Un incontro per ricordare il terremoto in Armenia (Giornaledilecco.it 08.12.18)

Il prossimo 15 dicembre l’appuntamento per ricordare il terremoto del 1988 in Armenia è al Circolo Libero Pensiero di Rancio (Lecco). Alle 12.30 sarà possibile, su prenotazione, pranzare insieme e, alle 14.30, seguirà la proiezione di immagini e filmati dei gruppi delle organizzazioni sindacali, delle associazioni imprenditoriali e del volontariato, coordinate dalle istituzioni locali.

Filmati e impressioni da condividere

I coordinatori dei tre gruppi di lecchesi che si sono avvicendati nell’estate scorsa in Armenia, visitando la cittadina di Vanadzor, intendono promuovere un incontro pubblico aperto a tutti, proprio per consentire di trasmettere i sinceri ringraziamenti che sono pervenuti dai rappresentanti scolastici ed istituzionali armeni da cui sono stati accolti. Oggi, a trent’anni dai tragici eventi del 1988, oltre allo scopo turistico e di conoscenza, si è compiuto l’intento di riattivare contatti e relazioni, con la comunità di Vanadzor, ricevendo un’accoglienza ed un’ospitalità davvero inaspettata ed emozionante.

Il terremoto in Armenia

Trenta anni fa, il 7 dicembre 1988, avvenne un disastroso terremoto in Armenia, che allora era una delle 15 Repubbliche Sovietiche. Morirono oltre 50.000 persone. Il disastroso evento suscitò una grande emozione e solidarietà umana internazionale e vide protagonista la nostra città e la popolazione lecchese, che si mobilitò con le loro organizzazioni sindacali ed associazioni imprenditoriali e del volontariato coordinate dalle istituzioni locali. Un’ora di lavoro volontario consentì, in pochi mesi, di raccogliere circa 300 milioni di lire. Ad un anno di distanza dal terremoto, nel dicembre 1989, con quella somma, vennero costruite ed inaugurate due scuole elementari nei territori colpiti in Armenia.

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Osce. Conclusa la presidenza di turno italiana. Sottoscritto documento per la libertà di stampa (Notiziegeoolitiche.ner 08.12.18)

Con il vertice di Milano si è chiusa la presidenza di turno dell’Italia dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa ideata per la promozione della pace, del dialogo politico, della giustizia e della cooperazione e che conta 57 paesi membri.
Per la prima volta l’Osce si è espressa ufficialmente per la libertà di stampa: come ha spiegato il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, “Per la prima volta dopo 26 anni l’Osce ha trovato consenso unanime per adottare un documento che riguarda i giornalisti: per la libertà, il pluralismo e la sicurezza dei giornalisti che per la loro attività corrono rischi di carattere persecutorio”. “Questa – ha affermato in occasione della conferenza stampa di chiusura del summit – può sembrare una decisione scontata, ma in 26 anni non era mai accaduto. Da oggi è stata adottata all’unanimità”.
Il capo della Farnesina ha anche detto che durante la presidenza di turno italiana “l’Osce ha contribuito a mantenere aperto il dialogo tra tutti i partecipanti: siedono attorno a questo tavolo tanti paesi che possono avere punti di vista anche molto diversi”. E l’esempio più evidente, oltre al documento che tutela i giornalisti e la libertà di stampa, è il passo fatto da Armenia ed Azerbaijan per la chiusura del conflitto del Nagorno Karabakh.
“Sul fronte politico militare – ha aggiunto Moavero Milanesi – abbiamo lavorato per la sicurezza del Mediterraneo”, tema portato al centro del dibattito politico internazionale: “Ci sono guerre in aree vicine al Mediterraneo e situazioni complesse: aver dato alla dimensione mediterranea una sua valenza è stato importante”.
Il testimone ora passa alla Slovacchia.

