Gentiloni: Italia ha sempre riconosciuto barbarie contro armeni (Askanews 25.11.16)

Roma, 24 nov. (askanews) – “L’Italia ha sempre riconosciuto la straordinaria gravità dei fatti di sangue e della barbarie verso il popolo armeno”: è quanto ha detto oggi il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, durante la conferenza stampa congiunta con il segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati, monsignor Richard Gallagher. “Pensiamo però che la discussione sulla definizione giuridica del termine genocidio debba essere lasciata agli organismi internazionali e non debba essere un ulteriore motivo di tensione nella regione”, ha insistito Gentiloni.

Il festival letterario nel Kurdistan iracheno (Il Foglio 23.11.16)

A Suleymanyah, preziosa città del Kurdistan cosiddetto iracheno, è in corso un festival letterario della durata di quattro giorni, dedicato ogni anno a una nazione la cui storia sia collegata alla storia curda. Quest’anno il festival, “Galawezh”, è dedicato all’Armenia, e in particolare alla letteratura armena scaturita dal genocidio. I curdi ebbero un ruolo spaventoso nella persecuzione degli armeni agli ordini dell’impero ottomano, sia nella “colonizzazione” di territori dai quali gli armeni erano cacciati, sia e soprattutto nella deportazione e nella sequela di massacri, che coprirono un lungo periodo, dalla fine dell’Ottocento al 1915-18, in luoghi che oggi sono tornati al centro delle cronache, Aleppo, Diyarbakir, Mosul, Deir el-Zor… I responsabili curdi sono più disposti dei governanti turchi a riconoscere le proprie responsabilità nel genocidio armeno, sia pure evocando per lo più l’attenuante dell’obbedienza e della manipolazione da parte turca. Oggi preferiscono sottolineare un parallelismo e una fraternità, fra lo sterminio armeno, che aprì la storia dei genocidi contemporanei e offrì loro un modello d’ispirazione, e quello patito dai curdi iracheni per mano di Saddam Hussein nella cosiddetta operazione Anfal, condotta fra il 1986 e il 1989, costata fra i 50 mila e i 180 mila morti civili e la distruzione di migliaia di villaggi storici. Del resto all’indomani della prima guerra il trattato di Sévres, 1920, aveva assicurato, pur rinviandone le modalità, una indipendenza sia agli armeni, nel Caucaso e a Trebisonda, Erzurum e Van, che ai curdi, cancellandola poi col trattato di Losanna appena tre anni dopo. In questo vicino oriente la storia somiglia a una giostra feroce.

Vai al sito

Report, la puntata del 21 novembre: il cibo per bambini e Azerbaijan (Agoravox Italia 22.11.16)

Cos’è la “democrazia al caviale”, dove un politico è accusato di corruzione e riciclaggio?

…….

