Partenariato orientale a rischio stallo (Osservatorio Balcani e Caucaso 20.03.19)

Armenia, Moldavia e Georgia hanno fatto passi indietro, mentre l’Ucraina ha realizzato piccoli miglioramenti: lo dice l’Indice Partenariato orientale 2017, pubblicato dal Civil Society Forum lo scorso dicembre.

La ricerca ha analizzato i progressi compiuti dai 6 paesi EaP (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina) nel corso del 2017 in due ambiti: la solidità delle istituzioni democratiche create in ogni singolo paese e il livello di integrazione con l’Unione europea, compresi i settori del commercio e della mobilità.

Stando alla ricerca, alcuni ex stati sovietici hanno mostrato progressi, ma anche alcuni arretramenti e incertezze. E con le elezioni per il Parlamento europeo in arrivo e i dibattiti sull’accordo per la Brexit, la politica europea di vicinato potrebbe cambiare, così come la situazione dei suoi partner orientali.

“Il problema è che l’Ue al momento è molto proiettata su sé stessa”, sostiene Jeff Lovitt, autore della ricerca e presidente fondatore dell’associazione non-profit New Diplomacy. “Temo che l’Unione europea non sarà interessata a una prospettiva di nuove adesioni, quindi i paesi del Partenariato orientale devono cogliere questa occasione per creare un legame, sia esso in ambito commerciale, di politica energetica o per garantire l’eliminazione dei visti d’ingresso”.

Il rapporto mette in luce gli esigui progressi fatti nell’ultimo anno dai paesi EaP verso gli standard e le norme Ue, anche nel caso dei paesi più solidi dal 2014: Ucraina, Moldavia e Georgia, membri di accordi di associazione.

L’Ucraina, il vicino orientale dell’Unione con 44 milioni di cittadini, è avanzata di 0,01 punti raggiungendo 0,73 su 1, rispetto alla prima edizione dell’Indice nel 2015-2016. In ogni caso, il paese ha compiuto passi significativi su accordi bilaterali e mobilità.

Schiacciata tra Romania e Ucraina, la Moldavia è scesa drasticamente di 0,07 punti, situandosi al terzo posto con 0,65 punti dopo l’Armenia. Segue la Georgia, l’altro partner in area caucasica, anch’essa in calo attestandosi a 0,64 punti.

Punteggio invariato per l’Azerbaijan, mentre la Bielorussia migliora di 0,08 punti, anche se resta il fanalino di coda della classifica.

Nella seconda categoria dell’indice, dedicata ai legami internazionali tra aziende, società civile, cittadini e governi, i paesi partner sono rimasti stabili o hanno segnato un moderato progresso, soprattutto legato all’accordo con i paesi Schengen per la mobilità senza obbligo di visto, entrato in vigore nel 2017 per Ucraina, Moldavia e Georgia. L’accordo di libero scambio ha costituito un fattore di spinta all’interno del pacchetto dell’accordo di associazione, e ha permesso un aumento degli indici di scambio commerciale per tutti i membri.

Georgia e Moldavia sono le nazioni che più hanno beneficiato dell’accordo raggiungendo 0,71 punti, seguite dall’Ucraina con 0,66 punti. Il trio finale, costituito da Armenia, Azerbaijan e Bielorussia, è rimasto a distanza con punteggi pari o inferiori a 0,50 punti.

Cos’è successo in questi paesi a partire dal 2017?

Nota positiva: tutti i paesi del Partenariato sono stati in grado di aumentare gli accordi commerciali bilaterali in vigore, con l’Ue che per alcuni è divenuto il principale partner per le proprie esportazioni, come nel caso dell’Ucraina. Tuttavia, lo sforzo per adeguarsi alle norme Ue è ancora in corso.

Secondo il rapporto dell’Unione europea sull’Ucraina, il paese nel corso del 2018 ha compiuto passi avanti nelle riforme in ambito sanitario, previdenziale, scolastico, ma anche sulla decentralizzazione, gli appalti pubblici e il settore ambientale; molte aree importanti, però, devono ancora essere rafforzate. Nello specifico, servono misure giudiziarie e anti-corruzione essenziali, ma anche una cultura della prevenzione contro attacchi verso attivisti e società civile. Il paese ha conosciuto una serie di crisi iniziate alla vigilia delle ormai prossime elezioni presidenziali di marzo, da quando il 26 febbraio scorso un tribunale locale ha cancellato la legge sull’ingiustificato arricchimento. Questa norma era tra i requisiti per accedere all’eliminazione dell’obbligo di visto, introdotta nel 2017.

