Papa in Georgia: mons. Giuseppe Pasotto (Tblisi), “pellegrino di comunione tra le Chiese e di pace” (Agensir 07.09.16)

“Pax vobis”, la pace sia con voi: è il motto scelto per il viaggio che papa Francesco farà in Georgia ed in Azerbaigian dal 30 settembre al 2 ottobre  come seconda tappa del suo pellegrinaggio in Caucaso che a giugno lo ha già portato in Armenia. Parla monsignor Giuseppe Pasotto, vescovo di Tblisi e amministratore apostolico per il Caucaso dei cattolici di rito latino. “I cattolici di Georgia – dice – vedono nella visita del Papa un abbraccio della Chiesa universale a questa terra dove talvolta si ha l’impressione di sentirsi soli”

Papa Francesco in Georgia, “pellegrino di comunione” tra le Chiese e di “pace” nella regione del Caucaso. Così monsignor Giuseppe Pasotto, vescovo di Tblisi e amministratore apostolico dei cattolici di rito latino, riassume il viaggio che papa Francesco farà in Georgia ed in Azerbaigian dal 30 settembre al 2 ottobre  come seconda tappa di un pellegrinaggio che a giugno lo ha già portato in Armenia. “Pax vobis”, la pace sia con voi: le due parole tratte dal capitolo 20 del Vangelo di Giovanni, è il motto scelto per questa visita apostolica.

“Due – spiega il vescovo Pasotto – sono gli obiettivi della visita: il primo è legato alla vita delle Chiese e alla comunione tra loro. Il secondo obiettivo è l’aspirazione alla pace. Queste tre regioni del Caucaso, Armenia, Georgia e Azerbaigian, sono terre continuamente minacciate nella pace”. Desta preoccupazione la situazione di conflitto tra Armenia e Azerbaigian per la regione del Nagorno Karabakh. Ma ci sono anche le questioni rimaste aperte per i territori di Abcasia e Ossezia del Sud dove, dopo gli scontri etno-territoriali negli anni ’90, non si è ancora giunti ad un vero negoziato di pace. “Il Papa – osserva Pasotto – darà molta attenzione nei suoi discorsi alla pace e in questa prospettiva, le tre visite in Caucaso vanno viste insieme.

La pace parte dall’unità delle chiese, dalla accettazione delle diversità delle realtà politiche che vivono le une accanto alle altre, dalla giustizia, dal rispetto dei diritti di ciascuno”.

I cattolici presenti in Georgia sono appena l’1%  della popolazione per una presenza complessiva di 30/40 mila persone. Appartengono a tre riti diversi: latino, armeno e assiro-caldeo. Gli ortodossi sono l’85% della popolazione. La Chiesa apostolica autocefala georgiana è guidata con paterna saggezza dal 1977  da Sua Santità e Beatitudine Elia II, che è considerato dalla popolazione come la più alta autorità morale del popolo georgiano. I musulmani sono circa l’11%. “La realtà ecclesiale cattolica è stata, anche nella storia, piccola ma significativa – commenta Pasotto -, sempre presente nella realtà sociale del paese, parte della vita di questo popolo. E’ una Chiesa che si è sempre impegnata”.

Vicinanza ai poveri, sostegno ai giovani, aiuto nelle zone più emarginate del Paese. E’ quanto racconta la storia della Chiesa in questo piccolo angolo di Europa. A sfogliare il libro del tempo è, in un incontro organizzato dall’Università Santa Croce a Roma, Valentina Vartui Karakhanian ricercatrice di origini armene-georgiane e postulatrice presso l’archivio Segreto Vaticano. La prima missione “quasi ufficiale” della Chiesa cattolica fu quella delle Suore Missionarie della Carità con una comunità di assistenza ai poveri e i senzatetto della capitale. Quasi contemporaneamente, nel 1991, giunsero nel Caucaso i Padri Camilliani che grazie all’aiuto della Caritas Italiana, hanno aperto l’ospedale “Redemptoris Mater” di Ashotsk in Armenia e un poliambulatorio “Redemptor Hominis” a Tbilisi assistendo migliaia di cittadini poveri anche con un servizio domiciliare per i più bisognosi.

