“Dagli Armeni all’Arca”, Ararat: la montagna del mistero: serata alla SAT di Primiero (Lavocedelnordest 19.01.18)

Interessante incontro a Primiero, presso la sede SAT di Primiero San Martino e Vanoi (Casetta Parco Clarofonte a Fiera) sabato sera 20 gennaio alle 20.30

Il monte Ararat visto da Yerevan, capitale della Repubblica d’Armenia

Primiero (Trento) – Prendono il via gli incontri culturali della sezione SAT di Primiero San Martino Vanoi. Un modo originale per parlare di montagna e confrontarsi sulle tematiche più attuali, ma non solo, con lo sguardo verso il mondo che ci circonda.

La sezione CAI – SAT locale, intende infatti promuovere la cultura dell’andar in montagna. Ciò significa conoscere il territorio ma anche la storia delle genti che la montagna la vivono sulle Alpi ma anche in ambiente extraeuropeo.

L’appuntamento di sabato 20 gennaio alle 20.30 è con lo scienziato e ricercatore Azad Vartanian, che da 20 anni segue l’Armenia. Una conferenza particolarmente interessante con la proiezione di un filmato sulla vita delle popolazioni che vivono alle pendici del monte Ararat (Turchia). Un tema di grande attualità per conoscere da vicino le popolazioni armene.

La leggenda vuole che l’Arca di Noè sia ancora sulla montagna, come riferito da alcuni viaggiatori, tra cui Marco Polo. A partire dal XIX secolo alcuni esploratori si sono avventurati sul monte alla ricerca dell’Arca, tra cui l’astronauta James Irwin e l’ingegnere Angelo Palego. Su alcune fotografie del monte è presente uno strano oggetto non identificato che qualche studioso biblico ipotizzò essere i resti dell’Arca di Noè, l’oggetto è conosciuto con il nome di Anomalia dell’Ararat, ma la posizione della montagna al confine tra due nazioni politicamente ostili rende l’accesso difficoltoso.

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“Con occhi spietatamente umani”: Antonia Arslan ci parla dei poeti armeni, martiri che sfidarono l’orrore (Pangeanews.it 19.01.18)

La scrittrice de “La masseria delle allodole” sul genocidio armeno. “Fu un abilissimo inganno. E la Germania guglielmina era complice dei Giovani Turchi. Nei romanzi e nei giornali dell’epoca gli armeni erano presentati come ebrei del Medioriente”

La poesia non soccombe mai. Non è una metafora, una meteora simbolica per rabbonire i buoni di cuore. “Una volta, in uno dei giorni più angosciosi, mi lesse alcuni sonetti, e io non potei che esprimergli la mia ammirazione e il mio stupore che, in momenti così terribili come quelli che stavamo vivendo, fosse in grado di mantenere la sua anima così distaccata e incorrotta da creare una poesia dedicata alla natura con una tale profondità”, ricorda Mikayel Shamdandjian parlando di Daniel Varujan, il grande poeta armeno, nato nella regione di Sebaste, colmo di cultura ‘europea’ (studia a Costantinopoli, poi è a Venezia e a Gand, prima del ritorno in Turchia). Arrestato nell’aprile del 1915, deportato a Çankiri, morì durante un trasferimento da un villaggio all’altro, insieme ad alcuni compagni, derubato, denudato, legato a un albero, “gli scavarono gli occhi con i coltelli, poi trafissero lui e i suoi compagni, gettando i loro corpi in un torrente vicino”. Naturalmente i quaderni delle sue poesie furono ostaggio dei servizi segreti turchi, riscattati dopo la Prima guerra, “fu l’unico fra noi che continuava a lavorare”, ricorda Aram Andonian. “Il giorno del suo martirio, gli assassini probabilmente si impadronirono dei miseri bagagli di Varujan… il vero tesoro del suo bagaglio, i sei quaderni che aveva scritto a Çankiri, furono buttati al vento. Ma si può pensare che Dishleg Hussein Agha, proprietario del khan davanti al quale vennero uccisi, che fu uno dei testimoni del crimine, li abbia raccolti con cura, e poi, dopo aver lisciato e messo in ordine le pagine, li abbia perforati con uno spago per incartare formaggio e olive per i suoi clienti”. Paradosso pazzesco – e perfino istruttivo: l’opera di un poeta raffinatissimo usata per incartare il formaggio. Storie simili, in cui la magia del poeta viene oltraggiata e uccisa, ne abbiamo lette ovunque: Osip Mandel’stam – il poeta russo finito nei Gulag – e Daniel Varujan, il martire della poesia armena, in fondo, raccontano la stessa micidiale vicenda. La rettitudine della poesia di fronte alle fauci della Storia. La remissiva audacia, la purissima ultrapotenza della poesia contro chi cerca di soffocarla. libro arslanCome ha scritto Siamantò, altro poeta armeno dalla cultura internazionale (ha vissuto, pur tra privazioni, in Egitto, in Romania, in Svizzera, a Parigi), trucidato in quel 1915 di sangue nei pressi di Ayas, bisogna avere “occhi spietatamente umani” per stare al cospetto dell’orrore, invitti. Le storie di questi poeti sterminati dal governo turco risuonano, con note tragiche ma inflessibili, in Benedici questa croce di spighe…, l’“Antologia di scrittori armeni vittime del Genocidio” edita da Ares (pp.240, euro 18,00), a cura della Congregazione Armena Mechitarista e con un Invito alla lettura di Antonia Arslan, che di quello sterminio è la narratrice per antonomasia, almeno dal pluripremiato e pluritradotto La masseria delle allodole (Rizzoli, 2004; da cui il film dei fratelli Taviani del 2007 con Paz Vega e Alessandro Preziosi) e di Daniel Varujan è la delicata esegeta (ha tradotto Il canto del pane e Mari di grano). Il libro, edito l’anno scorso, sfugge ai canoni dell’‘evento editoriale’ (sarà presentato a Milano, il primo febbraio, presso il Cmc in Largo Corsia dei Servi, 4, con Antonia Arslan e Alessandro Rivali): è il documento pressoché esclusivo in Italia sulla letteratura armena durante il massacro. Per questo, ne abbiamo discusso con la Arslan.

