Viaggio a Erevan, centro di spiritualità nel cuore dell’Armenia (siviaggia.it

Il centro dell’Armenia è il cuore della spiritualità cristiana del Paese; qui è concentrata una parte dei monasteri più importanti e conosciuti. Situati in posizioni dominanti con architetture austere ma allo stesso tempo eleganti, sono esempi di ingegno spesso avvolti in quell’alone di magia e silenzio che invogliano il visitatore a scoprirli. In questa guida indicheremo alcune mete da visitare in viaggio nella capitale Erevan, alle pendici del monte Ararat, e nei suoi dintorni all’insegna della spiritualità.

A mezz’ora di strada da Erevan si raggiunge la città di Echmiatsin – anche indicata come Vagharshapat -, dove san Gregorio Illuminatore fondò la chiesa apostolica in Armenia. La prima, costruita nell’anno 303, dedicata alla Madre di Dio. Il luogo di Vagharshapat è parte del patrimonio mondiale dell’Unesco: questa onorificenza la si deve al fatto che è un territorio dall’importante valore storico artistico e religioso. È considerata la più antica cattedrale al mondo.

La cattedrale di Vagharshapat possiede tre ingressi: il primo, che è quello del campanile, il secondo e il terzo a nord-est e sud-est; un quarto ingresso situato nell’area dell’angolo orientale, ma non accessibile poiché murato, è comunque visibile l’arco che ne attesta l’esistenza. La cattedrale sorge su un giardino quadrangolare dove si trovano altri edifici riservati ai monaci oltre che al seminario.

In questo luogo, a breve distanza da Erevan, sono custodite preziose reliquie come la Lancia Sacra di Antiochia conosciuta anche come lancia di Longino, frammenti di legno riconducibili all’Arca di Noè e altre reliquie appartenenti agli apostoli Pietro, Andrea e Giuda Taddeo. Oltre alla cattedrale di Echmiadzin si potranno ammirare in città le chiese di Santa-Gaiana e Santa-Ripsima e Shoghakat appartenenti al VII secolo, le quali custodiscono preziosi esempi di arte ecclesiastica armena.

Decidere di intraprendere la strada dei monasteri nel centro dell’Armenia vi permetterà di conoscere luoghi e siti eccezionali, ma il viaggio stesso vi regalerà splendide emozioni poiché è la natura stessa ad offrirle. L’arte e la splendida natura del Caucaso formano un connubio perfetto che permette di apprezzare e rimanere stupiti davanti a Khor Virap, a sud di Erevan. Si tratta di un monastero in pietra rossa arroccato su un’altura rocciosa alle pendici del Monte Ararat che lo abbraccia alle spalle. Una meraviglia!

Costruito durante il regno di Arshakidi su una collina che, in quell’epoca, serviva da carcere per i condannati, il monastero ospitò proprio san Gregorio Illuminatore fondatore del cristianesimo in Armenia, detenuto in un pozzo per 12 anni per ordine del re pagano Tiridate III. Gregorio, ritenuto reo di aver professato e diffuso la religione, venne poi liberato per ordine della sorella del re in seguito ad una visione. La liberazione del santo avrebbe permesso a Gregorio di guarire il sovrano da una malattia e di accoglierne la conversione. È possibile visitare il pozzo profondo 6/7 metri sopra il quale è stata costruita la chiesa intitolata al santo.

Dirigendosi a nord est di Erevan, percorrendo una sessantina di chilometri, in una valle dei monti Geghama, nella provincia di Kotayk, si incontra Geghard uno dei più bei monasteri dell’Armenia. La particolarità è nella sua edificazione: in parte è stato costruito in modo classico e in parte sfruttando l’erosione della roccia che è adornata da bassorilievi stupendi così come l’interno illuminato dalla luce naturale che filtra da feritoie.

Anche se la cappella di Geghard risale al 1215, il monastero venne fondato nel IV secolo da san Gregorio Illuminatore dove sgorgava una sorgente sacra all’interno di una grotta. La cappella dedicata al santo è di forma rettangolare con un’abside a ferro di cavallo e ai lati si trovano i vari cunicoli scavati nelle pareti rocciose. Probabilmente le mura interne erano affrescate poiché sono ben visibili tracce di intonaco e parti di affreschi.

Il nome antico del monastero era Ayrivank che tradotto significa “il monastero della grotta”. Alcune delle chiese che fanno parte del complesso di Geghard sono scavate nella parete rocciosa; altre sostenute da parti in muratura e parti di roccia. Poco distante dal monastero si trova il tempio Garni che ricorda strutturalmente il Partenone.

Sono molte le mete nei dintorni di Erevan che si possono raggiungere per stupirsi ancora di fronte alla storia del cristianesimo, alcune in piena conservazione e altri più in decadenza. Zvartnots, ad esempio, un altro sito molto importante nella periferia di Erevan (a circa 15 chilometri) anch’esso inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’Unesco dal 2000.

L’interno della chiesa di Zvartnots vanta preziosi affreschi e una pianta a croce greca a tre navate; secondo alcuni studi in seguito agli scavi condotti da Toros Toromanian, la struttura doveva avere tre piani. L’esterno della chiesa era un poligono a 32 facce che da lontano doveva sembrare di forma circolare. La prima banconota da 100 dram riportava il disegno di questa cattedrale.

I monasteri armeni sembrano tante sentinelle e alcuni di questi trasmettono in pieno il fervore con il quale il popolo armeno è custode del culto religioso; questi luoghi così fuori dal tempo non lasciano spazio alla suggestione perché è già la loro storia a non lasciare indifferenti. Tornati nella capitale, vi suggeriamo di godervi la città più frivola, ma non meno stimolante dal punto di vista culturale, della musica, del cinema e dell’enogastronomia

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Un centro culturale intitolato a Mesrob II, il Patriarca armeno reso inabile da una malattia incurabile (Agenzia Fides 26.09.17)

