Arriva in Vaticano la statua di san Gregorio di Narek (Rassegna 03.04.18)

Arriva in Vaticano la statua di san Gregorio di Narek (Romasette.it 03.04.18)

L’inaugurazione il 5 aprile con il Papa. L’opera è stata prodotta in due copie: una per la Santa Sede, l’altra per il Catolicossato di Etchmiadzin: un «messaggio di fratellanza capace di unire Chiese sorelle»

San Gregorio di Narek, dottore della Chiesa, ponte tra Oriente e Occidente, simbolo dell’ecumenismo, oltre che eroe della cultura armena. L’opera bronzea che lo raffigura, realizzata da David Erevantsi, sarà inaugurata da Papa Francesco giovedì 5 aprile alle 12 nei Giardini Vaticani. All’inaugurazione, informano dall’ambasciata armena presso la Santa Sede, prenderanno parte il presidente della Repubblica d’Armenia Serzh Sargsyan, Karekin II, patriarca supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, e Aram I, Catholicos della Grande Casa di Cilicia.

La statua è stata realizzata in una fonderia nella Repubblica Ceca ed è stata resa possibile grazie al sostegno finanziario dell’ambasciatore armeno presso la Santa Sede Mikayel Minasyan e di Arthur Dzhanibekyan. Ne sono state prodotte due copie, una per i Giardini Vaticani e l’altra destinata ai giardini del Catolicossato di Etchmiadzin. «L’arte diventa così un messaggio di fratellanza capace di unire Chiese sorelle», si legge in una nota dell’ambasciata armena. L’idea di offrire alla Città del Vaticano e a Francesco la statua bronzea di Gregorio di Narek che verrà inaugurata è affiorata due anni fa, durante il viaggio in Armenia del pontefice, quando il presidente Sargsyan ha donato al Santo Padre una piccola statua bronzea del santo con l’auspicio di poterla vedere un giorno nei Giardini Vaticani molto più in grande.

Gregorio di Narek è stato un poeta, un monaco, un teologo, un filosofo, un mistico e un santo (951-1010). È considerato una figura centrale, quasi eroica, della storia dell’Armenia per avere modellato il pensiero orientale cristiano ed è considerato dagli studiosi un ponte eccezionale tra Oriente e Occidente. Papa Francesco lo ha elevato alla dignità di Dottore della Chiesa Universale il 12 aprile 2015 con apposita lettera apostolica, annunciata il giorno stesso durante la Messa speciale celebrata a San Pietro alla presenza di Karekin II, Aram I e Nerses Bedros XIX, patriarca di Cilicia degli Armeni cattolici.


Papa Francesco: il 5 aprile inaugura la statua di San Gregorio di Narek (SIR 03.04.18)

Giovedì prossimo, 5 aprile, il Papa inaugurerà nei Giardini Vaticani una statua di bronzo, che raffigura l’eroe della cultura armena, san Gregorio di Narek, dottore della Chiesa, ponte tra Oriente e Occidente, simbolo dell’ecumenismo. L’inaugurazione – informa l’Ambasciata di Armenia presso la Santa Sede – si svolgerà alle ore 12, alla presenza di Serzh Sargsyan, presidente della Repubblica d’Armenia, di Sua Santità Karekin II, patriarca supremo e Catholicos di tutti gli Armeni e Sua Santità Aram I, Catholicos della Grande Casa di Cilicia. L’artista che ha realizzato l’opera si chiama David Erevantsi. L’opera bronzea è stata realizzata in una fonderia nella Repubblica Ceca ed è stata resa possibile grazie al sostegno finanziario dell’ambasciatore armeno presso la Santa Sede Mikayel Minasyan e di Arthur Dzhanibekyan. Ne sono state prodotte due copie, una per i Giardini Vaticani e l’altra destinata ai giardini del Catolicossato di Etchmiadzin. “L’arte diventa così un messaggio di fratellanza capace di unire Chiese sorelle”, si legge nel comunicato. L’idea di offrire alla Città del Vaticano e a Francesco la statua bronzea di Gregorio di Narek che verrà inaugurata è affiorata due anni fa, durante il viaggio in Armenia del Pontefice, quando il presidente Sargsyan ha donato al Santo Padre una piccola statua bronzea del santo con l’auspicio di poterla vedere un giorno nei Giardini Vaticani molto più in grande. Gregorio di Narek è stato un poeta, un monaco, un teologo, un filosofo, un mistico e un santo (951-1010). È considerato una figura centrale, quasi eroica, della storia dell’Armenia per avere modellato il pensiero orientale cristiano. Per certi versi, dal punto di vista intellettuale, può essere paragonato ad un Dante Alighieri e per questo dagli studiosi è considerato un ponte eccezionale tra Oriente e Occidente. Papa Francesco lo ha elevato alla dignità di Dottore della Chiesa Universale il 12 aprile 2015 con apposita lettera apostolica, annunciata il giorno stesso durante la messa speciale celebrata a San Pietro alla presenza di Karekin II, Aram I e Nerses Bedros XIX, patriarca di Cilicia degli Armeni cattolici.