Partiamo da Varujan. L’immagine del poeta concentrato sulla poesia, sulla forma, sulla bellezza anche se è circondato dai suoi sicari mi sembra il simbolo terribile e perfetto della forza della lirica contro il muso della Storia…

“È proprio così. I testi che ho trovato dei compagni di Varujan, miracolosamente sopravvissuti, sono molto potenti. Questi uomini guardavano con un certo fascino al giovane poeta che continuava ostinatamente a pensare alla poesia. Come se fosse una sfida contro l’orrore. La poesia è davvero una sfida contro l’atrocità e la voce di Varujan, che sorge da un mondo di ombre, è una lezione magnifica”.

Che tipo di caratteristiche specifiche ha la poesia armena?

“Intanto, è definita da una forte passione patriottica. I nostri poeti scrivono odi di speranza per il futuro della nazione armena, pur in uno stato di precarietà e di pericolo. Certamente, sono forti gli influssi della poesia europea dell’epoca. Ne Il carro dei cadaveri di Varujan, ad esempio, si sente l’eco di Manzoni e di Leopardi. Allo stesso modo, il ‘naturalismo’ francese di Zola si imprime nelle opere dei romanzieri armeni. Dobbiamo capire che la cultura armena, che aveva centri vitali a Costantinopoli, Tbilisi e Venezia, è fortemente ‘europea’. E ‘italiana’. A Venezia si traduceva moltissimo: s’immagini che Cuore di De Amicis è pubblico in armeno appena quattro anni dopo l’edizione italiana. Per gli armeni l’Italia è un modello da imitare, è la nazione che è giunta all’indipendenza attraverso le guerre di popolo”.

Venendo all’argomento più atroce. Lei scrive che “l’annientamento dell’élite armena della capitale” fu la “conseguenza di un abilissimo inganno”. Cosa significa?

“Significa che nello sterminio degli armeni c’è stata una premeditazione. Studiando i documenti dei sopravvissuti scopriamo che in tre giorni, dalla notte del 24 aprile 1915, i turchi deportano 2350 intellettuali, scrittori, giornalisti, politici appartenenti alla comunità armena. Non operano in modo brutale. Anzi. Agiscono con cortesia e gentilezza. ‘Non occorre che portiate con voi abiti o valige, dovete venire solo per rispondere ad alcune domande’, dicono i militari. Gli armeni obbediscono. Poi, li mandano in esilio nelle cittadine dell’interno, tra Çankiri e Ayas, a gruppi di 30 o di 50. Nei mesi successivi, chiedono ai detenuti di far inviare dalle famiglie cibo, vestiti, vettovaglie, soldi. Il tutto, ancora, senza brutalità. Infine, la dissimulazione si svela. Sottratti i beni inviati ai familiari dalla città (che saranno spartiti e rivenduti), gli assassini uccidono gli armeni, di solito durante un transito da un villaggio all’altro. Eccolo, l’inganno. Il governo dei Giovani Turchi riesce così a realizzare un progetto criminale architettato da lungo tempo”.

La domanda fatale, ora, è questa: perché gli armeni davano così tanto fastidio?

libro 2“Ora a questa domanda è possibile rispondere con coerenza. Negli Stati Uniti, un paio di mesi fa, è uscito uno studio di Siobhan Nash-Marshall, The Sins of the Fathers, con una immane quantità di referenze bibliografiche, frutto del lavoro di anni. Sommariamente: i Giovani Turchi, che rivendicano la parola ‘turco’ perfino nel nome del proprio partito politico, intendono fondare la propria patria in una Anatolia abitata per tradizione da armeni, greci, curdi, siriani. Il progetto è assimilare con conversioni forzate queste popolazioni o eliminarle. Questa specie di ossessione per la ‘patria’ turca ha origine con la crisi dell’Impero ottomano, quando i Balcani e l’Egitto si svincolano dalle spire del sultano, e la Grecia è perduta. I Giovani Turchi si appoggiano al nazionalismo europeo ottocentesco, alle teorizzazioni della filosofia tedesca e soprattutto a una decisiva alleanza con la Germania guglielmina”.

Ci dettagli l’importanza di questo legame con la Germania.

“Questo aspetto è forse quello più agghiacciante del lavoro di studio. In tutta la pubblicistica della Germania guglielmina, e parliamo di giornali, riviste e romanzi di grande successo pubblico, l’armeno è presentato come ‘l’ebreo del Medioriente’, è descritto con le stesse fattezze dell’ebreo e con gli stessi istinti morali, quelli del mercante disonesto. L’armeno è ritenuto una specie di ‘sub ebreo’ e questo spiega perché i tedeschi non abbiamo mosso un dito quando venne a galla lo sterminio degli armeni, un vero e proprio genocidio….”.

…che per altro, in scala ancora maggiore, colpirà proprio gli ebrei, in suolo tedesco. Solo che la Shoah è un fatto dolorosamente assodato, mentre sul genocidio armeno non si parla mai a sufficienza. Tornando a lei, Antonia Arslan, ora a cosa sta lavorando?

