Il genocidio degli armeni in Ticino (Ticinonews 19.01.16)

Allineandosi a quanto avviene nel resto della Svizzera e nel resto del mondo, il 27 gennaio 2016 anche in Ticino si commemorerà ufficialmente “La giornata della memoria”, per ricordare tutti i crimini contro l’umanità e ogni forma di discriminazione.

Quest’anno l’Associazione Ticinese degli Insegnanti di Storia ha voluto contribuire alla Giornata della Memoria offrendo, in collaborazione con la comunità armena del Ticino e con il sostegno del Delegato cantonale all’integrazione degli stranieri nell’ambito del Programma di integrazione cantonale (PIC) 2014-2017, alcune occasioni di riflessione dedicate alla storia del popolo armeno a cent’anni dal «Metz Yeghérn, il “Grande Male”», il genocidio subito nel 1915. Continua

9° anniversario dell’assassinio del giornalista turco-armeno Hrant Dink

Chi era Hrant Dink e perché lo hanno ucciso?

Hrant Dink è stato il fondatore e il redattore capo della rivista Agos, giornale bilingue armeno e turco. È stato pure giornalista per i giornali nazionali Zaman e Birgün.
Nacque a Malatya il 15 settembre 1954, Dink arrivò a Istanbul con la famiglia all’età di sette anni, in questa città trascorse il resto della sua vita. Dopo il divorzio dei genitori viene accolto in un orfanotrofio assieme ai fratelli. Tutto il suo iter scolastico avviene in scuole armene. Si diploma in zoologia all’università di Istanbul, dove frequentò in seguito anche corsi di filosofia.
Nel 2005 fu condannato a sei mesi di reclusione per suoi articoli sui fatti avvenuti tra il 1890 e il 1917 (Genocidio armeno).
I tribunali avevano ritenuto i suoi articoli come insulto all’identità turca secondo l’articolo 301 del codice penale turco. Questa condanna fu fortemente criticata dall’Unione europea. Venne a più riprese minacciato di morte per le sue prese di posizione su quanto subito dagli armeni negli ultimi anni dell’Impero Ottomano.
Hrant Dink ha sempre sostenuto il bisogno di democrazia per la sua nazione. La sua azione si focalizzava sui diritti delle minoranze e in particolare della minoranza armena e più in generale sui diritti civili. Negli ultimi anni sentiva forte l’odio che la sua azione suscitava in molti suoi concittadini e affermava che avrebbe voluto fuggire da questa realtà. Ma molto coraggiosamente sosteneva che se avesse compiuto questo passo, avrebbe tradito tutto quanto fatto fino ad ora. (fonte Wikipedia)
Il 19 gennaio 2007 viene ucciso ad Istambul sotto la redazione del suo giornale “Agos”. A sparargli mortalmente un diciassettenne Ogun Samast, appartenente ai circoli ultranazionalisti di Trebisonda dietro ai quali tramano oscuri servizi ed apparati.
Il 25 luglio 2011 l’imputato Ogun Samast è stato condannato a ventitre anni di prigione essendo stato riconosciuto colpevole dell’assassinio di Hrant Dink.
La pressione dell’opinione pubblica turca ed internazionale è riuscita ad avere la meglio sui tentativi di insabbiare il processo e che avevano portato addirittura alla ventilata possibilità di una scarcerazione dell’imputato. Questi nella sua memoria difensiva ha accusato la stampa turca di aver incitato al delitto.
Resta aperta la questione più importante: ossia chi siano stati i mandanti di Samast.
La Corte Europea di giustizia ha condannato la Turchia per non aver protetto Dink che pure si sapeva essere stato ripetutamente minacciato.
I complotti di Ergenekon (l’apparato deviato costituito da ultranazionalisti, generali e servizi segreti turchi), lo strano viaggio di uno degli imputati in Azerbaigian, l’ombra (anzi la certezza) di una regia occulta.
A novembre il procuratore ha deciso di continuare le indagini su trenta personalità (civili e militari) fortemente indiziate di essere dietro il delitto.