L’Osce comprende 57 Stati partecipanti dell’Europa, dell’Asia centrale e del Nord America:
Albania
Andorra
Armenia
Austria
Azerbaigian
Belarus
Belgio
Bosnia Erzegovina
Bulgaria
Canada
Cipro
Croazia
Danimarca
Estonia
Federazione Russa
Finlandia
Francia
Georgia
Germania
Grecia
Irlanda
Islanda
Italia
Kazakistan
Kirghizistan
L’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia
Lettonia
Liechtenstein
Lituania
Lussemburgo
Malta
Moldova
Monaco
Mongolia
Montenegro
Norvegia
Paesi Bassi
Polonia
Portogallo
Regno Unito
Repubblica Ceca
Romania
San Marino
Santa Sede
Serbia
Slovacchia
Slovenia
Spagna
Stati Uniti
Svezia
Svizzera
Tagikistan
Turchia
Turkmenistan
Ucraina
Ungheria
Uzbekistan

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Armenia, al voto domenica per sancire la “rivoluzione” di Pshinyan (Askanews 07.12.18)

Erevan (Armenia), 7 dic. (askanews) – L’Armenia va alle urne domenica per le elezioni anticipate dopo le proteste di maggio che hanno causato la caduta del premier Serzh Sarkisian e l’affermazione del leader riformista Nikol Pashinyan. Quest’ultimo auspica di saldare la sua posizione di supremazia grazie al voto.

La politica riformista dell’ex giornalista 43enne, infatti, è rimasta ferma per mesi a causa dell’ostruzionismo del partito di maggioranza di Sarkisian. Dopo mesi di manovre politiche e di ulteriori proteste di piazza il mese scorso il Parlamento è stato sciolto.

Secondo i sondaggi il partito di Pashinyan otterrà la maggioranza nella nuova legislatura, posizione che gli consentirà di avviare la sua “rivoluzione economica”. “Trasformeremo l’Armenia in un Paese industriale, high-tech, orientato all’export”, ha detto ribadendo che il voto dovrà rispettare il livello degli standard internazionali.

Il premier uscente, che secondo gli esperti sarà riconfermato al suo ruolo, ha dichiarato di voler combattere la corruzione e la povertà dilagante. Sul fronte della politica estera Pashinyan ha sottolineato la necessità di “rafforzare ulteriormente l’alleanza con la Russia e allo stesso tempo aumentare la cooperazione con gli Stati Uniti e l’Unione europea”.

Nelle elezioni di domenica si scontreranno nove partiti divisi in due blocchi elettorali, che si spartiranno i 101 seggi. Le urne apriranno alle 5:00 del mattino ora italiana e chiuderanno alle 17:00. I risultati si conosceranno lunedì.

Armenia: 30 anni dopo il devastante terremoto (Euronews 07.12.18)

All’inizio del servizio vedete degli uomini che suonano il duduk, uno strumento tipico armeno, nel giorno del 30esimo anniversario del terremoto che ha devastato l’Armenia del nord.

Il 7 dicembre 1988, una violenta scossa di 6,8 gradi della scala Richter ha provocato più di 25.000 morti, decine di migliaia di feriti, devastando il 40 percento del Paese.

Mentre l’Urss si stava sgretolando, la solidarietà è arrivata anche dagli altri Paesi dell’Unione.

“Eravamo talmente impegnati che non c’era tempo per piangere – dice un russo di mezza età che all’epoca era un giovane volontario – Specialmente nei primi 10 giorni, era importante salvare: anche una sola persona era importante”.

Il terremoto di Spitak, come viene chiamato dal nome della città dell’epicentro, è stato uno dei terremoti più devastanti del XX secolo, da cui l’Armenia non si è mai completamente ripresa. Anche perché dopo pochi anni dall’indipendenza è iniziata la guerra con l’Azerbaijan. Che dura da 20 anni.

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Spitak ’88, il terremoto che distrusse l’Armenia (Sputnik 07.12.18)

Trent’anni fa in Armenia quattrocento centri abitati vennero rasi al suolo dal terremoto più devastante del dopoguerra. Il mondo intero non restò a guardare e l’Italia, ferita pochi anni prima dai terremoti in Friuli ed Irpinia, prestò il suo aiuto alla popolazione armena, che ne beneficia ancora oggi.

Il 7 dicembre 1988 alle 11:41 del mattino la terra tremò come mai successo prima nel nord dell’Armenia. L’epicentro del terremoto, di magnitudine 6,8, fu localizzato nella città di Spitak, che venne completamente rasa al suolo in meno di 30 secondi.

