Armenia: speriamo che (non) sia femmina (Balcani &Caucaso 04.01.17)

L’Armenia è il secondo paese al mondo per tasso di aborti selettivi, a causa dell’ossessiva ricerca di figli maschi. Un approfondimento

Mariam, 31 anni, è madre di due bambine ed è originaria della regione di Armavir, Armenia occidentale. Anche dopo la nascita della seconda figlia, ha continuato a inseguire il suo sogno, avere un maschio, affidandosi ad un calcolo di probabilità. Ma non appena saputo di essere rimasta incinta e che si sarebbe trattato di un’altra femmina ha scelto di ricorrere all’aborto. “Mi sento colpevole di aver preso questa decisione, ma continuo a sperare di avere un figlio maschio un giorno. Non voglio scoprire ancora una volta che si tratta di una femmina e abortire di nuovo, non posso… Continuo a ripetermi che la prossima volta sarà quella buona”.

Spesso, in Armenia, molte donne come Mariam ricorrono alla pratica dell’aborto selettivo – spesso spinte in questo dal marito o dalla famiglia – per assicurarsi figli maschi, mettendo però a serio rischio la loro salute e lo stesso equilibrio demografico del paese.

Tra i primi al mondo per tasso di aborti selettivi

Secondo il 2016 Global Gender Gap Report , l’Armenia è il secondo paese al mondo per tasso di aborti selettivi, dietro solo alla Cina. Come ricorda Garik Hayrapetyan, rappresentante di UNFPA Armenia – agenzia Onu che si occupa di politiche famigliari – il sesso del feto è alla base del 10% di tutti gli aborti indotti effettuati nel paese caucasico, dove ogni anno circa 1.400 nascite femminili vengono interrotte. Il problema degli aborti selettivi è emerso in seguito all’indipendenza del paese, negli anni Novanta, sebbene in Armenia l’aborto venisse largamente praticato come metodo contraccettivo fin dall’epoca dell’Unione Sovietica (il primo paese a legalizzare l’aborto, nel 1920).

Questo problema non riguarda solo l’Armenia, ma è comune a tutto il Caucaso, come conferma la presenza nelle prime dieci posizioni della classifica dei paesi con il più alto tasso di aborti selettivi dell’Azerbaijan (al 5° posto) e della Georgia (all’8°).

Secondo un rapporto di UNFPA Armenia del 2013, il paese ha inoltre il terzo più alto livello di mascolinità alla nascita osservato nel mondo, e una sex ratio tale per cui per ogni 114-115 maschi nascono solo 100 femmine (la media mondiale è di 105 maschi per 100 femmine). Questa stessa ricerca dimostra come il divario aumenti progressivamente a seconda dell’ordine di nascita: mentre il rapporto tra sessi è relativamente equilibrato per la prima nascita, esso aumenta a 173 maschi per 100 femmine al terzo figlio.

Quali sono le cause di questo fenomeno?

Per Ani Jilozian, attivista presso il Women’s Support Center di Yerevan, questo squilibrio è dovuto principalmente a tre fattori tra loro correlati. Il primo è la preferenza verso i figli maschi, che deriva da una struttura familiare in cui le ragazze e le donne hanno un ruolo sociale, economico e simbolico marginale, e di conseguenza godono di meno diritti. I figli maschi garantiscono inoltre una sicurezza per ogni famiglia, in quanto hanno il compito di prendersi cura dei propri genitori e assisterli nel corso della loro vecchiaia, poiché le donne, una volta sposate, vanno solitamente a vivere presso la famiglia del marito. Un secondo fattore è lo sviluppo tecnologico applicato alla diagnostica prenatale, che ha permesso ai genitori di conoscere il sesso del bambino ancor prima della nascita. L’ultimo fattore è la bassa fertilità (in media ogni donna armena partorisce 1,7 figli), che riduce la probabilità di avere un figlio maschio nelle famiglie più piccole aumentando di conseguenza la necessità di selezionare il sesso.

Sebbene una statistica di UNFPA Armenia (2012) stabilisca che nel 70% dei casi siano le donne a scegliere di abortire, non sempre esse sono messe in condizione di prendere questa decisione in piena autonomia. Secondo uno studio qualitativo condotto da Ani Jilozian, basato su una serie di interviste realizzate con alcune donne che hanno fatto ricorso all’aborto selettivo, la maggioranza delle intervistate, pur rivendicando inizialmente la decisione di abortire, ha successivamente ammesso che la scelta è stata di fatto indotta dalla forte volontà del marito o della sua famiglia di avere un figlio maschio. Talvolta sono gli stessi mariti a prendere la decisione per la moglie, ricorrendo in molti casi anche a pressioni psicologiche.

