Turchia: presidenza condanna decisione Francia su giornata nazionale di commemorazione del genocidio armeno (Agenziastampa 06.02.19)

Ankara, 06 feb 16:21 – (Agenzia Nova) – Il capo dell’Eliseo ha annunciato ieri sera, nel corso di una cena con la comunità armena a Parigi, l’intenzione di proclamare il 24 aprile “giornata nazionale di commemorazione del genocidio armeno”. “La Francia è il paese che più di ogni altro sa come guardare in faccia la storia, è stata tra i primi a denunciare l’uccisione del popolo armeno, a chiamare quello del 1915 genocidio e a riconoscerlo giuridicamente come tale nel 2001 a seguito di una lunga battaglia”, ha dichiarato Macron nell’occasione. Da decenni è in corso una disputa tra Turchia e Armenia sul riconoscimento come genocidio dei massacri e delle deportazioni della popolazione armena da parte dell’impero Ottomano negli anni della Prima guerra mondiale. (Tua)

Macron istituisce giorno del ricordo del genocidio armeno (Ilgiornale.it 06.0219)

L’inquilino dell’Eliseo ha ufficializzato tale decisione durante un suo recente intervento al Consiglio per il coordinamento delle organizzazioni armene in Francia. In occasione di un convegno promosso dall’associazione in questione, il capo dello Stato ha infatti designato il “24 aprile” come “giornata del ricordo del genocidio armeno”. La nuova solennità servirà a sensibilizzare i francesi circa le “indicibili sofferenze” vissute dal popolo di fede cristiana ad opera dell’Impero ottomano durante la Prima guerra mondiale: “uccisioni di massa, deportazioni, stupri, saccheggi”.

Dopo avere annunciato l’introduzione del “giorno del ricordo”, Macron ha presentato tale scelta come la “naturale conclusione” di un percorso iniziato dalle istituzioni francesi nel 2001 e diretto a “restituire dignità storica” a un evento luttuoso per troppo tempo taciuto a causa di “convenienze politiche”. Diciotto anni fa, il parlamento transalpino aveva infatti ufficialmente definito “genocidio” quanto patito dagli Armeni tra il 1915 e il 1916 nell’attuale Turchia. Nel 2006, Parigi avrebbe poi varato una legge che criminalizza i “negazionisti” della tragedia in questione.

La scelta di Macron di dedicare il 24 aprile al ricordo del “genocidio armeno” ha immediatamente provocato la dura reazione della Turchia, ripetutamente additata dai Paesi occidentali come “responsabile” delle sofferenze patite da tale popolo nel periodo ’15 -’16. L’esecutivo Erdoğan ha subito accusato la Francia di volersi “unire al coro” delle nazioni intente a “infangare la storia turca e ottomana”. Ankara ha infatti finora sempre etichettato come “offesa all’identità nazionale” la definizione di “genocidio” attribuita dall’Occidente agli eventi sanguinosi verificatisi in Anatolia durante la Prima guerra mondiale.

Il ministero degli Esteri del Paese islamico ha quindi, tramite una nota, biasimato Macron per essersi “sottomesso” alle pressioni esercitate dalla “lobby anti-turca mondiale”, accusata da Ankara di “ingigantire” le morti verificatesi tra gli Armeni stanziati nell’allora Impero ottomano. Il governo Erdoğan ha quindi richiamato in patria per “consultazioni” il proprio ambasciatore a Parigi.

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La pagella del CoE all’Armenia (Osservatorio Balcani e Caucaso 05.02.19)

“Il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni”. La citazione è di Fedor Dostojevskij e ben riassume un concetto chiave: un paese è tanto più civile quanto più sa tutelare gli ultimi. E in questa materia l’Armenia ha appena ricevuto la “pagella” quadriennale.

Nel settembre 2018 la Commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović ha visitato la Repubblica di Armenia. L’Armenia è divenuta membro del Consiglio d’Europa  nel 2001, impegnandosi a rispettare gli impegni imposti dall’organizzazione, che ha sede a Strasburgo. Come paese membro ospita periodicamente visite di monitoraggio e valutazione da parte del personale del Consiglio. Per quanto riguarda il Commissario per i Diritti Umani, l’ultima missione di valutazione risaliva a quattro anni fa.

