La propaganda anti-armena dell’Azerbaigian infiltra il Vaticano (Tempi 16.04.25)

Gli armeni sono oggi la cartina di tornasole di quanto i paesi del mondo cristiano e democratico siano realmente coerenti con i loro valori. Il Parlamento europeo ha definito gli eventi successivi alla guerra del Nagorno-Karabakh del 2020 una vera e propria «pulizia etnica», denunciando «con fermezza i processi farsa in corso e le violazioni sistematiche dei diritti fondamentali degli ostaggi armeni» in Azerbaigian. L’Europarlamento ha anche espresso «profonda preoccupazione per l’ordine delle autorità di Baku di chiudere gli uffici del Comitato internazionale della Croce Rossa e delle agenzie delle Nazioni Unite», invitando l’Azerbaigian a «rispettare» i diritti degli armeni del Nagorno-Karabakh, compreso quello al ritorno nella loro terra.

Allo stesso modo, la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale (Uscirf) raccomanda di mantenere l’Azerbaigian in una speciale lista di controllo per chi commette o tollera gravi violazioni della libertà religiosa.

Contemporaneamente a queste iniziative, alla Pontificia Università Gregoriana è stata organizzata dall’ambasciata azera presso la Santa Sede una conferenza pseudoscientifica, intrisa di propaganda azera, ostile al popolo cristiano armeno, il popolo della Chiesa apostolica gregoriana.

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L’Azerbaigian perseguita gli armeni

È noto come gli attori turchi e azeri ricorrano spesso a date dal forte valore simbolico per veicolare messaggi di propaganda anti-armena. Anche in questa occasione, con cinismo calcolato, è stato scelto un giorno altamente emblematico, il 33° anniversario del massacro degli armeni di Maragha perpetrato dalle truppe azere, per lanciare una campagna mediatica volta a presentare l’Azerbaigian come un paese «multiculturale e multireligioso», che «rispetta anche i cristiani».

Nessuna parola è stata spesa sul fatto che la dittatura petrolifera azera appena due anni fa abbia completato la pulizia etnica dell’Artsakh – una regione storicamente a maggioranza armena – dopo nove mesi di blocco totale, imposto con l’obiettivo di affamare, sottomettere e costringere all’esodo 150.000 armeni autoctoni, colpevoli unicamente di voler vivere liberi dal giogo della dittatura musulmana azera.

Il regime governato da oltre mezzo secolo dalla dinastia Aliyev è lo stesso che orchestrò i sanguinosi pogrom anti-armeni di Sumgait e Baku (1988-1990), nel solco della macabra tradizione dei massacri di Shushi del 1920.

La distruzione del patrimonio cristiano

Durante il convegno non è stato fatto neanche un accenno al genocidio culturale di Nakhichevan, dove interi cimiteri e monumenti armeni sono stati cancellati dalla faccia della terra. Nessuna menzione della sistematica distruzione delle chiese come la Zoravor Surb Astvatsatsin di Mekhakavan, la Surb Hambardzum di Berdzor o la Surb Hovhannes Mkrtich di Shushi, tutte testimonianze millenarie della presenza cristiana armena, oggi ridotte a rovine o completamente scomparse a causa del regime azero.

La conferenza che si è svolta presso la Pontificia Università Gregoriana è un insulto al mondo cristiano, alla memoria delle vittime del genocidio di Maragha e al patrimonio culturale armeno, oggi violentato e manipolato sotto gli occhi di un’Europa troppo spesso silenziosa. Un patrimonio deturpato, svuotato delle sue iscrizioni armene plurisecolari, privato della sua identità per essere arbitrariamente attribuito ad altri popoli che, storicamente, sono sempre stati minoranze nella regione dell’Artsakh.

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La menzogna diventa realtà

Ospitando simili convegni, le strutture accademiche si trasformano in megafoni della propaganda di Stato azera.
Scribacchini e sedicenti studiosi, alimentati dai petrodollari della Fondazione Aliyev, cercano di riscrivere la storia dell’Artsakh armeno, ignorando deliberatamente le ricchissime testimonianze storiche, archeologiche e culturali che ne attestano l’identità armena cristiana.

La storia di città armene come Stepanakert, Shushi, Hadrout, Shahumyan, Yeghegnut e molte altre viene ignorata dagli studiosi al soldo di Baku, al pari di monumenti secolari come Gandzasar, Dadivank, Amaras, tra centinaia di altri oggi caduti sotto l’occupazione azera a seguito della pulizia etnica.
Un’aggressione alla verità, alla storia, all’umanità.

Non possiamo restare in silenzio mentre si consuma la seconda delle tre tappe dell’annientamento dei popoli e delle loro culture: dopo il genocidio, la damnatio memoriae e infine il negazionismo. La prima fase è la realizzazione del crimine stesso; la seconda è il soffocamento della memoria, il controllo della narrazione, l’eliminazione di ogni forma di commemorazione; la terza è la menzogna elevata a verità, l’assoluzione dei carnefici, la cancellazione definitiva.

Come scrisse George Orwell in 1984: «Il passato veniva cancellato, la cancellazione dimenticata e la menzogna diventava realtà». È questo il mondo che vogliamo consegnare alle nuove generazioni? Un mondo dove la verità è sacrificabile, dove la storia può essere riscritta da chi ha più potere, più soldi, più petrolio?

La favola dell’Albania Caucasica

Il dittatore azero Ilham Aliyev continua a definire gli armeni «nemici». Questo linguaggio affonda le sue radici nell’ideologia promossa dal padre, Heydar Aliyev, attraverso la teoria dell’azerbaigianismo: una costruzione ideologica elaborata come risposta alla crisi identitaria dei tatari del Caucaso, ribattezzati “azerbaigiani” da Stalin nel 1936. Con il tempo, questa dottrina si è trasformata in una macchina propagandistica che ha alimentato odio e fanatismo anti-armeno, diventando il collante identitario di un mosaico etnico privo di una coesione storica e culturale autentica.

Oggi la narrazione forzata dell’Albania Caucasica – esagerata e manipolata dal regime degli Aliyev – serve a legittimare l’appropriazione della cultura armena. Per rafforzare un’identità fittizia l’Azerbaigian ha il bisogno costante di trovare un nemico. E in questo schema, gli armeni sono il bersaglio perfetto. Accusati di complotti internazionali, tradimenti, infiltrazioni religiose, fino a far apparire l’odio xenofobo come legittima difesa patriottica.

È per questo che appaiono ipocrite e nauseanti le maschere di “multiculturalismo” e “dialogo interreligioso” organizzate dall’ambasciata azera presso la Santa Sede e ospitate da un importante istituto vaticano come la Pontificia Università Gregoriana.

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Yerevan Fashion Week 2025: tra moda e architettura brutalista (Lofficieitalia 16.04.25)

Con oltre una dozzina di sfilate e una cerimonia di apertura che si è tenuta al Soviet Repression Memorial, il memoriale dedicato alla fine dell’oppressione sovietica, l’edizione autunno inverno 2024-25 di quest’anno è stata l’occasione per conoscere il know-how manifatturiero di un Paese in via di crescita e di realizzare un’editoriale con i brand più interessanti della fashion week e le location più spettacolari della capitale armena. Il fenomeno della Fashion Week ha trovato il suo posto in Armenia, offrendo a stilisti, artisti e modelle una piattaforma per presentare al mondo il potenziale creativo del Paese, e a partire dal 2024, gode del sostegno economico del Comune di Yerevan, un riconoscimento ufficiale della sua importanza nel panorama culturale del Paese.

