Sumgait, memoria e giustizia: la dichiarazione congiunta delle fazioni dell’Assemblea Nazionale dell’Artsakh (Korazym 28.02.26)

Il 28 febbraio 2026, in occasione dell’anniversario dei pogrom di Sumgait e della Giornata della Memoria per le vittime dei massacri organizzati dall’Azerbajgian, le fazioni rappresentate nell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, riaffermando la necessità di verità, giustizia e tutela dei diritti della popolazione armena sfollata con la forza dall’Artsakh nel 2023.

Il ricordo di Sumgait: l’inizio di una politica sistematica

La dichiarazione richiama gli eventi del 27–29 febbraio 1988, quando nella città di Sumgait, allora parte della Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbajgian, furono organizzati e perpetrati pogrom di massa contro la popolazione armena. Uccisioni, torture, violenze e sfollamenti forzati colpirono cittadini armeni sulla base della loro identità nazionale.

Secondo le fazioni parlamentari, i crimini di Sumgait ebbero carattere organizzato e deliberato e segnarono l’avvio di una politica sistematica contro il popolo armeno. Un modello di violenza che, negli anni successivi, si sarebbe ripetuto in altre città dell’Azerbajgian.

Da Kirovabad a Baku e Maragha: una scia di violenze

Il testo ricorda che episodi analoghi si verificarono a Kirovabad nel 1989 e a Baku nel 1990, nonché in altri insediamenti abitati da Armeni. Tra questi viene citato il massacro di civili a Maragha nel 1992, insieme al completo sfollamento della popolazione armena dall’Azerbajgian.

Le fazioni sottolineano come la mancata valutazione giuridica adeguata e l’assenza di un chiaro accertamento delle responsabilità per i crimini di Sumgait abbiano alimentato un clima di impunità. Tale impunità, si legge nella dichiarazione, avrebbe favorito il ripetersi di aggressioni e violenze negli anni successivi.

Impunità e nuove aggressioni contro l’Artsakh

Nel documento si afferma che la stessa logica si è manifestata nelle ripetute operazioni militari contro la Repubblica di Artsakh, accompagnate – sottolinea la dichiarazione – da presunti crimini di guerra, violenze contro civili, un blocco totale e, infine, dal completo sfollamento forzato della popolazione armena dell’Artsakh nel 2023.

Le fazioni ribadiscono che l’impunità genera nuovi crimini e mina la sicurezza e la stabilità dell’intera regione del Caucaso meridionale.

Condanna della violenza e appello alla comunità internazionale

Nel testo congiunto, le forze politiche:

  • Condannano fermamente la violenza perpetrata sulla base dell’identità nazionale e quella che definiscono armenofobia sponsorizzata dallo Stato.
  • Affermano che la violenza di massa contro gli Armeni, per natura e conseguenze, rientra tra i crimini più gravi contemplati dal diritto internazionale.
  • Invitano la comunità internazionale e le istituzioni politiche e giuridiche competenti a fornire un’adeguata valutazione legale e politica dei crimini di massa commessi contro il popolo armeno e a garantire che organizzatori ed esecutori siano chiamati a rispondere delle proprie azioni.

Le fazioni dichiarano inoltre di voler proseguire un percorso politico coerente volto a tutelare i diritti del popolo dell’Artsakh, assicurare un ritorno sicuro e dignitoso alle case d’origine e realizzare pienamente il diritto all’autodeterminazione.

Una memoria che impegna al futuro

La dichiarazione si conclude affermando che la memoria delle vittime di Sumgait impone un impegno costante per ristabilire la giustizia e prevenire il ripetersi di simili tragedie.

Il documento è stato firmato dalle fazioni rappresentate nell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh: Patria Libera-Alleanza Civica Unita, Patria Unita, Giustizia, Federazione Rivoluzionaria Armena (Dashnaktsutyun) e Partito Democratico dell’Artsakh.

Nel solco della memoria storica, il richiamo alla responsabilità giuridica e politica internazionale si intreccia così con la rivendicazione dei diritti fondamentali di una popolazione che chiede riconoscimento, sicurezza e giustizia.

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Il processo farsa degli azeri a Vardanyan allontana la pace (Tempi 28.02.26)

Non presenterà appello contro la sentenza del tribunale militare di Baku che lo ha condannato a 20 anni di prigione Ruben Vardanyan, per meno di quattro mesi ministro di Stato (carica equivalente a primo ministro) della Repubblica presidenziale dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh), poco prima della conquista del territorio da parte delle forze armate dell’Azerbaigian nel 2023.

Lo comunica la famiglia del magnate e filantropo armeno insieme alle motivazioni che hanno portato a tale decisione: «Nel corso delle udienze, ciò che si è svolto non è stato un vero e proprio procedimento giudiziario, ma una messa in scena. Le sessioni si sono svolte a porte chiuse, gli osservatori indipendenti sono stati esclusi e le istanze presentate dalla difesa sono state ignorate. (…) Presentare ricorso in queste circostanze implicherebbe il riconoscimento che il processo ha rispettato almeno i minimi standard di legge. Questo è ben lungi dall’essere vero. Ruben si rifiuta consapevolmente di partecipare alla parodia di un processo legale. Non riconosce il verdetto come un atto di giustizia e lo considera parte di un procedimento penale illegittimo e politicamente motivato, nient’altro che una negazione di giustizia».

Il processo farsa a Vardanyan

La pensano allo stesso modo i suoi avvocati e Amnesty International. «In qualità di suoi rappresentanti legali, dichiariamo inequivocabilmente che questa condanna è giuridicamente insostenibile», scrivono i suoi legali. «Fin dall’inizio, il procedimento è stato viziato da gravi e sistematiche violazioni sia del diritto interno dell’Azerbaigian sia dei suoi obblighi internazionali vincolanti. (…) Alla difesa è stato negato un accesso significativo al fascicolo del caso, è stato concesso un tempo palesemente inadeguato per esaminare l’ampio materiale ed è stata ripetutamente ostacolata nella presentazione di istanze e prove a discarico. Al signor Vardanyan non è stato concesso un accesso completo e indipendente a un consulente legale di sua scelta».

In un comunicato di Amnesty International che commenta la condanna di Vardanyan e quelle di altri 15 dirigenti della disciolta repubblica dell’Artsakh in un distinto processo qualche giorno prima si legge: «La condanna dei 16 imputati, culminata in questa sentenza contro Ruben Vardanyan, è a dir poco una farsa.

Il fatto che Ruben Vardanyan e gli altri, diversi civili come lui, siano stati processati da un tribunale militare solleva di per sé serie preoccupazioni ed è incompatibile con le garanzie di un giusto processo. Mentre le vittime del decennale conflitto per il Nagorno-Karabakh, sia in Armenia che in Azerbaigian, meritano verità, giustizia, riparazioni e garanzie di non ripetizione, queste condanne costituiscono un affronto a tutte le vittime di crimini di diritto internazionale».

L'ex ministro di Stato dell'Artsakh, Ruben Vardanyan
L’ex ministro di Stato dell’Artsakh, Ruben Vardanyan (foto Ansa)

L’impegno per gli armeni

Contro Vardanyan sono stati presentati 42 capi di accusa incluso terrorismo, crimini di guerra, crimini contro l’umanità, omicidio volontario, possesso illegale di armi ed esplosivo. In realtà il magnate di origine russa naturalizzato armeno nel 2021 ha svolto attività esclusivamente amministrative e filantropiche nel breve periodo in cui è stato a capo dell’esecutivo del Nagorno-Karabakh, i poteri principali essendo concentrati nelle mani dell’allora presidente Arayik Harutyunyan.