In totale furono 21 le città del nord dell’Armenia colpite dai danni provocati dal sisma, il cui bilancio in termini di vite umane è tuttora impressionante: 25 mila vittime accertate, 140 mila invalidi, più di mezzo milione di sfollati.

Nikolay Tarakanov, generale dell’esercito sovietico a capo delle operazioni di soccorso, commentò così la scena che si trovò di fronte ai suoi occhi:

“Spitak fu persino più terribile di Chernobyl. A Chernobyl ti prendevi la tua dose di radiazioni e fatti tuoi. Del resto la radiazione è un nemico invisibile. Qui invece c’erano corpi dilaniati, urla da sotto le rovine. Il nostro compito principale non fu solo quello di aiutare a estrarre dalle macerie i superstiti, ma anche dare una degna sepoltura ai morti”

Il giorno della catastrofe l’allora segretario generale del PCUS, Mikhail Gorbachev, era in visita negli Stati Uniti: appresa la notiza, con un gesto mai visto prima, rivolse un appello alla comunità internazionale, chiedendo supporto nelle operazioni di soccorso e ricostruzione.

Nelle settimane successive al sisma arrivarono aiuti da più di 111 paesi del mondo, tra cui l’Italia, che inviò in Armenia una missione sotto l’egida del Dipartimento di Protezione Civile, nato dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980.

Grazie all’intervento italiano, nel 1989 venne costruito un centro abitativo chiamato “Villaggio Italia”, con 204 case dotate di tutti i comfort di base per accogliere altrettante famiglie sfollate.

Nel 1991 ad Ashotsk, villaggio di montagna situato all’altitudine di 2000 metri, 50 km a nord dall’epicentro del terremoto, la Caritas costruì l’ ospedale “Redemptoris Mater”, funzionante tuttora e gestito dalla Fondazione San Camillo.

Natale 2018, rassegna “Zampogne del mondo” l’8 e il 9 dicembre a Erice (Sky tg24 07.12.18)

Parteciperanno il Zampognantica Duo dal Molise, Le Zampogne di Daltrocanto dalla Campania, Pasatrés dalla Spagna, Tonatsuyts dall’Armenia, Zornicadalla Polonia, Dudelsckmusik Vereno dall’Austria

Ritorna domani la rassegna internazionale di musiche e strumenti popolari, “Zampogne dal mondo”, giunta alla sua quarta edizione. Si svolgerà, ad Erice, in provincia di Trapani, dall’8 al 9 dicembre e parteciperanno il Zampognantica Duo dal Molise, Le Zampogne di Daltrocanto dalla Campania, Pasatrés dalla Spagna, Tonatsuyts dall’Armenia, Zornicadalla Polonia, Dudelsckmusik Vereno dall’Austria.

Gli eventi della rassegna

Sabato gli zampognari suoneranno per le strade e i vicoli del borgo medievale. Domenica esibizioni itineranti e alle 18 concerto con tutti i gruppi nella Chiesa di San Martino. “Zampogne dal Mondo” è un’iniziativa del Comune di Erice e della Fondazione Erice Arte. La prima edizione si era svolta nel 1965. Nel 1999 ci era stata un’interruzione che era durata 15 anni. Dal 2015 le zampogne hanno ripreso, ogni anno, a fare la loro comparsa tra le suggestive strade del borgo

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Nagorno-Karabakh: incontro fra presidente azerbaigiano Aliyev e premier armeno Pashinyan a margine summit Csi (Agenzianova 07.12.18)

