Ecumenismo: due anni fa incontro Papa Francesco e Patriarca Kirill a Cuba. Conferenza a Vienna sui cristiani perseguitati, “priorità” del dialogo (SIR 13.02.18)

I cristiani perseguitati, uccisi, rapiti, feriti in Medio Oriente, in particolare in Siria. Si stringe la cooperazione ecumenica delle Chiese per venire incontro alle esigenze concrete della popolazione e alle attese di pace. Su questa “priorità” si è centrato ieri il secondo anniversario dell’incontro avvenuto a L’Avana tra il Patriarca Kirill e Papa Francesco. Per commemorarlo si è tenuta una conferenza internazionale dedicata alla situazione dei cristiani in Medio Oriente. Il forum, organizzato con la partecipazione dell’arcidiocesi cattolica d’Austria, si è svolto presso l’arcivescovado di Vienna. Co-organizzatori dell’evento sono stati il Dipartimento per le relazioni esterne della Chiesa del Patriarcato di Mosca, il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, il ministero della Cultura della Federazione Russa e l’ambasciata della Federazione Russa nella Repubblica d’Austria. La conferenza è stata aperta dal saluto dell’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christophe Schönborn. Il metropolita Hilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne della Chiesa del Patriarcato di Mosca, ha presentato un rapporto sulla situazione dei cristiani perseguitati, su quanto la loro sofferenza stia a cuore del Patriarca Kirill e sulle attività della Chiesa ortodossa russa, volte a sostenere i fratelli e le sorelle del Medio Oriente. Nell’ambito dell’attuazione dei piani programmati all’Avana, è stato compilato un catalogo illustrato, che comprende 30 tra chiese, monasteri e cimiteri cristiani in Siria, il cui restauro può iniziare il più presto possibile. La questione del ripristino della vita normale in Siria – ha detto il metropolita Hilarion – “è oggi per il Patriarcato di Mosca una direzione prioritaria della cooperazione interconfessionale”. Ed è di solo pochi giorni fa, la visita di un Gruppo di lavoro interreligioso in Siria e Libano. A Damasco e nella valle della Bekaa, con la diretta partecipazione di leader spirituali locali, sono state consegnate 77 tonnellate di aiuti umanitari ai siriani più in difficoltà. 3.000 set di cibo con farina, cereali, burro, zucchero, carne e pesce in scatola, pasta, dolci e pappe per bambini. Secondo il resoconto che il Patriarcato di Mosca ha stilato dell’incontro, anche il cardinale Kurt Koch ha informato i partecipanti delle attività umanitarie della Chiesa cattolica in Medio Oriente, in particolare in Siria e in Iraq, dedicando gran parte della sua relazione alla comprensione del fenomeno del martirio cristiano. Forte la testimonianza del vescovo di Damasco, Armash Nalbandian, primate armeno, che ha parlato della situazione dei cristiani in Siria. Secondo il vescovo, il 60% dei cristiani locali ha perso le loro case, solo nella comunità armena della Siria 200 persone sono state uccise, 450 ferite, 120 rapite, migliaia di case distrutte, 70 chiese distrutte, oltre 50 edifici cristiani danneggiati. Mons. Armash Nalbandian ha esortato le Chiese cristiane a promuovere iniziative per salvare la presenza cristiana in Medio Oriente, anche attraverso la preghiera, e ha espresso gratitudine per la solidarietà dimostrata dagli ortodossi e dai cattolici.

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Armenia-Bulgaria: presidenti Sargsyan e Radev, avanti con progetto per corridoio di trasporto Nord-Sud (3) (Agenzianova 12.02.18)

Sofia, 12 feb 16:13 – (Agenzia Nova) – Radev ha chiarito che durante i colloqui è stato anche discussa della questione della regione contesa del Nagorno-Karabakh, definito un “problema estremamente importante non solo per l’Armenia ma per l’intera regione”, ha detto Radev, sottolineando che la Bulgaria ha identificato chiaramente i Balcani occidentali come la massima priorità della presidenza di turno bulgara del Consiglio Ue ma, al tempo stesso, Sofia resta “impegnata nel partenariato orientale, dato che sicurezza e sviluppo della regione del Mar Nero e del Caucaso sono di fondamentale importanza per noi”, ha aggiunto il capo dello Stato bulgaro. Sul conflitto in Nagorno-Karabakh, il presidente Sargsyan ha detto di aver ringraziato Radev per la posizione equilibrata della Bulgaria che, come ha affermato, “è sempre stata a favore di una soluzione pacifica del conflitto”. (segue) (Bus)

Il capo del Sindjar, un Giusto per gli armeni (Gariwo 12.12.18)

Pubblichiamo di seguito un estratto dal libro I disobbedienti (Guerini e Associati) di Pietro Kuciukian, console onorario d’Armenia in Italia e cofondatore di Gariwo, sulla figura di Hammo Shero, il capo yazida che accolse i profughi armeni durante il genocidio del 1915-16.

