Tu. Che potresti essermi sorella (Tempi.it 23.12.16)

Con la sua “Lettera a una ragazza in Turchia” Antonia Arslan inanella vicende cupe e piene di speranza. E dove il sangue rivela verità ignote

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «Nella nostra fievole Europa, dopo settant’anni di pace, oggi non abbiamo personali ricordi di sangue, ma oscure visioni di orrendi eventi che imperversano in un altrove immaginato, fotografato, descritto ma non presente: e tuttavia siamo pervasi da oscure premonizioni, anche se con mille esorcismi tentiamo di ignorarle, di sistemarle in angoli bui e chiusi della nostra testa, fra i timori che non ci riguardano direttamente». Parole chiare, granitiche, dolorosamente autentiche, eppure scritte con delicata grazia. Così leggo nelle prime pagine del nuovo, splendido libro di Antonia Arslan Lettera a una ragazza in Turchia, appena edito da Rizzoli, giusto in tempo per includerlo nei regali di Natale (o di Chanukkhah, come nel mio caso).

arslan-lettera-ragazza-turchiaSospendo la lettura e per un attimo assaporo compiaciuto un’emozione rara – appagante e a suo modo aristocratica, anche se per nulla snob –, quella della gratitudine verso chi ha trovato le parole esatte e calibrate, senza sbavature e nella giusta economia, per esprimere ciò che da tempo vado rimuginando e soffrendo ma che, quando interpellato, riesco a comunicare solo con inadeguata goffaggine. E intuisco che questa frase di Antonia Arslan, così potente nel suo vellutato realismo, diventerà una citazione di cui abuserò. E mi chiedo quale sia la radice ultima di questa gratitudine particolare: forse il senso di liberazione profonda che scaturisce dal vedere quella realtà, lungamente scorta, finalmente riconosciuta, e non tirannicamente fuggita o acquietata? Forse la scoperta, rinfrancante e intima – ma non intimista –, che esiste un altro “tu” con cui sei in sintonia e che ti fa sentire meno solo?

Riprendo a leggere: «E una paura subdola, sottile, come un gas venefico si insinua in ogni cuore. Perché loro, i superstiti di un tempo, avevano più speranza: l’orrore indicibile c’era stato, ma era dietro di loro, nel passato, non da qualche parte in un futuro possibile». Un’altra tremenda verità, che spesso fa capolino e che, ancor più spesso, si ricaccia, bandendola, nell’ultimo ripostiglio dei pensieri temuti e silenziati. Riconosco la lingua di Antonia Arslan, cesellata e fluente. E riconosco lo stile, sempre realista, talora drammaticamente, ma mai sgarbato.

Chi sono i superstiti? Gli armeni che sopravvissero ai massacri ottomani del XIX secolo, alle successive purghe efferate di inizio Novecento e, ovviamente, al genocidio perpetrato contro il popolo armeno dai Giovani Turchi e dai loro sostenitori e collaboratori nel corso della Prima Guerra mondiale. Alcuni armeni fuggirono in tempo, riparando in Europa o negli Stati Uniti, oltre Atlantico. Altri scamparono sì a un’ondata di violenze, ma trovarono crudelmente la morte in quella della generazione seguente. Altri ancora, sopravvissuti al genocidio e all’infuriare dell’abiezione omicida che sterminò le loro famiglie e che frantumò le loro esistenze, dimorarono poi in Europa, in Armenia e in ogni dove del mondo, ricostruendo il loro presente individuale e collettivo, determinati con tenacia e intelligenza a edificare un futuro per il loro popolo. Vi è, infine, un’ulteriore categoria di superstiti, talvolta ignara dei fatti talvolta no, ma mi diffonderò a tale proposito tra un po’, parlando della “ragazza di Turchia”.