Il 29 gennaio la Commissaria ha rese pubbliche le proprie osservazioni e conclusioni in un rapporto  , documento doppiamente interessante perché non solo dà un quadro della situazione dopo la Rivoluzione di Velluto, ma offre informazioni sulle priorità del nuovo governo in materia di diritti umani. La Commissaria ha avuto come interlocutori sia i rappresentanti della società civile, che del governo. Questi ultimi hanno esternato le linee guida e i progetti di legge che riguardano le aree oggetto di analisi.

Tre sono le aree coperte dal rapporto: la condizione femminile, quella dei gruppi vulnerabili e quella dei processi per i fatti del 2008, quando Ter-Petrosyan e i suoi sostenitori contestarono gli esiti delle elezioni del 19 febbraio che portarono all’elezione di Serzh Sarksyan, dando il via a una protesta di piazza cui seguirono numerosi arresti da parte della polizia.

La condizione femminile

OBC Transeuropa ha dedicato diverse pagine alla questione femminile in Armenia, segnalando come permanga un forte sessismo nella società, e denunciando come questo fenomeno non sia stato intaccato dal cambio di governo, nonostante l’attiva partecipazione delle donne  alla Rivoluzione di Velluto. Su questo tema la Commissaria si è confrontata con il Primo Ministro Nikol Pashinyan che ha confermato il dato, riconoscendo che la sua ascesa al potere è anche merito di quella parte del paese che rimane più emarginata ed esclusa dai luoghi tradizionali di gestione del potere, che siano vertici aziendali o ministeri pubblici.

Pashinyan si è impegnato a contrastare il fenomeno, che è uno dei tanti volti del sistema patriarcale che vige nel paese e che sarà ben difficile scalfire. I dati riportati dal rapporto non sono incoraggianti. L’Armenia è 97esima su 144 paesi, secondo il World Economic Forum per Gender Gap, 83esima nello Female Human Development Index del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, e 64esima secondo l’Economist Intelligence Unit nell’indice di opportunità economiche per le donne.

Più istruite degli uomini, le donne armene sono sottopagate e sotto-occupate. Il ruolo che rivestono nella famiglia tradizionale le incoraggia a sacrificare la carriera e le confina più ore al giorno possibile fra le mura domestiche. Questo non solo compromette, secondo il rapporto, la loro realizzazione professionale e indipendenza economica attuale ma anche quella futura, poiché scarsa contribuzione oggi, vuol dire pensione minima domani. Il nuovo governo prevede un Piano d’Azione 2019-2023 che dovrebbe mettere mano alle discriminazioni socio-economiche.

Il rapporto si sofferma poi sul tema della violenza domestica  , che – secondo le ONG locali – è epidemica nel paese. L’adozione della legge apposita, che pure aveva suscitato molte proteste e critiche è entrata in pieno vigore, con inclusi i training per le forze dell’ordine, a gennaio. Ma nota la Commissaria che il paese non è pronto. Non ci sono case famiglia, per cui la tutela delle vittime non è garantita, né per le donne, né per i figli. Le uniche due case famiglia, gestite da una ONG, non hanno la possibilità di far studiare i bambini che, a causa della minaccia rappresentata – in genere – dal padre, sono costretti a lasciare la scuola e vivere in un luogo nascosto.

Categorie vulnerabili

Nel rapporto si torna sul tema dei bambini anche non in relazione al feminicidio, ma a quello della disabilità e della povertà. Stando ai dati forniti dal rapporto, i bambini sono più soggetti a povertà nel paese. Il dato nazionale della povertà è del 29,4% della popolazione, e dell’1,8% di estrema povertà. Nelle fasce d’età minori, i dati sono rispettivamente del 34,2% e del 2%, aggregato maschi e femmine. Disgregando il dato, va peggio per le bambine.