Il Sindjar all’inizio del XX secolo apparteneva al kaza di Mosul, ed è stato il solo luogo in tutto l’Impero Ottomano dove gli armeni sono stati accolti e protetti. Dei fieri montanari, difensori della loro autonomia, abitavano sulla montagna del Sindjar, isolata nel mezzo del deserto della Mesopotamia. Più della metà dei suoi abitanti, circa 20.000, erano yezidi.

Yves Ternon ha approfondito le vicende degli armeni del Sindjar e di Mardin e ha dato rilievo alla figura di Șero, della tribù Hammo, capo incontrastato del Sindjar, un Giusto che accolse e protesse i fuggiaschi, migliaia di cristiani, nella quasi totalità armeni. Diede loro case e campi, li nutrì. Molti disertori armeni raggiunsero la montagna; il flusso dei rifugiati non si arrestò mai. I passatori erano arabi, circassi, ceceni che riscuotevano denaro, ma onoravano i loro contratti, pagando i gendarmi turchi conniventi e traghettando i deportati fino al Sindjar. Hammo Șero accolse gli armeni dando loro terre e lavoro. «Gli armeni – scrive Ternon – bravi artigiani, inviavano lettere a Mardin per procurassi aghi per cucire, zucchero e denaro che scambiavano con farina, lenticchie e orzo». Quando scoppiò un’epidemia di tifo e molti sceicchi curdi vollero sbarazzarsi dei rifugiati per paura della «malattia armena» e del contagio, Hammo Șero propose di isolare parte dei villaggi e di metterli in quarantena fino alla guarigione. «Quando incombeva la carestia – scrive Ternon – gli armeni si recavano nei villaggi arabi della pianura, presso la tribù Tai per procurarsi cereali e farina». Nel 1918, quando un corpo d’armata ottomano cercò di distruggere questo luogo di ribelli, Hammo Șero convocò gli sceicchi, ma, senza attendere il responso dei notabili yezidi, attaccò gli ottomani. I soldati turchi raggiunsero il villaggio di Șero e lo diedero alle fiamme, poi si ritirarono, mentre gli armeni riudirono a fuggire in cima alla montagna. Gli yezidi attaccarono il distaccamento turco rimasto in loco e gli ottomani lasciarono definitivamente eil massiccio montagnoso. Claire Andrieu scrive che «il comportamento degli yezidi verso gli armeni costituisce un’eccezione fra i curdi che generalmente hanno collaborato allo sterminio, alla stessa maniera in cui, durante l’occupazione nazista, alcuni tatari di Bielorussia hanno protetto gli ebrei, anche se in maggioranza erano collaborazionisti».

Il capo curdo Hammo Șero era riconoscente verso gli armeni, poiché anni prima, quando il sultano voleva massacrare i suoi yezidi aveva ricevuto protezione dalla Francia e dall’Inghilterra, potenze cristiane. Era una «figura patriarcale, con una lunga barba bianca […] e soleva passare fra gli accampamenti degli armeni rifugiati nel suo territorio per consolarli». Aveva una rete di informatori che percorrevano i dintorni del massiccio montuoso per avere notizie sull’andamento della guerra e per salvare i sopravvissuti armeni. Quando il kaimakam turco di Balad chiese ad Hammo Șero di consegnargli alcuni fuggitivi armeni l’ağa rispose che per lui sarebbe stata una vergogna consegnare un ospite della montagna, essendo in quanto ospite, sacro. Rachel Youssoufian, la sopravvissuta armena del campo di Ras-ul-Ain, testimonia che fu accolta sul Sindjar e che, avendo con sé due bambini, le fu data una casa separata dagli altri armeni, circa duecento persone fra donne, ragazze e bambini. Nel 1919 si contavano ancora 500 armeni gregoriani, 160 armeni cattolici, 100 giacobiti, 100 siriani, rifugiati e ospitati sulla montagna del Sindjar.

