Armenia, il passaggio al digitale oscura il pluralismo (Osservatorio Balcani E Caucaso 24.08.17)

In Armenia il governo, attraverso il controllo delle licenze sul digitale, di fatto ha limitato il pluralismo nel paese. Una rassegna sulla situazione

24/08/2017 –  Hermine Virabian

(Pubblicato originariamente da Chai-Khana )

Narine Avetisyan, direttrice di Lori TV – emittente della città di Vanadzor nel nord dell’Armenia – sapeva che il passaggio al digitale sarebbe stato una minaccia per il suo canale, così come lo sapevano molte altre piccole emittenti regionali in tutto il paese, che si sono opposte in ogni modo possibile a quanto stava avvenendo, senza però successo.

A novembre 2016, con l’interruzione delle trasmissioni analogiche, il canale non ha potuto richiedere il passaggio al digitale: non è stato organizzato infatti nessun bando per le licenze e la politica si è messa in mezzo.

L’origine della situazione odierna

Nel 2010, alcuni emendamenti alla legge che disciplina radio e televisione, stabilirono che ogni marz (regione) e ogni città in Armenia dovevano avere un’unica stazione televisiva privata che operasse “nell’interesse delle popolazioni nazionali e locali”. Una condanna a morte per 12 canali televisivi regionali che furono costretti, progressivamente, a chiudere.

Alle emittenti senza una licenza per il digitale venne permesso di operare inizialmente solo fino al 2013 e non tutte, in seguito, ne avrebbero ottenuta una.

In Armenia, 27 emittenti televisive dispongono attualmente di una licenza per la trasmissione digitale: 8 possono trasmettere per tutto il paese, 10 nella capitale Yerevan e 9 nelle regioni.

Lori TV e le altre

Lori TV, in onda dal 1995, e altri 11 canali regionali sono rimasti fuori, in quanto le loro licenze non sono state estese al digitale.

Per giornalisti armeni e attivisti dei diritti umani in gioco vi è il pluralismo dei media di Armenia e la possibilità di offrire una varietà di prospettive sulle regioni del paese: in Armenia non esiste solo Yerevan, e le emittenti regionali sono essenziali.

A seguito delle proteste da parte delle organizzazioni dei media, il termine di deroga rispetto al possesso di una licenza è stato esteso fino al 2015, e poi fino al 2016, consentendo ai canali regionali di continuare a operare con le attuali licenze fino a quando un bando aperto non avesse selezionato un soggetto privato che, a livello nazionale, avrebbe installato torri e stazioni di trasmissione e sviluppato una rete di distribuzione che consentisse la trasmissione dei canali televisivi regionali. Ma il bando è stato sospeso ed ad oggi il Comitato Nazionale per la Televisione e la Radio non ha selezionato il provider privato previsto.

Secondo Ashot Melikyan, responsabile del “Comitato per la difesa della libertà di parola”, l’errore è stato procedurale. “I requisiti erano troppo stringenti e per questo il bando è fallito”, spiega Melikyan, responsabile di questa Ong di Yerevan che promuove la trasparenza e la libertà di espressione. “Il bando è stato annullato, le condizioni imposte erano scoraggianti e difficili da soddisfare”.

L’esempio georgiano

La vicina Georgia, che è passata al digitale nel luglio 2015, ha abilitato per la trasmissione tecnica del segnale diversi operatori di piccole e medie dimensioni anziché uno unico di grandi dimensioni.

“Se avessimo applicato questa esperienza, le emittenti rimaste escluse avrebbero potuto riunirsi e creare piccoli multiplexer [e così] continuare la loro attività professionale”, aggiunge Melikyan, che sostiene che una singola società privata per coprire tutta l’Armenia crei problemi di monopolio.

L’idea del piccolo multiplexer creato dai canali regionali riscuote anche il favore delle emittenti televisive, ma richiederebbe un cambiamento nella legislazione in vigore, un’opzione che non è all’orizzonte.

In mancanza di candidature per l’operatore privato, il governo si è appoggiato ad uno pubblico, che ha iniziato a operare dal primo luglio 2015 e permette di trasmettere alle stazioni televisive regionali con licenza.

I 12 senza licenza

L’altra questione è legata ai 12 canali televisivi regionali, di proprietà privata, che nel 2010 si sono visti revocare la licenza.

La regione di Lori aveva 4 stazioni televisive, ma nel 2010 solo Fortuna TV (di proprietà di Karen Karapetyan, parlamentare del Partito Repubblicano al governo) ha ricevuto la licenza: secondo Avetisyan, per motivi politici.

Dal 2011 Fortuna TV è disponibile in tutta la regione, offrendo un mix di propri programmi realizzati in studio, soap opera armene e talk show creati da emittenti nazionali. Karen Arshakyan, direttore di Fortuna, si è rifiutato di rilasciare un’intervista dichiarando che sono ormai passati sette anni dalla concessione della licenza.

La trasmissione analogica rimane a disposizione dei cittadini con TV via cavo, che è un servizio a pagamento, quindi meno diffuso. Due società, Ucom e Rostelecom, forniscono la trasmissione via cavo a Vanadzor e, secondo Avetisyan, hanno escluso Lori TV dai loro pacchetti nonostante un accordo precedente.

Lori TV si è unita ad altre emittenti regionali in posizioni simili per combattere per rimanere in onda, rivolgendosi al Comitato di difesa della libertà di espressione, lo Yerevan Press Club e il Media Initiatives Center. Con il sostegno di Edmon Marukyan, ex deputato indipendente della regione di Lori recentemente eletto nei ranghi della Yelk Alliance, le emittenti hanno proposto di introdurre modifiche alla legge per salvare i canali regionali, ma non hanno ricevuto ad oggi risposta.

A novembre 2013, 6 canali regionali (Lor, MIG e Ankyun+3 dalla regione di Lori, ALT da Armavir, Ijevan da Tavush e Hrazdan da Kotayk) hanno inviato una lettera aperta al presidente, al portavoce del Parlamento e al primo ministro per esprimere le proprie preoccupazioni. “La cessazione delle trasmissioni analogiche ha reso il nostro lavoro inutile, in quanto i programmi non sono accessibili ai consumatori”, recitava la lettera, aggiungendo: “E’ chiaro che anche noi abbiamo perso inserzionisti a causa di questa situazione. Poiché il bando di quest’anno è saltato a causa dell’assenza di partecipanti, è più probabile che le nostre aziende chiudano piuttosto che compaia un operatore privato”.