“Sto cominciando a scrivere un altro libro, che documenta la storia della mia famiglia, in parte narrata in Lettere a una ragazza in Turchia (Rizzoli, 2016). Il successo de La masseria delle allodole ha stimolato un mio cugino statunitense a inviarmi dei documenti su vicende che ora, come riesco a fare, voglio portare alla luce”.

Così, la scrittura non è mera testimonianza. La scrittura salva. Con “spietati occhi umani” il poeta, indomato, scava nell’orda del male per estrarre la bellezza. E la scrittura salva i morti dall’oblio, le macerie dall’annientamento.

Davide Brullo

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Il monte Ararat e la tragedia di un popolo: ottima partecipazione alla serata SAT sull’Armenia (Lavocedelnordest 19.01.18)

La conferenza “Dagli Armeni all’Arca” è stata la prima tappa del progetto di “Casa della Cultura di Montagna” che il nuovo direttivo della locale sezione della SAT vuole portare avanti nel prossimo triennio: utilizzare la sede per conferenze, presentazione di libri, mostre o solo per incontri tra appassionati per parlare di montagna a 360 gradi

 

Primiero (Trento) – La conferenza alla sede SAT di Primiero si è svolta considerando un duplice aspetto che caratterizza queste popolazioni: da una parte la tragedia del popolo Armeno, argomento tabù in Turchia e di cui solo da poco alcune diplomazie occidentali hanno iniziato a parlare – Papa Francesco in primis – e la misteriosa ricerca dell’Arca.

La conferenza è stata preceduta dal racconto di Luciano Scalet che, assieme ad alcuni altri membri del Soccorso Alpino Trentino, è stato se non l’ultimo uno degli ultimi scalatori dell’Ararat: la montagna è infatti stata chiusa anche alle popolazioni locali per i noti problemi tra l’Etnia Curda ed il Governo di Ancara e nessuno può ora salirci né per motivi alpinistico-esplorativi né tanto meno di sussistenza (ovvero neanche i pastori che un tempo pascolavano le greggi fino ad oltre quota 3000).

Azad Vartanian, di formazione e residenza veneta ma con radici famigliari armene, ha spiegato molto bene quale intreccio politico complichi la vita nella regione dell’Ararat: il partito dei lavoratori curdi, il PKK, che si oppone al governo di Ancara e contemporaneamente combatte l’ISIS in Siria, gli americani che sono alleati di Ancara ma che contemporaneamente aiutano i curdi contro l’ISIS, il governo turco che non tanto velatamente appoggia l’ISIS, bombardando i curdi, ma che è alleato agli americani. Tutto questo senza contare l’influenza russa e quella iraniana.
In questa polveriera politica un problema su tutti: l’indipendenza del popolo curdo la cui regione di residenza è divisa tra Turchia, Siria ed Iran.

La tragedia del popolo armeno

Ritornando al popolo armeno, definito da entrambi i relatori un Popolo fiero ed orgoglioso, è bene non dimenticare che anch’esso, seppur oggi più o meno colpevolmente lo abbiamo dimenticato, entrò a pieno titolo in quell’immane carneficina che passa sotto il nome di Prima Guerra Mondiale. L’impero Ottomano, in cui si era affermato il governo dei «Giovani Turchi», aveva iniziato a perseguitare gli Armeni fin dal 1909 quando nella regione della Cilicia erano state sterminate 30.000 persone: ma è con l’entrata in guerra a fianco degli Imperi Centrali che la situazione esplode.

Molti armeni disertarono e battaglioni armeni dell’esercito russo cominciarono a reclutarli fra le loro; la città di Van venne conquistata da queste truppe mentre l’esercito francese (cercando di aprire un fronte interno all’Impero Ottomano) finanziava e armava a sua volta gli armeni incitandoli alla rivolta contro il Governo dei Giovani Turchi. Fu in questa generale confusione che nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 vennero eseguiti i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli; in un solo mese più di mille intellettuali armeni tra cui giornalisti, scrittori, poeti e perfino delegati al parlamento furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo la strada. Ma la pulizia etnica, perché di questo si tratta, non finì lì: nelle così chiamate marce della morte che coinvolsero 1.200.000 armeni, centinaia di migliaia morirono per fame, malattia o sfinimento. I miseri resti furono sepolti anche nella zona dell’Ararat e nelle sue ricerche Azad Vartanian ha svelato l’esistenza di numerose fosse comuni.

La ricerca dell’Arca

La seconda parte del racconto di Azad Vartanian è stata la sua personale ricerca dell’Arca sul monte Ararat, la grande montagna già protagonista del racconto biblico che dovrebbe ospitare sui propri fianchi oltre a vestigia storiche di popoli antichissimi, anche i resti dell’Arca di Noè. Ora si può credere o meno ai racconti biblici, ma il fatto che Azad abbia rinvenuto sul ghiacciaio ad una quota prossima ai 4000 metri alcuni pezzi di legno lavorati, legni che appartengono a specie vegetali non presenti in loco, qualche dubbio lo fa sorgere anche nei più scettici.
L’incontro con Azad Vartanian è stato un successo: la concomitanza con altri appuntamenti importanti non ha comunque evitato che la sala della sede fosse gremita e ciò, devo essere sincero, è motivo d’orgoglio per la sezione.