Lo Storico Yves Ternon conclude il suo intervento nella Revue d’Historie de la Shoah, con queste parole: «Questa è la straordinaria storia di Hammo Șero, il capo del Sindjar, un Giusto per gli armeni».

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Armenia-Bulgaria: presidente Radev in visita a Erevan, previsto incontro con omologo Sargsyan (Agenzianova 11.02.118)

Erevan, 11 feb 09:42 – (Agenzia Nova) – Il presidente bulgaro Rumen Radev sarà oggi in visita in Armenia su invito dell’omologo Serzh Sargsyan. Lo rende noto un comunicato della presidenza armena, secondo cui ad Erevan il capo di stato bulgaro avrà una serie di incontri con lo stesso Sargsyan, con il premier Karen Karapetyan e con il presidente del parlamento Ara Babloyan. Nella capitale armena Radev sarà anche ospitato dal patriarca Karekin II. Al termine dei colloqui i presidenti Sargsyan e Radev terranno una conferenza stampa e parteciperanno alla cerimonia di firma di una serie di accordi di cooperazione bilaterale. (Res)

La Turchia azzera il processo per eleggere il nuovo Patriarca armeno (Lastampa.it 10.02.18)

La Turchia fa sentire la mano pesante sul Patriarcato armeno di Costantinopoli, con misure «dirigiste» che rischiano di riaprire ferite e conflittualità mai sanate con tutta la comunità armena mondiale. Lunedì scorso, l’ufficio del governatore di Istanbul ha di fatto azzerato il processo elettorale iniziato nel 2016 per trovare un successore a Mesrob II Mutafyan, il giovane e intraprendente Patriarca armeno di Costantinopoli reso inabile da una malattia incurabile che lo ha colpito dal 2008. Le autorità turche hanno sentenziato che «non ci sono le condizioni necessarie» per far procedere il processo elettorale, in quanto Mutafyan è ancora vivo e le disposizioni giuridiche turche prevedono che si possa eleggere e insediare un nuovo Patriarca armeno solo quando la carica rimane vacante con la morte del predecessore.

La mossa drastica delle autorità turche sta suscitando reazioni veementi in seno alla locale comunità armena. Il settimanale bilingue turco-armeno Agos ha scritto in un editoriale che la scelta messa in atto dal governatorato di Istanbul è destinata a segnare la storia delle relazioni tra la comunità armena e lo Stato turco, aggiungendo che il governo guidato dall’AKP di Erdogan ha compiuto un grave atto di interferenza «nelle tradizioni della Chiesa armena» e che gli argomenti addotti sembrano confezionati «per coprire altre intenzioni», oltre a mostrare un totale disprezzo «per la volontà della comunità e del clero armeni». E tutto questo dopo che anche il Patriarcato armeno di Costantinopoli, come altre realtà ecclesiali presenti in Turchia, aveva esplicitamente espresso il proprio augurio di un rapido successo dell’operazione «Ramoscello d’ulivo», l’offensiva militare turca in territorio siriano contro i curdi, chiamando i propri fedeli a «pregare per la fine delle attività terroristiche».

Davanti alle rimostranze degli armeni, nella giornate di giovedì il ministro degli interni turco, Suleyman Soylu, ha incontrato alcuni rappresentanti della comunità armena, riferendo loro che discuterà delle loro preoccupazioni con il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan – reduce dalla visita in Vaticano e dall’incontro con Papa Francesco – e con il primo ministro Binali Yildirim.