 

Difesa: al via esercitazioni militari russe in Armenia (Agenzianova 02.04.18)

Mosca, 02 apr 09:27 – (Agenzia Nova) – Al via una settimana di esercitazioni per i militari russi di stanza in Armenia. Secondo quanto riferito oggi dal portavoce del Distretto militare meridionale russo, Vadim Astafijev, le truppe dispiegate nella base d’addestramento situata sull’altopiano di Alagyanz hanno iniziato oggi una serie di manovre militari della durata di una settimana. “I contingenti militari eseguiranno attività di guida in condizioni di area montuosa e rocciosa; ed esercitazioni a fuoco vivo con armi di piccolo calibro, lanciagranate, armamenti di veicoli da combattimento di fanteria, carri armati, artiglieria e sistemi antiaeree”, ha detto Astafijev. Particolare attenzione sarà dedicata allo svolgimento dell’attività tattica di fanteria motorizzata per fornire supporto all’artiglieria, alle forze di difesa aerea e all’aeronautica. Le esercitazioni militari nella regione della Transcaucasia coinvolgono più mille militari e quasi 300 pezzi di equipaggiamento militare speciale, compresi aerei da combattimento e droni. (Rum)

Kurdistan: prospettive internazionali e responsabilità politiche (Salvisjuribus.it 02.04.18)

Va consumandosi in silenzio, nonostante occasionali e ancora isolate contestazioni degli attivisti per i diritti umani, l’operazione del governo turco “Ramoscello d’Ulivo”, nei confronti del Cantone di Afrin e del Governatorato di Aleppo. Ai giuristi spetta di trarre alcune conclusioni che si spera concorreranno a far maturare nell’opinione pubblica internazionale prese di coscienza più determinate e incisive avverso situazioni di questo tipo.

L’intervento del governo turco presenta a prima vista almeno tre profili problematici. Innanzitutto, si tratta di un’operazione militare indirizzata, anche formalmente, contro movimenti politici di uno Stato terzo: i partiti della rappresentanza curda in Siria.

In particolar modo, il bersaglio immediato sembra essere il Partito dell’Unione Democratica. Per i cultori delle scienze politiche e del diritto comparato, lo statuto di quel partito presenta in realtà aspetti decisamente interessanti, tradottisi in pratiche amministrative ancor più significative.

Il Partito dell’Unione Democratica adotta i principi del confederalismo democratico, ha posizioni non interventiste sulla questione siriana, sostiene l’organizzazione municipale dei territori. Vero è che in filigrana queste rivendicazioni, in realtà non sempre minoritarie nel Medio Oriente, rimandano al pensiero del politico curdo Abdullah Öcalan, detenuto dal 1999 in una struttura speciale turca e tutt’oggi ritenuto leader carismatico del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). D’altra parte, l’influenza di Öcalan sui partiti di orientamento filo-curdo è molto forte e tale pare continuare a essere nel breve e nel medio periodo.

