La guerra in Ucraina si combatte sempre meno soltanto sul campo e sempre più lungo le catene di fornitura globali. È in questa prospettiva che va letta la decisione del Regno Unito di sospendere l’esportazione verso l’Armenia di macchinari industriali avanzati destinati alla produzione di materiali compositi in fibra di carbonio preimpregnata, tecnologie fondamentali per l’aerospazio ma potenzialmente impiegabili anche nella costruzione di missili e droni.
La scelta di Londra non rappresenta una semplice revisione amministrativa, ma riflette una crescente preoccupazione occidentale per le tecnologie cosiddette “a duplice uso”, quelle cioè che possono servire tanto a scopi civili quanto militari. I macchinari in questione non costituiscono un sistema d’arma, ma una tecnologia di base capace di alimentare un’intera filiera strategica. Nelle guerre contemporanee, il controllo delle filiere produttive è spesso più decisivo del controllo delle armi stesse.
La revisione britannica nasce dal riconoscimento che alcuni componenti delle apparecchiature dovrebbero rientrare nei controlli sulle esportazioni sensibili. Ciò evidenzia la difficoltà, per le economie avanzate, di tracciare un confine netto tra utilizzo industriale legittimo e potenziale applicazione militare. Materiali come la fibra di carbonio, leggeri e altamente resistenti, sono indispensabili tanto nell’aviazione civile quanto nei programmi missilistici e nei sistemi senza pilota.
Al centro della vicenda non c’è tanto l’Armenia in sé, quanto il timore che il Paese possa diventare un canale indiretto per aggirare le sanzioni contro Mosca. L’attenzione si concentra sull’azienda armena Rydena, indicata come destinataria finale dei macchinari e fondata da ex dirigenti legati a una struttura russa che fornisce fibra di carbonio al settore militare. Il sospetto è che tecnologie sensibili possano essere reindirizzate verso l’industria bellica russa attraverso società formalmente separate ma inserite in reti industriali preesistenti.
La vicenda riflette una dinamica ormai nota nel sistema delle sanzioni: più i canali diretti verso la Russia vengono chiusi, più cresce il ricorso a Paesi terzi, nuove imprese e triangolazioni commerciali. In questo contesto non è necessario trasferire armamenti completi: basta che una tecnologia contribuisca a sostenere la capacità produttiva del complesso militare-industriale russo.
La decisione britannica si inserisce quindi in una strategia più ampia di pressione economica su Mosca. L’obiettivo non è soltanto bloccare la vendita di sistemi militari, ma limitare nel tempo la capacità industriale che rende possibile la produzione bellica. Per questo l’attenzione si sposta sempre più su tecnologie intermedie e su imprese nate dopo il 2022 o collegate a filiere strategiche russe.
Sul piano politico la vicenda mette in luce anche l’ambiguità della posizione armena. Negli ultimi anni Erevan ha cercato di ridurre la propria dipendenza militare dalla Russia, acquistando armamenti dall’India e tentando di diversificare le proprie alleanze. Tuttavia le reti industriali e relazionali costruite nel tempo con Mosca restano difficili da sciogliere, alimentando sospetti occidentali ogni volta che emergono società o operazioni commerciali legate a quell’ecosistema.
Il caso dimostra come, nelle guerre contemporanee, anche una macchina industriale possa diventare un fatto geopolitico. Non perché sia un’arma, ma perché può sostenere indirettamente la produzione militare attraverso filiere complesse e circuiti commerciali opachi. Con la sospensione dell’export, Londra ha scelto di chiudere uno di questi possibili varchi, segnalando che la battaglia delle sanzioni si gioca ormai soprattutto sul controllo delle reti produttive globali.
Cari lettori, fratelli e sorelle, molokani miei, scrivo come sempre dai bordi del Lago di Sevan, le cui acque nere non dormono mai, monito permanente anche per chi non ne conosce neppure l’esistenza, ma c’è, eccome se c’è il Lago di Sevan, sul bordo orientale della Repubblica d’Armenia, mentre i confini dell’Azerbaigian non si stancano di avanzare come formiche carnivore per lambirci e rosicchiarci le dita dei piedi. Questa sera però mi fanno un baffo le ottuse avanguardie turcomanne. Questa sera non ho tirato giù le saracinesche, perché certe sere non finiscono quando si spengono le luci. Ho ricevuto poco fa – rara perla elettronica spedita per Whatsapp – la registrazione zoppicante di una voce purissima, appena sussurrata ma capace di spaccare l’acciaio di qualsiasi gulag. È Antonia Arslan, che al Rosetum dei frati cappuccini di Milano, il 28 gennaio, ha lasciato accadere qualcosa che non era una conferenza, né una presentazione, né una commemorazione. Era, se mi è concesso dirlo sen…
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-03-04 19:49:452026-03-04 19:49:45Recitiamo insieme le poesie di Varujian, pensando ai fratelli detenuti in Azerbaigian (Tempi 04.03.26)
“The Armenian government made a formal offer to the owners of Electric Networks of Armenia, but the deal did not go through,” said interim manager Romanos Petrosyan.
«Il governo armeno ha presentato una proposta formale ai proprietari di Electric Networks of Armenia, ma l’accordo non è andato a buon fine», ha dichiarato l’amministratore ad interim Romanos Petrosyan.