Una delle opere più importanti della Chiesa Cattolica in Georgia è la Caritas Georgia, ufficialmente riconosciuta quale Organizzazione non governativa locale nel 1994, e che tutt’ora svolge un ruolo preziosissimo nel paese con mense, piccoli ambulatori nelle zone più povere del Paese, scuole professionali, assistenza ai “ragazzi di strada”.  Nel 1994 arrivarono i padri Stimmatini che nelle città di Batumi e Kutaisi all’attività parrocchiale uniscono interventi in favore degli anziani, dei bambini, dei giovani in difficoltà e senzatetto. Determinante e fondamentale nell’educazione dei giovani è il silenzioso lavoro delle suore Salesiane e sempre in ambito culturale è da segnalare la presenza ormai da 15 anni a Tbilisi dell’Università Cattolica degli studi “Sulkhan Saba Orbeliani”. Nel mese di giugno del 2007, arrivò anche la associazione Comunità Papa Giovanni XXIII aprendo una casa di accoglienza e cura per giovani alcolisti e in difficoltà nei pressi della città di Batumi.

A Tblisi fervono i preparativi. Il Papa arriva ad una settimana dalle elezioni politiche nel Paese e sebbene l’attenzione dei media sia fortemente concentrata sulla vita politica, c’è grande richiesta da parte della gente, anche non cattolica, dei biglietti di ingresso per vedere il Papa. Mons. Pasotto spera nel bel tempo perché la pioggia complicherebbe il lavoro dell’organizzazione. E poi aggiunge: “Al Papa cercheremo di dirgli chi siamo”. Ci sarà occasione di farlo nell’incontro previsto in cattedrale dove prenderanno “brevemente” la parola alcuni rappresentanti della Chiesa georgiana. “A me piacerebbe – conclude Pasotto – che lui sentisse che siamo una chiesa di minoranza e come tali, non avendo nulla da difendere, siamo in un certo senso più liberi di andare all’essenziale della nostra fede e di annunciare il Vangelo con gioia, pur con le fatiche di essere piccoli e di non poter fare tutto quello che vorremmo. I cattolici di Georgia vedono nella visita del Papa un abbraccio della Chiesa universale a questa terra dove talvolta si ha l’impressione di sentirsi soli ed una conferma del cammino di fede intrapreso: andate avanti, ci dirà il Papa, questa è la strada che Dio vi ha indicato. Non abbiate dubbi”.

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L’ultimo baluardo cristiano contro l’avanzata dell’islam (Il Giornale 06.09.16)

M ettere per la prima volta piede in Armenia, lo Stato cristiano per antonomasia, la terra che rivendica di essere la culla della chiesa che incarna l’apostolato di Gesù, la popolazione che ha subìto il più cospicuo genocidio di cristiani nella Storia, il governo che concepisce orgogliosamente il cristianesimo come la radice e il fulcro dell’identità nazionale, è un’emozione unica, che stringe il cuore, che allarga istintivamente l’abbraccio alla moltitudine di «fratelli» nella condivisione della civiltà cristiana, che sprona a offrire la propria solidarietà di fronte alle minacce che attentano al primordiale diritto alla vita e al legittimo diritto alla sicurezza. Minacce che si sostanziano in un nome: islam.