 

Ultimo articolo di Hrant Dink pubblicato su Agos
una settimana prima della sue morte.

All’inizio il processo aperto contro di me dal procuratore capo di Sisli non mi aveva preoccupato. Non era il primo. Sono sotto processo a Urfa, dal 2002 per aver detto di non essere turco, ma armeno di Turchia. Mi hanno accusato di aver offeso l’identità turca. Quando sono andato a testimoniare a Sisli l’ho fatto senza troppa preoccupazione. Perché ero sicuro che ciò che avevo scritto non poteva essere male interpretato. Il procuratore, ho pensato, non crederà che io abbia voluto offendere l’identità turca.
Sono stato rinviato a giudizio. Non ho perso la speranza. A chi mi accusava di aver insultato il popolo turco, ho detto che non avrebbe potuto gioire: non mi avrebbero condannato. Se fossi stato condannato avrei lasciato il paese. Gli esperti chiamati a giudicare i miei scritti hanno detto che non c’erano in essi elementi di offesa. Ero tranquillo: il torto sarebbe stato riparato, tutto sarebbe finito in una bolla di sapone. Ma così non è stato. Mi hanno condannato a sei mesi di carcere. La speranza che mi aveva accompagnato e sostenuto durante tutto il processo è crollata. Ma mi ha anche dato nuova forza.
Prima della sentenza, al termine di ogni udienza venivano date in pasto all’opinione pubblica notizie false su di me. Dicevano che avevo dichiarato che il sangue dei turchi è avvelenato, mi dipingevano come nemico dei turchi. Queste cattiverie hanno cominciato a fare breccia nel cuore di tanti miei connazionali. Alle udienze adesso venivo aggredito dai nazionalisti, si inscenavano violente manifestazioni nei miei confronti. Ho cominciato a ricevere telefonate e mail di minaccia, a centinaia.
Ma io continuavo a dire, pazienza, la decisione finale renderà giustizia di tutto ciò e saranno loro a vergognarsi. L’unica mia arma era la mia onestà. Ma mi hanno condannato. Il giudice aveva deciso in nome del popolo turco che avevo offeso l’identità turca. Posso tollerare tutto, ma non questo.
Mi trovavo a un bivio: lasciare il paese oppure restare. Alla stampa ho detto che mi sarei consultato con i miei avvocati, che avrei fatto ricorso in appello e anche alla Corte europea per i diritti umani.
Ho detto anche che se la condanna fosse stata confermata avrei lasciato il paese perché una persona condannata per aver discriminato suoi connazionali non ha diritto di continuare a vivere con loro.
E’ chiaro che le forze profonde che operano in questo paese vogliono darmi una lezione. Così per aver detto alla stampa queste cose è stato aperto contro di me un nuovo procedimento penale. Mi hanno accusato di aver cercato di influenzare la corte d’appello. Mi vogliono isolare, far diventare un facile obiettivo.
Mi processano perché, imputato, cerco di difendermi. Devo confessare che ho perso la mia fiducia nello stato turco e nella giustizia di questo paese. La magistratura non è indipendente, non difende i diritti del cittadino ma quelli dello stato. La condanna che mi è stata comminata non è stata pronunciata in nome del popolo turco, ma in nome dello stato turco. Abbiamo fatto ricorso. Il capo procuratore del processo di appello ha detto che non c’erano gli estremi per confermare la condanna. Ma il consiglio superiore ha deciso in maniera diversa. E anche in appello mi hanno condannato.