Una legislazione inefficace

Secondo la legge armena una donna può effettuare un aborto fino alla 12ma settimana di gravidanza, periodo nel quale il sesso del feto non può ancora essere determinato, il che dimostra come la maggior parte degli aborti selettivi siano illegali e rischiosi. Solo il 57% delle donne è però al corrente dell’illegalità di questo processo e dei rischi che esso comporta.

Recentemente il governo armeno ha introdotto una nuova legge per combattere il fenomeno degli aborti selettivi. Secondo la nuova norma, prima di poter effettuare un aborto, una donna deve partecipare a una sessione di consulenza con il proprio medico, e successivamente aspettare tre giorni prima di ricevere l’autorizzazione per l’intervento. Secondo il governo armeno questa legge dovrebbe aiutare a sensibilizzare le donne sui rischi che comporta l’aborto e a metterle nella condizione di riflettere meglio.

Come spiega però Ani Jilozian, questa legge è inadeguata, in quanto limita la libertà riproduttiva della donna e ne mette a rischio la stessa salute. Dichiarare illegali gli aborti selettivi non è una soluzione che può combattere efficacemente il problema, in quanto non elimina le cause principali di questa preferenza sessuale, le quali sono profondamente radicate nella società patriarcale armena. Il tentativo di limitare l’accesso all’aborto senza affrontare le principali cause della preferenza del sesso potrebbe quindi finire per provocare una maggiore domanda di aborti illegali o non sicuri, in particolare per le donne provenienti dalle comunità più emarginate.

Inoltre, seppure negli ultimi anni in Armenia il numero di aborti selettivi sia in leggera diminuzione, secondo alcune proiezioni, se nel lungo periodo questo fenomeno non verrà adeguatamente contrastato, entro il 2060 in un paese di soli 3 milioni di abitanti verranno a mancare circa 93.000 donne, ovvero il 3% dell’attuale popolazione totale. Questo causerebbe un conseguente processo di emigrazione di una parte della popolazione maschile, destinata ad andare in cerca di una partner al di fuori del paese, mettendone a rischio l’equilibrio demografico.

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Azerbaijan contro Armenia: continue violazioni del cessate il fuoco nel Karabakh (04.01.17)

(AGENPARL) – Roma, 04 Gen 2017 – L’Azerbaijan non riconosce l’auto-proclamata Repubblica e considera l’esercito di Difesa Nagorno-Karabakh parte delle forze armate dell’Armenia.Il Ministero della Difesa dell’Azerbaijan ha riferito che truppe armene hanno violato il regime del cessate il fuoco 31 volte nella zona di conflitto del Nagorno-Karabakh nelle ultime 24 ore, utilizzando mitragliatrici,  di grosso calibro. “Le postazioni dell’esercito azero sono state bombardate 31 volte dagli armeni, compresa la zona di conflitto del Nagorno-Karabakh e le aree adiacenti” controllate dalla parte armena, ha detto il ministero. La situazione lungo la linea di guerra del Nagorno-Karabakh è peggiorata drammaticamente durante la notte ad del 2 aprile 2016  dopo di feroci scontri armati entrambe le fazioni si accusano reciprocamente di aver violato la tregua. Il 5 aprile, la Russia ha mediato un incontro avuto luogo a Mosca tra il colonnello-generale Nadzhmeddin Sadykov ed il capo della azero forze armate generale del personale, e il colonnello-generale Yuri Khachaturov, il capo del personale delle Forze Armate armeno. Inizialmente le parti si erano accordate  per cessare le ostilità nel Nagorno-Karabakh entro le ore dodici del giorno successivo.  Il 20 giugno a seguito di un vertice dei presidenti russi, armeni e azeri a San Pietroburgo, le parti hanno confermato il loro impegno per la normalizzazione della situazione lungo la linea di impegno nel Nagorno-Karabakh.

