Riapre il Santo Sepolcro (Adnkronos 28.02.18)

La Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme riaprirà domani, dopo che le autorità israeliane hanno congelato oggi le misure contestate. La riapertura è stata annunciata con un comunicato congiunto dei rappresentanti della Chiesa cattolica, la chiesa greco ortodossa e la Chiesa Armena apostolica, riferisce il sito di Haaretz.

ISRAELE – Le autorità israeliane hanno fermato stamane i provvedimenti che avevano causato la chiusura del Santo Sepolcro, come atto di protesta delle Chiese cristiane. Il governo ha congelato la controversa proposta di legge che aveva scatenato la crisi e la municipalità di Gerusalemme ha rinviato la raccolta delle tasse. Il capo del governo Benyamin Netanyahu e il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat hanno affidato ad una squadra guidata dal ministro della Cooperazione Regionale Tzachi Hanegbi il compito di trovare una soluzione soddisfacente per tutti, riferisce un comunicato dell’ufficio del primo ministro, citato dai media israeliani.

“Israele è orgoglioso di essere l’unico paese del Medio Oriente dove cristiani e fedeli di tutte le fedi godono di libertà di culto e religione. Israele è la casa di una fiorente comunità cristiana e accoglie i suoi amici cristiani di tutte le parti del mondo“, si legge nel comunicato dell’ufficio di Netanyahu.

Il team guidato da Hanegbi discuterà con i leader delle confessioni cristiane sia la questione fiscale che la legge sull’esproprio dei terreni di Gerusalemme venduti dalle Chiese. Nel frattempo tutto verrà sospeso. Le tasse arretrate che il comune di Gerusalemme esigeva, pari all’equivalente di 53 milioni di euro, riguardavano i beni della chiesa diversi dai luoghi di culto.

La legge in discussione alla Knesset autorizzava il governo ad espropriare terreni di Gerusalemme venduti dalle chiese. La maggior parte dei terreni, per un totale di circa mezzo chilometro quadrato, si trova in quartieri centrali di Gerusalemme ed è stata venduta a società immobiliari a partire dal 2010. Il provvedimento, nota Haaretz, era insolito dal punto di vista della giurisprudenza in quanto veniva ad incidere in modo retroattivo su contratti finalizzati anni prima.

Le autorità israeliane cercano così di chiudere una vicenda che rischiava di provocare gravi tensioni e incidere negativamente sul fiorente turismo religioso ad un mese dalla Pasqua. La chiusura indefinita del Santo Sepolcro, una misura senza precedenti, era stata annunciata domenica dalla Chiesa cattolica, la chiesa greco ortodossa e la Chiesa Armena apostolica.

Il documento congiunto diffuso dal Custode della Terrasanta Francesco Patton, il Patriarca greco ortodosso Teofilo III e il Patriarca armeno Nourhan Manougian parlava di “flagrante violazione dello status quo” religioso di Gerusalemme e di “rottura degli accordi esistenti e gli obblighi internazionali”, denunciando una “campagna sistematica di abusi contro le Chiese e i Cristiani”.

CUSTODE TERRA SANTA – “Dopo questo comunicato del primo ministro dobbiamo concordare con Theophilos III, patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, e Nourhan Manougian, patriarca armeno, una risposta comune che arriverà nelle prossime ore. Stiamo lavorando. Si tratta di una notizia positiva che apprezziamo molto”, aveva commentato nel primo pomeriggio al Sir padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa, parlando della decisione del governo israeliano

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Gerusalemme, le Chiese cristiane nella morsa di Netanyahu (Lettera43.it 27.02.18)

Da un paio di giorni il custode musulmano del Santo Sepolcro, a Gerusalemme, ha in mano le chiavi della basilica costruita sui siti per la tradizione cristiana di crocifissione, sepoltura e resurrezione di Gesù. Il luogo sacro è rimasto eccezionalmente chiuso ai fedeli di tutto il mondo fino al 27 febbraio per volontà delle tre Chiese cristiane che lo abitano. Perennemente in conflitto tra loro in Terra Santa, tant’è che da secoli la porta della basilica viene aperta e chiusa da incaricati musulmani super partes (e a Betlemme la Natività è presidiata da un comando della polizia palestinese), stavolta greci-ortodossi, armeni e francescani si sono uniti nella protesta contro le improvvise tasse richieste e gli espropri tentati dalle autorità israeliane. D’accordo come mai si ricorda lo siano state prima, le Chiese hanno ottenuto la sospensione dei provvedimenti almeno per tre giorni. Una protesta poi rientrata sulle promesse di Benyamin Netanyahu

IL BLITZ ISRAELIANO. A memoria d’uomo non si ricorda neanche che fosse mai stato sbarrato l’ingresso della basilica di Gesù. Tanto a lungo sicuramente mai, specie a ridosso dei giorni del Calvario e della Pasqua nella Gerusalemme piena di pellegrini disorientati. Un passo grave quanto la minaccia avvistata dal Patriarcato greco-ortodosso, da quello armeno e dalla Custodia di Terra Santa dei francescani: il Santo Sepolcro può anche restare off-limits a «tempo indefinito». Sottinteso: finché la municipalità di Gerusalemme e la Knesset, il parlamento israeliano, non metteranno una pietra tombale sulle ispezioni per le tasse pretese sulle proprietà delle Chiese e sulla concomitante proposta di legge – sospesa nell’approvazione, come le visite fiscali – sulla confisca di terreni venduti dalle istituzioni cristiane a privati dal 2010. Sequestri che a Gerusalemme possono scattare anche se alle ispezioni non si pagano gli arretrati.

Santo sepolcro Gerusalemme

La Pasqua ortodossa al Santo Sepolcro.