Nel settembre 2022 il fondatore e amministratore delegato della banca Troika Dialog, poi consulente e membro dei consigli di amministrazione delle più importanti imprese russe (comprese la componente civile di Sukhoi, l’aeroporto di Sheremetyevo, la Borsa di Mosca, l’industria automobilistica AvtoVaz, l’agenzia di rating russa Acra, ecc) aveva deciso di mettere la sua persona e le sue ingenti risorse finanziarie (nel 2021 Forbes stimava il suo patrimonio a 1 miliardo di dollari) al servizio della popolazione armena del Nagorno-Karabakh, che pativa condizioni di assedio dopo il conflitto del 2020 che si era concluso con un armistizio favorevole agli azeri, i quali avevano riconquistato o occupato per la prima volta 11 mila km2 di territorio.

L’invasione dell’Artsakh

Immediatamente dopo l’apparizione di Vardanyan nel Nagorno-Karabakh gli azeri avevano attaccato il territorio sovrano dell’Armenia (12-14 settembre 2022) e avevano cominciato a creare problemi al passaggio di merci e aiuti dall’Armenia alle regioni ancora sotto il controllo della repubblica dell’Artsakh attraverso il corridoio di Lachin, l’unico varco accessibile fra le due entità armene.

Il 12 dicembre sarebbe iniziato il blocco totale del corridoio da parte azera che avrebbe portato l’Artsakh al collasso nel settembre 2023, quando in violazione dell’armistizio del 2020 le truppe azere riprendevano i combattimenti e in pochi giorni occupavano la capitale Stepanakert, arrestando la maggior parte dei membri dell’esecutivo della repubblica secessionista. In precedenza l’Azerbaigian aveva posto fra le condizioni per la rimozione del blocco del corridoio di Lachin le dimissioni di Vardanyan da ministro di Stato, cosa avvenuta il 23 febbraio 2023.

Dopo quella data l’imprenditore rimase nel Nagorno-Karabakh dedicandosi ad attività filantropiche e di sostegno alla popolazione (120 mila abitanti) attraverso l’iniziativa umanitaria Aurora, da lui fondata nel 2015 quando era ancora cittadino russo. Da quando esiste, la fondazione ha finanziato 517 programmi di sviluppo in 63 paesi del mondo, mentre la sua branca Aurora for Artsakh ha stanziato 2,2 milioni di dollari per 93 progetti nel Nagorno-Karabakh fra il 2020 e il 2023.

La pulizia etnica nel Nagorno-Karabakh

La condanna a 20 anni di carcere e il processo distinto da quello degli altri 15 dirigenti della Repubblica dell’Artsakh (respingendo le richieste di Vardanyan che i due procedimenti fossero unificati) evidenzia la natura politica dell’azione giudiziaria condotta contro di lui, rilevata da tutti i commentatori: gli interventi del magnate miravano a favorire la permanenza della popolazione armena nel Nagorno-Karabakh nonostante le difficili condizioni che si erano create dopo la guerra del 2020, mentre l’obiettivo dell’Azerbaigian del presidente Aliyev era la pulizia etnica che si è poi effettivamente realizzata nell’autunno del 2023, con l’esodo dei 120 mila armeni che ancora erano presenti nel territorio. Per la prima volta dopo più di venti secoli il Nagorno-Karabakh è rimasto privo di popolazione armena.

Inoltre, dopo aver rinunciato alla cittadinanza russa e avere acquisito quella armena, Vardanyan era diventato un potenziale candidato alla leadership politica di Erevan, molto più pericoloso per Baku dell’attuale primo ministro Nikol Pashinyan a causa della sua rete di rapporti in Russia e nel resto del mondo. Vardanyan è stato il fondatore e il primo presidente della scuola di management Skolkovo di Mosca, premiata e apprezzata a livello internazionale prima di essere sospesa dal Global Network for Advanced Management nel 2022 a causa dell’invasione russa dell’Ucraina.

In passato è stato proclamato “imprenditore dell’anno” dalla Camera di Commercio americana in Russia e da Ernst & Young e nel 2018 ha ricevuto il premio dell’americana Academy of International Business per il suo contributo allo sviluppo dell’educazione.

«L’Artsakh è, era e sarà»

Nella sua ultima dichiarazione di fronte ai giudici che lo hanno condannato, Vardanyan ha letto una poesia del poeta azero del XVI secolo Fuzuli, che contiene questi versi:

“Un sovrano di terre dorate compra le persone con l’argento,/ raduna eserciti per conquistare un altro paese./ Con innumerevoli intrighi e astuti trucchi lo conquista,/ ma anche lì non c’è pace, né gioia. (…) Nessuna forza nell’universo può cancellare la mia parola,/ Nessuna ruota infida del destino può schiacciarla./ Che i governanti del mondo non mi concedano ricompense – / io porto una corona in testa, modesta e da me stesso forgiata./ Sono libero in ogni cosa. Chiunque tu sia, mio ascoltatore,/ Non diventare uno schiavo per una crosta di pane deperibile”.

«La pace», ha concluso, «voglio sottolinearlo ancora una volta, è possibile solo quando ci sono due vicini alla pari. Se una parte si umilia davanti all’altra, niente funzionerà. Non ci sarà pace. (…) L’Artsakh era, l’Artsakh è e l’Artsakh sarà – esistenzialmente. Era, è e sarà».

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Gugerotti: san Gregorio di Narek e l’umiltà di essere “libro che respira” (Vaticannews 28.02.26)

Il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali è intervenuto venerdì 27 febbraio ai Vespri secondo la liturgia armena nella Basilica Vaticana nella memoria liturgia del dottore della Chiesa insieme all’arcivescovo armeno apostolico Barsamian. “Lo preghiamo – ha spiegato il cardinale Gugerotti – per il suo popolo, voce di martirio”

Robert Attarian – Città del Vaticano

“A San Gregorio di Narek affidiamo le domande lancinanti di chi cerca il senso della vita…lo preghiamo per i disperati e soprattutto per gli accidiosi, i pigri depressi che abitano le contrade del nostro mondo… doni a loro e a ciascuno di noi, figli di questo tempo, anche solo il barlume della luce dell’alba che anima spesso i suoi canti liturgici”. Così il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, nella sua riflessione in occasione dei Vespri secondo la liturgia armena, ieri sera 27 febbraio nella Cappella del Coro della Basilica Vaticana, in occasione della festa liturgica del grande santo armeno e Dottore della Chiesa Universale. San Gregorio di Narek è stato monaco, poeta e mistico, tra le figure più illustri della spiritualità cristiana orientale.

“Oggi – ha proseguito il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali – lo preghiamo anche per il suo popolo, voce di martirio, eppure cantore di idilli… Signore, salva questo popolo che ha saputo amare e banchettare, ha saputo soffrire e morire nella speranza di una visione d’idillio anticipata, che è la certezza della fede”.

San Gregorio di Narek
San Gregorio di Narek

Una celebrazione ecumenica

Alla celebrazione promossa dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e da quello per le Chiese Orientali, insieme alla rappresentanza del Catholicosato di tutti gli armeni di Etchmiadzin presso la Santa Sede, erano presenti anche i due ambasciatori della Repubblica di Armenia, quello accreditato presso la Repubblica Italiana e quello presso la Santa Sede, ma anche i rappresentanti di altri dicasteri vaticani e della Chiesa armena, cattolica e apostolica, membri della comunità armena e delegati di altre confessioni cristiane. Durante la celebrazione presieduta dall’arcivescovo armeno apostolico Khajag Barsamian, rappresentante della Chiesa Apostolica Armena di Etchmiadzin, e dal cardinale Gugerotti, sono state recitate preghiere e salmi ed elevati inni religiosi secondo la tradizione armena nell’esecuzione degli alunni del Pontificio Collegio Armeno di Roma, della Congregazione dei Padri Armeni Mechitaristi di Venezia e dei sacerdoti del Catholicosato della Chiesa di Etchmiadzin.