Dal 23 al 26 ottobre 2025, la Yerevan Fashion Week tornerà per la sua terza edizione, consolidandosi sempre più come uno degli eventi culturali e creativi più significativi dell’Armenia. Oltre a promuovere i designer locali, l’evento favorisce collaborazioni internazionali con realtà prestigiose come Fashion Scout London, White Milano, Visa Fashion Week Almaty e molte altre.

Teryan Cultural Center – Collezione “Telik-Melik”

Il Centro Culturale Teryan, fondato nel 2004, continua la sua missione di valorizzare la moda tradizionale armena. La collezione “Telik-Melik”, frutto della collaborazione tra Lilit Melikyan e Margarita Karapetyan, rinnova l’artigianato e l’abbigliamento folklorico armeno con un tocco contemporaneo. Un connubio armonioso tra patrimonio culturale e design moderno.

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Corset, MANUK ALAKSANYAN; headpiece, TERYAN CULTURAL CENTER.

Ariga Torosian – Unione tra Iran e Armenia

La designer iraniano-armena Ariga Torosian, laureata all’Accademia di Belle Arti di Yerevan, presenta una collezione che riflette la ciclicità della vita, dove creazione e distruzione si incontrano in una danza estetica. Il suo stile unisce Oriente e Occidente, incarnando il crocevia culturale che è l’Armenia.

Harmony Yerevan – Forza ed Eleganza Femminile

Harmony Yerevan celebra la complessità della donna attraverso tessuti pregiati come seta, velluto e taffetà. Le linee delicate e i corsetti evocano una femminilità forte ma vulnerabile, capace di esprimere ogni sfumatura dell’essere donna.

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Blusa e pantaloni, ARIGA TOROSIAN; orecchini, HARMONY YEREVAN.

Manuk Aleksanyan – Innovazione e Identità

Le creazioni di Manuk Aleksanyan si distinguono per la fusione di tecniche all’avanguardia con motivi e simboli armeni. Il risultato è una collezione che parla di radici e futuro, artigianato e sperimentazione, tradizione e moda contemporanea.

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Corsetto e pantaloni, Z.G.EST; Cappotto, MANUK ALEKSANYAN; scarpe, ARIGA TOROSIAN.

Reza Nadimi – L’eredità Persiana nel Design Contemporaneo

Direttamente da Teheran, Reza Nadimi propone una collezione ispirata all’architettura persiana, arricchita da ricami a mano e tagli progressivi. Un ponte tra arte e moda, dove ogni capo è espressione di cultura, movimento e forma.

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Abito, REZA NADIMI; Cappotto, MANUK ALEKSANYAN; Scarpe, ARIGA TOROSIAN.

Z.G.EST – “I Have a Crush”: Moda Sostenibile e Identità

Fondata da Alla Pavlova, Z.G.EST presenta una collezione senza stagionalità, che celebra l’autenticità e l’espressione personale. Silhouette fluide, trasparenze, volumi e spalle marcate si uniscono a un messaggio potente: “I am enough”, per promuovere l’autoaccettazione e l’empowerment femminile.

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Pantaloni e gilet, Z.G.EST; bra, MANUK ALEKSANYAN; headpiece, TERYAN CULTURAL CENTER.

Soncess – Sulla Via della Seta

Ispirata alla storica Via della Seta, la collezione di Soncess unisce forme architettoniche orientali e la libertà dell’Occidente. Giacche e blazer narrano un viaggio tra culture, con design intricati che simboleggiano l’interconnessione tra civiltà diverse.

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Abito SONČESS, blazer Z.G.EST

LOOM Weaving – Tradizione e Boho Chic

Inga Manukyan, fondatrice di LOOM Weaving, propone capi lavorati a mano che mescolano uncinetto, pizzi e tecniche tradizionali con lo stile boho. Lana, cotone, seta e cashmere si fondono in una palette solare e romantica, riflesso dello spirito di Yerevan.

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Maglione, LOOM Weaving; trench, SONČESS; collana, MADE-VEL-E.

Sona Hovsepyan / SONAIS – “Siesta”: Tra Libertà e Lotta

“Siesta” prende ispirazione dalla cultura spagnola, simbolo di libertà e introspezione. SONAIS contrappone questo stile di vita alla lotta armena per l’espressione individuale, creando capi voluminosi e strutturati per donne che vogliono distinguersi ed esprimere sé stesse.

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Giacca, felpa, SONA HOVSEPYAN; orecchini, DEMIURGE.

Yeva Hovhannisyan / KimLin – “Skylines”: Architettura e Libertà

Ispirata all’aeroporto di Zvartnots, la collezione “Skylines” riflette temi come la democrazia e la libertà di parola. Linee decorative e dettagli in eco-pelle disegnano una narrazione visiva moderna ed elegante, mentre il verde pistacchio illumina una palette neutra con tocchi vibranti.

Abito YEVA HOVHANNISYAN
Vestito YEVA HOVHANNISYAN

Stylist assistants: Sona Hovsepyan and Diana Muradyan
Model: Ani Safaryan @wot.models
Make up and Hair: Ani Avdalyan, Ani Avdalyan Image Center

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Venezia rende omaggio al popolo armeno con un mese di eventi (Lapiazzaweb 15.04.25)

Un legame antico, profondo e mai interrotto unisce Venezia al popolo armeno. Ed è proprio da questa connessione secolare che nasce il programma di iniziative promosso dalla presidenza del Consiglio comunale per commemorare il genocidio armeno, di cui quest’anno ricorre il 110° anniversario.

Presentato il 14 aprile a Ca’ Farsetti, il calendario propone una serie di appuntamenti diffusi su tutto il territorio cittadino, in collaborazione con associazioni culturali, istituzioni accademiche, fondazioni e la comunità armena in Italia. Un vero e proprio percorso di memoria, con momenti di approfondimento, riflessione e valorizzazione della cultura armena.

Il cuore delle celebrazioni il 23 aprile a Santa Margherita

Il momento centrale sarà la cerimonia cittadina del 23 aprile, alle ore 10.30, all’auditorium Santa Margherita. Sarà un’occasione non solo per ricordare le vittime del genocidio del 1915, ma anche per ascoltare poesie armenecanti tradizionali e la suggestiva esecuzione al duduk, l’antico strumento musicale simbolo dell’identità armena.

Cultura, storia e nuove generazioni

Il programma si distingue per la varietà delle iniziative: dalla conferenza “L’Armenia di oggi” in programma il 21 maggio al Centro Candiani di Mestre, alle visite guidate all’Isola di San Lazzaro degli Armeni (5 maggio) e alla chiesa della Santa Croce degli Armeni (7 maggio), curate dall’Ordine dei Padri Mechitaristi.

Anche la Biennale Architettura sarà parte del percorso con un focus, il 13 maggio, sul Padiglione Venezia e quello dell’Armenia, mentre prosegue il progetto di residenza artistica per il giovane artista armeno Taron Manukyan, sostenuto dalla Fondazione Bevilacqua La Masa.