L’Armenia è lo Stato cristiano che più di altri al mondo è minacciato dall’islam per il solo fatto di essere integerrimamente e integralmente cristiano. È l’unico Stato al mondo dove l’islam è come se fosse di fatto fuorilegge, dove non ci sono cittadini musulmani, dove non ci sono moschee ad eccezione della Moschea Blu riservata all’islam minoritario sciita, costruita nel diciottesimo secolo, trasformata dal governo sovietico in un museo nel 1931, restaurata per volontà dello Scià di Persia ed attiva dal 1999 per i turisti iraniani. Sorprende, appena atterrati all’aeroporto di Erevan, la semplicità e genuinità di una popolazione legata alla tradizione, alla famiglia, agli affetti, che accoglie con mazzi di fiori e abbracci profondi i propri cari. In un contesto di estrema modestia, dove per le strade circolano ancora le vecchie automobili «Lada» sovietiche dalle sagome goffe, che vengono tenute in vita per la difficoltà di emanciparsi economicamente, per la pochezza delle risorse nazionali su cui pesa come un macigno la totale dipendenza energetica dalla Russia e dall’Iran. La corruzione dilaga incentivata dal bisogno di gran parte della popolazione. Tuttavia resta il paese più sicuro al mondo, senza criminalità organizzata, al suo interno prevale comunque un radicato e diffuso senso di responsabilità e di solidarietà nei confronti dei propri connazionali. L’Armenia è lo Stato al mondo che, al pari di Israele, identifica come un tutt’uno, come una realtà intrinsecamente indissolubile, l’identità religiosa e l’identità nazionale. Così come Israele, da sempre storicamente terra degli ebrei, fu riesumato dopo duemila anni come «patria degli ebrei», fondato nel 1948 sulla base della risoluzione 181 delle Nazioni Unite come «Stato ebraico», l’Armenia concepisce come indissolubile la sua identità nazionale armena con la sua identità religiosa cristiana. E, al pari d’Israele, l’Armenia tende ad abbracciare l’insieme delle comunità armene nel mondo, pari a circa 10 milioni di persone, di cui solo poco più di 3 milioni vivono nella madrepatria. Così come, al pari di Israele che è preposto a salvaguardare il popolo ebraico e la civiltà che affonda le sue radici nei Dieci Comandamenti, sussiste una apparente inadeguatezza tra la missione che la Storia ha affidato all’Armenia quale Stato depositario della nostra identità cristiana, e la sua esiguità in termini di territorio, di popolazione e di risorse, compensate però dalla straordinaria inventiva e intraprendenza della sua gente. Ma soprattutto, al pari di Israele che ha subìto il più cospicuo Olocausto nella Storia, circa 6 milioni di ebrei sterminati dalla Germania nazista tra il 1933 e il 1945, l’Armenia ha subìto il più cospicuo genocidio di cristiani nella Storia, circa 1 milione e mezzo di connazionali massacrati, tra il 1915 e il 1923 da parte dell’ultimo Califfato islamico turco-ottomano e del movimento nazionalista dei Giovani Turchi.

La visita al Museo del Genocidio Armeno è una lezione di Storia che ci fa toccare con mano la verità su uno dei più sanguinosi ed efferati crimini perpetrati nei confronti dei cristiani nel nome dell’islam. Nonostante sia vero il fatto, come attestano le immagini toccanti in bianco e nero, che gli armeni in Turchia furono presi di mira perché erano l’elite più emancipata sul piano delle attività produttive, della creatività culturale e dell’insegnamento scolastico, e nonostante l’insistenza con cui si vuole anche da parte armena enfatizzare l’identità nazionalista dei criminali «Giovani Turchi» che condivisero il genocidio degli armeni, è però indubbio che gli armeni furono massacrati perché cristiani. È il loro essere «diversi» in quanto cristiani in seno al Califfato islamico turco-ottomano, così come fu per il loro essere diversi in quanto ebrei nella Germania nazista, ed è per il fatto che l’islam concepisce cristiani e ebrei come «dhimmi», «protetti», «sottomessi», che gli armeni furono deliberatamente fisicamente annientati.

Visitando il Museo del Genocidio Armeno mi è tornato alla mente lo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah a Gerusalemme, da cui se ne esce traumatizzati per l’inequivocabilità della più atroce strage perpetrata nei confronti di un singolo popolo per annientarlo definitamente. Ho preso atto che gli israeliani, a differenza degli armeni, hanno saputo produrre una mole di documenti e hanno saputo rappresentare la realtà storica in modo più convincente ed efficace. Non è un caso se oggi solo una quarantina di stati al mondo hanno riconosciuto la verità storica del genocidio degli armeni. La gran parte degli stati, a partire da quelli europei, si sono di fatto piegati all’arbitrio e sottomessi alle minacce della Turchia, che nega spudoratamente la propria responsabilità storica. Dobbiamo sostenere l’Armenia, vera roccaforte cristiana nell’Asia meridionale a ridosso dell’Europa, circondata da tre Stati islamici, con cui uno, l’Azerbaijan, è in stato di guerra, e il secondo, la Turchia, è in stato di allerta permanente. Se l’Armenia dovesse capitolare e perdesse la propria identità cristiana, sottomettendosi alle mire egemoniche dell’aspirante califfo neo-ottomano Erdogan, tutta l’Europa finirebbe per essere travolta dall’irrompere di una violenza nel nome dell’islam scatenata da est, da sud e dal suo stesso interno ormai pesantemente infiltrato dal radicalismo e dal terrorismo islamico autoctono.