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Palermo, al Conservatorio Bellini un gruppo di fama internazionale armeno (Palermomania 03.01.17)

Il 3 gennaio, alle ore 21.00, presso la Sala Scarlatti del Conservatorio Vincenzo Bellini si terrà il concerto “Songs of exile”, The sound of ancient Armenia reinvented for the 21st century, con The Naghash Ensemble, un gruppo di artisti armeni di fama internazionale e per la prima volta in Italia. L’evento è organizzato dal settore cultura del comune in collaborazione con l’associazione “Darshan” ed è a ingresso libero. La collaborazione tra il Maestro Hodian e il conservatorio Bellini rappresenta un esempio di reale integrazione culturale fra due territori apparentemente lontani, accomunati da uguale destino e opposti motivi: la Sicilia, luogo di eterna accoglienza e l’Armenia, luogo di sterminio e di esilio.

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Te Deum laudamus per le prove che ci dai ogni volta (Tempi.it 02.01.17)

Questo articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola a partire dal 29 dicembre (vai alla pagina degli abbonamenti) e secondo tradizione è dedicato ai “Te Deum”, i ringraziamenti per l’anno appena trascorso. Nel “Te Deum” 2016 Tempi ospita i contributi di Benedict Nivakoff, Alex Schwazer, Rone al-Sabty, Ilda Casati, Luigi Amicone, Siobhan Nash-Marshall, Tiziana Peritore, Therese Kang Mi-jin, Anba Macarius, Roberto Perrone, Pier Giacomo Ghirardini, Farhad Bitani, Maurizio Bezzi, Renato Farina, Pippo Corigliano, padre Aldo Trento, Mauro Grimoldi. Il prossimo numero di Tempi sarà in edicola da giovedì 12 gennaio 2017.

Siobhan Nash-Marshall è docente di Filosofia al Manhattanville College di Purchase, New York.

L’estate scorsa sono stata a Parigi per un simposio internazionale sulla filosofia. La mia dissertazione affrontava quella che è divenuta una posizione filosofica mainstream: che la fede in Dio debba essere accettata senza prove di alcun genere. Io sostenevo che è una posizione pericolosa. Rende l’accettazione di convinzioni reciprocamente esclusive – come l’idea che Dio esista e quella che Dio non esista – giustificabili allo stesso modo, e dunque impedisce di credere davvero in qualsiasi cosa. Quando ho finito di leggere, un collega dalla Scozia ha messo in discussione la mia argomentazione facendo appello proprio al tipo di opinione che viene utilizzata per giustificare posizioni come quella che io stavo criticando: la tesi dell’ultimo periodo di Wittgenstein secondo cui tutti i sistemi di pensiero sono fondati su giochi linguistici e non su prove.

La sfida era inevitabile. È diventato difficile trovare intellettuali che si attengano a qualche convinzione fondamentale che non sia la convinzione che tutte le convinzioni fondamentali sono infondate allo stesso modo. Sembra che non osiamo più credere che le nostre convinzioni debbano essere o vere o false: che esse referuntur ad rem oppure no. Sembra che non abbiamo più il coraggio di fidarci di ciò in cui crediamo. Se crediamo in qualcosa, o così i nostri tempi ci farebbero supporre, è perché ci sentiamo soli e impauriti, perché vogliamo appartenere a qualche gruppo o ad altro e, come si usa dire, “dare significato alle nostre vite”.

La topografia intellettuale del mondo occidentale oggi è diventata perciò assai simile alla topografia religiosa dell’antica Delo, dove una pletora di templi dedicati a una miriade di dei – Iside, Poseidone, Apollo, Artemide e così via – circondavano quello che era allora uno dei più grandi mercati di schiavi del Mediterraneo. Doveva esserci qualcosa di strano a riguardo del dio particolare a cui si facevano sacrifici nei tempi antichi, tanto più se non li si facevano per ragioni pratiche. Colui che faceva sacrifici a Poseidone a Delo provava a giustificare il suo fare sacrifici a Poseidone anziché ad Apollo? Si domandava perché Poseidone avesse un tempio su un’isola la cui sacralità era legata al mito secondo cui quello era il luogo di nascita di Apollo? Osava forse credere che Poseidone – e non Apollo – esercitasse davvero un potere sul cosmo e sulle vicende umane? Che Poseidone non potesse che suscitare soggezione in chiunque vedesse le sue opere? Che tutti dovessero venerare Poseidone? Che dovesse esserci qualcosa di eccezionale in lui, se poteva venerare Poseidone? Credeva che venerare Poseidone comportasse vivere una vita più compiuta? Ne aveva (o ne voleva) le prove?