Istanbul (Agenzia Fides) – Un Centro culturale intitolato a Mesrob Mutafyan, Patriarca armeno apostolico di Costantinopoli, è stato inaugurato in una chiesa armena di Istanbul. All’inaugurazione, avvenuta mercoledì 20 settembre, hanno preso parte anche il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, insieme al Rabbino Capo di Istanbul Isak Haleva e a Hayati Yazici, ministro turco per il commercio e le dogane. All’evento era presente anche la madre del Patriarca, Mari Mutafyan, visibilmente commossa.
A dare rilievo all’evento, e a spiegare anche l’alto livello dei presenti all’inaugurazione, concorre certo la vicenda personale del Patriarca Mesrob e gli effetti che essa sta indirettamente provocando sulla condizione della Chiesa armena in Turchia. Mutafyan era stato eletto Patriarca armeno apostolico di Costantinopoli nel 1998, all’età di soli 42 anni. Giovane e determinato, si era presto profilato come uno tra i più intraprendenti tra i capi delle Chiese d’Oriente. Ma il morbo di Alzheimer lo ha reso inabile nel 2008. Da allora, i complicati regolamenti di ascendenza ottomana che regolano l’elezione del Patriarca armeno e le divisioni interne al Patriarcato, hanno di fatto impedito di nominare un successore. Anche negli ultimi mesi, come riferito dall’Agenzia Fides (vedi Fides 15/9/2017), il processo avviato per l’elezione del nuovo Patriarca armeno di Costantinopoli sta vivendo una nuova fase di stallo, dovuta secondo alcuni osservatori al silenzioso boicottaggio da parte delle istituzioni turche, ma di certo collegata anche alle perduranti divisioni che si registrano all’interno della comunità armena.

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L’Ambasciata Armena acquisisce una tela di Vanessa Pia Turco (Versiliatoday.it 23.09.17)

L’opera è stata recensita per l’Ambasciata della Repubblica d’Armenia da uno dei maggiori critici dell’arte in Italia. A corredare il dipinto, infatti, il testo critico a firma di Paolo Battaglia La Terra Borgese certifica pure la qualità del dipinto. Il Critico, che ha curato l’alienazione della tela a favore dell’Ambasciata, precisa all’istante il parallelo di entusiasmo con S.E. Victoria Bagdassarian, Ambasciatrice della Repubblica d’Armenia presso la Repubblica Italiana.

Sua Eccellenza – dichiara il Critico – ha scritto infatti alla pittrice Vanessa Pia Turco: “accolgo con vero piacere il Suo dono, frutto del Suo impegno e della Sua arte e viva espressione di una squisita sensibilità dell’animo. Il Suo quadro “Zabel, il coraggio delle donne” – oltre a sottolineare quel grande atto di coraggio e di civiltà che l’Assemblea Regionale Siciliana ha compiuto nel 2016 riconoscendo il genocidio degli armeni – è un’ulteriore testimonianza dell’amicizia fraterna che lega la Sicilia e l’Italia all’Armenia. Mi ha molto colpito la scelta del soggetto. Si percepisce attraverso il sapiente uso delle pennellate, diretta promanazione dei suoi più vibranti sentimenti, non solo l’intrinseca natura della donna armena, ma anche quella insostituibile di madre, mayrig (madre appunto in armeno) che mai è venuta e verrà meno ai suoi figli, quella madre Armenia che mai ha abbondonato e abbandonerà il suo popolo”. 

Scrive ancora l’Ambasciatrice: “Dice il critico Paolo Battaglia La Terra Borgese che «Zabel con i suoi occhi fieri e innocenti rappresenta la bellezza e la forza di un popolo che nonostante le sofferenze subite ha saputo ricostruire con impegno serietà e saggezza il senso di una propria identità civica e morale». Non avrei saputo trovare parole migliori per descrivere la storia del popolo armeno che Zabel, con l’intensa e placida fierezza del suo volto, racconta. C’è in quell’espressione fissata sulla tela, paura ma anche speranza, morte ma soprattutto rinascita. Nell’apparente silenzio della pittura, Zabel, con i suoi colori – che Lei Sig.ra Turco ha splendidamente utilizzato in chiave personale e che, aggiungo, riprendono i colori della bandiera armena – urla decisa il bisogno di conservare e tramandare perché altri genocidi, altri crimini contro l’umanità non abbiano mai più a ripetersi. RingraziandoLa ancora una volta per un dono che suggella relazioni millenarie auspico a Lei e al Suo lavoro il successo che giustamente merita e che la Sua arte continui a essere portatrice di pace e di fiducia nel futuro”.

“Sono più che mai fiero dei sentimenti e delle espressioni d’animo della Sig.ra Ambasciatrice Victoria Bagdassarian – continua Paolo Battaglia La Terra Borgese – noi soddisfacciamo l’arte senza mai considerarla una camarilla, anzi, e a maggiore ragione, l’arte esige disponibilità come ascolto della sofferenza morale e fisica dell’altro. E non bisognerebbe mai staccarsi dal dialogo che l’opera d’arte promuove peregrinando la strada ambigua dell’insegnamento, degli studi e delle indagini della ricerca per il processo dell’educazione, ha dichiarato Paolo Battaglia La Terra Borgese. E continua – In Italia, nell’aprile dello scorso anno, l’Assemblea Regionale Siciliana ha riconosciuto il Genocidio del popolo armeno, facendosi promotrice, d’intesa con il Governo Nazionale, di iniziative atte a rinnovare la memoria dei fatti e a diffonderne la verità storica. Ed è così che la pittrice Vanessa Pia Turco, fiera di tale testimonianza di amicizia nei confronti di un popolo al quale gli italiani sono legati da antichi rapporti di fraternità e scambi culturali, stipendia le emozioni che hanno mosso i suoi colori per dare vita a “Zabel, il coraggio delle donne”, un acrilico su tela, del 2016, che misura cm 40×30. Quale cittadina di questo Paese, che nutre anche personalmente sentimenti di amicizia per il popolo armeno, Vanessa Pia Turco, vincolata dalle leggi morali imposte dalla coscienza e da ragioni di gratitudine, ha conferito, nei giorni scorsi, alla Ambasciata della Repubblica d’Armenia, il dipinto di cui è l’autrice, quale custode del valore perché resti a designare un’area, una porzione di spazio ritagliata dal mondo, un luogo speciale consacrato all’autodeterminazione dei popoli. Nell’uomo, la capacità di orientarsi – precisa ancora Paolo Battaglia La Terra Borgese – come consapevolezza della reale situazione in cui la storia si trova, rispetto al tempo, allo spazio e al proprio io, risultante dalla sintesi di molteplici processi psichici (percettivi, mnesici, ideativi) indica anche, più genericamente, la capacità di determinare il valore dove ci si trova e conseguentemente di prendere la direzione esatta per raggiungere il bene da tramandare. La connessione con l’Ambasciata della Repubblica d’Armenia presso la Repubblica Italiana, vive nella poetica della tela, nei cento anni di silenzio. L’Artista ha inteso ricordare il genocidio del popolo Armeno, i 101 anni dall’inizio delle deportazioni e dello sterminio messi in atto dal governo dei Giovani Turchi contro questa etnia prevalentemente concentrata in Anatolia. Si stima che oltre un milione e mezzo di persone, due terzi della popolazione armena, vennero eliminati.”