Baku, 07 dic 12:45 – (Agenzia Nova) – Il presidente azerbaigiano, Ilham Aliyev, e il premier armeno, Nikol Pashinyan, si sono incontrati a margine del summit informale della Comunità degli Stati indipendenti (Csi) a San Pietroburgo. Lo ha riferito Hikmet Hajiyev, direttore del dipartimento affari esteri dell’amministrazione presidenziale azerbaigiana, all’agenzia di stampa “Trend”. “Durante la conversazione c’è stato un dibattito sui negoziati attivi sulla risoluzione del conflitto armeno-azerbaigiano del Nagorno-Karabakh e sulla necessità di garantire il cessate il fuoco. Va tenuto presente che questi due fattori sono strettamente interconnessi e devono essere continuati per completarsi a vicenda”, ha detto Hajiyev secondo cui al momento si registra “una relativa serenità lungo la linea di contatto tra le truppe e il confine di stato”. Questo status, afferma il rappresentante dell’amministrazione presidenziale azerbaigiana, “crea una buona base per negoziati sostanziali e intensi sulla risoluzione del conflitto. Questo non significherà mai il congelamento del conflitto o il mantenimento di uno status quo inaccettabile. La nostra posizione rigorosa è che lo status quo basato sull’occupazione dovrebbe essere modificato”. I copresidenti del Gruppo di Minsk dell’Osce hanno ripetutamente sottolineato l’importanza di cambiare lo status quo a livello di capi di Stato, ha ricordato Hajiyev. “Come risultato dei negoziati sulla risoluzione del conflitto, l’integrità territoriale e la sovranità entro i confini internazionalmente riconosciuti dell’Azerbaigian dovrebbero essere ripristinati”, ha concluso il rappresentante dell’amministrazione presidenziale. (segue) (Res)

In Armenia un centro di formazione nato sul modello di Ifoa (Reggionline 06.12.18)

Il direttore Umberto Lombardoni ha ricevuto la visita di Hasmik Sahakyan, che guida la International Accountancy Training Centre Educational Fund (Iatc)

In Armenia un centro di formazione nato sul modello di Ifoa

Hasmik Sahakyan e Umberto Lonardoni di Ifoa

REGGIO EMILIA – Nel 1998, nell’ambito di un progetto finanziato dal programma Tacis dell’Unione Europea,  Ifoa esportò in Armenia il proprio modello di formazione e di business school. Nasceva così a Yerevan Iatc, International Accountancy Training Centre Educational Fund, sotto la direzione di Hasmik Sahakyan. Il 3 dicembre scorso, dopo diversi anni, Sahakyan è tornata a Reggio Emilia in visita ad Ifoa.

«In questi anni – ha raccontato  – Iatc ha sviluppato moltissime attività strategiche per formare giovani laureati, donne disoccupate e specializzare persone che già lavorano. Questa visita mi ha permesso di avere spunti e idee innovative da applicare al contesto del mio paese e di ipotizzare lo sviluppo di attività di scambio per future collaborazioni. Ifoa rimane un esempio molto concreto di come la formazione delle persone e le attività di supporto alle aziende siano fondamentali per dare energia al mercato del lavoro: è un’organizzazione unica nel suo genere, in tutta Europa».

Per Umberto Lonardoni, direttore di Ifoa «quella dell’ Armenia è una best practice, un esempio positivo di trasferimento di know how che ha avuto successo grazie anche al grande impegno profuso da Hasmik Sahakyan in tutti questi anni».

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Nagorno-Karabakh. Osce: incontro dei ministri di Armenia e Azerbaijan mediato da Moavero Milanesi (Notiziegeopolitiche.it 06.12.18)

Si è svolto a Milano, in occasione del vertice Osce, lo storico incontro sul tema Nagorno-Karabakh fra i ministri degli Esteri di Armenia, Zohrab Mnatsakanyan, e di Azerbaijan, Elmar Mammadyarov, mediato dalla presidenza di turno italiana, nella fattispecie da Enzo Moavero Milanesi.
Da oltre vent’anni le truppe azerbaigiane combattono contro quelle armene per riconquistare il controllo sull’altopiano del Karabakh e sugli altri sette distretti azeri, occupati dalle forze armene con la guerra svoltasi tra il 1992 ed il 1994 e mai smilitarizzate, nonostante quattro risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (n. 822, 853, 874 e 884 del 1993) richiedano ad Erevan di ritirare le proprie truppe per consentire l’instaurarsi di un clima che possa favorire lo svolgimento delle trattative di pace. Per tentare di contenere le violenze e di arrivare alla pace è stato costituito nel 1992 il Gruppo di Minsk, organismo messo insieme dall’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), guidato da una co-presidenza attualmente composta da Francia, Russia e Stati Uniti d’America. Fanno inoltre parte del gruppo rappresentanti di Bielorussia, Germania, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Turchia, oltre a Armenia ed Azerbaigian.
Nella nota emessa dalla Farnesina in merito all’incontro di oggi si legge la dichiarazione del ministro Moavero Milanesi: “Siamo lieti che il Consiglio ministeriale dell’Osce a Milano sia stato l’occasione per una dichiarazione congiunta di Armenia e Azerbaijan, in vista della soluzione di uno dei cosiddetti conflitti protratti in Europa”. “Questi – ha continuato il ministro – sono i risultati concreti che dimostrano l’importanza dell’OSCE come foro di dialogo”.
Nel corso delle recenti visite in entrambi i Paesi e di successivi incontri, il ministro Moavero Milanesi aveva più volte discusso con i ministri degli Esteri di Armenia ed Azerbaijan l’opportunità di cogliere l’occasione della riunione Osce, oggi in corso a Milano, per compiere passi avanti nel rilancio del dialogo volto a favorire una soluzione pacifica e consensuale della vertenza relativa al Nagorno Karabakh.
Nel comunicato congiunto, favorito dal clima positivo instaurato a Milano e facilitato anche dall’azione dei co-presidenti del Gruppo di Minsk, Armenia e Azerbaijan hanno convenuto in particolare di impegnarsi a ridurre la tensione tra loro e a incontrarsi nuovamente nei prossimi mesi per stabilire ulteriori passi concreti.