L’entrata a gamba tesa di lunedì scorso segue i tanti episodi che già in passato avevano fatto emergere il tacito boicottaggio delle istituzioni turche rispetto al processo di elezione patriarcale in atto. Ma un peso decisivo nel prenare il processo elettorale è rappresentato anche dai conflitti interni alla comunità armena e ai suoi capi.
L’ultimo accordo interno sulle procedure da seguire per eleggere il successore di Mesrob II erano state faticosamente concordate tra alcuni alti rappresentanti del Patriarcato armeno di Costantinopoli durante un summit convocato a Erevan, presso la Sede patriarcale di Echmiadzin (Armenia) dal Patriarca Karekin II, Catholicos di tutti gli Armeni, nel febbraio 2017. Quell’incontro, superando all’apparenza precedenti contrapposizioni in seno al Patriarcato di Costantinpoli, aveva previsto l’elezione di un Locum Tenens e di un Comitato operativo, che avrebbero dovuto sovrintendere all’elezione, entro sei mesi, del nuovo Patriarca, «secondo le procedure vigenti». Il 15 agosto scorso, l’Assemblea dei chierici del Patriarcato aveva eletto come Locum Tenens l’Arcivescovo Karekin Bekdjian, alla guida della diocesi armena apostolica in Germania. Ma subito dopo tale elezione, il Patriarcato armeno di Costantinopoli ha ricevuto una lettera da parte di Aziz Merjan, vice-governatore del governatorato di Istanbul, che definiva «legalmente inammissibile» il processo elettorale già avviato.

E da quel momento, le lettere ufficiali inviate dal Patriarcato armeno alle autorità turche per sollecitare il riavvio delle procedure per l’elezione del Patriarca non hanno mai avuto risposta.

Secondo molti osservatori, gran parte delle difficoltà del Patriarcato armeno di Costantinopoli sono dovute al fatto che l’arcivescovo Aram Ateshyan – colui che dal 2008, dopo il manifestarsi della malattia del Patriarca, aveva assolto le funzioni di Vicario patriarcale generale – non ha mai davvero accettato la prospettiva di cedere le sue funzioni e i suoi poteri al “locum tenens” Karekin Bekdjian.

In tacita sintonia con gli apparati turchi, che non hanno mai mancato di nascosto la propria avversione nei confronti del «Locum Tenens».

Secondo indiscrezioni rilanciate in passato dallo stesso Agos, le ostilità degli apparati turchi sarebbero connesse anche all’atteggiamento di sostenitori di Ateshyan, che da tempo auspicavano le dimissioni di Bekdjian e del gruppo di lavoro.

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Armenia: legge Consiglio sicurezza presentata in parlamento (Agenzianova 08.02.18)

Erevan, 08 feb 13:28 – (Agenzia Nova) – Il parlamento armeno sta discutendo la bozza di legge sulla formazione e l’attività del Consiglio di Sicurezza. Come riportato dall’agenzia di stampa “Armenpress”, il vice ministro della Giustizia, Artur Hovhannisyan, ha spiegato che il Consiglio deve essere presieduto dal premier. Tale norma è prevista dalle modifiche costituzionali del 2015, mentre secondo gli emendamenti alla Costituzione del 2005, l’organo era presieduto dal capo dello Stato. I membri del Consiglio saranno dunque il premier, i tre vice premier, il ministro della Difesa, il ministro degli Esteri, il segretario del Consiglio stesso, il direttore del Servizio nazionale di sicurezza, il capo delle forze di polizia e il capo di Stato maggiore delle Forze armate. In seguito alle modifiche costituzionali del 2015, inoltre, il nuovo Consiglio di Sicurezza prenderà il posto dell’ex Consiglio nazionale di sicurezza. Il 25 gennaio scorso il governo armeno ha approvato la legge sul Consiglio di Sicurezza. (Res)

CN: presidente De Buman si esprime al parlamento armeno (Swissinfo 07.02.18)

Il presidente del Consiglio nazionale Dominique de Buman (PPD/FR) si trova in questi giorni in Armenia. Ieri ha pronunciato un discorso davanti al parlamento nazionale, mentre oggi si è intrattenuto con il patriarca supremo degli armeni, Sua Santità Karekin II.

L’incontro col religioso è avvenuto nella città di Echmiadzin, la più sacra del Paese, situata a circa 20 chilometri dalla capitale Erevan. Durante questo viaggio parlamentare nello Stato caucasico, de Buman ha parlato con il primo ministro Karen Karapetyan, col quale le discussioni si sono concentrate sulle relazioni economiche e gli scambi commerciali fra Svizzera e Armenia.

Davanti a una cinquantina di deputati dell’Assemblea nazionale locale, il friburghese ha invocato il riconoscimento internazionale del genocidio del 1915, perpetrato dall’Impero ottomano nei confronti del popolo armeno.