GETTY

Il Comune rivendica debiti pregressi verso le tre Chiese di quasi 150 milioni di euro. Tasse che, si affanna a ripetere il sindaco israeliano di Gerusalemme – per l’Onu senza autorità alcuna sulla città vecchia (parte del settore Est occupato dalla Guerra dei Sei giorni del 1967), ma di fatto amministratore anche nel centro storico – il businessman e multimilionario Nir Barkat in quota ai conservatori sionisti del Likud, non riguardano i luoghi di preghiera come il Santo Sepolcro. L’imposizione municipale è limitata a «siti commerciali» come negozi e alberghi, in ogni caso non ai luoghi esclusivamente religiosi delle tre chiese cristiane: 887 proprietà in tutto nel mirino, perché «non è giusto che i residenti comuni paghino sulle proprietà e attività e le istituzioni religiose no». Ma a detta delle Chiese ne va anche di cliniche e scuole dai servizi necessari, a rischio come centinaia tra lavoratori e residenti.

GLI ESPROPRI DI TERRENI. Ortodossi, armeni e cattolici temono in realtà che l’obbiettivo ultimo degli amministratori e dei legislatori israeliani non sia una mera Irap, o fosse anche una Imu che dir si voglia, laicamente comprensibili se non addirittura auspicabili anche in Terra Santa, ma l’esproprio dei terreni. Le nuove misure del Comune di Gerusalemme includono limitazioni, per le tre Chiese, di vendita ai privati delle loro proprietà. In tal caso, scatterebbe poi – se approvato – un disegno di legge approdato a febbraio alla Knesset, per autorizzare la confisca, da parte dello Stato di Israele, di loro terreni ceduti a privati negli ultimi otto anni e nel futuro. Si intravede insomma una manovra a tenaglia da parte del governo sionista di ultra-destra di Benjamin Netanyahu su imprenditori e residenti, ancorché possidenti privati, di origine cristiana che in prospettiva farebbero la fine dei profughi palestinesi.

Per dirimere il contenzioso fatto esplodere con le Chiese, il premier israeliano Netanyahu ha annunciato l’istituzione di una commissione governativa di parte

Vittime della costruzione di uno Stato etnico-ebraico israeliano, resterebbero privi delle loro case e attività e nei prossimi anni sarebbero progressivamente costretti a lasciare la Terra Santa. È accaduto di recente in Cisgiordania, ai salesiani di Betlemme espropriati dei loro antichi vigneti da destinare alle case in cantiere per i coloni. Potrebbe accadere anche a Gerusalemme Est: si teme che le tasse e i vincoli comunali e governativi – anche retroattivi – imposti sulla cessione dei beni delle tre Chiese a terzi siano un grimaldello per acquisire le antiche proprietà dei crociati medievali. Patriarcato greco-ortodosso, armeno e Custodia cattolica percepiscono una crescente volontà israeliana di smantellamento dello status quo, la legge che regola la lunga convivenza e i diritti delle tre religioni monoteiste in Terra Santa: è in atto, denunciano, una «campagna sistematica per indebolire la presenza dei cristiani».

Custode musulmano Santo Sepolcro

Il custode musulmano del Santo Sepolcro.

Il trasferimento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, fissato per il 14 maggio 2018, è alle porte e Netanyahu e il suo governo non hanno mai fatto mistero di cercare l’annessione della città, per l’Onu con status internazionale e nei negoziati di pace a Ovest israeliana e a Est palestinese. La morsa si stringe, non a caso le Chiese hanno bollato il riconoscimento unilaterale degli Usa di Gerusalemme unica capitale di Israele «contrario allo status quo». Appena prima delle ispezioni fiscali, dei rappresentanti cristiani avevano incontrato il sindaco: i rapporti erano rimasti buoni, nessun accenno al debito poi preteso di colpo. Anche se Barkat nega triangolazioni con il ministero del Tesoro e il parlamento, si teme un’azione politicamente motivata di Israele. Con l’atto estremo della serrata del Santo Sepolcro, il premier Netanyahu ha annunciato l’istituzione di una commissione governativa, per negoziare in modo nettamente di parte sul contenzioso fatto esplodere con le Chiese.


Gerusalemme. Il Governo Israeliano congela le tasse alla Chiesa. Riapre il Santo Sepolcro (Ilfarodiroma 27.02.18)

La Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme riaprirà domani, dopo che le autorità israeliane hanno congelato oggi le misure contestate. La riapertura è stata annunciata con un comunicato congiunto dei rappresentanti della Chiesa cattolica, la chiesa greco ortodossa e la Chiesa Armena apostolica, riferisce il sito di Haaretz.

Le autorità israeliane hanno fermato stamane i provvedimenti che avevano causato la chiusura del Santo Sepolcro, come atto di protesta delle Chiese cristiane. Il governo ha congelato la controversa proposta di legge che aveva scatenato la crisi e la municipalità di Gerusalemme ha rinviato la raccolta delle tasse. Il capo del governo Benyamin Netanyahu e il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat hanno affidato ad una squadra guidata dal ministro della Cooperazione Regionale Tzachi Hanegbi il compito di trovare una soluzione soddisfacente per tutti, riferisce un comunicato dell’ufficio del primo ministro, citato dai media israeliani.

“Israele è orgoglioso di essere l’unico paese del Medio Oriente dove cristiani e fedeli di tutte le fedi godono di libertà di culto e religione. Israele è la casa di una fiorente comunità cristiana e accoglie i suoi amici cristiani di tutte le parti del mondo”, si legge nel comunicato dell’ufficio di Netanyahu.

Il team guidato da Hanegbi discuterà con i leader delle confessioni cristiane sia la questione fiscale che la legge sull’esproprio dei terreni di Gerusalemme venduti dalle Chiese. Nel frattempo tutto verrà sospeso. Le tasse arretrate che il comune di Gerusalemme esigeva, pari all’equivalente di 53 milioni di euro, riguardavano i beni della chiesa diversi dai luoghi di culto.