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Inaugurato a Gerusalemme il campo “made” in VCO (Verbania Notizie 05.09.16)

Con una partita di calcio tra ragazzi arabi, armeni ed ebrei in squadre miste si è inaugurato ieri pomeriggio nel quartiere armeno della Città Vecchia di Gerusalemme il campo sportivo polivalente realizzato dal progetto Assist for peace – I support the Jerusalem sports playground con l’aiuto di alcuni dei più celebri campioni internazionali, ideato nel VCO.

All’inaugurazione erano presenti assieme ai promotori e ai rappresentanti delle comunità locali anche due esponenti delle istituzioni italiane quali il console Fabio Sokolowicz e il presidente della Figc Carlo Tavecchio (accompagnato dal presidente della Lazio Claudio Lotito), mentre il presidente del Coni Giovanni Malagò ha inviato un messaggio benaugurante e di sostegno.

Il progetto ha infatti visto lo sviluppo grazie a Luca Scolari, che nel 2007 aveva organizzato la maratona della Pace da Betlemme a Gerusalemme. Scolari ha coinvolto amici dello sport italiani e campioni internazionali nell’iniziativa, poi concretizzatasi grazie alla disponibilità del patriarcato armeno e all’impegno della Caritas di Gerusalemme

Il progetto ha ricevuto il sostegno tra gli altri di campioni quali Novak Djokovic, Sebastian Vettel, Kimi Raikkonen, Vincenzo Nibali, Giovanni Soldini, Javier Zanetti, Carlo Ancelotti, Gianluigi Buffon, Federica Pellegrini, Yakhouba Diawara, Roberto Donadoni, Danilo Gallinari, Valentino Rossi, Muhammad Ali, Luca Toni e di loro amici quali Antonello Venditti e Guido Barilla.

Luca Scolari, tra i promotori dell’iniziativa, commenta: “Appena abbiamo avuto la disponibilità a realizzare l’impianto ho coinvolto i miei amici sportivi che entusiasti hanno aderito al progetto finanziandolo. Ora spero che questo sia solo l’inizio di altri progetti per promuovere la pace e la fratellanza a partire dalle giovani generazioni. Nasca da qui il seme per il futuro. Ai giovani dico sono un sognatore, siatelo anche voi”.

Il presidente Figc Carlo Tavecchio ha commentato: “Sono molto onorato di essere qui, in un’iniziativa che vede impegnati anche calciatori italiani, il calcio può dare senso di pace unità, perché quando una palla rotola chi la segue non ha confini e non ha bandiera”

Obiettivo del progetto lanciare un messaggio di pace. E infatti all’inaugurazione si sono sfidate squadre giovanili miste di armeni, arabi ed ebrei. La singolarità consiste infatti nel recupero di un’area nel cuore della città vecchia. Il luogo simbolo dei tre monoteismi, ancora oggi conteso, ora ospita un campo aperto a tutti. Qui i bambini giocheranno assieme, senza distinzione di etnia e religione, trasformando un sogno in realtà.

Racconta Arat, 14enne del quartiere armeno: “E’ l’unico posto dove possiamo giocare a calcio e non solo nella città vecchia e quando la notizia si è sparsa anche ragazzi non armeni hanno iniziato a frequentare la zona”.

Il suo professore Harout Baghamian spiega che ha visto persone dai 6 ai 30 anni di ogni religione che incuriosite vengono a giocare a basket, calcio o ad accompagnare i figli. “E prossimamente avvieremo delle iniziative per promuovere lo sport femminile”.

Gigi Buffon, impegnato con la nazionale in vista dell’incontro di Haifa di lunedì 5 e tra i primi testimonial del progetto, ha annunciato la sua disponibilità a far visita alla nuova struttura che vede il suo nome sui muri tra i sostenitori che hanno reso possibile la realizzazione del progetto. Buffon è atteso martedì mattina verso le 10 (ora locale) prima di rientrare in Italia.