San Gregorio di Narek, sintesi del sentire dell’Oriente Cristiano

Nella sua riflessione il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, ricordando la festa di San Gregorio di Narek definito come “colui che si leva, il veggente”, ha spiegato che sono “infinite le ragioni per cui la Chiesa cattolica, ha voluto che fosse proclamato dottore” aggiungendo che una di queste è “il compendio degli estremi, l’urlo della profondità dell’angoscia dell’anima come della terra, dell’animale come dell’angelo”. “Si dice che gli orientali – ha proseguito il cardinale Gugerotti – amino il paradosso che, nella loro preghiera, vi sia il fuoco dell’inferno che invoca la rugiada, come invano fa il ricco con Lazzaro nel seno di Abramo. Dalla visione degli inferi essi invocano la salvezza eterna ed esprimono senza posa la gratitudine per la salvezza donata da Dio in assoluta gratuità”. Per questo Gregorio di Narek porta al massimo “questa apparente, inconciliabile contrapposizione ed è dunque sintesi nel sentire dell’Oriente Cristiano”. “Ci liberi da ogni semplificazione retorica dell’esistenza umana”, ha concluso il cardinale ricordando l’umiltà del grande mistico di essere “libro che respira” identificandosi con il suo “libro del lamento”, voce dell’intera umanità.

L’attualità di Narek in un docufilm

Alla celebrazione è seguita la proiezione, in prima assoluta, del docufilm “Narekatsi” presso la Filmoteca Vaticana. Il documentario, opera di Ruzanna Ghazaryan e Lilit Mkhitaryan, dedicato alla vita, all’opera e all’eredità spirituale di San Gregorio di Narek, è stato preceduto dal saluto di monsignor Flavio Pace, segretario del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, mentre a fine proiezione ci sono stati gli interventi, oltre a quello del cardinale Gugerotti, del professor Marco Bais, docente del Pontificio Istituto Orientale, e di monsignor Levon Zekiyan, già arcivescovo di Istanbul: entrambi sono anche protagonisti del documentario che ha visto la partecipazione ed il contributo di altri autorevoli studiosi che hanno esplorato la ricchezza della poesia e la profondità del pensiero teologico di San Gregorio di Narek, evidenziando l’attualità del suo messaggio universale sulla fede, sul pentimento e sul cammino interiore dell’uomo.

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Nella Basilica vaticana celebrata una speciale messa per il popolo armeno (Ansa)

L’Ambasciatore Ferranti visita la sede della Public TV Company of Armenia (AMPTV) (Il Giornale Diplomatico 28.02.26)

Lunedì scorso, l’Ambasciatore d’Italia a Jerevan Alessandro Ferranti si è recato in visita presso la sede della Public TV Company of Armenia (AMPTV), emittente pubblica televisiva della Repubblica di Armenia.

Il sopralluogo si è svolto alla presenza del Direttore Esecutivo della società, Hovhannes Movsisyan, e ha visto la partecipazione del Capo della Delegazione dell’Unione Europea, promotore dell’iniziativa, nonché degli altri Ambasciatori degli Stati membri dell’Unione accreditati nel Paese.

Nel corso dell’incontro, anche mediante proiezioni video illustrative, sono state presentate la storia, la missione e le attività dell’emittente, che dal 1956 rappresenta un punto di riferimento nel panorama mediatico armeno. Il confronto ha consentito di approfondire possibili ambiti di cooperazione tra l’Armenia e l’Unione Europea, con particolare riferimento al settore dei media e alla promozione di valori condivisi attraverso gli strumenti della diplomazia pubblica.

Sono state altresì pianificate alcune possibili iniziative di collaborazione specificamente con l’Italia, anche alla luce del considerevole patrimonio nel campo dell’emittenza pubblica a livello europeo e del grande interesse del pubblico armeno verso l’offerta televisiva italiana.

È stato peraltro evidenziato il ruolo attivo di AMPTV in seno all’Unione Europea di radiodiffusione, di cui è membro dal 2005, quale ulteriore testimonianza dell’impegno dell’emittente nel favorire il dialogo e lo scambio culturale.

La visita si è conclusa con un tour delle principali strutture, degli archivi storici e degli studi televisivi del complesso, in particolare quelli destinati ai programmi di approfondimento politico e informazione. Durante il percorso sono stati presentati agli ospiti il lavoro redazionale, le fasi della produzione, le tecnologie in dotazione alla sede e i vari progetti di sviluppo.

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Aumento delle pensioni in Armenia: crescita economica o regalo elettorale? (Notiziedaest 28.02.26)

Dal 1 aprile 2026, le pensioni, gli assegni di vecchiaia e le prestazioni per disabilità in Armenia aumenteranno di 10.000 dram ($26,7). Il Primo Ministro Nikol Pashinyan è stato il primo ad annunciare che il governo aveva approvato la decisione. Ha detto che questa misura soddisfa l’impegno di innalzare la pensione minima al livello del paniere alimentare minimo e la pensione media al livello del paniere di consumo. Il premier ha anche spiegato perché il governo ha scelto di agire ora.

«La crescita economica dell’Armenia nel 2025 ha superato le aspettative. Ciò ci crea ulteriori opportunità. I cittadini armeni dovrebbero sentire i risultati di questa crescita nella loro vita quotidiana», ha detto Pashinyan.

Anche il ministro dell’Economia Gevorg Papoyan ha collegato l’aumento delle pensioni alla crescita economica. Le forze politiche dell’opposizione parlamentare, tuttavia, hanno respinto l’argomento come poco convincente. Hanno descritto l’aumento — annunciato tre mesi prima delle elezioni — come «acquisto di voti preelettorale».

Le figure dell’opposizione hanno fatto notare che solo due mesi prima il primo ministro aveva detto al Parlamento che i pensionati spendono la maggior parte del loro reddito per la sanità. Disse che il governo li avrebbe inclusi gratuitamente nel sistema di assicurazione sanitaria obbligatoria dall’inizio di quest’anno. All’epoca, Pashinyan aveva sostenuto che non fosse necessario aumentare le pensioni di 10.000 dram, affermando: «Stiamo destinando quei 10.000 dram alla loro assicurazione.»

Di seguito ulteriori dettagli su come e quanto aumenteranno le pensioni, cosa dicono le autorità e i loro critici, nonché le reazioni dei pensionati sui social media, seguite di seguito.

  • Il rebranding di Pashinyan in vista delle elezioni? La BBC guarda i video musicali del Premier sui social media
  • Bonus di pre-Natale per i 107 deputati dell’Armenia — quasi 5.000 dollari ciascuno
  • Bonus salariali legati alle prestazioni: l’Armenia avvia un programma pilota nelle agenzie statali

Pashinyan: «Anche i pensionati hanno contribuito a questa decisione»

Il primo ministro ha detto che il governo è riuscito ad approvare l’aumento delle pensioni principalmente grazie ai cittadini e alle aziende che operano in Armenia — persone che lavorano e pagano le tasse.

«Questa è una catena logica molto importante: lavoro — tasse pagate — pensioni [e i loro aumenti]. Pagando le tasse, la gente investe nel proprio benessere. Tuttavia è altrettanto importante che rafforzino il proprio stato, nonché la sua indipendenza e sovranità. Ciò crea opportunità per lo sviluppo futuro del paese,» ha detto.

Pashinyan ha aggiunto che anche i pensionati stessi hanno avuto un ruolo nel rendere possibile questa decisione.

«Dall’introduzione del sistema di cashback, hanno sempre più adottato pagamenti senza contanti. Così facendo, aiutano a ridurre l’economia sommersa in Armenia.»