La lettera è caduta nel vuoto e non ha ricevuto alcuna risposta.

Secondo Ashot Melikyan, prima di tutto la legge dovrebbe essere rivista, mentre Edmon Marukyan ha definito il processo di concessione delle licenze “ingiusto” e soggetto a connessioni politiche.

“La legge è stata adottata dalla maggioranza politica, ovvero il Partito repubblicano, che obbedisce ai funzionari di alto grado [del governo]”, sostiene Marukyan il cui partito detiene 9 seggi in parlamento, non sufficienti ad ottenere un cambiamento nel disegno di legge senza il sostegno del governo.

“Sono sette anni che lottiamo per continuare le nostre trasmissioni”, lamenta Avetisyan. Ma la situazione attuale non lascia intravedere una soluzione a breve termine.

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San Bartolomeo Apostolo/ Santo del giorno, il 24 agosto si celebra il martire che divulgò il Cristianesimo (Ilsussidiario.net 24.08.17)

San Bartolomeo Apostolo, si celebra oggi il martire che diffuse il Cristianesimo in vari paesi come l’India e la Mesopotamia. Fu fatto prigioniero e uccisa da Re Astiage.

Santo del giorno: San Bartolomeo Apostolo Santo del giorno: San Bartolomeo Apostolo

Bartolomeo nasce a Caana nel I secolo dopo Cristo. Secondo alcuni documenti ufficiali, è stato tramandato che il futuro Santo sia stato un pescatore e che abbia esercitato questa professione in Galilea. Ad certo punto Bartolomeo conosce Giovanni il Battista e si unisce alla cerchia dei suoi discepoli. Il gruppo incomincia a predicare la Parola di Dio. Successivamente, il pescatore incontra un uomo, che si chiama Filippo. I due diventano subito molto amici. Filippo allora racconta a Bartolomeo che Gesù, il figlio di Giuseppe di Nazaret, è il Messia, inviato da Dio in terra. In un primo momento, il futuro Santo non crede alle parole del suo amico, ma successivamente decide di incontrare il Nazareno. Viene condotto quindi da Filippo sulle rive del fiume Giordano. In questo posto Bartolomeo incontra il Cristo, che gli racconta di averlo salvato da bambino, grazie all’intercessione della Vergine Maria. Dopo aver ascoltato queste parole, il futuro Santo diventa subito un apostolo di Gesù e inizia a predicare il suo messaggio. In seguito alla crocifissione del Figlio di Dio, Bartolomeo si mette a diffondere il Cristianesimo in vari paesi, come in India e in Mesopotamia. Giunto nell’Armenia maggiore, poi, l’Apostolo riesce a convertire alla religione cristiana parecchia gente. Per questa ragione viene fatto prigioniero dal Re Astiage, che lo fa prima scorticare vivo e dopo decapitare. Bartolomeo dunque muore ad Albanopolis, in Armenia, nel 68 dopo Cristo. Per il suo martirio è stato nominato Santo dalla Chiesa Cattolica e la sua festa si celebra il 24 Agosto di ogni anno.

LE FESTE E LE SAGRE DEDICATE AL SANTO

San Bartolomeo è il Patrono di Benevento. In questa città, il 24 agosto di ogni anno, per la festa patronale, c’è una messa solenne nella Chiesa di San Bartolomeo, presieduta dall’Arcivescovo. In seguito, la statua del Patrono viene portata in processione per le strade di Benevento e moltissimi pellegrini rendono omaggio al passaggio del simulacro religioso. Successivamente, in piazza San Bartolomeo c’è un bellissimo concerto di musica lirica, che attrae parecchie persone. In occasione dei festeggiamenti del 24 agosto, a Benevento si organizzano anche delle sagre, dove in appositi stand la gente ha l’opportunità di mangiare le specialità del posto, come le lasagne e gli involtini di fegato d’agnello.

GLI ALTRI SANTI CHE SI FESTEGGIANO OGGI

Oltre a San Bartolomeo, il 24 Agosto si festeggiano: Sant’Emilia de Vialar, San Giorgio il Limniota, Santa Giovanna Antida Thouret e Sant’Audoeno di Rouen. I Beati, che si commemorano il 24 Agosto, invece sono: Encarnación Rosal e Miroslav Bulešic.

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Armenia: vivere da disabili (balcanicaucaso.org 21.08.17)

In Armenia, troppo spesso, le persone diversamente abili vengono stigmatizzate ed emarginate. C’è però chi, a questo stato di cose, si oppone. La storia di Vardine

21/08/2017 –  Lilit Arakelyan

(Pubblicato originariamente su Daphne  il 28 aprile 2017)

A dieci anni, dopo aver perso sua madre, Vadine è stata obbligata a lottare tutta sola per i suoi diritti e per convincere la società di aver diritto a vivere la stessa vita di tutti gli altri. Guardando indietro alla sua infanzia Vardine si rende conto di avercela fatta e di aver raggiunto gli obiettivi più ambiziosi che aveva da piccola.

‘Mia madre ha deciso di tenermi’

‘Vi era molta negatività attorno a me durante la mia infanzia. In Armenia, l’atteggiamento rispetto a chi ha disabilità è sbagliato. Ai bambini non viene insegnato a comportarsi rispetto a persone diversamente abili e tutto questo deriva da atteggiamenti ben radicati tra gli adulti stessi”, racconta Vardine Grigoryan, 32.

Vardine è nata e cresciuta a Vanadzor, città nell’Armenia settentrionale. Nella sua prima infanzia le è stata diagnosticata la sindrome di Marfan, malformazione genetica ereditata dalla madre.

La sindrome di Marfan colpisce i tessuti connettivi e può manifestarsi in numerosi modi. La madre di Vardine non aveva alcun sintomo visibile ed è per questo che la sua malattia, e la conseguente eccessiva dilatazione dell’aorta, è stata identificata troppo tardi.