Nel corso del 2018 l’Armenia era principalmente concentrata sulla politica interna: migliaia di persone sono scese in strada durante proteste pacifiche contro il governo denominate “Rivoluzione di velluto”. La situazione politica è mutata, con elezioni parlamentari anticipate a dicembre 2018. Ora le priorità del paese si concentrano tra la formazione di una nuova amministrazione e ulteriori sforzi anti-corruzione.

Per quanto riguarda la Moldavia, il processo di integrazione con l’Ue è in stallo, dato che la classe dirigente non è riuscita a migliorare gli standard di vita e a riformare il sistema giudiziario. Il paese si trova ora nella sua fase di maggiore stallo in termini di trasformazione economica da quando ha firmato l’Accordo di associazione. La Commissione europea nel 2018 ha sospeso la prima tranche di un macro-pacchetto di aiuti finanziari destinati alla Moldavia a causa di problematiche riguardanti lo stato di diritto. Inoltre, in novembre, Bruxelles ha emanato una risoluzione critica in cui la definiva “uno stato nelle mani degli interessi oligarchi”. La Moldavia, una delle nazioni più povere d’Europa, ha attraversato una crisi quando nel 2014 venne rubato 1 miliardo di euro dalle banche locali. Alcuni politici di spicco hanno subito indagini e alcuni sono stati condannati, ma il denaro non è mai stato recuperato. Le elezioni parlamentari tenutesi a fine febbraio non hanno assicurato alcuna certezza sul futuro del paese: hanno soltanto evidenziato le tensioni interne al paese, per esempio tra i sostenitori della Russia e quelli dell’Occidente.

Secondo l’ultimo rapporto Ue diffuso a gennaio, la Georgia, diversamente dalla Moldavia, ha compiuto evidenti progressi nel rispettare gli impegni presi nell’Accordo di associazione. Tuttavia, la corruzione resta ancora un problema serio: la Georgia deve proseguire sulla strada delle riforme, con una solida applicazione di regole e standard. Come spiega il rapporto dell’Unione, “la società civile esprime preoccupazioni riguardo alla potenziale interferenza politica sul potere giudiziario e sul pluralismo dei media. Tra le questioni che restano da affrontare: il rispetto dei diritti umani e le legislazione contro la discriminazione”.

L’Azerbaijan e l’Unione europea hanno raggiunto una posizione comune nel 2018 sulle priorità dell’Accordo di partenariato, progettando di aumentare la cooperazione negli anni successivi. Ma per compiere davvero passi avanti, il paese deve affrontare le sfide interne, che secondo il rapporto dell’Indice sono la crescente corruzione e l’economia sommersa, la sanità inefficiente e il sistema educativo, e infine i deboli sistemi finanziario e giudiziario. Il paese spera quindi di firmare un nuovo accordo commerciale bilaterale con l’Unione nel 2019.

Come gli altri paesi EaP, anche la Bielorussia ha aumentato le proprie relazioni commerciali con paesi europei, rendendo l’Ue il secondo partner commerciale dopo la Russia. In ogni caso, il paese non sembra interessato a impegnarsi in maniera strategica per rendere l’Unione il suo partner commerciale prioritario, in considerazione dei suoi rapporti con la Russia. La repressione degli attivisti e la censura dei media affievolisce le opportunità di sviluppare ulteriormente le relazioni tra Unione e Bielorussia.

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Ryanair, l’Europa non basta: la low cost volerà in Armenia nel 2020 (Ttgitalia.com 20.03.19)

Il vettore dal 2020 farà un altro passo più ad Est e volerà sull’Armenia. L’annuncio è arrivato dalle autorità del Paese, che avrebbero parlato di colloqui con la compagnia, interessata ad avviare le operazioni sul Paese

Qualche dettaglio in più è arrivato anche sui costi: secondo quanto riporta preferente.com, il prezzo medio dei biglietti della compagnia sarebbe ritenuto troppo basso dalle autorità armene. Ma, hanno assicurato, non si tratterà comunque di tariffe comparabili a quelle delle compagnie legacy.

Come sempre quando Ryanair posa gli occhi su un mercato, le aspettative sono alte. L’aspettativa è che il vettore funzioni da calmiere delle tariffe e, di conseguenza, aumenti i flussi tra Europa e Armenia.

Dal 2013 l’Armenia ha liberalizzato l’aviazione, aprendo il mercato a nuovi competitor.