La legge in discussione alla Knesset autorizzava il governo ad espropriare terreni di Gerusalemme venduti dalle chiese. La maggior parte dei terreni, per un totale di circa mezzo chilometro quadrato, si trova in quartieri centrali di Gerusalemme ed è stata venduta a società immobiliari a partire dal 2010. Il provvedimento, nota Haaretz, era insolito dal punto di vista della giurisprudenza in quanto veniva ad incidere in modo retroattivo su contratti finalizzati anni prima.

Le autorità israeliane cercano così di chiudere una vicenda che rischiava di provocare gravi tensioni e incidere negativamente sul fiorente turismo religioso ad un mese dalla Pasqua. La chiusura indefinita del Santo Sepolcro, una misura senza precedenti, era stata annunciata domenica dalla Chiesa cattolica, la chiesa greco ortodossa e la Chiesa Armena apostolica.

Il documento congiunto diffuso dal Custode della Terrasanta Francesco Patton, il Patriarca greco ortodosso Teofilo III e il Patriarca armeno Nourhan Manougian parlava di “flagrante violazione dello status quo” religioso di Gerusalemme e di “rottura degli accordi esistenti e gli obblighi internazionali”, denunciando una “campagna sistematica di abusi contro le Chiese e i Cristiani”.

“Dopo questo comunicato del primo ministro dobbiamo concordare con Theophilos III, patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, e Nourhan Manougian, patriarca armeno, una risposta comune che arriverà nelle prossime ore. Stiamo lavorando. Si tratta di una notizia positiva che apprezziamo molto”, ha commentato nel primo pomeriggio al Sir padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa, parlando della decisione del governo israeliano.

Armenia-Lituania: vicepresidente parlamento Sharmazanov incontra ambasciatore a Erevan, focus su cooperazione (Agenzianova 27.02.18)

Erevan, 27 feb 15:50 – (Agenzia Nova) – Il vicepresidente del parlamento armeno, Edward Sharmazanov, ha ricevuto oggi l’ambasciatore lituano in Armenia, Erikas Petrikas, per discutere di cooperazione bilaterale. Le parti hanno sottolineato la positività delle relazioni tra i due paesi, e Sharmazanov ha detto di apprezzare lo sforzo di Petrikas per lo sviluppo dei legami interparlamentari. Il vicepresidente del parlamento, che è anche a capo del gruppo di amicizia armeno-lituano, ha ricordato il centenario dell’indipendenza di Vilnius e ha sottolineato che la Lituania è stata il primo paese a riconoscere l’indipendenza di Erevan. “Si tratta anche dell’unico Stato baltico a riconoscere il genocidio degli armeni”, ha spiegato Sharmazanov, citato dall’agenzia di stampa “Armenpress”. “Il parlamento di Erevan ha sostenuto eventi culturali, anche all’estero, contro il negazionismo turco in merito al genocidio. Iniziative simili potrebbero essere organizzate anche in Lituania”, ha concluso Sharmazanov. Le parti hanno infine evidenziato l’importanza dell’accordo di partnership tra i due paesi, che deve ora essere ratificato dal parlamento lituano. Il genocidio degli armeni ad opera della Turchia, perpetrato tra il 1915 e il 1923, è considerato dagli esperti il primo del ventesimo secolo. (segue) (Res)

Gerusalemme, Chiese cristiane chiudono Santo Sepolcro per protesta (Rainews.it 25.02.18)

Con un’azione senza precedenti, le Chiese cristiane hanno deciso la chiusura indefinita del Santo Sepolcro a Gerusalemme come protesta contro le autorità israeliane. Il passo è stato annunciato congiuntamente dalla Chiesa cattolica, la chiesa greco ortodossa e la Chiesa Armena apostolica, in un comunicato in cui si parla di “campagna sistematica di abusi contro le Chiese e i Cristiani”. Al centro della controversia, spiegano i media israeliani, vi è l’intenzione della municipalità di Gerusalemme di congelare beni ecclesiastici per ottenere il pagamento di tasse anche sulle proprietà delle chiese cristiane diverse dai luoghi d culto. Inoltre i cristiani sono preoccupati per una legge in discussione alla Knesset che permetterà allo stato di espropriare proprietà vendute dalle chiese cattolica e greca ortodossa a partire dal 2010. Il documento diffuso dal Custode della Terrasanta Francesco Patton, il Patriarca greco ortodosso Teofilo III e il Patriarca armeno Nourhan Manougian parla di “flagrante violazione dello status quo” religioso di Gerusalemme e di “rottura degli accordi esistenti e gli obblighi internazionali”. Il testo attacca con durezza “la legge razzista e discriminatoria che attacca soltanto le proprietà della comunità cristiana”, un provvedimento che ricorda “leggi di simile natura che furono messe in opera contro gli ebrei in periodi bui della storia europea”.

Eurovision 2018: Sevak Khanagyan con “Qami” è la scelta dell’Armenia (Eurovisionfestivalnews.com 25.02.18)

A quattro anni dal quarto posto di Aram Mp3, è tempo per l’Armenia di tornare a puntare su un solista uomo.

È Sevak Khanagyan il vincitore di Depi Evratesil, la rinnovata selezione del paese caucasico per l’Eurovision Song Contest 2018.

Un cantante con una solida esperienza nei talent alle spalle. Dopo aver partecipato alla versione armena di X Factor, nel 2016 ha vinto lo stesso format in Ucraina.

La fama conquistata in Est Europa gli ha permesso di prendere parte a The Voice of Armenia, lo scorso anno, in qualità di giudice.

Sevak nasce 31 anni fa nel villaggio armeno di Metsavan ma a sette anni si sposta con la famiglia a Mosca, in Russia, dove vive tutt’ora con sua moglie e suo figlio.

Al percorso educativo tradizionale, affianca fin da bambino lo studio della musica, in particolare della fisarmonica, oltre che del canto. Da adolescente inizia a esibirsi con una band in club ed eventi nuziali, prima di iniziare a scrivere i suoi brani, sia in russo che in armeno.