E’ chiaro che mi vogliono isolare, indebolire, lasciare privo di difese. Hanno ottenuto quello che volevano. Oggi sono in tanti a pensare che Hrant Dink sia uno che insulta i turchi. Ogni giorno mi arrivano sull’email e per posta centinaia di lettere di odio e minacce. Quanto sono reali queste minacce? Non si può sapere. La vera e insopportabile minaccia, però, è la tortura psicologica cui mi sottopongo. Mi tormenta pensare che cosa la gente pensa di me. Ora sono molto conosciuto «Guarda, non è l’armeno nemico dei turchi?» Sono come un colombo che si guarda sempre intorno, incuriosito e impaurito.
Che cosa diceva il ministro degli esteri Gul? E il ministro Cicek? «Suvvia, non esagerate con questo articolo 301. Quanta gente è finita in prigione?» Ma pagare è solo entrare in carcere? Signori ministri, sapete che cosa vuol dire imprigionare il corpo e la mente di un uomo nella paura di un colombo? In questo momento, così difficile anche per la mia famiglia, mi sento sospeso tra la morte e la vita. Ci sono giorni in cui penso di lasciare il mio paese, specie quando le minacce sono rivolte ai miei cari. Mi dicono che mi seguiranno se deciderò di andare, resteranno se deciderò di restare. Posso resistere, ma non posso mettere i miei cari a rischio. Ma se andiamo, dove andremo? In Armenia? Io che non tollero le ingiustizie, sarei forse più sicuro lì? L’Europa non fa per me. Tre giorni in occidente e il quarto voglio tornare a casa. Lasciare un inferno che brucia per un paradiso già confezionato?
Dobbiamo cercare di trasformare l’inferno in paradiso. Spero che non saremo mai costretti ad andarcene. Farò ricorso alla Corte di Strasburgo. Quanto durerà questo processo non lo so. Ma mi conforta un po’ il fatto che fino al termine del processo potrò continuare a vivere in Turchia. Il 2007 sarà un anno molto difficile. Vecchi processi continueranno, nuovi processi si apriranno. Chissà quali ingiustizie mi troverò davanti. Ma nel mio cuore impaurito di colombo so che la gente di questo paese non mi toccherà. Posso vedere la mia anima nella titubanza di un colombo ma so che in questo paese la gente non osa toccare i colombi. I colombi vivono fra gli uomini. Impauriti, come me, ma come me liberi.

Aleppo muore di sete. Uccisa dai ribelli. (Lastampa.it 19.01.16)

Mentre l’attenzione dei media occidentali è focalizzata – e forse non in maniera disinteressata – sulla situazione di Madaya, “Aiutiamo la Siria!”, una onlus italiana che si occupa di sostenere i civili siriani intrappolati nella guerra lancia un drammatico appello per Aleppo.

“La situazione degli abitanti di Aleppo, è sempre più drammatica. Alle bombe che minacciano quotidianamente la città (ieri colpita la chiesa Armena Evangelica, per fortuna senza vittime), si aggiunge la mancanza di energia elettrica, l’interruzione dell’erogazione dell’acqua e infine il freddo intenso di questo periodo”, ci scrive il presidente della Onlus, Francesco Giovannelli.

Le varie formazioni antigovernative – Isis, Jabhat al Nusrah e altri – interrompono da mesi il flusso idrico nella città, per fiaccare la resistenza degli aleppini che non vogliono andarsene. “Tra la popolazione debilitata si sta diffondendo in queste ultime settimane l’influenza H1N1 che ha costretto molte persone al ricovero in ospedale mentre la carenza di medicinali rende la situazione ancora più problematica”.

E ieri Aleppo ha ricordato un’altra ferita provocata dalla guerra: ricorreva infatti il 1000° giorno dal rapimento dei due Arcivescovi ortodossi della città, Mar Gregorios Yohanna Ibrahim e Boulos Yazigi, scomparsi il 22 aprile 2013, catturati dai ribelli antigovernativi, e dei quali non si sono mai più avute notizie. In coda troverete i link che vi permettono di partecipare a dei progetti umanitari per aiutare la gente di Aleppo ad avere acqua, e riscaldamento. Mentre ricordiamo che il quotidiano della CEI, Avvenire, chiede che l’Italia si dissoci dalle sanzioni anti Siria, che non colpiscono il governo, ma rendono la vita tragicamente più dura per la popolazione.