“Mia madre desiderava molto avere dei bambini e quindi, all’età di 34 anni, si è sposata per poi divorziare 3-4 mesi dopo. Quando sono nata, i miei genitori erano già separati. La mia nascita è stata preceduta da grande scandalo nella famiglia che accusava mia madre di appesantire loro la vita con la nascita di un bambino, e tutto si è accentuato quando si è scoperto che avevo problemi di salute. Ma nonostante tutto mia madre ha tirato dritto e ha deciso di tenermi”.

La madre di Vardine, Seda, è morta 22 anni fa ma in sua figlia rimane vivo il ricordo dell’amore incondizionato della madre nei suoi confronti. Da allora, Vardine ha vissuto con la nonna Varduhi.

‘La mia nonna si vergogna di me’

“Mi ricordo come mi sedevo in braccio a mia madre anche quando avevo già 10 anni! Mi amava e si preoccupava per me moltissimo. Mi ha dato un nome unico, Vardine, e diceva che ero l’unica Vardine nel mondo intero. Diversamente da mia madre, mia nonna invece non mi incoraggiava in nulla. Il suo approccio in genere era molto stereotipato e mi guardava attraverso il prisma della società. Si vergognava di com’ero. Ricordo che quando camminavamo per strada lei camminava molto veloce in modo che io rimanessi indietro. Aveva paura che la gente le chiedesse se ero sua nipote”, ricorda Vardine. “Allo stesso tempo non permetteva a nessuno di offendermi. Aveva un istinto protettivo del tutto particolare: voleva proteggermi dal mondo intero ma non riusciva a farlo in un modo che io non percepissi come pressione o tentativo di nascondermi”.

‘I bambini del vicinato mi tiravano i sassi’

Diversamente da quanto accade alla maggior parte dei bambini disabili Vardine è riuscita a frequentare un normale percorso di studi. Tuttavia, ricorda ancora il terribile abuso psicologico che doveva affrontare, tutti i giorni, per andare a scuola.

“Il percorso quotidiano verso la scuola era terribile perché i bambini che vivevano in una via limitrofa alla mia ridevano di me e mi tiravano dei sassi… Ne è nata una vera e propria fobia che mi porta, ancor oggi, a provare timore quando passo da quel quartiere. Mi rendo conto che appartiene tutto al passato ma certo si è trattato di una delle esperienze più traumatiche di tutta la mia vita”.

Vardine ha molti dei sintomi della sindrome di Marfan. All’età di 13 anni le è stata diagnosticata una curvatura spinale. “Ho dovuto fare tre interventi chirurgici presso l’Ospedale ortopedico Masi e il periodo che ne è seguito è stato molto doloroso. Spesso dovevo stare in piedi, a scuola, durante le lezioni. Quando il dolore era forte, era impossibile starsene seduti. Mi dovevo alzare o dovevo camminare”, racconta Vardine, che da allora ha dovuto affrontare in totale sei interventi chirurgici.

Non mi sono potuta permettere la mediocrità’

Nonostante il modo di pesare stereotipato della società, le percezioni negative o le discriminazioni dirette, Vardine è riuscita a trovare la chiave per andare avanti: essere più d’aiuto possibile.

“Pensavo che se non fossi riuscita anche solo un giorno, a trovare qualcosa in cui potevo essere utile, la mia esistenza non aveva senso. E la gente se ne sarebbe accorta e mi avrebbe accusata di rubare il posto a qualcuno. Pensavo di dover giustificare la mia esistenza”.

L’amore di Vardine per lo studio l’ha aiutata a superare le difficoltà che ha incontrato nella sua vita e, a scuola, si è fatta buoni amici. “L’amore e l’atteggiamento positivo nei miei confronti non era un atto di pietà ma era piuttosto basato sul rispetto. In generale a scuola si pensava io fossi particolarmente intelligente e quindi, in quell’ambiente, tutti erano gentili nei miei confronti. Ho iniziato la scuola quando avevo solo 5 anni e dicono chiedessi a mia madre di portarmi a scuola anche prima. Ogni mattina mi alzavo presto e mi mettevo a leggere i miei libri di fiabe e mi raccontano sapessi leggere ancora prima di andare a scuola. Volevo essere la studentessa migliore e volevo sempre lavorare di più e meglio. Non potevo permettermi di essere mediocre”, ricorda con un sorriso.

Dopo aver finito al scuola Vardine, preparando gli esami d’ammissione da sola non potendo permettersi lezioni private, è riuscita ad entrare nel dipartimento lingue straniere dell’Istituto pedagogico statale di Vanadzor.

Il suo duro lavoro e la sua sete di conoscenza l’hanno aiutata a realizzare il suo sogno di viaggiare negli Stati Uniti, in un programma di scambio di studenti. Nel 2005 è entrata nel Williams College del Massachusetts dove ha studiato per un anno presso il dipartimento di sociologia.

“Mia nonna, ovviamente, si opponeva a tutti i miei piani riguardanti lo studio. E’ stata cresciuta in una società dove i bambini con disabilità venivano o abbandonati o nascosti. Non ha mai pensato di abbandonarmi ma non ha mai creduto che l’atteggiamento della società verso di me sarebbe potuto essere benevolo. Pensava che studiare fosse una perdita di tempo perché nessuno, poi, mi avrebbe dato un lavoro. Aveva un atteggiamento così sorprendente: nessuno che conoscevo, attorno a noi, aveva raggiunto tanti obiettivi quanti ne avevo raggiunti io. Ma nonostante tutto questo voleva che rimanessi a casa, a far niente, per evitare che qualcuno potesse offendermi. Un anno fa ero a casa con una coppia di amici. Una volta usciti lei mi ha detto che non li voleva più vedere a casa nostra. Le ho chiesto il perché e lei mi ha detto che non voleva che io soffrissi guardando loro e pensando che non avrei mai potuto avere qualcuno da amare in tutta la mia vita”, racconta Vardine.

‘Il periodo più sereno della mia vita’

Ma lei riteneva fosse importante realizzarsi e ottenere un’ottima formazione. Grazie al duro lavoro, alla sua perseveranza e grande forza di volontà Vardine è riuscita a terminare i suoi studi negli Stati Uniti e poi, per un anno, è rientrata a lavorare in Armenia per l’Ong “Capacity and Development for Civil Society”.