La regione curda è ricompresa tra la Turchia, l’Iran, la Siria, l’Iraq e l’Armenia. In ciascuno di questi Stati operano partiti e movimenti che rivendicano l’autonomia del Kurdistan da posizioni socialiste (talvolta di socialismo libertario). Probabilmente nella sola Armenia, meno interessata alla questione curda per ragioni demografiche e geografiche, ma anche ideologiche, la partecipazione politica dei curdi ha un peso specifico minore. Ciò è ancor più vero se si considera che la regione armena è ormai ritenuta afferente al Kurdistan originario solo da una progressivamente ridotta quota di curdi vetero-nazionalisti. Sembra, inoltre, che l’Armenia non abbia adeguata forza “contrattuale”, nel novero dell’area, per intervenire direttamente in una questione tutto sommato percepita marginalmente dalla sua opinione pubblica. Ciò non bastasse, sarebbe improbabile immaginare un intervento armeno, attesi gli irrisolti strascichi delle controversie internazionalistiche innestatesi sulla definizione del genocidio armeno del 1915/1916. Quei massacri, di carattere etnico-razziale oltre che religioso, furono compiuti dall’Impero Ottomano, che dal punto di vista strettamente costituzionalistico non identifica certamente la stessa soggettività politica dell’attuale Turchia.

Sarebbe, però, parimenti illusorio credere che la presente conformazione giuridico-parlamentare del sistema turco abbia favorito la soluzione della controversia. La Turchia non solo non riconosce il genocidio al tempo compiuto dall’esercito ottomano, ma addirittura variamente avversa, anche in sedi propriamente diplomatiche e internazionalistiche, gli Stati e le entità politiche che riconoscono ufficialmente la portata del genocidio. Proprio su questa tema, del resto, si evidenzia una delle poche iniziative di specifico (ma disatteso) protagonismo geopolitico poste in essere dall’Unione Europea.

In varie risoluzioni parlamentari, sin dalla fine degli anni Ottanta, è stato sovente adoperato il lemma genocide per accostarsi al massacro degli Armeni avvenuto all’inizio del Ventesimo secolo. Queste implicazioni non hanno particolare voce nel recepimento internazionalistico della questione curda, se non forse come ulteriore elemento di discredito nei confronti del governo turco, ma è prudente che le due controversie (quella armena, trascorsa e non riconosciuta; quella curda, ancora in atto e di difficile composizione) siano ritenute concettualmente autonome sotto il profilo giuridico, oltre che ideologico.

Nelle strategie di Ankara, comunque sia, la sconfitta, se del caso anche militare, della vasta area del dissenso politico curdo sembra prioritaria, al punto che alcuni osservatori internazionali hanno ben concluso che, persino più dell’Unione Democratica, vero bersaglio di “Ramoscello d’Ulivo” sia la milizia organizzata dell’Unità di Protezione Popolare. Non appena si consideri che anche la forza armata del Rojava è in comprovati rapporti col PartîyaKarkerénKurdîstan, la natura inequivocabilmente anti-curda dell’operazione militare è destinata ad apparire ancor più difficilmente controvertibile.

In secondo luogo, per quanto il Kurdistan ricada in parte nel territorio di Stati europei che ambiscono ad aderire all’Unione (come la Turchia) o di Stati che hanno risalenti rapporti geostrategici con i Paesi europei, l’assalto ad Afrin riguarda al momento soprattutto i rapporti tra gli Stati Uniti e la Turchia. Questo aspetto certifica la strutturale debolezza dell’Unione Europea in materia di diplomazia internazionale, ove è spesso scavalcata da ragioni di realpolitik (facilitate dalla ancora parziale messa a fuoco dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, nel diritto dei trattati e nella correlata prassi attuativa).

D’altra parte, ciò testimonia dell’uso intenzionalmente bifronte che il governo statunitense ha fatto della resistenza curda, appoggiandone gli esiti quando il bersaglio principale dell’autonomismo curdo armato era l’Islamic State, ma disinteressandosi degli attacchi turchi nelle altre circostanze. Il Presidente Erdoğan ha chiarito che proseguirà in direzione di Mambij, proprio la città dove un contingente statunitense aveva dato man forte alle truppe curde per scacciare vittoriosamente le milizie di Daesh nel 2016. A quel punto il ruolo politico-militare degli Stati Uniti dovrà essere formalizzato anche sul piano eminentemente giuridico.