Questi dati si concretano nel non accesso all’acqua, al riscaldamento, ad un alloggio, al gioco, al cibo. Spesso in condizione di non poter mantenere i figli, a maggior ragione per bambini con bisogni speciali, i genitori li abbandonano.  La Commissaria ha lamentato il mal funzionamento del sistema di famiglie affidatarie e di incentivi per i genitori naturali.

Le altre categorie vulnerabili sono disabili, anziani e membri delle minoranze sessuali. Per quest’ultimo di fatto il rapporto conferma il quadro presentato da OBC Transeuropa, e cioè una società socialmente conservatrice in cui l’omofobia rimane radicata e la vita delle persone LGBT non è facile. La Commissaria ha richiamato l’Armenia a rispettare i suoi obblighi di tutela e garanzia di sicurezza personale per tutti i suoi cittadini, indipendentemente dall’orientamento affettivo e sessuale.

Gli anziani in Armenia rappresentano una fetta crescente della popolazione e rimangono largamente sprovvisti di servizi e attenzioni dedicate. Sono spesso soli, anche a seguito della migrazione dei membri della famiglia in età da lavoro, e hanno pensioni sotto la soglia della povertà. Due le criticità indicate: garantire una pensione minima che garantisca la sopravvivenza e l’accesso ai farmaci, soprattutto gli antidolorifici.

Il rapporto raccomanda politiche più inclusive per i disabili. Ancora pochissimi asili sono attrezzati per accogliere disabili e il sistema degli insegnanti di sostegno necessita investimenti in tutti i gradi dell’istruzione. L’inclusione nel posto di lavoro rimane molto problematica. Ma soprattutto manca ancora la salvaguardia della persona e il riconoscimento della piena dignità di cittadino attraverso la tutela dei diritti e delle libertà personali. Il governo si è impegnato a ridurre l’emarginazione dei disabili cercando di ridurre del 30% l’anno quanti sono in istituti statali e a re-introdurli nel tessuto sociale.

I processi del 2008

L’ascesa alla presidenza di Sargsyan nel 2008 fu bagnata dal sangue. Ora la nuova classe dirigente si è fatta carico di portare luce in quella pagina buia del paese. Sono cominciati i processi per la repressione di piazza del 1 marzo 2008. L’allora Presidente uscente Robert Kocharyan, già incarcerato due volte in attesa di giudizio, condivide la sorte con alti esponenti delle forze dell’ordine. La Commissaria ha raccomandato di trattare questa questione con ponderazione: è l’occasione per rendere la società più coesa nei valori comuni della legalità e della tutela, non va trasformata nella gogna degli sconfitti e di tutti coloro che li hanno sostenuti.

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Batman in Armenia: Christian Bale, The Promise e l’ultima canzone di Chris Cornell (Hotcom.com 05.02.19)

Il genocidio, il passato e l’addio: finalmente disponibile il film a cui collaborarono l’attore e il cantante

«La verità? Sono sempre sull’orlo di mollare tutto. Poi ci ripenso e mi dedico completamente a un nuovo progetto. Perdendomi di nuovo». Christian Bale, si sa, non ha mai amato le mezze misure, non ha mai seguito un percorso lineare o prevedibile. Spulciate nella sua filmografia, al limite della schizofrenia, e troverete blockbuster da 200 milioni di dollari come il Batman di Nolan e pellicole minori di Zhang Yìmou, western e peplum, opere di Terrence Malick, Werner Herzog e Michael Mann a fianco di azzardi hollywoodiani come Terminator Salvation«Perché? Ma perché per me il cinema è una forma di conoscenza», spiegò qualche anno fa, giustificando la scelta delle pellicole girate, «e proprio per questo ho deciso di girare The Promise: per la mia ignoranza».

Perché ignoranza? Perché Bale, per sua stessa ammissione, non aveva idea di cosa fosse il genocidio armeno, di cosa fosse accaduto in Turchia nel 1915. Classe 1974, nato e cresciuto a Haverfordwest, diecimila anime perdute in Galles (stesso paesino di un altro folle: Rhys Ifans), Bale in trent’anni di cinema ha compiuto un percorso irregolare, imprevisto, spesso vicino al deragliamento, e forse proprio per questo a un certo punto si è trovato tanto vicino a un altro fuoriclasse irregolare come lui: Chris Cornell, uno dei re indiscussi del grunge, cantante e leader dei Soundgarden, quasi un fratello maggiore (era di dieci anni più vecchio) che per The Promise ha scritto la canzone omonima, poi inserita nella colonna sonora (potete ascoltarla qui sotto) con tanto di video e immagini prese dalla pellicola diretta da Terry George.