“Il tempo trascorso negli Stati Uniti è stato il più sereno di tutta la mia vita. Anche solo camminando per strada, avevo l’impressione che la mia colonna vertebrale fosse più diritta. Ho dimenticato i miei problemi di salute. La percezione sociale e l’approccio in genere della gente ti fa sentire un essere umano come tutti gli altri. Qui invece la gente presta molta attenzione all’apparenza fisica e costantemente ti ricorda le tue disabilità e che non rientri negli schemi definiti dalla società”, racconta Vardine.

Nel 2009 ha fatto domanda per un programma di dottorato ed è stata due anni negli Stati Uniti per studiare Pubblica amministrazione presso l’Università dell’Ohio. “Ho vissuto una vita studentesca molto interessante e intensa nell’Ohio. Rientrata in Armenia ho iniziato a lavorare alla Helsinki Citizens’ Assembly, per un breve periodo come traduttrice”. “Poi sono diventata office manager e lavoravo su programmi istituzionali di sviluppo e infine sono diventata coordinatrice della sezione monitoraggio e report sugli standard democratici. E’ da sei anni che lavoro qui ormai”, racconta Vardine sorridendo allegramente.

A Vardine piace il proprio lavoro ma ammette che la sua felicità sarebbe incompleta senza i suoi cari amici.

‘Vivi mentre sei vivo’

Le persone disabili in Armenia spesso percepiscono la propria posizione come una sorta di punizione meritata. Ma Vardine invece ha deciso che, se qualcosa non va bene, occorre cambiarla, o almeno provarci. Ha deciso di sostituire sogni e preghiere per una miracolosa guarigione della sua scogliosi con azioni molto pratiche.

Due anni fa Vardine ha incontrato Karapet Momjyan, capo dei servizi spinali dell’ospedale Erebuni, ed è riuscita a convincerlo che sarebbe stata in grado, ormai trentenne, di sopravvivere ad un’operazione molto delicata. In poche settimane Vardine è riuscita a farsi prestare i soldi necessari. L’operazione è andata meglio del previsto e ne è seguita una seconda.

La sua curvatura spinale e altri problemi di salute non sono ora completamente scomparsi ma Vardine è convinta che quest’esperienza le ha riportato la voglia di combattere. In due anni Vardine è stata in grado di restituire tutti i soldi che aveva chiesto in prestito ed ha dato i soldi che le erano stati donati a chi riteneva avesse più bisogno di lei.

Lara Aharonian, direttrice del Women’s Resource Centre, descrive Vardine come una persona dalla forte personalità e del suo essere stata da esempio per molti. Sottolinea inoltre il gran senso dell’umorismo di Vardine, che non la abbandona neppure nei momenti più bui.

“Vardine è una pensatrice positiva ed è sempre piena di speranza. Sono sempre rimasta stupita di questa ragazza di così ampie vedute e così resiliente, che è stata così coraggiosa nell’affrontare tutte quelle difficoltà e nel continuare a lavorare su se stessa per raggiungere ciò a cui aspirava, nonostante gli ostacoli incontrati al lavoro e nella vita”, afferma Lara Aharonian.

Vardine, dal canto suo, sottolinea che qualsiasi cosa lei faccia nella vita segue sempre come esempio la propria madre. “Non lo so se è avvenuto nel subconscio o coscientemente ma è accaduto che la mia vita si sia sviluppata nel realizzare ciò che lei desiderava ma non è riuscita a fare per la sua morte prematura. Il più grande complimento che ricevo è quando, per errore, qualcuno mi chiama Seda. Quelli sono i momenti in cui mi rendo conto che tutto è a posto”.

Vardine è convinta che ciascuno alla fine decide da solo come vivere la propria vita, a prescindere dai consigli che riceve dagli altri: “L’importante è non assumere il ruolo della vittima, e di vivere finché siamo in vita”.

 

Quest’articolo è frutto della collaborazione tra OC Media e il progetto Daphne, dedicato a donne che, in Armenia, hanno superato momenti bui e duri nella vita e grazie alla loro forza di volontà sono riuscite ad andare avanti

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Lugano: “Note al tramonto” fino a domenica (Ticinoonline 18.08.17)

LUGANO – L’edizione 2017 della rassegna concertistica “Note al Tramonto” dell’Associazione Aurofonie, dedicata al tema del Mediterraneo, è in corso fino a domenica 20 agosto, al Boschetto Ciani di Lugano. Inizio spettacoli ore 20.30, ingresso libero.

Il bacino del Mediterraneo è un territorio che non ha eguali nel mondo in quanto a pluralità e varietà di stili ed espressioni sonore. Sin dai tempi antichi, il Mediterraneo è stato solcato da uomini alla ricerca di novità e conquiste, animati dal desiderio di conoscenza e di dominio: il mare è stato, allo stesso tempo, un confine e un punto di unione per i popoli che si sono affacciati sulle sue coste.

Venerdì 18 agosto il “Jazz partenopeo in piano solo” di Alessandro D’Episcopo. Originario di Napoli, da quasi tre decenni è attivo in Svizzera come pianista jazz, sia in scena con alcune formazioni stabili, sia come apprezzato docente alle scuole di jazz di Zurigo, Zugo e Lucerna. Dopo la pubblicazione di diversi album con artisti della scena jazzistica svizzera, nel 2002 pubblica con il suo Trio l’album “Stella Cadente” (Altrisuoni), interpretando i brani della tradizione canora napoletana in chiave jazz. Il successo ottenuto lo porta a proseguire con altre due produzioni che strizzano l’occhio alla cultura mediterranea: nel 2007 con “Meraviglioso” e nel 2012 con “Solare” (entrambi per Altrisuoni).

Sabato 19 agosto Sandra Ranisavljevic (soprano) e Matteo Sarti (pianoforte) proporranno “Il mare in mezzo alle terre”. Il concerto è un viaggio che attraversa diverse epoche musicali, toccando linguaggi e tradizioni di musiche diverse dei paesi mediterranei, spaziando dalla musica lirica a quella popolare. La protagonista di questo viaggio è la soprano serba Sandra Ranisavljevic. Grazie alle sue origini e alla sua duttilità vocale, riesce ad interpretare un vasto repertorio musicale che spazia dalla musica operistica, cameristica e liederistica, alla musica contemporanea a quella tradizionale–folkloristica.