Mentre si avvicina la fine dell’anno, penso a Parigi e ringrazio Dio per le prove. Ringrazio Dio per l’Armenia e Artsakh. Te Deum laudo per le battaglie di Sardarabad, Abaran e Karakilisse. Nel 1918, dopo che i sovietici avevano ceduto loro le province armene di Kars e Ardahan, dopo che essi avevano sterminato gli armeni nell’Armenia occidentale, i leader del Comitato dell’Unione e del Progresso che governava l’Impero ottomano decisero di conquistare le terre che separavano Kars da Baku, con i suoi pozzi di petrolio e la sua popolazione turca: gli azeri.

Decisero di spazzare via l’ultimo pezzo di Armenia che restava. Lanciarono un attacco su tre fronti. Avrebbe dovuto essere una vittoria facile. Fra il 1915 e il 1917 gli armeni occidentali erano stati deportati e massacrati. Tre su quattro erano morti. I superstiti erano un mucchio di miserabili: privati del focolare, della patria e di ogni mezzo, erano affamati e stanchi. Gli armeni orientali erano sconvolti dall’arrivo di centinaia di migliaia di coloro che erano riusciti a scampare la morte a ovest, e dalle conseguenze della Rivoluzione russa in corso. Non potevano resistere a un attacco frontale.

Quando giunse la notizia che l’esercito turco stava per attaccare, il catholicos Gevorg V ordinò che tutte le campane delle chiese in Armenia suonassero. Contadini e poeti, preti e rifugiati, uomini e donne si diressero ai fronti trascinando carri carichi di vecchie munizioni e cibo. Le campane suonarono per sei giorni mentre essi combattevano. Il settimo giorno, l’Armenia si fermò. Il nemico si era ritirato. Te Deum laudamus.

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Tensione al confine tra Armenia e Azerbaigian (Sputnik 29.12.16)

Il portavoce del ministero della Difesa armeno Artsrun Ovannisyan ha denunciato che la parte azera giovedì mattina ha intrapreso un tentativo di sabotaggio al confine tra i due Paesi e al momento è in corso uno scontro a fuoco.”Questa mattina le truppe azere hanno intrapreso un tentativo di sabotaggio presso il confine a sud-est del villaggio di Chinari della regione di Tavush,”

— Ovannisyan ha scritto sulla sua pagina su Facebook, segnala l’edizione armena di Sputnik. Ha dichiarato che i soldati armeni hanno iniziato a combattere. “Sono usati fucili di precisione e granate, lo scontro armato continua. Le forze armate armene controllano completamente la situazione, impedendo l’invasione del nemico,” — ha scritto Ovannisyan.

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COMUNICATO STAMPA: L’Azerbaigian viola il confine dello Stato sovrano dell’Armenia

COMUNICATO STAMPA

Azione militare dell’Azerbaigian contro l’Armenia.

l’Azerbaigian viola il confine dello Stato sovrano dell’Armenia

”Condanniamo con fermezza le azioni militari messe in atto dall’Azerbaigian nel tentativo di infiltrazione nel confine dello Stato sovrano dell’Armenia, che hanno  causato diverse perdite umane”. E’ quanto si legge in un comunicato diramato dal Ministero degli Esteri armeno dopo che truppe azere hanno cercato di penetrare il confine armeno nella provincia nord orientale di Talish,  causando la morte di tre militari armeni, mentre gli aggressori  hanno lasciato sul terreno sette soldati.

Non è la prima volta che il dittatore Aliyev ricorre a simili «provocazioni» nel tentativo di far fallire tutti gli accordi di cessate il fuoco e far saltare il tavolo di trattative avviato dal Gruppo Minsk il quale vede come unica soluzione del conflitto Armeno-Azero quello del negoziato pacifico. Soluzione alla quale l’Armenia ha dato piena adesione ma che  il regime di Aliyev continua ad ostacolare con tutti i mezzi a disposizione.

E’ notizia di qualche ore fa, la firma da parte del Presidente azero del bilancio preventivo per le spese militari per l’anno 2017 che sono in netto aumento e raggiungono quota 1,6 miliardi di dollari (nel 2016 ammontavano ad 1,43 miliardi), e sono il  segno che Baku è intenzionata a perseverare nella sua politica belligerante infischiandosi delle raccomandazioni della comunità internazionale.