Bibliografia di Azad Vartanian
I fiori santi dell’Ararat – L’isola segreta di Lord Byron – Armenia misteriosa. Masis, la madre degli armeni – Teva’h il mistero delle due arche – Il soave suono del Duduk. Racconti di curdi delle montagne

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Armenia: premier Karapetyan, rincari gas e benzina non problematici (Agenzianova 18.01.18)

Erevan, 18 gen 10:30 – (Agenzia Nova) – I recenti rincari di alcune tipologie di beni in Armenia, in particolare di gas, gas compresso, benzina e diesel, benché evidenti non sarebbero problematici. Lo ha detto il premier armeno, Karen Karapetyan, durante una sessione parlamentare. Karapetyan ha sottolineato che l’aumento dei prezzi nel paese è pari al 2,6 per cento. Il rincaro sulla benzina ammonterebbe a 20 dram armene al litro (0,03 euro): “Attualmente il costo di questo tipo di carburante è più alto in Georgia, benché noi importiamo petrolio proprio tramite transito per la Georgia. Ad ogni modo, i consumatori possono utilizzare anche il gas compresso”. Il prezzo del gas compresso, anch’esso toccato da alcuni aumenti che lo hanno portato a 260-310 dram (0,44 – 0,52 euro), sarebbe ora identico a quello del 2015. “Non è un bene che si siano avuti rincari anche in questo caso, ma siamo abituati a operare con un prezzo simile; anche in passato, non appena ne abbiamo avuta la possibilità, abbiamo tagliato i prezzi”, ha dichiarato Karapetyan. (segue) (Res)

Armenia: coordinamento attività antiterrorismo inserito fra le funzioni del primo ministro (Agenzianova 17.01.18)

Erevan, 17 gen 12:01 – (Agenzia Nova) – Il coordinamento delle attività antiterrorismo che vengono condotte in Armenia dai vari soggetti della pubblica amministrazione passa dalle mansioni del presidente al primo ministro. Il parlamento di Erevan ha votato all’unanimità con 93 voti a favore il trasferimento di questa funzione che è una delle componenti della legge antiterrorismo che l’assemblea ha preso oggi in esame. L’adozione della legge è condizionata all’adeguamento della legislazione vigente alla Costituzione: infatti, in seguito agli emendamenti apportati alla Carta costituzionale nel 2015 il ruolo dell’istituzione presidenziale è stato decisamente modificato.
(Res)

Armenia: insegnanti rurali (Osservatorio Balcani e Caucaso 16.01.18)

Rispetto al numero di laureati, sono pochi i posti da insegnante in Armenia. Ciononostante le cattedre nei villaggi rurali rimangono spesso vuote. Un reportage

16/01/2018 –  Gayane Mirzoyan

(Pubblicato originariamente da Chai Khana )

In Armenia, meno del 20% dei laureati in pedagogia riesce a trovare lavoro nelle scuole. Ciononostante alcune scuole di aree rurali sono alla continua ricerca di personale.

Julia Mankuyan ha trent’anni ed è una delle poche della sua annata presso l’Università statale di Pedagogia di Yerevan ad aver deciso di insegnare. Ha però dovuto aspettare un anno, dalla laurea, prima di poter iniziare ad insegnare chimica in una scuola a Nshavan, villaggio nella provincia di Ararat.

Nel frattempo aveva lavorato come tecnica informatica sino a quando non si è liberato il posto da insegnante. Ora svolge assieme entrambi i lavori.

“Quando sono arrivata in questa scuola gli insegnati giovani erano molto pochi. In questi quattro anni il loro numero è aumentato”, racconta Julia. Solo due dei suoi ex compagni di corso hanno trovato lavoro nella scuola, gli altri lavorano in particolare presso laboratori d’analisi.

Secondo una ricerca realizzata dal CRRC nel 2013, solo un terzo dei lavoratori nel campo scolastico aveva meno di 35 anni. Dal 2008 al 2013 la percentuale era diminuita dal 38% al 31%.

Serob Khachatryan, esperto del settore educativo, sottolinea come in Armenia, nonostante il numero di insegnanti sia nella media (1 ogni 14 studenti, dove invece ad esempio nei paesi asiatici il rapporto è di 1 a 20) nei villaggi vi sia una mancanza cronica di giovani insegnanti, in particolare di quelli delle materie scientifiche.

“Ecco perché spesso, nei villaggi, un insegnante di chimica insegna anche biologia e quello di geografia insegna fisica. E dato che l’offerta formativa sulle scienze naturali rischia di essere debole ci sono pochi studenti che proseguono i loro studi in quei campi”, afferma Khachatryan.

Secondo l’esperto sono 7000 ogni anno i laureati che escono da università di pedagogia in Armenia. Ma ogni anno i nuovi posti disponibili sono solo 1500. Ma limitare i numeri d’accesso all’università non aiuterebbe perché “non tutti quelli che si iscrivono intendono poi insegnare. Alcuni hanno solo bisogno di una laurea”.

Marine Bagratyan è la direttrice della scuola di Nshavan e afferma che negli ultimi tre anni non ha avuto bisogno di nuovo personale. Ma il numero si studenti è aumentato e potrebbe esserci bisogno di qualche insegnante in più per il prossimo anno. Circa metà degli insegnanti della scuola hanno meno di 35 anni.

Ciononostante i giovani laureati non dimostrano molto interesse verso l’insegnamento, forse perché preferiscono altre professioni o semplicemente perché i posti a disposizione sono pochi.

Larisa Ryan nel 2010 è entrata a far parte del programma “Insegna per l’America ”. “E’ in quell’occasione che mi sono resa conto di quanto importante sia il ruolo dell’insegnante per la vita di uno studente. Nella vita di ciascuno di noi ci dovrebbe essere almeno un insegnante o un familiare che sia in grado di insegnarci come raggiungere i nostri obiettivi attraverso lo studio”.