Qami” (Vento), è il brano che canterà all’Eurovision 2018. Scritto da lui stesso con Anna Danielyan e Viktorya Maloyan, è la prima canzone (salvo cambiamenti successivi) totalmente in armeno ad arrivare sul palco eurovisivo.

Le entry selezionate dall’Armenia tra il 2007 e il 2009 – “Anytime you need” di Hayko, “Qélé Qélé” di Sirusho e “Jan Jan” di Inga & Anush – comprendevano infatti sia parti in inglese che in armeno.

Sevak ha conquistato sia le giurie professionali che il televoto, ottenendo il primo posto in entrambe le graduatorie. Al secondo posto si è classificata la band Nemra con “I’m a liar“, terza “Waiting for the sun” di Amaliya Margaryan.

Nulla da fare per la drag queen Kamil Show. Il televoto l’ha premiata, piazzandola al secondo posto, mentre la giuria ha prevedibilmente penalizzato la sopra le righe “Puerto Rico“, penultima con due punti. Chiude al quarto posto generale.

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Eurovision 2018: Sevak Khanagyan rappresenterà l’Armenai con “Qami” (Periodicodaily.com 26.02.18) 

Lungi dall’essere tranquilli, i postumi della sbronza del “super sabato” eurovisivo ci hanno con  nuovi rappresentanti per la prossima edizione dell’Eurovision Song Contest 2018, come nel caso dell’Armenia, la cui finale nazionale si è tenuta questa domenica 25 febbraio.

Ieri si è disputato il “DEPI Evratesil” (Verso Eurovision) che è  il nome della selezione organizzata dalla televisione pubblica armena, AMPTV, che si è conclusa ieri dopo una settimana a suon di note con due semifinali ed il Gran Galà finale dove è stato selezionato chi rappresenterà il proprio paese a Lisbona il prossimo maggio.

Venti proposte finali che si sono scontrate ed hanno cercato di convincere il pubblico e una giuria professionale con l’obiettivo di essere il candidato giusto da proporre a Lisbona. Il prossimo 10 maggio, nell’Arena Altice della capitale portoghese, l’Armenia cercherà il passaggio per la serata finale della competizione quando si esibirà nella seconda metà della seconda semifinale.

Sevak Khanagyan , con il tema “Qami” (vento, in italiano), si è rivelato il vincitore e pertanto meritevole di accaparrarsi il biglietto con destinazione Lisbona dopo aver ricevuto il punteggio più alto , dodici punti, sia dalla giuria di professionisti che dal pubblico.  Al secondo posto si è classficata Amaliya Margaryan Nemra , mentre uno dei grandi favoriti della vigilia ovvero il camaleontico Kamil Show con la canzone “Porto Rico” si è dovuto accontentare del quarto posto.

L’Armenia all’Eurovision

L’Armenia ha debuttato all’Eurovision Song Contest nel 2006 . Da allora, è stato sempre presente nella serata finale della competizione  con l’eccezione degli anni 2011, quando era nelle semifinali con Emmy e la sua “Boom Boom” e nell’edizione 2012 in cui non presero parte in quanto la manifestazione si svolse in Azerbaigian, paese vicino con cui mantiene una serie di controversie politiche per il territorio del Nagorno-Karabakh.

Due quarti posti nel 2008 con Sirusho e “Qélé” e nel 2014 con Aram MP3 e l’emozionante “Not Alone”, sono i migliori risultati di una nazione che desidera ardentemente vincere la manifestazione, dopo che per diverse volte ha trionfato nella versione dello Junior Eurovision.

 

Armenia: export cresciuto del 50 per cento dopo adesione a Unione economica eurasiatica (Agenzianova 24.02.18)

Erevan, 24 feb 18:54 – (Agenzia Nova) – Le esportazioni dell’Armenia sono cresciute di circa il 50 per cento da quando il paese ha aderito all’Unione economica eurasiatica (Uee). È quanto riferisce un rapporto dell’Eurasian espert club, un istituto di ricerca secondo cui fra le priorità di Erevan c’è il raggiungimento di un rapporto del 30 per cento fra il Pil e l’export. “Nel 2017 le esportazioni armene hanno superato i 2 miliardi di dollari per la prima volta, raggiungendo i 2,2 miliardi di dollari. Anche la diversificazione dell’export è un’altra priorità. È necessario sfruttare tutte le opportunità offerte dall’Uee per aumentare l’export a 3 miliardi”, riferisce la ricerca. Si registra una crescita delle esportazioni nei settori chimico e farmaceutico, nella lavorazione del legno, nella produzione tessile e nei prodotti alimentari finiti. Il rapporto mette in evidenza che nel 2017 l’export verso la Russia è cresciuto del 44,6 per cento. (Res)

Sabina Broetto e Silvano Monchi a Manfredonia (Manfredonianews.it 24.02.18)

Nella serata di ieri 23 febbraio si è svolto un incontro con Sabina Broetto e Silvano Monchi presso il LUC dal circolo Manfredonia Fotografica e dal suo presidente Pasquale Amoruso.

Durante la serata, i due fotoreporter hanno mostrato e commentato le foto dei viaggi del 2015, 2016 e 2017, tutti resi possibili grazie ad alcuni studenti, poi divenuti funzionari di rilievo dei loro paesi, che hanno studiato presso lo studentato internazionale Rondine, situato nei pressi di Arezzo, in Toscana.