Sono anni che sulla stampa internazionale vengono segnalate violazioni dei diritti umani da parte del dittatore di Baku, giornalisti incarcerati senza ragione, cittadini privati della loro libertà,  perseguitati e torturati dal regime, per non parlare poi delle migliaia di profughi azeri che non ricevono alcun aiuto da parte dello Stato mentre la famiglia Aliyev continua a sperperare il denaro pubblico ed arricchirsi sulle spalle degli ignari cittadini, cercando di «comprare» all’estero una reputazione a suon di caviale.

Nel clima delle festività natalizie e di capodanno il Consiglio per la comunità armena di Roma nel condannare fermamente le azioni militare intraprese da tempo dal Governo di Baku ed in particolare dal dittatore Aliyev, si appella alla comunità internazionale ed in particolare a tutte le forze politiche italiane ed alla società civile affinché  facciano sentire la loro voce nelle sedi opportune per far tacere, una volte per tutte, le armi del dittatore Aliyev, e le provocazioni dallo stesso avanzate e scongiurare che il Caucaso possa diventare teatro di altre atrocità disumane che la guerra provoca.

Noi diciamo no alla guerra. No all’odio. No al prevalere degli interessi personali e statali sui valori umani. Diciamo no, con forza, alle azioni militari. Diciamo no alla violenza.

E diciamo si alla convivenza tra i popoli, al rispetto delle regole e delle leggi internazionali.

Diciamo si alla pace.

Consiglio per la comunità armena di Roma

Iran, i sopravvissuti del primo cristianesimo (Avvenire 27.12.16)

I 150.000 eredi del passato
Esce nel primo numero 2017 di “Vita e Pensiero” la versione integrale dell’articolo «Essere cristiani a Teheran. Viaggio fra passato e futuro», di cui qui anticipiamo un saggio. Joseph Yacoub, professore onorario all’Università Cattolica di Lione, percorre le poche tracce di comunità che resistono in quello che fu uno dei centri del primo cristianesimo. Il bimestrale, che sarà disponibile dal 12 gennaio, contiene tra gli altri testi di Luigi Campiglio, Alessandro Rosina, Gian Maria Vian e un inedito di Jean-Marie Lustiger.

(In Iran, ndr) su una popolazione cristiana approssimativamente stimata oggi in 150.000 unità (di cui 120.000 armeni), i caldei-assiri-protestanti e latini sarebbero circa 30.000. A Teheran esistono comunità assiro- caldee molto attive, al di là della loro specifica obbedienza religiosa. Ma l’Iran è anche un Paese pieno di chiese. I villaggi, oggi abitati in maggioranza da curdi scesi dalle montagne e da turchi azeri, costituiscono la memoria di questa cristianità e una fonte di fierezza. La chiesa di Mar Thomas a Balulan, un bel villaggio ai piedi della montagna che separa questa regione dalla Turchia (nella piana di Tergavar), risalirebbe all’VIII secolo. Ha un’architettura ispirata agli arsacidi e ai sasanidi.

Le chiese di Mar Maria, di Tcharbach (a nord di Urmia) e di Mar Surgis nel villaggio con lo stesso nome (a sud di Urmia), risalirebbero al VI secolo. Alcune chiese, e non tra le meno importanti, sono classificate dalle autorità iraniane come monumenti storici (un pannello con le spiegazioni è posto all’entrata). Questo significa che vengono conservate a titolo di eredità storica, come nel caso di Mar Yokhanna (San Giovanni Battista) a Ada, costruita nel 1801 (nel villaggio di Ada esiste un’altra chiesa molto conosciuta, Mar Daniel). In alcuni villaggi si incontrano addirittura nomi bilingui (persiano e aramaico) di strade che rimandano alla cristianità, come “Via della chiesa” ad Ada.