Nessuno però, tantomeno Bale, poteva immaginare che quella sarebbe stata una delle ultime cose scritte da Cornell, l’ultimo atto di una vita che stava finendo: l’attore e il cantante si sarebbero visti il 13 aprile 2017, a Hollywood, sul red carpet della prima del film, ma poco meno di un mese dopo, il 18 maggio a Detroit, dopo un concerto, Cornell si sarebbe suicidato. A soli 52 anni. «La canzone che ho scritto per The Promise», aveva spiegato pochi giorni prima della morte, «è un monito per ricordare a tutti che quello che è accaduto cento anni fa può succedere ancora, per questo la canzone non ha età, non è arrangiata con strumenti tipici dell’epoca: perché in realtà parla anche di oggi, esattamente come il film». 

Ma di cosa parla The Promise, che ora arriva finalmente su CHILI dopo non essere mai nemmeno passato per la sala in Italia? Ambientato in Turchia durante gli ultimi giorni dell’Impero Ottomano, il film racconta di un triangolo amoroso tra Michael Boghosian (Oscar Isaac), un brillante studente di medicina, la bellissima e sofisticata Ana (Charlotte Le Bon), e Chris Myers (Bale), un rinomato giornalista americano di base a Parigi. Le loro vite verranno sconvolte dal genocidio armeno e dalle conseguenze di tutto quello che vedranno accadere davanti ai loro occhi.

Presentato a Toronto nel settembre del 2016, poi arrivato negli Stati Uniti il 21 aprile del 2017, dopo l’uscita di The Promise e la morte di Cornell è stato lanciato in onore del cantante un hashtag, #KeepThePromise, per devolvere gli incassi del singolo ai profughi di guerra, esattamente come aveva chiesto lo stesso Cornell. Per riuscirci è stato anche montato un video – che potete vedere qui sotto – in cui attori come Tom Hanks, Josh Brolin e molti altri ricordano la promessa fatta dal cantante. Bale – sconvolto dalla morte di Cornell – appare nel video e fu tra i primi a dare l’ultimo saluto al cantante alla cerimonia funebre tenuta a Los Angeles il 26 maggio 2017. «And one promise you made, one promise that always remains. No matter the price, a promise to survive…».

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Armenia: rapporto Freedom House, importanti progressi in termini di democratizzazione (Agenzianova 05.02.19)

Erevan, 05 feb 11:11 – (Agenzia Nova) – L’Armenia è un paese che nel 2018 ha riscontrato progressi molto importanti in termini di democratizzazione. È quanto si legge all’interno del rapporto “La libertà nel mondo” pubblicato dall’organizzazione statunitense Freedom House. “Il blocco My Step dell’attuale primo ministro, Nikol Pashinyan, ha ottenuto una vittoria schiacciante alle elezioni parlamentari anticipate di dicembre, aprendo la strada ad un importante processo di riforma e facendo sì che la nuova maggioranza si concentri di più sulla promozione della trasparenza e sulla lotta alla corruzione delle istituzioni”, si legge nel rapporto.

Loano, in biblioteca le “Poesie della memoria e del ricordo” (rsvn.it 05.02.19)

Loano. Si intitola “Poesie della memoria e del ricordo” la manifestazione letteraria promossa dall’assessorato a turismo, cultura e sport del Comune di Loano in collaborazione con Monica Maggi di “ATuttoTondo” ed il Mondadori Bookstore di Loano.

L’evento si svolge in concomitanza con la “Giornata della Memoria”, dedicata alle vittime della Shoah, e del “Giorno del Ricordo”, che commemora la tragedia delle foibe, l’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra.