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Dall’aiuto agli armeni in fuga al primo libro stampato in città: la storia di Bari in 10 scatti (Baritoday 19.03.19)

La storia di Bari raccontata attraverso una figura, un libro e un episodio, tutti strettamente collegati tra di loro. A tessere l’immaginario fil rouge è la mano della fotografa barese 25enne Martina Picciallo, che attraverso gli scatti compie un’azione semplice: ‘Ti racconto Bari’, esattamente come il titolo della sua mostra inaugurata sabato 16 marzo nella libreria Bari Ignota.

Storia di Bari negli scatti

Dieci scatti carichi di significato, che ritraggono Paolo Scagliarini, Enrica Simonetti, Egidio Pani, Carlo Fusca, Marco Montrone e la redazione di Barinedita, Paola di Marzo, Luigi Bramato e Valeria Bottalico, Stefano de Carolis, Rupen Timurian e Pasquale Trizio. Ognuno con un particolare collegamento al libro che tengono in mano a favore di fotocamera: l’operatrice culturale Paola di Marzo, ad esempio, è ritratta al Museo Civico di Bari con le ‘Operette del Parthenopeo Suauio in uarij tempi e per diversi subietti composte, et da Siluan Flammineo insiemi raccolte, et alla amorosa e moral sua Calamita intitolate’, il primo libro stampato nel capoluogo, risalente al 1535 e firmato dal napoletano Colantonio Carmignano, uomo pubblico, tesoriere di Stato e accompagnatore della regina Bona Sforza nel suo viaggio nuziale del 1517. Ci sono poi episodi più recenti, che ancora assurgono alle cronache locali, come il caso del Villaggio Trieste, realizzato nel 1956 per dare accoglienza ai profughi italiani di Grecia, Albania, Libia e Dalmazia. A fondare l’istituto storico del Villaggio Trieste sono stati  Antonio Scagliarini e il figlio Paolo; quest’ultimo ritratto dalla Picciallo con il volume da lui scritto, che ripercorre questa particolare storia barese “Villaggio Trieste. Bari 1956: una terra di esuli in Patria?“.

È legato da un filo invisibile che unisce Occidente e Oriente anche lo scatto dedicato a Rupen Timurian, imprenditore e presidente onorario del centro Studi Hrand Nazariantz di Bari, che nella foto in mostra mantiene il libro ‘Nazariantz’. Scritto del libraio barese Pasquale Sorrenti, è una biografia di Hrand Nazariantz, scrittore, poeta e giornalista armeno che nel 1912 si trasferì in città, aiutando molti suoi compatrioti perseguitati dai Giovani Turchi a trovare riparo nel capoluogo pugliese. Tanto da realizzare nel 1926 il villaggio armeno ‘Nor Arax’ di Bari.

“Per la mostra l’autrice è partita da un singolo elemento: il libro – spiega il fondatore della libreria Bari Ignota, Luigi Bramato – Ognuno dei volumi ritratti è infatti presente in libreria per raccontare una parte della storia della città che magari non tutti conoscono”.

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La lezione attuale del “caso armeno (www.mosaico-cem.it 19.03.19)

[Scintille: letture e riletture] Genocidio e negazionismo, Stato nazionale e rapporto con le etnie di minoranza.

Fra i molti doni intellettuali che l’ebraismo ha fatto alla cultura moderna (per citarne solo alcuni, il monoteismo, l’idea di un giorno ricorrente di riposo, la protezione dei deboli come diritto), ve n’è uno moderno e terribile che ha però radici nell’Esodo e nel libro di Ester: la definizione del crimine di genocidio. Il nome e anche la formulazione giuridica del concetto generale che gli corrisponde si devono all’avvocato ebreo polacco Rapahel Lemkin, che lo propose nel 1944, dopo essere sfuggito per un pelo ai nazisti, in un libro intitolato Axis Rule in Occupied Europe: Laws of Occupation – Analysis of Government – Proposals for Redress. Ma Lemkin, già prima della seconda guerra mondiale, si era occupato dei crimini contro l’umanità e aveva proposto alla Società delle Nazioni di bandire ciò che chiamò “Barbarie” (lo sterminio di un’etnia) e “vandalismo” (la distruzione della cultura di un’etnia).
Lo aveva fatto a partire da un altro genocidio, quello subito dagli armeni e già allora, ma ancora oggi, oggetto di un ostinato negazionismo di Stato da parte della Turchia che ne era stata la responsabile con un lungo sterminio programmato, che ebbe il culmine fra il 1915 e il 1917.

