L’insolito concerto della cantante armena e del chitarrista ferrarese in corso Giovecca
Una insolita formazione, il Duo Gemme, composto dalla cantante armena Mayya Somogoyan e dal chitarrista ferrarese Gianluca Nannetti proporrà un viaggio “Dagli Appennini alla Senna, sognando il Don” nel concerto di questa sera, domenica 6 agosto alle 21.15, a Musica a Marfisa d’Este in corso Giovecca 170. Saranno proposte musiche e canzoni del repertorio popolare italiano, francese e armeno. L’ingresso al concerto è a offerta libera.
Mayya Sogomonyan è nata nella ex Unione Sovietica, a Maykop, città oggi della Federazione Russa. La sua famiglia originaria è di profughi armeni fuggiti dall’eccidio pepetrato dai turchi durante la Grande Guerra. All’età di sette anni si è trasferita con la famiglia nella città natale del padre e dei nonni, Akhalkalaki, che all’epoca si situava nella Repubblica Sovietica della Georgia (originalmente Akhalkalaki era una fortezza Armena). Dal 2008 vive stabilmente in Italia, a Ferrara, dove ha intrapreso lo studio del canto con ottimi esiti.
Gianluca Nannetti ha iniziato all’età di otto anni lo studio della chitarra classica con il maestro Giorgio Balboni. Dal 1976 ha iniziato ad esibirsi in pubblico come solista. Nel 1980 ha conseguito la Maturità Artistica presso l’Istituto d’Arte Dosso Dossi di Ferrara e nel 1987 il Diploma di laurea in Discipline Musicali presso il Dams di Bologna. Nel 2000 inizia la presentazione in concerto del suo vasto repertorio di chansons francesi (Brassens, Trenet, Brel e altri) che esegue sia in lingua originale che in proprie versioni italiane. È attivo anche come autore e interpete del genere “teatro canzone”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2017-08-06 14:22:462017-08-10 14:29:54Un viaggio “dagli Appennini alla Senna” alla Marfisa (Estense.com 06.08.17)
Teheran, 03 ago 08:32 – (Agenzia Nova) – Il parlamento iraniano ha ratificato l’accordo sulla cooperazione transfrontaliera tra l’Iran e l’Armenia, una misura finalizzata a rafforzare il transito delle merci attraverso i due paesi. Secondo quanto affermato dal parlamentare iraniano, Zahra Saei, all’agenzia di stampa iraniana “Mehr”, l’accordo riguarda il checkpoint di frontiera di Norduz e fa parte del piano per la gestione comune delle frontiere con i vicini destinati a mantenere positiva la bilancia commerciale dell’Iran nel periodo post sanzioni internazionali. Il parlamentare spiega che il piano mira principalmente a facilitare e velocizzare le formalità doganali. “Il valico di frontiera di Norduz è l’unico punto di transito al confine con l’Armenia”, ha sottolineato il deputato iraniano che ha infine citato alcune statistiche ufficiali sul valore delle esportazioni non petrolifere nell’ultimo anno civile iraniano (che si è concluso il 20 marzo, in base al calendario persiano), attestatesi a 107,35 milioni di dollari, mentre l’import è stato pari a 443,512 milioni di dollari. (Res)
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2017-08-03 14:36:022017-08-10 14:40:27Iran-Armenia: parlamento di Teheran ratifica accordo di cooperazione transfrontaliera (Agenzianova 03.08.17)
Provenendo dall’Europa occidentale sbarchi a Yerevan quasi sempre nel cuore della notte. I 28 gradi delle 4 del mattino preannunciano i 40 che ti accompagneranno per tutto il giorno fino a sera, quando una gradevole brezza rinfrescherà la canicola bollente con cui sarai costretto a convivere fino ad allora. Con il suo tipico clima continentale, l’Armenia sconta sul suo territorio la presenza massiccia delle montagne del Caucaso, confine naturale tra l’Europa e l’Asia, rilievi che divide con Georgia, Azerbaidjan, parte della Turchia e di alcune Repubbliche più o meno autonome della Russia, quali la Cecenia.
Il sistema montuoso impedisce d’estate che le correnti del nord rinfreschino il suo clima torrido, d’inverno che l’aria calda del sud la riscaldi. Il risultato è una escursione termica tra le stagioni di 60 gradi come in nessun’altra parte del mondo. La città, pur ordinata e pulita, non ha il fascino della vicina Tblisi con cui è molto ben collegata. Tuttavia alcuni scorci ricordano che questa città ha vissuto tante epoche, dal dominio ottomano sino a quello sovietico, ed ognuna ha lasciato una testimonianza assolutamente evidente.
Centro culturale di primaria importanza, Yerevan si distingue per i tanti teatri, molti dei quali in periferia e per il primato che ha sempre vantato in campo musicale, un ambito in cui si distinguono grandi eccellenze in una regione che peraltro non scarseggia affatto di talenti. Sicura e cordiale Yerevan accoglie i visitatori in una atmosfera gentile e rilassante che fa dimenticare la frenesia che sempre più invade la nostra vita occidentalmente “evoluta”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2017-08-02 14:57:272017-08-10 15:00:12Yerevan: il segreto della lunga vita custodito in Armenia (Blitzquotidiano.it 02.08.17)
ROMA – Tra il 24 ed il 25 Aprile del 1915, nel cuore della notte, a Costantinopoli, la polizia bussa alla porta di centinaia di intellettuali, scrittori, giornalisti, avvocati e pure di qualche delegato al parlamento di origine armena. Gli sbirri turchi li invitano immediatamente a lasciare il Paese attraverso i deserti dell’Anatolia.
Dietro di loro, un altro 1.800.000 di armeni sono costretti dalla mattina alla sera a lasciare la Turchia a piedi o al più con mezzi di fortuna assolutamente inidonei alla traversata. La decisione di allontanarli dal Paese fu presa da un gruppo politico chiamato i “giovani turchi”, un movimento nazionalista che con un colpo di Stato si impadronì del potere spodestando il sultano Hamid.
Il loro proposito era di modernizzare il regno ottomano rendendolo più aperto all’Occidente. Di quel gruppo faceva parte anche Kamel Ataturk, futuro padre della Patria. L’ideologia panturchista, imponeva la pulizia etnica. Con diversi metodi e con la scusa di salvarli dagli eventi bellici in corso contro le armate russe, gli armeni vennero deportati e massacrati.