Cos’è la democrazia? Non è un diritto acquisito immobile nei secoli, ma se non stai attento, rischiamo che cambi pelle. Si parte dal Consiglio d’Europa, un ente nato nel 1949 per difendere le democrazie, i diritti e abbraccia tanti paesi anche nell’est. Chi entra nel Consiglio deve firmare un accordo e rispettare i principi, inderogabili.
I principi non si comprano, si rispettano.
Questa storia parte dall’Azerbaijan, arriva a Panama, fino alla Puglia.
Toccano il deputato Volontè, con l’accusa di corruzione: in Europa avrebbe retto la lobby azera, in Europa, che usava i soldi per comprare il consenso nel Consiglio europeo: 2 milioni di euro, un’inezia per questo paese che vive di idrocarburi e che ha bisogno di comprarsi una buona immagine.
Come si vive in Azerbaijan? Da 23 anni il paese è governato dalla dinastia Aliyev, che detiene i settori produttivi, banche e petrolio, controlla l’informazione. 48 miliardi di dollari sono stati spostati nei paradisi fiscali, a Panama per esempio: in società anonime costituite ad hoc ed emerse dall’inchiesta Panama papers.
A Panama l’evasione fiscale non è reato, dice il presidente degli avvocati: impediscono ai magistrati di conoscere i proprietari di una società su cui stanno indagando, con le loro leggi.
Le tasse arrivano al massimo al 30%: portare i soldi fuori dall’Italia e arrivare qui e nascondere i beni è in fondo semplice.
Il cambio di residenza e la costituzione di una società anonima costa circa 3000 euro: se poi l’ordine di costituzione della società passa attraverso più avvocati, si rende ancora più difficile l’azione dei magistrati, che devono allungare la catena delle rogatorie.
A Panama si trovano i soldi dei narcos, i signori della droga, che trattano i loro affari nei più importanti grattacieli della città. Lo studio Fonseca, il più grande a Panama, ha curato anche gli interessi della famiglia Aliyev.
Le figlie del presidente fanno beneficenza negli Stati Uniti, mentre le società di telefonia mobile sono intestate a due società panamensi, che dietro hanno loro.
Mentre esplodeva lo scandalo dei Panama Papers, in Azerbaijan è partita la guerra, nella zona del Nagorno Karabach: il sospetto è che Aliyev abbia voluto nascondere lo scandalo con la guerra di aprile, che ha prodotto quasi 300 morti.
Secondo la procura di Milano il deputato Volontè avrebbe preso 2 milioni di euro, per orientare la votazione del gruppo popolare contro la relazione del deputato tedesco Strasser, dove si parlava dei detenuti politici in Azerbaijan. All’eurodeputato Strasser è stato negato l’ingresso nel paese: ci sono centinaia di giornalisti in carcere, eppure l’aula nel Parlamento votò contro la relazione.
Un’aula piena di deputati russi e turchi, che mai erano entrati in aula, che votarono mettendo in dubbio l’esistenza di prigionieri politici.
La lobby azera è stata raccontata da un documento che si chiama “caviar democracy”: racconta il potere della lobby, con favori e ricatti per ingraziarsi i politici europei.
Con prostitute mandate in camera e poi usate come arma di ricatto.
Con doni ai politici come il famoso caviale.
Il Consiglio d’Europa monitora i 47 paesi su giustizia e diritti civili: una condanna del Consiglio pregiudicherebbe gli affari del paese, anche quelli con l’Italia.
Nell’aula è ancora oggi vietato parlare di tangenti e del deputato Volontè e del voto del PPE.
E ancora oggi di aprire una commissione d’inchiesta sul caso non se ne parla proprio.
I soldi all’eurodeputato italiano sono arrivati tramite 4 società anonime, soldi arrivati alla sua fondazione a Saronno dalle Seychelles. Tutto normale per le persone della fondazione in Italia …
Si riparte da Saronno, sede della fondazione di Volonté: i soldi erano legati ad una consulenza, per 1 milione l’anno, frutto di una donazione, dice il deputato Volonté.
2 milione di donazione, e i 300 mila euro sono il frutto di una consulenza: tutte donazioni non tassabili, che si sommavano ai soldi da deputato. Che fine hanno fatto? Petizioni, iniziative, li abbiamo messi in banca.
I bilanci della fondazione non sono stati mostrati al giornalista ma il deputato li ha mandati alla Prefettura: ma i bilanci sono pubblici così si scopre che tra il 2013 e il 2014 l’attivo cresce per milioni di euro, tutto merito degli azeri.
L’indagine è partita dalla banca di Barlassina, a cui sono arrivati i soldi: tutto colpa di un qui pro qui, si è difeso Volonté.
Lui si fidava, dice a Mondani, ma la banca no e dalla sua denuncia è partita l’inchiesta: così si scopre l’esistenza di soldi movimentati dalle banche azere, che finiscono in società anonime passando per la comunità europea.
Il codice di comportamento dell’assemblea vieta regali, soldi, qualsiasi situazioni da conflitto di interesse: Volonté ha preso una donazione da 1 ml l’anno, da un paese su cui doveva poi prendere una decisione importante.
Quanto è credibile ora il Consiglio Europeo?
In quei mesi, quando si è votato sui diritti civili in Azerbaijan, si è deciso anche l’accordo commerciale sul TAP in Puglia: nel 2013 il rapporto Strasser è stato bocciato, e pochi mesi dopo Letta è andato in Azerbaijan a firmare un accordo. Non è un caso.
Il gasdotto costa 45miliardi di dollari, parte di questi ricadono sull’Italia e non sono noti: obiettivo del gasdotto è renderci indipendenti dal gas russo. Gas che dovrebbe sbucare sulle spiagge pugliesi, fino a Melendugno, dove ci sarà una centrale.
Dalla centrale si arriverà fino a Brindisi: la spiaggia è difesa dal presidente della regione, che ha bisogno del gas per riconvertire le centrali al nord della regione ancora a carbone.
Ha proposto di spostare il percorso a nord, verso Brindisi, ma inascoltato: non avendo ancora ricevuto la VIA, ha bocciato l’opera.
Il country manager del TAP sostiene che non sono riusciti a controllare i documenti della regione.
Di chi è la colpa?
I 55 km del percorso del TAP, a carico della Snam, dovremmo tagliare degli ulivi: se invece il TAP attraccasse a Brindisi si risparmierebbero ulivi e soldi.
La logica dello Sblocca Italia ha portato regione e Stato a non parlarsi: non si è tenuto conto della sismicità dell’area, dicono quelli del comitato contro il TAP.
Non solo: l’Oxford institute dice che non ci sono giacimenti sufficienti per la richiesta, di quelli promessi all’Italia. E se nel gasdotto dovesse arrivare del gas russo?
L’importante è che il gas arrivi. Ma l’Eni dice che siamo in over supply col gas, allora chi ha ragione?
E come mai la società del gas ha sede a Zug, dove ci si va a nascondere?
La società TAP è andata a Zug per pagare meno tasse ma ha chiesto 2 miliardi di finanziamenti alla Banca di investimenti europei: alla fine il TAP lo pagheremo noi con le bollette?
Qualche scatoletta di caviale è arrivata anche al deputato pugliese di FI Vitali.
Il presidente Aliyev è generoso: finanzia i musei capitolini e altri lavori a Roma. E firma con Renzi un accordo strategico per dare all’Italia più gas, ma nel frattempo la repressione contro le opposizioni aumentano.
Se insisti a scrivere rischi il carcere o anche la morte – raccontano alcuni giornalisti: Jafarov è uno di questi, che è uscito dal carcere su pressioni dell’Europa.
Tana de Zulueta era una degli osservatori dell’OCSE alle ultime elezioni: c’erano seggi infarciti, ovvero dove prima che iniziassero le votazioni c’erano già le schede.
Nel 2015 il Parlamento europeo non ha inviato i suoi emissari alle elezioni politiche e gli uffici dell’Ocse sono stati chiusi dal governo. Quando non vuoi far vedere quello che succede a casa tua, cacci via l’osservatore.
Volontè vorrebbe diventare commissario per i diritti umani, nel Consiglio Europeo: come è possibile da uno che ha preso soldi da un paese che calpesta i diritti umani.
“E’ una buona domanda” – ha risposto.
Tra i politici amici dell’Azerbaigian ci sono Gasparri e la Lanzillotta, perfettamente bipartisan.
Oppure come quel (il senatore Divina) che ammetteva, tranquillamente, che per qualche giornalista qualche mese di carcere non farebbe male …
Che credibilità ha il Consiglio d’Europa che non ha alzato un dito contro la Turchia, contro l’Azerbaijan?
L’organismo che è stato fondato per presidiare i nostri diritti, sta avallando questi regimi.