Antonia Arslan ci consegna preziosi frammenti di storie vere, alcune delle quali, riscoperte recentemente, riguardano sia gli splendori sia le sofferte peregrinazioni della sua antica famiglia, gli Arslanian. Tre storie femminili, in cui la vita e la morte, la tragedia e il calore del focolare domestico, la speranza e la disperazione più cupa, si inanellano indissolubilmente. Incontriamo così la giovane Hannah, a cui è stato concesso di poter invecchiare, sopravvissuta e poi esule negli Stati Uniti, ove è divenuta un’imprenditrice di successo. Incontriamo la bella Iskuhi e il suo Khayel, infiammati di gioventù, di passione e di sogni per il loro popolo, da secoli avvilito e sottomesso. «Noi dobbiamo aiutarlo a riscoprire se stesso. A far rinascere la nostra antica cultura… E farlo vivere meglio, costruire ospedali e case per gli anziani, e scuole. Soprattutto scuole», pensa lui. E lei non è da meno. Antonia, infine, presta la voce a Noemi, perché racconti la sua tragedia e canti la sua straziante, ultima canzone. Riecheggia la Noemì biblica, «mia delizia», orbata, nel racconto dell’Arslan come nelle pagine della Scrittura, del suo uomo ed esposta all’imperversare degli eventi senza riparo alcuno, resa «amara», amarissima, da Dio (Ruth, I). Una Noemì – quella arslaniana – senza Ruth, però; una Noemì che non sopravvisse, che non ebbe modo di tornare in patria e di gustare nuovamente il bene. Una Noemì uccisa.
Ed eccoci, in conclusione, alla “ragazza” di Turchia. Antonia Arslan si rivolge a una giovane donna in un paese islamico, a una fanciulla in uno Stato che sta imboccando, tra mille titubanti e proni silenzi, derive totalitarie evidenti a tutti, opportunamente miscelate con l’islam politico. Straordinaria Arslan! Mi ricollega potentemente passato e presente e individua nel femminile inesausta forza narrativa e simbolica, come pure scomodo vaglio critico e speranza.

Ma c’è molto di più, proprio a proposito di quell’ulteriore categoria di sopravvissuti che poc’anzi ho evocato. In un passo del libro, Arslan affida un urlo a un accenno. Una verità forse ignota ai più è così affermata e ristabilita in punta di penna, un enorme atto di coraggio si traduce in parola. Così scrive: «È possibile, mia cara, è perfino probabile, che tu non sia solo turca, che il sogno che vi viene inculcato fin dal giardino d’infanzia di una purezza di sangue che vi vede eredi diretti dei conquistatori venuti dalle steppe sia un vano artificio retorico. Molto vi siete mescolati col sangue dei conquistati. Il numero delle bambine e delle giovani donne armene che vennero rapite e inserite in famiglie turche, togliendo loro nome, identità, religione, alfabeto e scrittura, costumi e contatti con altri sopravvissuti è rimasto ignoto per più di ottant’anni…».
Basta parole. Compratelo, regalatelo, leggetelo.

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“Lettera a una ragazza in Turchia” di Antonia Arslan (Arabpress.eu)

Il Natale perduto dei cristiani di Aleppo (Corriere della sera 23.12.16)

Una volta i quartieri si illuminavano a festa per la celebrazione della Natività. I vescovi ricevevano nelle loro residenze gli auguri dai leader musulmani, che avrebbero ricambiato per le feste islamiche: avveniva anche tra famiglie. Ora serpeggia paura e incertezza. Serve la pace, poi si vedrà
di Andrea Riccardi

Il Natale era bello ad Aleppo. I cristiani erano tanti: circa 300.000 su due milioni di abitanti. I loro quartieri erano illuminati a festa e il clima contagiava un po’ anche i musulmani. I vescovi ricevevano nelle loro residenze gli auguri dai leader musulmani, che avrebbero ricambiato per le feste islamiche. Questo avveniva anche tra famiglie. Aleppo è stata sempre una città di buona intesa tra musulmani e cristiani. C’erano anche gli ebrei, finché il nazionalismo arabo non li spinse ad andar via. Qualcuno è rimasto. Un negoziante di fronte alla chiesa armena ha abbandonato la città di nascosto poco tempo fa. L’ultima famiglia ebrea, con un’anziana ultraottantenne, ha lasciato Aleppo nel 2015 con un’operazione dei servizi israeliani. Vivere insieme era frutto di una coabitazione secolare.

Il tempo di Natale esaltava questo clima. Mi piace citare sempre un verso del poeta siriano Adonis: «La chiesa è un segno/ la moschea è una voce/ Tra le due, la vita circola a Aleppo come in un giardino». Poi sono venuti i Natali di guerra. Tra la chiesa e la moschea, non c’era più il giardino della vita ma circolavano paura e morte. Aleppo è stata assediata e colpita dai missili dei ribelli, tra cui Al Nusra, l’ex formazione qaedista. Erano a pochi passi dai quartieri cristiani. Quando sarebbero entrati? I cristiani, abbarbicati alle truppe di Assad, ne temevano l’arrivo: non capivano le denunce dell’Occidente sull’assedio siriano ad Aleppo Est occupata dai loro nemici. Hanno sentito di essere incompresi in un rischio mortale. Oggi, Aleppo Est è nelle mani di Assad. Per i cristiani è la fine di un incubo. C’è più serenità e non ci si lamenta. È tornata l’acqua. Ma fa freddo e manca il riscaldamento, come il gas e l’elettricità. Soprattutto pesano cinque anni di angosce e guerra. E poi tanti cristiani se ne sono andati. Qualcuno è rimasto per fedeltà. La maggior parte di loro sono poveri.