Dopo essere rientrata in Armenia Larissa ha raggruppato, attorno all’idea di un’educazione che fosse alla portata di tutti, un gruppo di giovani professionisti in Armenia e tra la diaspora. È così che è nata l’associazione “Insegna per l’Armenia”.

Quest’anno i primi partecipanti del programma si sono recati presso 11 scuole regionali in Armenia dove lavoreranno per due anni. Il programma garantisce borse di studio e, se necessario, la possibilità di integrare la propria formazione.

“Più povera è la regione più alto è il numero di posti di insegnanti disponibili e più basso il livello degli studenti. Il nostro problema è che non si pensa a come rendere accessibile l’educazione a tutti i bambini, ci interessiamo solo ai più talentuosi e capaci”, afferma Larissa.

Il villaggio di Privolnoe, nella regione di Lori, dove sono stati inviati Biayna Amirjanyan e Anush Muradyan, è vicino al confine tra Armenia e Georgia. Il villaggio venne fondato da migranti russi alla fine del XIXmo secolo e la sua popolazione rimane ancor oggi multietnica.

Anush, laureata in architettura, sostituirà l’insegnante di matematica, che è in maternità. Biayna, laureata in relazioni internazionali, insegnerà storia.

Secondo Anna Fedorova, direttrice della scuola di Privolnoe, ora non vi è più mancanza di insegnanti, come avveniva qualche anno fa. Ciononostante, a causa del cattivo stato delle strade, il villaggio rimane molto isolato dalle due principali città della regione, Stepanavan e Vanadzor. “In questa scuola vi è un problema di consapevolezza. Occorre molto tempo affinché si affermino nuovi metodi e nuove tecnologie. Se nelle città gli studenti possono trovare le informazioni di cui hanno bisogno su internet, qui il processo di insegnamento è ancora basato molto sui libri”, racconta Anush

Secondo Serob Khachatryan attrarre nuovo personale scolastico nei villaggi rurali non deve essere fine a se stesso: “Dobbiamo attirare qui i migliori, il solo fatto di essere giovani non è detto sia positivo, è importante che siano vocati all’insegnamento. Superare una selezione con dei test a crocette non è il modo migliore per diventare insegnanti”.

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Studenti Armeni e Cileni a Palazzo Barbieri (Verona oggi 16.01.18)

L’assessore alle Politiche Giovanili Francesca Briani ha accolto, ieri a Palazzo Barbieri, gli studenti e gli accompagnatori

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di alcune classi dell’Università Brusov della città armena di Yerevan e dell’Istituto Vittorio Montiglio del Cile, giunti a Verona per lo scambio scolastico con i loro coetanei veronesi del Liceo Girolamo Francastoro. Circa una cinquantina i ragazzi in visita, 20 cileni, 6 armeni e 24 italiani, che resteranno in città per circa due settimane, visitando anche altre città come Milano, Venezia e Mantova.
“Si tratta di un evento eccezionale, che vede per la prima volta insieme l’accoglienza di studenti armeni e cileni, due realtà culturali molto differenti ma simili per la curiosità e l’entusiasmo dei propri giovani. Voi rappresentate il futuro – ha detto l’assessore rivolgendosi agli studenti –, e noi amministratori ci impegniamo per renderlo degno delle vostre aspettative. Siate sempre desiderosi di conoscere luoghi e civiltà nuove, con particolare attenzione alle politiche locali e nazionali, perché riguardano la vita di tutti noi”.

Dopo otto anni l’Armenia prenderà parte al forum di Davos (Spuntniknews.com 15.01.18)

L’ultima volta l’Armenia ha partecipato al forum di Davos nel 2009, durante la presidenza di Serzh Sargsyan.

Il primo ministro armeno Karen Karapetyan dal 23 al 26 gennaio parteciperà al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Secondo il suo portavoce, Aram Araratyan, la composizione della delegazione guidata dal primo ministro non è stata ancora approvata.

“È probabile che sarà approvata entro la prossima settimana”, ha detto Araratyan. Egli ha aggiunto che il primo ministro armeno terrà una serie di incontri bilaterali e multilaterali durante il periodo del forum.

Come affermato lo scorso novembre dallo stesso Karapetyan, l’Armenia a Davos presenterà le sue opportunità economiche e il suo potenziale.

L’ultima volta l’Armenia ha partecipato al forum di Davos nel 2009, durante la presidenza di Serzh Sargsyan. La mancata partecipazione ai successivi forum di Davos, è stata giustificata dalle spese elevate.

Questa sarà la prima visita in Europa del primo ministro armeno Karen Karapetyan da quando ha assunto questo incarico nel settembre 2016.

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Intervista di Rebecca Mais a Matteo Nunner e al suo “Il peccato armeno, ovvero la binarietà del male” (Oubliettemagazine

Questa è la storia di Claude- Henri, armeno, alle prese con la vita in tutte le sue complicazioni e con le avvisaglie di quello che sarà uno dei più terribili genocidi della storia dell’umanità.

Il terribile delitto ancora oggi incomprensibile ma comunque da taluni negato. Claude-Henri è un personaggio molto particolare, la realtà passa tramite i suoi occhi, così come le descrizioni di coloro che incontra lungo la perigliosa strada. Un romanzo di formazione che fuoriesce dai classici schemi.