Il professor Aldo Ferrari dell’Università Ca’ Foscari ha elogiato la crescente sensibilità veneziana verso il tema, mentre Baykar Sivazliyan, presidente dell’Unione Armeni d’Italia, ha espresso profonda gratitudine per l’attenzione ricevuta: «Tutti gli armeni in Italia si sentono rappresentati da questa città che ha accolto le nostre radici».

Armenia offre un accordo di pace all’Azerbaigian, propone di porre fine al Gruppo di Minsk (Trt 15.04.25)

15 aprile 2025

Il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha proposto martedì la firma di un accordo di pace con l’Azerbaigian e, contemporaneamente, un documento per lo scioglimento del Gruppo di Minsk dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa).

“Comprendiamo l’agenda proposta dall’Azerbaigian per sciogliere il Gruppo di Minsk dell’OSCE. In effetti, se stiamo chiudendo il capitolo sul conflitto del Karabakh, e lo stiamo chiudendo, allora perché abbiamo bisogno di un formato che si occupa della sua risoluzione?” ha dichiarato Pashinyan durante una riunione dell’Assemblea Nazionale del paese nella capitale Erevan.

Pashinyan ha poi aggiunto che, tuttavia, il Gruppo di Minsk dell’OSCE ha de facto un contesto più ampio e che Erevan vuole assicurarsi che Baku non interpreti il passo dell’Armenia come un tentativo di “chiudere il conflitto sul suo territorio e trasferirlo in Armenia.”

“Proponiamo di concludere un accordo di pace e, contemporaneamente, sciogliere il Gruppo di Minsk dell’OSCE. Vale a dire, firmare entrambi i documenti nello stesso giorno,” ha affermato.

L’Azerbaigian non ha ancora commentato la proposta di Pashinyan.

Guerra del Karabakh

Istituito nel 1992, il Gruppo di Minsk dell’OSCE, presieduto da Francia, Russia e Stati Uniti, aveva l’obiettivo di facilitare la risoluzione del conflitto del Karabakh.

Le relazioni tra le due ex repubbliche sovietiche sono state tese dal 1991, quando l’esercito armeno occupò il Karabakh — un territorio riconosciuto a livello internazionale come parte dell’Azerbaigian — e sette regioni adiacenti.

La maggior parte del territorio è stata liberata dall’Azerbaigian durante una guerra di 44 giorni nell’autunno del 2020, conclusasi con un accordo di pace mediato dalla Russia che ha aperto la strada a colloqui di normalizzazione e demarcazione.

Nel settembre 2023, l’Azerbaigian ha stabilito la piena sovranità sul Karabakh dopo che le forze separatiste nella regione si sono arrese.

A marzo, Baku ed Erevan hanno dichiarato di aver raggiunto un consenso su un accordo di pace, ma da allora entrambi i paesi si sono accusati reciprocamente di attacchi transfrontalieri.

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Armenia-Azerbaigian: Pashinyan propone firma congiunta accordo pace e scioglimento Gruppo Minsk

Armenia. Esercitazioni congiunte con l’Iran (Notiziegeopolitiche 15.04.25)

di Giuseppe Gagliano –

Due giorni di esercitazioni militari congiunte, svolte lungo un confine fragile e conteso, bastano a smuovere gli equilibri dell’intero Caucaso. Armenia e Iran, attraverso la manovra battezzata con un nome emblematico, “Pace”, hanno messo in scena molto più di una semplice cooperazione difensiva: un messaggio strategico indirizzato tanto a Baku quanto a Tel Aviv e Ankara, ma anche a Mosca e Bruxelles. Un nuovo tassello nella geografia fluida e infiammabile del post-conflitto del Nagorno-Karabakh.
L’area scelta per l’esercitazione — tra Iran, Armenia e l’exclave azera del Nakhchivan — non è casuale. È lì che si concentra una delle partite più delicate del dopoguerra caucasico: la possibile apertura del cosiddetto corridoio di Zangezur, che collegherebbe fisicamente l’Azerbaigian al Nakhchivan, bypassando il territorio iraniano e agganciandosi direttamente alla Turchia. Un progetto che piace a Baku e Ankara, ma che per Teheran rappresenta una minaccia esistenziale: l’esclusione dai transiti est-ovest e, soprattutto, la destabilizzazione delle sue province settentrionali, dove vivono milioni di cittadini iraniani di etnia azera.
L’Iran teme, da sempre, l’irredentismo interno. E un Azerbaigian arricchito e galvanizzato dalle sue vittorie militari rischia di diventare un magnete identitario per quella parte della popolazione iraniana che non ha mai smesso di guardare a Baku come a una patria mancata. Dietro la solidarietà con l’Armenia, dunque, c’è molto di più: la difesa della continuità territoriale iraniana, la preservazione dell’equilibrio interno e l’opposizione a un asse turco-azero-israeliano sempre più visibile.
A guidare l’esercitazione iraniana è stata la Divisione “Ashura” dei pasdaran, le Guardie Rivoluzionarie Islamiche, le stesse che nel 2022 avevano già messo in scena un’esercitazione a ridosso del confine armeno costruendo ponti temporanei sul fiume Arax. Un’unità d’élite, ben armata e ben motivata, che rappresenta la parte più ideologicamente strutturata delle forze armate iraniane. L’invio di tale divisione, accompagnato dalle dichiarazioni solenni del generale Valiollah Madani e del comandante Morteza Mirian, conferma che l’Iran non vuole limitarsi a ruoli simbolici: intende essere presente, visibile, militare.
Le esercitazioni hanno incluso operazioni simulate contro “gruppi terroristici” — un concetto volutamente vago, che nella grammatica geopolitica moderna può includere milizie islamiste, forze speciali azere o proxy armati di qualsiasi genere. Ma l’obiettivo è chiaro: rafforzare il controllo del territorio, inviare un messaggio di deterrenza, e consolidare un’alleanza che si sta trasformando da diplomatica a operativa.
Il tempismo dell’operazione non è irrilevante. Proprio mentre a sud dell’Armenia si svolgeva la manovra congiunta con Teheran, in Azerbaigian si incontravano delegazioni militari israeliane e turche per discutere della deconfliction in Siria. Israele ha recentemente colpito basi aeree in territorio siriano nel timore che la Turchia possa consolidare una presenza militare stabile nella regione. Tel Aviv e Ankara, nonostante le frizioni storiche, stanno costruendo un asse di fatto nel Caucaso e nel Medio Oriente. Un’alleanza fatta di tecnologia, droni, intelligence e convergenze tattiche.
In questo contesto, l’Armenia si ritrova a essere, ancora una volta, pedina e spettatrice, ma anche potenziale detonatore di tensioni più grandi. Dopo l’allontanamento da Mosca, segnato dal gelo nei rapporti con l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), Erevan ha cercato sponde alternative: Teheran, certo, ma anche Parigi e Bruxelles. Ma i margini di manovra sono ristretti. E proprio per questo l’alleanza militare con l’Iran assume un valore vitale, forse inevitabile.
Proprio mentre i militari si addestravano al confine, i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaigian si incontravano ad Antalya per discutere l’accordo di pace che dovrebbe chiudere formalmente un conflitto che dura da oltre quarant’anni. I toni pubblici sono concilianti, ma gli attriti lungo la frontiera raccontano un’altra storia. L’Azerbaigian insiste per la modifica della Costituzione armena, l’eliminazione del Gruppo di Minsk e una piena accettazione della sovranità azera sul Karabakh. L’Armenia parla di apertura delle frontiere, progetti energetici comuni e normalizzazione, ma chiede garanzie, interne ed esterne, che non arrivano mai.
Nel frattempo, ogni esercitazione militare, ogni dichiarazione, ogni accordo parallelo contribuisce a spostare il baricentro del Caucaso. L’Iran si mostra sempre più assertivo, deciso a non lasciare il campo alle manovre turche e israeliane. L’Armenia, isolata e vulnerabile, si aggrappa a ciò che resta di un equilibrio precario, consapevole che le partite vere si giocano altrove: nei cieli di Siria, nei corridoi di Bruxelles, nei laboratori strategici di Tel Aviv, nei comandi di Baku.
Il Caucaso, ancora una volta, si conferma per ciò che è sempre stato: non un crocevia, ma un campo di battaglia di lungo periodo, dove ogni passo verso la pace è anche un passo in più sul terreno minato della geopolitica globale.