Il Natale è celebrato da tutti il 25 dicembre, eccetto gli armeni. Le confessioni cristiane sono tante, ma in buona armonia: i cattolici (latini, greco-cattolici, maroniti, armeno-cattolici, caldei e siro-cattolici), i greco-ortodossi, gli armeni, i siro-ortodossi, gli evangelici.

Sono sopravvissute alla secolare pressione musulmana. Ci si sposa tra gente di diversa confessione senza problemi. Vige la regola non scritta: i figli seguono la Chiesa del padre. I vescovi si riuniscono spesso, anche per guidare il grande impegno umanitario della Chiesa nella catastrofe. Nonostante le distruzioni, gestiscono tante scuole aperte ai musulmani. All’appello, mancano due vescovi: il siriaco Mar Gregorios Ibrahim e il greco-ortodosso Paul Yazigi, non più tornati da una missione umanitaria fuori Aleppo. Non li hanno sostituiti per non rinunciare alla speranza di un ritorno.

Ogni comunità celebrerà il Natale di pomeriggio, perché è pericoloso di notte. Molte chiese sono a terra specie nel vecchio quartiere cristiano. Del resto l’antica moschea degli Omayyadi è molto danneggiata e il suo minareto millenario è caduto. Il vescovo greco-cattolico non scenderà più, con povera e tradizionale solennità, nella sua cattedrale, preceduto dal mazziere, che batte a terra secondo l’uso dei dignitari ottomani. La chiesa non è agibile. Una grave perdita è la distruzione della seicentesca cattedrale armena, un gioiello nascosto tra le case, perché nel periodo turco le chiese non potevano stare sulla via.

Ricordi di tempi difficili. Gli armeni di Aleppo salvarono tanti connazionali, deportati nel 1915 dai turchi verso la morte nel deserto. Durante gli ultimi anni, i cristiani si sono ricordati delle situazioni dure del passato. Sono sempre rimasti. Ora che faranno? Riemergono paure verso i musulmani. Qualche esplosione fa temere, mentre si combatte ancora non lontano. Soprattutto serpeggia l’incertezza: ci sarà spazio per i cristiani ad Aleppo nel futuro o l’odio è ormai incolmabile? Il 1° gennaio, si farà un concerto per la pace nella chiesa armeno-protestante, cui tutti sono invitati. Intanto ci vuole la pace, poi per il futuro si vedrà.

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Il maestro Lino Stronati, in arte Stroli, ospite con le sue opere nel Tour Piemonte (viverejesi.it 22.12.16)

Il maestro Lino Stronati, in arte Stroli, ospite con le sue opere nel Tour Piemonte della manifestazione itinerante: Il colore della Libertà: il Popolo Armeno e la sua lotta per la sopravvivenza” per conoscere le tradizioni, i costumi e la storia in un gemellaggio virtuale con il Popolo Armeno in occasione dei cento anni dal Genocidio.

Continuano le esposizioni del Tour Piemonte che con la manifestazione “Il colore della Libertà: il Popolo Armeno e la sua lotta per la sopravvivenza” patrocinato dall’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e dall’Unione Armeni d’Italia, ricorda i cento anni dal Genocidio Armeno.
Tra le opere si distinguono “Rinascita” e “Miraggio” del maestro Lino Stronati, in arte Stroli, di Jesi (AN), che hanno ulteriormente arricchito la manifestazione integrandosi perfettamente nel percorso storico-lirico che è stato creato per rendere omogenei stili, tecniche e interpretazioni, raccontando le vicissitudini di un intera nazione, gravemente offesa ma ancora integra nella sua dignità di Popolo per il quale attraverso le opere di Stroli si può intravedere una rinascita reale e non più quel miraggio che purtroppo si ripropone per altri popoli. Stroli ha aderito all’invito rivolto ad una rosa di venticinque artisti selezionati tra i migliori rappresentanti dell’Arte contemporanea italiana, per partecipare al ciclo di esposizioni che ha preso avvio dal territorio piemontese e che si sposterà poi in altre regioni italiane, seguendo un percorso sul territorio nazionale prefissato dalle associazioni aderenti al progetto.