Proprio come il suo autore, Matteo Nunner, piemontese classe 1992, già autore del cult “Qui non arriva la pioggia” (Edizioni della Goccia, 2015), eclettico, appassionato, impegnato nell’area di ricerca medica narrativa e fondatore di una propria testata online dopo aver collaborato con le più importanti realtà giornalistiche della sua regione.

Il peccato armeno, ovvero la binarietà del male” (Undici Edizioni, 2017) è il suo secondo romanzo, quello nel quale ha potuto esprimere la banalità e le contraddizioni del mondo in cui viviamo.

Ma per capire meglio come questo romanzo è nato e cosa è stato di ispirazione per Matteo Nunner abbiamo pensato di intervistarlo. Sono certa che le sue risposte vi colpiranno e noterete certamente la passione per la scrittura di questo giovane autore.

 

R.M.: Quando e come è nato “Il peccato armeno, ovvero la binarietà del male”?

Matteo Nunner: “Il peccato armeno”, così come “Qui non arriva la pioggia”, mio primo romanzo pubblicato nel 2015, nasce inaspettatamente da fulminei quanto intensi attimi di banale quotidianità. Se non sbaglio, in questo caso, mi trovavo a notte inoltrata in un autogrill di provincia. Il fatto è che per quanto concerne la magica sfera della scrittura, e quella della sua genesi, mi capita sovente di vivere esperienze del genere, in cui hai come l’impressione di rivestire solamente il ruolo di un tramite. Una giuntura inerte tra un mondo delle idee là in alto e quello di chi vorrà fruirne quaggiù. L’idea arriva repentinamente e non se ne va più, accompagnata sin da subito dalla certezza che diverrà qualcosa di concreto e importante. Ѐ quasi un dovere morale non lasciarla andare, non tradire questa missione affidata all’autore. Ladri di fuoco, come Prometeo, diceva Rimbaud. Una volta caduta dal cielo questa scintilla primigenia, questo nucleo centrale della trama, tutto è facile e in discesa: un continuo gioco di ampliamento delle ramificazioni e rifinitura dei dettagli, che si protrarrà sino al compimento dell’ultimo capitolo.

 

R.M.: Protagonista del romanzo è il terribile genocidio armeno, oggi ancora tanto, ma forse non abbastanza, dibattuto. Per quale motivo hai decise di trattare questo argomento?

Il peccato armeno

Matteo Nunner: Forse decisi di aggrapparmi a questa tematica appunto perché ancora non abbastanza dibattuta, non abbastanza conosciuta. Ancora oggi da più “autorevoli” e istituzionali parti addirittura negata. Una situazione impensabile se paragonata e sovrapposta ad altre disgrazie storiche affini. Inoltre ho trovato estremamente calzante per i miei personaggi lo spirito di questo popolo vessato da secoli: appunto perché metafora lampante di tutti i vinti e degli oppressi, prototipo ideale dei dimenticati dal mondo e dalla storia stessa. In ogni caso “Il peccato armeno” non ha la presunzione d’essere un romanzo storico, non ho mai avuto questa velleità nemmeno in partenza: il fatto è che, a mio avviso, questa storia potrebbe benissimo essere adattata in qualsiasi epoca o luogo. Gli eventi storici sono solo un collante, uno sfondo teatrale o, come già accennato, una metafora.

 

R.M.: Il titolo gioca con il titolo di un noto saggio di Hannah Arendt, “La banalità del male”. Quale collegamento vi è con la Arendt?

Matteo Nunner: Il collegamento con la Arendt in realtà è più che altro superficiale, rimane per l’appunto ancora al solo sottotitolo dell’opera, che ho trovato sin dalla famosa “illuminazione” del primo minuto molto divertente e azzeccato. Traspare di sicuro il medesimo senso di spiazzante banalità espresso da parte della Arendt nei confronti degli “attori del male”, spesso idealizzati e mitizzati ma in realtà nient’altro che umani. Binarietà si riferisce invece nella mia opera all’ossessione d Claude-Henri per il dualismo, per la scelta manicheista fra bianco e nero, nell’osservare il mondo attraverso questa lente sdoppiante. Non gli poteva esser diagnosticato all’epoca, ma ho cercato forse di affidargli qualche leggerissima sfumatura di quello che oggi potrebbe chiamarsi Asperger o autismo o attitudine ossessivo-compulsiva. A posteriori, una volta che il libro era già stato pubblicato, mi sono poi avvicinato ad alcuni saggi di orientalistica e sono rimasto molto colpito dalla transculturalità di questa tematica: dal taoismo sino alle scuole zen, ad esempio, quest’atteggiamento così umano di scindere il mondo positivo e negativo, in soggetto e oggetto, in caldo o freddo, è spesso stato visto come zavorra alla serenità e ad una visione limpida del mondo reale. Claude-Henri porta allo stremo questo atteggiamento, soffrendone e cercando nel corso delle pagine di liberarsene.

 

R.M.: Un aggettivo per descrivere “Il peccato armeno, ovvero la binarietà del male”?

Matteo Nunner: Forse “sofferto”. Ma non necessariamente in un’accezione negativa. Ѐ vero che mi ci è voluto molto per completarlo, che a volte l’abbia percepito estraneo e non adatto alle mie corde, che la sua stesura ha attraverso alcuni dei momenti di crisi più gravosi della mia vita, ma appunto per queste ragioni ora la gioia e la soddisfazione sono tanto più grandi e palpabili.

 

R.M.: Chi vorresti leggesse il tuo libro e per quale motivo?