Soldi e caviale: così si comprerebbero i voti al Consiglio d’Europa (Corriere della Sera 21.11.16)

Per vedere la puntata clicca QUI

 

Secondo la Procura di Milano Luca Volontè avrebbe ricevuto 2 milioni e 39 0mila euro per orientare il voto e far ottenere la patente di Paese democratico all’ Azerbaijan, con cui l’Italia fa affari. Questa sera a Report, alle 21.30 su Rai3

di Paolo Mondani

“Chiunque può finire in prigione, anche per un like a un articolo che critica il governo” afferma Khadija Ismaylova giornalista e dissidente azera. Eppure l’Italia ci fa affari senza problemi. Con cento prigionieri politici, tra cui otto giornalisti, elezioni manipolate e una sola famiglia al potere da decenni questo è l’Azerbaigian, il Paese caucasico primo fornitore di petrolio italiano che si accinge a venderci anche il gas con il TAP in arrivo in Puglia.

Ma il governo azero sa anche coltivare le amicizie, ospitando politici stranieri che non disdegnano cadeau di lusso come il pregiato caviale del Mar Caspio. Così quando al Consiglio d’Europa, storico presidio dei diritti umani, il Paese finisce sotto accusa per il carcere facile agli oppositori, l’amicizia viene ricambiata. E l’assemblea dei parlamentari del Consiglio boccia il rapporto Strasser, dal nome del deputato tedesco che denunciava le detenzioni illegali. E che ricorda: “125 contrari, favorevoli 79.

L’aula era insolitamente piena: tutti i russi, tutti i turchi, molti spagnoli e molti italiani che votarono contro insieme ai conservatori e ad alcuni membri del gruppo socialista.” Christoph Strasser spiega che un ruolo centrale lo ebbe un politico italiano, capo del gruppo popolare, Luca Volontè.

Secondo gli inquirenti milanesi Volontè (ex deputato Udc) avrebbe ricevuto 2milioni e 390mila euro per orientare il voto. Molto più di una scatoletta di caviale, ma pochi spicci per l’Azerbaijan che così ha ottenuto il bollino di democrazia proprio dall’istituzione più prestigiosa che la tutela.

Vai al sito (Video)


Report, “soldi e caviale dell’Azerbaigian a Volonté (Udc) per … (Il Fatto Quotidiano 21.11.16)

Russia e Armenia discutono su consegna aerei Superjet 100 a Yerevan (SputnikNews 20.11.16)

Mosca e Yerevan stanno discutendo sulle consegne degli aerei passeggeri Sukhoi Superjet 100 fabbricazione russa all’Armenia.

Lo rende noto il ministro russo dell’Industria e del Commercio, Denis Manturov. “Il nostro unico interesse è quello di promuovere i produttori russi. La priorità è il Superjet che è attualmente il principale prodotto dell’industria russa per quanto riguarda il settore dri velivoli civili. Abbiamo discusso questo problema in Armenia martedì e concordato di studiare a fondo per formulare una proposta concreta insieme ai nostri colleghi”, ha detto a margine del terzo All-Russian Light Industry Forum.