L’impressione è che la dottrina internazionale della Presidenza Trump stia antistoricamente opponendo alla crisi del multilateralismo – persino in materia commerciale: si pensi alla politica di dazi e sanzioni – un ritorno al bilateralismo circostanziale, negoziato volta per volta secondo l’alleanza più vantaggiosa. Se in questo quadro dovesse risultare più utile il confronto con la Repubblica di Turchia, ogni recente trascorso di alleanza territoriale locale per smantellare i fortini dell’Islamic State sarebbe presto consegnato al dimenticatoio.

Una posizione allo stato equilibrata è quella della Repubblica Islamica dell’Iran, per bocca del suo presidente, HassanRouhani, giurista e fautore almeno dichiarato dell’implementazione dei diritti umani nell’area. In questa fase storica, l’intervento contro i partiti e i movimenti del confederalismo democratico in Siria non era né una priorità politica, né una urgenza internazionale. Oltretutto, e lo testimonia il discreto attivismo del Presidente di una repubblica sciita, aspetto non irrilevante della battaglia autonomistica curda è dato dalla multireligiosità, sostanzialmente pacifica, del suo popolo. Non è raro imbattersi in comunità curde dove convivono, nonostante le fisiologiche tensioni, sunniti ed ebrei, cristiani e sciiti, devoti dei culti zoroastriani, ma anche laici secolari.

In ultimo, l’intervento militare turco rischia di compromettere la soluzione politica dell’autonomia curda, contestualmente creando nella medesima area geografica le condizioni per un ripristino di cellule terroristiche, di molto agevolate dalla inevitabile confusione portata dalle operazioni belliche.

Un passo importante era stato compiuto col referendum nella regione irachena, avvenuto nel Settembre 2017. Il prevedibile plebiscito a favore dell’autonomia curda dall’Iraq, in realtà, non era l’indizio di una rappresaglia contro il governo iracheno, che, anche nel quadro politico-costituzionale successivo alla seconda guerra del Golfo, ribadiva, e stavolta su delega dell’autorità governativa statunitense, uno statuto prudentemente municipalista per la regione curda. La posizione degli Stati Uniti, non ostile alle rivendicazioni curde almeno dal punto di vista strumentale, aveva pure determinato il sostegno israeliano alla causa referendaria, attesi i rapporti politici ulteriormente rinsaldatisi tra il governo di Gerusalemme e quello di Washington.

Sullo scacchiere internazionale, purtroppo, altre questioni sembrano ora rivendicare ben maggior peso dei massacri di Afrin, che non hanno riguardato, secondo operatori internazionali accreditati come Human Rights Watch, soltanto i ribelli siriani filo-curdi, ma anche semplici civili e rifugiati. Capire se Erdoğan, ottenuta la piena egemonia dell’area, potrà tornare alleato affidabile tanto per l’Alleanza atlantica quanto per la Federazione Russa – che hanno nelle medesime regioni interessi tuttavia spesso confliggenti – appare questione impellente per le diplomazie più forti. Verificare cosa sarà della Presidenza siriana dell’alawita Bashar al-Assad pare ulteriore “distrattore”, rispetto allo sforzo delle cancellerie internazionali.

Il silenzio della UE, in parte voluto e in parte incoraggiato dalla maggior forza dei fattori esterni, non toglie imbarazzo e colpe per le migliaia di morti che un’operazione militare intitolata alla pace sta invece inequivocabilmente mietendo.

Vai al sito

Armenia-Francia: ministro Esteri Nalbandian riceve sottosegretario Lemoyne, focus su relazioni bilaterali (Agenzianova 30.03.18)