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Ministero degli Esteri italiano felice della dichiarazione di Armenia e Azerbaigian (Sputniknews 06.12.18)

Il Ministero degli Esteri italiano è felice che l’Armenia e l’Azerbaigian abbiano adottato una dichiarazione sul Karabak a Milano.

La dichiarazione congiunta di Armenia e Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh dimostra l’importanza dell’OSCE come piattaforma per il dialogo, ha detto il capo del Ministero degli Esteri italiano, alla presidenza dell’organizzazione quest’anno.

“Siamo lieti che il Consiglio dei Ministri dell’OSCE a Milano abbia fornito l’opportunità per una dichiarazione congiunta dell’Armenia e dell’Azerbaigian per risolvere una delle crisi più lunghe in Europa. Questi sono risultati concreti che dimostrano l’importanza dell’OSCE come forum di dialogo”, ha dichiarato Enzo Moavero Milanesi, la cui dichiarazione è citata dal Ministero degli Esteri italiano.

Il ministero ha sottolineato che in precedenza, nel corso delle visite in entrambi i paesi, il capo del ministero degli Esteri italiano ha discusso con i colleghi di Armenia e Azerbaigian “della possibilità di utilizzare l’incontro a Milano per raggiungere un progresso nel riavvio del dialogo, per contribuire a una soluzione pacifica per risolvere la controversa questione del Nagorno-Karabakh”.

Il conflitto in Karabakh è iniziato nel febbraio 1988, quando la regione autonoma del Nagorno-Karabakh ha annunciato l’allontanamento dall’Azerbaigian. Nel settembre 1991, nel centro di Nkao Stepanakert, è stata annunciata la creazione della Repubblica del Nagorno-Karabakh. Le autorità dell’Azerbaigian nel corso del successivo conflitto militare hanno perso il controllo del Nagorno-Karabakh. Dal 1992 sono in corso i negoziati per una soluzione pacifica del conflitto nell’ambito del gruppo di Minsk dell’OSCE. L’Azerbaigian insiste sulla necessità di mantenere la sua integrità territoriale, l’Armenia protegge gli interessi della repubblica non riconosciuta, la Repubblica autonoma non è parte ai negoziati.

 

Azerbaijan: eravamo vicini di casa (Osservatorio Balcani e Caucaso 06.12.18)

Era una fredda notte d’inverno il 28 febbraio del 1988 quando qualcuno ha bussato alla porta di Gular, a Sumgayit, grande città industriale a nord della capitale dell’Azerbaijan, Baku. La donna era a casa da sola, con i suoi figli. Quando ha aperto la porta si è trovata davanti i suoi vicini armeni, le loro facce pallide, le mani tremolanti.

“Anya, Sveta, Aida e i loro bambini. Mi chiesero ‘Possiamo stare qui questa notte? Solo una notte, partiremo domattina presto’. Ero spaventata anch’io. Ho chiesto cosa stesse accadendo ma non sapevano esattamente neppure loro. Solo che ‘stanno cercando le famiglie armene’”.