In an interview with a local television channel, he said no real negotiations took place. Under the law, the government must make an offer to the owners within three months of revoking the company’s licence. The authorities did so before 21 February, but the owners did not respond.
«Dopo il 21 febbraio, in conformità all’articolo 60 della Costituzione, il governo deve dichiarare il 100% delle azioni dell’azienda una priorità pubblica. Dopo aver pagato un risarcimento, nazionalizzerà completamente la società. Siamo ora a quel punto», ha sottolineato.
Electric Networks of Armenia came under the management of the Tashir Group in 2015. Since April 2017, Tashir Capital has held 70% of the shares, while Liormand Holdings Limited has owned the remaining 30%. Russian-Armenian businessman Samvel Karapetyan owns the Tashir holding. He also controls the second company. Authorities arrested Karapetyan on 18 June, and he now remains under house arrest. Investigators accuse him of making public calls to seize power.
Petrosyan did not disclose how much the government is ready to pay for the company. Several weeks ago, former acting chief executive of Electric Networks of Armenia, David Ghazinyan, said the company’s value stands at nearly $1bn.
In the interview, Romanos Petrosyan outlined details of the nationalisation process and pricing mechanisms. He also addressed violations identified in the company’s operations and the ongoing criminal investigation.
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«Il valore di mercato di ENA è in valutazione»
«Il valore di mercato della società è attualmente in valutazione», ha detto l’amministratore ad interim.
Ha rifiutato di dire quale prezzo il governo sia disposto a offrire ai proprietari.
«Questo è un processo legale che richiede un rigoroso rispetto di procedure specifiche e strutture di prezzo, nonché norme costituzionali e legislative. In questa fase, questi dettagli rimangono riservati.»
L’amministratore ad interim ha detto che i fattori emersi durante l’indagine preliminare influenzeranno significativamente il valore reale della società.
Ha sottolineato che la valutazione rifletterà “il capitale proprio e tutti gli asset capitalizzati”. Partecipano alla valutazione specialisti seri e organi statali. Tra questi il Ministero dell’Amministrazione Territoriale e delle Infrastrutture, la Commissione di Regolazione dei Servizi Pubblici, e i Ministeri delle Finanze e della Giustizia.
«Il processo segue quanto previsto dalla legge. Una volta concluso, la società riceverà tutte le informazioni», ha aggiunto.
La società della rete elettrica dell’Armenia, di proprietà dell’oligarca russo arrestato, perde la licenza: cosa succede ora?
L’imprenditore Samvel Karapetyan è accusato di aver chiesto un sequestro del potere. Il valore della sua azienda sarà valutato, e riceverà un risarcimento.
Più di due dozzine di casi penali avviati
«In questa fase, gli investigatori hanno avviato circa due dozzine e mezza di casi penali. Riguardano circostanze che contengono elementi di vari reati», ha detto l’amministratore ad interim, riferendosi agli presunti abusi.
Ha sottolineato che ha personalmente presentato la maggior parte delle segnalazioni all’Ufficio del Procuratore Generale. Secondo Romanos Petrosyan, il Comitato Anticorruzione sta indagando su circa il 60% dei casi, mentre il Comitato Investigativo si occupa del resto.
«Ci sono manipolazioni sia finanziarie che economiche che richiedono una valutazione penale, oltre a casi documentati di flussi di somme consistenti verso altre aziende di proprietà dei titolari di ENA.»
Petrosyan ha anche detto che la società aveva fatturato a alcuni cittadini per elettricità che non avevano utilizzato. Ha descritto le violazioni rese pubbliche finora come solo “la punta dell’iceberg”. Ha detto che gli investigatori stanno ancora esaminando altri fatti nella fase preliminare. Per questa ragione, ha aggiunto, “nell’interesse della società” queste informazioni costituiscono un segreto commerciale.
La società della rete elettrica dell’Armenia, di proprietà dell’oligarca russo arrestato, perde la licenza: cosa succede ora?
L’imprenditore Samvel Karapetyan è accusato di aver chiesto un sequestro del potere. Il valore della sua azienda sarà valutato, e riceverà un risarcimento.
«L’indagine determinerà se i Karapetyan hanno responsabilità»
Chieduto se le violazioni registrate e l’entità degli abusi ipotizzati indicano il coinvolgimento del proprietario dell’azienda, Samvel Karapetyan, e della sua famiglia, Romanos Petrosyan ha detto:
«Non posso dire fino a che punto siano stati coinvolti o consapevoli di queste azioni. Ma vediamo un gran numero di manipolazioni portate avanti da una gestione di livello basso e medio. L’entità di queste azioni contiene chiaramente elementi di criminalità organizzata.»
«Ci sono molti casi che riguardano milioni e persino miliardi di drams. Mi è difficile immaginare che un proprietario che si occupa del proprio capitale e garantisce una gestione onesta, insieme al consiglio di amministrazione e al suo presidente, non abbia alcuna connessione con tali operazioni.»
Allo stesso tempo, Petrosyan ha sottolineato che non intende violare la presunzione di innocenza. Ha detto che il pubblico dovrebbe aspettare che l’indagine preliminare risponda a tutte le domande ancora aperte.