Armenia gestisce un programma di cashback per le persone che ricevono pensioni e benefici sociali. Quando effettuano pagamenti cashless, ricevono un rimborso del 20% sulle loro carte bancarie. Il limite mensile è di 10.000 dram. Il governo collega questo programma all’ampliamento delle pensioni e dei benefici. Mantenerebbe il sistema di cashback in vigore dopo il 1° aprile, quando entreranno in vigore i pagamenti più elevati.

Armenian pensioners face growing financial strain as pensions fail to keep pace with rising prices

Pensioners share how to manage their income amid inflation, as an economist proposes steps to ease the situation

 

 

Social affairs minister explains changes: minimum pension to reach $123

Il ministro del Lavoro e degli Affari Sociali, Arsen Torosyan, ha delineato i dettagli chiave della decisione, che entrerà in vigore il 1° aprile. Ha detto che l’Armenia calcola le pensioni usando diverse formule, con la pensione di base che svolge un ruolo centrale. Attualmente è pari a 24.000 dram ($64,17) e salirà a 34.000 dram ($90,9).

«Tutte le pensioni calcolate sulla base di una pensione di base di 24.000 dram utilizzeranno ora una base di 34.000 dram. Di conseguenza, tutte le pensioni calcolate secondo questo sistema aumenteranno di 10.000 dram,» ha detto.

Il ministro ha anche annunciato un aumento della pensione minima. In precedenza era di 36.000 dram ($96,2) e salirà a 46.000 dram ($122,9).

Ha sottolineato che la decisione riguarda non solo le pensioni ma anche diversi tipi di benefici sociali, tra cui:

  • prestazioni di vecchiaia per persone con esperienza lavorativa insufficiente,
  • prestazioni per disabilità,
  • prestazioni ai superstiti,
  • indennità di anzianità di servizio per il personale militare.

Armenians’ living standards unchanged amid rising incomes and high inflation

Economists say indexation should apply not only to wages but also to pensions and benefits, as inflation hits vulnerable groups hardest

 

Rising incomes and high inflation

 

Annual costs to rise by $200m

«We will allocate an additional 75bn drams [more than $200m] per year following the 10,000-dram increase in pensions, old-age benefits and disability payments,» Economy Minister Gevorg Papoyan wrote on his Facebook page.

Ha detto che la decisione influenzerà più di 660.000 cittadini.

Il bilancio statale 2026 non includeva tali costi aggiuntivi. Il governo coprirà la somma dal suo fondo di riserva, ha spiegato il ministro.

Papoyan ha detto che l’economia armena è cresciuta del 7,2% nel 2025, il che ha reso possibile l’aumento delle pensioni. Le autorità avevano previsto una crescita intorno al 6% entro la fine dell’anno. Tale previsione non prevedeva una spesa più elevata.

Il 20 febbraio, il Comitato statistico ha pubblicato l’indice finale di crescita economica. La cifra aggiornata ha dato al governo fiducia per approvare la spesa aggiuntiva, ha detto Papoyan.

Armenia to support employers who hire people in need

The government is launching a new employment programme. However, it is a pilot project and will initially be implemented only in two regions — Kotayk and Syunik

 

Armenia's pilot employment programme for low-income

 

Social media reactions«Questo è teatro preelettorale. Dopo le elezioni, aumenteranno i prezzi dei beni di prima necessità e strapperanno questi soldi al popolo.»

«Il governo sta distribuendo bribe preelettorali dal bilancio per rimanere al potere.»

«Grazie, ben fatto. Ogni passo che fate beneficia il popolo.»

«Stiamo avanzando a piccoli passi.»

«Non far ridere la gente. Adesso aumenterete i prezzi di dieci volte.»

«Sono molto contento, signor Pashinyan. Per favore aumentate anche gli stipendi degli insegnanti.»

«Fate in modo che la pensione minima sia almeno di 50.000 dram ($133,68) in modo che i pensionati possano permettersi medicinali e pagare le bollette.»

Khojaly (Ivanyan): 34 anni di bugie di stato azeri. Sungait: 28 febbraio 2026, 38° anniversario dell’orrore del pogrom anti-Armeni compiuto dall’Azerbajgian (Korazym 27.02.26)

Dal 1992, il nome Khojaly (Ivanyan) è associato al luogo di una tragedia avvenuta durante la guerra tra la piccola Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh armeno Cristiana e il suo potente vicino, la Repubblica di Azerbajgian. Nonostante le precauzioni adottate dalle forze armate della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh per risparmiare i civili della parte avversa attraverso la creazione di un corridoio umanitario, alcuni residenti Turchi Azeri si sono ritrovati intrappolati nel mezzo dei combattimenti, tragicamente sacrificati dalle manovre politiche della propria fazione, come confermato dalle testimonianze azere, in particolare quella dell’allora Presidente azero Ayaz Mutalibov. Originariamente intesi a destabilizzare il regime di Baku, questi intrighi interni al governo azero – come dimostra chiaramente la descrizione degli eventi – rivelano sordidi calcoli. Per 34 anni, l’obiettivo dell’Azerbajgian è stato chiaro: accusare gli Armeni di genocidio a Khojaly (Ivanyan) e ottenere la loro condanna sulla scena internazionale.

Gli effetti “benefici” sono molteplici:

  • porre fine all’accusa di genocidio rivolta al “Turco eterno”; consegnare all’oblio le vittime Armene dei terribili pogrom di Sumgait (1988), Kirovabad (1989), Baku (1990) e Maragha (1992), che costrinsero all’esilio 500.000 Armeni della Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian;
  • venire in aiuto della Turchia, che, quasi 100 anni dopo il genocidio armeno del 1915, non è ancora riuscita a rimuovere la “questione armena” dalla sua agenda;
  • screditando le legittime richieste della popolazione armena dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh e, più in generale, le rivendicazioni armene relative al genocidio del 1915.

La propaganda messa in atto dal regime autocratico di Ilham Aliyev al potere in Azerbajgian diventa ogni anno più virulenta. E così Khojaly (Ivanyan), un piccolo villaggio situato nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh – la cui popolazione è stata artificialmente aumentata dalle autorità della Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbajgian tra il 1988 e il 1990 con il trasferimento dei Turchi Meskhet dalla valle di Ferghana in Uzbekistan – è diventato il simbolo di un genocidio inventato.

Ciò che è molto reale, tuttavia, è l’odio che queste spregevoli manipolazioni instillano nei cuori dei giovani Turchi e Azeri. Gli slogan dei bambini indottrinati designano gli Armeni come bersagli dell’odio. I tempi cambiano, ma i metodi rimangono gli stessi: per giustificare lo sterminio della popolazione armena in Turchia nel 1915, le autorità dell’epoca citarono presunti massacri perpetrati dalle “milizie” armene. La compiacenza delle nazioni, unita alla realpolitik, non fa che generare mostri. Quali orrori futuri si prefiggono di giustificare il genocidio inventato di Khojalu (Ivanyan)?

In un Comunicato, il Coordinamento delle Associazioni e Organizzazioni Armene in Italia ha osservato, che nonostante tra Armenia e Azerbajgian sia stato siglato da alcuni mesi un accordo di “buone intenzioni” per raggiungere una pace stabile e definitiva tra i due Paesi, la parte azera continua a insistere con una narrazione che va in senso contrario.

Approfittando della disponibilità del governo armeno per una soluzione pacifica del conflitto, anche a costo di dolorose rinunce, gli Azeri non abbandonano infatti la solita propaganda nazionalista che contraddistingue il regime autocratico degli Aliyev.

Ad esempio, giorni scorsi, presso il Senato della Repubblica italiana, si è svolto un evento dedicato al massacro di Khojaly (Ivanyan) avvenuto nel corso della prima guerra del Karabakh negli anni Novanta, accompagnato da articoli e comunicazioni ufficiali diffuse dalle rappresentanze diplomatiche azere. Riteniamo che su temi tanto delicati e dolorosi sia doveroso, soprattutto nelle sedi istituzionali, un rigoroso lavoro di verifica dei fatti storici, al di là di ogni narrazione unilaterale o strumentalizzazione politica.