Il 28 e il 29 febbraio del 1988 in un’ondata di violenza a Sumgayit vennero uccise 26 persone appartenenti alla comunità armena e 6 azerbaigiani, come riportarono i media internazionali. Il massacro avvenne nel contesto della crescente tensione tra Armenia e Azerbaijan, allora entrambe repubbliche sovietiche, in merito al Nagorno Karabakh, una regione dell’Azerbaijan la cui popolazione armena aveva chiesto l’annessione da parte della vicina Repubblica socialista sovietica dell’Armenia.

Gli scontri a Sumgayit hanno portato alla fuga di quasi tutti gli appartenenti alla comunità armena della città, circa 14.000 persone e a migliaia d’altri nel resto dell’Azerbaijan. Lo riporta nel suo libro “Black Garden: Armenia and Azerbaijan through Peace and War” Thomas de Waal, esperto di Caucaso presso il think tank Carnegie Europe, con sede a Londra. Nonostante le opinioni su cosa abbia causato effettivamente la violenza variano, quei giorni resero evidente che la coesistenza pacifica tra questi due popoli in Azerbaijan era terminata.

Al tempo, comunque, quanto stava avvenendo era difficile da comprendere per molti. Vi furono molti a Sumgayit che aiutarono a proteggere dalle violenze i loro vicini, i loro amici, i loro conoscenti. Gular, oggi settantenne, è una di loro.

“Erano nostri vicini”, afferma riferendosi a tre donne armene ed ai loro bambini a cui diede rifugio quella notte del 1988. “Avevamo cresciuto i nostri figli insieme, abbiamo riso e pianto insieme, ma soprattutto questa gente non ci aveva mai fatto nulla di male”.

Mentre ci si inoltrava nella notte, nessuna di loro dormiva, continua Gular (il cui cognome non è stato inserito per garantirne la sicurezza).

“Anya mi diceva della folla per strada e si preoccupava per i propri figli. Sveta provava a capire da suo marito dove potessero andare. Ed io ero tanto spaventata quanto i miei vicini. È stato così stressante!”.

“È così che trascorremmo quella notte. Tutti in silenzio, in una piccola stanza. Ce ne stavamo seduti per terra, abbracciando le nostre ginocchia, così fino al mattino. Dissi loro che potevano stare quanto volevano ma mi risposero che prima o poi dovevano andarsene”.

Il cortile delle case dove risiedeva Gular – Chai Khana

Circa alle 5 del mattino “ci siamo abbracciati, abbiamo pianto e se ne sono andati”.

E, semplicemente, scomparvero. Da allora Gular non ha più saputo niente dei suoi vicini armeni. Suo figlio li ha anche cercati on-line, tramite Facebook, ma senza alcun risultato.

Ricordi dei suoi vicini rimangono tra i suoi oggetti personali. Conserva ancora un vaso in cristallo, dono di Aida. E vestiti che Aida, sarta, confezionò gratuitamente per lei, per suo figlio e per altri scolari del quartiere.

“Non ha mai voluto che la pagassimo. E noi le portavano regali dalla nostra regione [Nagorno Karabakh]. Non ho mai buttato nessun vestito che Aida ha cucito per me. È come se fossero stati confezionati ieri….”.

In quei giorni, aggiunge: “Non potevamo immaginare che si sarebbe scatenato un conflitto così duro”.

Kamo, figlio di Aida, era appassionato di fotografia e Gular conserva ancora foto scattate da lui che raffigurano momenti di vita insieme, prima della guerra.

“Ha immortalato i nostri giorni migliori, le vacanze, le feste di compleanno. Ai tempi non era facile avere una macchina fotografica. Come possiamo dimenticarci di questi momenti? Li abbiamo vissuti assieme”.

Le relazioni tra la famiglia di Gular e i loro vicini armeni riflettono il melting pot del loro quartiere, sino ai tardi anni ’80. Allora le differenze tra russi, ebrei, ucraini, azerbaigiani e armeni non contavano, afferma Gular.

“Era raro chiedere a qualcuno ‘Di dove sei?’. Ricordo che nel nostro stesso edificio abitavano altre tre famiglie armene e molte altre russe. Non sapevamo le differenze, eravamo tutti vicini”.