«La nazionalizzazione delle reti elettriche dell’Armenia indebolirebbe l’influenza russa»: Opinione
L’analista politico Robert Ghevondyan ritiene che per fermare la “Russificazione” dell’Armenia, il governo dovrebbe anche riacquisire il controllo su ArmRosgazprom e sulla Ferrovia del Caucaso Meridionale.
«È ingiusto politicizzare gli eventi attorno all’ENA»
L’amministratore ad interim ha anche risposto alle tesi dell’opposizione secondo cui gli sviluppi legati a Electric Networks of Armenia siano iniziati solo dopo che il proprietario della società ha fatto dichiarazioni politiche.
Le autorità hanno avviato il caso penale contro Samvel Karapetyan dopo che ha rilasciato un’intervista ai media locali. Gli investigatori lo hanno accusato di aver pubblicamente chiesto di prendere il potere e di usurpare l’autorità del governo dell’Armenia. Nell’intervista, il miliardario di dollari ha parlato dell’aumento delle tensioni tra le autorità e la chiesa. Ha detto di sostenere la chiesa. Karapetyan ha aggiunto: «Se le forze politiche armene non riusciranno a gestire questa situazione, dovremo intervenire a modo nostro nella campagna contro la chiesa.»
Romános Petrosyan ha sottolineato che la nazionalizzazione di Electric Networks of Armenia non va letta attraverso una lente politica. Ha detto che la questione nasce da una crisi energetica, economica e gestionale.
«Per dirla in modo conciso, è ingiusto politicizzare gli eventi intorno a ENA e collegarli alla dichiarazione politica di Karapetyan e alle azioni che ne sono seguite.»
Ha ricordato che funzionari avevano discusso problemi nelle reti di distribuzione dell’elettricità con i rappresentanti della società già nell’autunno 2024. Era un anno e mezzo prima delle osservazioni di Karapetyan. Ha aggiunto che il Ministero dell’Amministrazione Territoriale aveva avvertito la società delle violazioni identificate. La direzione aveva promesso di correggerle.
«Abbiamo sviluppato mappe di strada, introdotto cambiamenti, licenziato e ruotato funzionari e dirigenti all’interno di ENA, e nominato nuovi direttori di filiale. Tutto ciò mostra che i proprietari avevano riconosciuto l’esistenza di problemi un anno e mezzo fa,» ha detto Petrosyan.
Non ha escluso la possibilità che Samvel Karapetyan si sia espresso a difesa della chiesa dopo essersi reso conto che «il cerchio attorno a ENA si stava stringendo».
«Probabilmente ha capito che prima o poi questa azienda strategicamente importante, che rappresenta la ricchezza nazionale e detiene un monopolio naturale, si sarebbe inevitabilmente trovata di fronte alla nazionalizzazione. Questo potrebbe aver spinto la sua dichiarazione. Il tempo lo dirà,» ha concluso.
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http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-03-04 19:48:462026-03-04 19:48:46Le reti elettriche dell’Armenia saranno nazionalizzate, dice il manager ad interim (Notizie da Est 04.03.26)
Letizia Leonardi (Assadakah News) – Yerevan si ritaglia un posto di primo piano nello sport continentale. Il 27 febbraio si è aperta ufficialmente l’edizione 2026 del Campionato Europeo di tiro a 10 metri, con la cerimonia inaugurale al Karen Demirchyan Sports and Concert Complex. Le gare si svolgono dal 28 febbraio al 3 marzo e vedono in pedana i migliori specialisti europei di pistola e carabina ad aria compressa, impegnati nei titoli individuali e a squadre.
Alla cerimonia erano presenti il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, la Ministra dell’Istruzione, Scienza, Cultura e Sport Zhanna Andreasyan, il presidente della International Shooting Sport Federation Luciano Rossi e il presidente della European Shooting Confederation Alexander Ratner. L’apertura è stata accompagnata da una presentazione multimediale dedicata alla storia armena, culminata con la consegna simbolica della bandiera della competizione al presidente della Federazione Armena di Tiro, Artur Hovhannisyan.
Per l’Armenia si tratta di un passaggio significativo perché è la prima volta che ospita un Campionato Europeo senior nelle discipline a 10 metri, una delle specialità cardine del programma olimpico del tiro sportivo, regolato a livello mondiale dalla ISSF. L’organizzazione di eventi di questa portata rientra in una strategia più ampia con cui Yerevan punta a consolidare la propria presenza nel calendario sportivo internazionale, dopo aver già ospitato negli ultimi anni manifestazioni continentali in diverse discipline.
Nel contesto tecnico di alto livello, l’Italia si presenta con undici atleti e uno staff completo, guidato dal Direttore della Preparazione Olimpica e Paralimpica Pierluigi Ussorio. La partecipazione azzurra si inserisce nella tradizione di eccellenza del tiro italiano, storicamente tra le nazioni più competitive in ambito europeo e mondiale, come attestano i risultati ottenuti nelle competizioni ISSF e nelle rassegne olimpiche.
All’inaugurazione era presente anche l’Ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, che ha incontrato la delegazione italiana insieme al presidente Rossi. Un momento istituzionale che sottolinea come lo sport, oltre alla dimensione agonistica, resti uno strumento concreto di relazioni internazionali e cooperazione tra Paesi.