Leggi tutto: https://it.sputniknews.com/mondo/201611253684017-russia-armenia-discutono-su-consegna-superjet-yerevan/


Armenia, presidente: non sono necessarie nuove basi militari russe

Leggi tutto: https://it.sputniknews.com/politica/201611173648395-armenia-presidente-non-necessarie-nuove-basi-russe/


Armenia, il capo dello Stato chiarisce il ricorso ai missili russi

Leggi tutto: https://it.sputniknews.com/mondo/201611173644952-armenia-iskander-equilibrio/

Antonia Arslan, la storia e il coraggio delle donne (Corriere del veneto 19.11.16)

«Lettera a una ragazza in Turchia» il nuovo libro della scrittrice armena narra tre figure femminili indimenticabili che combattono per sopravvivere e difendere i loro ideali

A una ragazza turca di oggi si rivolge Antonia Arslan nel narrare tre storie di donne armene forti, determinate, mai sopraffatte. Nasce così il nuovo libro della scrittrice padovana di origine armena, Lettera a una ragazza in Turchia (Rizzoli, 144 pagine, 15 euro). Antonia Arslan sceglie una giovane donna contemporanea («ci sei nata e ci stai in quel magnifico Paese dove i miei antenati per millenni hanno vissuto, combattuto, creato regni e chiese di cristallo… Da dove noi siamo stati cacciati per sempre»), per tramandare le vicende di tre figure femminili indimenticabili, che combattono per sopravvivere ma anche per difendere i loro ideali.

«Dovrai scoprire il coraggio sotterraneo dei deboli», scrive alla ragazza turca. E riflettere sul fatto che «è possibile tu non sia solo turca, che il sogno inculcato dall’infanzia di una purezza di sangue che vi rende eredi dei conquistatori sia vano artificio retorico. Molto vi siete mescolati con il sangue dei conquistati». Così Arslan rivela e ribadisce che molte bambine armene rapite e inserite in famiglie turche che tolsero loro nome, identità, religione, costumi, sono strettamente intrecciate con le giovani turche di oggi, nonostante «la ferrea cupola della menzogna di Stato».

Antonia Arslan, non può fare a meno di tramandare la memoria della comunità armena scomparsa dal «Paese Perduto», gli erranti sopravvissuti al genocidio dei Turchi, con la nostalgia eterna di quella terra «di latte e miele» di cui si favoleggia nelle case degli esuli armeni sparsi nel mondo. «Sulle mie spalle si posa inflessibile il popolo scomparso », scrive Antonia Arslan. Raccontare diventa quindi urgenza, dovere, missione. E la memoria si fa antidoto contro la paura.

In questo periodo storico in cui minacce, violenza, attentati, si propagano da Oriente a Occidente, da Istanbul a Bruxelles, Antonia Arslan trascina in un viaggio nella storia, tra donne che hanno combattuto per il loro futuro. Hannah, bimba in fuga dall’Armenia, nata nel 1910 vicino al monte Ararat, sopravvissuta allo sterminio, «curiosa e ostinata », che «si promette di non arrendersi mai, di resistere a qualsiasi cosa le capiterà». Fame, stenti, violenza, solitudine, ma Hannah ce la farà, diventerà imprenditrice di successo negli Stati Uniti. «Tener duro si può, si deve. Sono una figlia d’Armenia ». E poi Iskuhi, la bellissima moglie di Khayel, «guance di pesca e occhi rotondi», che divora giornali e riviste, appassionata di Florence Nightingale, rivoluzionaria nelle idee e nella voglia di diffondere l’antica cultura armena, ma rinnovando la lingua dei padri. Morirà partorendo il secondo figlio, a 19 anni. E il suo primogenito Yerwant (medico geniale, nonno di Antonia Arslan), conserverà per sempre con nostalgia dentro si sé quel «profumo di mamma» che lo aveva lasciato a tre anni.

Infine la storia di Noemi, che si sposò con Levon (brillante giovane medico dei «felici dottori Arslanian»). Un amore splendente fino a quando i turchi cancellarono il loro futuro. Levon viene ucciso, ma Noemi rifiuterà il ricatto del maresciallo turco innamorato di lei, firmando così anche la sua condanna a morte. Figure potenti, quelle narrate da Antonia Arslan, restano impresse a fuoco nell’anima di chi legge. Voci femminili accomunate dalla volontà di decidere del proprio futuro, di affermarsi come donne. «Se sei donna ci vuole un’audacia straordinaria per restare libera e prendere in mano il tuo destino».

Vai al sito

“La terra dei Kurdi e degli Armeni…” di Virginia Iacopino (ntacalabia.it 18.11.16)

Di Virginia Iacopino.

SE GLI EUROPEI AVESSERO MOSSO UN DITO CONTRO LA DIASPORA DEL POPOLO CURDO E DI QUELLO ARMENO ABBANDONATI AI LORO DESTINI PROBABILMENTE IL MONDO ODIERNO NON SAREBBE PRECIPITATO IN TANTA BARBARIE. OGGI CURDI E ARMENI VIVREBBERO IN PACE NELLE LORO TERRE CON UN PROPRIO STATO. QUESTO DEBITO NON PESEREBBE SULLA COSCIENZA EUROPEA PREOCCUPATA A SPARTIRSI,IN COMPAGNIA DEI GUERRAFONDAI AMERICANI I RICCHI GIACIMENTI DI PETROLIO ECC.