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Cristianesimo in Azerbaijan: quando riscrivere la Storia cancella la memoria di un popolo (Spondasud

di Bruno Scapini

Nulla da eccepire sull’iniziativa intrapresa dalla Pontificia Università Gregoriana di ospitare recentemente una conferenza sul tema del Cristianesimo in Azerbaijan, se il fine fosse stato quello di presentare un’analisi storicamente imparziale e obiettiva del fenomeno religioso in un Paese islamico.

Purtroppo, così non è stato. L’evento – promosso, organizzato e finanziato da istituzioni azere, tra cui il Ministero degli Affari Esteri di Baku – ha smascherato nei contenuti la sua vera, deplorevole finalità: riscrivere la Storia per cancellare la memoria. E naturalmente si tratta della memoria del popolo armeno!

Ancora una volta Baku ha dimostrato la propria disonestà intellettuale, presentando artificiosamente – attraverso tematiche ingegnosamente costruite e interpretate da un panel di relatori accuratamente selezionati (peraltro intervenuti a voce unica, senza alcuna possibilità di contraddittorio, e univocamente convergenti verso la visione storica voluta dai circoli politici azeri) – un quadro della presenza cristiana non solo completamente artefatto, ma anche piegato a meschini interessi ideologici di parte.

Chiaro il tentativo di screditare le origini armene del Cristianesimo nel Caucaso meridionale! Non basta l’opera demolitrice perseguita da Baku con costante determinazione sulle testimonianze religiose e culturali armene. Eloquente è, infatti, quanto accaduto ieri nella regione del Nakhchivan con l’annientamento fisico di monumenti cristiani, e quanto accade oggi in Artsakh (Nagorno Karabakh), dopo l’esodo forzato di migliaia di armeni a seguito dell’ultima sfortunata guerra del 2020.

Oggi si tenta pure la strada della manipolazione storica per cancellare quel che resta, nei territori occupati dall’Azerbaijan, della memoria storica armena: si fa risalire la presenza cristiana a una non meglio identificabile comunità “albanese” di antiche origini, sottrattasi al processo di islamizzazione dell’area. Trattasi di un gruppo etnico minoritario (gli Udi), peraltro storicamente insediatosi al di fuori dei tradizionali confini armeni, ma pretestuosamente avocato oggi dalla Baku ufficiale quale elemento clanico cui far risalire le presenze monumentali armene in disprezzo perfino delle loro storiche iscrizioni in lingua armena!

Ecco spiegato, allora, come questa irrituale esaltazione di una provenienza “albanese” del Cristianesimo caucasico assuma un’evidente pretestuosità agli occhi di chi guarda alla Storia con animo spassionato e imparziale. L’intendimento della dirigenza azera, oggi – dopo la forzata annessione del Nagorno Karabakh, derivante dagli esiti nefasti di una guerra quanto mai opinabile nelle sue effettive modalità di conduzione da entrambe le parti – è quello di rimuovere qualsiasi traccia o segno di una Storia della Nazione armena. Perché proprio quella Storia potrebbe ancora parlare di sé per rivendicare l’esigenza di una giustizia storica purtroppo ignorata da un Occidente indolente e prono, con ogni mezzo, a dissacrare, mercificandoli, i valori fondanti della sua stessa civiltà.

Colpire il Cristianesimo armeno potrebbe rivelarsi un colpo magistrale assestato da Baku all’identità storico-religiosa degli armeni: rimuoverlo dal profondo della loro coscienza collettiva equivarrebbe a infliggere all’Armenia una sconfitta forse ancor più grave di quella militare. Perché privare un popolo della sua memoria significa radiarlo per sempre dalla Storia.

Non limitiamoci, dunque, alla rassegnazione! È deleteria. Non confiniamoci a deplorare la furia devastatrice dell’odio razziale! È pericoloso. Già in passato crimini detestabili, come le uccisioni di civili innocenti nella breve guerra dell’aprile 2016, o l’omicidio a Budapest nel 2004 del sottufficiale armeno Margaryan per mano dell’azero Safarov, sono rimasti impuniti nella delirante soddisfazione della parte azera.

Prendiamo invece coraggio e denunciamo questi misfatti affinché giustizia sia fatta; reagiamo ai soprusi e alle sopraffazioni affinché chi si presta a simili giochi mistificatori si ravveda e renda giustizia a un popolo che non ha idrocarburi né caviale da offrire in cambio di rispetto, ma solo e unicamente la ferma fedeltà alle comuni origini cristiane del nostro Occidente!

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Genocidio armeno Il male negato La Turchia non lo riconosce, nel silenzio del mondo di Paolo Mieli (Corriere della Sera 14.04.25)

Se ci si vuole inoltrare nel fitto bosco dei genocidi del Novecento, suggerisce opportunamente Vittorio Robiati Bendaud in Non ti scordar di me. Storia e oblio del genocidio armeno (Liberilibri), si deve partire da quello consumatosi tra il 1915 e il 1921, il Metz Yeghérn (il Grande Male). E poi risalire indietro nel tempo. Perché tutti i genocidi, Shoah compresa, vengono da lontano. Per poi essere successivamente rimossi. Negati. E potersi così riproporre dopo qualche anno sotto nuove spoglie. A dispetto di chi, in buona o malafede, ha giurato sulla formula del «mai più».

Il genocidio armeno, sostiene Robiati Bendaud, una volta conclusasi la carneficina è rimasto «attivo» tramite il negazionismo che l’ha accompagnato e ancora oggi l’accompagna. Negazionismo che, a sua volta, è parte costitutiva, anzi «essenziale» del processo genocidario. Tale negazionismo genocida ha permesso, ai nostri giorni, il riattivarsi di politiche belliche contro gli armeni, con la «riproposizione di una realtà fittizia da parte degli aguzzini» e il «colpevole disinteresse, perfino la complice connivenza, del mondo intero». Il disinteresse occidentale nei riguardi degli armeni, sostiene Robiati Bendaud, è «omicida» verso il popolo in questione, alla stessa maniera di centodieci anni fa. Ed è «suicidario» per l’Occidente, ossia per le società liberal-democratiche, eredi della tradizione ebraico-cristiana, che consiste nel riconoscimento e nell’affermazione dei diritti umani individuali nonché nel rifiuto del genocidio in sé. Va considerato sintomo di un tradimento «al contempo omicida e suicida» che è pienamente in atto.