Con l’avvio delle gare, Yerevan entra nel vivo di giornate scandite da concentrazione e precisione millimetrica. Ma il messaggio che arriva dalla capitale armena va oltre il bersaglio. Lo sport europeo, quando è organizzato con serietà e visione, diventa un terreno di confronto leale e un’occasione per rafforzare legami destinati a durare nel tempo.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-03-03 23:08:292026-03-04 20:09:48Armenia: a Yerevan gli Europei 2026 di tiro a 10 metri (Assadakah 03.03.26)
Letizia Leonardi (Assadakah News) – Si rafforza il dialogo tra Yerevan e Roma sul terreno dell’istruzione superiore. Mercoledì 25 febbraio l’Ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, ha visitato l’Università Europea d’Armenia, dove è stato accolto dalla Rettrice Heghine Bisharyan insieme a una delegazione dell’Ambasciata.
Al centro dell’incontro, il consolidamento delle relazioni accademiche tra Armenia e Italia. La Rettrice ha evidenziato le potenzialità di un ampliamento della cooperazione, con particolare attenzione alla creazione di programmi formativi congiunti, allo sviluppo di progetti di ricerca condivisi e al rafforzamento della mobilità studentesca. Un percorso che si inserisce nel quadro dei rapporti già avviati con diversi atenei italiani e che punta a dare maggiore stabilità e continuità agli scambi.
Non si è trattato di una visita formale. Alla riunione hanno partecipato anche numerosi studenti, molti dei quali impegnati nello studio della lingua italiana, segno concreto di un interesse crescente verso il nostro Paese. L’Ambasciatore ha sottolineato l’importanza dell’internazionalizzazione dei percorsi universitari e di una formazione capace di rispondere alle sfide di un contesto globale sempre più interconnesso. Un passaggio chiave è stato dedicato al ruolo delle giovani generazioni, chiamate a diventare protagoniste del dialogo culturale e della cooperazione tra i due Paesi.
La visita si è conclusa con un tour dell’ateneo e con un approfondimento presso il Comitato di Yerevan della Società Dante Alighieri, ospitato all’interno dell’università, e presso il Centro Italiano per lo Sviluppo Internazionale e l’Istruzione Culturale. In quell’occasione sono state presentate le attività in corso e le iniziative in programma per rafforzare ulteriormente i legami culturali ed educativi tra Armenia e Italia.
Un segnale chiaro: la cooperazione non passa solo dalla diplomazia politica o dagli accordi economici, ma dalla formazione e dalla cultura. Ed è lì che si costruiscono relazioni destinate a durare nel tempo.
Armena cresciuta musicalmente a New York col mito di Ella Fitzgerald e Sara Vaughn, la cantante Lucy Yeghiazaryan è ritenuta una delle voci più autorevoli del jazz americano “straight-ahead”, uno stile profondamente radicato nella tradizione jazz afroamericana, che valorizza lo swing, gli standard e l’improvvisazione autentica. Martedì 10 marzo l’artista armeno-statunitense si esibirà al teatro Civico di Sassari (ore 20.30) per l’apertura del Festival Internazionale Contrasti organizzato dall’associazione Contrapunctum e diretto da Laura Cocco.
Ad accompagnare Lucy Yeghiazaryan sul palco sassarese saranno Simone Faedda alla chitarra, Marco Occhioni al contrabbasso e Bruno Brozzu alla batteria.
Il gruppo spazierà dai grandi classici dell’American Songbook a composizioni più ricercate, spesso arricchite da sfumature che omaggiano le radici est-europee della protagonista.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-03-02 23:50:492026-03-04 19:52:09La jazzista armena Lucy Yeghiazaryan al Teatro Civico di Sassari (Unionesarda 02.03.26)
(ANSA) – ROMA, 02 MAR – L’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, ha partecipato all’ apertura ufficiale a Jerevan dell’edizione 2026 del Campionato Europeo di Tiro a 10 metri. La capitale armena accoglie fino al 3 marzo i migliori specialisti europei delle discipline ad aria compressa, impegnati nella conquista dei titoli continentali di pistola e carabina, sia individuali sia a squadre.
Alla cerimonia hanno partecipato anche il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, la Ministra dell’Istruzione, Scienza, Cultura e Sport, Zhanna Andreasyan, il Presidente della International Shooting Sport Federation, Luciano Rossi, e il Presidente della European Shooting Confederation Alexander Ratner.”Ospitare per la prima volta il Campionato Europeo Senior di Tiro è per noi un grande onore e una significativa responsabilità”, ha sottolineato il presidente della Federazione Armena di Tiro, Artur Hovhannisyan, ricordando l’importanza dello sport non solo come disciplina agonistica, ma anche come strumento di dialogo e collaborazione tra i Paesi europei. La Ministra Andreasyan ha aggiunto che eventi di questo livello confermano la capacità dell’Armenia di organizzare manifestazioni internazionali di prestigio, mentre Ratner ha elogiato il lavoro degli organizzatori e la determinazione mostrata nel superare le sfide della preparazione. Il Primo Ministro Pashinyan ha quindi salutato tutte le squadre delle nazioni partecipanti, auspicando che tornino a casa non solo con le medaglie, ma anche con piacevoli ricordi del Paese, e ha commentato con soddisfazione che l’Armenia sta assumendo un ruolo sempre più importante come sede di grandi competizioni internazionali. L’Italia è presente alla competizione con undici atleti, accompagnati da uno staff tecnico e sanitario completo, guidato dal Direttore della Preparazione Olimpica e Paralimpica, Pierluigi Ussorio.