Il lavoro sporco fu fatto da un tedesco, Friederich Bronsart von Shellendorf, generale dell’impero ottomano, nell’ottica delle relazioni che storicamente legavano i turchi ai prussiani. Ai curdi, conniventi con gli ottomani, andarono in premio i beni espropriati agli armeni. Di quel milione e ottocentomila armeni, ne sopravvissero meno di trecentomila.
Il massacro fu scientificamente programmato. Furono uccisi prima gli intellettuali poi gli uomini ed infine gli anziani, le donne e i bambini. Restano tracce dei documenti segreti con cui venne ordinato il genocidio. Codici criptati oggi comservati al Memorial Armenian Genocide di Yerevan.
Alcuni militari subordinati non li avevano distrutti per poter dimostrare in futuro di avere solo eseguito ordini. Al processo che si tenne a Malta contro i militari responsabili turchi, intentato dagli inglesi, in effetti non si riuscì a dimostrare la volontà di sterminio da parte dell’esercito turco e tutti e 144 imputati vennero rilasciati.
Consumato alla vigilia della grande guerra, il genocidio armeno è definito la prova generale dell’Olocausto. Una ferita mai più rimarginata nel popolo armeno ed in quello ancora più numeroso della diaspora di questa gente sfortunata e meravigliosa.
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Il Sindaco di Forte dei Marmi, Bruno Murzi, ha ricevuto Victoria Bagdassarian, ambasciatore dell’Armenia presso la Repubblica Italiana. Il diplomatico, in Versilia nell’ambito di una missione organizzata da Andrea Giannotti, direttore dell’Istituto di Studi Eurasiatici è stata ricevuta dal primo cittadino per valutare una futura cooperazione tra il Comune e l’antico paese caucasico. Il Sindaco Murzi ha illustrato la realtà fortemarmina, evidenziando non solo la tradizione turistica ormai secolare, ma anche le ulteriori potenzialità date dalla posizione privilegiata della cittadina che abbraccia tutta la Toscana centro-settentrionale e parte della Liguria.
L’ambasciatore, al termine dell’incontro, ha espresso il desiderio di farsi promotrice della bellezza di Forte dei Marmi in Armenia, organizzando quanto prima un servizio televisivo. Victoria Bagdassarian ha inoltre dichiarato l’intenzione di avviare progetti di collaborazione e studio con la nostra cittadina, per lo sviluppo di alcune località turistiche armene.
L’Armenia è oggi un paese con un’economia dinamica e in costante crescita, membro dell’Unione Eurasiatica e partner dell’Unione Europea. Per l’Italia rappresenta un interlocutore importante e l’inizio dei rapporti di interscambio e relazioni con Forte dei Marmi potrà contribuire al consolidamento. Con tale auspicio il sindaco Murzi e l’ambasciatore Bagdassarian si sono salutati, con l’impegno di porre in essere quanto prima iniziative concrete.
Il sindaco di Forte dei Marmi, Bruno Murzi, ha ricevuto Victoria Bagdassarian, ambasciatore dell’Armenia in Italia. Il diplomatico, in Versilia nell’ambito di una missione organizzata da Andrea Giannotti, direttore dell’Istituto di studi eurasiatici è stata ricevuta dal primo cittadino per valutare una futura cooperazione tra il Comune e l’antico paese caucasico.
Il sindaco Murzi ha illustrato la realtà fortemarmina, evidenziando non solo la tradizione turistica ormai secolare, ma anche le ulteriori potenzialità date dalla posizione privilegiata della cittadina che abbraccia tutta la Toscana centro-settentrionale e parte della Liguria. L’ambasciatore, al termine dell’incontro, ha espresso il desiderio di farsi promotrice della bellezza di Forte dei Marmi in Armenia, organizzando quanto prima un servizio televisivo. Victoria Bagdassarian ha inoltre dichiarato l’intenzione di avviare progetti di collaborazione e studio con la nostra cittadina, per lo sviluppo di alcune località turistiche armene.
L’Armenia è oggi un paese con un’economia dinamica e in costante crescita, membro dell’Unione Eurasiatica e partner dell’Unione Europea. Per l’Italia rappresenta un interlocutore importante e l’inizio dei rapporti di interscambio e relazioni con Forte dei Marmi potrà contribuire al consolidamento. Con tale auspicio il sindaco Murzi e l’ambasciatore Bagdassarian si sono salutati, con l’impegno di porre in essere quanto prima iniziative concrete.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2017-08-01 14:44:282017-08-10 14:47:20Il sindaco Bruno Murzi incontra l’ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia (Versiliatoday 01.08.17)
LUGNANO IN TEVERINA- Riscoprire le proprie radici, la propria storia e nello stesso tempo andare alla scoperta delle culture e delle musiche di popoli lontani solo in apparenza, solo per le distanze chilometriche. La Settimana della Cultura di Lugnano in Teverina ha mostrato che tutto questo è possibile.
Sabato pomeriggio, davanti alla chiesa Collegiata, si è esibita Sona Hakobyan, pianista e flautista armena da sempre impegnata nella diffusione della cultura e della storia del suo paese attraverso la musica. La Hakobyan sta facendo il giro dei Borghi dell’associazione Borghi più Belli ed a Lugnano ha proposto ‘Armenia nel medioevo’, una serie di musiche e canti tradizionali del paese caucasico, accompagnandosi oltrechè alle tastiere, al flauto armeno, realizzato in albicocco. Lo stesso strumento a fiato racconta la storia dell’Armenia, il cui simbolo nazionale è proprio l’albicocca e proprio attorno al frutto, al suo nocciolo c’è tutta una simbologia storica.
Dall’Armenia a Cerveteri. Domenica invece, Lugnano è andato alla riscoperta delle proprie radici e della propria gente. La giornata è stata infatti dedicata a Raniero Mengarelli, archeologo lugnanese nato nel 1863. Una iniziativa organizzata dal Comune per far conoscere alla cittadinanza la figura di questo illustre concittadino a cui si deve una grande attività di scavi archeologici nell’Italia centrale tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 tra cui tutta l’area etrusca della Banditaccia di Cerveteri e la riorganizzazione e del Museo di Villa Giulia a Roma.