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Genocidio sugli armeni, il governo si distanzia dal Bundestag (Ticinonline 02.09.316)

BERLINO – Il governo tedesco avrebbe intenzione di compiere un gesto politico per distanziarsi dalla risoluzione sul genocidio armeno approvata dal Bundestag il 2 giugno scorso e consentire il via libera della Turchia alla visita dei deputati tedeschi ai soldati della Bundeswehr nella base di Incirlik. Lo rivela lo Spiegel.

Secondo quanto scrive il settimanale, Cancelleria e ministero degli Esteri avrebbero concordato una dichiarazione pubblica del portavoce del governo Steffen Seibert, che definirebbe “una proclamazione politica” e “priva di ogni significato politico” la risoluzione approvata dal Bundestag che classificava come genocidio il massacro degli armeni del 1915

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Risoluzione sull’Armenia, il governo tedesco smentisce la presa di distanza dal parlamento

BERLINO – Pur non sentendosi vincolato “giuridicamente” a seguirla nei suoi rapporti con la Turchia, il governo tedesco ha negato che intende “distanziarsi” dalla risoluzione del parlamento di Berlino che definisce un “genocidio” le stragi di armeni perpetrate sotto l’impero ottomano facendo infuriare Ankara.

Il portavoce dell’esecutivo tedesco Steffen Seibert, nella conferenza stampa governativa del venerdì, ha ricordato che – nell'”intenso flusso informativo di stamattina” – “viene sostenuto in maniera sbagliata che il governo federale vuole distanziarsi dalla risoluzione sull’Armenia del parlamento tedesco: di questo non se ne parla nemmeno”. “Il parlamento tedesco ha diritto di esprimersi su qualsiasi tema”, ha aggiunto, ma le sue risoluzioni “non sono giuridicamente vincolanti”.

“I rapporti con la Turchia, a causa dell’elevato numero di legami politici, economici, culturali e soprattutto umani fra i nostri due stati, sono molto importanti”, ha ricordato dal canto suo il portavoce del ministero degli Esteri, Martin Schäfer.

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Ani: la Capitale Armena Medievale delle 1001 Chiese completamente Abbandonata (Vanillmagazine 29.08.16)

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Ani: la Capitale Armena Medievale delle 1001 Chiese completamente Abbandonata

Nasce in Armenia il Dilijan Art Observatory. 21 giorni di ricerche alla caccia del genius loci (Atribune.com 28.08.16)

La residenza coinvolgerà artisti provenienti da tutta Europa. I risultati saranno presentati nella cittadina armena e poi a Berlino e a Parigi tra l’autunno 2017 e la primavera 2018

L’osservatorio sull’arte contemporanea armena inventa un progetto di residenza originale per operare una riflessione profonda sull’arte del proprio paese. Il Dilijan Art Observatory, curato da Clémentine Deliss, sarà una 21 giorni di studi, ricerche , confronti e molto altro che si svolgerà fino all’11 settembre nella cittadina da cui prende il nome il progetto. A volerlo, il filantropo Ruben Vardanyan e Veronika Zonabend, entrambi fondatori di United World College, di RVVZ e di IDeA, fondazione a scopo benifico, ma anche iniziatori della Dilijan Development Foundation. Un gruppo di storici dell’arte e professionisti lavorerà fianco a fianco con i cittadini per individuare quello che noi definiamo il genius loci, indagando la memoria e la sua trasmissione, l’architettura sovietica e il design, l’artigianato, la grafica, le conoscenze culinarie, la botanica e i prodotti futuri per la sopravvivenza. Insomma, per dirla ancora con le nostre retoriche, l’identità. L’osservatorio non si limiterà a investigare la città di Dilijan, ma si allargherà ai villaggi vicini, utilizzando come quartier generale “Impuls”, una fabbrica di elettronica in disuso, un classico esempio di architettura sovietica, successivamente privatizzata.