L’opinione critica di Paolo Battaglia La Terra Borgese: “Professionista esperta in Comunicazione dell’Arte, Vanessa Pia Turco è una pittrice italiana. Nasce a Caltanissetta, in Sicilia, il 28 luglio 1970 e, sempre in Sicilia, a Palermo, vive e lavora. Numerosissimi i colleghi Critici dell’arte di spessore internazionale che hanno scritto di Lei, tantissime le testate specializzate, oltre che web e tradizionali come Vanity Fair. Sono fiero di offrire la mia consulenza su un’opera di una Artista che è stata insignita di parecchi riconoscimenti e premi durante le svariate esposizioni personali in Italia ed in altri Stati esteri sino agli Emirati Arabi Uniti. Le personali di Vanessa Pia Turco hanno sempre ottenuto il Patrocinio di Organismi internazionali quali Ambasciate, UNESCO ed altri, nonché di Club Service come Rotary International e Lions o Civitan. Diverse Sue opere sono state acquisite da Musei e Fondazioni pubblici ed anche per differenti collezioni di importanti Musei privati sia in Italia che in altri Paesi d’Europa e di altri Continenti. L’approvazione della mozione a testimonianza di amicizia nei confronti di un popolo al quale ci legano antichi rapporti di fraternità e scambi culturali è anche un contributo alla ricerca di una verità storica che per troppo tempo è stata negata e che, ancora oggi, si vuole occultare. Il dipinto costituisce la testimonianza e la solidarietà della pittrice Vanessa Pia Turco, sia per la difesa dei diritti inalienabili del popolo armeno che per la individuazione di quello che è stato il primo genocidio del XX secolo. Dinanzi alla tela si respira un alto valore, una percettibile gentilezza di tono manifestata nei caratteri femminili e aggraziati di un bel viso di ragazza. La figura è analizzata con acuto realismo psicologico ed è completata da lunghe trecce bionde che risiedono su abiti tradizionali armeni. La scelta dei colori in “Zabel” è figlia di un’emozione profonda, un’impressione viva di una percezione vibrante che spinge a vedere la realtà in chiave squisitamente  personale. Vanessa Pia Turco usa il rosso, il blu ed il giallo. Il primo, emblema di calore e vitalità, diviene qui simbolo di forza e coraggio oltreché di passione e tenacia nelle proprie idee e convinzioni, è un colore che soprattutto nel credo cristiano perde le connotazioni positive e si trasforma nel colore del sangue e del martirio, le sue pennellate sono stese sapientemente sulla tela per ricordare allo spettatore il sangue innocente versato nella sopraffazione degli Armeni durante il genocidio del 1915. Il blu è il colore della calma e del silenzio, della tenerezza e della purezza ma anche dell’acqua fresca e trasparente che rigenera e pulisce spazzando via tutto ciò che si allontana dal candore e dall’integrità interiore. Infine il colore giallo da sempre simbolo di bellezza, regalità e fierezza rappresenta anche la luce che fa svanire il buio e le tenebre, così come il male che si nasconde nelle più segrete pieghe dell’animo umano. La cultura armena odierna, così come pure le ricette ed alcune tradizioni sono ancora esistenti e conosciute grazie alle donne sopravvissute al genocidio, che hanno saputo conservare e tramandare ciò che di più prezioso risiedeva nel loro popolo. Ecco che Zabel, dal viso placido e sognante, con i suoi colori sgargianti e luminosi, con i suoi capelli che richiamano la purezza e la perfezione dell’oro e con i suoi occhi fieri ed innocenti, rappresenta la bellezza e la forza di un popolo che nonostante le sofferenze subite ha saputo ricostruire con impegno, serietà e saggezza il senso di una propria identità civica e morale. Quest’opera ha una rigorosa valenza politica e vale come allegoria propiziatoria per l’umanità, ed è da mettersi in relazione con la presenza armena in Sicilia testimoniata dall’XI al XVIII sec. e nel 1753 S. Gregorio l’Illuminatore è proclamato patrono di Palermo.”

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Cerveteri celebra l’indipendenza dell’Armenia (Terzobinario.it 22.09.17)

Cerveteri celebra l’indipendenza dell’Armenia. Mauro Porro, Consigliere comunale che durante il primo mandato dell’Amministrazione guidata dal Sindaco Alessio Pascucci ha ricoperto il ruolo di Delegato ai Gemellaggi, ha partecipato presso il Pontificio Collegio Armeno in Roma, alla presenza di Sua Eccellenza Ambasciatrice della Repubblica d’Armenia in Italia Victoria Bagdassarian, alle celebrazioni della Festa Nazionale della Repubblica d’Armenia.

“La nostra città in questi anni ha già avviato numerosi e proficui rapporti con realtà estere – ha dichiarato il Consigliere Mauro Porro – abbiamo avuto l’onore di ospitare e di essere ospitate in realtà lontanissime geograficamente da noi ma che da un punto di vista storico e culturale hanno avuto in passato molti legami con l’Italia e il nostro territorio: negli anni passati abbiamo incontrato realtà provenienti dal Brasile, dall’Azerbaijan, dalla Cina e ora anche con l’Armenia, una nazione ricca di storia e tradizione. Auspico che i rapporti intrapresi sino ad ora possano proseguire e svilupparsi ulteriormente: una preziosa opportunità per far parlare e portare la nostra Cerveteri nel mondo”.

Il Giorno dell’indipendenza dell’Armenia è la festa nazionale della Repubblica di Armenia. Si celebra il 21 settembre di ogni anno e commemora il giorno dell’indipendenza dall’Unione Sovietica e la proclamazione della Repubblica d’Armenia, nel 1991. Figura di primo piano dell’indipendenza armena fu il politico Lewon Ter-Petrosyan, che fu cosí il primo Presidente dell’Armenia indipendente. Anche per questa ricorrenza nazionale, come per quella del Genocidio armeno del 24 aprile, il popolo armeno rimarca i valori di una propria identità nazionale e culturale, mettendo in risalto i valori di un popolo, quello armeno, con una propria indipendenza, sovranità e la rivendicazione del rispetto dei diritti umani.