Chiari esempi sono alcuni santuari divenuti luoghi di pellegrinaggio, come Mar Surgius e Mar Buccus, a 10 chilometri da Urmia, o la chiesa di San Pietro e Paolo del VII secolo. Fatta eccezione per Khosrava e in parte anche per Pataver, gli altri villaggi cristiani del distretto di Salmas sono ormai completamente spopolati. (…) Alla vigilia della prima guerra mondiale vi erano villaggi a popolazione interamente cristiana e villaggi a popolazione mista (cristiana e musulmana). Il genocidio del 1915-1918, perpetrato dai turchi e dai curdi, sterminò gran parte della popolazione, non senza resistenza, come nel caso di Gulpashan. Qui la quasi totalità dei 2.500 abitanti assiri fu massacrata. (…) Nella regione si contano oggi molti grandi cimiteri, monumenti funebri e sarcofagi, come a Sopurghan e Dizatakya, reminiscenza di un passato nel quale quella cristianità era numerosa e influente (…). Va detto che i cristiani hanno prodotto una letteratura molto ricca in aramaico, oltre che in persiano, caratterizzata da un forte attaccamento alla loro identità assira e al loro patrimonio culturale. I toni sono spesso carichi di un accentuato senso del tragico. Chi meglio di altri è riuscito a restituire la dimensione tragica del loro percorso è il poeta Shlimoun di Salmas, che nel suo libro (in aramaico) Viaggio delle lacrime sul cammino del sanguescrive: «Perché siamo rimasti soltanto noi a strisciare tra queste montagne, queste valli, nel caldo, la sete e la fine? Perché?».

Malgrado l’esodo e la scarsa sensibilità della popolazione, in Iran i cristiani vivono abbastanza bene. Le autorità consentono la traduzione in persiano di libri religiosi cristiani, ma solo a certe condizioni. Il proselitismo è rigorosamente vietato e nelle chiese non si ha diritto di pregare in persiano. Alcune delle pubblicazioni cristiane in persiano sono riservate alla lettura dei soli cristiani. Va ricordato che in virtù della Costituzione islamica del 1979 (articolo 13), i cristiani assiro-caldei hanno un deputato che li rappresenta al Majlis, il Parlamento. Gli armeni, invece, hanno due deputati, uno per Teheran e il nord, l’altro per Esfahan e il sud (gli zoroastriani e gli ebrei hanno diritto entrambi a un seggio).

Le Chiese sono molto attive e alcune sono sedi vescovili. Le comunità più importanti sono gli assiri nestoriani, i caldei cattolici (fra cui l ’arcivescovo di Teheran, Ramzi Garmou), le Chiese assire evangeliche (distaccatesi dalla Chiesa nestoriana), in particolare a Teheran e Urmia. Le Chiese si occupano in particolare dei giovani, delle donne e dei bambini. Nel maggio del 2015 il patriarca della Chiesa caldea Raffaele I Sako è stato in Iran per una visita pastorale. La Chiesa conta pochi preti di cui due iraniani (padre Hormoz Aslani e il direttore nazionale delle Società Missionarie Pontificie in Iran), due residenze per anziani (a Urmia e Teheran) e alcune congregazioni di suore. La Chiesa nestoriana, dal canto suo, è tutto un brulicare di attività intorno al suo vescovo Mar Narsai Benyamin, a Teheran, e a padre Deriavouch, a Urmia. Erede di un passato prestigioso e continuatrice dell ’opera del patriarca Mar Dinka IV (19352015), anch ’egli vescovo di Teheran.

A Urmia, la chiesa Mart Mariam, presieduta da padre Deriavouch, assistito dal suo consiglio parrocchiale e da giovani sacerdoti e diaconi, è attiva in diversi ambiti: catechismo, attività rivolte ai giovani (ragazzi e ragazze), gruppi di bambini animati da donne, squadre sportive, restauro di chiese nella piana di Urmia. Dal 2000 la Chiesa assira evangelica pubblica a Teheran, in aramaico, un bollettino trimestrale molto apprezzato, Alap u Tav , diretto dal pastore Ninos Moqadas Nia. Una volta alla settimana viene trasmesso anche un programma radio ufficiale animato da Ninos Vardeh.

Nella capitale le Chiese assire e caldee hanno cattedrali (la cattedrale caldea St. Joseph e la cattedrale assira Mar Guirvagis) e gestiscono istituzioni sociali e caritatevoli. La scuola shoushan è legata al Comitato assiro di Teheran. Va tenuto conto che le scuole della comunità sono state nazionalizzate nel 1973. A Teheran, dopo la Rivoluzione islamica (1979), la scuola Behnam, frequentata da 350 studenti musulmani e cristiani, è amministrata dal ministero dell ’Istruzione, pur restando di proprietà della Chiesa caldea. L ’Università delle Religioni e delle Confessioni ( University of Religions and Denominations) della città sciita di Qom ha pubblicato diversi libri sulla religione cristiana in persiano, in particolare delle traduzioni, tra le quali la Bibbia e il Catechismo della Chiesa cattolica.