Nel 2016 sono andati nel Nagorno Karabakh, una terra di nessuno, in quanto questo territorio non è riconosciuto a livello internazionale da nessuno stato: qui Sabina e Silvano hanno fotografato momenti di vita quotidiana della popolazione fatta di molti giovani. In questo Paese(uso volutamente la “p” maiuscola, per dare pari dignità a questo territorio nel quadro internazionale), la popolazione abita in case costruite dall’allora Unione Sovietica, essi si dedicano all’agricoltura e all’allevamento, i bambini giocano con ciò che conoscono, ossia con le armi(pistole in prevalenza). Ciò che colpisce di questo popolo è la loro ricchezza in fatto di tradizioni ed usi, ma agghiacciante è la povertà. Il Nagorno Karabakh si è distaccato dall’Azerbaigian e per questo motivo è in guerra con la Russia dal 1993. Nelle strade si vedono camion abbondonati, cisterne in disuso eccetera.

Il secondo viaggio è stato effettuato nel 2015 in Armenia: questo paese ha una ricchezza basata sul commercio di pelli e tappeti, ma la fonte principale di sostentamento è l’intarsio di croci su pietra, affidato alle abili mani di artigiani locali. In questo paese vi sono molti mercati, ma dato il clima continentale del Caucaso (si passa dai +40°C dell’estate ai -40°C in inverno), la maggior parte dei mercati si sviluppa in luoghi chiusi o coperti; solo in anni recenti si sono sviluppati piccoli negozi di generi alimentari.

In Armenia, il primo Paese a portare aiuti è stato l’Italia, che ha costruito un vero e proprio villaggio con dei container per ospitare la popolazione locale: in questo centro vive un italiano, il Dott. Antonio Montalto, siciliano e console onorario dell’Italia in Armenia. Egli ha fatto costruire scuole di ceramica per le ragazzine e scuole edili per i ragazzi. L’Italia è presente in Armenia dal 1989.

Gli armeni vivono di allevamento e di agricoltura, infatti le loro case si riconoscono subito poiché sono circondate da terreni coltivati tutt’intorno.

Sono una popolazione molto accogliente, infatti qui vivono pacificamente e alcune minoranze etniche possono usare le proprie tradizioni : qui vive la minoranza russa dei Molokani (=bevitori di latte in russo), cacciata dalla Russia in epoca zarista poiché ritenuti eretici, in quanto bevono il latte, loro fonte di sostentamento, quando la religione ortodossa lo vieta.

In Armenia vivono anche i Curdi, perseguitati dai Turchi, che qui possono vivere secondo le loro usanze e parlare la propria lingua(per tale motivo in Turchia si è incarcerati).

Molto toccante il momento in cui i reporter ci hanno mostrato il monumento costruito per ricordare il genocidio armeno perpetuato dall’allora Impero Turco Ottomano tra il 1915 ed il 1918 e mai riconosciuto come tale dalla Turchia. Particolare per la forma architettonica e la collocazione, il mausoleo è posto in un luogo isolato ed è costruito in modo tale che le musiche udibili all’interno non siano percepite all’esterno. Nel mausoleo si sente una musica molto toccante che i fotografi ci hanno fatto ascoltare.

In questo territorio molto forte è la componente religiosa, essi sono cristiani dal 427 d.C. quando la hanno adottata come religione di Stato. Riconoscono l’autorità di Papa Francesco, ma hanno un loro leader religioso. Qui le messe durano due ore e mezzo, durante le quali i preti celebrano dietro una balaustra e i fedeli assistono stando in piedi tutto il tempo. Molto presente è la cultura del canto lirico, infatti molti cantanti lirici parlano italiano, lingua di molte opere.

In conclusione, Sabina e Silvano hanno illustrato il loro viaggio tra Georgia ed Abkhazia, tra i due stati è in corso una guerra civile e il loro confine è rappresentato da un ponte sul quale è posto un checkpoint simile a quelli presenti durante la Seconda Guerra Mondiale. Questo popolo parla una propria lingua, l’abcaso.

La loro capitale è Sukhumi o nella lingua abcasa Akua (Suchum). È famosa poiché possiede molte ville di oligarchi russi, tra cui anche quella appartenuta a Stalin, nato in Georgia.

Tale territorio è molto importante per i Russi poiché avrebbe costituito il loro unico sbocco a mare, in questo caso il Mar Nero, prima che fosse intrapresa la guerra per la Crimea.

L’incontro è stato molto emozionante e seguito da un pubblico interessato, per me è stata l’occasione per conoscere posti non presenti su alcuna carta geografica.

Un ringraziamento a Sabina Broetto e Silvano Monchi per essere venuti a Manfredonia a tenere quest’incontro ricco di molti spunti per future ricerche per chi lo vorrà.

Michele Carpato

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Parlamento Olanda riconosce a larga maggioranza genocidio armeno (Rassegna 23.02.18)

Olanda ha riconosciuto il Genocidio Armeno, ferri corti con la Turchia (Il Messaggero 23.02.18)

di Franca Giansoldati
Roma  – Il parlamento olandese ha riconosciuto il genocidio armeno con un voto 
destinato a deteriorare ulteriormente le relazioni con la Turchia. 

Il partito Unione Cristiana, partner nella coalizione guidata dal 
premier Mark Rutte, «ha proposto due mozioni alla camera bassa con 
il sostegno dei partiti di coalizione», ha detto Joel 
Voordewind. La prima mozione proponeva che «il parlamento potesse 
esprimersi in termini chiari sul genocidio armeno»; la seconda 
mozione chiedeva al governo di «inviare una delegazione a Yerevan 
il 24 aprile per la commemorazione del genocidio armeno e poi di 
seguito una volta ogni cinque anni». Le mozioni hanno raccolto il voto di quasi tutti i gruppi parlamentari, fatta esclusione di un gruppo minoritario che include tre parlamentari di origine turca.Da quando si sono aperti molti archivi nazionali, tra cui quello della Santa Sede, ormai nessuno mette più in dubbio la storicità di un massacro studiato a tavolino su base etnica e religiosa dall’allora governo ottomano che, dal 1915 al 1920 portò alla morte 1 milione e mezzo di cristiani.  