L’ambasciatore Ferranti, insieme al Presidente Rossi, ha incontrato gli atleti azzurri, augurando loro il massimo successo e sottolineando come eventi sportivi di questo livello contribuiscano a rafforzare le relazioni tra i Paesi, promuovendo valori di collaborazione, fair play e scambio culturale. (ANSA).
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BOZZOLO – Un pomeriggio di riflessione, studio e memoria condivisa per tenere viva l’attenzione su una delle pagine più drammatiche del Novecento. Ieri, nella cornice della Pinacoteca di Palazzo dei Principi a Bozzolo, si è svolto l’incontro “Per non dimenticare”, che ha visto protagonista il professor Andrea Fenocchio con la presentazione del suo lavoro “Il genocidio armeno come paradigma dei drammi genocidari del Novecento”. L’iniziativa ha registrato una partecipazione numerosa e attenta. A introdurre l’incontro sono stati il sindaco Giuseppe Torchio e l’assessore alla Cultura Irma Pagliari, che hanno richiamato con forza il valore della memoria come argine contro ogni forma di negazionismo e come fondamento di una coscienza storica condivisa. Fenocchio, presentato dai suoi ex allievi, ha offerto un’analisi storica documentata del genocidio armeno, proponendolo come evento paradigmatico per comprendere le tragedie genocidarie che hanno segnato il secolo scorso. Nel dibattito storiografico contemporaneo, infatti, il genocidio armeno occupa un posto cruciale non soltanto come fatto storico, ma come modello interpretativo della violenza di massa novecentesca.
Secondo indirizzi ormai consolidati, esso viene indicato da molti studiosi come il “primo genocidio della storia”, un precedente decisivo anche per gli studi successivi sull’Olocausto. Non è soltanto la dimensione quantitativa – stimata in circa un milione e mezzo di vittime – a conferire centralità a quell’evento, ma il suo significato politico e culturale: la distruzione sistematica di una minoranza percepita come estranea al progetto nazionale ottomano. Si è approfondito anche al tema delle relazioni tra la Chiesa cattolica romana e il popolo armeno, nelle sue componenti ortodossa e cattolica di rito orientale. Due i grandi spartiacque storici richiamati: il genocidio stesso, che suscitò una vera e propria “crociata di carità” da parte della Chiesa in soccorso degli armeni perseguitati, e il Concilio Ecumenico Vaticano II, che aprì nuovi orizzonti nel dialogo interconfessionale. Un filone di studio che l’autore aveva già approfondito in precedenti pubblicazioni e che ieri ha trovato ulteriore sviluppo.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-03-01 20:02:282026-03-04 20:04:55Un paradigma del Novecento: grande partecipazione a Bozzolo all’incontro sul genocidio armeno (Mantovauno 01.03.26)
Il Comune di Bozzolo e la Biblioteca Comunale organizzano un importante momento di riflessione storica e civile dal titolo “Il genocidio armeno come paradigma dei drammi genocidari del Novecento”.
L’appuntamento è in programma sabato 28 febbraio alle ore 16:30 presso Palazzo dei Principi, in via Arini 2 a Bozzolo. Relatore dell’incontro sarà il prof. Andrea Fenocchio, autore del volume Fratelli d’Oriente. La Chiesa Cattolica e gli Armeni da Pio IX a Leone XIV, pubblicato da Ronca Editore (Cremona, 2025). Attraverso un’analisi storica documentata, l’intervento offrirà una chiave di lettura del genocidioarmeno come evento paradigmatico per comprendere le tragedie genocidarie che hanno segnato il Novecento.
“Per l’occasione – precisa l’assessore alla Cultura Irma Pagliari – Ci si soffermerà, inoltre, sul tema delle relazioni fra la Chiesa Cattolica romana e gli Armeni – sia nella loro componente “ortodossa”, sia in quella cattolica di rito orientale – alla luce di due grandi eventi storici spartiacque: il genocidio, appunto, che determinò una vera e propria “crociata di carità” da parte della Chiesa in soccorso dei fratelli armeni perseguitati, senza distinzioni, e il Concilio Ecumenico Vaticano II che ha aperto uno spazio nuovo per le relazioni interconfessionali.
Il prof. Fenocchio con Antonia Arslan, scrittrice di origini armene autrice del romanzo “La masseria delle allodole”
Nel corso del pomeriggio sarà inoltre presentato il Laboratorio di Cittadinanza attiva della classe 3A dell’IC Diotti di Casalmaggiore, con il progetto “Noi siamo memorie. Ogni nome diventa una storia per oggetti. Ogni storia diventa una voce!”, un percorso educativo dedicato alla memoria, alla responsabilità e alla costruzione di una coscienza civile consapevole.