UN DIBATTITO APERTO ALL’EUROPA
Non saranno solo artisti e studiosi locali ad essere coinvolti nel progetto che ha invitato a questa disamina e riflessione sul territorio creativi e studiosi da tutta Europa e non solo: ci sono infatti tra gli altri, Haig Aivazian (Canada), Erik van Buuren (Olanda), Katerina Chuchalina (Russia), Mohamad Deeb (Lebanon), Clémentine Deliss (GB), Arpad Dobriban (Germania), Andrew de Freitas (Nuova Zelanda), Natasha Gasparian (Libano), Raphaela Grolimund (Svizzera), Misha Hollenbach, Perks e Mini (Austria), Christoph Keller (Germania), Augustin Maurs (Francia), Ioana Mitrea (Romania), Maria Mkrtycheva (RussiaMarcello Spada (Italia), Joanna Sokolowska (Polonia), Vangjush Vellahu (Albania), Jasmine Werner (Germany), Nork Zakarian (Egitto). Nei giorni 10 e 11 settembre una due giorni di appuntamenti aperti al pubblico presenterà, infine, i risultati del lavoro condotto dall’osservatorio con una serie di eventi quali concerti, performance e manifestazioni culinarie, mostre, dibattiti e tavole rotonde che saranno poi esposti presso la National Gallery of Contemporary Art e l’Hamburger Bahnhof di Berlino a Novembre 2017 e il Centre Pompidou, a Parigi nell’estate 2018.

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Al Monte un concerto di musica armena Eventi a Cesena (Cesenatoday 26.08.16)

Al Monte un concerto di musica armena Eventi a Cesena

Nel chiostro dell’abbazia di Santa Maria del Monte, sabato 27 agosto alle 21, si terrà un concerto di musica armena dedicato alla figura del grande musicista armeno padre Komitas, a cura della Società Amici del Monte in collaborazione con la Comunità monastica.

Suoneranno Giuseppe Dal Bianco (duduk, shofar, flauti etnici) e Giuseppe Laudanna (tastiere e percussioni). Voce narrante di Mauro Lazzaretti, che leggerà brani di Antonia Arslan ed altri autori armeni.
Introdurrà lo spettacolo Baykar Sivazliyan dell’Università di Milano ed eminente esponente della Diaspora.
Dal 2005 la musica del Duduk è nella lista del patrimonio culturale dell’Unesco. Si tratta di uno strumento a fiato in legno di albicocco dal suono dolcissimo e struggente, simbolo dell’Armenia.

Il 24 aprile 2015, in Armenia e nel mondo, si è celebrato il centenario dall’inizio del genocidio degli armeni, il Metz Yeghern, che significa “il grande male”. Un male che ha portato alla morte circa un milione e mezzo di persone. Nella notte fra il 23 e il 24 aprile del 1915 vennero arrestati anche alcune centinaia di intellettuali per essere in seguito deportati e uccisi. Tra questi c’era anche padre Komitas. Komitas non venne ucciso, si salvò, ma dovette assistere alle peggiori atrocità verso il suo popolo e all’uccisione di molte persone per le quali nutriva molto affetto. Nel 1919, a causa di tali sofferenze, Komitas accusò una grave malattia mentale che lo porterà alla morte nel 1935. Il concerto è dedicato alla memoria di questo grande musicista armeno.

Potrebbe interessarti: http://www.cesenatoday.it/eventi/al-monte-un-concerto-di-musica-armena.html
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Eurovision 2017: giuria di star eurovisive per la selezione in Armenia (Eurofestivalnews 22.08.16)

In attesa di conoscere in quale città ucraina si terrà l’Eurovision Song Contest 2017 (in lizza Kiev, Dnipro e Odessa), l’Armenia svela novità sulla selezione nazionale attraverso la quale verrà scelto il nuovo rappresentante eurovisivo del paese caucasico.

Dopo cinque scelte interne, la rete armena AMPTV tornerà ad un format televisivo, intitolato Depi Evratesil (in italiano, Verso l’Eurovision). Un vero e proprio talent, in partenza a settembre, della durata di tre mesi.

Depi-Evratesil

I provini sono aperti: entro il 25 agosto gli interessati – cittadini armeni o di origini armene, come espressamente richiesto dal regolamento – potranno iscriversi al programma e sperare di prendere parte alle audizioni.