La manifestazione ha preso l’avvio lo scorso 21 aprile presso la sala Conferenze della Biblioteca Comunale a Pianezza (TO). In giugno la manifestazione si è spostata a Torino presso la Sala Mostre del Comune, ad ottobre ad Avigliana (TO) presso la Sala Santa Croce e infine a fine novembre a Vinovo presso l’Ala Comunale (TO). Tra pochi giorni sarà di nuovo a Torino.
La manifestazione che oltre alla Compagnia Artisti e Autori di Torino organizzatrice del Tour Piemonte, vede l’adesione di Associazione Artisti del Delta (di Porto Viro-RO), Francesca Guidi Arte (di Pesaro) e Aion Arte (di Leonessa-RI), ha ricevuto anche il Patrocinio del Comune di Pianezza, del Comune di Torino, del Comune di Avigliana e del Comune di Vinovo, si avvale del sostegno della Ditta Serapian Srl di Milano e si concluderà al termine del tour a Pianezza nella serata in cui verrà presentato il primo volume del catalogo ed alla quale parteciperà il Presidente dell’Unione Armeni d’Italia e il suo rappresentante in Piemonte

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L’arte dei Led dell’artista pesarese Francesca Guidi protagonista in Piemonte

ARMENIA: Siglato un nuovo accordo militare con la Russia (Eastjournal 20.12.16)

Nel corso dei mesi di ottobre e novembre Russia e Armenia hanno negoziato e firmato un nuovo accordo militare sull’istituzione di un sistema di difesa aerea comune tra i due paesi.

Nello specifico il patto prevede la creazione di un centro di comando comune per il monitoraggio della situazione dei cieli nel Caucaso del Sud che permetterà a Russia e Armenia di condividere informazioni e analizzare la situazione in modo congiunto.

Secondo l’ex ministro della Difesa armeno Vagharshak Harutyunyan, grazie all’accordo, la difesa aerea dei due paesi dovrebbe funzionare in modo totalmente unificato nel caso di un attacco contro il paese caucasico, integrando nel sistema di difesa anche l’aviazione russa del Caucaso del Nord e le flotte del mar Nero e del mar Caspio.

Il patto estende la già ampia cooperazione militare tra Mosca e Erevan nell’ambito dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), un’alleanza che include anche gli altri membri dell’Unione Eurasiatica (Bielorussia, Kazakhstan e Kirghizistan) oltre al Tagikistan. Per questo motivo, non cambierà in maniera sostanziale i rapporti tra Russia e Armenia e l’equilibrio geopolitico della regione caucasica.

Da parte russa, la firma dell’accordo conferma (se ancora ci fossero dubbi in proposito) la volontà  di mantenere una forte influenza nel Caucaso del Sud. Si tratta quindi della logica continuazione della linea politica di Mosca, che si è posta su posizioni legittimiste riguardo all’indipendenza delle regioni separatiste georgiane dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud e che si è fatta garante della difesa di Erevan, mantenendo una base militare in territorio armeno. Tale posizione nel Caucaso è parte di un più grande disegno strategico russo sul territorio ex sovietico, dove non sono accettate le interferenze di potenze straniere, che anzi sono presentate come una minaccia per la Russia dalla propaganda del Cremlino.

Dal punto di vista armeno, l’alleanza è vitale per lenire le preoccupazioni sulla propria sicurezza causate dalla Turchia e dall’Azerbaijan. In questo senso, lo scorso 8 ottobre, una tripla violazione dello spazio aereo armeno da parte di elicotteri turchi ha allarmato Yerevan, viste le pessime relazioni con Ankara, mentre il breve conflitto con gli azeri dello scorso aprile ha dimostrato quanto sia incerta la situazione del Nagorno Karabakh.

La questione della repubblica separatista non riconosciuta è il grande quesito che pende su tutti gli accordi militari e, in generale, sulle relazioni russo-armene. Formalmente, Mosca non sarebbe obbligata a intervenire nel caso di un attacco azero in Karabakh, poiché l’accordo include solo la difesa del territorio dello stato armeno. Dal punto di vista di Yerevan, quindi, stringere i rapporti con Mosca è considerato come un mezzo per disincentivare le volontà belliciste di Baku fomentate dal grande riarmo che l’Azerbaijan si è finanziato negli ultimi anni coi ricavati della vendita delle materie prime.