Domenica febbraio alle 16.30 presso la biblioteca civica “Antonio Arecco” di Palazzo Kursaal Graziella Frasca Gallo (la gieffegi della Gazzetta di Loano) leggerà una serie di poesie “per non dimenticare”. Tra i testi proposti: “Se questo è un uomo” di Primo Levi, uno dei testi più noti sulla Shoah; “Un paio di scarpette rosse” di Joyce Lussu, dedicato alla morte a cui non è possibile pensare, quella dei bambini; “Basovizza” di Marco Martinolli, un grido di dolore dall’Istria; “Li roccia, li buio” di Letizia Forichiari, dedicata alle vittime della follia umana; “Da domani” di un Ragazzo del Ghetto che spera ancora nella felicità; “La farfalla” di Pavel Friedman, per ricordare che le farfalle non vivono nel ghetto; “Foiba” di Marco Martinolli, su uomini senza pietà e la follia della morte violenta.

E ancora: “La paura” di Eva Pickova, che ricorda che è vietato morire ed ancor più nel ghetto; “Assenza fatale” di Marco Spyry, su Dio che si è assentato dalla terra; “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi” di Cesare Pavese, la morte secondo un intellettuale del ‘900; “Urlavano Italia” di Ermanno Eandi, dedicato a coloro che avevano solo l’Italia nel loro cuore; “Aprile” di Anna Frank, sulla ricerca della felicità in un’anima pura; “Le foibe di Trieste” di Manlio Visintini, un ritratto terribile delle foibe istriane; “Poesia terribile” di Roberto Nicoli, un’invettiva contro il Maresciallo Tito; “Devi sapere” di Charles Aznavour, che anche in una canzone d’amore non dimentica la tragedia armena; “Ode all’Armenia” di Boghos Levon Zekiyan, un canto di alta poesia per la terra amata; “Per te Armenia” di Charles Aznavour”, un canto d’amore per la sua Hayastann.

Ad accompagnare l’incontro saranno la musica e le canzoni selezionate ed eseguite del maestro Roberto Sinito. L’ingresso è libero.

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Viaggio tra i disobbedienti Azeri – Compagni di scuola. Di Pietro Kuciukian (Gariwo 04.01.19)

Assistiamo nell’ambiente sociale a esplosioni di aggressività nelle parole e nei comportamenti, tanto che aleggia il pericolo che la conflittualità fatta propria dalla comunicazione politica diventi cifra delle relazioni tra vicini, tra amici, tra compagni di lavoro.

Proseguendo il mio viaggio tra i disobbedienti azeri, voglio aprire la pagina di come l’altro possa continuare ad essere un volto, e i “coscienziosi” avere la meglio al tempo del male. Si tratta di una testimonianza che riguarda compagni di scuola, giovani che condividono studio e divertimento, che guardano al futuro e non accettano che improvvisamente tutto un mondo possa crollare.