A Palazzo Pennone, sede del comune, sono intervenuti il presidente della Provincia Giampiero Lattanzi, Rita Cosentino e Maurizio Pellegrini della Soprintendenza ai beni culturali del Lazio, Giovanni Altamore e Francesco Giordano di quella umbra, Sergio Rinaldi Tufi dell’Università di Urbino e il sindaco di Cerveteri Alessio Pascucci con l’assessore Lorenzo Croci.
Da questa conferenza sono nate le basi per realizzare un gemellaggio archeologico tra Lugnano e Cerveteri grazie alla presenza di due realtà importanti come l’area etrusca della Banditaccia a Cerveteri e il sito di Poggio Gramignano. Durante la conferenza l’archeologo David Pickel dell’università di Standford, nel suo ultimo giorno di permanenza a Lugnano, ha illustrato i risultati della campagna scavi 2017 appena conclusasi.
Dopo la conferenza a Palazzo Pennone è stata intitolata una piazza adiacente al Comune a Raniero Mengarelli con una cerimonia ufficiale alla quale hanno partecipato tutti i relatori invitati e tutte le autorità civili e religiose del paese. Ora il Comune di Lugnano parteciperà a breve ad una iniziativa culturale nel Comune di Cerveteri per l’inizio di una collaborazione ad ampio raggio dalla quale potrebbero nascere spunti di sviluppi importanti nel ricordo di Raniero Mengarelli come volano di promozione delle due realtà archeologiche.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2017-07-31 14:48:552017-08-10 14:50:12Lugnano in Teverina, filo rosso culturale con Cerveteri e l’Armenia (Lanotiziaquotidiana 31.07.17)
Fra luci e ombre, nessun altro luogo come l’Armenia ci racconta in modo così significativo il tracollo del sistema sovietico. Anni drammatici che, in questa piccola repubblica caucasica, non sembrano aver avuto mai una fine, quasi destinati a ripetersi ogni giorno, come in una maledizione. Certo è che nessun altro Paese, fra quelli nati con la caduta dell’Urss, ha pagato in modo più rovinoso – da un punto di vista sociale ed economico – le conseguenze di questa svolta, le cui cicatrici si trovano disseminate un po’ ovunque: dalle città fatiscenti e sempre più svuotate, ai corpi curvati e sofferenti degli anziani, che si sono trovati, dall’oggi al domani, privi di cure mediche adeguate in quello che era considerato, un tempo, un luogo all’avanguardia dell’industrializzazione sovietica.
Una transizione dolorosa, incompiuta, avvenuta in tragica congiuntura con altri due eventi di cui ancora sono ben visibili gli effetti: il terremoto di Spitak del 1988, in cui persero la vita 25mila persone, e lo scoppio del conflitto tuttora in corso con l’Azerbaigian per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, la più dimenticata fra le guerre del nostro tempo. Eppure, l’Armenia di oggi < pur se nascosti a un primo sguardo ha tratti di modernità sorprendenti, che la proiettano la capitale Yerevan, grazie anche al contributo della diaspora, in una dimensione cosmopolita e competitiva, da un punto di vista culturale e tecnologico. Questo a dispetto della precarietà di uno stato isolato, con due confini invalicabili da oltre due decenni, a causa del blocco imposto da Turchia e Azerbaigian, fra antichi spettri (il genocidio del 1915, nodo irrisolto con Ankara) e una corsa al riarmo, che fa dell’Armenia uno dei primissimi Paesi al mondo nel rapporto fra spese militari e Pil. Una nazione che sembra – ieri come oggi – sempre sull’orlo del collasso, salvo poi rinascere, eterna fenice.
Nella città di Alaverdi, quasi al confine con la Georgia, o nel distretto di Shengavit, a Yerevan città antichissima, ma nella sua forma attuale nella quasi totalità sovietica incombono gli scheletri immensi delle industrie abbandonate dell’Urss, materia per una futura archeologia del socialismo reale.
C’è poco di cui stupirsi, allora, se l’Armenia di oggi per sopravvivere debba fare ancora affidamento da un punto di vista economico, militare e delle risorse sulla Russia, che nutre e foraggia oligarchi locali i quali, a suon di monopoli, rischiano sempre più di strozzare i buoni risultati raggiunti dalla democrazia armena. A poco serve una libertà formale, sulla carta, quando le diseguaglianze sono così marcate, e un cittadino su tre vive sotto la soglia di povertà. Come a poco sono servite, fino a oggi, le ondate di proteste che sono proseguite pressoché ininterrotte dal 2013 al 2016. Proteste di carattere sociale ed economico, ma in cui è emersa in modo sempre più netta un’insofferenza diffusa nei confronti di Mosca.
Tutti in fuga dall’Armenia, allora che, secondo una recente indagine, è ai primissimi posti al mondo fra i Paesi da cui si vorrebbe andar via. Batte persino la Siria, secondo i dati riportati da Gallup. Il 47% degli adulti armeni dichiara che vorrebbe emigrare, mentre quella per la demografia si profila come una lotta per la sopravvivenza, per un Paese con meno di tre milioni di abitanti e in guerra da un quarto di secolo. In questo quadro a tinte fosche, non mancano alcune note positive: su tutte, il rapido sviluppo del settore IT. L’Armenia, con 450 imprese, produce ed esporta software e tecnologie in oltre venti stati. Ma non basta. Troppi gli interrogativi e le incertezze, in questo Paese ancora sommerso dalle macerie e dalla cenere.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2017-07-31 14:47:352017-08-10 14:48:36La società fluida dell’Armenia (Il Manifesto 31.07.17)
Reportage. Viaggio nel paese dei melograni e gli albicocchi. L’Armenia ospita la prima edizione della Triennale d’arte contemporanea, a cura di Adelina Cüberyan von Fürstenberg, che ha invitato gli ospiti in mostra a ispirarsi al Monte Analogo di René Daumal
«Perché una montagna possa assumere il ruolo di Monte Analogo, è necessario che la sua cima sia inaccessibiloe, ma la sua base accessibile agli esseri umani quali la natura li ha fatti. Deve essere unica e deve esistere geograficamente. La porta dell’invisibile dev’essere visibile». Scriveva così nella sua esplorazione fantastica René Daumal, poco prima di morire – era il 1944 -, in quel romanzo rimasto incompiuto (Il Monte Analogo, Adelphi per l’Italia) in cui il lettore segue le avventure di un gruppo di alpinisti-filosofi che s’ingegnano nella ricerca di possibili pratiche di ascensione. Non sapremo mai come andò veramente a finire, ma possiamo invece seguire una mappa che dai territori immaginari dello scrittore francese agganci approdi in luoghi di densa realtà.