L’impero ottomano entrò nella Prima guerra mondiale nell’ottobre del 1914 bombardando alcune installazioni militari della Russia zarista sul Mar Nero. Ma secondo tutti o comunque la maggior parte degli storici la vicenda di cui qui ci occupiamo ebbe inizio dopo la sconfitta dell’esercito ottomano a Sarikamis sul fronte caucasico nel gennaio del 1915 che consentì ai russi di dilagare nella Grande Armenia. Un insuccesso militare dei turchi aggravato dallo sbarco alleato nei Dardanelli che fu avvertito come una minaccia alla stessa capitale.

Fu in questo contesto, scrivono Aldo Ferrari e Giusto Traina nella Storia degli armeni (il Mulino), che i soldati armeni sospettati di collusione con il nemico «cominciarono ad essere disarmati e costretti a lavori forzati che li portavano rapidamente alla morte». Ebbero inizio i primi massacri locali, il più grave dei quali fu quello che colpì l’8 aprile la città di Zeytun in Cilicia che godeva di una lunga tradizione di autonomia. Altri eccidi si registrarono nei villaggi intorno al lago di Van e fu a quel punto che, spiegano Ferrari e Traina, gli armeni della città di Van «presero le armi per sfuggire allo stesso destino, riuscendo a resistere sino all’arrivo dell’esercito russo». Secondo i turchi fu a causa di quell’insurrezione armata che l’esercito ottomano procedette a una vera e propria guerra di pulizia etnica contro gli armeni.

Ma l’ambasciatore statunitense nell’impero ottomano Henry Morgenthau nelle sue memorie — Diario 1913-1916 (Guerini e associati) — contestò quella ricostruzione. «Ho raccontato la vicenda della cosiddetta insurrezione di Van — scrisse Morgenthau — non solo perché fu l’inizio del tentativo di cancellare un’intera nazione, ma perché questi avvenimenti sono stati portati in seguito dalle autorità turche a giustificazione dei loro successivi crimini». Ogni qualvolta «mi appellavo a Talat — scriveva Morgenthau, — a Enver e agli altri in difesa degli armeni mi veniva rinfacciato l’episodio di Van come emblematico del tradimento armeno». Mentre, secondo il diplomatico, si era trattato «del tentativo più che legittimo degli armeni di difendere l’onore delle loro donne e le loro stesse vite, dopo che i turchi, massacrando migliaia dei loro vicini, avevano fatto chiaramente intendere quale destino attendesse tutti loro».

Poi, proseguono Ferrari e Traina, la data che fa testo per l’inizio del successivo genocidio è quella del 24 aprile 1915 quando a Costantinopoli vennero arrestate alcune centinaia di esponenti di rilievo della comunità armena. Tra i quali figuravano parlamentari e intellettuali. Quasi tutti vennero uccisi in quei giorni e in questo modo fu decapitata «gran parte dell’élite culturale armena». Da quel momento in ogni parte dell’impero ottomano — con l’eccezione di Costantinopoli e Smirne — cominciò quello che secondo le dichiarazioni ufficiali del governo doveva essere soltanto un provvisorio «trasferimento» degli armeni lontano dal fronte. Il 30 maggio fu approvata la Legge temporanea di deportazione. Ma si trattava, scrivono Ferrari e Traina, di una «deportazione verso il nulla, verso la morte, secondo uno schema ripetuto innumerevoli volte in tutte le città e i villaggi abitati da armeni».

Il contributo tedesco a questo genocidio fu tutt’altro che irrilevante. Robiati Bendaud ricorda che il pastore protestante Johannes Lepsius nel corso del suo viaggio in Turchia del 1915 raccolse, grazie alla collaborazione dell’ambasciata americana nonché di missionari statunitensi, svizzeri e di alcuni esponenti del Patriarcato armeno, prove inconfutabili dei massacri. Prove che raccolse in un rapporto segreto di trecento pagine che inviò in Germania. L’ambasciatore turco a Berlino (al quale furono mostrate) le definì uno strumento di «ignobile propaganda» che rischiava di mettere a repentaglio la causa comune. Il rapporto venne così occultato e il pastore fu costretto a ritirarsi in Olanda. Non solo. Terminata la guerra, Lepsius fu richiamato in Germania e gli fu affidato il compito di «purificare» gli archivi tedeschi «da ogni testimonianza della connivenza, o, peggio, della corresponsabilità tedesca nell’opera genocidaria degli armeni». Ma quella connivenza e quella corresponsabilità, nonostante l’opera a cui fu costretto Lepsius, restarono nella coscienza tedesca. E giunsero in qualche modo alle orecchie di Adolf Hitler.

Nel frattempo, crollato l’impero ottomano, Mustafa Kemal Atatürk, il fondatore della Turchia moderna, salì al potere nel 1920 e vi rimase fino al 1938, l’anno della sua morte. Ma qui ci interessa la data d’inizio della sua esperienza di governo: il 1920. Dal momento che, nonostante la parte principale del genocidio sia avvenuta tra la primavera e l’estate del 1915, il massacro e l’espulsione della popolazione armena continuarono anche negli anni successivi. Mustafa Kemal Atatürk nel ’15 comandava un reggimento a Gallipoli e non fu dunque direttamente coinvolto nel genocidio. Per un momento alla fine della guerra parve che Atatürk fosse disposto a collaborare con i vincitori e mettere sotto processo i diretti responsabili degli eccidi: Mehmet Talat (che sarà ucciso da un armeno a Berlino nel ’21) e Ismail Enver.

La posizione di Atatürk cambiò radicalmente con il trattato di pace firmato a Sèvres il 10 agosto 1920 laddove fu proprio lui a contrastare, in nome di una linea per così dire patriottica, ogni ulteriore tentativo di mettere l’Impero sul banco degli imputati. Dopodiché Ferrari e Traina segnalano il caso specifico della Cilicia che dal 1918 era stata controllata da forze francesi sotto la cui protezione gli armeni avevano potuto continuare a vivere. Ma (attenzione alle date!) nell’ottobre del 1921, in seguito al trattato di Ankara che riconsegnava la Cilicia all’impero ottomano, gli armeni furono costretti ad abbandonare precipitosamente anche questa regione. E fu un nuovo esodo funestato da lutti. Così come sanguinosa per gli armeni fu l’intera guerra greco turca (1919-1922). Che si concluse, nel settembre del 1922, con l’incendio di Smirne a seguito del quale si registrarono stragi di greci ma anche di armeni. Le vittime complessive di questa pulizia etnica sono molto difficili da stabilire con precisione, secondo Ferrari e Traina. Le cifre possibili variano dal milione al milione e mezzo di persone, su un totale di circa due milioni di armeni che abitavano nell’impero ottomano.