E permettetemi di aggiungere un triste tocco personale a questo post. Nei giorni scorsi è morto ad Aleppo, Armen Mazloumian, il proprietario del Baron Hotel, la fonte primaria – e uno dei protagonisti – de “I Baroni di Aleppo” . I Baroni di Aleppo era una finestra sul Medio Oriente e un secolo di storia vista attraverso le finestre di quello che fu il più chic e famoso albergo della regione, l’hotel in cui soggiornarono Lawrence d’Arabia e Agatha Christie, nelle cui stanze furono venduti e comprati i documenti che diedero una delle prime prove testimoniali del Genocidio degli Armeni. Armen raccontò a Flavia Amabile e a me la storia dell’albergo, che non ha voluto abbandonare in questi anni di guerra, nonostante fosse malato seriamente, e curarsi diventasse sempre più difficile. Un’altra vittima “collaterale” di questa guerra assurda scatenata moyennant i fondamentalisti islamici dalle monarchie del Golfo e da alcune potenze occidentali.  Continua

Addio a Armen Mazloumian, erede della famiglia che fondò il Baron’s Hotel ad Aleppo (Lastampa 18.01.16)

Se n’è andato venerdì scorso Armen Mazloumian, senza riuscire a rivedere un’ultima volta l’albergo a cui aveva dedicato tutta la sua vita. Era l’ultimo erede della famiglia armena che aveva fondato il Baron’s Hotel ad Aleppo, l’albergo che ha ospitato cento anni di storia del Medio Oriente, da Lawrence d’Arabia a Agatha Christie, e poi uno dei testimoni chiave nel processo contro i Giovani Turchi autori del genocidio armeno ma anche De Gaulle, Nasser, Rockfeller, Ceausescu, Tito, re Feisal e Hafez al-Assad (padre dell’attuale presidente), Pier Paolo Pasolini e tutti gli archeologi che lavoravano nei numerosi siti della zona.

Ha resistito fino a dicembre Armen Mazloumian, come un capitano che non abbandona la nave che affonda. Poco prima di Natale il cuore e i reni duramente provati da quasi quattro anni di guerra lo hanno costretto a ricoverarsi. Erano stati anni durissimi: il Baron’s era il fantasma di sé stesso, colpito dalle bombe anche se non seriamente danneggiato, privo di acqua, di riscaldamento. Era così dall’inizio della guerra ma Armen non aveva mai voluto abbandonare le stanze dove ancora si conserva in una teca un conto non pagato da Lawrence d’Arabia e in un libro le firme dei tanti grandi del passato. Sapeva di essere l’ultimo custode di una memoria che sembrava allontanarsi sempre più ora che ad Aleppo il suq è stato incendiato, i siti archeologici sono stati saccheggiati e i potenti del mondo si tengono ben lontani da una città che non è più il crocevia del Medio Oriente.

L’avevo sentito più volte in questi anni. Nonostante le bombe, il freddo, le privazioni, si rivolgeva a me con la cortesia e i modi da gentleman che aveva sempre avuto. Era diversa solo una sfumatura di rassegnazione amara quando provavo a parlargli del progetto per un documentario che avrebbe dovuto raccontare ancora la sua storia. Aveva ragione lui, lo sapevamo entrambi, non era in condizione di programmare né di sperare in nulla ma la speranza resta un diritto inalienabile anche quando si mette da parte la propria salvezza. Avrebbe avuto mille occasioni di andare via Armen Mazloumian in questi anni, non l’ha mai fatto, non ha mai nemmeno immaginato di farlo: la sua vita era lì, qualunque fosse. Ora che Armen non c’è più nessuno sa che cosa accadrà al Baron’s, nessuno sa quanto resisterà né che cosa ne sarà dei ricordi che custodisce. Si sa solo che ancora una luce di speranza si è spenta in una città dove per secoli cattolici, ebrei e musulmani hanno vissuto in pace.  Continua