Domenica 20 agosto, infine, si chiude con il “Progetto NUR”, dedicato alla ricerca e alla riscoperta della musica armena a livello internazionale, attraverso la collaborazione fra il pianista e compositore italiano Andrea Manzoni e la soprano americana-armena Rosy Anoush Svazilian. NUR propone nuove sonorità sul palcoscenico musicale internazionale ispirandosi alla musica armena per creare moderne melodie adatte a un pubblico più ampio. NUR propone non solo musica originale, ma anche interpretazioni di compositori armeni quali Komitas, Berberian,Ganatchian e Sayat Nova.

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«Qui gli stessi “Orizzonti” dell’Armenia» (Il Giornale di Vicenza 12.08.17)

L’Altopiano le ricorda la sua Armenia. La scrittrice padovana di origini armene Antonia Arslan, andata in scena al teatro Millepini con lo spettacolo “Dessaran – Orizzonti”, ritorna volentieri sull’Altopiano, un luogo che le parla di casa. Quell’Armenia sempre presente nei suoi pensieri e nei suoi scritti. Terra montuosa teatro di numerosi conflitti e dove, tra il 1915 e 1916, l’Impero Ottomano attuò un genocidio da 1,5 milioni di morti, innescando una diaspora arrivata anche in Italia.

«Asiago è una città splendida – afferma Antonia Arslan –. mi ricorda la montagna armena coi suoi altipiani. Sono entrambe terre che hanno qualcosa di magico». Arslan è stata più volte ospite ad Asiago. «Ricordo una serata molto piacevole del Rotary club Altopiano nella quale conobbi Nereo Sartori, impegnato in Armenia per la realizzazione di un ospedale. In un’altra occasione venni invitata dall’allora presidente Franco Gollin dove mi annunciarono il finanziamento di un ambulatorio medico ad Arpeni, piccolo paese nel nord ovest dell’Armenia».

L’Armenia per Arslan è diventata quasi una missione. Dalla sua cattedra di letteratura italiana moderna all’Università di Padova ha iniziato una ricerca personale sul suo popolo, che poi ha condiviso con il grande pubblico prima con la traduzione delle opere del poeta armeno Daniel Varujan e poi con dei romanzi, diventando paladina della causa armena.

«Il negazionismo turco era assurdo – commenta –, oggi solo il governo prosegue con quella linea. I giovani e gli intellettuali oramai lo ammettono. Ma il sogno di re-istituire l’Impero Ottomano rimane un sogno politico per quanto anacronistico».

L’Armenia è alla base dello spettacolo asiaghese inserito nel circuito di Operaestate. «Vengono alternati testi del poeta armeno Varujan e brani miei con le musiche mediterranee di Maurizio Camardi – conclude Arslan –. È uno spettacolo intenso che racconta la storia di uomini e donne. Come sfondo ci sono le foto del pluripremiato fotografo armeno Norayr Kasper. Ho visto che il pubblico lo ha accolto molto bene e questo mi fa piacere».G.R.

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Russia-Stati Uniti: viceministro Esteri armeno, contraccolpi economia russa ha effetti negativi su paesi confinanti (Agenzianova 11.08.17)

Erevan, 11 ago 08:48 – (Agenzia Nova) – Tutti i trend negativi dell’economia russa hanno un impatto negativo sui paesi confinanti. Lo ha affermato il viceministro degli Esteri dell’Armenia Shavarsh Kocharyan, commentando le nuove sanzioni statunitensi contro Mosca. Secondo Kocharyan, “l’Armenia, ma anche l’Azerbaigian che non parte dell’Unione economica euroasiatica (Eaeu) e la stessa Georgia con le sue aspirazioni comunitarie, non sono eccezioni a questa regola”. È evidente, secondo il viceministro armeno, “che questi paesi che dipendono maggiormente dalla Russia in forme diverse, anche attraverso la forza lavoro, le relazioni economiche, l’acquisto e la vendita di beni, e quindi sono influenzati dai cambiamenti nell’economia russa”. A questo proposito, il viceministro ha sottolineato la politica economica estera dell’Armenia si basa sul rafforzamento dei rapporti con i paesi confinanti. (segue) (Res)

Diplomazia Armenia dice no all’aut aut tra Russia e USA (Sputniknews.com 10.08.17)

Il vice ministro degli Esteri armeno degli Esteri Shavarsh Kocharyan si è augurato che Yerevan non dovrà scegliere tra la Russia e gli Stati Uniti sullo sfondo del crescente confronto tra i due Paesi.

“Il mondo non è mai stato bianco o nero. Ricordo la situazione di grande tensione tra Stati Uniti e Iran, dove si era parlato persino di operazioni militari. Allora non ci eravamo schierati, siamo stati onesti sostenendo normali relazioni tra Stati Uniti ed Iran”, — ha dichiarato il diplomatico oggi, rispondendo alla domanda se l’Armenia si schiererà da una parte nel braccio di ferro tra Russia e Stati Uniti.

Secondo il vice ministro, serve chiaramente determinare gli interessi e farsi guidare da loro. “D’altra parte, naturalmente, occorre rispettare le norme internazionali del gioco”, — ha concluso Kocharian.

In precedenza aveva detto no alla scelta tra Oriente e Occidente il presidente bielorusso Alexander Lukashenko. Ha osservato in particolare che “se i partner ci porranno la questione Oriente o Occidente, Russia o Unione Europea sarà una posizione non appropriata.”

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Armenia chiama, Pordenone risponde (Imagazine.it 08.08.17)

Il Consorzio di cooperative sociali Leonardo, aderente a Confcooperative Pordenone, sta sviluppando un progetto per favorire la cooperazione in Armenia nella cittadina di Dilijan, con l’obiettivo di realizzare e commercializzare prodotti artigianali, privilegiando soprattutto l’occupazione femminile. All’interno di questa iniziativa, denominata Armenecoop, ha ricevuto la visita in provincia dei partner armeni che hanno potuto conoscere alcune realtà cooperative territorio.

“Il progetto – ha spiegato il presidente di Confcooperative Pordenone e di Leonardo Luigi Piccoli – nasce dal bisogno di creare occupazione giovanile femminile nella regione di Tavush in Armenia, dove si riscontra un alto tasso di disoccupazione”.