Mikayel Ohanjanyan, The Doors of Mher, 2017, credits Maria Tsagkari
L’ANOMALIA GEOGRAFICA
A capire meglio lo spirito con cui Daumal animò le sue pagin, ci aiuta un’altra vetta inaccessibile, sacra come poche al mondo: è il monte Ararat, oggi in Turchia, nella cui cima perennemente innevata la leggenda narra si nascondano i resti dell’Arca di Noè, protetta da strati di ghiaccio millennari. Lì, a una manciata di chilometri da Yerevan, nella valle dove volano alte le cicogne e si dice che Noé stesso avesse lasciato germogliare il suo giardino fiorito, lì dove sorge il monastero intorno al pozzo nel quale fu imprigionato per 13 anni il fondatore e santo patrono della Chiesa apostolica armena, Gregorio Illuminatore, gli abitanti di Yerevan possono gettare come una rete il loro sguardo lontano, ma non è dato loro di attraversare il confine di quella terra che un tempo era loro. L’Ararat buca il cielo con i suoi 5137 metri di altezza, ma è quasi una fortezza, sorvegliata dai militari turchi disseminati in verdi torrette. La frontiera scorre con le acque del fiume Aras: al di qua pescano gli armeni, sull’altra sponda ci sono i turchi. E l’Ararat, simbolo dell’Armenia fin dall’antichità, non è più raggiungibile per quello stesso popolo stretto per secoli tra dominazioni diverse, dopo aver vissuto ciclicamente massacri, distruzioni, spostamenti di confini, negazioni identitarie e, infine, aver sperimentato miracolose e cicliche rinascite.
PARADISI TERRESTRI
È per questo che una Triennale d’arte contemporanea intitolata The Mount Analogue non poteva che prendere vita in Armenia, ripercorrendo una topografia culturale complessa, a ritroso, spingendo gli stessi artisti invitati a viaggiare per il paese, alla ricerca di una propria «iniziazione».
In realtà, la mostra curata da Adelina Cüberyan von Fürstenberg, appena inauguratasi fra Yerevan e Gyumri (la prima parte visitabile fino al 30 settembre, la seconda aprirà il 14 settembre e chiuderà l’anno 2017) è, più che una collettiva che mette insieme disparate sensibilità creative, una «esperienza di condivisione».
Maria Tsagkari, Part Two, The Expectation, 2016, Sergej Merkurov Museum, Gyumri, credits Maria Tsagkari
Un’esperienza che affonda le sue radici nella biografia stessa della curatrice (di origini armene pur se nata a Istanbul e cresciuta in Europa) e nell’incontro con un libro che prende su di sé le funzioni favolistiche di un tappeto magico, come il romanzo di René Daumal. Già alla guida del padiglione armeno alla Biennale veneziana del 2015, vincitore del Leone d’oro, Adelina Cüberyan von Fürstenberg è convinta che l’Ararat sia, come il Monte Analogo, «un sacro paradiso terrestre che s’intreccia con la storia contemporanea». A svelarle l’esistenza di Daumal fu un personaggio eccentrico come Meret Oppenheim: la andò a trovare a 16 anni e la colse immersa nella lettura di quel libro misteriosissimo. E dopo ci fu il Monte Verità e un utopista come Harald Szeemann.
POLVERI D’ALFABETO
Per la mostra, ci sono voluti i sopralluoghi di ottobre e aprile, gli approfondimenti storici sul paese e, una volta catturato con il proprio corpo il magnetismo sprigionato dalle pietre armene (basalto, ossidiana, tufo rosso e nero), gli artisti hanno realizzato installazioni site specific, interrogandosi sulla conoscenza. Ognuno, naturalmente, l’ha fatto a modo suo, spesso discutendo per intere serate in piccole comunità nel giardino fiorito della residenza Villa Kars di Gyumri, la seconda città dell’Armenia che conserva ancora il suo antico fascino architettonico, nonostante le devastazioni subìte con il terremoto del 1988.
Gyumri non è una location casuale per la Triennale: nacque qui il filosofo e mistico Georges Ivanovitch Gurdjieff, procacciatore di conoscenze esoteriche e danze spirituali che ebbe come allievo anche l’inquieto René Daumal. È qui, dunque, nella vecchia Alexandropolis un po’ sciamanica che gli artisti hanno scelto i set per le loro opere (al Museum of National Architecture and Urban Life, al Sergey Merkurov Museum e alla galleria di Mariam and Eranuhi Aslamazyan Sisters).
Giuseppe Caccavale (Napoli, 1960, vive tra Parigi e Bari) si è affidato alle intuizioni di Osip Mandel’stam e al suo poema dedicato all’Armenia, lavorando con i ragazzi del posto, incidendo sui muri versi estatici. «Ho conosciuto Mandel’stam attraverso Paul Celan, nel 1990. È subito diventato il mio Duchamp: avevo un gran bisogno di alfabetizzare i miei occhi. E proprio in Viaggio in Armenia Mandel’stam annunciava che gli occhi sono lo strumento del pensiero… Ho ritrovato il suo libro inciso con forza nella speziata geografia armena. Le sue parole sono precisissime, prendono per mano lo sguardo esterno e lo porgono a quello interno. È tutto un soprassalto di meraviglia acustica: camminando, suona tutto attraverso quella lingua fatta di lettere in forma di uncini e tenaglie. Ho gustato il migliore piatto della cucina armena: la polvere del suo alfabeto».
Riccardo Arena, Āshkhārhātzūytz, Visual Chrestomathy of the Mount Analogue Inland Peak Expedition, 2017
TOPOGRAFIE INTERIORI
Riccardo Arena (Milano, 1979) invece ha seguito il suo stupore e si è impadronito del meccanismo narrativo del Monte Analogo, percorrendo strade interiori e strade «esterne», da scavare nel passato insieme agli archeologi. Ha fiutato tracce, orografie, reperti e ha costellato il suo cammino di radiografie che scandagliassero le viscere del monte, l’interno del suo picco, offrendo una sorta di laboratorio da cui partire per le esplorazioni di territori ignoti, indagati soprattutto attraverso la potenza delle loro rocce (ossidiana).