A detta di molti storici, tra cui Esat Uras, fu poi Atatürk che in un discorso fatto nel 1927 al secondo congresso del Partito popolare repubblicano — allocuzione che durò tre giorni consecutivi — definì il canone ufficiale della storiografia turca. E in quel discorso non c’era spazio per il genocidio armeno: anzi si posero le fondamenta definitive per la sua negazione. Da quel momento la politica dello Stato in merito al genocidio armeno è stata sempre, appunto, di negazione, ha scritto Taner Akçam — in Nazionalismo turco e genocidio armeno. Dall’Impero ottomano alla Repubblica (Guerini e associati) — mentre la società turca si limitava a manifestare «distacco». La società turca, secondo Akçam, «ha cominciato molto lentamente a prendere posizione, benché con diverse motivazioni e tendenze». Per questo, «quando esaminiamo il rapporto della Turchia con il genocidio armeno», abbiamo il dovere di fare «un discorso che non consideri solo lo Stato, ma anche i vari segmenti della società». Nei libri di testo, ha evidenziato Akçam, «grandi epoche e avvenimenti storici paiono non esistere, come se fossero stati cancellati dalla storia e dalla memoria». Si può ragionevolmente parlare di un «tentativo collettivo di dimenticare» quell’uccisione di massa. Per decenni, se qualcuno provava a parlare pubblicamente del genocidio, si trovava, riferisce Akçam, di fronte a due reazioni: «da un lato mancanza di interesse e indifferenza; dall’altro, una risposta aggressiva e ostile».

Tutto questo accadeva nonostante ci fossero stati turchi, musulmani e curdi che avevano quantomeno provato ad aiutare piccoli nuclei di armeni a salvarsi. Di loro è rimasta testimonianza nel libro di Pietro Kuciukian I disobbedienti. Viaggio tra i giusti ottomani del genocidio armeno (Guerini e associati).

Quel che di terribile era accaduto nel ’15 e che si protrasse poi per anni e anni, fu per molto tempo considerato, non solo in Turchia, un effetto tra i tanti della Grande Guerra. Ma giustamente Robiati Bendaud scrive che la riduzione del Metz Yeghérn al collasso dei grandi imperi, ai disastri connessi alle lotte tra imperialismi antagonisti, all’imperversare di nazionalismi contrari, come pure al rovinare di un assetto secolare sotto i colpi impietosi dell’economia moderna e financo dell’occidentalizzazione significa «mancare grandemente il bersaglio».

Marcello Flores, in un libro tra i più completi e documentati su questo tema — Il genocidio degli armeni (il Mulino) —, ha osservato, a proposito delle due reazioni messe a fuoco da Akçam, che «si tratta in entrambi i casi di meccanismi di rimozione e censura che permettono di rimodellare la gerarchia di importanza e il criterio di rilevanza della narrazione storica, creando dei veri e propri tabù e mettendo in atto reazioni emotive nonché meccanismi di difesa». I quali, ha sostenuto Akçam, hanno lo scopo di «evitare che la società turca rammenti fatti descritti come massacro, genocidio ed espulsione». Il fine evidente è di fare barriera contro probabili «conseguenze psicologiche, emotive o morali causate da tali ricordi».

Norman Naimark, in La politica dell’odio. La pulizia etnica nell’Europa contemporanea (Laterza) — pur ricordando la precisione degli ordini provenienti dal Ministero dell’Interno turco, la meticolosità con cui vennero eseguiti e il minuzioso controllo sulla loro attuazione —, ha scritto che, tuttavia, «le prove dell’intenzionalità del misfatto, fondamentali per l’accusa di genocidio, non sono così chiare e lampanti come vorrebbero gli storici».

Ma né la memoria superstite del Metz Yeghérn, troppo spesso oscurata quando non occultata, scrive Robiati Bendaud, né quella della Shoah, «purtroppo rincretinita e debilitata dall’eccesso di monumentalizzazione e da insidiosi processi di universalizzazione», hanno impedito che nell’arco di circa un secolo gli armeni siano nuovamente vittime di turchi e azeri e che gli ebrei in Europa e altrove debbano ancora temere per la propria vita. Con la nuova «caccia all’ebreo» nonché il ritorno di antichi «orrori ed errori». Complici il sovvertimento del linguaggio e la negazione. Funzionali da sempre all’opera genocidaria.

 

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Il Ricordo ogni 24 aprile

Il Giorno del Ricordo per il genocidio arme-no si celebra il 24 aprile (sopra: marcia forzata di civili armeni verso il cam-po di prigionia di Mezireh, sorvegliati da soldati turchi armati nell’aprile 1915, Ansa). Per appro-fondire: Storia degli armeni di Aldo Ferrari e Giusto Traina (il Mulino, 2020); Diario 1913-1916 di Henry Morgenthau (a cura di F. Berti e F. Cortes, Gue-rini, 2010); Nazionalismo turco e genocidio armeno di Taner Akçam (traduzio-ne di A. Michelucci e C. Veronese, Guerini, 2005); Il genocidio degli armeni di Marcello Flores (il Mulino, 2017); La politica dell’odio di Norman Naimark (traduzione di S. Minucci, Laterza, 2002).

 

Novecento Vittorio Robiati Bendaud ricostruisce per l’editrice Liberilibri un processo di cancellazione dalla storia e dalla memoria di cui pose le basi già Atatürk. E che ha consentito il riattivarsi ai giorni nostri di nuove violenze

     

 

Alla Gregoriana l’Azerbaijan Tenta di Sbianchettare la Pulizia Etnica del Nagorno. Gli Armeni di Roma Protestano. (Stilum Curiae 14.04.24)

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo comunicato della Comunità Armena di Roma, che protesta contro il tentativo – svoltosi fra le mura dell’Università Gregoriana! – di trovare una giustificazione “cristiana” alla pulizia etnica compiuta nel Nagorno Karabagh ai danni della popolazione armena di quella terra. Buona lettura e diffusione.

INACCETTABILI PAROLE CONTRO GLI ARMENI ALLA PONTIFICIA UNIVERSITA’ GREGORIANA

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” si unisce allo sgomento e rabbia di tutti gli armeni per quanto accaduto ieri presso la Pontifica Università Gregoriana di Roma dove l’ambasciata dell’Azerbaigian presso la Santa Sede ha organizzato un convegno dal titolo “Cristianità̀ in Azerbaigian”, affittando un locale dell’Istituto senza rivelare alla proprietà la vera natura politica dell’iniziativa, come già accaduto anche in passato per concerti organizzati presso parrocchie romane.

Nel corso di questo evento ancora una volta gli oratori hanno ripetuto la falsa teoria sulla chiesa cristiana albana che sarebbe stata spodestata da quella armena; teoria infondata e ridicola che non ha alcun cultore al di fuori dell’Azerbaigian e che è stata riproposta per giustificare l’occupazione del Nagorno Karabakh (Artsakh) cancellando secoli di civiltà e storia armena nella regione, dopo aver cacciato da quei territori, sotto la minaccia della pulizia etnica, più di 120 mila armeni, che oggi, dopo aver perso tutto, persino le tombe dei loro cari, si trovano rifugiati in Armenia.

Ma non solo tali assurdità sono risuonate alla Gregoriana.

Vi è stato persino chi ha attaccato gli armeni, come l’analista politico Fuad Akhundov, accusandoli di distruggere i monumenti e i siti religiosi azeri e arrivando perfino ad affermare che “queste azioni non sono solo atti di vandalismo contro il patrimonio storico e culturale dell’Azerbaigian, ma riflettono anche una politica anticristiana volta a distorcere la vera storia della regione”.