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Armenia: strage famiglia, ergastolo per soldato russo (Swissinfo.ch 19.12.16)

La Corte d’appello armena ha confermato la condanna all’ergastolo per Valeri Permiakov, il soldato russo accusato di aver massacrato una famiglia armena di sette persone, tra cui anche un neonato di sei mesi, a Ghiumri nel gennaio del 2015.

Il 23 agosto un tribunale aveva condannato al carcere a vita il militare, che prestava servizio in una base russa in Armenia.

Nel gennaio del 2015 migliaia di persone hanno manifestato sia a Ghiumri sia nella capitale Ierevan chiedendo l’affidamento del soldato russo alla giustizia locale. Permiakov fu arrestato nella notte tra il 12 e il 13 gennaio dell’anno scorso mentre tentava di attraversare il confine con la Turchia.

Il presunto soldato-killer avrebbe ucciso il bimbo di sei mesi a coltellate, mentre si sarebbe servito del kalashnikov per ammazzare gli altri sei membri della famiglia nella loro abitazione. In un processo separato, una corte militare russa nella base di Ghiumri ha condannato Permiakov a dieci anni per diserzione, furto e detenzione illegale di armi.

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La distruzione di Aleppo filmata dal balcone di casa (Internazionale.it 14.12.16)

Houses without doors, del regista siriano armeno Avo Kaprealian, ha vinto il premio per il migliore documentario internazionale all’ultima edizione del Torino film festival. Il film mostra la banalità quotidiana del male attraverso l’orrore dell’assedio di Aleppo. Mentre il regista vive in diretta la morte e la distruzione della sua città, ricorda un’altra guerra, un altro genocidio accaduto cento anni fa.

Aleppo è la più grande città armena del Medio Oriente, ha rappresentato il luogo di rifugio dei sopravvissuti al genocidio in Turchia, che causò la morte di un milione e mezzo di armeni. Kaprealian lo ricorda attraverso immagini e suoni tratti dal film Mayrig di Henri Verneuil: un uomo distrutto interpella il pascià – “Signore, abbiamo i piedi insanguinati, siamo stremati”, e lui, in apparenza magnanimo, gli propone scarpe “che non si rovineranno mai”. Poi ordina di far mettere dei ferri da cavallo sui piedi insanguinati del rifugiato urlante.

In un’altra inquadratura del documentario, la madre di Avo Kaprealian riesce a malapena a chiudere la sua valigia, rimane a lungo in silenzio, poi chiede al figlio se deve piangere. Perché cento anni dopo, una famiglia armena del quartiere di Al Midan è di nuovo costretta a scappare con una valigia come unico bagaglio, anche se questa volta non in quanto armena: ad Aleppo, tutti i siriani devono prima o poi scappare o morire. “Gli armeni”, scrive il regista nella sua lettera di ringraziamento al festival di Torino, “dicono sempre ‘mai più’ quando parlano del genocidio, e invece l’abbiamo rivissuto, rivisto, risentito, ancora e ancora, in diversi modi, in Siria e in Iraq”.

Prima chiude la farmacia, poi tutti gli altri negozi, spariscono gli uomini che chiacchieravano sotto casa

Houses without doors non vuole essere un’opera artistica. È un documento grezzo, di bruciante attualità. Le riprese sono spesso sfocate, si muovono a scatti, il bambino a cui si annuncia che non andrà più a scuola è ripreso in controluce, quelli che giocano alla guerra tra “esercito siriano” e “opposizione” sono inquadrati in maniera fugace. La festa di capodanno con i bombardamenti in sottofondo mostra molte sigarette, visi a metà, mani, schiene tese.

Nelle scene di interno i personaggi filmati da Avo Kaprealian sono quasi tutti persone della sua famiglia e hanno sempre una parola per il suo girare ossessivo, intrusivo. Sua madre, con il caffè in mano e la lunga sigaretta nell’altra, offre spesso il suo profilo all’obiettivo, si è abituata all’occhio documentarista del figlio. Il padre, di cui non si vede mai il viso, è spaventato, come lo sono sempre stati tutti i siriani, anche prima della guerra: “Ci sono più servizi segreti che abitanti qua Avo, smettila di filmare, o saliranno e ci arresteranno tutti”.