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Santa Sede-Armenia: card. Sandri, “cammino costellato da tanti punti luminosi. Non c’è alternativa alla pace” (SIR/ACISTAMPA/RADIOVATICANA 21.09.17)

Relazioni tra Santa Sede e Armenia: 25 anni ricchi di punti luminosi (Radio Vaticana)

di Amedeo Lomonaco

“Ogni passo è stato preparato da incontri e dialoghi che hanno consentito di stabilire legami profondi di stima e di amicizia che hanno reso più bello e più ricco, umanamente e spiritualmente, il rapporto diplomatico”. Così, ieri, il card. Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, durante la celebrazione eucaristica nel 25.mo delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica di Armenia, presso la Chiesa di San Nicola da Tolentino del Pontificio Collegio Armeno. Hanno concelebrato mons. Boutros Maryati, arcivescovo armeno cattolico di Aleppo (Siria), mons. Giorgio Chezza, della nunziatura apostolica in Italia, padre Lorenzo Lorusso, sotto-Segretario del Dicastero orientale, il rettore del Collegio armeno e altri presbiteri.

Il cammino durante i 25 anni di relazioni diplomatiche – ha detto il porporato – è ricco di punti luminosi. Tra questi, i viaggi apostolici di San Giovanni Paolo II nel 2001 e di Papa Francesco lo scorso anno, le sette visite dei Presidenti della Repubblica armena in Vaticano. “Consideriamo queste pagine di amicizia – ha affermato il card. Sandri – come un vero dono di Dio”. Tra i punti luminosi, anche “la creazione dell’Ordinariato per i fedeli armeno cattolici in Europa Orientale, con sede in Armenia, a cui tanto contribuì la stima e l’amicizia tra san Giovanni Paolo II e il Catholicos Vasken”.

Il prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali ha ricordato, in particolare, l’annosa questione del territorio del Nagorno-Karabakh, conteso da Armenia e Azerbaigian. “Nel suo viaggio di ritorno dall’Armenia – ha detto il card. Sandri – il Santo Padre Francesco salutava con speranza l’incontro avvenuto tramite il Presidente russo tra i Presidenti armeno ed azero; ci associamo al medesimo auspicio pensando all’analoga occasione, poche settimane fa, che ha visto incontrare nuovamente con Sua Santità Kyrill di Mosca il Catholicos Patriarca Karekin II e lo Sheikh dell’Islam azero: insieme diciamo con forza che non c’è alternativa alla pace, e va posto termine ad ogni dolore e sofferenza, a maggior ragione quando essa colpisce la popolazione civile inerme”.


“Un cammino costellato di tanti punti luminosi, come stelle del cielo, ciascuno dei quali segna una tappa dei nostri incontri”: così il card. Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ha definito i 25 anni delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Armenia e la Santa Sede. Celebrando ieri sera a Roma una messa per l’anniversario il porporato ha rievocato, tra le altre cose i viaggi apostolici di san Giovanni Paolo II nel 2001 e di Papa Francesco nel 2016 in Armenia e le sette visite dei presidenti della Repubblica in Vaticano. “Ciascuno di questi eventi – ha detto il prefetto – dischiude in chi li ha vissuti una memoria grata: ogni passo è stato preparato da incontri e dialoghi che hanno consentito di stabilire legami profondi di stima e di amicizia che hanno reso più bello e più ricco, umanamente e spiritualmente, il rapporto diplomatico. Consideriamo queste pagine di amicizia come un vero dono di Dio, attraverso la disponibilità e l’accoglienza di noi uomini e di coloro che ci hanno preceduto: non potrebbe accadere che così, tra i discepoli dell’unico Signore e Maestro, Cristo Gesù”. Il card. Sandri ha ricordato “l’identità nuova della comunità armena” di cui parte “costitutiva e inseparabile” è la fede in Cristo. “Una eredità – ben lungi dall’essere soltanto un vanto del passato – che mette in moto il cuore e la vita degli uomini e delle donne armene anche in questo tempo, come quelle di noi tutti. Rimaniamo fedeli alla vocazione di essere uomini e donne di speranza: memori del passato, ma con le radici nel futuro di Dio: ed esso non può che esser un futuro di giustizia, di riconciliazione e di pace”. E a proposito di pace il prefetto ha ricordato che “nel suo viaggio di ritorno dall’Armenia, il Santo Padre Francesco salutava con speranza l’incontro avvenuto tramite il presidente russo tra i presidenti armeno ed azero; ci associamo al medesimo auspicio pensando all’analoga occasione, poche settimane fa, che ha visto incontrare nuovamente con Sua Santità Kyrill di Mosca il Catholicos Patriarca Karekin II e lo Sheikh dell’Islam azero: insieme diciamo con forza che non c’è alternativa alla pace, e va posto termine ad ogni dolore e sofferenza, a maggior ragione quando essa colpisce la popolazione civile inerme. Idealmente sogniamo e desideriamo che le colombe lanciate da Papa Francesco e dal Catholicos Karekin II al monastero Khor Virap – che significa letteralmente “prigione in profondità”, rievocando la prigionia patita da san Gregorio l’Illuminatore, attraversino le profondità delle divisioni, degli odi e delle guerre, si librino nel cielo alto di Dio, e tornino recando in bocca un ramoscello di pace per tutte le popolazioni del Caucaso e dell’Anatolia”.

SIR


È la storia la protagonista dell’omelia del Cardinale Sandri. Non potrebbe essere altrimenti. L’Armenia è una nazione antichissima, dalla forte tradizione cristiana radicata in una particolare predilezione per il libro, con una fede che si è preservata grazie a 36 soldati, le lettere dell’alfabeto che il geniale monaco Mashtoz codificò per dare al popolo una tradizione e una storia.

Il Battesimo dell’Armenia, celebrato da Giovanni Paolo II nel suo viaggio, costituì per la nazione una “identità nuova” e una eredità – racconta il Cardinale Sandri – “ben lungi dall’essere solo un vanto del passato”, perché “è la potenza stessa di Dio ricevuta nel Battesimo che ci spinge, ci mette fretta”.

Insomma, Caritas Christi urget nos, e non è un caso che il Cardinale ricordi, tra queste opere di carità, l’ospedale di Ashots, al confine con la Georgia e al limite della città di Gyumri martoriata dal terremoto del 1988. È chiamato “l’ospedale del Papa”, e fino all’ultimo, durante la visita di Papa Francesco in Armenia nel giugno 2016, si era sperato che il Papa potesse vedere questa struttura tra le montagne. Una struttura che è arrivata molto prima delle relazioni diplomatiche, a testimonianza che la carità sempre precede.