Senza negare l’unicità della Shoah, vi è un’evidente somiglianza fra i due genocidi, compiuti ai danni di due piccoli popoli privi di Stato e dispersi nell’esilio. Molti ebrei avevano fatto il possibile per opporsi al genocidio degli armeni, dall’ambasciatore americano Henry Morgenthau, alla famiglia di Aaron Aaronson. Dall’altra parte, in un discorso segreto ai generali, perplessi di fronte alla “soluzione finale della questione ebraica”, lo stesso Hitler il 22 agosto del 1939 li aveva rassicurati dicendo “Chi parla ancora oggi dell’annientamento degli armeni?” Anche in questo caso il negazionismo faceva parte fin dall’inizio del progetto genocida e a lungo esso sembrò aver successo, anche a causa della riluttanza degli alleati a denunciare quel che sapevano perfettamente e a cercare di contrastarlo militarmente.
Genocidio e negazionismo fanno dunque corpo, perché a differenza di altri crimini, come il terrorismo, il genocidio non è fatto per essere proclamato in pubblico, anche se è preparato da azioni di propaganda che disumanizzano e rendono ridicole e odiose le vittime. Ma è un atto così terribile da doversi consumare nel segreto e da non poter essere ammesso neppure dopo i fatti, se non in seguito a una sconfitta decisiva e a un cambiamento generazionale, come accadde in Germania.
La Turchia, sconfitta inizialmente nella Prima Guerra Mondiale e costretta dalle potenze occidentali a riconoscere il delitto e a istituire processi contro i principali carnefici, fu in grado poi di tornare indietro da queste sue ammissioni, grazie a un accordo coi comunisti russi e all’incapacità occidentale di contrastarne il riarmo. Per cui non solo il genocidio si rinnovò nella guerra di riconquista guidata da Mustafà Kemal detto Ataturk, ma fino a oggi, a più di un secolo di distanza, il negazionismo è una delle politiche fondamentali dello Stato turco, con l’appoggio di leggi che proibiscono il vilipendio della nazione.

Di recente è uscito in italiano presso l’editore Guerini I peccati dei padri. Negazionismo turco e genocidio armeno di Siobhan Nash Marshall: un libro importante che riflette in maniera approfondita e motivata su questo nesso, studiando soprattutto un problema che tormenta anche chi si occupa della Shoah: perché la strage? Perché uno Stato in difficilissime condizioni di guerra impegna forze importanti per distruggere un popolo inerme? Perché non solo sadici aguzzini ma persone normali vincono la naturale riluttanza contro l’omicidio sterminando anziani, donne, bambini, uomini inermi?
L’analisi approfondita di Nash Marshall si occupa dell’insicurezza turca dopo il crollo dell’impero multinazionale ottomano che dominavano: è proprio la mancanza di una realtà nazionale consolidata che spinge i turchi ancora oggi a cercare di eliminare tutte le popolazioni non omogenee e a inventarsi la patria in territori che avevano invaso. Il caso tedesco è evidentemente diverso, ma anch’esso ha a che fare con la dialettica fra la volontà imperiale di dominio e la pluralità delle popolazioni: un tema che ancora oggi è di attualità. Si parla oggi spesso dei pericoli del nazionalismo, ma certamente gli imperi e in genere le organizzazioni multinazionali che rimuovono l’eterogeneità della loro base territoriali sono ancor più pericolose. Oggi questo è chiaramente il caso nelle minacce islamiste di distruggere Israele e nel negazionismo storico sul legame fra popolo ebraico e la terra di Israele che le accompagna.
Leggendo il libro di Nash Marshall, oltre a una asciutta, lucida e terribile cronistoria del genocidio armeno, e a un’analisi delle sue cause si trova una riflessione di carattere generale che riguarda profondamente il mondo ebraico, come già compresero Lemkin e gli Aaronson. È importante continuare a testimoniare di un genocidio negato e studiarlo per capire i pericoli che ci stanno ancora oggi di fronte.

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Villa Pamphili, il Giardino dei Giusti accoglie 5 nuovi ulivi. C’è anche quello dedicato a Megalizzi (Romatoday.it 18.03.19)

A un anno dall’inaugurazione il Giardino dei Giusti di Villa Pamphili, a Roma, si arricchisce e accoglie cinque nuovi giovani ulivi intitolati al pacifista e ambientalista aloltoatesino Alexander Langer, alla antifascista tedesca Ursula Hirschmann, al dirigente di Solidarnosc Bronislaw Geremek, al giovane giornalista italiano Antonio Megalizzi, vittima dell’attentato a Strasburgo dello scorso dicembre, e Karen Jeppe, missionaria danese in prima fila per l’aiuto alle vittime del genocidio armeno. 