Mikayel Ohanjanyan (nato a Yerevan nel 1976, vive a Firenze) ha proceduto a ritroso, reimmergendosi nelle leggende fondative del suo paese – un assaggio della complessità di quella tradizione orale e scritta l’avevamo avuta in Biennale nel 2015 con il fiabesco Rotolo armeno di Gianikian Ricchi-Lucci, splendido archivio di storie perdute e ritrovate. In The Door of Mher, Ohanjanyan ha rispolverato l’epos di un eroe tragico, maledetto dal suo stesso padre, rinchiuso in una cavità vicino al lago di Van, da cui si narra uscisse due volte l’anno per tastare la salute del mondo. Ogni volta, però, tornava sdegnosamente nel suo eremo: non era ancora tempo per gesta memorabili. L’artista ha deciso di invitare questo laico messia a uscire dalla tana: lo ha fatto tagliando a metà grandi pietre e graffitando al loro interno una lettera accorata, che per gli altri (i non eletti) resta visibile solo in minima parte. Un cavo d’acciaio tiene in tensione le parti del basalto scolpite
Benji Boyadgian, Sedimentary Derivations, 2017
Marta Dell’Angelo (Pavia, 1970) ha scartato la terra e ha guardato all’insù, verso il cielo, puntando direttamente al campo base della scalata del Monte Analogo. Per raggiungere la vetta, bisogna partire da lì e, simbolicamente, è necessaria una staffetta umana. Nulla può essere lasciato incustodito. I suoi «pezzi», che compongono un collage ad alto impatto visivo, sono frammenti raccolti in un itinerario che ha messo in gioco emozioni, letture, sensazioni di viaggio, conoscenza delle tradizioni di civiltà antiche. In collaborazione con Aleksey Manukyan, Dell’Angelo ha dato anche vita alla performance One Whistle 100 Dram, dove proponeva al pubblico fischietti fatti con semi di albicocche (frutto nazionale) e ghiande italiane. Infne, ha scalato la cima del monte Aragats, la più alta d’Armenia, vivendo l’esperienza in coppia e praticando il rito del monosandalismo (un calzare al piede e l’altro nudo) tra nevi e impervie salite, procedendo zoppicante verso l’«iniziazione» ultima.
Il melting pot architettonico, storico e spirituale dell’Armenia è invece il filo rosso che lega i disegni dell’artista israeliano Benji Boyagian. Viaggiando, ha setacciato dentro di sé le concrezioni, i «resti» del paesaggio e li ha restituiti con tratti lievi, in schizzi a inchiostro, lasciando che il contesto sparisse. Galleggiano nell’aria, eterei, chiese, ponti, palazzi sovietici, rovine, acquedotti romani, indicando una rete di assonanze che, frammento dopo frammento, compongono una idea di mondo.
SCHEDA
«Distant Fragments» è la retrospettiva dedicata al fotografo modernista brasiliano (di origini armene) Gaspar Gasparian, curata da Ruben Arevshatyan, presso l’Agbu di Yerevan (ex sede del Parlamento, dal 1906 al 2000), inserita nel contesto della prima edizione della Triennale Standart. Fino al 30 settembre, si potranno vedere le immagini immortalate da Gasparian – nato a São Paulo nel 1899 e morto nel 1966 -, considerato tra i fondatori della scuola di fotografia di São Paulo. Sue le visioni aeree astratte, con prospettive a volo d’uccello che creano delle distorsioni percettive e raccontano gli spazi urbani con luce e linee frammentate. Sempre per la Triennale, presso lo Hay-Art Cultural Center, è approdata l’installazione di Ilya e Emilia Kabakov «20 ways to get an apple listening to the music of Mozart» (il più amato fra i compositori per gli artisti russi) e «Concert for a fly». Un grande tavolo occupa lo spazio e al centro, non raggiungibile dalle mani umane, campeggia una mela, la protagonista filosofica dell’opera, mentre i disegni e i testi accanto ai piatti raccontano – come in un fumetto che si srotola – le possibilità di «vicinanza» con quel frutto.
La storia dell’architettura armena è inseparabile da quella dell’Impero romano d’Oriente, ovvero Bizantino, che nel lungo periodo che va dalla fondazione di Costantinopoli (324 d.C.) alla conquista dei Turchi (1453) assunse lineamenti suoi propri nella lenta trasformazione dal paganesimo alla religione cristiana, con i suoi aspetti di appropriazione della città antica dei suoi edifici e monumenti.
Altrettanto indivisibili, però, sono gli scambi che l’Armenia, con la vicina Georgia, ebbe all’incirca dal V secolo, con le regioni confinanti: la Mesopotamia, l’Anatolia, la Siria. La sua particolare posizione geografica, le conseguenze politiche (e belliche) della sua prossimità alla Persia, una coscienza radicata di autonomia espressa anche dalla sua chiesa, permise lo sviluppo di un’architettura che divenne egemone nell’Oriente cristiano.
Superato l’impianto basilicale con volta a botte su due file di pilastri (Basilica di Ereruk), la maestria degli architektones armeni, ma soprattutto dei mechanikoi – chi sapeva di calcolo – risultò ineguagliabile nell’abilità di coprire con una cupola lo spazio liturgico con pianta quadrilatera e absidata su tre lati (tetraconco).
Khor Virap
VIRTUOSISMI
La particolare articolazione della pianta, che nelle espressioni più complesse contiene diverse nicchie, riflette all’esterno le loro sporgenze, le quali creano un particolare gioco stereometrico al quale contribuisce l’emergenza della cupola con il suo tamburo. «Il virtuosismo degli architetti armeni del VII secolo è indubbio – scrive lo storico inglese Cyril Mango – la loro originalità più difficile da provare». Molteplici, infatti, sono state, come si è detto, le influenze subite in quella parte di mondo che, come per l’arte bizantina, non aveva reciso i suoi rapporti con l’antichità (ellenica) e dove si sostennero, attraverso l’alacre impegno delle comunità monastiche, luoghi per il culto disseminati un po’ dovunque nelle valli, sugli altipiani e su colline in posizione sempre dominante.