La difficoltà di filmare in Siria non deve essere sottovalutata: quasi nessun giornalista straniero lo fa più e farlo è molto pericoloso anche per gli stessi siriani. Avo filma quasi tutto dal suo balcone. All’inizio dell’assedio riprende un matrimonio da lì e anche il funerale di una ragazza morta sotto i bombardamenti. La situazione è tesa, i suoi genitori, sempre dal balcone, cercano di scovare i cecchini appostati nel quartiere. Ma la vita continua malgrado le violenze, è la famosa resilienza degli essere umani, la loro capacità di far fronte anche agli eventi più traumatici.

A poco a poco, nel corso del film, in questa strada che diventa familiare anche allo spettatore, assistiamo allo svuotamento inesorabile della città e alla lenta scomparsa di tutti i segni di normalità. Prima chiude la farmacia, poi tutti gli altri negozi, spariscono gli uomini che chiacchieravano sotto casa, i giovani sfaccendati, e poi le madri che corrono con le figlie per paura delle pallottole vaganti, e infine arriva il turno degli alberi. Prima perdono i loro colori e poi muoiono, distrutti insieme ai diversi piani del palazzo di fronte. Alla fine – che fine non è, neanche per Aleppo la martire – sparisce la strada. Avo scende di notte per filmare la spessa crosta fatta di calcinacci e detriti provocati dalla guerra che ormai ricopre l’asfalto. Sembra che non ci sia fine alla distruzione di Aleppo.

Avo Kaprealian conclude così la sua lettera a Torino: “Voglio ricordare che noi umani siamo eterni rifugiati in questo bellissimo mondo, dall’oscurità della nostra creazione fino alla nostra morte, che è uguale per tutti”.

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La crisi del Nagorno Karabagh nell’era di Trump (Spondasud 13.12.16)

di Bruno Scapini 

Il conflitto del Nagorno Karabagh, congelato fin dalla firma del “cessate-il-fuoco” del 1994, sottoscritto tra Armenia e Azerbaijan, non accenna a risolversi. In tutti questi anni, i negoziati condotti dalle grandi Potenze, sia nella sede del Gruppo di Minsk dell’ OSCE, sia sul piano bilaterale con la mediazione della Svizzera, non hanno condotto a nessun risultato accettabile per le Parti in causa. Anzi, avrebbero esasperato, per la loro incongruenza, la tensione esistente tra Yerevan e Baku alimentando un crescendo di violazioni del “cessate-il-fuoco” che, da modalità casuali e circoscritte a qualche colpo di cecchino, sono venute assumendo sempre più i caratteri di una aperta belligeranza concretizzatasi nella sua forma più evidente nell’attacco sferrato da parte azera il 1 aprile  scorso. Un’azione militare, quella, portata avanti inaspettatamente da Baku con un impiego di mezzi e uomini senza precedenti, e impegnando sul terreno quasi tutto l’arco confinario della c.d. “linea di contatto”.

Le ragioni di questa inconciliabile confrontazione non vanno tuttavia ricercate in una supposta rigidità delle posizioni assunte dall’Armenia – ben comprensibili  del resto a fronte della retorica bellicosa tenuta dal Presidente azero Alijev  e alla luce della sua comprovata inaffidabilità negoziale –  bensì risiederebbero proprio nella proposta risolutiva sostanziata dall’OSCE nei Principi di Madrid, la cui primaria ispirazione non sembra essere la ricerca di un riconoscimento equo e sereno delle legittime aspettative del popolo del Nagorno Karabagh, – tra l’altro fondate giuridicamente sulla base di quanto disposto  dalla legge della Federazione Russa sulla secessione delle Repubbliche ex sovietiche –, ma l’ ipocrita finzione di porre il principio della integrità territoriale sullo stesso piano di quello della autodeterminazione dei popoli. Un principio, quest’ultimo, che, consacrato nella Carta delle Nazioni Unite, ha alimentato e nutrito le aspirazioni alle libertà fondamentali dei popoli oppressi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ovvero promuovendo, nella fase post-colonialista della Storia moderna, la configurazione del nuovo assetto politico internazionale fondato sul riconoscimento di “nazionalità”.

Fino ad oggi, così, hanno prevalso logiche di potere economico nello stabilire a quale di questi due principi occorresse riconoscere priorità; e i grandi “player” internazionali, nell’ottica di proteggere i propri interessi legati alle fonti energetiche di cui l’Azerbaijan –  e non l’Armenia purtroppo – è ricco, hanno gareggiato nel tacere la verità, sostenendo spesso, e più o meno subdolamente, la causa di Baku.