Nel corso del suo soggiorno ha poi avuto un colloquio con il capo della diplomazia Edward Nalbandian a proposito degli accordi del 2009 firmati a Zurigo da Armenia e Turchia. All’inizio del 2015, Erevan aveva annunciato il proprio ritiro dal processo di ratifica, denunciando l’assenza di volontà politica di Ankara per normalizzare i rapporti.

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ITALIA-TURCHIA: Salvini, UE ipocrita, vergogna onori a Erdogan (Affari Italiani 06.02.18)

Roma, 6 feb. (AdnKronos) – “L’Europa si riempie la bocca con parole come ‘democrazia’ e ‘diritti umani’ mentre nelle scorse il dittatore turco Erdogan, presidente di un Paese che qualcuno vorrebbe far entrare nell’Ue, era accolto con tutti gli onori a Roma”. Così in Aula a Strasburgo l’europarlamentare e segretario della Lega Matteo Salvini.”Ricordo che la Turchia – prosegue il leader del Carroccio – non riconosce il genocidio di un milione e mezzo di cittadini armeni, il primo Olocausto della storia, e mi vergogno alla sola idea che un tale dittatore possa essere accolto con tutti gli onori nel mio Paese e che qualcuno pensi che la Turchia possa entrare in Europa, a meno che non ci siano morti di serie A e morti di serie B. E tra i morti di serie B si pensi ci siano gli armeni e, magari, gli italiani infoibati dai comunisti, dai partigiani titini”.

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Salvini: «L’Europa è un Titanic che affonda, perciò teme il voto in Italia» (Il Secolo d’Italia 06.02.18)

«Qualcuno ha paura delle elezioni, qualcuno teme il voto degli italiani: vuol dire che avete un problema. Se avete paura del voto dei cittadini, avete un problema: vuol dire che questa Ue è il Titanic che sta affondando». Parika di Matteo Salvini intervenuto alla plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo.

Salvini: questa Europa è un Titanic che affonda

Al contrario delle farneticanti preoccupazioni dei notabili della Ue, per il leader della Lega l’allarme «non è il razzismo, il populismo, la xenofobia e il razzismo. Il problema numero uno in questo momento è il terrorismo islamico e la disoccupazione che sta portando i popoli a reagire. Noi ce la metteremo tutta,  o l’Europa cambia o saranno i popoli a cambiarla, a partire dal 4 marzo in Italia». Sul terreno minato dell’immigrazione, poi, ha confermato la linea della fermezza mettendo in guardia dal corto circuito sociale. «Sono preoccupato –  ha detto Salvini –  da papà prima che da cittadino italiano. Sento che qualcuno dice che bisogna accogliere più immigrati. La Croazia vuole entrare nell’euro e nel sistema Schengen: state attenti. In Italia negli ultimi anni sono sbarcati 600mila finti profughi, non dalla guerra ma che la guerra ce la portano in casa». Poi è passato alle cifre: in un anno – ha riferito – i reati compiuti da cittadini stranieri sono stati 250mila: 55% dei furti, 51% sfruttamento della prostituzione, 45% delle estorsioni, 40% degli stupri: 1.500 stupri in un anno. E l’Europa che fa? Niente, anzi: riconosce la figura dell’immigrato climatico, come se non avessimo già abbastanza problemi». Insomma qualcuno soffia sul fuoco. «Quando hai il 40% della popolazione carceraria composta da immigrati, allora rischi di creare lo scontro sociale, che per me qualcuno ha voluto».

«Gli onori riservati a Erdogan sono una vergogna»

Infine il leader del Carroccio ha accusato l’Europa di mostrare eccessiva indulgenza nei confronti del pericolo turco. «L’Europa si riempie la bocca con parole come “democrazia” e “diritti umani” mentre nelle scorse il dittatore turco Erdogan, presidente di un Paese che qualcuno vorrebbe far entrare nell’Ue, era accolto con tutti gli onori a Roma». Quindi ha ricordato ai colleghi di Strasburgo che la Turchia  non riconosce il genocidio di un milione e mezzo di cittadini armeni, il primo Olocausto della storia, «mi vergogno – ha detto – alla sola idea che un tale dittatore possa essere accolto con tutti gli onori nel mio Paese e che qualcuno pensi che la Turchia possa entrare in Europa, a meno che non ci siano morti di serie A e morti di serie B. E tra i morti di serie B si pensi ci siano gli armeni e, magari, gli italiani infoibati dai comunisti, dai partigiani titini».