Ankara respinge il termine genocidio. La sua linea negazionista resta ferma riconoscendo solo mezzo milione di vittime come conseguenza diretta della 
sollevazione degli armeni contro l’Impero ottomano. 

I Paesi che riconoscono ufficialmente il genocidio armeno sono 
una ventina, tra cui l’Italia, la Germania e la Francia.Le relazioni bilaterali tra Turchia e Olanda sono al minimo storico dopo che il governo olandese ha annunciato di avere ritirato da Ankara il proprio ambasciatore, seguito dalla Turchia con il proprio rappresentante. Tutto è nato perchè l’anno scorso il governo olandese ha impedito a due ministri turchi di fare comizi durante delle manifestazioni organizzate dalla comunità turca a Rotterdam in occasione della campagna per il referendum sul rafforzamento dei poteri presidenziali di Erdogan.

Tensione Olanda-Turchia l’Aia approva una mozione sul genocidio armeno (Lumsanews 23.02.18)

Furente la reazione di Ankara “Condanniamo con forza la decisione”

Si inaspriscono i rapporti diplomatici tra Turchia e Olanda, dopo l’approvazione al parlamento dell’Aia di una mozione che definisce come “genocidio” il massacro perpetrato dall’Impero ottomano, predecessore dell’attuale Stato turco, contro gli armeni durante la prima guerra mondiale, tra il 1915 e il 1916. Le fonti storiche indicano in oltre un milione il numero delle vittime, ma Ankara ha sempre contestato questo bilancio, negando altresì che si sia trattato di un genocidio nel pieno senso del termine, sostenendo piuttosto che gli armeni furono vittime di un conflitto civile e non di un olocausto pianificato.

In un comunicato, diffuso dal proprio ministero degli Esteri, la Turchia ha quindi condannato “con forza la decisione della Camera dei rappresentanti dell’Olanda di riconoscere gli eventi del 1915 come un genocidio”. La mozione approvata dai Paesi Bassi è stata definita come “infondata” e “non legalmente vincolante”.

Dal canto suo, il governo olandese ha comunque fatto sapere che non intende dare seguito alla mozione approvata dal Parlamento, spiegando che il riconoscimento di un genocidio da parte dell’Aia avviene solo a seguito di una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza dell’Onu, oppure dopo la una sentenza di un tribunale internazionale.

Non è la prima volta che la Turchia arriva ai ferri corti con un Paese occidentale proprio in merito a questo tema. Quando nel 2016 il Bundestag tedesco approvò una mozione analoga, Erdogan – furente – richiamò il suo ambasciatore da Berlino. Va osservato anche come le relazioni diplomatiche tra Turchia e Olanda fossero già incrinate, a causa dei comizi elettorali negati dalle autorità olandesi a due ministri turchi, in occasione del referendum costituzionale turco di un anno fa. Come se non bastasse, all’inizio di febbraio, l’Aia ha anche annunciato il ritiro formale del suo ambasciatore, che già non si trovava nella capitale turca da quasi un anno


L’Olanda riconosce  genocidio Armeni. La Turchia convoca incaricato affari olandese (Ilfogliettone.it 23.02.18)  


Parlamento Olanda riconosce a larga maggioranza genocidio armeno (Presstoday 23.02.18)

 
Il parlamento olandese riconosce il genocidio turco degli Armeni (Il Secolo d’Italia 23.02.18)

Il Parlamento olandese ha approvato a larga maggioranza una risoluzione che riconosce il genocidio armeno. Il governo olandese, da parte sua, ha reso noto che continuerà ad analizzare “la questione del genocidio armeno” ma non ha in programma un riconoscimento formale. Il ministro degli Esteri, Sigrid Kaag, ha annunciato la presenza di un rappresentante ufficiale per la cerimonia di commemorazione che il prossimo 24 aprile si svolgerà a Erevan. Tale atto però non costituirà un riconoscimento formale. Il voto del Parlamento rischia di creare tensione con la Turchia, che respinge l’uso del termine genocidio in relazione al massacro di 1,5 milioni di armeni. La Turchia, erede dell’impero ottomano, riconosce l’assassinio di tale quantità di persone tra il 1915 e il 1917 ma rifiuta categoricamente il termine genocidio. Il ministero degli Esteri turco ha immediatamente convocato l’incaricato d’affari dell’Olanda ad Ankara dopo che ieri il Parlamento olandese ha approvato a larga maggioranza la risoluzione. Lo riferisce l’agenzia di stampa ufficiale turca Anadolu, dopo le “condanne” arrivate dal ministero degli Esteri e dal ministro per gli Affari europei. A inizio febbraio l’Olanda ha ritirato l’ambasciatore dalla Turchia.


L’Olanda riconosce il genocidio armeno. La Turchia attacca: “Decisione infondata” (Eunews.it 23.02.18)

Il Ministero degli esteri turco: “Condanniamo con forza la decisione della Camera dei rappresentanti dell’Olanda di riconoscere gli eventi del 1915 come un genocidio”

Bruxelles – L’Olanda ha riconosciuto il genocidio armeno, sotto proposta dei deputati di maggioranza del partito di Unione cristiana, scatenando la reazione del governo della Turchia, che “condanna con forza la decisione della Camera dei rappresentanti dell’Olanda di riconoscere gli eventi del 1915 come un genocidio”. A dirlo è  il ministero degli Esteri di Ankara, Mevlüt Cavusoglu, ritenendo la mozione approvata ieri sera all’Aja come “infondata” e “non legalmente vincolante”.

Sono molti gli storici a definire l’uccisione di più di un milione di armeni da parte dell’esercito ottomano durante la prima guerra mondiale ‘genocidio’.  L’esecutivo di Instanbul ha da sempre sostenuto che non si è mai trattato di pulizia etnica ma di una “regolare repressione” dell’insurrezione armena, che “causò una guerra civile”. Nessun “genocidio pianificato” per Ankara, la cui relazione con il governo olandese va sempre più deteriorandosi.