La giuria è ricca di stelle già viste sul palco dell’Eurovision: Iveta Mukuchyan (2016), Essaï (membro dei Genealogy, 2015), Aram Mp3 (2014), le sorelle Inga & Anush (2009) e Hayko (2007).

I concorrenti saranno provinati e smistati in squadre, ognuna guidata da uno dei giurati. Solo uno, però, sarà decretato vincitore assoluto e investito dell’onore di rappresentare il proprio paese nella kermesse canora europea.

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Bourj Hammoud: dal genocidio armeno alla crisi siriana (Lantidiplomatico.it 21.08.16)

Bourj Hammoud si trova nella parte nord-orientale della capitale libanese a poca distanza dal mare e dal porto della città, oltre il Beirut River. Il quartiere deve il suo nome a quello dell’unico edificio presente prima della progressiva urbanizzazione della zona: la torre (in arabo Bourj) costruita dalla famiglia libanese Hammoud che, in uno dei punti d’accesso alla città, permetteva di tenere sotto controllo il territorio circostante

di Maurizio Vezzosi e Giacomo Marchetti

 

Beirut – La vernice rossa scalfisce i muri del quartiere armeno di Bourj Hammoud. La Turchia è colpevole di un genocidio, Turkey is guilty of genocide.

L’accusa mossa contro Ankara riguarda l’orribile genocidio avvenuto tra il 1915 e il 1916.

Il grande crimine – come viene ricordato dagli armeni il primo genocidio del Novecento – costò la vita a più di un milione e mezzo di persone e fu l’inizio della diaspora di questo popolo, durante la quale migliaia di armeni arrivarono in Siria ed in Libano mentre l’Impero ottomano si sgretolava.

Ancora oggi Ankara nega il genocidio, e chi ne denuncia le responsabilità, soprattutto in Turchia, riceve in cambio intimidazioni e misure repressive, rischiando in alcuni casi l’esilio e addirittura la vita. Anticipando l’arrivo del 1948 e del 1967 dei rifugiati palestinesi, quella armena è stata la prima comunità ad arrivare in Libano dopo la dissoluzione dell’Impero ottomano, facendo di Beirut uno dei suoi epicentri nel mondo arabo.

Bourj Hammoud si trova nella parte nord-orientale della capitale libanese a poca distanza dal mare e dal porto della città, oltre il Beirut River. Il quartiere deve il suo nome a quello dell’unico edificio presente prima della progressiva urbanizzazione della zona: la torre (in arabo. Bourj) costruita dalla famiglia libanese Hammoud che, in uno dei punti d’accesso alla città, permetteva di tenere sotto controllo il territorio circostante.

Nel suo fitto reticolato di strade sventolano i colori arancione, blu e rosso della bandiera armena, e spesso si specchiano nei cristalli delle decine di gioiellerie del quartiere. In Armenia Street un grande striscione plastificato ricorda il grande crimine. Nei locali, nei negozi, sui muri l’arabo cede il passo all’armeno. I nomi di molte strade che lo attraversano rimandano a quelli dei villaggi dai cui provenivano i primi abitanti arrivati qui un secolo fa, dopo un periodo di quarantena in una zona fuori città ad est del quartiere.

Provvedendo alla progressiva bonifica della zona, grazie alla loro forte coesione comunitaria ed alla loro straordinaria capacità artigianale riuscirono a rendere umano un contesto non certo favorevole, peraltro dovendo fare i conti con una barriera linguistica pressoché insormontabile e trovando un impiego solo nelle mansioni più umili.

Il senso di disorientamento non riguardava solo gli armeni: gli stessi libanesi videro una zona disabitata e insalubre ai margini della città venire popolata da persone completamente estranee alla società libanese del tempo. Il fiorente sviluppo della capitale libanese, ed il successo delle attività  economiche degli armeni, permise agli abitanti di Bourj Hammoud di mutare radicalmente la propria condizione nel giro di qualche decennio. In seguito le buone possibilità di trovare un’occupazione fecero arrivare qui anche non pochi libanesi sciiti provenienti dalle zone più povere del sud del paese.