 

Armenia-Ue: copresidenti Gruppo Osce incontreranno autorità dell’Artsakh, focus su rilevamento violazioni cessate il fuoco (Agenzianova 06.02.18)

Erevan, 06 feb 15:49 – (Agenzia Nova) – I copresidenti del Gruppo Osce di Minsk (Francia, Russia e Stati Uniti) incontreranno il presidente della regione dell’Artsakh, Bako Sahakyan, nell’ambito della visita in Armenia prevista per l’8 e il 9 febbraio. Lo ha detto il portavoce presidenziale, Davit Babayan, citato dall’agenzia di stampa “Armenpress”. “Di solito nel corso di questo tipo di visite i copresidenti hanno anche la possibilità di incontrare alte cariche, come il ministro degli Esteri o della Difesa”, ha aggiunto Babayan. Quest’ultimo ha poi spiegato che verrà in particolare affrontato il tema dell’installazione di un meccanismo per registrare le violazioni del cessate il fuoco lungo il confine. La regione dell’Artsakh costituisce una repubblica autoproclamata all’interno del territorio del Nagorno-Karabakh, area contesa tra Armenia e Azerbaigian dal 1988, non riconosciuta a livello internazionale. I copresidenti del Gruppo Osce di Minsk (Igor Popov per la Federazione Russa, Stephane Visconti per la Francia e Andrew Schofer per gli Usa), prima di recarsi in Armenia e nell’Artsakh, hanno programmato una visita in Azerbaigian. Oggi, inoltre, ha avuto luogo il monitoraggio Osce della linea di contatto tra Azerbaigian e Armenia.

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“Benedici questa croce di spighe”, la cultura del popolo armeno stroncato dal genocidio (IlSussiduario.net 06.02.18)

“Benedici questa croce di spighe”: una raccolta di testi di scrittori e poeti armeni, accomunati da un profondo amore per la patria armena e da uno stesso tragico destino. GIUSEPPE EMMOLO

Cerimonia a Yerevan per ricordare il genocidio armenoCerimonia a Yerevan per ricordare il genocidio armeno

Antonia Arslan, nota scrittrice armena e autrice del romanzo La masseria delle allodole, ha presentato presso il Centro Culturale di Milano un nuovo libro, Benedici questa croce di spighe. Antologia di scrittori armeni vittime del Genocidio (Ares, 2017) che raccoglie testi poetici e in prosa di grande valore letterario. Si tratta di scrittori diversi tra loro per formazione, interessi, stili di scrittura, e tuttavia accomunati da un profondo amore per la patria armena e da uno stesso tragico destino.

Questi letterati, infatti, facevano parte di quella intellighentia armena — oltre 2mila persone — che la notte del 24 aprile 1915 fu prelevata dalla propria abitazione a Costantinopoli, mandata in esilio in varie località del Paese e trucidata durante finti trasferimenti da agenti del governo turco, in attuazione di un piano che prevedeva la pulizia etnica e la bonifica del territorio dalla presenza armena. A ridosso di quel periodo di fine XIX secolo la cultura armena stava vivendo un vero risveglio letterario, culturale e anche politico sotto l’Impero Ottomano: in effetti, leggendo i testi, “incontrando” gli autori e le loro storie, per la freschezza di ispirazione e la resa espressiva della scrittura si capisce che si trattò di vero “rinascimento”. Si sente nei loro versi l’eco di una tradizione forte — la nostalgia per la Grande Armenia delle cattedrali e dei monasteri medievali, con i suoi leggendari manoscritti miniati, i grandi castelli, gli arcieri e le belle dame… — e l’intreccio fra la tradizione del poetare d’amore orientale, specialmente persiano, i vividi e pittoreschi canti degli ashug (trovatori armeni) come Sayat-Nova, e un’avida lettura della poesia occidentale dell’Ottocento.

Questa pubblicazione mostra che, a fronte di greci siriaci latini che vissero sottomessi in terra ottomana, la minoranza armena aveva sviluppato un’interazione culturale e intellettuale con l’Occidente notevolissima. Importante fu l’opera dell’abate Mechitar e della Congregazione di Padri armeni, fondata a Venezia fin dal XVIII secolo, che introdusse gli armeni alla conoscenza della letteratura italiana. Intensi furono gli scambi con la cultura tedesca e anglo-francese. Questa assiduità di relazioni è certamente una delle ragioni della rinascita armena di fine Ottocento e primo Novecento.