Hrant Dink, il giornalista armeno che ha pagato con la vita il coraggio di fare il suo mestiere (Informazioneindipendente.it 17.01.16)

Ricorre il 19 gennaio il nono anniversario della morte di Hrant Dink, il giornalista e scrittore turco di origine armena assassinato nel 2007 con tre colpi di pistola  da un giovane nazionalista turco, davanti ai locali di Agos, il settimanale bilingue della comunità armena di Istanbul.

Dink aveva assunto la direzione di Agos nel 1996 e si batteva alla ricerca di un dialogo tra turchi e armeni, si è sempre battuto per la conciliazione, cercando di avvicinare per quanto possibile, lui armeno e cittadino turco, i due popoli. Nonostante il suo impegno non era sfuggito alle mire del famigerato articolo 301 del codice penale turco, processato e condannato a sei mesi di carcere nel 2004, per “lesa turchicità“.

Dink non era un rivoluzionario; era un uomo buono, mite, propenso al dialogo ed alla tolleranza. La sua unica colpa è stata quella di scrivere ciò che pensava anche se ben consapevole che quelle sue parole di speranza non erano gradite a chi dell’intolleranza faceva il proprio credo politico. Continua

Siria, ancora sangue a Deir Ezzor: il teritorio maledetto, l’Auschwitz degli armeni (IlGazzettino 17.01.16)

La nuova, terribile, strage dei terroristi del sedicente Stato islamico a Deir Ezzor è avvenuta in una delle aree più insanguinate di tutto il Medio Oriente. Deir Ezzor, un tempo un luogo di passaggio per le carovane viene considerata l’Auschwitz degli armeni.

Un tempo era territorio dell’impero ottomano, oggi è territorio siriano. Negli anni 1915-1918 in quei luoghi desertici si è consumato il piano di sterminio del popolo armeno pianificato da Costantinopoli: le famigerate marce della morte dei deportati armeni che costarono la vita a 1 milione e mezzo di persone, partivano dalla Turchia per finire nel deserto mesopotamico, proprio nei pressi di Deir Ezzor dove erano presenti diversi campi di concentramento.

I miliziani islamici, due anni fa, nel silenzio pressoché unanime della comunità internazionale (e della Turchia soprattutto), hanno intenzionalmente raso al suolo la chiesa armena dei Martiri, un santuario sacro, particolarmente importante poiché includeva al suo interno un monumento commemorativo del genocidio e un mausoleo con i resti delle vittime delle atrocità ottomane.A Deir Ezzor, solo nel 1916, morirono 200 mila armeni. Continua

ARMENIA: Che succede dopo Voch? La democrazia armena all’indomani delle proteste (Eastjournal 15.01.16)

Michael, 21 anni, studente di economia all’università statale di Yerevan. Ha preso parte alla protesta di Voch come indipendente. Una delle facce di un’Armenia giovane e risoluta che chiede democratizzazione reale.

Cos’è stato Voch?

Voch (“no” in armeno) è stata la campagna contro le modifiche costituzionali proposte nel referendum del 6 dicembre scorso, ritenendo che queste modifiche fossero un tentativo del presidente Serj Sargsyan di mantenere il potere. È stato lanciato da due partiti principali, Eredità e Congresso Nazionale Armeno, e da partiti minori, movimenti e membri della società civile. Un’altro gruppo parlamentare, Ruolo della legge, si è dichiarata contro le riforme, ma senza unirsi ufficialmente alla campagna.

Oltre che dal partito di governo, il Partito Repubblicano, il fronte del “Sì” era composto da due partiti nominalmente all’opposizione, Federazione Armena Rivoluzionaria e Armenia Prospera.

Infine, il Partito del Patto Civile, pur definendo il referendum una finta priorità ha votato contro le riforme e alcuni suoi membri hanno aderito attivamente a Voch.