Nel corso del tempo l’urbanesimo informale che faceva assomigliare Bourj Hammoud alle periferie di molte città italiane venne gradualmente razionalizzato da una ristrutturazione complessiva che dette alle singole famiglie del quartiere un alloggio salubre e sufficientemente spazioso. Nonostante ciò restano ancora ben visibili le tracce della fondazione del quartiere.

La dimensione della comunità e la volontà di rendere le nuove generazioni consapevoli delle proprie radici ha spinto gli armeni di Beirut a costruire e far vivere chiese, scuole in lingua armena e centri culturali dentro e fuori Bourj Hammoud.

Ad Hamra, nel centro di Beirut, dalla metà degli anni ’50  ha sede l’università armena Haigazian,

costruita in ideale continuità con gli istituti armeni presenti in Anatolia e distrutti dai turchi durante il genocidio.

A Bourj Hommoud non si respira l’ostilità sociale che caratterizza altre zone di Beirut, sopratutto quelle più abbienti. Nel quartiere vivevano circa  100.000 persone tra armeni, libanesi e diverse comunità di immigrati asiatici e africani, ma con la crisi siriana sono arrivati qui ben 30.000 profughi siriani e armeno-siriani.

Alcuni dei profughi provenienti dalla Siria trascorrono qui solo qualche tempo, nell’attesa di ricongiungersi con amici e parenti delle grandi comunità armene in Europa, negli Stati Uniti e in Canada. Altri hanno messo radici già da qualche tempo.

Per le strade moltissimi manifesti ricordano uno dei sanguinosi conflitti esplosi dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica: la guerra scatenata contro gli armeni del Nagorno-Karabak. Ritornato recentemente alla ribalta delle cronache dopo le sue fasi di stallo: quello del Nagorno-Karabak è un conflitto mai risoltosi e a lungo ignorato dalla comunità internazionale.

Durante la guerra civile libanese la comunità armena si limito ad autodifendersi, con una posizione neutrale, che non gli risparmiò comunque lutti e sofferenze. Alle fine anni ’70, durante una delle fasi più critiche della guerra, la popolazione armena era l’unica ad essere rimasta estranea dal conflitto godendo della tutela internazionale dell’Unione Sovietica. A Beirut le milizie falangiste intendevano far diventare Bourj Hommoud un deposito di munizioni: di fronte al rifiuto armeno circondarono gli accessi al quartiere minacciando di bombardarlo.
A quel punto si racconta che a Bashir Gemayel, capo dei falangisti, arrivò una telefonata dell’allora Ambasciatore sovietico a Beirut Andrej Kolotosha, e che il diplomatico si rivolse a Gemayel con un’unica affermazione, senza aspettare risposte. “Se non volete capovolgere le sorti della vostra guerra, andate via da Bourj Hammoud”.
La telefonata fu sufficiente a convincere i falangisti a sciogliere l’assedio il mattino seguente.

 

Due occasioni per parlare della storia e delle tradizioni dell’Armenia (Histonium.net 17.08.16)

Il 18 agosto alle ore 18 presso l’Aula Convegni del Basilica Madonna dei Miracoli e il 19 agosto alle ore 20:30 presso le Casetta Santini di Casalbordino (versante nord adiacente la pineta), si parlerà della storia e delle tradizioni del popolo armeno.

Gli argomenti degli incontri saranno nello specifico rispettivamente “Italiani e Armeni, un rapporto poco conosciuto che dura da secoli” e “La mia Armenia: ritorno alle radici e incontri di pace”.

A presiedere entrambi gli appuntamenti interverrà la dott.sa Fimi Arakelian, portavoce della cultura armena, che ci parlerà delle tradizioni del suo popolo, ma avrà anche il gravoso compito di raccontarne il terribile massacro subito, non nascondendo “il profondo dolore che a tutt’oggi significa rievocarne la storia”.

Gli incontri, patrocinati dal Comune di Casalbordino, dalla Basilica-Santuario Santa Maria dei Miracoli di Casalbordino e dal Ristobar Finis Terrae di Casalbiordino Lido, saranno arricchiti dai reportage fotografici sul viaggio del Papa nel paese caucasico, un secolo dopo il genocidio che cancellò l’antica comunità cristiana.

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