I suoi bambini spesso andavano nell’appartamento di Aida e del marito Artush per guardare l’unica televisione a colori dell’intero vicinato. “Nessuno ha mai detto loro ‘Non sedere qui’. Ai giorni nostri è raro trovare una pazienza come quella nei confronti dei figli degli altri”.

Durante la festa azera per celebrare la primavera, il Novruz, i suoi bambini e i loro amici armeni “coloravano e cuocevano assieme le uova, mentre chiacchieravano tra loro”, continua.

“I dolci di Sveta erano fantastici; era bravissima nel cucinarli. Sono stati ospiti al nostro matrimonio ed eravamo fianco a fianco, in mutuo sostegno, ai funerali”.

Gular cerca ancora di trovare un senso per la scomparsa di quella comunità. Ritiene che il conflitto aveva ragioni politiche e non fu responsabilità dei cittadini ordinari di Armenia e Azerbaijan.

“Dico sempre che Dio ha maledetto i responsabili di questa guerra! Ciò che abbiamo perso sono i nostri vicini e la nostra gioventù. Abbiamo perso il senso di comunità e l’amicizia”, continua.

La stessa Gular si è poi trasferita in un altro quartiere di Sumgayit. A volte però torna nel suo vecchio quartiere, dove vivevano insieme ai loro vicini armeni.

“Vado e guardo alle finestre ed ai poggioli. Sono altre persone a guardar fuori da quelle finestre che in passato erano le mie, quelle di Aida, di Sveta, di Anya. Sono solo pochi i vecchi vicini che rimangono qui da visitare”.

“Tutto è accaduto così rapidamente che non abbiamo nemmeno saputo chi è entrato al posto loro nell’appartamento. Lo hanno scambiato o venduto? O è stato occupato da altri? Non lo so…”

Dopo aver chiacchierato per un po’ Gular si è improvvisamente azzittita.

“Viviamo in tempi in cui io ho paura anche solo a dire che avevamo dei buoni vicini. La situazione è molto dura da accettare”.

La guerra ha bloccato tutti quegli scambi tra persone e luoghi che prima si davano per scontati.

Gular, il cui fratello è stato ucciso nei combattimenti, non può più recarsi in visita nel luogo dove è nata, Jabrayil, in Karabakh che ora si trova oltre il fronte armato con l’Armenia.

Nonostante gli orrori del conflitto Gular però continua ad essere convinta che in quella notte di febbraio del 1988 ha fatto la cosa giusta. Nella guerra, sottolinea, la maggior parte delle persone ordinarie sono innocenti.

“A volte mi dicono ‘gli armeni hanno occupato la tua regione di nascita, come fai ad avere nostalgia dei tuoi vicini armeni’?”. Gular scuote al testa. La sua risposta è semplice ma profonda: “Non è colpa loro”.

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“IL Barocco romano. La scuola di Benini in mostra a Jerevan (Aise 06.12.18)

JEREVAN\ aise\ – Per oltre due mesi, sino al 18 febbraio 2019, a Jerevan in Armenia si potranno ammirare 55 capolavori del Barocco romano. È stata infatti inaugurata il 4 dicembre nelle sale della Galleria Nazionale dell’Armenia la mostra “Il Barocco romano. La scuola di Bernini“, che presenta al pubblico le opere provenienti da Palazzo Chigi in Ariccia.
L’esposizione, che è stata individuata per essere inclusa nell’Anno europeo del patrimonio culturale, rappresenta anche un omaggio all’Armenia in occasione del centenario della nascita della prima Repubblica nel 1918.
“Mai prima così tanti capolavori artistici italiani sono stati portati in Armenia”, ha dichiarato il viceministro della Cultura di Jerevan, Tigran Galstyan, inaugurando la mostra. “Questo è un grande evento per il nostro Paese”.
L’importanza della cultura come uno dei pilastri su cui porre le basi per lo sviluppo delle relazioni italo-armene è stata sottolineata anche dall’ambasciatore d’Italia, Vincenzo Del Monaco, il quale, ricordando la visita di fine luglio del presidente Mattarella nel Paese caucasico, ha parlato del 2018 come di “un anno importante per i rapporti tra Italia e Armenia”. (aise)