Il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia attraverso la L.R. 19/2000 sulla cooperazione allo sviluppo ha già permesso di avviare un percorso formativo per un gruppo di 20 giovani donne armene rispetto alle tematiche dell’occupazione, imprenditorialità e impresa sociale. Terminata la parte teorica le donne stanno sperimentando la produzione di oggetti tessili e in ceramica in modo da selezionare i prodotti più interessanti per poter avviare la loro impresa sociale.

“I rappresentanti dell’Ong armena Youth Cooperation Centre of Dilijan – ha aggiunto la vicepresidente di Leonardo Paola Marano – nelle loro visite hanno potuto approfondire il tema della cooperazione sociale, della produzione artigianale di manufatti e hanno avuto modo di prendere spunto per ulteriori attività a beneficio della collettività”.

Grazie alla cooperativa sociale Il Piccolo Principe sono stati coinvolti in un laboratorio di ceramica e hanno visto come si realizzano dei prodotti che possono replicare in Armenia. I prodotti sono anche i protagonisti dei video tutorial realizzati dalla cooperativa Nuove Tecniche e diretti a spiegare le modalità utilizzate alle donne armene. Han poi avuto modo di conoscere come è organizzato il sistema del commercio equo-solidale.

Un altro incontro si è svolto presso la cooperativa sociale Karpòs, con una base sociale a maggioranza femminile, dove hanno potuto vedere quanti servizi si possono realizzare a livello sociale e si sono dimostrati particolarmente interessanti alla parte della green economy e della raccolta di indumenti usati. La cooperativa li ha poi invitati a partecipare all’inaugurazione della scuola di italiano per i richiedenti protezione internazionale a Porcia.

Per quanto riguarda la commercializzazione dei prodotti, gli ospiti armeni del Consorzio Leonardo hanno avuto l’occasione di conoscere il nuovo progetto di e-commerce della cooperativa sociale Futura: Geneticamente diverso. Grazie a questo approfondimento sono riusciti a comprendere al meglio le varie modalità di marketing e vendita di prodotti a forte carattere solidale. Dato l’interesse dei partner per le politiche giovanili, sono stati accompagnati anche al Progetto Giovani di Casarsa, dove il referente ha illustrato le attività e iniziative che si svolgono e hanno avuto modo di scambiarsi opinioni e modalità di lavoro.

“Nei prossimi mesi – hanno concluso Piccoli e Marano – proseguiremo i contatti con l’Armenia, anche attraverso una visita a Dilijan, per condividere altre buone pratiche della nostra cooperazione, sempre attenta all’inclusione sociale e allo sviluppo diffuso delle comunità in cui opera”.

Standart. Reportage dalla prima triennale d’Armenia (2) (Atribune 06.08.17)

Prosegue fino al 30 settembre la prima edizione di Standart, triennale armena d’arte contemporanea curata da Adelina Cüberyan von Fürstenberg. Ieri vi abbiamo raccontato delle due mostre allestite nella capitale Yerevan, oggi invece siamo a Gyumri. Dove batte il cuore pulsante del progetto.

Se vuoi vedere com’era Yerevan prima dell’intervento dei sovietici, allora devi andare a Gyumri”. Questo ripetono gli armeni quando raccontano del Liberty che connotava l’architettura della capitale. E buona parte del centro cittadino di Gyumri lo conferma.
Ma qui non c’è stato un terremoto devastante nel 1988, dopo quello altrettanto spaventoso del 1923? Quello che vediamo è una ricostruzione posticcia, improntata al “dov’era com’era” di italica memoria? In realtà gli edifici d’inizio Novecento hanno resistito al sisma, mentre a crollare sono stati principalmente quelli costruiti dagli Anni Sessanta, causando la morte di circa un quarto della popolazione di quella che dal 1924 si chiamava Leninakan.

IN VIAGGIO VERSO GYUMRI

Gyumri dista circa 120 chilometri dalla capitale Yerevan ma spesso non sono sufficienti due ore per raggiungerla: lo stato delle strade in Armenia è pressoché disastroso e l’economia del Paese non è certo florida. E tuttavia, un lungo tratto della M1 è punteggiata da alacri lavori per realizzare la seconda carreggiata: chilometri e chilometri di uomini e mezzi. I conti non tornano. La risposta viene dopo aver chiesto lumi a chi in Armenia ci vive, dalla nascita o per lavoro: quella superstrada è finanziata dalla Cina, che la offre a costo zero, e nel secondo tratto – dove ci sarà bisogno di viadotti e gallerie – impiegherà anche manodopera specializzata. A che pro? Certo, da qui passa il gas, quello che scalda l’intera Europa. Ma in realtà la Cina è interessata ad altro: allo spazio, e quindi a ottenere visti, migliaia di visti, per farci vivere una piccolissima fetta dei propri cittadini – numeri esigui per il gigante asiatico, ma enormi per un Paese che ha tre milioni scarsi di abitanti.
L’Armenia cambierà rapidamente ancora una volta, dunque, a causa di una colonizzazione vellutata. Intanto è un Paese in pieno fermento, perennemente sulla soglia, sempre in viaggio. E Gyumri, città che diede i natali a Gurdjeff, non è che la tappa di un viaggio ideale verso il Monte Ararat, verso il Monte Analogo di cui narra René Daumal e che presta il titolo a questa prima edizione di Standart, triennale armena d’arte contemporanea. 