Matteo Nunner: Gli armeni, in particolare i membri dell’associazione Italiarmenia che mi hanno aiutato sul versante linguistico, perché mi dicano se ho fatto un buon lavoro. Mia nonna perché non c’è più. Gli oppressi di tutto il mondo, a cui il testo è dedicato, perché se potesse scaldare anche soltanto un animo intorpidito sarebbe già un’opera di successo per me, una “sofferenza” assolutamente ripagata.

 

R.M.: Come è avvenuto l’incontro con Giuseppe Celestino e Maurizio Roccato della Undici Edizioni?

Matteo Nunner

Matteo Nunner: Con i miei due nuovi e brillanti autori s’è instaurato innanzitutto d’ogni altra cosa un grande rapporto d’amicizia e stima, prima ancora che un rapporto lavorativo o artistico. Siamo vicini, anche all’infuori dell’ambito editoriale e letterario, ormai da alcuni anni. Hanno sempre creduto in me e per questo gli sono molto grato. I nostri cammini si sono incrociati grazie alla casa editrice di “Qui non arriva la pioggia”, Edizioni della Goccia, attorno alla quale entrambi erano in qualche modo legati.

 

R.M.: Quando e come hai cominciato a scrivere?

Matteo Nunner: Questa è una delle storielle che più amo raccontare. Esordisco spesso con un “io scrivevo prima di saper scrivere”. Di fatti il mio nonno materno, col quale passai gran parte dell’infanzia, mi affiancava sin dai primissimi anni della mia vita nell’operazione creativa: senza saper né leggere né scrivere, dettavo a lui le avventure e le storie che inventavo sul momento, lui le scriveva per me su dei grossi fogli di cartone che poi rilegavamo, creando così dei veri e propri libri. Infine io decoravo il tutto aggiungendo disegni rappresentativi del racconto sotto ogni testo.

 

R.M.: Quali sono i tuoi generi e autori preferiti?

Matteo Nunner: Non credo di aver un vero e proprio genere preferito, come mi accade per molti altri settori dell’arte, come la musica o la pittura. Certamente un denominatore comune degli autori che prediligo è l’esser passati a miglior vita: questo perché amo in particolar modo i classici, ed è più raro che legga qualche mio contemporaneo. Anche quest’ultima eventualità non è comunque così remota: ritengo che lo scrittore si plasmi attraverso le sue letture, che sia spugna e filtro di ogni parola e stile, che farà poi sue in un proprio personalissimo miscuglio. Proprio per questo potrebbe essere dannoso ancorarsi troppo al passato letterario. Tra gli autori preferiti emerge però senza dubbio Mordecai Richler e ultimamente le letture vertono spesso su esponenti dell’esistenzialismo: russo, francese e italiano.

 

R.M.: Progetti per il futuro? Hai forse in cantiere qualche nuova storia?

Matteo Nunner: La scrittura per me è tra le prime delle priorità, non potrei quindi mai pensare di fermarmi. Poco dopo aver posto la parola “fine” al “Peccato armeno” sono stato fortunatamente investito di nuovo dall’influsso di qualche musa della creatività, riuscendo a strappare a quel mondo distante, astratto ed etereo una nuova storia da raccontare. Mantengo però un gran riservo geloso, persino con le persone a me più care, per tutto il periodo della gestazione di un’opera. Alla fine le si ama come figlie e figli.

 

R.M.: Grazie Matteo per la tua disponibilità e… alla prossima!

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Confermata l’ordinazione di una diaconessa nella Chiesa armena apostolica (Agenzia Fides 15.01.18)

Teheran (Agenzia Fides) – Si chiama Ani-Kristi Manvelian, ha 24 anni e di mestiere fa l’anestesista, la ragazza ordinata come diaconessa nella Cattedrale di San Gregorio l’Illuminatore di Teheran. L’ordinazione diaconale, conferita lo scorso settembre dall’Arcivescovo Sebouh Sarkissian, alla guida dell’arcidiocesi armeno apostolica di Teheran, è stata confermata con la diffusione di alcune foto che mostrano la diaconessa Ani-Kristi mentre serve all’altare durante la divina liturgia della vigilia di Natale, lo scorso 5 gennaio.
Ani – Kristi Manvelian – riferisce il blog oxbridgepartners.com – è una laica e non appartiene a nessuna congregazione monastica femminile. La sua ordinazione è avvenuta mentre la Chiesa apostolica armena deve ancora formalmente ripristinare l’ufficio di diaconato femminile. “Quello che ho fatto è in conformità con la Tradizione della Chiesa, e nient’altro” ha riferito l’Arcivescovo Sarkissian, la cui arcidiocesi ricade sotto la giurisdizione del Catholicosato della Grande Casa di Cilicia degli Armeni. L’Arcivescovo ha dichiarato anche che la sua decisione ha l’intento di “rivitalizzare la partecipazione delle donne anche nella nostra vita liturgica”.
Tra le Chiese d’Oriente, anche il Sinodo del Patriarcato greco ortodosso di Alessandria d’Egitto, nel novembre 2016 (vedi Fides 19/11/2016) aveva deciso di ripristinare l’istituto del diaconato femminile, e aveva nominato una Commissione di Vescovi “per un esame approfondito della questione”.
La discussione sull’eventuale ripristino dell’ordinazione diaconale femminile e sul potenziale ruolo delle diaconesse nelle attività pastorali e nell’animazione missionaria è aperto da tempo all’interno di istituzioni teologiche dell’Ortodossia calcedonese. (GV) (Agenzia Fides 15/1/2018).