Ad individuare i nominativi delle cinque personalità è stato il Comitato scientifico per la realizzazione del Giardino dei Giusti, presieduto dalla sindaca di Roma, Virginia Raggi e composto da Anna Foa, Riccardo Di Segni, Giovanni Maria Flick, Andrea Riccardi, Gianni Celestini e Massimiliano Atelli, presenti stamattina alla cerimonia di intitolazione insieme ai ragazzi di alcune scuole superiori e istituti comprensivi che hanno contribuito alla scelta di due delle personalità riconosciute come Giusti dell’Umanità nel 2019, Jeppe e Megalizzi.

Di quest’ultimo, al quale gli hanno chiesto al Campidoglio di intitolare un istituto ancora senza nome, alla cerimonia hanno partecipato anche la mamma e la fidanzata, insieme alla vedova e al fratello di Alexander Langer.

“Vogliamo ricordare chi ha lottato contro ogni forma di ingiustizia e sopraffazione, a tutela dei diritti fondamentali. Ci ritroveremo qui ogni anno per continuare a fare del Giardino dei Giusti di Roma un luogo di memoria, per riflettere insieme sui valori di libertà, democrazia e salvaguardia dei beni comuni”, ha detto Raggi.

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Anche Alexander Langer e Antonio Megalizzi nel Giardino dei Giusti a Roma (Rainews 18.03.19)

Ad un anno dall’inaugurazione il Giardino dei Giusti di Villa Pamphili, a Roma, si arricchisce e accoglie cinque nuovi giovani ulivi intitolati al pacifista e ambientalista altoatesino Alexander Langer, alla antifascista tedesca Ursula Hirschmann, al dirigente di Solidarnosc Bronislaw Geremek, al giovane giornalista italiano Antonio Megalizzi, vittima dell’attentato a Strasburgo dello scorso dicembre e a Karen Jeppe, missionaria danese in prima fila per l’aiuto alle vittime del genocidio armeno. 
Ad individuare i nominativi delle cinque personalità è stato il Comitato scientifico per la realizzazione del Giardino dei Giusti, presieduto dalla sindaca di Roma, Virginia Raggi e composto da Anna Foa, Riccardo Di Segni, Giovanni Maria Flick, Andrea Riccardi, Gianni Celestini e Massimiliano Atelli.
Alla cerimonia hanno partecipato anche la mamma e la fidanzata di Antonio Megalizzi, insieme alla vedova e al fratello di Alexander Langer.
Nel servizio di Giuseppe Bucca, con il montaggio di Alessio Deluca, l’intervista con Valeria Malcontenti, vedova di Alex Langer e con Martin Langer, fratello del pacifista altoatesino. (Le interviste sono di Ulrieke Van den Driesch)

Tra i cinque giusti, ha sottolineato la sindaca, “c’è anche il giovane giornalista Antonio Megalizzi, morto nell’attentato di Strasburgo. Vogliamo contribuire a tenere viva la memoria soprattutto tra le giovani generazioni”. Nel Giardino dei Giusti di Roma, idea nata e proposta dalle associazioni onlus Gariwo e AdeiWizo, ogni anno verranno piantati cinque nuovi alberi in memoria delle personalita’ che verranno individuate. [fonte Agenzia Dire]

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Consiglio Lazio, Pirozzi: regione riconosce genocidio armeno (Askanews 18.03.19)

Roma, 18 mar. (askanews) – “Grazie all’approvazione da parte del Consiglio Regionale della mozione da me presentata su richiesta del “Consiglio per la Comunità Armena di Roma”, si colma la grave lacuna del mancato riconoscimento del genocidio armeno da parte della Regione Lazio. Il dramma del popolo armeno era infatti già stato riconosciuto sia dall’Onu, sia dal Parlamento Europeo, sia da quello italiano. Ringrazio i colleghi consiglieri che hanno approvato all’unanimità la mozione che impegna la giunta al riconoscimento per la sensibilità mostrata su un tema dimenticato da troppo tempo”. Così in una nota Sergio Pirozzi, Presidente della XII Commissione Tutela del territorio, erosione costiera, emergenze e grandi rischi, protezione civile, ricostruzione del Consiglio Regionale del Lazio.