L’iniziativa si propone di coniugare approfondimentostorico, impegno educativo e partecipazione della comunità, ribadendo il valore della memoria come strumento di comprensione del presente. L’evento è ad ingresso libero e gratuito. Per informazioni è possibile contattare il numero 0376/233124 (anche tramite WhatsApp) o inviare una mail a
biblioteca@comune.bozzolo.mn.it.
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Nella cattedrale di Echmiadzin, sede del Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni della Chiesa Apostolica Armena, sotto la guida di Sua Santità Karekin II, si è svolta ieri una cerimonia commemorativa in memoria delle vittime dei pogrom di Sumgait organizzati dalle autorità azere. Durante la cerimonia si è pregato per l’anima degli Armeni vittime dei massacri.
L’orrore di Sumgait
I massacri di Armeni a Sumgait – una città situata a mezz’ora di auto da Baku, la capitale dell’Azerbajgian, si svolsero in pieno giorno, testimoniati da numerosi attoniti passanti. Il picco delle atrocità commesse da bande di Azeri fu raggiunto il 27-29 febbraio 1988.
Gli eventi furono preceduti da una ondata di dichiarazioni anti-armene e manifestazioni in tutto la Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbajgian nel febbraio del 1988.
Il quotidiano Izvestia del 20 agosto 1988 cita il Vice Procuratore sovietico Katusev, che ha detto che quasi tutta l’area di Sumgait, una città con popolazione di 250.000 abitanti, era diventato un luogo di libero pogrom di massa. Gli autori materiali che fecero irruzione nelle case degli Armeni erano stati aiutati da liste preparate con i nomi dei residenti. Erano armati con sbarre di ferro, pietre, asce, coltelli, bottiglie e taniche di benzina. Secondo testimoni, alcuni appartamenti sono stati perquisiti da gruppi da 50 a 80 persone. Simili folle (fino a 100 persone) hanno preso d’assalto le strade.
Ci furono dozzine di incidenti e 53 assassinati – la maggior parte di quelli bruciati vivi dopo essere stato aggrediti e torturati. Centinaia di persone innocenti furono ferite e rese invalide. Molte donne, tra cui delle ragazze adolescenti, furono violentate. Più di duecento appartamenti furono perquisiti, decine di auto bruciate, numerosi negozi e botteghe saccheggiate. I manifestanti scagliarono mobili, frigoriferi, televisori, letti dai balconi e poi li bruciarono. Il risultato diretto e indiretto di questi orrori furono decine di migliaia di profughi.
Queste furono le perdite umane. Politicamente, è stato più orribile e significativo, che né la polizia né gli addetti alla pubblica emergenza interferirono. Il testimone S. Guliev descrisse gli eventi: “La polizia ha lasciato la città in balia della folla. Non era in nessun posto. Non ho visto alcun poliziotto in giro”.
In Tribunale, il testimone Arsen Arakelian raccontò la malizia dei medici dell’ambulanza che non vennero per aiutare la madre sofferente di una commozione cerebrale, con le ossa rotte, emorragie e bruciature, né lasciarono che venisse portata in ospedale.
L’esercito arrivò a Sumgait il 29 febbraio. Tuttavia, si limitò a fare scudo contro i manifestanti che devastavano e lanciavano pietre contro i soldati e fece poco per proteggere gli Armeni. “Noi non abbiamo istruzioni per andare dentro”, fu la risposta dei soldati alle richieste di aiuto delle vittime, secondo la testimonianza di S. Guliev.
Secondo gli (incompleti) dati dei procuratori sovietici, tra il febbraio 1988 e maggio 1991,388 Armeni sono stati uccisi e 302.000 sono stati deportati dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh e dei villaggi azeri confinanti con l’Armenia.
La leadership azera, allora come oggi, non ha mai espresso rimorso per la pulizia etnica ed i massacri degli Armeni in Azerbajgian, o degli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. Secondo Ilias Izmailov, Procuratore Generale dell’Azerbajgian durante i pogrom Sumgait, “gli autori dei pogrom ora hanno ricevuto mandati e siedono in Parlamento” (Zerkalo, 21 febbraio 2003).
Il numero degli Armeni in Azerbajgian prima dei progrom del 1988
Le manipolazioni azere riguardano anche il numero degli Armeni nella Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian. Quando gli Azeri fanno riferimento al censimento del 1989 per dichiarare che gli Armeni nella RSS dell’Azerbajgian erano “solo 390.000”, è importante porre una semplice domanda: in quale contesto storico è stato condotto questo censimento?
Il 1989 è già dopo gli eventi di Sumgait (1988), dopo un’ondata di violenza e di esodo di massa della popolazione armena dalla RSS dell’Azerbajgian. Le persone non se ne andavano “secondo un piano”, ma per salvare le loro famiglie.
Secondo il censimento del 1979 (l’ultimo prima dei pogrom), nella RSS dell’Azerbajgian vivevano 475.486 Armeni. Secondo il censimento del 1989 c’erano circa 390.000 Armeni. La differenza è di circa 85.000 persone. E questa è solo la statistica ufficiale, senza contare coloro che hanno lasciato la regione prima del censimento del 1989 e non sono stati correttamente registrati.