A Teheran, nel 2008, il Nuovo Testamento è stato tradotto in persiano da Pirouz Sayar a partire dalla Bibbia di Gerusalemme. Oggi questa cristianità trova alimento da una diaspora che non dimentica il proprio Paese e la sua eredità e che, tra l ’altro, contribuisce al restauro delle chiese. Di sicuro l ’archeologia, l ’epigrafia e la linguistica ci diranno di più riguardo alla ricchezza di questo patrimonio. (traduzione di Davide Frontini)

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Angelina, «la figlia di Chernobyl» operata a Brescia 30 anni dopo (Giornaledibrescia.it 26.12.16)

Angelina il 26 aprile del 1986 era nella pancia di sua madre. Doveva ancora nascere quando l’esplosione all’interno della centrale nucleare Lenin di Chernobyl, in quella che allora era ancora l’Urss, causò la fuoriuscita di una enorme nuvola di materiale radioattivo.

La polvere mortale ricoprì interi paesi e cittadine nelle vicinanze, rimaste – a distanza di trent’anni – immobilizzate in quella sospensione che sa ancora di morte e di dolore. Tra giostre, ponteggi, palazzi vuoti come scheletri di un corpo bruciato da quel soffio letale che uscì dal reattore per una serie di errori umani.
La famiglia di Angelina venne sfollata insieme ad altre 330mila persone, trasferita da Pripyat e Chernobyl a Kiev.

Poco dopo averla partorita la mamma della ragazza si è ammalata di cancro. Il padre è stato stroncato da un tumore così come il fratello. Solo lei pareva essersi salvata da quelle onde maledette. Ma così non è stato. Anche lei trent’anni dopo il disastro si è ammalata, venendolo a sapere poco dopo essersi sposata.
Così, quel viaggio di nozze in Italia, tanto sognato dai due sposini, si è di fatto trasformato in un viaggio di cure mediche, per dare un futuro alla giovane coppia. Ad aiutare la ragazza ucraina è stata l’associazione Decorati Pontifici che riunisce chi è stato insignito dalla Santa Sede di una onoreficenza, guidati da monsignor Ivo Panteghini. L’associazione con la rete internazionale di contatti tra religiosi, ha fatto visitare Angelina all’ospedale Civile in città dove si è occupato di lei il dottor Guido Tiberio che si è interessato della parte burocratica per il ricovero e poi anche della stessa operazione al linfonodo della trentenne.

A chiedere aiuto a monsignor Panteghini è stato padre Antonio Evasian, «uomo di cultura e che insegna anche all’Università di Yerevan, in Armenia». Il religioso ha conosciuto anni fa Angelina e sua madre, quando ancora abitavano a Kiev. Le ha portate via dall’Ucraina, fino in Libano e poi in Armenia. Due anni fa la terribile scoperta: un linfonodo al collo della ragazza si era di molto ingrossato. «Stando ai medici di là – spiega monsignor Panteghini – quel gozzo non era maligno. Ma padre Antonio ci ha voluto vedere chiaro e così ha chiesto a me e all’associazione di dargli una mano. È stato così che Angelina è arrivata in Italia e grazie all’amico dottor Guido Tiberio che l’ha visitata rinunciando alle sue vacanze, è stata operata». Il verdetto degli esami non è stato fausto ed anzi, una volta tornata in Armenia la giovane avrebbe dovuto seguire un protocollo di cure indicate dal chirurgo bresciano.

Cure che in Armenia però non avrebbero potuto garantire e così per la «figlia di Chernobyl» si sono nuovamente mobilitati padre Antonio e il Vescovo di Yerevan che sono riusciti a trovare un ospedale a Gerusalemme, dove Angelina è stata sottoposta alle cure chemioterapiche a lei necessarie. «Oggi è molto provata – racconta monsignor Panteghini – ma si continua a lavorare per farla curare. Tornerà in Italia a febbraio per essere sottoposta ad un esame e anche in quel caso ci dovremo occupare della sua permanenza nel nostro Paese e delle spese mediche necessarie».

Questa la storia di Angelina, raccontata da monsignor Panteghini, che non va oltre un laconico commento: «Questa è la carità che nessuno conosce ma che continua a tenere in piedi il mondo».