Il Cardinale Sandri ripercorre, nell’omelia, i “punti luminosi” del rapporto diplomatico tra Santa Sede e Armenia, citando “i Viaggi Apostolici di San Giovanni Paolo II nel 2001 e di Papa Francesco lo scorso anno, le sette visite dei Presidenti della Repubblica in Vaticano, inaugurate con S.E. Ter Petrosyan nel 1992, poi le due, nel 1999 e nel 2005 di S.E. Kocharyan, e infine le quattro (2011,2013,2014,2015) dell’attuale Presidente, S.E. Sargsyan; la grande celebrazione dell’aprile 2015 e la proclamazione di San Gregorio di Narek Dottore della Chiesa Universale, l’invio di un Rappresentante Speciale del Santo Padre alla consacrazione del Santo Myron a Ethchmiadzin, ogni sette anni, le visite dei Catholicos Vasken, Karekin I e II ai Papi, senza dimenticare la creazione dell’Ordinariato per i fedeli Armeno cattolici in Europa Orientale, con sede in Armenia, a cui tanto contribuì la stima e l’amicizia tra san Giovanni Paolo II e il Catholicos Vasken”.

Sono passi “preparati in incontri e dialoghi” che hanno consentito “di stabilire legami profondi di stima e di amicizia e che hanno reso più bello e più ricco, umanamente e spiritualmente, il rapporto diplomatico”.

Il Cardinale Sandri guarda a Echmiadzin, la sede del Patriarcato Apostolico di Armenia, che è “cuore irradiante della fede e del popolo armeno”. Significa “Discese l’unigeto” e la sua costruzione “è quasi una rappresentazione plastica della professione di fede ascoltata dall’apostolo Paolo”.

L’Armenia terra cristiana, l’Armenia terra di incontro, dove si cerca di costruire la pace nella Regione, e a tal proposito il Cardinale cita l’incontro tra il Patriarca Kiril di Mosca, il Catholicos Karekin II e lo Sheikh dell’Islam azero che si è svolto qualche giorno, e che porta a dire con forza “che non c’è alternativa alla pace, e va posto termine ad ogni dolore e sofferenza, a maggior ragione quando essa colpisce la popolazione civile inerme”.

E allora – conclude il Cardinale – “idealmente sogniamo e desideriamo che le colombe lanciate da Papa Francesco e dal Catholicos Karekin II al monastero Khor Virap – che significa letteralmente ‘prigione in profondità’, rievocando la prigionia patita da san Gregorio l’Illuminatore – attraversino le profondità delle divisioni, degli odi e delle guerre, si librino nel cielo alto di Dio, e tornino recando in bocca un ramoscello di pace per tutte le popolazioni del Caucaso e dell’Anatolia”.

ACISTAMPA

Il presidente armeno: il Paese ha bisogno di un milione di abitanti in più (Rainews.it 21.09.17)

Il presidente armeno Serzh Sargsyan ha auspicato che la popolazione del suo paese raggiunga i 4 milioni entro il 2040. Per il leader armeno l’obiettivo è irraggiungibile soltanto con l’aumento della natalità e il calo della mortalità. Secondo Serzh Sargsyan, è necessario un forte flusso migratorio nel paese entro i prossimi 25 anni. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e l’acquisizione dell’indipendenza la popolazione è in continuo calo. Nel 1991 la popolazione del paese era di 3 milioni 574 mila persone, mentre al 31 luglio 2017 la cifra è 2 milioni 979 persone. Il numero degli armeni residenti fuori dai confini nazionali è di gran lunga superiore a quelli residenti in patria: si stima infatti che gli armeni all’estero siano 7-8 milioni. Dal discorso del presidente non è chiaro se intenda far tornare in patria gli armeni etnici o agevolare l’immigrazione in generale nel suo paese. –

San Lazzaro, trecento anni di cultura armena (Nuovavenezia 20.09.17)

Prima fu lebbrosario, poi l’abbandono. Sbocciò in tutta la sua bellezza con Mechitar nel 1717, oggi i monaci tramandano il messaggio del fondatore di Vera Mantengoli

VENEZIA. L’Isola degli Armeni festeggia i suoi primi trecento anni. Èra infatti l’8 settembre 1717 quando il monaco Mechitar, dopo essersi guadagnato la stima del futuro doge Alvise Mocenigo, ricevette in concessione l’isola di San Lazzaro, usata in passato come lebbrosario e poi abbandonata. Sono passati 300 anni e l’isola non ha mai perso il ruolo di punto di riferimento della cultura armena grazie ai monaci mechitaristi, che da secoli tramandano il messaggio del fondatore.

Prima degli armeni. Le notizie che si hanno dell’Isola di San Lazzaro risalgono all’810, quando è sede dell’ordine dei benedettini. Nel 1182 si edifica un ospizio per pellegrini e una chiesa dedicata a San Leone Magno.

Un secolo dopo, nel 1262, il Senato decide di farci un lebbrosario che rimane fino al 1348 quando si iniziano dei lavori di restauro e l’isola passa sotto la giurisdizione di San Pietro di Castello.

Diminuiti i lebbrosi, l’isola diventa un luogo per accogliere i poveri. Per qualche decennio, dal 1645 al 1678, l’isola viene occupata dai domenicani che fuggono da Creta occupata dai turchi. Per un periodo qui si fabbricano armi per sostenere la guerra in Morea.

Dal 1696 è usata per coltivare orti, ma lentamente viene abbandonata, per poi sbocciare in tutta la sua bellezza con l’arrivo di Mechitar.

Negli anni il sogno di un ordine monastico dedito all’elevazione spirituale e culturale del popolo armeno porta Mechitar, nato nel 1676 a Sabaste degli Armeni, a fuggire dall’Anatolia alla Morea, per poi trovare rifugio a Venezia.

Il monaco fonda la sua congregazione a Costantinopoli nel 1700, ma poi fugge arrivando a Modone, nella Morea greca governata dalla Serenissima. Nel 1712 la flotta ottomana sbarca nella penisola, costringendo Mechitar e i suoi monaci a fuggire a Venezia, dove c’è già una consolidata comunità di armeni a San Martino, in prevalenza mercanti. Essendoci troppe congregazioni religiose a Venezia, un ne decreto vietava l’ammissione di nuove, ma non nelle isole.

Quando Mechitar approda a San Lazzaro ci sono soltanto una chiesetta e un edificio in rovina con qualche stanza, avvolta da sterpaglie. Un rudere, ma per chi come lui ha vagato senza trovare pace, quel fazzoletto di terra è finalmente una casa dove mettere radici.