Come valuti il risultato del referendum?

Secondo i dati ufficiali, più del 63% dei votanti è stato a favore delle riforme: la nuova costituzione verrà adottata. Tuttavia, molti osservatori internazionali hanno notato irregolarità nelle procedure di voto, definendo “illegittimo” il referendum. Sono state riportate numerose violazioni, incluse intimidazioni agli elettori, protocolli falsificati e inserimenti di schede pre-compilate nelle urne elettorali. Addirittura sono state pubblicate foto che mostravano inequivocabilmente le stesse persone votare due volte in abiti diversi. Continua

Il caso serissimo del Dialogo Ebraico Cristiano (Tempi 14.01.16)

A giorni papa Francesco si recherà in visita alla Sinagoga di Roma. L’evento si preannunzia rilevante, anche in relazione al successo mediatico che, in modo inedito, accompagna detti, gesti e azioni di questo pontificato.

Per comprendere il Dialogo ebraico-cristiano, il significato della visita papale, le attese che vi sono da parte ebraica e da parte cristiana, gli scenari che tale avvenimento potrà aprire, occorrerebbe forse offrire una disamina dei molti documenti e pronunciamenti – alcuni recentissimi – circa il positivo re-incontro tra ebrei e cristiani, partendo dalla Dichiarazione Conciliare Nostra Aetate, testo che ha impresso una svolta e una cesura netta con un passato negativo plurisecolare.

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come è avvenuto nel caso di molti cristiani armeni all’epoca del Genocidio, salvati da numerosi ebrei. Circa il cristianesimo armeno, occorre che il Dialogo tra ebrei e cristiani si alimenti della sua storia e della sua tradizione vivente, poiché è l’unica Chiesa che ha una sua precisa caratteristica identitaria linguistico-nazionale imprescindibile e irrinunciabile e che ha esperito sorti analoghe, per certi versi, al Popolo Ebraico: la diaspora e l’esperienza di minoranza assoluta, la dhimmitudine sotto l’Islàm, il genocidio, il ritorno nella terra dei propri padri, l’essere sopravvissuta a una lunga e dolorosa storia, l’aver prodotto una autonoma cultura – e specificatamente una cultura credente – in osmosi creativa con altre culture, il rapporto, infine, tra diaspora e ritrovata sovranità nazionale.

Azerbaijan, la lista nera (Osservatorio Balcani e Caucaso 14.01.16)

La pubblicazione in Italia di una lista di giornalisti cui è vietato l’ingresso in Azerbaijan riporta in primo piano la grave situazione dello stato della libertà di espressione nel paese caucasico

L’ambasciata azera in Italia ha da poco pubblicato un elenco di personae non gratae, cittadini italiani cui è vietato l’ingresso nel territorio della Repubblica dell’Azerbaijan. Nella lista ci sono nomi di spicco della cultura e del giornalismo italiano, da Antonia Arslan a Milena Gabanelli, scrittori e artisti. Nell’elenco c’è anche il corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso da Yerevan, Simone Zoppellaro, reo di essersi recato in Nagorno Karabakh per svolgere il suo lavoro di reporter con il collega de La Stampa Roberto Travan.

La lista rappresenta un attacco diretto alla libertà di stampa, restringendo la possibilità di movimento degli intellettuali e dei giornalisti coinvolti, e in quanto tale è stata immediatamente segnalata al Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks, e alla Rappresentante OSCE per la Libertà dei Media, Dunja Mijatović.