Nei «secoli bui» della decadenza dell’Impero fiorirono la cattedrale di Echmiadzin (IV sec.), le chiese di Santa Ripsima (618), di Santa Gaiana, di Zvartnots (VII sec., nell’omonimo sito archeologico) e di Shoghakat (ricostruita nel 1694 sulle rovine di una chiesa del VII sec.). Dal 2000 questi luoghi sono stati riconosciuti dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Le chiese di Echmiadzin, la capitale religiosa dell’Armenia, distante venti chilometri da Yerevan, la capitale politica, possono per ora considerarsi salve e la conservazione del patrimonio culturale, è da sempre al centro della politica culturale armena. Non possiamo dire altrettanto nel territorio turco.
Occorre riflettere sul fatto che quando il cinquantenne Joseph Strzygowski esponeva la tesi del primato dell’arte e dell’architettura armena, e più in generale dell’influenza decisiva dell’Oriente, nei confronti della culturale artistica dell’Europa, l’Impero Ottomano tra il 1915 e 1916 perpetrava il genocidio degli armeni, rei di non essere altrettanto nazionalisti come i «Giovani Turchi» saliti al potere.
Se il «grande crimine» è ormai argomento -ancora molto discusso – della storia, permane aperta la questione di quello «culturale», secondo la definizione che ne diede Rafat Lemkin, «un eroe dell’umanità», come titola il saggio di Agnieszka Bienczyk-Missala (The Polish Institute of International Affairs, Varsavia, 2010), rivolto alla battaglia dell’avvocato polacco contro ogni forma di genocidio (ne coniò il termine) ovunque questo si manifesti nel mondo.
Resti della cattedrale di Zvartnots
FOGA DISTRUTTRICE
Come si può infatti leggere nel sito web «The Armenian Genocide Museum-Institute» (www.genocide-museum.am) la parola «genocidio non si riferisce solo allo sterminio fisico di un gruppo nazionale o religioso, ma anche alla sua distruzione spirituale e culturale».
Per questo è sufficiente scorrere nel sito le immagini di architetture cristiane di epoca tra il VI sec. e il X-XI sec., provenienti da fotografie scattate prima del genocidio armeno messe a confronto con quelle di anni recenti, dopo le distruzioni compiute nel corso di tutto il Novecento e quando questi luoghi sono diventati possedimenti turchi. Del monastero di Salnapat (X-XIII sec.) a Van, nel villaggio di Koghbantz che uno scatto del 1900 lo mostra in tutta la sua intera e larga dimensione, nel 2004 non ne resta più traccia, mentre al posto del villaggio-monastero di Narek oggi c’è una moschea.
Le testimonianze della civiltà armena sono ridotte in rovine: il monastero di Khtzkonk (VII-XIII sec.), di Bagnayr (XI-XIII sec.), il tempio di Tekor (V sec.), e molti altri ancora. Secondo stime dell’Unesco, nella Turchia orientale dopo il 1923 su 913 monumenti storici armeni più della metà sono svaniti completamente, 252 sono in rovina e 197 hanno bisogno di restauri. Ora poiché questi sono numeri risalenti al 1974 la situazione oggi è sicuramente più grave, ma nonostante i richiami del Consiglio d’Europa tutto procede come se nulla fosse e i monumenti della storia e della cultura armena (quel che resta) continuano a essere saccheggiati e distrutti nella repubblica di Erdogan.
SCHEDA
La scoperta del modernismo sovietico della seconda metà del XX secolo con la mostra nel 2012 all’Architekturzentrum di Vienna (Sowjetmoderne 1955-1991. Unbekannte Geschichten) seguente la pubblicazione del libro fotografico di Frédéric Chaubin «CCCP Cosmic Communist Costructions Photographed» (Taschen, 2011), ha determinato il lento processo di rivalutazione delle architetture dell’epoca di Nikita Krusciov così singolari per la loro straniante configurazione volumetrica, in bilico tra sogni cosmici e magniloquenza ideologica. Anche in Armenia se ne possono vedere importanti esempi. Nella capitale Yerevan, Stepan Kyurkchyan disegna la «Komitas Chamber Music House» (1977), un monolite di pietra e vetro, e Zhanna Mescheryakova la «Casa di scacchi Tigran Petrosyan» (1967-1970). La Stazione Metro Yeritasardakan (1972-1981) di Stepan Kyurkchyan è un cilindro che si conficca in diagonale nel suolo, mentre il «Cinema Rossiya » (1975) degli architetti Spartak Khachikyan, Hrachik Poghosyan e Artur Tarkhanyan sono due prismi curvi che si poggiano su un basamento di negozi. Nella penisola di Sevan, il resort estivo (1965) di Gevorg Kochar, Levon Cherkezyan, Mikael Mazmanya, in corso di restauro, conferma quanto ha scritto Ruben Arevshatyan riguardo il rispetto che gli armeni hanno dell’eredità sovietica; ormai hanno compreso il legame tra la «conservazione del patrimonio architettonico moderno e la difesa dello spazio pubblico: improvvisamente, la discussione e l’atteggiamento verso questi edifici sono diventati politici». ma. giu
Armenia. Armeno fino in fondo, nato in Georgia, autore di capolavori realizzati tra lunghi anni di prigione e lavori forzati
Nel 1988 Venezia lo festeggia con il Leone d’oro alla carriera e scompare due anni dopo, il 20 luglio del 1990. Nel lungo elenco dei registi perseguitati e imprigionati, Sergej Paradzanov ha avuto un posto speciale perché le sue opere volano così in alto da non poter essere afferrate. Perfino il suo nome aveva subito una cancellazione, l’armeno Paradzanian sovietizzato in Paradzanov, catalogato come regista russo o georgiano, ma in realtà prendeva posto là dove c’era poesia. «Armeno fino in fondo» si dichiarava. Era nato a Tbilisi in Georgia da genitori armeni nel 1924, aveva studiato all’Istituto del cinema di Mosca, il Vgik, iniziato a lavorare a Kiev in Ucraina. Il primo film che gli diede una grande notorietà fu Le ombre degli avi dimenticati (1964) da un romanzo dello scrittore ucraino Kocjubinskij, storia d’amore tra due ragazzi di famiglie nemiche, un dramma intessuto di mitologia dei Carpazi, popolato da figure arcane, visionario tanto da essere completamente fuori linea rispetto alle regole della cinematografia sovietica, un film che non poté neanche accompagnare a Mar Del Plata dove fu premiato perché da subito venne osteggiato per la sua ardita composizione che si rifaceva in parte alle avanguardie, al surrrealismo, ma soprattutto a una visione assolutamente personale, dove lo sguardo si perde in prospettive inaspettate.