Grande sognatore, ma provvisto anche di senso pratico, il monaco si rimbocca le maniche e comincia a progettare il monastero. La struttura odierna è ancora quella progettato da Mechitar, rinforzata nelle rive una quindicina di anni fa.

Il regno della cultura. L’isola, settemila metri quadrati di terra, si trova di fronte al Lido (vaporetto 20, fermata dopo San Servolo) ed è composta da un monastero con chiostro e da un giardino ricco di alberi, ulivi, melograni e i celebri roseti per la marmellata di rose realizzata dai monaci.

Le pareti sono coperte da scaffali con 170 mila libri, senza contare la biblioteca speciale finanziata dal benefattore Boghos Ispenian che custodisce 4500 preziosi manoscritti, come Il libro del Venerdì del 1512 e il lavoro di una vita del monaco, il primo dizionario della lingua armena classica, pubblicato pochi giorni dopo la sua morte nel 1749.

L’isola, come dimostrano le decine di lynotipe ancora esposte e utilizzate dal 1789 al 1989, fu sede di una straordinaria stamperia poliglotta in grado di pubblicare in 36 lingue.

Una targa nel cortile ricorda la permanenza nel 1816 di Lord Byron che s’innamorò della cultura armena. Proprio nella stanza di Byron oggi il monastero custodisce una vera e rara mummia, donata nel 1825, rivestita di una reticella ricamata con perline policrome in pasta vitrea.

Nelle sale, una affrescata dal Tiepolo e molte con quadri di Pietro Novelli, sono esposti le più svariate testimonianze e donazioni: dai dipinti del più famoso pittore armeno Ivan Aivazovsky al busto del salvatore delle canzoni tradizionali armene Komitas Vardapet. In alcune teche anche molti scritti del 1915/16.

Nel corso del genocidio morirono sette monaci mechitaristi. «La biblioteca è l’esempio dell’importanza della stampa per Mechitar e per i monaci», spiega Alberto Peratoner, docente della Facoltà teologica del Triveneto e amico della comunità armena, «si vede la cura minuziosa ed estetica del testo, la qualità delle incisioni, la scelta della carta, il risultato era un prodotto di altissima qualità».

Missione: volare. Oggi quelle radici continuano a dare i frutti che Mechitar piantò 300 anni fa. «Continuiamo a essere un ponte tra l’Armenia e la cultura occidentale per poter avere la possibilità di volare, come diceva il fondatore», spiega Padre Serafino, priore dell’isola.

«Mechitar diceva che bisogna avere due ali: una è la Bibbia, la religione e l’altra è la cultura e la scienza».

ti, ma lentamente viene abbandonata, per poi sbocciare in tutta la sua bellezza con l’arrivo di Mechitar.

 

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Molto di nuovo sul fronte occidentale.Viaggio in Nagorno Karabakh… (Tempi.it 20.09.17)

Viaggio in Nagorno Karabakh, dove tra antiche chiese e monasteri sventrati vive una comunità nobile e gloriosa, orgogliosa della propria identità

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Un viaggio in Armenia e Artsakh (ossia l’odierna Repubblica Armena del Nagorno Karabakh), in compagnia di Antonia Arslan. Per chi come me da anni nutre simpatia, vicinanza e profondo apprezzamento per il popolo armeno e la sua causa, si è trattato di un’occasione unica, sognata e realizzatasi. Con questo viaggio sono ipso facto divenuto persona sgradita in Turchia e Azerbaigian… pazienza. Il mio rammarico è per i due popoli, quello turco e quello azero, che meriterebbero dirigenze politiche ben diverse dalle attuali. È doveroso però ricordare che esistono, in seno al popolo turco e al popolo azero, scrittori, pensatori religiosi e laici, persone comuni, che dissentono dalle leadership governative e religiose dei due Stati e che, in relazione agli armeni, caldeggiano riflessioni nuove, ripensamenti del passato e del presente, strategie più rosee per il futuro.

Desidero premettere un interrogativo amaro, che mi accompagna da tempo e da cui non riesco a liberarmi. Con l’avvento dell’islam e le sue iniziali enormi conquiste, gran parte dei territori del Vicino Medio Oriente e del Nord Africa da cristiani divennero musulmani. Parimenti accadde nei territori bizantini e armeni dell’Asia Minore, dell’Anatolia e del Caucaso. Se è vero che questi cristianesimi orientali, al pari dell’ebraismo, coesistettero con l’islam governante e imperante, è pur vero che l’ebraismo e i cristianesimi orientali sopravvissero all’islamizzazione e al Dar al-Islam. I musulmani conquistarono anticamente quei territori, ma furono minoranze conquistatrici a fronte di ampie maggioranze cristiane conquistate. La domanda che si impone è: come fu possibile che migliaia di questi cristiani (e, in misura minore, ebrei) in pochi secoli si siano convertiti all’islam liberamente, abbracciando la fede dei conquistatori?

Probabilmente la risposta risiede, come molti studiosi indicano, nel sistema perverso di protezione e contemporanea umiliazione/svilimento della Dhimma, che permetteva ai cristiani e agli ebrei di risiedere in territori islamizzati. La Dhimma e le sue conseguenze rendevano allettante per molti la conversione all’islam, per stare finalmente tranquilli, per fugare discriminazioni, per esasperazione. È un dato di fatto che dove l’islam è giunto il cristianesimo è fortemente regredito. Armeni, ebrei e cristiani assiri, pur a fronte di perdite di centinaia di migliaia di loro fratelli, alcuni dei quali trasformatisi drammaticamente poi in delatori e persecutori, hanno “retto” meglio di altri. Fu molto più difficile cioè ottenere la loro conversione. Andare in Armenia e in Artsakh, come andare in Israele, per me è significato andare nella terra di chi, a costi immensi, è persistito nella propria identità. In questo caso, la più antica nazione cristiana del mondo.