Ma l’ascesa inaspettata alla Casa Bianca di Donald Trump sembra ora aprire la strada verso una nuova impostazione della politica estera americana.

2.

Forse è troppo presto per avanzare delle previsioni che potrebbero essere smentite una volta che il Presidente eletto si sia insediato nella “stanza ovale”.

Ma attenendosi alle sue dichiarazioni programmatiche e ad alcune condotte tenute in questo periodo di transizione, vi sarebbe fondato motivo per credere che Trump intenda seriamente cambiare qualcosa nei rapporti finora intrattenuti tra gli USA e il resto del mondo. E ciò se non altro per una ragione imprescindibile di coerenza nell’attuazione del suo programma di rinnovamento interno del Paese.

La politica estera – sappiamo – non conosce un indirizzo autonomo rispetto alla politica interna. Anzi, ne è la continuazione, con altri mezzi e procedure, in una proiezione esterna, sì da rifletterne le esigenze di fondo attraverso l’adozione di altrettante linee di azione adeguate per finalità e portata. Trump promette di portare il PIL americano a crescere del 3.5%, parla di incrementare la produzione nazionale e di allocare risorse al rinnovamento delle infrastrutture del Paese. Ma tutto questo implicherebbe, da un lato,  una revisione della politica economico-commerciale con l’estero ( nel senso di favorire un certo protezionismo economico ), e, dall’altro – onde reperire le risorse – una significativa riduzione dell’impegno alla cooperazione internazionale e alla protezione militare degli alleati . Tale ultimo obiettivo non sembrerebbe comunque raggiungibile senza un cambiamento decisivo del rapporto con la Russia di Putin risultando, infatti, imprescindibile una intesa con Mosca a garanzia del nuovo “re-setting” delle relazioni con i membri della NATO e con tutti gli altri Paesi ai quali Washington ha finora assicurato il proprio sostegno economico ( leggi Israele, Turchia  ed altri) o protezione militare.

Un rinnovato rapporto con Mosca, fondato sul reciproco riconoscimento di priorità, appare, dunque, come una possibile, ma anche probabile, direttrice della nuova politica estera di Trump, di cui potranno beneficiare presumibilmente anche tutti quegli altri Paesi e  gruppi nazionali che fino ad oggi hanno visto sacrificati i propri interessi e aspirazioni da una relazione conflittiva tra Washington e Mosca  a seguito di quella abitudine, dura a morire – nutrita dalle lobby del “military-industrial complex” americano –  di antagonizzare la Russia rappresentandola sempre come lo Stato da demonizzare, piuttosto che vederla come utile partner per un generale e pacifico riordino mondiale.

L’Armenia, in una tale prospettiva, non potrebbe che trarne beneficio. La prevedibile ridimensionata importanza che avrebbe l’Azerbaijan in un contesto di interessi energetici compresso dal neo-protezionismo americano e da una Russia determinata a favorire le proprie vie di transito per gli idrocarburi diretti in Europa, apporterebbe

3.

 

Indubbi vantaggi alla  Yerevan ufficiale nel controbilanciare l’aggressività azera. Non solo, ma la dichiarazione di Trump di voler essere “giusti” con “popoli e nazioni” (non ha parlato infatti di Stati ) sottenderebbe chiaramente l’intendimento del neo-presidente americano di appoggiare quelle cause nazionaliste oggi in sofferenza per una erronea interpretazione dei valori storici. In quest’ottica ne gioverebbero presumibilmente comunità nazionali come quella curda, la palestinese, o Paesi finora marginalizzati come Taiwan, la Corea del Nord e tanti altri ancora, a causa di una “distorta” visione del mondo tenuta in passato dai “grandi” del pianeta.

In questo quadro, il popolo del Nagorno Karabagh potrebbe verosimilmente acquistare importanza nell’attualità internazionale, acquisendo  un ruolo suo proprio non solo come destinatario di un riconoscimento di legittime aspirazioni di libertà, ma anche, e forse più tecnicamente, quale primario soggetto di una trattativa negoziale dalla quale è stato finora ingiustificatamente escluso.