I racconti, poi, sono intessuti di trame coinvolgenti e i testi in versi ricchi di metafore, analogie e similitudini tratte dal vissuto delle periferie esistenziali dell’epoca (artigiani, contadini, emigranti). Certe metafore sono così originali e impensabili che si resta ammirati.

Dei dodici poeti della raccolta, Daniel Varujan è forse il più grande, non a caso è detto “il Leopardi armeno”. Vi sono di lui frammenti poetici dall’indubbio sapore dantesco (Lettere di nostalgia), echi della peste manzoniana (Il carro dei cadaveri), si sentono Pascoli, Foscolo (Alla croce) e perfino d’Annunzio. Varujan è autore de Il canto del pane, un capolavoro composto in poche settimane prima della morte. Nella poesia Notte sull’aia l’Infinito leopardiano appare sia nella stratificazione testuale che nello sguardo di Varujan: l’io dell’armeno, però, respira più della comunione con il Tutto che della solitudine cosmica del recanatese. Nella poesia Croce di spighe la vita è percepita con forte realismo e nello stesso tempo con positività, non con speranza ottimistica che genera solo rimpianti, ma con il senso di un’attesa che genera letizia.

In questo viaggio nella poesia armena non dovrà mancare l’incontro con Siamantò, pseudonimo di Adom Yargianian: la poesia forse più significativa dell’intera raccolta è Io voglio morire cantando: è il grido dell’io che appartiene al popolo al punto da abbracciarne e desiderarne il destino. Sono realmente versi da vertigine.

C’è lo scrittore Rupen Zartarian con il racconto La mia casa paterna, che con toni pascoliani e leopardiani esprime un senso tutto moderno della casa: casa come un “appartenere”, un vibrare all’unisono: l’io assume il volto di un noi, che smaschera ogni autosufficienza.

Infine c’è Garabed der Sahaghian, le cui poesie sono pervase di pace e nello stesso tempo di tensione (Eterno Ararat): Garabed conosceva ben cinque lingue. Morì insieme ai suoi studenti, che non volle abbandonare nelle mani degli aguzzini.

Le tematiche che offre il libro Benedici questa croce di spighe sono di grande attualità. Gli Armeni hanno vissuto il loro “risveglio” quando hanno iniziato a svolgere il ruolo di popolo-ponte tra Oriente e Occidente. Ogni rinascita accade quando c’è disponibilità e apertura al dialogo, all’altro. E’ ciò cui ci richiama spesso Papa Francesco. I poeti armeni ci dicono che solo coniugando ciò che è globale con ciò che è locale si possono vincere le sfide del futuro. L’alternativa è chiudersi nella statolatria, la stessa che portò i turchi a considerare l’appartenenza etnica più importante della stessa religione islamica.

Erdogan è venuto in Italia per chiedere di poter entrare nella Ue. Ma ancora oggi il genocidio armeno viene negato dai turchi ed è per questo che gli armeni continuano a non avere patria. Non si può costruire una casa comune, l’Europa, senza verità. Il turista che va in Turchia a visitare l’antica capitale armena di Ani “dalle 1001 chiese”, trova l’indicazione città “bizantina”, o chi va a visitare Istanbul (l’antica Costantinopoli), si sente dire dalle guide che gli edifici artistici costruiti nel passato da architetti armeni sarebbero opera di italiani. Ancora oggi l’opinione pubblica turca è su posizioni negazioniste, quando nessun storico serio si sognerebbe di mettere in dubbio il genocidio del 1915 di un milione e mezzo di armeni.

Gli Armeni sono senza patria. Ciononostante la loro unità, benché in diaspora, è misteriosa quanto irriducibile. Uno dei fattori di questa unità risiede certamente nella lingua, capace di cementare l’appartenenza e l’autocoscienza di popolo. Ma insieme alla lingua c’è anche la poesia. I poeti armeni non sono dei solitari che, per un gusto estetizzante amano cullarsi nel loro solipsismo; essi sono e si concepiscono voce del popolo. A differenza di tanti poeti italiani o d’oltralpe che sono espressione di una società nichilista e borghese, il cuore del poeta armeno batte all’unisono con quello del popolo. Un solo unico cuore, ancorché spezzato di nostalgia, ma intatto della speranza del ritorno in patria.

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