Alcune ceramiche delle sorelle Aslamazyan, Gyumri. Photo credits Arpine Haroyan
Alcune ceramiche delle sorelle Aslamazyan, Gyumri. Photo credits Arpine Haroyan

LE SORELLE GIRAMONDO

Il Monte Analogo è una parabola on the road, una crasi fra Platone e Jules Verne. Si capisce dunque perché la curatrice Adelina Cüberyan von Fürstenberg abbia scelto di allestire una delle mostre in un museo aperto nel 1987 e dedicato a Mariam (1907-2006) ed Eranuhi Aslamazyan (1910-1988). Non tanto o non solo per la qualità di alcune delle loro opere (certi dipinti, certe ceramiche) quanto per l’incredibile mobilità di questa coppia che, fra gli Anni Trenta e Cinquanta, passò dall’Africa all’India, dalla Cina alle Americhe.
Se al pianterreno del museo sono le sorelle a occupare la scena in solitaria, al piano superiore le loro opere accolgono una serie di video e film che hanno come filo conduttore più o meno esplicito il viaggio – inteso non come raggiungimento della meta ma come ricerca di sé, in pieno stile daumaliano.
Così è per … Uma história que eu nunca esqueci… (2013/2015) di Rosana Palazyan, racconto in forma di ricamo dell’esodo che la nonna dell’artista fu costretta a compiere, da Konya alla Grecia e poi fino a Rio de Janeiro. La morte come trapasso è raccontata in chiave surreale da Murali Nair in The Crossing (2008), mentre il passaggio dall’infanzia all’età adulta e poi ai propri figli è incarnata in La Mangue (2008) di Idrissa Ouedraogo. E ancora, il virulento avvicendarsi delle emozioni si affianca a una forsennata esplorazione della città in The Accordion (2010) di Jafar Panahi, mentre Jia Zhang-Ke racconta di come il turismo possa (debba?) essere frustrato in quanto negazione di ogni autenticità del viaggio (Black Breakfast, 2008).

Riccardo Arena, Āshkhārhātzūytz, 2017. Serguey Merkurov Musuem, Gyumri
Riccardo Arena, Āshkhārhātzūytz, 2017. Serguey Merkurov Musuem, Gyumri

SCRITTURA, VIAGGI E MAPPE

Un tempo si chiamava Alexandropol, la seconda città dell’Armenia. Prima di essere Gyumri, poi Leninakan e poi di nuovo Gyumri. Qui, dal 1998 al 2012, si è tenuta una biennale prodotta dal Center for Contemporary Art. Ora Standart colma un vuoto, che ben si percepisce dalla vivacità della vita culturale di questo piccolo centro vicino al confine turco.
Il cuore della neonata triennale è allestito al Sergey Markurov Museum, aperto nel 1984. Qui espone il gruppo di artisti – affiatato come ormai di raro è dato vedere – che hanno trovato il loro epicentro a Villa Kars, luogo magico voluto da un italiano, giunto a Gyumri in qualità di medico dopo il terremoto del 1988 e qui rimasto. In aprile si sono radunati la prima volta, insieme alla curatrice, per una settimana di discussioni intorno al Monte Analogo. Poi il ritorno in estate, ognuno secondo i propri tempi e le proprie modalità, ma con un palpabile spirito di gruppo. “Non è una mostra impiantata, non è una mostra OGM”, sottolinea Adelina von Fürstenberg. Questa condivisione d’intenti si palesa nei temi che percorrono le opere, fatta salva l’autonomia espressiva di ognuno degli artisti. Tre sono le direttrici più evidenti, che si incrociano con naturalezza: la scrittura, la mappa, il viaggio.
La scrittura connota le opere di Giuseppe Caccavale, che si concentra sul Viaggio in Armenia di Ossip Mandel’stam, ne ricopia i versi – sui muri, in libri d’artista –, se ne appropria per poi restituirli liturgicamente alla natura, alla natura dei luoghi stessi cantati dal poeta. Maria Tsagkari prende spunto da un racconto di Novalis, anch’esso incompiuto come quello di Daumal, che narra della ricerca di un piccolo fiore blu; quegli stessi – su quali basi negarlo – che ora costellano il soffitto a cassettoni della veranda del museo. Mikayel Ohanjanyan si ispira invece all’epopea di Pokr Mher: blocchi di basalto sono tagliati, incisi a mano con un messaggio scritto su di essi, riassemblati e tenuti stretti da cavi d’acciaio. Anche qui, la scrittura è tensione, comunicazione resa incerta e assimilata dopo lunghi sforzi. Diventa scrittura nel senso proprio del termine quando è fatta propria al punto da essere quasi un’invenzione individuale, come d’altronde è l’alfabeto armeno, creato nel 405 dal monaco Mesrop Maštoç.

Al confine tra scrittura e viaggio sono i lavori di Ayreen Anastas & Rene Gabri. Uno storyboard fitto di appunti fa da pendant a un video che racconta una deriva iniziata da un villaggio vicino a Yeghegnadzor e proseguita per piccoli e piccolissimi centri armeni. Una vera e propria ascesa l’hanno invece compiuta Marta Dell’Angelo e Gohar Martirosyan, salendo su una delle cime dell’Aragats (montagna maestosa, costretta a fungere da surrogato dell’Ararat) sulle orme di un antico rito, il monosandalismo: il video Tararà racconta questa sublim-azione di coppia, con piedi nudi che affondano nella neve e si feriscono sulle rocce, con una leggerezza però che sa di danza. La medesima danza che è necessaria per attraversare il collage praticabile che Dell’Angelo firma in una sala del museo, mentre torna a collaborare con un artista armeno (Aleksey Manukyan) nella performance One whistle 100 Dram, vendita di fischietti ricavati da ghiande (tradizione nostrana) o semi di albicocche (tradizione armena): perché, parafrasando Guénon, gli epifenomeni cambiano, la sostanza resta.
Al crocevia fra le tre tematiche stanno i lavori presentati da Benji Boyadgian: l’artista israeliano è stato, insieme a Riccardo Arena, il più tenace nello scoprire il territorio armeno, concentrandosi non tanto sui magnifici monasteri quanto sulle rovine più antiche, preistoriche. Da qui è nata una serie di disegni che “mescola differenti eredità archeologiche”, ci ha raccontato Boyadgian, “per mostrare la futilità di ogni epoca”. Allo stesso modo, le due sculture, con specchi, lenti e ossidiana, conducono su false piste interpretative: il fine è, in piena coerenza con il fine di Daumal, riconoscere se stessi.
Quanto alle mappature, anche in questo caso il medesimo approccio ha condotto ad esiti assai differenti l’uno dall’altro: Aleksey Manukyan ha lavorato con la tecnica del frottage, trasformando ampie porzioni di decorazioni murali in teorici francobolli, macro-micro-cartografie urbane; Thibault De Gialluly ha invece reso irriconoscibile la propria mappatura, intersecando fino all’inintelligibilità i layer di cui è costituita. Ma la ricchezza maggiore di dettagli è fornita da Riccardo Arena, che dispiega in tre dimensioni la topografia mistica del Monte Analogo e ne ricava una sequenza di disegni e fotografie, sculture e rocce, mappe astronomiche e tori minoici: lui pure ha viaggiato a lungo in Armenia e ha colto nel profondo il messaggio interrotto lasciato da René Daumal – l’interminabilità della ricerca della vetta.