La terra dei Kurdi e degli Armeni a loro non appartiene più. Rischia di sparire definitivamente dalle mappe geografiche.Un antico canto curdo recitava:sai curdo dove vive la tua stirpe? Ascolta tu descrivo la Patria del tuo popolo. Dall’occidente fino al mar nero della tua terra corrono i confini…A occidente giunge il Mediterraneo,al Sud fino al Golfo Persico e ad oriente include tutti i monti Zagros che si estendono in catene parallele tra Iraq e Iran ricchi di minerali e di petrolio ecc..Secondo la leggenda qui si arenò l’Arca di Noè.Bella è anche la poesia di ABDULLAH OCALAN che scrisse in terza elementare. Riporto solo alcuni versi: “O miei monti,radici del cielo mani protese della nostra terra bruciata! Al chiaro di luna quando saremo colmi della fragranza delle angurie in pezzi,narrateci la storia. Diteci donde vengono le nuvole basse..O miei monti,senza di voi non avremmo conosciuto la neve ne il coraggio…O monti se non foste esistiti dove mia madre avrebbe raccolto per noi frutti ed erbe selvatiche?”. Ocalan sognava il ritorno, tra il Tigre e l’Eufrate della civiltà babilonese. Il rapimento e la condanna a morte di questo uomo semplice ed altruista che rifiutava tutto ciò che era feudale per sopraffazione di classe,di casta,di lingua,di religione ebbe fine.Egli affermava che doveva avvenire prima una rivoluzione culturale dopo quella politica e militare pari a quella vissuta dalla nostra resistenza per convivere da diversi ed uguali tra italiani, turchi, arabi, persiani ed altri popoli nello stesso crogiolo di pace e di giustizia che lacera e divide il Nord, il Centro ed il Sud italiano attraverso infuocati discorsi di memoria mussoliniana che inculcano razzismo contro chi fugge da guerre atroci da cui l’Italia non è stata mai neutrale. Il territorio dell’ex impero ottomano nel 1916 se lo spartirono la Francia, l’Inghilterra e la Russia a cui è stato assegnato gran parte del territorio curdo.

L’Armenia faceva parte dell’Unione Sovietica nella quale sia i curdi che gli armeni e tutti i rifugiati perseguitati erano riconosciuti come minoranze protette. Si permise loro di avere un giornale sponsorizzato dallo Stato,una loro radio che trasmetteva eventi culturali,storici e religiosi.Con il crollo dell’URSS i Curdi e li Armeni finirono torturati e spogliati di tutti i loro privilegi. La maggior parte di loro fuggì dalla Russia. Gli Aleviti, gruppo religioso culturale turco-curdo-armeno in maggioranza credenti musulmani pacifici furono vittime per secoli da scontri religiosi.Vicini al concetto di fratellanza di Francesco d’Assisi e di Gandhi hanno il loro concetto di Dio che abbraccia l’uomo spirituale,l’uomo terreno,gli animali,le piante e i minerali.Non credono all’onta del peccato originale trasmessa a tutta l’umanità eccettuata Maria Vergine e tendono, gli Aleviti, ad avere una coscienza in cui nella forma materiale è immerso lo Spirito universale che controlla la moralità,l’agire corretto sia nei propri che negli altri riguardi. Credono all’esistenza di tre porte sacre: 1 la fratellanza spirituale, 2 la coscienza individuale e collettiva, 3 la realtà cioè la verità ovvero Dio. La prima porta da spalancare è considerata essenziale per procedere all’apertura delle altre due porte. Dopo di che si aprono danze e canti spirituali tutti si muovono in girotondo simbolo del moto di rivoluzione dei pianeti intorno al sole. E’ attraverso l’ebrezza della danza e dei canti liturgici che riescono a vincere e ad abbattere l’egoismo individuale necessario per raggiungere ed unirsi a Dio. Accendono dodici candele immerse nell’acqua spirito purificatrice e baciano i i telai delle porte sacre.Papa Francesco definisce genocidio il massacro degli Armeni e della loro deportazione perpetrata dall’Impero Ottomano tra il 1915-16 in risposta il governo Turco,risentito,in segno di protesta fece rientrare in Turchia l’ambasciatore presso la Santa Sede. Il presidente Erdogan ammonisce Papa Francesco affermando che quando i politici e i religiosi si fanno carico del lavoro degli storici non dicono delle verità ma delle stupidaggini. Perchè non si spiega quello che molti ignorano? Nel 1952 la Turchia fu annessa alla Nato come baluardo in funzione anti sovietica. Gli Stati Uniti costruirono sul suolo turco le proprie basi militari missilistiche con enormi depositi di armamenti nucleari.