Le persone incluse nella lista, secondo le motivazioni addotte dalle autorità azere, avrebbero violato le leggi dell’Azerbaijan essendosi recate illegalmente nella regione contesa del Nagorno Karabakh, la repubblica de facto che secondo il diritto internazionale fa parte del territorio azero. Non è tuttavia possibile recarsi in Nagorno Karabakh se non attraverso l’Armenia, dunque quello che viene colpito dalle autorità azere è il diritto/dovere dei giornalisti di informare dalla e sulla regione. Alcuni dei nominativi delle persone messe all’indice, inoltre, sono più noti per aver denunciato violazioni dei diritti umani in Azerbaijan, o per aver mostrato sostegno alla causa del riconoscimento del genocidio armeno, che per essersi recati in Nagorno Karabakh, tanto da far apparire pretestuose le stesse motivazioni addotte per compilare la lista di proscrizione.

Poco dopo essere stato inserito nella lista nera dell’Ambasciata azera, il nostro corrispondente è stato oggetto di due articoli della stampa azera, il nove e il ventidue dicembre che lo descrivono come “pseudo giornalista” e chiedono di bandirlo a vita dal paese. Martedì scorso un altro articolo dello stesso tenore sui media azeri.

L’Azerbaijan si trova al numero 162 (su 180) della lista annuale compilata da Reporter senza Frontiere sulla libertà di espressione nel mondo. I casi di Leyla e Arif Yunus, di Emin Huseynov, e di Khadija Ismayilova sono solo i più noti in una lunga teoria di persecuzioni dei media indipendenti.

Secondo il più recente rapporto di Freedom House, Freedom on the Net (2015), l’Azerbaijan è un paese solo “parzialmente libero”, dove giornalisti, attivisti per i diritti umani e rappresentanti di partiti di opposizione vengono arrestati in un contesto di “crescente intimidazione”.

Questo clima di intimidazione è inaccettabile, gli attacchi diretti contro i giornalisti azeri, italiani o di altri paesi, devono cessare. La lista pubblicata dall’ambasciata azera non fa che riportare alla luce l’allarmante situazione della libertà di espressione in Azerbaijan che, secondo RSF, è la “più grande prigione in Europa per gli operatori dell’informazione” per numero di giornalisti e blogger imprigionati.

Resource Centre

E’ online il Resource Centre sulla Libertà dei Media. Sviluppato da OBC e da European Centre for Press and Media Freedom (ECPMF) è uno strumento che favorisce la diffusione e la fruizione di contenuti rilevanti sulla libertà di stampa in Europa

Vai a Osservatorio Balcani e Caucaso

Caucaso: in mezzo alla crisi tra Russia e Turchia (Rivistaeuropae.eu 13.01.16)

L’abbattimento, qualche settimana fa, del bombardiere russo Su24 ha scatenato una grave crisi diplomatica tra Mosca e Ankara. I rapporti bilaterali sembrano compromessi nel lungo termine e la crisi avrà effetti anche su altre regioni, a partire dal Caucaso, che divide fisicamente i due Paesi.

Una crisi già in atto

Già prima di questa crisi la situazione era molto difficile. Negli ultimi due anni la tensione ha raggiunto livelli allarmanti in particolare in due punti: l’Ossetia Meridionale e il Nagorno Karabakh. Il cosiddetto confine amministrativo che separa l’Ossetia Meridionale dal resto della Georgia è gestito dalle forze armate russe, che regolarmente lo spostano verso Sud, arrivando quest’estate ad annettere un tratto del oleodotto Baku-Supsa.

Ancora più alta è la tensione sulla linea di contatto che separa il Nagorno Karabakh e gli altri sette distretti occupati dalle forze armene dal resto dell’Azerbaijan. Negli ultimi due anni gli scontri sono diventati sempre più frequenti e più violenti e si sono estesi anche sul confine di Stato tra Armenia e Azerbaijan.

Russi e turchi nel Caucaso

A prima vista il Caucaso sembra uno scacchiere perfetto per una guerra tra Russia e Turchia: Georgia e Azerbaijan fanno parte di un’alleanza con la Turchia, mentre l’Armenia è membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), una sorta di Patto di Varsavia in formato ridotto, comprendente Russia, Armenia e altre quattro repubbliche post sovietiche. Continua