Da europeo, credo altresì che siano vere le parole che ho udito personalmente da Bako Sahakhyan, il presidente dell’Artsakh: quel confine armeno è l’estremo confine attuale dell’Occidente. E io aggiungo, con convinzione, “con Israele”. Tuttavia, nella coscienza comune europea, se è già purtroppo complicata una riflessione simile in relazione ad Israele, la nescienza diviene assordante e colpevole per quanto riguarda le vicende armene. Vedere chiese e monasteri, per lo più di antichissima fondazione e di raro incanto, sventrati; steli religiose (khatchkar) infrante deliberatamente a decine di migliaia; villaggi rurali di contadini bombardati per cancellare la presenza armena e la sua storia è un fatto che perdura da decenni. Palmira, cioè, non è per nulla un fatto nuovo, un inedito. Questa è una lezione intrisa di sangue che le pietre di Armenia urlano a noi occidentali, una lezione che molti di noi disprezzano, perché non la conoscono e non vogliono conoscerla, e perché turba le loro delicate menti “cosmopolite”. È verissimo che al genocidio è seguito il genocidio culturale, che è stato perpetrato impunemente, nel silenzio dell’Occidente, per decenni. Innumerevoli paesini montani del Nagorno Karabakh testimoniano per il visitatore tutto questo, paesini che rivedono oggi gli eredi del popolo che abitò e fecondò per secoli e millenni questa terra. Un popolo di contadini ingegnosi e dignitosi, di mercanti e di monaci, di architetti e sognatori, di poeti e di raffinate copiste (sì, al femminile, come fu per la giovane Gayané) di Bibbie e codici. La distruzione del bello e delle vestigia antiche in certe parti del mondo non è solo un orrore bellico, è una strategia inveterata. L’Isis ha copiato stilemi ben più vecchi, ancor più vecchi delle distruzioni che sto ora raccontando.

Un popolo solare
Eppure il governo dell’Artsakh, piccola enclave di tenaci resistenti armeni, non abbatte le moschee presenti, ma le fa restaurare. Anche per evidenziare agli osservatori internazionali una sostanziale differenza rispetto alle forze nemiche. E così accade per i molti cimiteri islamici, che non vengono rimossi e i morti lasciati al loro riposo. È chiaro che la frontiera che ho visitato è una frontiera in guerra, calda. Ed il popolo armeno lì residente è ben armato e militarizzato (due anni di servizio militare obbligatori, da poco facoltativo anche per le ragazze). E ho conosciuto l’arcivescovo Pargev Martirosyan, un eroe nazionale: un arcivescovo letteralmente in trincea e combattente per il suo popolo, non solo con le armi della preghiera. Alla domanda se Sua Eccellenza fosse sul fronte durante la terribile guerra, la risposta è immediata: «Si capisce. Dove altro avrei dovuto essere? Il vescovo è un padre per i figli e per i nipoti. Dovevo stare con i miei familiari e difendere la mia gente».

Ma se il confine è caldo e le armi realtà tristemente ben nota, è altrettanto vero che questo è un popolo solare, che ama mangiare il proprio pane e bere il proprio vino. E brindare, molte volte brindare. Con gli armeni, come con gli ebrei, i vicini hanno invalidato e capovolto drammaticamente la profezia di Isaia per cui le lance si sarebbero mutate in falci. E però questo è un popolo di giovani che si sposano e fanno bambini, tanti bambini. E che vogliono il meglio per i loro figli, il che significa per gli armeni: cultura, cristianesimo e ospedali.

Scuole, asili, case per soldati
Una lezione di vita me l’hanno data i miei compagni di viaggio armeni della diaspora, per lo più americani, promotori di iniziative di solidarietà per l’Artsakh legate alla Fondazione Tufenkian. Persone colte, stimati professionisti, donne e uomini estremamente affabili con la volontà inesausta di beneficare il proprio popolo, di investire in se stessi. Un’attenzione delicata e materna, pacifica e nobile, per scuole, asili, case per giovani soldati feriti, centri medici, aiuti per l’agricoltura locale. E infine non posso non pensare, in chiusura, a un’amica cara, ossia alla nostra Antonia Arslan. Noi italiani abbiamo in mente l’autrice italo-armena della Masseria delle Allodole e di altri scritti. Solo pochi hanno capito che l’autrice della Masseria rappresenterà per la letteratura italiana e la sua storia ciò che rappresentò Se questo è un uomo di Primo Levi, ossia un fondamentale, nuovo tassello. Ma comprendo anche i silenzi dei critici, immersi nel mare di scribacchini starnazzanti nostrani.

Quello che ho visto in Armenia e in Artsakh è però molto di più. Ho visto giovani donne fermarsi per capire se era lei o non era lei. Ragazze commuoversi, vecchie tremare. Bambini farle festa e decorati militari mettersi sull’attenti. Antonia, con Charles Aznavour, è la voce e la bandiera di un popolo antico, nobile e glorioso, sofferente e risorto, combattivo e ospitale. Antonia è per questa gente ciò che Elie Wiesel è stato per gli ebrei. Ed è segno che c’è ancora speranza, forza, coraggio e senso nella letteratura.

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Il sangue degli agnelli (Tempi.it 20.09.17)

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – A partire dal 2010, con l’avvento delle rivolte arabe e di Daesh, le persecuzioni nei confronti delle minoranze religiose in Medio Oriente sono aumentate. Nell’ultimo numero della rivista semestrale Strategiques Orients, edita da L’Harmattan e intitolato “Le sort des minorités au Moyen-Orient”, attraverso una serie di saggi si fa il punto sulla condizione di alcune comunità religiose ed etniche della regione. Sopravvissute per secoli alle varie ondate persecutorie, queste affrontano oggi nuove sfide e minacce alla loro esistenza.

 Una delle comunità più perseguitate è quella dei cristiani. Nel saggio La géopolitique des chrétiens du Moyen-Orient, la studiosa Céline Merheb-Ghanem afferma che esistono almeno sette grandi Chiese d’Oriente: i copti, gli armeni, i melchiti (cattolici e greco ortodossi), i protestanti, i caldei, gli assiri, la Chiesa latina e i maroniti. Tale varietà dottrinale, però, pone un duplice problema: da un lato, cristiani appartenenti a una stessa confessione sono dislocati in più paesi, come gli armeni, presenti in Siria, Iran, Libano e Giordania. Dall’altro lato, in uno stesso paese ci sono più chiese sparse in diversi territori, come nel caso del Libano, dove si contano almeno dodici confessioni.