La Russia non possiede più basi militari all’estero. La loro politica non ha un carattere globale offensivo e aggressivo ma di auto difesa per non soccombere. La partita Russia-America verte sull’Eurasia, l’Ucraina e la Crimea che costituiscono i perni di questa guerra ibrida. La Nato, acerrima nemica della Russia sta cercando di forzare le difese tra il Baltico e il mar Nero e si configura come l’organizzazione mondiale della guerra contro il terrorismo.Spende milioni di dollari che sottrae alla fascia più debole degli americani.Il ritiro delle truppe americane con le relative armi atomiche dall’Europa occidentale potrebbe essere la fine dell’America pericolosa e sovversiva che,a parole,diffonde l’idea della democrazia essendo consapevole che nessuno può muovergli guerra.

Papa Francesco con la sua umiltà ed intelligenza ricordando la storia della strage avvenuta nella notte di San Bartolomeo, potrebbe prenderla come esempio nelle sue omelie. La cattolicissima Caterina de Medici ha legato il suo nome al peggiore dei massacri religiosi appoggiata dal Papa che mirava a riconquistare l’Italia.

Vai al sito

Cinema: Festival Cairo,la lunga storia degli armeni d’Egitto (Ansa 18.11.16)

IL CAIRO, 18 NOV – ”Io forse ho dato poco a questo Paese, ma a me l’Egitto ha dato moltissimo. Mi sento 100 per 100 egiziana e 100 per cento armena: della matematica mi curo poco”. A parlare è Eva Dadrian, giornalista e scrittrice che insieme a Waheed Sobhi e Hanan Ezzat firma We are Egyptian Armenians, film documentario che ripercorre la storia degli ultimi 200 anni di presenza armena nel Paese.

Il film è stato presentato ieri sera al Festival internazionale del Cinema del Cairo (in corso fino al 24 novembre) in una sala gremita di spettatori egiziani di origine armena accorsi per vedere raccontata la loro storia. A farlo, insieme alla stessa Dadrian, le terze generazioni di armeni, nati – o giunti in in Egitto – dopo il 1915. Fuggiti dalla Turchia durante il genocidio iniziato il 24 aprile di quell’anno per mano ottomana, che in tre anni porto al massacro di 1,5 milioni di persone.

”La nostra presenza – racconta la regista – risale però a molto più indietro, sin dall’epoca mamelucca”. Una comunità apprezzata e pacifica che crebbe soprattutto nell’Ottocento, sotto Mohamed Ali, contribuendo allo sviluppo dello Stato moderno, tramite i suoi funzionari, traduttori – grazie alla facilità con cui parlano arabo, armeno, francese e inglese – artigiani e anche ministri. Fu proprio il khedive a scegliere come suo ministro degli Esteri (dal 1808 al 1844) un armeno, Boghos Youssoufian. ”In 4050 giunsero a Port Said il 15 settembre del 1915, portati in salvo dalla Marina militare francese”, ricorda Dadrian. Nel 1925, dieci anni dopo il genocidio, la comunità armena in Egitto era aumentata notevolmente. ”Eravamo circa 12 mila”. Vivevano nei quartieri popolari del Cairo come anche in quelli di Alessandria, sviluppano commerci, professioni, diventano editori, commercianti, artigiani, produttori di sigarette e, soprattutto, gioiellieri. Mettono in piedi chiese, scuole e centri culturali per non perdere le loro tradizioni e mantenere viva la loro tradizione. Le immagini che scorrono e le parole riportano a un epoca, quella dell’inizio del 900 in cui l’Egitto era cosmopolita, aperto, tollerante e in cui vivevano fianco a fianco – non si stancano di ripetere i protagonisti – varie minoranze straniere, ebrei, italiani, greci, maltesi. ”Momenti difficili – rammentano – vi furono. Nel 1919 – con i primi movimenti indipendentisti egiziani – venimmo sospettati di sostenere gli inglesi e di avere ordito l’assassinio del primo ministro anti-britannico Saad Zaghloul” nel 1927.

Altro momento delicato fu dopo la presa di potere di Nasser.

Le nazionalizzazioni colpirono infatti anche la comunità armena.

Oggi gli egiziani di origini armene sono pochi, ma la loro presenza continua a essere testimonianza di un Egitto che lotta per tenere in piedi la sua tradizione di tolleranza. (ANSAmed).

Vai al sito

Festival Cairo, la lunga storia degli armeni d’Egitto (Ansamed 17.11.16)

(di Cristiana Missori)

IL CAIRO – ”Io forse ho dato poco a questo Paese, ma a me l’Egitto ha dato moltissimo. Mi sento 100 per 100 egiziana e 100 per cento armena: della matematica mi curo poco”. A parlare è Eva Dadrian, giornalista e scrittrice che insieme a Waheed Sobhi e Hanan Ezzat firma We are Egyptian Armenians, film documentario che ripercorre la storia degli ultimi 200 anni di presenza armena nel Paese.