Non possiamo che rilevare che si tratti solo di un patetico tentativo per scaricare sull’inerme popolo armeno le proprie colpe, vista l’opera di distruzione compiuta recentemente in Nagorno Karabakh e, sul finire del secolo scorso, a Julfa.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma”, che ha provveduto ad inviare una missiva al Rettore dell’Università Gregoriana,  ritiene inaccettabile che istituzioni pontificie, ancorché in buona fede, ospitino tali eventi caratterizzati da armenofobia, razzismo, intolleranza e basati su teorie prive di qualsiasi valore storico, religioso e scientifico e offensive nei confronti di un popolo che ha versato il proprio sangue per non rinnegare la propria fede cristiana e che si sta accingendo a commemorare il prossimo 24 aprile il 110 anniversario del Genocidio del 1915 dove persero la vita più di un milione e mezzo di cristiani armeni.

Non è tollerabile che università, chiese e parrocchie diventino vittime della politica manipolatrice di un regime che “Freedom House” colloca tra le dieci peggiori dittature al mondo. Un regime che a suon di soldi e bugie cerca di annientare la millenaria civiltà̀ di un popolo che per primo, nel 301, abbracciò ufficialmente il cristianesimo.

CI APPELLIAMO ALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E ALLE ISTITUZIONI VATICANE A VIGILARE CON ATTENZIONE PER PREVENIRE SIMILI ATTI MISTIFICATORI E NON RISCHIARE DI ESSERE ACCUSATE DI COMPLICITA’ CON IL REGIME DELL’AZERBAIGIAN.

Consiglio per la comunità armena di Roma 


Leggi anche:  Lettera aperta a Santa Sede, CEI e Gregoriana in riferimento allo scandaloso convegno organizzato dall’Azerbaigian (Korazym 12.04.25)

Il possibile accordo di pace tra Azerbaigian e Armenia: fine delle ostilità? (Iari 13.04.25)

’accordo di pace Armenia-Azerbaigian resta fragile: Zangezur, Costituzione armena e pressioni regionali ne compromettono la firma. La stabilità futura appare di nuovo sotto minaccia.

Nel mese di marzo 2025, i governi di Azerbaigian e Armenia hanno concordato la firma di un accordo di pace per porre fine al sanguinoso conflitto che da decenni affligge il Nagorno-Karabakh.

Privo di uno sbocco sul mare e incastonato fra le montagne del Caucaso Meridionale, questo territorio è stato per molto tempo conteso dai due paesi limitrofi, in quanto abitato in maggioranza da armeni ma circoscritto all’interno dei confini azeri. Il toponimo in lingua russa (Нагорный Карабах) significa “giardino nero superiore” o “giardino nero montuoso”, mentre gli azeri utilizzano l’espressione “Dağlıq Qarabağ”, avente lo stesso significato. La popolazione locale armena chiama invece questa terra “Artsakh” (Արցախ), nome storico che evoca il carattere boscoso di questa regione.

Fonte immagine:  https://kingsthinktankspectrum.wordpress.com/2024/01/15/the-end-of-the-nagorno-karabakh-whats-next/

Durante il periodo sovietico, l’area, seppur abitata da armeni, era stata assegnata all’Azerbaigian, invece che all’Armenia, entrambe repubbliche socialiste sovietiche. I tentativi di azerificazione forzata della popolazione locale da parte di Baku innescarono un aumento delle tensioni etniche che esplosero definitivamente al momento del crollo dell’URSS nel 1991. I secessionisti proclamarono unilateralmente la nascita della Repubblica d’Artsakh con il supporto della neo-indipendente Armenia, scatenando la reazione militare azera. La prima devastante guerra si concluse nel 1994 con un accordo di cessate il fuoco. Le violenze, tuttavia, non cessarono e il conflitto militare riemerse a fasi alterne, intensificandosi soprattutto nel 2012 e nel 2020. In tale anno fu firmato un nuovo accordo di cessate il fuoco mediato da Mosca, formalmente alleata di Yerevan. Due anni dopo però, due fattori spinsero Baku ad attaccare nuovamente la repubblica separatista, con il supporto politico di Ankara: la posizione di forza, assunta grazie al ruolo di crocevia energetico, e la guerra russo-ucraina, che costringeva il Cremlino a concentrarsi su un altro fronte. Il blocco azero del corridoio di Lachin, unico collegamento esistente tra l’Artsakh e la Repubblica Armena, impedì il passaggio di mezzi e persone e indebolì significativamente i secessionisti. Inoltre, il mancato intervento di Mosca compromise le relazioni russo-armene incidendo negativamente sulla posizione di Yerevan nel conflitto. L’aggressione decisiva giunse nel settembre 2023 quando l’esercito azero abbatté la repubblica separatista ottenendone la resa definitiva. Più di 100.000 esuli si recarono in massa in Armenia nei mesi successivi per sfuggire alla repressione azera, mentre le istituzioni dell’Artsakh si sciolsero ufficialmente il 1° gennaio 2024. A nulla valsero le proteste di migliaia di manifestanti armeni che pretendevano dal governo di Yerevan la difesa ad oltranza dei propri connazionali.

Fonte immagine: https://www.climatechangenews.com/2024/05/15/in-nagorno-karabakh-azerbaijans-net-zero-vision-clashes-with-legacy-of-war/

Dopo mesi di negoziazioni i due governi hanno reso nota la propria disponibilità a sottoscrivere un trattato di pace per porre fine alla disputa territoriale e normalizzare le relazioni bilaterali. La bozza del nuovo accordo annunciata nel marzo 2025 è composta da 17 articoli e sancisce la sovranità – de iure de facto – dell’Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh, riconfermata dalla Corte Internazionale di Giustizia attraverso la sentenza del 17 novembre 2023 e già riconosciuta dall’Armenia stessa. Il concordato prevede inoltre il ritiro delle cause legali che i due paesi hanno reciprocamente avviato l’uno contro l’altro, il ritiro delle missioni straniere sul confine, tra cui l’EUMA (Missione UE in Armenia), e lo scioglimento del Gruppo di Minsk dell’OSCE, format coordinato da Francia, Stati Uniti e Russia, incaricato dal 1992 di monitorare il conflitto nell’area al fine di trovarne una risoluzione.

Eppure, nonostante l’apparente intesa, sono emerse diverse criticità che rischiano di compromettere seriamente l’accordo di pace. Innanzitutto, Baku ha preteso l’emendamento delle disposizioni della Costituzione Armena che contengono esplicite rivendicazioni territoriali in contrasto con quelle azere. Nonostante l’Armenia abbia negato che la propria Carta fondamentale rappresenti una minaccia, il primo ministro Pashinyan aveva già annunciato mesi prima la volontà di adottarne una nuova. Tuttavia, la revisione costituzionale potrebbe richiedere molto tempo, rallentando il processo di pacificazione. Un’altra minaccia alla stipula dell’accordo è rappresentata dalla mancanza di fiducia reciproca: il presidente azero Əliyev ha espresso scetticismo sulla reale volontà di Yerevan di rispettare gli impegni; allo stesso tempo, l’opposizione interna all’Armenia ha criticato la bozza di accordo, definita una “capitolazione” e ha espresso l’intenzione di boicottarlo.