Il buon senso avrebbe voluto, osserva il Coordinamento delle Associazioni e Organizzazioni Armene in Italia, che in questo difficile percorso verso la pace certi temi – che non sono altro che becera e falsa propaganda – venissero messi da parte, ma così non è stato, e gli azeri hanno dimostrato ancora una volta il loro vero volto. Invero, l’autocrate Ilham Aliyev e i suoi seguaci non cercano e non vogliono la pace, che avrebbero potuto ottenere anche attraverso le vie diplomatiche del Gruppo Minsk; il loro intento è piuttosto quello di dominare ed esercitare una politica autoritaria, cercando di riscrivere la storia a proprio piacimento.

In un recente comunicato diramato dalle Ambasciate dell’Azerbajgian presso la Repubblica italiana e la Santa Sede, si fa appello affinché i responsabili del crimine di Khojaly (Ivanyan) siano assicurati alla giustizia. Peccato che ogni giornalista e politico Azero che abbia osato confutare la tesi di regime (che negli anni ha progressivamente addossato agli Armeni le colpe di quel massacro al solo scopo di “pareggiare” i pogrom anti-Armeni compiuti dall’Azerbajgian a Sumgait) sia stato messo in galera o eliminato come il fotografo investigativo Chingiz Mustafaev.

Anche noi, osserva il Coordinamento delle Associazioni e Organizzazioni Armene in Italia, saremmo ben felici se le autorità di Baku davvero assicurassero alla giustizia i veri autori di quella strage, processando così quei militari e politici Azeri che allestirono una messinscena dopo aver sparato sui civili in fuga nel corridoio umanitario lasciato aperto dagli Armeni per far defluire la popolazione dal campo di battaglia. Ma siamo sicuri che questo non può essere realizzato in un regime autoritario come quello degli Aliyev, una famiglia che da più di trent’anni “regna” in Azerbajgian con il potere passato di padre in figlio.

Se davvero vuole la pace, conclude il Coordinamento delle Associazioni e Organizzazioni Armene in Italia, l’Azerbajgian cessi la propaganda di odio, liberi immediatamente i prigionieri Armeni (comprese le ex Autorità della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, che ancora tiene nelle galere illegalmente, si ritiri dai territori occupati dell’Armenia, cessi la sua politica corruttiva e smetta di mistificare la storia.

Gli Armeni vogliono la pace, quella vera. L’Azerbajgian… non ancora.

Se l’Azerbajgian vuole la pace, cessi la propaganda di odio e falsificazione storica, liberi i prigionieri Armeni e si ritiri dai territori armeni occupati (incluso l’Artsakh).

Per maggiori info sui fatti di Khojaly (Ivanyan):

Per maggiori informazioni sui fatti si Sumgait:

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San Gregorio di Narek, 27 febbraio 2026/ Oggi si ricorda il monaco armeno amato da papa Francesco. (Il Sussidiario 27.02.26)

San Gregorio di Narek è molto conosciuto per il suo libro delle lamentazioni: monaco, poeta e letterato è stato designato come Dottore della Chiesa

San Gregorio di Narek, monaco e Dottore della Chiesa

Il 27 febbraio di ogni anno la Chiesa commemora San Gregorio di Narek, un importante personaggio vissuto a cavallo dell’anno 1000. Nasce nel 951 e muore nel 1003. Viene ricordato per essere stato un monaco, un poeta, un teologo e un mistico armeno. Nasce in una famiglia di scrittori nella Grande Armenia, che si trova nell’attuale Turchia.
Dopo la morte prematura della madre, fu cresciuto e formato dal cugino.
La poesia era nella sua genetica: nella sua vita Gregorio condusse un’esistenza umile, insegnando teologia nei conventi e nei monasteri cristiani in Armenia, componendo poesia e canti rivolti alla divulgazione della fede cristiana.

Il 21 febbraio del 2015papa Francesco ha confermato il titolo di Dottore della Chiesa a San Gregorio, tramite apposita lettera apostolica. La cerimonia è avvenuta a Roma, nella Basilica di San Pietro, proprio in occasione della ricorrenza dei cento anni del genocidio degli armeni. Gregorio di Narek viene proclamato da papa Francesco come 36°dottore della Chiesa.


San Gregorio di Narek: l’introspezione e non il castigo è la chiave per la crescita spirituale

L’impegno di Gregorio poeta si evince nel Narek, il cosiddetto libro delle lamentazioni: la sua poetica risiede nella capacità di guardarsi dentro, di valorizzare l’introspezione dell’animo umano come strumento di pace e di umanità.
Questo è l’insegnamento di un poeta e di un teologo che porta in alto la benevolenza, la riflessione, il lavoro interiore dell’uomo come unica arma per sconfiggere il male. Si tratta di una visione moderna per i tempi, dove penitenza e castrazioni facevano parte del modus operandi tradizionale: lavorare su se stessi significava spostare l’ottica sull‘introspezione come unica modalità di salvezza, attribuendo così all’uomo un certo arbitrio e una forte autonomia rispetto a Dio, la dottrina, il dogma e la figura del male/demonio.

San Gregorio e tutto il suo impegno ecumenico, come poeta e letterato, è fonte di ispirazione per gli artisti contemporanei armeni di oggi che vedono nella sua poetica un immaginario positivo e altamente spirituale, da associare a yoga e meditazione.

Le celebrazioni per San Gregorio di Narek

San Gregorio di Narek viene celebrato in Italia attraverso lunghe sessioni di preghiere, come quella che si è tenuta nei giardini Vaticani nel 2021 e all’Angelicum nel 2022: viene considerato il ponte per eccellenza tra la cultura romana occidentale e quella armena.
All’interno dei Giardini Vaticani esiste una statua in bronzo che riproduce le effige di San Gregorio, ed è stata benedetta da papa Francesco nel 2018.

L’Armenia, una delle prime civiltà cristiane asiatiche che ha subito un terribile genocidio

L’Armenia è una ex repubblica sovietica che si trova fra Europa e Asia, sulla catena montuosa del Caucaso.
Da sempre è considerato uno Stato ponte fra la cultura d’oriente e d’occidente ed è stato il primo Paese a convertire la fede cristiana come religione ufficiale.
Oggi è uno Stato spesso in conflitto con i Paesi limitrofi, di un fascino indiscutibile: offre numerosi monasteri, chiese paleocristiane, conventi di rara bellezza e antichità, quasi tutti annoverati come patrimonio Unesco.
Si tratta di un Paese montuoso, ricco di costumi e tradizioni: gli scacchi sono il gioco nazionale, che viene insegnato come materia scolastica.
Impossibile resistere al pane, cibo tradizionale, e alla grappa locale che viene qui prodotta secondo tradizione e viene usata da sempre come rimedio naturale.
Oggi la città di origine del Santo fa parte del territorio politico turco, dopo le lotte intestine che hanno portato a un vero genocidio del popolo armeno, avvenuto fra il 1915 e il 1923, durante la Prima Guerra Mondiale.

Gli altri Santi del giorno

Oltre a San Gregorio di Narek, il 26 febbraio si ricordano: Santi Euno e Giuliano, Sant’Onorina martire, San Besas soldato e San Baldomero suddiacono.

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Il messaggio universale di San Gregorio di Narek (In Terris)

Opinione: l’Iran potrebbe vendere armi all’Armenia (NotiziedaEst 26.02.26)

Durante una visita ufficiale a Teheran, il ministro della Difesa dell’Armenia, Suren Papikyan, ha incontrato il ministro iraniano della difesa e del sostegno alle forze armate, il capo di stato maggiore, il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale e il presidente del paese.