Il film è stato presentato al Festival internazionale del Cinema del Cairo (in corso fino al 24 novembre) in una sala gremita di spettatori egiziani di origine armena accorsi per vedere raccontata la loro storia. A farlo, insieme alla stessa Dadrian, le terze generazioni di armeni, nati – o giunti in in Egitto – dopo il 1915. Fuggiti dalla Turchia durante il genocidio iniziato il 24 aprile di quell’anno per mano ottomana, che in tre anni porto al massacro di 1,5 milioni di persone.

”La nostra presenza – racconta la regista – risale però a molto più indietro, sin dall’epoca mamelucca”. Una comunità apprezzata e pacifica che crebbe soprattutto nell’Ottocento, sotto Mohamed Ali, contribuendo allo sviluppo dello Stato moderno, tramite i suoi funzionari, traduttori – grazie alla facilità con cui parlano arabo, armeno, francese e inglese – artigiani e anche ministri. Fu proprio il khedive a scegliere come suo ministro degli Esteri (dal 1808 al 1844) un armeno, Boghos Youssoufian. ”In 4050 giunsero a Port Said il 15 settembre del 1915, portati in salvo dalla Marina militare francese”, ricorda Dadrian. Nel 1925, dieci anni dopo il genocidio, la comunità armena in Egitto era aumentata notevolmente. ”Eravamo circa 12 mila”. Vivevano nei quartieri popolari del Cairo come anche in quelli di Alessandria, sviluppano commerci, professioni, diventano editori, commercianti, artigiani, produttori di sigarette e, soprattutto, gioiellieri. Mettono in piedi chiese, scuole e centri culturali per non perdere le loro tradizioni e mantenere viva la loro tradizione. Le immagini che scorrono e le parole riportano a un epoca, quella dell’inizio del 900 in cui l’Egitto era cosmopolita, aperto, tollerante e in cui vivevano fianco a fianco – non si stancano di ripetere i protagonisti – varie minoranze straniere, ebrei, italiani, greci, maltesi.

”Momenti difficili – rammentano – vi furono. Nel 1919 – con i primi movimenti indipendentisti egiziani – venimmo sospettati di sostenere gli inglesi e di avere ordito l’assassinio del primo ministro anti-britannico Saad Zaghloul” nel 1927. Altro momento delicato fu dopo la presa di potere di Nasser. Le nazionalizzazioni colpirono infatti anche la comunità armena.

Oggi gli egiziani di origini armene sono pochi, ma la loro presenza continua a essere testimonianza di un Egitto che lotta per tenere in piedi la sua tradizione di tolleranza.

Vai al sito

“Vi racconto il genocidio degli armeni con le storie di tre donne” (Lastampa.it 17.11.16)

Ricordare è una grazia e una condanna, raccontano i sopravvissuti all’Olocausto. È lo stesso per chiunque sia stato braccato dallo sterminio e ne abbia avuto ragione. Per la scrittrice Antonia Arslan è il genocidio armeno, la Storia, la memoria della madre, gioie, pene, aspettative frustrate di un popolo che nell’ostinarsi a testimoniare la propria epopea ha seminato sulle piaghe la speranza. Classe 1938, un passato da accademica confluito nella critica letteraria prima e poi nella narrativa con il felice La masseria delle allodole, la Arslan ricorda per professione di fede. Scrivo dunque sono. Il suo ultimo Lettera a una ragazza in Turchia (Rizzoli) è un dialogo in tre storie con il presente, l’hic et nunc in cui la violenza del passato può sottrarsi all’oblio e trovare la catarsi.

Il libro inizia sull’aereo dove decide di rivolgersi a un’interlocutrice immaginaria. Ha bisogno di un non-luogo per parlare dell’identità armena a una turca?

«In aereo non riesco a leggere, specie nei viaggi lunghi. Preferisco guardare un film o scrivere. Ero lì, sospesa, né sopra né sotto, né con i fantasmi del genocidio armeno né con le loro appendici moderne, le storie che avevo in testa, tutte vere, sono uscite fuori così».

Scrive a una ragazza, la quintessenza della modernità turca, che si declini nell’emancipazione di segno occidentale o nel risveglio religioso. Pensa a un’attivista stile Gezi Park o a un’assertiva militante di Erdogan?

«Penso a Gezi Park e alle tante ragazze turche di quel genere che ho incontrato negli anni. Alcune hanno lasciato il Paese, altre ci stanno pensando per sfuggire alla nuova persecuzione di accademici e intellettuali. Penso a quelle che vedono il loro orizzonte oscurarsi».

Eppure le religiose, non sono meno determinate nel rivendicare la propria indipendenza.

«La donna è il fulcro della Turchia contemporanea, non per forza progressista. Ci sono donne fanatiche, nel cui caso pesa forse la paura di gettarsi in una modernità più apparente che di sostanza dove sembra non ci siano limiti. Ci sono donne tenere ma ce ne sono di assai più dure degli uomini. Le armene che sopravvissero al genocidio, quando sparirono tutti i maschi tra 15 e 65 anni, erano tostissime. La seconda protagonista del mio libro testimonia l’impegno nell’alfabetizzazione delle bambine armene già nell’800».