Germania-Armenia: presidente parlamento Mirzoyan, dobbiamo rafforzare rapporti con Ue (Agenzianova 18.03.19)

Berlino, 18 mar 14:34 – (Agenzia Nova) – L’Armenia ritiene che un rafforzamento dei rapporti con l’Unione europea sia fondamentale per assicurare lo sviluppo e l’efficacia dei modelli democratici sul piano internazionale. Lo ha dichiarato il presidente del parlamento di Erevan, Ararat Mirzoyan, in un intervento rilasciato oggi di fronte al Bundestag a margine della sua visita ufficiale attualmente in corso in Germania. “Siamo fortemente determinati a continuare il processo di riforma istituzionale che stiamo portando avanti, insieme ai nostri partner europei”, ha detto Mirzoyan, elogiando le iniziative avviate dalla Germania in Armenia e nel Caucaso meridionale. “Il dialogo di alto livello che abbiamo istituito, insieme alla collaborazione interparlamentare e al rafforzamento dei nostri legami economici e culturali, è un’ulteriore dimostrazione dell’efficacia della cooperazione bilaterale”, ha aggiunto il presidente del parlamento di Erevan. (Geb)

L’intervista. Lali Panchulidze e il dialogo culturale tra Georgia e Armenia (Caserta24ore.it 16.03.19)

” Siamo un arcobaleno di diverse culture, che non vogliono mescolarsi nel grigio mondialismo”: è questa una delle eloquenti, incisive riflessioni di Lali Panchulidze, presidente dell’Associazione Acigea, che promuove dialogo culturale, interazione economica, tra Georgia, Armenia, e rappresentanti dell’Italia, ed altro ancora. Esponenti di una cultura antica ed intensamente sentita, Lali Panchulidze ed in generale l’Associazione Acigea rimarcano l’importanza anche di una possibile strada verso il futuro, in cui l’Eurasia ed, in particolare, una impostazione che valorizzi l’eurasiatismo, controbilanci un mondo troppo squilibrato in senso atlantista-ultracapitalista. Parte di una nobile famiglia georgiana cristiana-ortodossa, e rappresentante della famiglia reale Bragationi, di Georgia, Armenia e Cilicia, in Italia, Lali Panchulidze, laureata in letteratura e consulente in uno studio legale, unisce la fedeltà alle tradizioni con l’apertura alla modernità e con toni particolarmente cordiali ed atteggiamenti alla mano verso gli interlocutori. Inoltre, l’Associazione Acigea è impegnata in diverse importanti iniziative di dialogo tra confessioni religiose e benefiche, che non dimenticano la nobiltà morale del cercare di favorire la pace tra i popoli: pace che può derivare anche da una migliore conoscenza reciproca. Anche per questo la Georgia, l’antica Colchide del mito di Giasone, terra in cui realmente vi furono anche insediamenti greci ancora culturalmente significativi, è tuttora una nazione di incontro, da conoscere molto meglio.

1) L’Associazione Acigea promuove una migliore conoscenza della Georgia, attraverso viaggi, incontri di cultura, diffusione di prodotti di pregio, che sono un fiore all’occhiello della sua economia, con un valore storico e simbolico. Puoi esporci di più alcune specificità della Georgia, che la rendono più originale e preziosa?

La posizione geografica centrale fra Europa e Asia ha creato e plasmato nei secoli la perla del Caucaso, sintesi originale di culture differenti, di mondo occidentale e orientale. La Georgia è una civiltà unica, una terra ricca di paesaggi naturali incredibili, potenti e ancora selvaggi, ma anche di storia, monumenti, identità religiosa, folklore, cibi tradizionali ed il nostro famoso vino. ACIGEA promuove quindi viaggi turistici, culturali ed enogastronomici, nel Caucaso, in Georgia e Armenia. Ma oltre al turismo vi sono anche molte opportunità per imprenditori ed investitori italiani, con interessanti incentivi amministratici e fiscali da parte del nostro governo.

2) Nella terra georgiana è radicata una antichissima cultura cristiana-ortodossa per cui, tra gli ideali che animano l’associazione  Acigea, vi è l’intensificazione di un dialogo di pace tra cristiani occidentali ed orientali: puoi spiegare di più in cosa consistano le vostre iniziative in proposito?

La Chiesa Apostolica di Georgia è una delle più antiche chiese autocefale cristiane ortodosse. L’identità della Georgia è fondata sulla religione come simbolicamente chiaro nella nostra bandiera crociata, simile al vessillo templare della Città Santa di Gerusalemme, e nello stemma dello stato ovvero San Giorgio Megalomartire, Protettore della Georgia e di tutta la cavalleria cristiana, che uccide il diabolico drago. Il mondo cristiano, di fronte al terrorismo islamico ma anche agli altrettanto pericolosi materialismo consumista e relativismo morale, tipici del decadente modello liberal capitalista, deve ritrovare identità e unità, per un mondo migliore di pace, benessere diffuso e giustizia sociale, rispetto di tutti, innanzitutto di noi stessi.