Erevan, 30 mar 14:55 – (Agenzia Nova) – Il ministro degli Esteri Edward Nalbandian ha ricevuto oggi a Erevan la delegazione francese guidata da Jean-Baptiste Lemoyne, sottosegretario agli Esteri con delega agli affari europei. Durante la riunione si è discusso della preparazione del Vertice francofono e di una serie di eventi collaterali che si terranno a Erevan tra il 7 e il 12 ottobre. All’ordine del giorno della riunione anche le relazioni privilegiate armeno-francesi, confermate anche dalle frequenti visite reciproche; dall’approfondimento delle relazioni interparlamentari; dall’istituzione di nuovi rapporti amichevoli tra le regioni e le città dei due paesi: dall’approfondimento della cooperazione economica; e dall’aumento degli investimenti francesi nell’economia armena. Il ministro degli Esteri armeno ha informato Jean-Baptiste Lemoyne sui recenti sviluppi del processo di risoluzione pacifica del conflitto del Nagorno-Karabakh (regione contesa con l’Azerbaigian), apprezzando gli sforzi della Francia nella sua veste di paese co-presidente dell’Osce per il gruppo di Minsk. (Res)

Russia rifornirà l’Armenia di armamenti con nuovo prestito (Sputniknews.com 29.03.18)

L’Armenia inizierà a consegnare armamenti all’Armenia nell’ambito del nuovo prestito della difesa da 100 milioni di dollari quest’anno, ha dichiarato ai giornalisti giovedì durante la mostra ArmHiTech-2018 il vice direttore del Servizio Federale per la cooperazione tecnico-militare Vladimir Drozzhov.

“Sono previste per il 2018” ha risposto ad una domanda del giornalista.

Questo dicembre il presidente dell’Armenia Serzh Sargsyan ha firmato una legge sulla ratificazione di un accordo di un prestito russo di 100 milioni di dollari per un periodo di 15 anni per acquistare armamenti.

Inoltre a giugno 2015 è stato firmato una accordo che prevede un prestito governativo di esportazione russo all’Armenia per 200 milioni di dollari per l’acquisto di armamenti di produzione russa. Nell’ambito di questo prestito sono stati firmati 18 contratti ha commentato il Ministro della difesa dell’Armenia.

Come ha dichiarato il Ministro della difesa dell’Armenia Vigen Sarkisian, Erevan intende acquistare armamenti di “contenimento strategico” da Mosca nel quadro del prestito della difesa russo.

Vai al sito

Armenia, il 5 aprile l’inaugurazione di una statua di San Gregorio di Narek nei Giardini Vaticani (Lastampa.it 28.03.18)

Una statua in bronzo alta 2 metri di San Gregorio di Narek, monaco armeno vissuto nel X secolo, dichiarato nel 2015 da Papa Francesco 36esimo Dottore della Chiesa, sarà inaugurata il prossimo giovedì 5 aprile, alle 12, nei Giardini Vaticani alla presenza del Pontefice. Per l’evento giungerà in Vaticano il presidente dell’Armenia, Serzh Sargsyan, che sarà ricevuto la mattina in udienza privata dal Papa nel Palazzo Apostolico. Subito dopo seguiranno le udienze al patriarca Karekin II, catholicos di tutti gli Armeni, e ad Aram I, catholicos della Chiesa Armena Apostolica di Cilicia.

La realizzazione dell’opera d’arte che verrà inaugurata ad aprile – informa il sito Il Sismografo – è stata curata da un team guidato dello stesso scultore che ha realizzato la statuetta donata al Papa. La scultura è stata trasferita nei Giardini Vaticani lo scorso 21 marzo, come reso noto dall’ambasciatore armeno presso la Santa Sede, Mikayel Minasyan, con un post sul suo profilo Facebook.

Vai al sito

Difesa: Armenia, apre domani a Erevan esposizione internazionale ArmHiTec-2018 (Agenzianova 28.03.18)

Erevan, 28 mar 17:19 – (Agenzia Nova) – Si apre domani a Erevan l’esposizione internazionale del settore degli armamenti e delle tecnologie per la difesa ArmHiTec-2018. L’evento, che durerà fino al 31 marzo, vedrà la partecipazione di oltre 60 compagnie, sia straniere che armene. Secondo il vice ministro della Difesa dell’Armenia e presidente della commissione statale per l’Industria militare Davit Pakhchanyan, obiettivo dell’esibizione è quella di rafforzare la sicurezza del paese, dare maggiore sviluppo all’industria della Difesa e approfondire le relazioni con i partner internazionali, sviluppando nuovi legami commerciali. Secondo il vice ministro, ripreso dall’agenzia “Armenpress”, saranno presenti 34 compagnie armene e 30 straniere da 14 paesi, inclusi Russia, India, Cina, Francia, Germania, Italia, Croazia, Polonia, Serbia. (segue) (Res)