– Marco Enrico Giacomelli

www.standart-armeniatriennale.net

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La “partita doppia” di Russia, Iran e Turchia in Caucaso e in Medio oriente (Ilsussidiario.net 06.08.17)

L’attuale situazione geopolitica del Caucaso presenta diverse analogie storiche con quella del Medio Oriente, con tre protagonisti in comune: Russia, Turchia e Iran. CARL LARKY

Il 30 luglio è iniziata in Georgia una esercitazione Nato con la partecipazione di Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Slovenia e Turchia, membri dell’Alleanza, e Georgia, Ucraina e Armenia. Questi ultimi tre Stati hanno relazioni bilaterali con la Nato e fanno parte del PfP, Partnership for Peace, alla quale ha partecipato anche la Russia fino alla crisi ucraina del 2014. L’invito alle esercitazioni era stato esteso all’Azerbaigian, che tuttavia non ha partecipato.

L’attuale situazione politica del Caucaso è conseguente alla caduta dell’Impero zarista e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica e presenta analogie con quella del Medio Oriente. Qui la situazione statuale è conseguenza della frantumazione dell’Impero ottomano. Nelle due regioni gli Stati divenuti indipendenti sono stati definiti in base agli interessi delle potenze vincitrici e alle necessità di uno Stato fortemente accentratore come quello sovietico. Sono state quindi ignorate in larga parte le differenze storiche, etniche e religiose che contraddistinguono entrambe le regioni, con le pesanti conseguenze ora sotto i nostri occhi.

Georgia, Armenia e Azerbaigian hanno alle loro spalle due disastrose guerre: quella dell’inizio degli anni 90 tra Armenia e Azerbaigian e quella del 2008 tra Georgia e Russia, continuazione di una precedente degli anni 90. Nell’agosto del 2008, l’esercito georgiano entrò nell’Ossezia del Sud dove, come nell’altra provincia dell’Abcasia, vi era un forte movimento indipendentista. La Russia intervenne a sua volta e nel giro di una settimana l’esercito georgiano fu costretto alla ritirata e le due province dichiararono l’indipendenza, riconosciuta però solo dalla Russia.

La Georgia ha avviato le procedure per entrare nella Nato, ma con una certa prudenza, date le tensioni tuttora esistenti con Mosca, ovviamente molto sensibile verso quello che considera un accerchiamento da parte della Nato. Più caute le posizioni di Azerbaigian e Armenia, che si limitano per il momento alla partecipazione al PfP e al North Atlantic Cooperation Council, costituito nel 1991 come foro di dialogo e cooperazione tra i membri della Nato e quelli del dissolto Patto di Varsavia.

La partecipazione dell’Armenia è probabilmente la causa dell’assenza dell’Azerbaigian alle esercitazioni Nato. La guerra per il Nagorno Karabakh è terminata nel 1994 con un semplice cessate il fuoco, violato più volte in tutti questi anni. Elevato è stato anche il numero di vittime civili, le ultime in un bombardamento armeno sul territorio azero all’inizio di questo luglio. Improbabile, quindi, che due Stati ancora formalmente in guerra potessero partecipare congiuntamente a esercitazioni militari.

Lascia un po’ sorpresi, peraltro, la partecipazione dell’Armenia, finora considerata alla stregua di un protettorato russo. Una recente dichiarazione ufficiale della Nato auspicava sempre più strette collaborazioni con l’Armenia, precisando che non costituiva ostacolo la sua partecipazione al Collective Security Treaty Organization e alla Eurasian Economic Union. La prima è un’alleanza difensiva, guidata dalla Russia, tra diversi Stati già membri dell’Urss, di cui facevano parte fino al 1999 anche Georgia e Azerbaigian. La seconda è una specie di Ue< guidata dalla Russia e, oltre all’Armenia, comprende Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan. Questa cautela della Nato pare condivisa da Mosca, che non ha finora preso ostentate posizioni contrarie alla decisione armena, forse perché la Russia rifornisce di armi anche l’Azerbaigian.

Questo complesso intreccio di rapporti e contrasti ci riporta all’altrettanto complessa situazione in Medio Oriente e ai suoi intricati versanti politici, etnici e religiosi. Gli armeni, indoeuropei e cristiani, sono appoggiati dai russi, gli azeri, di etnia turcica e musulmani, sono sostenuti dalla Turchia. La maggioranza degli azeri è però sciita e in questo momento la tensione tra sciiti e sunniti è particolarmente alta. I rapporti tra Azerbaigian e Iran, entrambi a maggioranza sciita, sono ufficialmente improntati a un reciproco e “fraterno” rispetto, ma rimangono di fatto piuttosto tiepidi. Baku teme l’invadenza della teocrazia iraniana; da parte sua, Teheran teme possibili minacce secessioniste della forte minoranza azera, secondo alcune stime superiore alla stessa popolazione dell’Azerbaigian.

Riappaiono così alcuni importanti protagonisti della vicenda mediorientale: Russia, Iran e Turchia, i primi due alleati, la terza a rischio di isolamento. Tutti e tre si trovano a contrastare, pur a diversi livelli, le politiche di Arabia Saudita e Stati Uniti nella regione. Ciò potrebbe portare a una non belligeranza tra la Turchia sunnita e l’Iran sciita, in vista di una divisione delle sfere di influenza in Siria e Iraq adeguata ai rispettivi interessi. Più complicati i rapporti tra Ankara e Mosca, a partire dall’annessione della Crimea fortemente contrastata dalla Turchia. Tuttavia, sono molto forti i comuni interessi economici e quelli in campo energetico, che difficilmente possono essere lasciati da parte

La soluzione pacifica dei conflitti che affliggono le due regioni rimane purtroppo ancora lontana. Ciò che emerge chiaramente è che gli Stati Uniti non si possono più considerare gli unici protagonisti del futuro assetto del mondo.

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