente sulla politica estera. Il partito del Primo Ministro cercherà di presentarsi come il partito della pace contro chi vuole la guerra, e cercherà di difendere il proprio pragmatico equilibrismo in politica internazionale. L’opinione pubblica però è divisa. Un sondaggio ha mostrato che circa il 47% degli armeni è favorevole a firmare un trattato di pace con Baku, mentre il 40% è contrario. Tuttavia, la quasi totalità dei cittadini vuole che il trattato venga reso pubblico prima che venga firmato, cosa che Pashinyan non vuole fare sottintendendo che il paese dovrà fare delle concessioni dolorose. Inoltre, se un anno fa il supporto popolare all’entrata in Ue era del 51%, oggi non arriva al 40% mentre invece il 60% dei cittadini vuole che la Russia sia coinvolta nel processo di pace con l’Azerbaijan. Per adesso questi sono solo numeri che vanno interpretati anche alla luce di un panorama partitico estremamente frammentato dal quale Contratto Civile può trarre vantaggio, anche considerando la scarsissima popolarità dei maggiori partiti di opposizione. La strategia di mettere i cittadini di fronte alla scelta “tra la guerra e la pace” potrebbe quindi risultare vincente, e se avesse successo Pashinyan potrebbe vantare una stabilità politica inedita nella storia armena e certamente utile alla pace.

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Unità dei cristiani: Mantova, domani approfondimento biblico con don Roberto Fiorini. Lunedì celebrazione ecumenica con predicazione di un monaco armeno (Avvenire di Calabria 14.01.26)

In occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, dedicata quest’anno al tema “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Efesini 4, 4), in diocesi di Mantova sono due gli appuntamenti in programma promossi dal Consiglio delle Chiese cristiane. Domani sera, alle 21, don Roberto Fiorini, guiderà un incontro di approfondimento biblico on line. Lunedì 19 gennaio, invece, sarà la chiesa di Sant’Antonio di Porto Mantovano, ad ospitare alle 21 una celebrazione ecumenica con la predicazione di un monaco armeno.