I rapporti diplomatici tra L’Aia e Instanbul hanno iniziato a peggiorare lo scorso marzo, quando l’esecutivo olandese ha vietato i comizi elettorali dei ministri turchi  in supporto del referendum presidenzialista di Recep Tayyip Erdogan. Il governo dell’Aja era arrivato addirittura a impedire alla ministra della Famiglia, Fatma Betül Sayan Kaya di entrare nel consolato turco di Rotterdam. L’11 marzo l’Aja aveva vietato l’ingresso al ministro degli Esteri turco Mevlüt Cavusoglu. A quel punto Erdogan aveva definito gli olandesi residui ‘nazisti e fascisti’. L’Olanda in risposta ritirò l’ambasciatore olandese dalla Turchia.

“Come già detto dal presidente Juncker, con la Turchia abbiamo relazioni molto importanti ma bisogna essere in due per il tango”, ha fatto sapere il portavoce del presidente della Commissione europea Jean Claude Junker. “Il Paese si sta muovendo in una diversa direzione rispetto all’adesione all’Ue. Vediamo cosa ci riserverà il futuro”.


Olanda riconosce genocidio armeno  (ANSA 23.02.18)

(ANSA) – ISTANBUL, 23 FEB – La Turchia “condanna con forza la decisione della Camera dei rappresentanti dell’Olanda di riconoscere gli eventi del 1915 come un genocidio”. Lo scrive in una nota il ministero degli Esteri di Ankara, definendo la mozione approvata ieri sera all’Aja come “infondata” e “non legalmente vincolante”. Secondo molti storici furono oltre un milione gli armeni uccisi durante la prima guerra mondiale sotto l’impero ottomano, ma Ankara contesta il bilancio di morti e sostiene che non si sia stato un “genocidio” pianificato ma l’effetto di un conflitto civile. Il governo olandese ha comunque fatto sapere che non intende dare seguito alla mozione approvata dal Parlamento, spiegando che il riconoscimento di un genocidio da parte dell’Aja avviene solo se c’è una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza dell’Onu o una sentenza di un tribunale internazionale. In casi analoghi avvenuti in passato, come nel 2016 in Germania, Ankara aveva richiamato il suo ambasciatore.


Genocidio armeno, via libera del parlamento olandese al riconoscimento. Turchia furiosa: convocato l’ambasciatore ad Ankara (31mag.nl 23.02.18)

Di recente, il riconoscimento tedesco e la presa di posizione del Vaticano, che ha parlato per la prima volta di “genocidio”, hanno provocato il raffreddamento delle relazioni con Ankara

La maggioranza alla Tweede Kamer, la camera bassa del parlamento olandese, ha approvato giovedì due mozioni riguardanti il ​​genocidio armeno del 1915. Una afferma che la Tweede Kamer “riconosce il genocidio armeno”, l’altra che un ministro olandese o un sottosegretario di Stato dovrebbero assistere alla commemorazione in Armenia ad aprile.

La Turchia ha convocato un rappresentante dell’ambasciata ad Ankara per chiedere spiegazioni. Da marzo 2017 non è più presente ambasciatore olandese, dopo che il paese della mezza luna ha ritirato le credenziali di Kees van Rij impedendogli di tornare nel Paese. Il caso verrà quindi seguito dai funzionari di grado inferiore ancora presente in Turchia.

Entrambe le mozioni sono state presentate dal parlamentare ChristenUnie Joel Voordewind. Tutti e quattro i partiti della coalizione hanno dato il via libera a sostenerle.

Centinaia di migliaia di armeni furono assassinati nel 1915, quando il territorio era ancora parte dell’impero ottomano. I turchi hanno sempre sostenuto si fosse trattato di “omicidi in tempo di guerra” e non di una pulizia etnica programmata. I turchi sostengono, inoltre, che gli armeni erano un pericolo perché stavano combattendo dalla parte del nemico russo. Per Ankara la questione è da sempre un nervo scoperto e l’annuncio del riconoscimento del genocidio da parte di paesi esteri ha sempre provocato reazioni furiose da parte dei governi turchi.

Di recente, il riconoscimento tedesco e la presa di posizione del Vaticano, che ha parlato per la prima volta di “genocidio”, hanno provocato il raffreddamento delle relazioni con Ankara.

Finora i Paesi Bassi non hanno mai riconosciuto ufficialmente il genocidio, parlando di “questione del genocidio armeno”. Ma una maggioranza in parlamento crede sia ora di cambiare. “Non possiamo negare la storia per timore di sanzioni, dopotutto il nostro paese ospita la capitale del diritto internazionale, quindi non dobbiamo avere paura di fare la cosa giusta anche qui”, ha dichiarato Voordewind al Trouw.

Speciale difesa: Armenia-Ue, ministro Sargsyan incontra rappresentante Ue Klaar su conflitto Nagorno-Karabakh (Agenzianova 23.02.18)

Erevan, 23 feb 15:00 – (Agenzia Nova) – Il ministro della Difesa armeno, Vigen Sargsyan, ha ricevuto una delegazione ufficiale guidata dal rappresentante speciale Ue per il Caucaso meridionale e la crisi in Georgia, Tojvo Klaar. Come riferito dall’agenzia di stampa “Armenpress”, Sargsyan ha espresso apprezzamento per la posizione equilibrata dell’Ue in merito al conflitto del Nagorno-Karabakh e per il relativo sostegno politico fornito dai copresidenti del Gruppo di Minsk dell’Osce. “Intendiamo risolvere la crisi nell’area solo tramite negoziati, e trovando una soluzione pacifica”, ha dichiarato Klaar in risposta. Il ministro armeno ha quindi informato il rappresentante speciale Ue sulla situazione presso la linea di contatto e ha sottolineato che l’Azerbaigian, nella sua opinione, non starebbe contribuendo alla risoluzione del conflitto. Le parti hanno infine discusso delle relazioni bilaterali tra Erevan e Bruxelles. (Res)