Da notare che nella Repubblica Socialista Sovietica dell’Armena vivevano circa 84.000 Azeri.
Le continue minacce dell’Azerbajgian all’Armenia
“I rifugiati dell’Azerbajgian occidentale torneranno nelle loro terre storiche, poiché questo è un loro diritto inalienabile”, ha dichiarato ieri Aziz Alekberli, Presidente della “Comunità dell’Azerbaigian Occidentale”.
“Azerbajgian Occidentale” altro non è che il nome inventato dal regime autocratico dell’Azerbajgian per l’Armenia, con l’obiettivo di avanzare pretese territoriali.
Secondo Alekberli, il ritorno dei connazionali nelle loro terre natie è una giustizia storica. Ha sottolineato che gli sfollati forzati, dopo decenni di separazione, stanno già tornando nelle loro case, e ha espresso la fiducia che un processo simile riguarderà anche i rifugiati dell’Azerbaijan Occidentale: “Nell’Azerbajgian Occidentale si trovano le nostre case e le nostre terre, e i rifugiati torneranno anche nelle loro terre ancestrali. Ne siamo sicuri”.
Iniziativa Italiana per il Karabakh ha commentato: “Caro Aziz, ci hai convinto. Ora però facciamo tornare anche gli sfollati dell’Artsakh nelle loro case e i 400.000 Armeni che a fine degli anni Ottanta furono costretti a fuggire dalla Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbajgian per i pogrom nei loro confronti. Che ne dici? Sarebbe contento il tuo dittatore Aliyev di avere mezzo milione di Armeni in casa? Ovviamente no”.
Queste dichiarazioni di questa pseudo Comunità dell’Azerbajgian Occidentale hanno solo due scopi:
continuare a minacciare il nemico facendo pressione su ogni argomento della propaganda nazionalista;
evitare che si parli di un ritorno dei profughi Armeni in Artsakh.
Ruben Vardanyan non fa appello
L’ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno Karabakh, Ruben Vardanyan, non fa appello contro la sua condanna a 20 anni di carcere in Azerbajgian.
In un’intervista a France24, figlio di Ruben Vardanyan, David, ne ha spiegato il motivo: “Dopo aver consultato mio padre al telefono, abbiamo deciso di non presentare appello ai tribunali azeri, considerando la posizione pregiudiziale e unilaterale assunta dal tribunale azero. Purtroppo, è assolutamente evidente – come sottolineato anche da Amnesty International – che il fatto che un civile, che non ha mai ricoperto una posizione militare, sia stato giudicato da un tribunale militare contraddice tutte le norme internazionali.
Considero molto importanti anche le parole del Presidente Trump dell’8 agosto, quando ha dichiarato al Primo Ministro Pashinyan che a Baku erano detenuti 23 ostaggi Armeni Cristiani e che avrebbe contribuito a risolvere la questione. Il Vice Presidente Vance ha confermato, che durante la sua visita sia in Armenia che in Azerbajgian, ha sollevato anche questo argomento negli incontri con i leader di entrambi i Paesi. Pertanto, penso che il Governo Trump comprenda anche che per normalizzare le relazioni è fondamentale la liberazione degli ostaggi.
Spero davvero che l’Armenia e l’Azerbajgian possano raggiungere una pace vera e duratura. Ma un foglio di carta firmato, in assenza di buona volontà tra i Paesi, è solo un foglio di carta. Come sapete, se guardiamo alla storia, la famosa foto di Neville Chamberlain ha anche dimostrato che un documento da solo non significa nulla senza azioni reali e tangibili.
In realtà, mio padre è un cittadino Armeno e tutti gli altri ostaggi Armeni sono anche esclusivamente cittadini Armeni. Hai toccato un punto molto importante: in definitiva, è il governo armeno ad avere la responsabilità e l’obbligo fondamentale di garantire la rapida liberazione di tutti questi prigionieri. Non si tratta solo di mio padre, ma anche degli altri 18 ostaggi Armeni detenuti illegalmente e delle persone scomparse. Spero che tutti le partii importanti della regione aiuteranno a risolvere questa questione, ma alla fine la responsabilità principale per il ritorno dei nostri cittadini a casa in sicurezza spetta al governo armeno.
Nonostante tutte le difficoltà, le prove e le condizioni in cui si trova da oltre 860 giorni, rimane molto fiducioso. Ci dice sempre di non perdere la speranza, di attenerci ai nostri principi – perché è esattamente questo che fa, nonostante tutta la pressione, che ha affrontato e continua ad affrontare, per rifiutare la sua fede nel fatto che l’Armenia e l’Azerbajgian debbano coesistere in una pace veramente solida, basata sul rispetto reciproco. Rimane fedele ai suoi principi e ci esorta a non cedere alla paura, a difendere la giustizia, nonostante tutto, per quanto difficile possa essere. Mantiene la speranza, non nutre rancore nei confronti di nessuno e spera sinceramente che l’Armenia e l’Azerbajgian trovino un modo per coesistere come vicini”.
Il tentativo di far dimenticare l’Artsakh
Secondo quanto riferiscono alcuni media armeni, il Ministero dell’Istruzione dell’Armenia avrebbe inviato una lettera alle scuole chiedendo di rimuovere gli “angoli della gloria” dedicati ai caduti nelle guerre dell’Artsakh e di sostituirli con lo stemma e la bandiera dell’Armenia con la scritta “Studiate bene, per vivere bene”.