Secondo le fonti, il ministro della difesa armeno ha discusso «la necessità di risolvere la situazione intorno all’Iran attraverso negoziati diplomatici» durante l’incontro con il presidente Masoud Pezeshkian.

Sulle relazioni tra Armenia e Iran, entrambe le parti hanno sottolineato «l’importanza e la necessità di un dialogo ad alto livello continuo, nonché di rafforzare la pace e la stabilità nella regione». Hanno anche discusso la cooperazione in ambito difensivo durante la visita.

Lo specialista dell’Iran Armen Vardanyan afferma che l’Armenia intende chiaramente espandere la cooperazione militotecnica con l’Iran:

«Entrambe le parti stanno ora procedendo verso la firma di un accordo di partenariato strategico. Da questa prospettiva, sviluppare la cooperazione militotecnica armeno-iraniana è molto importante. Non ci sono segnali finora che l’Iran intenda vendere armi all’Armenia. Tuttavia, questo scenario non può essere escluso in futuro.»

«I dettagli chiave della visita, insieme all’analisi di un esperto sull’Iran.»

  • Opinione:’Le tariffe del 25% di Trump non saranno un onere significativo per l’Armenia’
  • Presidente iraniano: «La visita in Armenia rientra tra i viaggi prioritari verso i paesi confinanti»
  • Cooperazione con l’Iran – una soluzione per l’Armenia, bloccata dall’Azerbaijan e dalla Turchia

Sicurezza regionale e internazionale discussa

Il ministero della Difesa armeno ha rilasciato poche informazioni relative alla visita di Suren Papikyan a Teheran. I funzionari hanno detto solo che il ministro ha incontrato il suo omologo iraniano, Aziz Nasirzadeh, e ha discusso la cooperazione tra i due ministeri.

«Le parti hanno anche scambiato opinioni su una serie di questioni legate alla sicurezza regionale e internazionale.»

Le fotografie pubblicate suggeriscono che i colloqui siano andati oltre un incontro bilaterale e abbiano incluso un formato ampliato con la partecipazione di una delegazione armena.

Armenian defence minister’s visit to Iran. Expanded-format meeting in Tehran

Il ministero della Difesa armeno afferma che Suren Papikyan ha incontrato anche il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, Abdolrahim Mousavi, e il Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, Ali Larijani. Discutono della cooperazione bilaterale in difesa e delle questioni di sicurezza regionale.

‘No rally banned in Armenia since 2018’ — Pashinyan responds to Iranian envoy

L’ambasciatore iraniano Khalil Shirgholami si lamenta che le proteste sono state consentite davanti all’ambasciata mentre il primo ministro e il ministero dell’interno rispondono

 

 

L’ambasciatore iraniano in Armenia nota un livello superiore di relazioni

Commentando la visita di Suren Papikyan, l’ambasciatore iraniano in Armenia, Khalil Shirgolāmi, ha detto che i funzionari avevano pianificato il viaggio in anticipo. Ha aggiunto che la visita riflette un livello superiore di relazioni armeno-iraniane. Il diplomatico ha suggerito che i due paesi potrebbero tenere esercitazioni militari congiunte su larga scala man mano che la cooperazione si sviluppa ulteriormente.

«La partnership di difesa tra i nostri due paesi si fonda sui legami storici, sull’inviolabilità dei confini e sulla preservazione dell’integrità territoriale di entrambi gli stati,» ha detto Shirgolāmi.

Ha descritto il confine armeno-iraniano come una “frontiera di pace” e ha affermato che riveste una grande importanza per entrambi i paesi.

‘Political message to Baku — and beyond’: on Armenian-Iranian military drills

L’analista politico Hakob Badalyan ritiene le esercitazioni altamente significative, in particolare per mantenere una relativa stabilità lungo il confine.

 

Armenian-Iranian military drills

 

Lo specialista dell’Iran, Armen Vardanyan, ha affermato che il dialogo armeno-iraniano ha carattere strategico. Ha osservato che le armi e le attrezzature militari che l’Armenia acquista dall’India vengono trasportate attraverso l’Iran confinante.

«Sono emersi alcuni problemi poco prima di questo. In quel contesto, il dialogo tra le autorità armene e la leadership iraniana è stato molto importante,» ha detto, senza fornire ulteriori dettagli.

Come l’ambasciatore iraniano, anche l’esperto ritiene che le parti possano aver discusso future esercitazioni militari armeno-iraniane durante i colloqui.

«Nelle esercitazioni precedenti, l’Armenia conduceva esercitazioni nel proprio territorio e l’Iran nel loro, eppure erano comunque esercitazioni congiunte. Tuttavia, non escludo che questo formato possa evolversi e portare a esercitazioni congiunte su scala maggiore.»

Il 9–10 aprile 2025, unità speciali delle forze armate armena e iraniana hanno condotto esercitazioni militari congiunte. Le manovre si sono concentrate sull’eliminazione di attacchi terroristici ai posti di controllo di confine. I funzionari hanno dichiarato che le regioni di confine di entrambi i paesi non presentavano minacce. Le hanno descritte come volte a «rafforzare la sicurezza di confine».

Vardanyan ritiene inoltre che durante la visita siano state discusse anche le tensioni che circondano l’Iran. A suo avviso, Teheran è preoccupata per due temi chiave:

  • «L’Armenia non deve diventare una piattaforma per azioni anti-iraniane,
  • e i confini dell’Armenia non devono essere modificati.»

Ha aggiunto che l’Armenia ha anche preoccupazioni legate alle tensioni regionali che coinvolgono l’Iran. Secondo l’analista, quindi entrambe le parti avevano molto da discutere e il dialogo è probabile che continui.

‘Armenian-Iranian relations are not a bargaining chip’: Yerevan reassures Tehran

Le tensioni sono emerse in Iran riguardo agli accordi di Washington tra Armenia e Azerbaijan. Tutti i dettagli della situazione, oltre al commento dell’analista politico Robert Ghevondyan.

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In Artsakh, dopo il 4 febbraio: nuovi casi di distruzione sistematica del patrimonio culturale (Asbarez 26.02.26)

Il difensore del patrimonio culturale dell’Artsakh e vicepresidente dell’organizzazione pubblica storico-culturale “Azgayin”, Hovik Avanesov, ha scritto che il 4 febbraio 2026, nella città di Abu Dhabi, si è svolto un evento che solleva seri interrogativi etico-politici.

Egli si riferisce al conferimento al Primo Ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, e al Presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, del Premio Zayed per la Fratellanza Umana 2026 degli Emirati Arabi Uniti, per la “pace stabilita tra il regime autoritario di Baku e l’Armenia”.

Avanesov osserva che, nonostante tutto ciò, in Artsakh la distruzione del patrimonio culturale continua.

La cerimonia di premiazione, presentata come simbolo di riconciliazione e comprensione regionale, in realtà crea una profonda contraddizione con le realtà esistenti sul terreno. Nel contesto in cui in Artsakh prosegue la distruzione e trasformazione sistematica dei luoghi della cultura e della memoria armena, un tale conferimento “in nome della pace” non favorisce la riconciliazione, bensì crea un clima di impunità.

Nei territori dell’Artsakh temporaneamente occupati, la politica nei confronti del patrimonio civile è ormai uscita da tempo dal quadro di episodi isolati, assumendo un carattere sistemico. Non si tratta soltanto della trasformazione o eliminazione di chiese storiche, monasteri, khachkar (croci di pietra), interi insediamenti e monumenti, ma anche della distruzione mirata di luoghi che rappresentano simboli della memoria collettiva e valori di importanza universale.