Il Catholicosato di Echmiadzin interviene sulla crisi del Patriarcato armeno di Costantinopoli (Agenzia Fides 23.02.18)

Erevan (Agenzia Fides) – La crisi che da tempo tormenta il Patriarcato armeno apostolico di Costantinopoli è dovuta soprattutto alle divisioni interne che hanno aperto la porta alle interferenze di poteri e gruppi esterni. Gli alti prelati che hanno posti di responsabilità in quella compagine ecclesiale devono mettere da parte interessi e contrasti personali, e il governo turco deve consentire al Patriarcato di riavviare il processo – ora interrotto – per l’elezione di un nuovo Patriarca. Sono queste le considerazioni e le richieste espresse dall’Assemblea del Consiglio spirituale supremo del Catholicosato di Echmiadzin, retto dal Patriarca Karekin II, che ha dedicato l’ultima riunione (20-22 febbraio) agli incresciosi, recenti sviluppi che hanno portato alla interruzione del processo avviato per l’elezione di un nuovo Patriarca armeno di Costantinopoli, in sostituzione del Patriarca Mesrob II Mutafyan, colpito nell’ormai lontano 2008 da una malattia neurologica invalidante.
All’inizio di febbraio, l’ufficio del governatore di Istanbul aveva di fatto azzerato il processo elettorale iniziato nel 2016. Le autorità turche avevano sentenziato che «non ci sono le condizioni necessarie» per far avanzare il processo elettorale, in quanto Mutafyan è ancora vivo e le disposizioni giuridiche turche prevedono che si possa eleggere e insediare un nuovo Patriarca armeno solo quando la carica rimane vacante con la morte del predecessore. La mossa delle autorità turche ha provocato reazioni accese in seno alla locale comunità armena. Il settimanale bilingue turco-armeno Agos ha scritto in un editoriale che la scelta messa in atto dal governatorato di Istanbul è destinata a segnare la storia delle relazioni tra la comunità armena e lo Stato turco, aggiungendo che il governo guidato dall’AKP di Erdogan ha compiuto un grave atto di interferenza «nelle tradizioni della Chiesa armena». E tutto questo era accaduto dopo che il Patriarcato armeno di Costantinopoli, come altre realtà ecclesiali presenti in Turchia, aveva esplicitamente espresso il proprio augurio di un rapido successo dell’operazione «Ramoscello d’ulivo», l’offensiva militare turca in territorio siriano contro i curdi, chiamando i propri fedeli a «pregare per la fine delle attività terroristiche».
Adesso il Consiglio spirituale supremo del Catholicosato di Echmiadzin, nell’appello diffuso alla fine della sua assemblea, riconosce che l’atteggiamento sconsiderato di individui e gruppi ecclesiali in seno al patriarcato armeno di Costantinopoli ha aperto la strada alle “interferenze esterne”, comprese quelle degli apparati politici turchi. La sede patriarcale armena di Echmiadzin fa appello in particolare ai personaggi più in vista della gerarchia del Patriarcato armeno di Costantinopoli affinché riconoscano che gli interessi del Patriacato valgono di più delle loro aspirazioni individuali e dei loro rapporti deteriorati, in modo da rivedere e correggere il processo elettorale, partito evidentemente con il piede sbagliato. L’appello proveniente dal Catholicosato di Echmiadzin chiede anche alle autorità turche di accogliere la richiesta della locale comunità armena di far ripartire il processo per l’elezione di un nuovo Patriarca.
Come documentato da Fides (vedi Fides 27/1/2017), dopo l’elezione – il 15 agosto 2016 – dell’Arcivescovo Karekin Bekdjian come nuovo “locum tenens” del Patriarcato, in sostituzione dell’Arcivescovo Aram Ateshyan, e dopo la costituzione del gruppo di lavoro incaricato di far avanzare il processo elettorale, le lettere ufficiali inviate dal Patriarcato armeno alle autorità turche per sollecitare il riavvio delle procedure per l’elezione del Patriarca non hanno avuto alcuna risposta. Da agosto (vedi Fides 15/9/2017 e 17/10/2017) diversi indizi avevano fatto emergere l’avversione degli apparati turchi nei confronti dell’attuale locum tenens del Patriarcato. Un’avversione che si connette anche a divisioni e antagonismi presenti all’interno del Patriarcato armeno, soprattutto da parte di esponenti legati all’ex locum tenens, Arcivescovo Aram Ateshyan. (GV)

(Agenzia Fides 23/2/2018).

Armenia-Libano: presidente Sargsyan riceve omologo Aoun, focus su cooperazione (Agenzianova 22.02.18)

Erevan, 22 feb 12:21 – (Agenzia Nova) – Il presidente libanese, Michel Aoun, è stato ricevuto ufficialmente oggi dall’omologo armeno, Serzh Sargsyan, durante una cerimonia presso il palazzo presidenziale di Erevan. E’ seguito un incontro in formato ristretto tra i due capi di Stato. “La mia visita in Libano nel 2012 ha aperto la strada ad una nuova fase di sviluppo delle relazioni bilaterali. Spero che così accadrà anche con questa nuova visita. Sebbene i nostri paesi intrattengano rapporti diplomatici solo da 25 anni, l’amicizia tra i due popoli è secolare. Vi ringraziamo per aver riconosciuto il genocidio armeno”, ha dichiarato Sarsgyan rivolgendosi all’omologo. Quest’ultimo ha sottolineato che Erevan ha sostenuto Beirut in ambito internazionale e che la comunità armena in Libano ha contribuito allo sviluppo del paese, riuscendo ad essere attiva in molti settori economici, culturali e sociali ma al contempo mantenendo la propria identità. (segue) (Res)