Nei pochi fim che riuscirà a girare nella sua vita – è stato più il tempo passato in prigione – saranno concentrate le suggestioni della cultura armena, georgiana, ucraina attraverso le opere d’arte medievali, le miniature, le tradizioni etniche, i tessuti, i tappeti, gli oggetti, i canti, l’eco del surrealismo nel cinema.
SAYAT NOVA
È del 1969 Il colore del melagrano (1969, Sayat nova-Cvet granata) ispirato a Sayatyan, poeta, musicista, «trovatore» del Rinascimento armeno del settecento che scrisse con lo pseudonimo Sayat Nova in un periodo di grande oppressione culturale. Nel film Sayat Nova vive a corte a Tbilisi, come musicista e si innamora di un impossibile amore per la regina della Georgia (interpretata da Sofiko Chiaureli, grande nome del cinema georgiano, sua musa). Ma, avvertono i titoli di testa, questo film non narra la vita di un poeta, si sforza di riprodurre i moti della sua anima attingendo alla poesia medievale. Un susseguirsi di quadri, che affascinano lo spettatore tanto da non rendersi conto che è già parte del tessuto di immagini. Bisogna ricordare che la politica sovietica tendeva ad uniformare le diverse nazionalità, alla «sovietizzazione» e se i cineasti si ispirano ad elementi nazionali sono pur sempre tenuti sotto controllo, come quando il regista Maljan (che Paradzanov considera un grande regista) nel suo epico «Naapet» (’77) parla del tragico destino di un milione e mezzo di armeni massacrati dai turchi, ma salvato dal genocidio dall’avvento del regime sovietico grazie al quale il protagonista Naapet può tornare alla sua terra. Rispetto a questo tipo di film, dove si mettevano in risalto le ambiguità della borghesia, gli usi e costumi dei contadini, i risultati ottenuti dai sovietici, l’esplosione della poetica di Paradzanov è incontrollabile. Oltre alla forte e sospetta componente spirituale espressa dalla simbologia legata all’ortodossia.
Dopo la censura, il divieto di continuare a fare film, lo scontro con le autorità diventa pesantissimo durante gli anni ’70, per culminare con la prigione nel ’74 con l’accusa di traffico e furto di oggetti d’arte, e omosessualità: invano Pasolini, Fellini, Tonino Guerra, Antonioni, Yves Saint Laurent, Françoise Sagan, Jean-Luc Godard, François Truffaut, Luis Buñuel tra gli altri firmarono un appello per la sua liberazione. Fu condannato a sei anni di lavori forzati, ridotti poi a quattro. Uscì di galera con una grande quantità di disegni e sei sceneggiature (tutti i registi, disse, dovrebbero fare un po’ di prigione)
Realizza nell’80, chiamato dalla cinematografia e dagli intellettuali georgiani, La leggenda della fortezza di Suram, affiancato da David Abasidze e Ashik Kerib dedicato a Tarkovskij, da un romanzo di Lermontov sulla cultura degli Azeri.
LA FORTEZZA DI SURAM
Ancora una volta sorprende nella Leggenda della fortezza di Suram l’inaudita novità del quadro, le location tutte autenticamente in rovina, il surplus del significato storico e culturale, gli oggetti anch’essi autentici e mai imitazioni, sontuosamente barocchi. La leggenda della fortezza di Suram vuole dare un senso filosofico all’eroismo: «L’epoca, gli elementi che sono stati studiati sulla base di quadri storici o semplicemente da me inventati, la plasticità del film, l’immagine naturale, ci conducono verso l’arcaismo». Un piccolo eroe un po’ puerile che gioca a fare il grillo mentre «lei» si veste da farfalla per la festa, ma infine compie la scelta di diventare un eroe per il suo popolo, rinuncia alla vita tra cavalli bianchi. Il mistero del film (come di Sayat Nova) è che sviluppa una miriade di associazioni a una prima visione impreviste, che durano nel tempo come del resto nelle fiabe l’intreccio è da completare ogni volta.
Fu nuovamente arrestato nell’82. Poi torna a Yerevan.
Nella sua casa (infestata dai diavoli? gli disse un giorno Tarkovskij e lui la fece radere al suolo, la ricostruì e vide sulle macerie un tipo che camminava con due cani al guinzaglio, certo erano i diavoli, pensò. Ma sono tante le storie che inventava) nel suo salotto circondato a tutte le ore da poeti, artisti, cineasti, danzatori, da oggetti preziosi e autentici (mai imitazioni, sorride dei russi che arrivano in vacanza ad acquistare paccottiglia finto etnica), indossa caftani realizzati da lui da centinaia di ritagli di tappeti.
Sentiva di aver aperto una piccola finestra nel cinema armeno dalla quale poter vedere prodigi, ma allo stesso tempo pensava che la censura e il disprezzo che aveva subito non gli avevano permesso di lasciare una traccia durevole.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2017-07-29 14:52:242017-08-10 14:56:08Alle spalle dell’Ararat - La liturgia tra le rocce (Il Manifesto 29.07.17)
Milano, 25 lug. (askanews) – L’Armenia, con uno spirito che si adatta alla perfezione alla realtà attuale del sistema internazionale dell’arte, presenta, fino a dicembre 2017, la prima edizione di una nuova triennale, intitolata STANDARD e ispirtata all’omonima rivista armena d’avanguardia degli anni Venti del secolo scorso. Curata da Adelina Cuberyan von Furstenberg e intitolata “Il Monte Analogo”, in omaggio al romanzo incompiuto dello scrittore e poeta surrealista francese René Daumal, ha luogo in diverse località in tutto il Paese: Yerevan, Byurakan, Gyumri, Erebuni, Sevan e Kapan, con l’obiettivo di “mettere in luce la riflessione sulla ricerca della conoscenza – basata sul concetto secondo cui l’essenza di una mente creativa è direttamente correlata alla natura e alle esperienze di ciascuno”.