La Chiesa armena ha ordinato una diaconessa… (Farodiroma.it 15.01.18)

Si chiama Ani-Kristi Manvelian, ha 24 anni e di mestiere fa l’anestesista, la ragazza ordinata come diaconessa nella Cattedrale di San Gregorio l’Illuminatore di Teheran. L’ordinazione diaconale, conferita lo scorso settembre dall’arcivescovo Sebouh Sarkissian, alla guida dell’arcidiocesi armeno apostolica di Teheran, è stata confermata con la diffusione di alcune foto che mostrano la diaconessa Ani-Kristi mentre serve all’altare durante la divina liturgia della vigilia di Natale, lo scorso 5 gennaio. Lo scrive l’agenzia vaticana Fides che cita il blog oxbridgepartners.com.

Ani – Kristi Manvelian è una laica e non appartiene a nessuna congregazione monastica femminile. La sua ordinazione è avvenuta mentre la Chiesa apostolica armena deve ancora formalmente ripristinare l’ufficio di diaconato femminile. “Quello che ho fatto è in conformità con la Tradizione della Chiesa, e nient’altro”, ha dichiarato l’arcivescovo Sarkissian, la cui arcidiocesi ricade sotto la giurisdizione del Catholicosato della Grande Casa di Cilicia degli Armeni. L’Arcivescovo ha dichiarato anche che la sua decisione ha l’intento di “rivitalizzare la partecipazione delle donne anche nella nostra vita liturgica”.
Tra le Chiese d’Oriente, anche il Sinodo del Patriarcato greco ortodosso di Alessandria d’Egitto, nel novembre 2016 aveva deciso di ripristinare l’istituto del diaconato femminile, e aveva nominato una Commissione di Vescovi “per un esame approfondito della questione”. La discussione sull’eventuale ripristino dell’ordinazione diaconale femminile e sul potenziale ruolo delle diaconesse nelle attività pastorali e nell’animazione missionaria è aperto da tempo all’interno di istituzioni teologiche dell’Ortodossia calcedonese.

L’anno scorso, come è noto, Papa Francesco ha istituito una Commissione per studiare la questione e sembra ch ei risultati dello studiuo gli siano stati ormai consegnati e una decisione del Papa si avvicini. Bisogna dunque aspettare ancora ma presto si saprà se anche per Francesco le diaconesse rappresentano “una possibilità per oggi”. In tal caso per la prima volta in questo millennio si riaprirà questa prospettiva che era considerata definitivamente chiusa da una decisione ministeriale di Giovanni Poalo II. Il diaconato, infatti, è il primo grado dell’ordine sacro, seguito dal sacerdozio e dall’episcopato. I diaconi possono amministrare alcuni sacramenti tra i quali il battesimo e il matrimonio e in alcuni paesi ci sono intere regioni nelle quali sostituiscono ormai i sacerdoti nella guida delle comunità parrocchiali. L’apertura prefigurata da Francesco avvicinerebbe la Chiesa Cattolica a quella anglicana dove ci sono donne preti e vescovi. Al Sinodo si era parlato di questo “tema audace” con l’intervento del reverendo Jeremias Schroder, arciabate presidente della Congregazione benedettina di Sant’Ottiliain.

“Sul diaconato femminile la Chiesa non ha detto no”, aveva spiegato già nel 1994 il cardinale Carlo Maria Martini, commentando lo stop di Giovanni Paolo II alle donne prete: una dichiarazione solenne, ad un passo dai crismi dell’infallibilità pontificia ed alla quale Papa Francesco ha detto piu’ volte di volersi attenere. Malgrado quel “no”, per il porporato c’erano pero’ ancora “spazi aperti”, perchè il discorso sul ruolo della donna avrebbe potuto continuare a partire dal diaconato, “che il documento non menziona, quindi non esclude”. Questo perchè, avvertiva il cardinale, occorre evitare che l’ ecumenismo si blocchi proprio sul tema delle donne. Il diaconato è il primo grado di consacrazione “ufficiale” che precede l’ ammissione al sacerdozio e nelle prime comunità cristiane era aperto anche alle donne. Per Martini, dunque, non sarebbe stato male riaprire anche alle donne, pur ammettendo che sul sacerdozio femminile “il documento papale è decisivo, non ammette replica, nè riformabilità”. “Tuttavia credo che il vero compito di fronte a questa lettera – aveva osservato il cardinale – non è l’ esegesi puntigliosa dal punto di vista dogmatico, ma è vedere come, con questa lettera e malgrado le difficoltà che potrà suscitare, è ancora possibile sia un cammino di dialogo ecumenico, sia soprattutto un cammino in cui mostrare presenza e missione della donna a tutto campo. Rispetto a un documento di questo tipo, che sembra chiudere una via, come già altri in passato, mentre in realtà hanno favorito un ripensamento teologico e pratico che ha fatto superare certi scogli e ha fatto comprender meglio la natura e la forza della presenza della donna nella Chiesa, io penso che uno spazio rimanga aperto”.
Va segnalato che una recente decisione di Papa Francesco già “smontava” in parte gli argomenti teologici del “no” al sacerdozio femminile: quella sull’ammissione delle donne alla Lavanda dei piedi che il Papa aveva già attuato nel primo giovedì santo del suo Pontificato, quando andando al carcere minorile di Casal del Marmo, decise che quel giorno anche le ragazze potessero partecipare come protagoniste al rito della Lavanda dei piedi, diventata da quest’anno una possibilità per tutte le parrocchie del mondo. Di fatto il principale argomento per il “no” al sacerdozio femminile è infatti l’assenza delle donne nel cenacolo al momento dell’istituzione dell’Eucaristia.