Victoria Akopian, una studentessa di un liceo di Sumgait, il 28 febbraio del 1988 viaggiava in autobus in gita scolastica assieme ai compagni di classe azeri. In città tante cose erano cambiate rapidamente nelle relazioni tra armeni e azeri. Ne avevano discusso in autobus e un’amica azera aveva interrogato Victoria sul suo stato d’animo, sulla paura, sull’incertezza che dominava la società. Le aveva poi chiesto esplicitamente se come unica armena, provasse inquietudine a stare con loro, tutti azeri. Victoria non aveva avuto nessuna esitazione: “Siamo tutti amici, non posso temervi”. Aveva tuttavia espresso preoccupazione per i racconti spaventosi messi in circolazione che riguardavano le crudeltà che gli armeni avrebbero compiuto contro gli azeri del Karabagh allo scopo di ricongiungere questa terra all’Armenia. Per Victoria si trattava di menzogne diffuse scientemente a livello politico per alimentare l’odio antiarmeno in Azerbaigian. A tarda sera, al rientro dalla gita scolastica, l’autobus improvvisamente si blocca. Una folla selvaggia circonda il mezzo e, all’urlo “Ermeni, ermeni”, cerca di salire sul mezzo. Tutti sono impauriti, anche i colleghi azeri di Victoria. Elchad Akhmedov, un giovane azero buono e onesto tenta di resistere, ma alla fine è costretto ad aprire la portiera del pullman. Salgono dei tipi loschi, visibilmente alterati, alla ricerca spasmodica di armeni. Un compagno azero di Victoria, Dima Vladimirov, estrae un coltello cercando di opporsi alla pressione della folla inferocita. Gli altri studenti, più lucidi, lo fermano. I compagni nascondono il sacco e il passaporto di Victoria e un membro del Komsomol, Gul-aga, consiglia Victoria di dire che è sua moglie Sveda. Irada, Aida e Leila investono gli assalitori con frasi oscene, inconcepibili per essere pronunciate da ragazze armene. È la salvezza. Victoria nella testimonianza resa alla fine dei massacri dichiarerà che il loro autobus è stato l’unico a passare indenne attraverso la folla inferocita e a raggiungere la sede del Komsomol. Gli amici azeri hanno reagito con prontezza, coraggio e determinazione e Victoria ha avuto la conferma che la sua fiducia nel valore dell’amicizia era fondata. Leila, Irada e Aida, le amiche azere di Victoria, hanno fatto di più: nella sede del Komsomol l’hanno nascosta nella stanza blindata che conteneva la cassaforte; da lì lei ha potuto telefonare ai parenti che l’hanno messa in guardia su quanto stava succedendo in città. Victoria è riuscita a rientrare a casa evitando gli assembramenti. “La mamma”, conclude Victoria, “mi ha mostrato una macchina nel cortile dove gli azeri avevano bruciato vivi degli armeni. Io sono stata difesa e salvata dai miei compagni azeri”.

Testimonianze che suscitano stupore carico di sofferenza, aprono domande che non sembrano avere risposta, ma che costituiscono un monito affinché non si sottovalutino i segnali inquietanti del venir meno o dell’indebolirsi dei valori di solidarietà, di amicizia, di buon vicinato.

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Nagorno-Karabakh: ministro Esteri Mnatsakanyan, sta alle parti coinvolte trovare una soluzione (Agenzianova 04.02.19)

Erevan, 04 feb 14:58 – (Agenzia Nova) – Il conflitto tra Armenia e Azerbaigian per l’area del Nagorno-Karabakh – territorio occupato dai militari di Erevan ma riconosciuto internazionalmente sotto la sovranità di Baku – è iniziato nel 1988, quando la regione autonoma del Nagorno-Karabakh ha chiesto il trasferimento dalla Repubblica sovietica dell’Azerbaigian a quella armena. Nel 1991 a Stepanakert – autoproclamatasi capitale – è stata annunciata la costituzione della Repubblica del Nagorno-Karabakh. Nel corso del conflitto, sorto in seguito alla dichiarazione di indipendenza, l’Azerbaigian ha perso de facto il controllo della regione. Dal 1992 proseguono i negoziati per la soluzione pacifica del conflitto all’interno del Gruppo di Minsk dell’Osce. L’Azerbaigian insiste sul mantenimento della sua integrità territoriale, mentre l’Armenia protegge gli interessi della repubblica separatista. La Repubblica del Nagorno-Karabakh, in quanto non riconosciuta internazionalmente come entità statale, non fa parte dei negoziati. (Res)

San Biagio tra storia, leggenda e tradizione (Reportageonline.it 03.02.19)

Oggi 3 febbraio la Chiesa Cattolica celebra San Biagio, vescovo e martire, non invocato nelle Litanie dei Santi ma annoverato nel numero dei Santi Ausiliatori.

Biagio, ricordato il 3 febbraio, giorno della sua decapitazione, era un medico di origine armena che visse nel IV secolo, divenne vescovo della città di Sebaste dove operò numerosi miracoli.
Venerato come santo sia dalla Chiesa cattolica che e dalla Chiesa ortodossa, durante la persecuzione di Licinio venne arrestato dal preside Agricolao, a causa della sua fede venne imprigionato dai Romani, durante il processo rifiutò di rinnegare la fede cristiana.
Per punizione fu straziato con i pettini di ferro, che si usano per cardare la lana e infine morì decapitato, tre anni dopo la concessione della libertà di culto nell’Impero Romano (313).
Il corpo di san Biagio fu sepolto nella cattedrale di Sebaste (o Megalopolis), capitale della Armenia bizantina, l’odierna città di Sivas, nella Turchia orientale che al tempo del santo era provincia romana chiamata Armenia Minor.