Tra gli artisti partecipanti, accanto a quelli di due grandissimi come Ilya e Emilia Kabakov, spicca il nome di Mikayel Ohanjanyan, scultore armeno che vive e lavora in Toscana, già tra i protagonisti del padiglione dell’Armenia alla Biennale d’arte del 2015 che è stato premiato con il Leone d’Oro. Per STANDARD Ohanjanyan ha realizzato l’opera “Le Porte di Mher”, lavoro ispirato all’epos locale e in particolare al luogo nel quale un eroe, il Piccolo Mher, decide di consacrarsi all’eternità oltrepassando una soglia – la Porta – e richiudendosi all’interno, in attesa di una liberazione che avverrà nel momento in cui il mondo crollerà su se stesso per poi rigenerarsi.
“Trovo estremamente contemporanea questa tragica storia, dove una concentrazione di valori, si chiude in un ‘Luogo’ in attesa di esplosione, per proiettassi e contaminare il presente e il futuro”, ha spiegato Mikayel Ohanjanyan che ha voluto riportare in vita l’epopea di Mher attraverso da quattro blocchi di basalto grigio o nero di varie dimensioni, con ogni blocco a sua volta è diviso in due parti, legati insieme attraverso dei cavi d’acciaio che li avvolgono. “Sulle superfici delle pietre – ha aggiunto l’artista – sono stati incisi dei testi, che si intravedono solo nei angoli dei blocchi, messi e legati volutamente storti da far percepire l’esistenza degli scritti, ma nello stesso tempo l’impossibilita di poter leggerli. Le scritte parlano di un messaggio lasciato da Mher alle future generazioni, dove lui invita l’essere umano a non aspettare la sua uscita dalla roccia, come narra l’Epos, perché lui in realtà uscirà quando avremo il coraggio di guardare e imparare a immergersi dentro di noi. Con questo messaggio immaginario, voglio invitare il visitatore a riflettere sui valori, che nascondiamo dentro di noi e sulla loro indiscutibile importanza nel rapporto Io-Altri e Altri-Io”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2017-07-25 14:56:282017-08-10 14:57:06La scultura di Ohanjanyan, un’epos per l’Armenia a STANDARD ()Askanews 25.07.17)
La fuga dall’Armenia nascosto in un tir e le notti trascorse in stazione. Giorgio Petrosyan, arrivato nel capoluogo lombardo a 14 anni ora ha una palestra – di Gianni Santucci
Non gli piace parlare. E questo si capisce subito. E si comprende anche perché, ogni tanto, le parole si sciolgono invece su certi argomenti. La disciplina, prima di tutto. Quella dell’allenamento. Che in questo periodo prevede decine di «ripetute» ogni mattina, in una pista d’atletica ad Assago. E poi il «lavoro sulla forza», quello che fa di pomeriggio, in una palestra col pavimento morbido a scacchi rossi e blu e i mattoni nudi alle pareti, in via Sibari, estrema periferia Sud alla fine di via Ripamonti. Per arrivare alla palestra bisogna percorrere una strada chiusa tra carrozzerie e laboratori artigiani. Ambiente perfetto dove allenarsi per uno come Giorgio Petrosyan: 31 anni, ragazzo educato e silenzioso, una leggenda mondiale del kick boxing, record di combattimenti vinti, cinque volte campione del mondo. Una sorta di Messi o Valentino Rossi, nel suo sport. Da Erevan, in Armenia, partì come Gevorg. Da tre anni è italiano: cittadino per meriti sportivi e per una lettera che dopo un importante incontro a Roma gli fece recapitare l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Lettera corredata da una bandiera tricolore, che il campione Petrosyan conserva oggi nel suo appartamento di Milano. E che è l’emblema di una storia che si compie: perché a Milano Giorgio arrivò col padre e un fratello, quando aveva 14 anni, immigrati illegali nascosti nel cassone di un camion, 10 giorni di viaggio passando dalla Russia. La prima notte dormì col padre e il fratello in stazione Centrale. «Un posto dove andare non ce l’avevamo; un riparo qualsiasi per la notte ci serviva». Su quel ricordo, anche, le parole si fanno più intense. Non tanto per raccontare la fatica o la paura dell’emigrazione, ma per descrivere il ruolo di quel padre «coraggioso»: «Lui voleva venire in Europa, non aveva pensato all’Italia. Siamo finiti a Milano perché è qui che il camion ci ha lasciati. Eravamo nascosti e mio padre ci tranquillizzava, quando sei ragazzino e ti senti rassicurato i pericoli non li senti. Il giorno che siamo arrivati avevo 40 di febbre. Faceva freddissimo».
Il resto della storia comprende un breve passaggio a Torino; poi l’approdo quasi casuale a Gorizia; i mesi alla Caritas; un piccolo imprenditore che prende a cuore la famiglia e gli offre una casa e un lavoro per il padre. Il ragazzino lega dei cuscini alla struttura di un canestro da basket e s’allena così; poi una palestra, il primo incontro vinto a 16 anni contro un tizio di 22 («Prima tutti mi guardavano e ridevano»), una dozzina di match per dimostrare che in un anno, ancora minorenne, in Italia Petrosyan non aveva praticamente più rivali. Al padre arrivò pure un ordine di espulsione, ma riuscirono a sistemare le carte. Questa dei documenti è una storia che accompagnerà Petrosyan per buona parte della carriera: per anni è stato il numero uno al mondo, combatteva per l’Italia, ma ogni competizione all’estero nasceva una grana per passare i confini. Il ritorno a Milano, qualche anno fa, per aprire la palestra di via Sibari col fratello Armen, anche lui atleta di livello internazionale e organizzatore dell’incontro per il titolo mondiale che Giorgio Petrosyan combatterà all’ex Palaiper di Monza il prossimo 14 ottobre. Milano la vive poco, ogni tanto una cena con qualche amico in corso Garibaldi. Niente più. Il resto è allenamento e riposo. Disciplina.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2017-07-24 17:34:572017-07-25 17:47:47Milano, il campione di kickboxing che dormiva in Centrale: è una stella (Corriere della Sera 24.07.17)
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