3) Sei parte della nobile famiglia georgiana Panchulidze e rappresenti la Casa Reale Bragationi, che nei secoli fu famiglia regnante per Georgia, Armenia e Cilicia. Ci puoi aiutare a conoscere meglio le vicende di questa storica dinastia? In particolare, perchè sia importante per una parte dell’identità della Georgia, se ci siano stati problemi di particolare rilievo in epoca comunista sovietica, e quali siano ruolo e prospettive, nell’ottica del futuro.

La mia famiglia è sempre stata fedele, nei secoli, alla nostra gloriosa dinastia Bagrationi che ha governato sul Caucaso per oltre 1500 anni. I Bagrationi sono stati l’anima della Georgia cristiana ortodossa, la sua corona che univa i vari klan, il suo scettro che governava in pace, la sua spada che ne difendeva i sacri confini e diritti. La nostra era una monarchia tradizionale e tribale dove re, principi, nobili, cavalieri e popolo vivevano in gerarchica armonia, con grande senso del dovere, della giustizia e dell’onore. Oggi il giovane Principe Irakli Bagationi e la Casa Reale di Imereti promuovono innanzitutto l’identità della Georgia nel mondo, attraverso iniziative culturali e benefiche. La nostra delegazione organizza presentazione di libri, mostre d’arte e concerti, convegni ed eventi enogastronomici, portando avanti il dialogo ecumenico con i fratelli cattolici, relazioni economiche e dipolomatiche eurasiatiche.

4) L’associazione Acigea non si occupa di politica in senso attivo, e spesso si è concentrata su iniziative benefiche, tuttavia siete anche attenti a favorire dialogo e pace grazie ad una visione eurasiatista: modello di impostazione per diverse teorie geopolitiche. Tu stessa, in  un’altra intervista, hai considerato la vostra impostazione un argine a certe diaboliche manovre contro la pace, dicevi, che effettivamente sono state messe in atto da NATO e CIA, per aggredire e destabilizzare…
Puoi farci maggiormente presente il perchè del concetto di Eurasia, anche per favorire un mondo multipolare e quindi più equilibrato e giusto?

La Georgia è il cuore dell’Eurasia, il ponte elevatoio, su e giù a secondo delle diverse circostanze storiche, che unisce l’Occidente all’Oriente. Noi siamo una terra di confine, l’ultimo ed estremo baluardo cristiano, il limes romano, ma dopo di noi non ci sono i barbari ma grandi imperi e civiltà: la Persia, l’India e la Cina. E naturalmente la Russia Ortodossa, nostra sorella più grande (solo come dimensioni), alla quale siamo storicamente e culturalmente legati. Io non faccio politica ma basta guardare il mappamondo per capire dove e come siamo: vicino all’Europa ed al Mediterraneo e molto lontani dall’Atlantico e dalle Americhe…

5) Avete rapporti particolari con altre realtà con altre realtà associative e/ politico-sociali, con cui il dialogo sia particolarmente fruttuoso? E c’è qualcosa che vuole aggiungere, che finora non è stato adeguatamente rimarcato, a proposito del vostri impegno?

ACIGEA collabora con tutte le istituzioni italiane, nazionali e locali, particolarmente con Regione Lombardia, ma anche con il Parlamento Europeo. Siamo partner ed amici della associazione culturale Lombardia Russia di Gianluca Savoini, e del Centro Studi Sinergie, ma lavoriamo a stretto contatto con tutte le comunità straniere ortodosse presenti in Italia: georgiani, russi, armeni, greci, serbi e romeni… ma anche con kazaki, uzbeki e kirghisi. Siamo un vero arcobaleno di diverse culture che non vogliono mescolarsi nel grigio mondialista. Siamo difensori delle differenze e del dialogo interculturale, nel pieno rispetto reciproco e siamo contro la innaturale ideologia della uguaglianza forzata..

Introduzione e quesiti di Antonella Ricciardi; intervista ultimata il 14 marzo 2019

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L’Armenia intende acquistare altri Sukhoi Su-30SM (Analisidifesa.it 16.03.19)

Come largamente anticipato sul nostro canale Telegram già dalla scorsa estate e come confermato successivamente su questa rubrica lo scorso mese, l’Armenia ha proceduto all’acquisto di alcuni esemplari di caccia multiruolo Sukhoi Su-30SM.

Anche in quel contesto, riportando nostre fonti russe, avevamo poi anticipato che il contratto riguardava nel dettaglio 4 esemplari di Su-30SM; notizia che è stata successivamente confermata da tutti i media specializzati.