Nel 732 una parte dei suoi resti mortali, deposti in un’urna di marmo, furono imbarcati, per esser portati a Roma e da lì le sue reliquie, dietro le richieste dei fedeli secondo le usanze dell’epoca, furono distribuite in tantissime chiese e centri grandi e piccoli da Nord a Sud dell’Italia, dove tuttora si venera San Biagio.

In Calabria l’ex comune di Sambiase, che dal 1968 fa parte di Lamezia Terme, porta proprio il nome del Santo vescovo armeno dal VII secolo, quando in piena epoca bizantina il nome dell’insediamento cambiò da Due Torri a San Biagio. Nel suo territorio, intorno ai diversi monasteri basiliani e suddiviso in zone che tuttora portano i nomi dei santi orientali, si trasferirono molte famiglie provenienti dal Mancuso, dal Reventino e dalla vicina Neocastrum (Nicastro) istituendo luoghi di culto, casali, fattorie e attività di ogni genere.
A San Biagio (Santu Vrasi) è dedicata la tradizionale fiera che da secoli si svolge tutti gli anni dall’1 al 3 febbraio, un tempo importante appuntamento di scambi commerciali ed economici per gli allevatori e gli agricoltori.

San Biagio è tradizionalmente protettore della gola e del naso. Egli era infatti vescovo e medico armeno cattolico vissuto tra il III e il IV secolo e avrebbe salvato un bambino al quale si era conficcata una lisca di pesce in gola grazie a un pezzettino di pane, una mollica che scendendo in gola portò via la lisca facendo in modo che il piccolo riprendesse a respirare.
In seguito a questo miracolo la Chiesa cattolica lo ha riconosciuto Santo e protettore di gola e naso ed è tradizione meneghina quella di mangiare appena svegli, la mattina del 3 febbraio, un pezzetto di panettone avanzato a Natale benedetto. Mangiare e far mangiare ai bambini il panettone di San Biagio allontani il mal di gola e i malanni di stagione.

Ma l’usanza di distribuire pani benedetti nel giorno di San Biagio, in ricordo del miracolo del bambino, si ritrova in molte cittadine italiane. In Sicilia vengono modellati in modo da assumere la forma delle parti malate, le cannarozze, a forma di trachea, mentre a Roma questa usanza è ricordata nella chiesa di San Biagio alla Pagnotta, officiata dagli Armeni. Spesso la benedizione avviene con le candele della Candelora, celebrazione che avviene il giorno precedente San Biagio, il 2 febbraio.

Biagio è da tradizione protettore degli osti, delle fanciulle da marito e degli animali, in quanto la leggenda narra che, prima di essere imprigionato e martirizzato, si rifugiò in una caverna in compagnia di un orso e altri animali selvatici che volentieri lo avevano accolto nella loro tana.

Di conseguenza Biagio protegge pastori e guardiani di greggi, le greggi dalle insidie dei lupi, e inoltre pettinai, materassai, lanaioli, linaioli, funai e cardatori per i pettini del martirio, mentre per il miracolo del bambino viene invocato per tutto ciò che attiene la gola e la respirazione ed è patrono di musicisti di strumenti a fiato e laringoiatri.