San Gregorio di Narek, una statua in Vaticano per celebrare i buoni rapporti con l’Armenia (Acistampa 24.03.18)

Il prossimo 5 aprile, una statua di San Gregorio di Narek sarà inaugurata nei giardini vaticani, con una solenne cerimonia che dovrebbe prevedere anche la presenza del presidente armeno Serzh Sargsyan, oltre che del Katholikos Karekin II e dello stesso Papa Francesco.

La notizia, non ancora ufficializzata, è stata anticipata da Mikayel Minasyan, ambasciatore di Armenia presso la Santa Sedein un post pubblicato sul suo profilo facebook. La presenza della statua in Vaticano sarà un segno tangibile degli ottimi rapporti tra Chiesa Cattolica e Chiesa Apostolica Armena, rapporti che si sono rinsaldati con il viaggio di Papa Francesco nella prima nazione cristiana a giugno 2016.

In realtà, tutto il pontificato di Papa Francesco è stato teso verso ottimi rapporti con la comunità armena, rapporti che si erano sviluppati quando il Cardinale Jorge Mario Bergoglio era arcivescovo di Buenos Aires.

Il Papa proclamò San Gregorio di Narek 36esimo dottore della Chiesa lo scorso 21 febbraio, facendo così del monaco una figura ponte tra Chiesa Apostolica e Chiesa Cattolica: San Gregorio era infatti un monaco armeno vissuto nel X secolo, considerato dottore della Chiesa anche dalla Chiesa Apostolica Armena.

Fu il 12 aprile 2015 che la proclamazione fu annunciata solennemente, durante la Messa per i fedeli di rito armeno celebrata nel centenario del genocidio. Da notare la stessa messa portò a un gelo diplomatico con la Turchia, successivamente poi sanato: la Turchia non ha mai ammesso il termine genocidio per il massacro degli armeni.

Tutto lasciava preludere ad un viaggio di Papa Francesco nel Paese, che è avvenuto – appunto – a luglio 2016. Al termine del viaggio, il presidente Sargsyan ha donato al Papa una statuetta di San Gregorio come ringraziamento della sua visita. Nell’occasione, il presidente ha chiesto anche di collocare la statua del Dottore della Chiesa Armeno nei Giardini Vaticani.

Il Papa ha accolto la proposta. “Poco dopo – scrive l’ambasciatore Minasyan – si è messo all’opera il team creativo guidato da David Yerevantsi, l’artista nazionale dell’Armenia, che è stato anche l’autore della statua.. Architetto incaricato della gestione del progetto è stato Vardan Karapetyan attivamente coinvolto nella creazione della statua, mentre il mio amico Arthur Janibekyan, che, per inciso, si è dedicato a diffondere la figura di San Gregorio di Narek, ha agito da benefettore.”

Così, una scultura di 2 metri in bronzo rappresentante San Gregorio di Narek è stata collocata nei Giardini Vaticani lo scorso 21 marzo, e la sua inaugurazione è prevista per il 5 aprile.

Ma c’è di più. Durante i preparativi per la collocazione della statuetta, rappresentanti della Chiesa Apostolica Armena hanno avuto degli incontri di alto livello in Vaticano – incluso in Segreteria di Stato – e hanno lanciato la proposta che una cerimonia analoga, con una statua gemella, abbia luogo anche in Armenia, alla presenza del Papa o di un suo inviato di alto profilo, che potrebbe essere il Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, il Cardinale Kurt Koch, ma anche il Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Pietro Parolin.

Una iniziativa che servirebbe a rendere ancora più visibili i buoni rapporti tra Santa Sede e Armenia, che hanno da poco celebrato i 25 anni di relazioni diplomatiche. Se questo avvenisse, sarebbe uno dei primi eventi di cui si occuperà l’arcivescovo José Avelino Bettencourt, da poco nominato nunzio apostolico nel Paese.