Le divisioni interne ostacolano i cristiani dall’acquisire peso politico nei governi di residenza, esponendoli a persecuzioni e discriminazioni. Secondo monsignor Pascal Gollnisch, intervistato dal direttore Pierre Berthelot, i cristiani d’Oriente assumono un atteggiamento ambiguo per sopravvivere: da un lato essi si pongono come mediatori nei confronti delle altre comunità, dall’altro si avvalgono del sostegno di attori extra-regionali. Il religioso francese è presidente dell’associazione cristiana “Œuvre d’Orient”, che da più di 160 anni sostiene le scuole cristiane in Medio Oriente e Asia. Egli ha accusato americani e inglesi di aver abbandonato le comunità cristiane rispettivamente in Iraq ed Egitto. Tale vuoto è stato però riempito da Francia e Russia le quali, insieme al Vaticano e al Libano, nel 2015 hanno fatto appello all’Onu per fermare il “genocidio culturale” dei cristiani. Non bisogna tralasciare il fatto, però, che certi stati proteggono i cristiani per difendere i propri interessi nella zona.

I cristiani d’Oriente in fuga da Siria e Iraq, comunque, possono ancora trovare rifugio in Giordania e Libano. In particolare, il paese dei Cedri è uno dei pochi in cui i cristiani costituiscono circa il 35 per cento della popolazione e hanno una rappresentanza politica: infatti, in base al patto nazionale del 1943, la presidenza della Repubblica è affidata a un maronita. Tuttavia dal 2014 al 2016 questa carica è rimasta vacante, sintomo di una grave crisi all’interno della comunità. Lo studioso Raphaël Gourrada, nel suo studio Le positionnement politique du Patriarche maronite au Liban, ha ripercorso la storia della minoranza maronita e del suo stretto legame con la politica del paese. In particolare, ha sottolineato il ruolo dell’attuale patriarca, Béchara Boutros Raï, criticato a causa delle sue esternazioni politiche, dovute in realtà al tentativo di colmare il vuoto di potere lasciato dal fronte laico.

La crisi istituzionale libanese, comunque, non riguarda solo i cristiani. Nel 2013 la minoranza turcomanna, supportata dalle istituzioni turche, ha fatto breccia nel fronte sunnita, presentando un progetto per ottenere due seggi parlamentari ad hoc. Come spiega la ricercatrice Jana Jabbour nel suo saggio La minorité turkmène au Liban, i turcomanni sono gli eredi dei soldati turchi mandati nel territorio libanese dal sultano Sélim I nel XIV secolo, poi seguiti dai fuggitivi cretesi durante la guerra greco-turca nel 1897. Nonostante essi si considerino cittadini libanesi sunniti, con l’avvento dell’Akp nel 2000 sono stati oggetto delle politiche di sviluppo socio-economico per le minoranze turche ideate dall’ex ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu. Si tratta, dunque, del caso in cui una minoranza viene strumentalizzata da una potenza regionale al fine di influenzare la politica interna di un altro paese.

La lunga oppressione degli sciiti
Oltre ai cristiani, anche gli sciiti subiscono persecuzioni, soprattutto per quanto riguarda altre ramificazioni confessionali: è il caso della minoranza ismaelita, raccontata dallo studioso David Rigoulet-Rouze in La minorité confessionelle ismaélienne du royaume d’Arabie Saudite. Questa fede predica l’avvento del settimo imam, anziché del dodicesimo, come fa la componente sciita maggioritaria. Concentrati soprattutto nelle province al confine tra Arabia Saudita e Yemen, gli ismaeliti sono perseguitati dal regno wahhabita almeno dal 1930. I sauditi hanno vietato le celebrazioni, arrestato predicatori e fedeli, chiuso le moschee e dichiarato l’ismaelismo un’eresia. Di recente, la situazione è peggiorata, non solo a causa delle nuove persecuzioni perpetrate da Daesh. Infatti, nel 2015, con l’inizio della guerra in Yemen, gli abitanti della provincia di Najran si sono ribellati, costituendo un ulteriore fattore di instabilità per il regno saudita, che ha aumentato le rappresaglie.

Il conflitto siriano, invece, ha esposto un altro ramo sciita: si tratta degli alawiti. Perseguitati fin dai tempi dei sultani mamelucchi e ottomani, gli alawiti avevano trovato una pace relativa sotto il mandato francese. Cosicché, attraverso la famiglia Assad, hanno raggiunto i vertici dello Stato siriano. Con lo scoppio dei disordini nel 2011, però, alle persecuzioni religiose si sono aggiunte quelle politiche, benché, come spiega il ricercatore Stéphane Valter in Les alaouites, entre vindicte religieuse et oppression historique, la comunità alawita non appoggi unanimemente il presidente Bashar al-Assad.

Il riscatto degli yazidi
Non sempre gli sciiti in Medio Oriente sono una minoranza: vedi l’Iran. Nel 1979 gli ayatollah hanno sì sancito la libertà di culto religioso (art. 13 Cost.), ma solo per alcune minoranze, cioè zoroastriani, ebrei e cristiani. In effetti, spiega lo storico Alain Chaoulli in La minorité juive en Iran, i cittadini ebrei iraniani sono ben integrati nella società, nonostante la rivalità con Israele. Tuttavia, il regime reprime duramente la comunità bahà’i. Erede del movimento Bàb, nato in Iran nel 1819 per una riforma radicale dell’islam, il bahaïsmo è considerato un’apostasia e i suoi adepti sono perseguitati, arrestati e spesso condannati a morte. La loro sopravvivenza, secondo lo studioso Foad Sabéran in Les baha’s: le destin tragique d’une communauté réprimée en Iran, è dovuta unicamente alla solidarietà da parte del popolo iraniano e di alcuni attori internazionali.

La solidarietà è spesso l’unica àncora di salvezza per le minoranze, come anche nel caso degli yazidi. La politologa italiana Emanuela Del Re, in The Yazidi minority in the Middle East: from victims to strategic actors, racconta la loro odissea dalle origini alla 73esima persecuzione, quella perpetrata nel 2014 da Daesh. Stavolta, però, gli yazidi hanno reagito facendo fronte comune con altre minoranze, come quella curda, e dando risonanza internazionale alla loro causa, anche grazie ai social media. Il riscatto di questa comunità è un esempio di come anche nel Medio Oriente martoriato dall’oppressione sia ancora possibile per Davide sconfiggere Golia.

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Noi armeni e i curdi fratelli nella tragedia (Larepubblica.it 19.09.17)

Di Antonia Arslan

Non avevo mai conosciuto un curdo di persona, ma quanto ne avevo sentito parlare! La zia Henriette, il mio angelo tutelare, la persona che mi coccolava e amava  incondizionatamente, ne aveva una enorme paura (…). Aveva tre anni e giocava sulle ginocchia di sua madre quando il padre venne ucciso., decapitato, e la sua testa fu gettata addosso alla moglie….Leggi l’articolo in pdf