Dopo il 4 febbraio sono stati registrati nuovi casi di danneggiamento e distruzione sistematica del patrimonio culturale. In particolare, il complesso memoriale situato nella città di Monteaberd (Martuni), in Artsakh, dedicato ai caduti della Grande Guerra Patriottica (1941–1945) e della guerra di liberazione dell’Artsakh. Nei giorni scorsi, sulle piattaforme social azere è stato diffuso un video girato nel villaggio di Khnapat, nel distretto di Askeran della Repubblica di Artsakh. Nel video si vede chiaramente che il cimitero dei caduti della guerra dell’Artsakh è stato devastato.

La distruzione del cimitero non è semplicemente un atto di vandalismo. È un’azione diretta alla cancellazione della memoria, alla svalutazione del ricordo dei caduti e all’eliminazione della presenza storica della comunità. La politica di genocidio culturale si manifesta proprio attraverso tali azioni, con l’obiettivo di ridefinire l’identità del territorio e reciderla dalle sue radici storiche.

In questo contesto, l’assegnazione di un “premio per la pace” non è solo politicamente controversa, ma anche moralmente problematica. Quando nelle sedi internazionali vengono premiati leader sotto la cui gestione continuano azioni contro il patrimonio culturale, si crea un precedente pericoloso. Ciò può essere percepito come un tacito consenso internazionale a proseguire la distruzione sistematica dei luoghi culturali e della memoria.

Se la pace implica non soltanto la cessazione del fuoco, ma anche la tutela dei diritti umani, della giustizia storica e del patrimonio culturale, allora l’attuale situazione dell’Artsakh non corrisponde a tali criteri.

La pace non può essere costruita su cimiteri distrutti, luoghi sacri profanati e memoria cancellata. Pertanto, non sono necessarie premiazioni formali, bensì un monitoraggio internazionale indipendente, una valutazione giuridica e l’applicazione di meccanismi di responsabilità per prevenire l’ulteriore approfondimento del genocidio culturale nella regione», ha scritto Avanesov.

Asbarez

Land for peace: la caduta dell’ultimo tratto della cortina di ferro (Gariwo 25.02.26)

Se la parola pace affonda le sue radici etimologiche in un processo dinamico che fa riferimento al patto, al relazionarsi, al ripristinare un rapporto, risulta evidente che il presidente della Repubblica di Armenia Nikol Pashinyan sta percorrendo un cammino e cerca di costruire una “strategie di riuscita” lungo un percorso nel quale la meta, la pax agognata dai popolia tratti appare con contorni netti, a tratti “disappare”, si allontana, sembra dissolversi; e nelle comunità armene in patria e in diaspora si alternano sentimenti a volte improntati alla speranza, a volte alla sfiducia.

L’immagine di J. D. Vance che depone i fiori al Memoriale del genocidio armeno e il post pubblicato nell’immediatezza della visita in cui compariva il termine “genocidio” a indicare il milione e mezzo di vittime della deportazione “verso il nulla” del 1915, sembrava una riconferma della scelta della governance degli Stati Uniti, iniziata dal presidente Joe Biden, di indebolire il negazionismo del Governo di Ankara. Non è così; il post è stato cancellato già sulla scaletta dell’Air Force che portava il vicepresidente in Azerbaigian. Per il Primo ministro armeno si profila un altro ostacolo sul percorso della normalizzazione dei rapporti inter-regionali che è uno dei suoi grandi meriti, dopo quello di avere scelto per il suo popolo la vita e non la terraLand for peaceNel novembre del 2020 il cessate il fuoco con l’accordo trilaterale sotto la tutela di Mosca, (accordo non rispettato da Baku), è stato il primo passo, al quale è seguito l’esodo di più di centomila armeni per carestia provocata, accolti a Yerevan. Per gli armeni l’”uomo” è più importante della terra su cui abita. (https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/il-nagornokarabakh-tra-ieri-e-oggi-26715.html).

Per circa trent’anni, dopo la dissoluzione dell’URSS, si sono susseguiti colloqui di pace tra armeni e azeri: la CSCE presieduta dall’Italia, l’OSCE con il Gruppo Minsk e la co-presidenza di Francia, Russia e Stati Uniti, la CSI, composta da alcune ex repubbliche sovietiche di fatto guidata dalla Russia, nel tentativo di tenere vivi i legami tra gli eredi dell’URSS, e che aveva nel suo statuto firmato a Minsk nel 1993, l’obiettivo di risolvere situazioni conflittuali tra gli stati membri; numerosi incontri diplomatici, colloqui, ispezioni sul territorio, ma un nulla di fatto. Alla fine l’Azerbaigian, con un esercito riorganizzato e dotato di armi moderne, sostenuto dalla Turchia, ha occupato l’Artsakh (Nagorno Karabakh) enclave armena in Azerbaigian, e altri territori in Armenia. Era il settembre del 2023 quando, nei giorni dell’esodo dei profughi, furono arrestati più di venti leader politici e dirigenti dell’Artsakh, e tra questi il filantropo Ruben Vardanyan, ministro per quattro mesi dell’enclave armena contesa. È notizia di pochi giorni fa la sua condanna a venti anni di carcere, dopo un processo che Amnesty International ha definito “parodia”.

Il Primo ministro Pashinyan da allora ha abbandonato la logica binaria del “tutto o nulla” e si è incamminato sulla strada del compromesso, letto come ”tradimento (?)” ma che in realtà dovrebbe significare dialogo, riconciliazione (https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/tradimenti-26729.html). Strada irta di ostacoli, come si è visto con le scelte e il comportamento dell’amministrazione statunitense.

Ci sono ancora speranze che gli armeni possano sostenere il peso della lotta per la pace, o almeno per una solida condizione di a-conflittualità? Sono stati numerosi i tentativi di accordo e le proposte giunte dai leader delle regioni dell’area all’indomani della conclusione della guerra azero-armena. Ankara, e quasi in contemporanea Tehran, hanno proposto la “Piattaforma di Collaborazione Regionale 3+3”, che avrebbe dovuto avviare il processo di normalizzazione dei rapporti tra i 3 paesi del Caucaso meridionale, Georgia, Armenia, Azerbaigian, e i 3 vicini dell’area, Iran, Russia, Turchia, senza ”ingerenze esterne”. La proposta rimane a latere del processo in corso ma trova ostacoli ad ogni fase di ripresa dei colloqui.

Più solido il progetto che il Premier armeno Nikol Pashinyan ha presentato come “Crocevia della Pace”, con l’obiettivo di uscire dall’isolamento creando relazioni economiche e commerciali con la Georgia, l’Azerbaigian, la Turchia e l’Iran, paesi confinanti. Tale progetto prevedeva anche il Corridoio Internazionale Nord-Sud (INSTC), oltre a quello Est-Ovest.

I rapporti con l’Iran non hanno mai costituito un problema, la crisi riguarda i rapporti con la Russia incrinati dalla svolta pro-occidentale dell’Armenia, tradita dal suo principale garante della sicurezza nel corso del conflitto per l’Artsakh.

Il crollo del Muro di Berlino e la smobilitazione del patto di Varsavia non hanno avuto come conseguenza la caduta della cortina di ferro tra Turchia e Armenia. La chiusura della frontiera con la Turchia ha trasformato da 33 anni l’Armenia in un paese con un’economia fortemente dipendente dai due unici corridoi di transito, Georgia e Iran, situazione che ha comportato costi di trasporto elevati e accessi limitati ai mercati internazionali. Quadro aggravato dal conflitto con l’Azerbaigian per l’enclave armena in territorio azero. Oggi sembra profilarsi all’orizzonte la riapertura del confine tra Armenia e Turchia, grazie al progetto “Crocevia della pace” avviato fra Armenia e Azerbaigian, quest’ultimo, da sempre, stretto alleato della Turchia. Nelle relazioni armeno-turche sono prevalse le ragioni dell’economia e del commercio: la perdita dell’Artsakh e il riconoscimento del genocidio non sono più la barriera invalicabile eretta dalla storia; riaprire i confini per realizzare la libertà dei commerci è diventata la via della riconciliazione.