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Eurovision 2017: Armenia rappresentata da Artsvik (Newsly.it 26.12.16)

E’ la cantante Artsvik ad aggiudicarsi la finale nazionale armena, partecipando e vincendo il DEPI Evratesil. L’artista è stata scelta attraverso una combinazione di voti attraverso una giuria di esperti composta dagli ex partecipanti delle ultime cinque edizione dell’Eurovision e attraverso il voto del pubblico con gli sms.

L’inizio della selezione armena è partita durante l’estate 2016 e si è sviluppata in quattro fasi, svolte nell’arco di tre mesi, arrivando al capitolo finale ieri sera quando la vincitrice Artsvik Harutyunyan, 27 anni di Yerevan si è imposta sulla sua collega Marta dopo una finale che ha visto le artiste esibirsi in due manche di cover, una su un brano interamente in armeno e l’altro in lingua inglese, e un duetto.

Secondo l’emittente televisiva armena AmpTv, si sono presentati centinaia di artisti provenienti da tutto il mondo. Gli artisti sono stati selezionati per esibirsi in spettacoli dal vivo con un nuovo format, fino ad arrivare al mese di ottobre, dove si sono sfidati davanti alla giuria.

La giuria composta dai precedenti rappresentanti armeni all‘Eurovision Eurovision Song Contest: Hayko (2007), Inga e Anush Arshakayn (2009), Aram MP3 (2014), Essai Altounian (2015) ed Iveta Mukuchyan (2016) che si è classificata al settimo posto con il bellissimo brano “Lovewave“.

Il brano che Artsvik presenterà a Kiew (Ucraina) per la prossima edizione dell’Eurovision Song Contest, sarà svelato nelle prossime settimane.

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Eurovision 2017, Armenia: Artsvik vince Depi Evratesil e canterà a Kiev (Eurofestivalnews.com 24.12.16)

Dopo settimane di audizioni e sfide incrociate fra i concorrenti, si è conclusa Depi Evratesil, la lunga selezione legata all’Eurovision Song Contest lanciata dall’Armenia tre mesi orsono.

A trionfare è stata Artsvik Harutyunyan, 27enne di Yerevan, che ha sconfitto la rivale Marta in una finalissima che le ha viste contrapposte in due manche di cover, una su un brano internazionale in inglese, l’altra su un pezzo in armeno, oltre a un duetto condiviso da entrambe le cantanti.

 

Artsvik ha convinto la giuria, formata appositamente da artisti armeni attivi al di fuori del proprio paese d’origine, e pubblico da casa, che si è espresso tramite sms, con un risultato che non lascia adito a dubbi: la prossima rappresentante armena eurovisiva ha trionfato con il 71% dei voti contro il 29% racimolato dalla sfidante.

La cantante vincitrice, che nella selezione ha militato nel team di Essaï Altounian, membro dei Genealogy, ha un passato già costellato da varie esperienze. La sua voce si è fatta apprezzare nella seconda edizione di The Voice in Russia, arrivando fino alla fase dei duelli. La partecipazione al programma le ha donato popolarità in Armenia, tanto da essere invitata come ospite speciale nella finale della versione armena dello stesso talent nel 2013.

Diversi i singoli all’attivo di Artsvik, il più famoso Sestra po dukhu, un duetto con la russa Margarita Pozoyan, che ha superato i due milioni di visualizzazioni su YouTube.

Il brano che l’artista canterà a Kiev nel maggio prossimo sarà presentato nei prossimi mesi.

Business news: Emirati-Armenia, incontro fra ministri al Mansoori e Karayan a Dubai, focus su cooperazione economica (Agenzianova 26.12.16)

Abu Dhabi, 26 dic 14:00 – (Agenzia Nova) – Sultan bin Saeed al Mansoori, ministro dell’Economia emiratino, e Suren Karayan, ministro dello Sviluppo economico dell’Armenia, hanno discusso del rafforzamento delle relazioni economiche e commerciali tra i due paesi. I colloqui hanno avuto luogo nel corso di una riunione tenutasi a Dubai, alla presenza dei sottosegretari Mohammed Ahmed Bin Abdulaziz al Shehhi e Abdullah al Saleh. L’incontro si è concentrato sullo stato di avanzamento delle relazioni bilaterali tra i due paesi e sulle prospettive volte ad aumentare gli scambi commerciali e del turismo. (Res)