Vai al sito

Dalla Mongolia all’Armenia: Ian Manook e le sue leggende erranti (Culturamente.it 22.03.18)

Ian Manook ci racconta la sua scrittura nomade, il suo commissario mongolo dalle mani enormi, Yeruldelgger, e le sue origini armene.

Roma || Ian Manook è il nome di penna del francese Patrick Manoukian, autore della trilogia di Yeruldelgger. Protagonista è l’omonimo commissario di Ulan Bator, la caotica capitale della Mongolia. Nei suoi romanzi, best-sellers in Francia, pubblicati in Italia da Fazi editore, Manook racconta il paese dei nomadi e dell’ex Unione Sovietica con lo stile di un polar (poliziesco noir). L’ultimo, La morte nomade (2016), conclude le vicende del commissario. “Quando firmo questi libri, la dedica è «le anime nomadi non muoiono mai, diventano leggende erranti»”, ci dice, ed è con questo spirito che ha messo la parola fine alla storia del suo Yeruldelgger, “terminare in un modo che non è una fine, ma una fusione del personaggio col suo paese.

Nomadismo turistico e mani massicce

Yeruldelgger viene descritto da Manook solo attraverso le mani, massicce, antiche come la storia, come Gengis Khan. Il commissario vive tra due epoche: il mondo globalizzato e la tradizione sciamanica dei nomadi. Quest’ultima, ci dice lo scrittore, destinata ad esistere solo come “nomadismo turistico”.

Io non sono uno scrittore militante”, ci tiene a precisare, “perché nella parola militante c’è militare e non mi va”. Nemmeno naive però: “cerco di dare le parti del mio processo di comprensione”.  Dopo l’iniziale fascinazione del viaggiatore – in Mongolia ha accompagnato la figlia per cinque settimane- lo sguardo diventa critico. Nei suoi romanzi parla della “truffa dell’inurbamento”, che spinge i nomadi ad ammassarsi con le proprie Yurta ai margini delle città. Molti sono i riferimenti alla pressione geopolitica della Cina e delle grandi compagnie minerarie. Velatamente, confessa, è anche un modo per parlare della Francia senza doversi schierare politicamente.

Ian Manook cerca di evitare i luoghi comuni,  “il mio modo di viaggiare mi protegge da questo tipo di cliché”. Le donne mongole dei suoi romanzi, ad esempio, sono individui forti, descritte con rari dettagli, un po’ come il commissario, eredi del ruolo delle donne nella steppa: “non ci sono personaggi forti se non ci sono personaggi femminili forti.

Lo scrittore marinaio

Ian Manook ha un po’ di quei tratti del nomade che attribuisce al suo personaggio. Ha 69 anni, ma ne dimostra di meno. Sembra un marinaio: lo zuccotto blu sempre in testa, le spalle imponenti e quelle stesse mani del commissario. È la corporatura di chi a vent’anni, 1969, si pagò il viaggio oltreoceano lavorando sulle navi e attraversò in autostop il Brasile. Proprio durante questi suoi viaggi ha incontrato un uomo dal nome Yeruldelgger.

Questa sua dimensione di viaggiatore lo accompagna ancora oggi e finisce nei suoi romanzi: “a vent’anni si scrive su quello che pensi che il mondo possa essere, a 65 no”, l’oggetto diventa il proprio bagaglio di esperienze. E poi, “io scrivo solamente di paesi in cui mi è piaciuto viaggiare.” Lui rifiuta l’etichetta di scrittore etnografico e preferisce “scrittore nomade”. Ha iniziato a pubblicare a 65 anni e forse per questo ha saputo resistere al fascino del personaggio seriale, chiudendo in trilogia le avventure del suo commissario.

I suoi libri sono stati tradotti in più di dieci lingue, ma ancora non in mongolo. Ian Manook racconta di aver ricevuto commenti positivi dai lettori francofoni della Mongolia, ma si rende comunque conto del rischio di appropriazione culturale. “Posso parlare dell’oriente, ma chiaro, non è l’oriente vero. Non è un romanzo mongolo, però ho scritto un romanzo sulla Mongolia… è un libro scritto da un occidentale sull’oriente, però da un occidentale che sa di star scrivendo sull’oriente.