Informazioni simili erano emerse due anni fa, ma allora il processo era stato interrotto a seguito di proteste pubbliche. Ora, le autorità starebbero nuovamente cercando di promuovere l’iniziativa. La responsabilità della sua attuazione sarebbe stata affidata ai governatori delle regioni, poiché alcuni direttori delle scuole si sarebbero rifiutati di eseguire l’ordine volontariamente.
Dare un nome è uno strumento di potere e di conoscenza
Non Agri, ma Ararat.
Non Istanbul, ma Costantinopoli.
Non Javakheti, ma Javakhk.
Non Nakhchivan, ma Nakhijevan.
Non Karabakh, ma Artsakh.
Non Shusha, ma Shushi.
Non Ganja, ma Gandzak.
Non Lachin, ma Berdzor.
Non Erzurum, ma Karin.
Non Kelbajar, ma Karvachar.
Non Khankendi, ma Stepanakert.
Non Khojaly, ma Ivanyan.
Non Hodjavend, ma Martuni.
Non Aghdere, ma Martakert.
Non Aghdam, ma Akna.
Non Jebrail, ma Jrakan.
Non Fizuli, ma Varanda.
Non Gubadly, ma Sanasar.
Non Zangilan, ma Kovsakan.
Dare un nome è un atto che fonda l’esistenza. Nominare significa riconoscere, distinguere, mettere in relazione. Un nome non è soltanto una parola: è un significato, un legame, una memoria che si trasmette. È il primo gesto con cui si sottrae qualcosa al nulla e lo si consegna alla storia.
Il nome va “abitato” con cura, perché crea relazione. È il punto in cui identità e racconto si incontrano. Le storie che un popolo racconta a sé stesso – e con cui si identifica – sono la sua più grande tecnica di sopravvivenza. E ogni storia comincia da un nome.
Come scrive Pavel Florenskij ne Il valore magico della parola, “ogni nome ha involontariamente un effetto, non può cioè restare senza effetto su colui [o la cosa] che lo porta”. Il nome è una presenza che distingue e separa dal nulla. È un’affermazione ontologica: “Tu esisti”.
Gli antichi Latini sintetizzavano questa consapevolezza con l’espressione “nomen est omen”: nel nome è inscritto un destino. Il nome non descrive soltanto, orienta. Non indica soltanto, imprime. In esso si intrecciano passato, presente e futuro di una persona, di un luogo, di una comunità.
Anche la psicologia contemporanea riconosce il valore simbolico e identitario del nome. Nella psicogenealogia e negli studi transgenerazionali, il nome è considerato un’impronta: conserva memorie familiari, culturali, religiose. Può custodire desideri inespressi, fedeltà invisibili, eredità affettive. È uno dei primi suoni che impariamo a riconoscere e a cui reagiamo. Non è neutro: è carico di significati, emozioni, appartenenze.
Nella vita quotidiana, nominare significa comprendere. La denominazione è lo strumento attraverso cui classifichiamo il mondo, lo rendiamo intelligibile, lo ordiniamo. Conoscere e nominare sono atti inseparabili: ciò che ha un nome entra nel nostro orizzonte di senso. E ciò che entra nel nostro orizzonte può essere custodito – o dominato.
Non è un caso che nella Bibbia (Genesi 2,18-20) sia Adamo a dare un nome agli esseri viventi: è un gesto che simboleggia responsabilità e dominio sul creato. Nominare è assumere una posizione nel mondo, esercitare una forma di potere.
La letteratura ha saputo raccontare con forza questa verità. In Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, la ripetizione dei nomi nella famiglia Buendía diventa filo conduttore della memoria e dell’identità attraverso le generazioni. Ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni, l’Innominato incarna l’angoscia dell’assenza di identità: ciò che non ha nome sfugge, inquieta, destabilizza. Nella saga di Harry Potter di J. K. Rowling, il rifiuto di pronunciare il nome di Voldemort è un atto di paura; chiamarlo per nome diventa invece il primo passo per affrontarlo.
Il semplice atto di nominare trasforma l’ignoto in qualcosa di concreto. Attraverso il linguaggio, ciò che è indistinto prende forma, ciò che è informe diventa riconoscibile. La denominazione ha dunque una dimensione ontologica: fa esistere ciò che nomina e ne rende possibile la conoscenza.
Per questo la sostituzione sistematica dei nomi non è mai un fatto neutro. Cambiare un nome significa intervenire sulla memoria, sulla percezione, sull’identità. Significa tentare di riscrivere la storia attraverso le parole. Quando nomi ancestrali vengono cancellati e rimpiazzati, non si compie soltanto un’operazione linguistica: si agisce su un patrimonio simbolico, su un’eredità culturale, su una geografia della memoria.
Un nome è uno strumento di potere e di conoscenza. Attribuisce identità, crea legami emotivi e cognitivi, stabilisce relazioni. Nominare significa comprendere; comprendere significa poter influenzare. E in questo spazio sottile tra linguaggio e realtà si gioca una parte decisiva della storia dei popoli.
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