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NOPC, da Firenze a Yerevan: gli ‘angeli’ del midollo osseo in Armenia (Gonews.it 02.02.19)

La generosità dei donatori di midollo osseo e cellule staminali non conosce confini: il 2019 è iniziato con 43 missioni salvavita toccando quasi tutti i continenti in 31 giorni. I volontari del Nucleo operativo di Protezione Civile di Firenze, già nei primi giorni dell’anno, erano in viaggio per portare il midollo osseo di anonimi donatori all’altro capo del mondo. Ma per il Nopc, questo gennaio sarà ricordato per la ‘conquista’ dell’Armenia: è stato il Direttore, Massimo Pieraccini, ad andare a prelevare per la prima volta in 26 anni, fino alla capitale, Yerevan, vicina al confine con la Turchia. Una storia che ha dell’incredibile, perché il donatore e il paziente in questo caso si conoscono molto bene: è stata infatti la zia del piccolo ammalato a donare il proprio midollo per salvare il nipote. La donatrice, Christina, si era unita ai donatori armeni nel 2015, con la speranza di essere di aiuto a un giovane paziente affetto da leucemia che aveva bisogno di un donatore compatibile, un po’ come è successo per Alessandro Maria in Italia. Quella volta, non fu lei il ‘gemello genetico’, ma era entrata nel registro, consapevole che avrebbe potuto salvare una vita. Nel 2018, il nipote di Christina, Areni, fu diagnosticata la leucemia. Nel disperato tentativo di salvare la vita del bambino di soli 7 anni, la famiglia si trasferì in Spagna per avere più possibilità. Successivamente il centro di trapianti spagnolo dove Areni era in cura contattò l’ABMDR, il registro armeno, con l’urgente richiesta di trovare un donatore per il bambino. E dal database globale di ABMDR, risultò che il ‘gemello genetico’, il perfetto donatore per Areni, era nientemeno che la zia Christina. Per ABMDR, una storia commovente, che ha riunito una famiglia e ha segnato un traguardo importante: il 32 ° trapianto fino ad oggi, la prima procedura del genere a essere eseguita nel 2019, nel 20 ° anniversario dalla fondazione del registro armeno. Per Pieraccini e il NOPC, la preziosa opportunità di aiutare una famiglia, una zia che salva il nipote, e la possibilità di studiare le procedure di trasporto cellule in un Paese finora sconosciuto: “È stato un viaggio intenso, soprattutto per la cultura del trapianto per lo più sconosciuta di quella parte di mondo. Non capita tutti i giorni infatti di avventurarsi fino in Armenia – spiega Pieraccini – l’accoglienza è stata straordinaria, medici e infermieri sono stati calorosi e molto professionali. E’ bello poter aprire la strada a nuove rotte della donazione e poter portare la nostra esperienza di volontariato in tutto il mondo”. Il trasporto delle cellule non è stato però semplice, sia per i problemi all’aeroporto armeno, dove hanno preteso di sigillare la borsa frigo, procurando non pochi disagi a Pieraccini, sia per ottemperare alla necessità di controllare che la temperatura all’interno del box restasse nei paramentri, sia per gli scali negli altri aeroporti. Pieraccini ha fatto scalo in Grecia, a Atene, trovando qualche resistenza ai controlli di sicurezza, per far capire agli addetti che non era possibile far passare ai raggi X il box con il prezioso dono, ma ha superato la difficoltà con tanta diplomazia, un po’ di insistenza e tanta fermezza. “Quando accadono queste cose, ci accorgiamo di quanto lavoro ancora abbiamo da fare per promuovere la cultura della donazione e il funzionamento dei trasporti – spiega Pieraccini – rischiare di non portare a termine una missione per l’eccessivo zelo di qualche burocrate è frustrante, ma non potevo certo deludere un piccolo bimbo di 7 anni che aspettava me per la sua chance di sopravvivenza. Ma ci rendiamo conto che dipende troppo spesso dalla mancanza di informazione di certi Paesi sul tema della donazione”. Gennaio si è concluso quindi con missioni in Polonia, Germania, Spagna, Inghilterra e Israele (solo per citarne alcuni). Ed è stato anche il mese dell’America Latina, con i volontari che si sono ritrovati spesso tra Brasile e Argentina, con tappe a Buenos Aires, Barretos, Natal e Porto Alegre, così come degli USA, con missioni a Huston, Los Angeles e Memphis. Il Nopc è stato scelto anche dagli australiani, che per un trasporto dagli USA con destinazione Melbourne, hanno richiesto i servizi dei volontari di Firenze. Non ultima, la missione in Canada, per poter salvare un paziente spagnolo.

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