 

 

La prima delle sue protagoniste, Hannah, ha 15 anni nel 1915, quando Istanbul si chiama Costantinopoli. Ma il suo esodo verso l’America ricorda la marea odierna dei profughi siriani. Dopo un secolo siamo ancora lì?

«In un certo senso 100 anni sono passati per niente, la storia non è mai maestra di vita ma procede per andate e ritorni. I video con le decapitazioni filmate oggi nel Califfato mi ricordano una foto dell’800 in cui il Sultano tiene le teste di 7 armeni su un elegante tavolinetto liberty circondato da impettiti soldati: anche allora si tagliava la testa per simboleggiare l’azzeramento del nemico. E’ un terribile déjà-vu. Abbiamo già visto anche la fuga dei disperati dai non-luoghi di morte, la marcia in cui si perdono pezzi, i figli, le madri condannate a sopravvivere. Cento anni fa però, l’America aprì le porte, c’era Ellis Island ma funzionava: l’Europa adesso è così malata da non saper fare neppure i controlli. Ho paura che non ci siano più neppure filantropi tipo l’ex ambasciatore Usa nell’impero ottomano Henry Morgenthau, un ebreo che tra il 1916 e il 1920 salvò migliaia di armeni spendendo oltre 20 milioni di dollari».

Nella seconda storia, ambientata nel 1862, Khayel respira l’indipendenza greca e pensa a quella armena. Sarà deluso.

«Contro gli armeni hanno giocato in primis motivi geografici. Essendo una penisola, la Grecia riuscì a staccarsi più facilmente dall’impero. Il cuore degli armeni invece è dentro, nell’est dell’Anatolia. Si può dire che abbiamo scontato il nostro posizionamento perché in quell’800 in cui la Grecia e gli Stati balcanici forzavano l’indipendenza gli ottomani strinsero ancor più la morsa su di noi. Poi ci sono motivi politici. La lotta dei greci fiorisce all’alba del romanticismo, Byron, Santorre di Santarosa, l’utopia: la Grecia ha beneficiato del fatto che la sua causa divenne allora la causa della libertà».

Khayel s’innamora di Iskuhi, vera suffragetta ante litteram. È reale anche il padre di lei, che la sostiene al punto di ridere del suo disprezzo per il cucito?

«I padri armeni sono così, assecondano le figlie, è una loro caratteristica. Spesso consegnano alle mogli il proprio salario perché lo amministrino».

Noemi, l’ultima tragica protagonista, ci riporta al 1915, i Giovani Turchi, la caccia agli armeni. È lei più della realizzata Hannah l’eco della Storia?

«Noemi è la piena metafora del genocidio armeno. Ho scoperto la sua storia da poco tra le pagine del grande storico Raymond Kévorkian, uno che ha incrociato milioni di dati ritrovando tutti i nomi. Nessuno ormai può più negare che si sia trattato di sterminio».

 

Per la Turchia resta un tabù.

«La classe dirigente turca è attestata su un negazionismo pervicace. Fino al 2014 c’erano delle aperture, ora zero. La folla viene caricata contro i gulenisti ma quando si scatena se la prende con gli ebrei, gli armeni, una spirale che prelude sempre a saccheggi, pogrom».

Per gli armeni sono peggio i kemalisti o il partito di Erdogan?

« Uguali. L’ex presidente Gul era andato in Armenia per una partita di calcio, poi è arrivato Erdogan e oggi siamo fermi. In sé sarebbero peggio i kemalisti perché, se è vero che non perseguitò direttamente gli armeni, Atatürk nel 1930 fece la stessa cosa ai curdi a Dersim. Erdogan aveva fatto ben sperare. Il 24 aprile di due anni fa si era detto dispiaciuto per gli armeni ma ora è cambiato tutto. Anche la società civile che aveva raccolto 40 mila firme online per scusarsi con i connazionali armeni è silenziata. Oggi capita che per screditare qualcuno Erdogan gli attribuisca la mamma armena…».

Dove sta andando la Turchia?

«Dipende da tante cose. Quale idea di sviluppo ha Erdogan che con la moglie accanto parla dell’inferiorità delle donne? La questione armena è la cartina di tornasole del rapporto tra Turchia e modernità».

E l’occidente, dove va?

«Cento anni fa l’occidente ci accolse. Certo noi armeni rispettavamo alla lettera le leggi dei Paesi in cui emigravamo, ma oggi l’occidente è timido. Le democrazie più compiute paiono in soggezione con i dittatori. C’è molta cecità politica, conta il domani e non il dopodomani. In più abbiamo tutti meno fiducia in noi stessi, vige un nichilismo d’accatto. Ma l’Europa è in pace da 70 anni».

Antonia Arslan, «Lettera a una ragazza in Turchia», Rizzoli, pp. 144, €15

Vai al sito