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Tra Renzi e Gentiloni non mettere il Vaticano (L’Occidentale 13.12.16)

Di Gentiloni, “Paolo il freddo”, come è stato definito, in questi giorni si è già detto tutto. Che è il contrario del rissoso Matteo, che ha tre quarti di nobiltà, e poi la sua storia politica, l’ascesa con Rutelli, il ministero della comunicazione e poi degli esteri con Renzi. Il quale Renzi ha spinto la candidatura Gentiloni alla successione ritenendo Paolo uno che non gli farà ombra, come sarebbe potuto accadere se a “Chigi” fosse salito un Padoan o il rivale piddino Franceschini. Matteo può quindi dormire tra i proverbiali due guanciali?

Fossimo in Renzi guarderemmo con un po’ più di attenzione cosa accade Oltretevere. Non per il patto Gentiloni del 1913, quello che Vincenzo Ottorino (imparentato con la famiglia di Paolo) presidente dell’Unione elettorale cattolica italiana strinse con i giolittiani per riportare i cattolici in politica,  bensì per la comunanza di vedute tra il nuovo premier Paolo e Papa Francesco. Si veda alla voce ecologismo, ma si pensi anche all’immigrazione, alla Turchia e persino alla Cuba castrista.

Gentiloni da ministro degli esteri ha benedetto i corridoi umanitari della comunità di Sant’Egidio – vicinissima al Papa – per portare i profughi siriani in Italia con il pass partout dei “permessi umanitari”; Paolo il freddo fu il primo ministro degli esteri straniero ad arrivare a Cuba dopo l’accordo tra Raul e Obama, folgorato dalla visita lampo del Santo Padre.

E quando scoppiò la polemica tra il sultano Erdogan e la Santa Sede sul genocidio degli armeni, alla cautela del sottosegretario Gozi (“non credo sia opportuno per un governo prendere posizioni ufficiali su questo tema, un governo non deve usare la parola genocidio”), fece da contrappunto la nota più dura dell’allora titolare della Farnesina (“La durezza dei toni turchi non mi pare giustificata, anche tenendo conto del fatto che 15 anni fa Giovanni Paolo II si era espresso in modo analogo”).

Benché il Papa sia lontano dalla politica italiana, e si tenga ancora più lontano dalle polemiche sui temi etici, con le unioni civili Renzi ha raffreddato notevolmente i rapporti con la Chiesa. Anche perché alcuni nella Cei erano convinti di poter incidere sulla legge, appoggiando la pattuglia di cattolici del Pd e chiedendo solo qualche modifica al testo, senza irrigidimenti e conflittualità. Renzi invece ha concesso poco, pochissimo, ignorando l’atteggiamento collaborativo di importanti prelati.

Lo stile di Gentiloni come è noto è assai diverso, e qualche rapporto oltretevere il nuovo premier ce l’ha. Sull’ecologia in particolare, tema molto caro a Papa Francesco, Gentiloni può trovare braccia aperte e buoni appoggi. Il Vaticano, in Italia, non ha più il peso e l’influenza di un tempo, però… A proposito, Michele Emiliano ieri ha detto che vuole un Pd ambientalista come il Papa.

Terreni della Chiesa armena sottratti da Israele (Infopal.it 10.12.16)

Betlemme-PIC. Le autorità di occupazione hanno deciso di sottrarre un vasto appezzamento di terreni appartenenti alla Chiesa Armena, a al-Walaja, a nord-est di Betlemme, e di usarlo come parco “nazionale” per i coloni ebrei.

Membri della comunità armena hanno affermato che le autorità israeliane per la Natura e i Parchi hanno iniziato a prendere controllo dell’area, che è di circa 50.ooo m².

Sono scoppiati scontri con i soldati israeliani, dopo le preghiere nella Chiesa.

La comunità teme che il luogo cristiano diventi un sito ebraico.

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Osce: incontro ad Amburgo fra ministro Esteri armeno Nalbandian e vicesegretario Nato Gottemoeller (Agenzianova 09.12.16)

Amburgo, 09 dic 12:14 – (Agenzia Nova) – Il ministro degli Esteri armeno Edward Nalbandian ha discusso con il vicesegretario generale della Nato Rose Gottemoeller ad Amburgo, a margine del 23mo Consiglio dei ministri dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). I due hanno parlato, in particolare, dei progressi dell’Armenia nel processo di attuazione del Piano d’azione di partenariato individuale (Ipap) con la Nato. Entrambi hanno espresso soddisfazione per lo sviluppo sostenibile della cooperazione e del dialogo politico nel corso degli ultimi anni. In merito all’operazione Resolute support in Afghanistan, la Gottemoeller ha detto che la Nato apprezza molto il contributo dell’Armenia nel mantenimento della sicurezza e della stabilità internazionale. (Res)