È naturale che la caduta dell’ultima cortina di ferro esistente ha una importanza particolare per lo sviluppo delle regioni orientali della Turchia e di quelle occidentali dell’Armenia, con le dogane di Kars-Gyumri, Margara-Igdir che sarebbero direttamente interessate dai nuovi flussi di merci e persone. Gli imprenditori della regione di Kars in Turchia e di Gyumri in Armenia attendono da molti anni l’apertura del confine, con benefici per entrambe le parti. La risposta di Ankara è visibile nel fatto che ha già iniziato a organizzare la costruzione delle infrastrutture e della linea ferroviaria, ma Yerevan deve trattare con Mosca, proprietaria della rete ferroviaria armena; inoltre, malgrado la crisi politica, i legami economici ed energetici con Mosca, se pure ridotti, sono ancora in essere.

Lo sviluppo a nord dell’Armenia delle province orientali turche e di quelle occidentali armene nell’area Kars-Gyumri, è una conseguenza di scelte affrontate nel corso di incontri bilaterali, ma la strategia regionale turca è incentrata sul Sud dell’Armenia. La fase del percorso di pace definita “pace americana”, per il vertice trilaterale di Washington dell’8 agosto 2025, prevede la realizzazione della TRIPP, Trump Route for International Peace and Prosperity, che collegherebbe le regioni orientali della Turchia, via Nakhchivan e Meghri con l’Azerbaigian. Tra Nikol Pashinyan, Ilham Aliyev e il presidente Trump, (proposto per il Nobel per la pace), strette di mano e firme: meno dipendenza dalle rotte di transito controllate dalla Russia e il consolidamento della scelta del Premier dell’Armenia di guardare a Occidente. La strada nel Sud dell’Armenia da Est a Ovest, collega l’Azerbaigian, l’Iran, il Nakhchivan (Repubblica autonoma dell’Azerbaigian), e la Turchia.

L’apertura del confine di Meghri, con adeguate infrastrutture, permetterebbe al “consorzio economico occidentale” di raggiungere i confini della Cina attraversando gli Stati turcofoni a Oriente (Azerbaigian, Kazakhstan, Kirghisistan, Uzbekistan, Turkmenistan). Non si può fare a meno di ricordare che questo era il sogno panturco ripreso dal “Padre della patria”, Mustafa Kemal, che guardava al Turan per collegarsi e unire tutti i popoli turcofoni. Si garantirebbe l’accesso per le merci occidentali verso il Mar Caspio e oltre, mentre il trasporto passeggeri potrebbe concretizzarsi dopo avere risolto i problemi dei controlli burocratici ancora vigenti, gestiti dall’Armenia in partnership con gli uffici doganali russi.

In questo quadro appare geopoliticamente significativa e lungimirante, l’operazione di acquisto compiuta nel 1936 dal Presidente della Turchia repubblicana, Mustafa Kemal, usando il suo patrimonio personale, di una striscia di pochi chilometri di territorio persiano che ha permesso di collegare il Nakhchivan, un tempo armeno e ora azero, con la Turchia.

Con i protocolli siglati, l’Armenia concederebbe il proprio territorio in “leasing” per 99 anni a imprese americane. Una vera e propria rivoluzione geo-economica, parte di un più largo progetto destinato a collegare il Caucaso meridionale all’Asia centrale, componente essenziale della rete di trasporto intercontinentale che dalla Cina arriverebbe in Europa. La pace nel Caucaso meridionale libererebbe un potenziale economico rimasto inattivo a causa di continui, reiterati conflitti. L’Armenia uscirebbe dal suo isolamento, entrando nella rete di grandi connessioni economiche; sembrerebbe garantita la sovranità armena sul percorso e il controllo doganale e di frontiera, pur con la concessione agli Stati Uniti di una quota affittuaria.

Nel frattempo, è sorto un progetto collaterale al “Crocevia della pace”: la costruzione di una nuova linea ferroviaria Meghri – Nakhchivan – Kars (in via di completamento) che taglia il più diretto collegamento esistente via Nakhchivan per Yerevan-Gumry, fino al confine con la Georgia, escludendo la vecchia strada ferrata dell’epoca sovietica ancora in funzione e sotto il controllo della Russia. La Turchia ha cercato così di aggirare il controllo russo. Il progetto TRIPP comporta la costruzione di grandi infrastrutture, di nuove strade, oleodotti, cavi, linee energetiche e di una rete efficiente di comunicazione che coinvolge direttamente i confini armeni sino ad ora controllati dalla Russia.

Il processo di pace tra Armenia e Azerbaigian è diventato un elemento chiave per trasformare il Caucaso meridionale in uno spazio di stabilità, essenziale per una “a-conflittualità” duratura. L’apertura delle frontiere rafforzerà sicuramente il ruolo della Turchia come centro logistico internazionale, mentre per l’Armenia l’uscita dall’isolamento e dalla dipendenza da mercati fluttuanti come quelli georgiani, russi, azeri e iraniani è di fondamentale importanza, se non questione di sopravvivenza futura.

Va sottolineato che l’attivazione del TRIPP, il “Corridoio di Mezzo”, è solo una parte del progetto iniziale Cross Road of Peace, e i nuovi accordi di libero transito tra Armenia e Azerbaigian, potrebbero danneggiare i rapporti definibili “fraterni“ tra l’Armenia e l’Iran che si troverebbe escluso da un’interazione Est-Ovest, sebbene sia in costruzione un nuovo ponte sul fiume Arax tra i due paesi confinanti a dimostrazione della volontà dell’Armenia di rimanere fedele al suo storico alleato.

Il progetto iniziale del Premier Pashinyan, “Cross Road of Peace” ancora in gestazione, contempla, come si è visto, oltre a quello Est- Ovest, il Corridoio Internazionale Nord-Sud (INSTC), tra Armenia e Iran, ben visto da India, Iran e Cina, poiché da Bandar Abbas potrebbe congiungere l’Europa, via Armenia e Georgia; l’INSTC, aprendosi ad altri Stati, costituirebbe un potenziamento della pace. Se per la Turchia e gli occidentali la connessione Est-Ovest è prioritaria, per la Russia è altrettanto importante il collegamento Nord-Sud che la libererebbe dall’isolamento. Non è dato sapere se tale progetto entrerebbe in conflitto con quello Est-Ovest, vista la situazione politica “liquida” che stanno vivendo le varie nazioni che compongono il mosaico mondiale sempre più indefinibile e i rapporti tra gli Stati che evolvono in continuazione.

In prospettiva, l’Armenia punta ad ampliare l’accesso ai mercati per le proprie esportazioni e a inserirsi nei corridoi regionali di trasporto. Tali benefici restano subordinati alla normalizzazione politica, al completamento dei lavori sul territorio e alla volontà di tradurre gli accordi nella concretezza dell’operatività.

Il primo ministro Nikol Pashinyan ha dato la disponibilità armena a facilitare da subito il transito commerciale con la Turchia e l’Azerbaigian, mostrando un orientamento pragmatico verso l’obiettivo della cooperazione regionale. Per l’Armenia concedere questo passaggio sul suo territorio nazionale, è un grande sacrificio, che ha costi politici alti in patria e in diaspora. La pace è in gestazione e ogni gestazione è attesa che contiene incognite. L’Armenia è circondata da vicini agguerriti, ma pur di raggiungere una pace duratura è disposta, ancora una volta, a sacrificare terra in cambio di vita, legalità in cambio di sopravvivenza.

Confida sulla lealtà dei suoi nuovi alleati per preservare l’autonomia nazionale.

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