A tal proposito pochi giorni fa sono giunte nuove dichiarazioni da parte del Ministro della Difesa armeno David Tonoyan secondo cui l’Aeronautica armena non intende di certo concludere l’approvvigionamento dei caccia Sukhoi con questo primo contratto dichiarando testualmente: – “Non ci accontenteremo di [soli] quattro caccia…” – specificando inoltre che i Su-30SM – “verranno consegnati in conformità con l’accordo stipulato. Questi sono i migliori, moderni e collaudati caccia polivalenti!”

E’ presumibile insomma che l’obiettivo sia quello di procedere alla creazione di uno squadrone di almeno 12 Su-30SM da acquistare entro il prossimo triennio.

Nostre fonti russe riferiscono che Yerevan avrebbe inizialmente pensato ad acquistare i MiG-29 e che addirittura alcuni piloti armeni avrebbero persino iniziato dei corsi di formazione ad hoc, ma poi “qualcosa sarebbe andato storto” facendo saltare l’accordo. E tutto sommato considerata la ridotta dimensione geografica del paese (pari a 29.800 km quadrati, ovvero un decimo dell’estensione dell’Italia) la soluzione dei Fulcrum poteva essere decisamente più consona anche a livello economico.

Foto Astana Times (un Su-30 kazako con elaboraziine grafica con le insegne armene)

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Addio al patriarca armeno Mesrob, amico della pace (huffingtonpost.it 15.03.19)

Si è parlato poco in Europa della scomparsa di Mesrob Mutafyan, patriarca armeno, testimone del Novecento, uomo dai tratti umani, capace di sentimenti amicali profondi. Vale la pena invece farlo per conservare la testimonianza di un uomo che amava la pace.

Ottantaquattresima guida della Chiesa armena ortodossa di Istanbul, eletto patriarca nel 1998, negli anni precedenti, in uno dei suoi soggiorni romani, aveva conosciuto, giovane prete, la Comunità di Sant’Egidio: ne nacque una lunga e ricca amicizia grazie alla quale fu possibile inviare aiuti agli armeni dopo il terribile terremoto che colpì il Paese nel 1988.

“Tutti abbiamo ereditato peccati antichi, antichi malintesi, antichi problemi” diceva, pensando alla difficile storia della sua Armenia, quasi a dire che era necessario voltare pagina e guardare con speranza al futuro. Ma anche che non si poteva per alcun motivo tornare agli incubi del passato.

Il passato era quello doloroso di un popolo che era stato vittima delle stragi dei cristiani (tra un milione e un milione e mezzo di morti solo tra gli armeni) avvenute all’inizio del XX secolo in quella regione. Consapevole che tutto ciò era stato possibile anche per lo scoppio del primo conflitto mondiale, aveva assunto una posizione molto ferma di rifiuto di ogni guerra e di ogni violenza.

Proprio dentro la prima guerra mondiale si consumò infatti la strage degli armeni, in una Turchia che fino a poco prima li considerava sadiqa millet, nazione fedele al potere ottomano. Ma erano ormai finite, all’inizio del Novecento, le strutture del millet e dell’impero, e andava rafforzandosi la nuova struttura, la “nazione”.

Mesrob è stato l’uomo giusto al momento giusto per costruire ponti tra Oriente e Occidente: la storia da cui proveniva lo aveva reso consapevole che, una volta distrutto un ponte, è molto difficile ricostruirlo, riaprire un dialogo.

Guida di 50.000 armeni – tanti erano i suoi correligionari, gli altri sono nella Repubblica di Armenia o nella diaspora – è sempre stato un uomo di pace in uno scenario così difficile e complesso come quello della Turchia e tutto il Medio Oriente.

Infine, una memoria privata. Lo scenario è una casa per anziani poveri, nel centro di Roma. La visito e trovo una donna anziana, Valérie, dai tratti fini, che rivela antiche frequentazioni di mondi lontani alternando l’italiano al francese, ma anche al greco, arabo e turco…Mi viene un sospetto: è armena?

Racconta di scontri in Turchia: lei, quindicenne che assiste a scene violente e tutto torna, perché si tratta del 1915, anno horribilis, essendo nata nel 1900. So che è a Roma un amico, il futuro patriarca, e nel raccontargli della mia nuova conoscenza, lo invito a passare in quella casa. Risultato: due ore felliniane. Un prete ortodosso, in abito religioso, si intrattiene con una donna che potrebbe essere di Roma, ma anche di Alessandria, forse meglio definirla mediterranea.

Ascolto, come in una sinfonia, suoni di parole che al mio orecchio mutano di accento…Vedo Mesrob che passa dall’italiano al francese, al greco, al turco, all’arabo e infine…all’armeno. Tutto è perduto con la guerra, niente è perduto con la pace. Ciao Patriarca!

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