Le origini armene

Penso che tutto il mio modo di scrivere sia legato al fatto che io sono figlio di una diaspora… culturalmente, una delle cose più belle”. Da questo deriverebbe la sua capacità di sapersi immergere in altri paesi, pur mantenendo uno spirito critico.

La diaspora di cui parla Ian Manook è quella delle sue origini armene. Sui racconti di sua nonna, sopravvissuta  al genocidio come schiava di un ricco turco, sta scrivendo una saga familiare ambientata tra il 1915, anno del massacro, e il presente. Dalla storia vera della sua famiglia, ci anticipa, inventerà una tripla genealogia e la spargerà per il mondo. Non è mai stato in Armenia e ha intenzione di andarci solo dopo aver concluso l’opera, per non rovinare “la mia visione interiore dell’Armenia”.

L’atteggiamento della Turchia sul genocidio armeno lo disturba profondamente: “quel negazionismo è ridicolo… la Turchia è riuscita a negarlo fino alla sparizione degli ultimi testimoni viventi.” Un giorno la Turchia potrebbe anche prendersi le sue responsabilità, “però non saranno più persone, saranno cifre e numeri… La forza della Turchia è distruggere le sue minoranze.” Sui curdi è combattuto, “è molto difficile per me. Muoiono oggi quelli che hanno ucciso gli armeni ieri”, furono infatti soprattutto milizie curde a scortarli nel deserto, “ma muoiono come gli armeni.”

Continuare a scrivere

Col suo traduttore, Maurizio Ferrara, il rapporto è privilegiato. “È l’unico che mi chiama per dire «qui non ha senso tradurre così»”, confessa allegramente. Ferrara sta traducendo altri libri di Manook per la Fazi editore, tra cui uno sul viaggiare, Tempo di viaggio, e altri due romanzi gialli di ambientazione brasiliana, tra cui Matto Grosso, già usciti in Francia. Intanto, Manook racconta di aver già firmato per una trilogia poliziesca di ambientazione americana. Tra i progetti dell’autore, è in corso di scrittura anche un giallo di ambientazione islandese. Il protagonista sarà uno scrittore di ritorno in patria, tra le persone che ha sfruttato come personaggi per il suo successo editoriale.

Vai al sito

Armenia: viceministro Esteri Kocharyan, improbabile che paesi membri si oppongano ad accordo con Ue (Agenzianova 22.03.18)

Erevan, 22 mar 11:28 – (Agenzia Nova) – Il viceministro degli Esteri armeno Shavarsh Kocharyan ritiene improbabile che ci siano ostacoli alla ratifica dell’accordo sul partenariato globale raggiunto tra l’Ue ed Erevan, che vede coinvolta anche la Comunità europea dell’energia atomica. Lo riferisce l’agenzia di stampa “Armenpress”. Nel corso di una conferenza stampa, il viceministro armeno ha detto che non ritiene probabile che qualche paese membro dell’Unione possa ostacolare la conclusione dell’accordo: “Il fatto che l’Ue abbia firmato significa che tutti i paesi membri hanno dato il loro pieno consenso”, ha dichiarato. Il riferimento è al possibile ostruzionismo dell’Ungheria, paese con cui l’Armenia ha sospeso le relazioni diplomatiche (dal 2012 per l’estradizione concessa da Budapest ad un cittadino azero ricercato da Erevan in base all’accusa di aver ucciso un militare armeno). Kocharyan ha poi ricordato che l’Estonia è stato il primo paese a ratificare l’accordo fra Erevan e Bruxelles, seguito dalla Germania, che tuttavia ha precisato come esso non debba in alcun modo limitare i diritti sovrani di Berlino in materia di sicurezza. “Questa è la dimostrazione che i paesi membri guardano in modo favorevole all’intesa”, ha aggiunto. Rispondendo alla domanda sull’eventuale fissazione di una data certa per la ratifica, il viceministro ha risposto spiegando che “è un procedimento lungo, per questo è stata prevista l’attuazione temporanea solo della parte più significativa dell’accordo”.
(Res)