Un’altra questione fondamentale concerne il Corridoio di Zangezur, la striscia di territorio armeno che separa l’exclave azera di Naxçıvan, confinante con la Turchia, e il resto dell’Azerbaigian. Il governo di Baku ne ha richiesto l’apertura al fine di creare un collegamento strategico tra i due spazi, necessario per l’integrazione economica regionale. Ciò favorirebbe anche la connessione territoriale diretta con l’alleato turco che potrebbe così cogliere l’occasione per consolidare la propria influenza nel Caucaso Meridionale a scapito di altri attori come l’Iran. La Repubblica Islamica si è infatti opposta al progetto di apertura per timore di veder ridotto il proprio peso strategico locale. La stessa Armenia, dal proprio punto di vista, teme un isolamento ulteriore se questo tentativo turco-azero andasse in porto, ma non possiede attualmente le capacità per opporvisi. D’altra parte, il governo di Yerevan ha richiesto la revoca del blocco delle ferrovie tra i due paesi per recuperare il controllo delle infrastrutture di confine.

Fonte immagine: https://scenarieconomici.it/corridoio-di-zangezur-la-pace-fra-armenia-e-azerbaigian-si-allontana/

Inoltre, il contesto geopolitico influisce significativamente. La regione del Caucaso Meridionale attira gli interessi di diverse potenze regionali e globali in competizione fra loro. La rilevanza strategica dell’area concerne principalmente due aspetti: la sua posizione geografica, che ne fa una cerniera tra Europa, Medio Oriente e Spazio post-Sovietico, e la presenza di ricchi giacimenti di petrolio e gas naturale. A seguito dell’invasione dell’Ucraina, l’Azerbaigian è diventato uno dei principali partners energetici degli Stati membri dell’Unione Europea: per tale motivo l’UE, nonostante abbia giocato un ruolo attivo nella mediazione del conflitto, possiede ridotte capacità di pressione su Baku al fine di garantirne l’implementazione degli impegni presi.

La Russia, invece, formalmente alleata dell’Armenia nell’ambito dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), ha sfruttato sia lo strumento della mediazione che il dispiegamento di forze di pace al fine di mantenere la propria influenza regionale: eppure, negli ultimi anni, il suo atteggiamento sempre più ambiguo e il coinvolgimento nella guerra contro Kiev hanno significativamente indebolito il suo ruolo nell’area. Ciò ha spinto Yerevan ad allontanarsi dal Cremlino e a cercare l’appoggio degli attori occidentali. Parallelamente, gli Stati Uniti, seppur interessati ad arginare l’influenza russa nel Caucaso Meridionale, hanno assunto un ruolo meno diretto rispetto alle altre potenze.

Appare chiaro, dunque, che tale situazione avvantaggi la Turchia: grazie al legame con Baku, sarebbe in grado di affermare il proprio ruolo di leadership nell’area, indebolire l’avversario armeno, contenere la presenza russo-iraniana e, attraverso l’eventuale apertura del corridoio di Zangezur, connettersi direttamente al Mar Caspio, passando per il territorio azero. Appare meno chiaro, invece, il destino dell’accordo. Il trattato tra Armenia e Azerbaigian segnerà davvero la fine del conflitto nel Nagorno-Karabakh o le tensioni regionali permarranno?

È possibile che, nel migliore dei casi, il trattato venga stipulato e implementato con successo nei prossimi anni, facilitando sia la stabilità regionale che la normalizzazione delle relazioni tra Baku e Yerevan, che, a sua volta, potrebbe cedere sulla questione di Zangezur e sulla modifica della propria Costituzione: allo stesso tempo, verrebbero stipulati nuovi accordi per rafforzare la cooperazione regionale, mentre la Russia vedrebbe venir meno il proprio ruolo nell’area. In questo scenario, però, l’accondiscendenza dell’Armenia sancirebbe definitivamente la sua posizione subalterna nel contesto regionale.

Tuttavia, le condizioni attuali suggeriscono nel medio termine uno scenario opposto di instabilità: è probabile, infatti, che l’accordo non venga implementato a causa della mancata risoluzione delle dispute pendenti. L’instabilità permarrebbe e Baku, forte del supporto turco, potrebbe intensificare le pressioni e aumentare le pressioni su Yerevan, puntando sull’inerzia diplomatica della Russia e degli attori occidentali. Ciò potrebbe determinare una nuova escalation militare nella regione e una nuova crisi umanitaria, attirando probabilmente l’intervento delle Nazioni Unite. Anche in questo scenario, comunque, la posizione armena si indebolirebbe ancora di più.

In entrambi gli scenari Ankara resterebbe la vera vincitrice: con la (ri)conquista di Damasco, l’avvio del processo di pacificazione dei rapporti coi separatisti curdi e il consolidamento della propria influenza nel Caucaso, la Turchia si prepara a superare il proprio status di mera potenza regionale.

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Mivekannin e il melograno armeno (Il Manifesto 13.04.25)

Roméo Mivekannin (1986) è un pittore nato in Costa d’Avorio, cresciuto in Benin, con una formazione in architettura in Francia e un dottorato in storia dell’arte a Tolosa in corso. Nella sua prima personale italiana alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia (Black Mirror, fino al 27 luglio), espone D’après La couleur de la grenade, Sergueï Paradjanov (1969) (2024), un dipinto orizzontale (150×300 cm) realizzato su velluto nero, non incorniciato, non fissato su alcun telaio e sospeso nello spazio, lo stesso in cui evolve lo spettatore. Una tecnica che sperimenta per la prima volta, ispirata a un’opera di Julian Schnabel nella Collezione Maramotti. Come servirsi di un materiale utilizzato per i vestiti e non per la pittura, di un tessuto che assorbe la luce e rigetta i colori, di uno specchio nero su cui le figure non si stagliano o staccano, prese in una fibra comune che le tiene prigioniere? Il risultato non è pienamente prevedibile, la sfida è raccolta.

Nella ventina di opere in mostra i soggetti sono debitori della storia dell’arte e del cinema, con molte influenze italiane, di quelle predilette dal mondo culturale francese come il duo Caravaggio-Pasolini; non mancano tuttavia riferimenti a Pina Bausch o a un regista visionario quale Leos Carax. Indipendentemente dai riferimenti storici, Mivekannin interferisce volentieri con le composizioni originali riproducendo il suo volto se non il suo corpo che emerge dal buio del tessuto nero. Il risultato è un autoritratto polifonico in cui si mette nella pelle di personaggi di rappresentazioni storiche, privilegiando le figure marginali su cui cade la sua attenzione quando, arrivato in Francia, visita le collezioni museali. Insoddisfatto dalla postura subalterna e passiva della citazione, che riduce l’artista a un abile copista, si proietta nello spazio dell’opera fino a sostituirsi ai suoi personaggi. Una teatralità in cui la storia dell’arte è, più che citata, fagocitata. Un’esplorazione del sé in cui il gioco erudito con l’atlante delle immagini del passato si accompagna all’introspezione psicologica. Del resto, poiché vestendoci portiamo il tessuto su di noi, a contatto con la nostra pelle, Mivekannin considera l’abito come una casa sociale.

Come indica il titolo, D’après La couleur de la grenade è ispirato al film Il colore del melograno (1969) in cui Sergueï Paradžanov riesce nell’arduo compito di ricostruire la biografia di un poeta, quella del trovatore, bardo, musicista, ashugh armeno Sayat-Nova del XVIII secolo. Anziché seguirne pedissequamente la biografia (come nei biopic), il film – allusivo e sospeso – procede per tableaux vivants. Ogni scena è un paesaggio cromatico, una festa per gli occhi. Per quanto poetico, il titolo fu proposto dai censori russi per i quali il film – intitolato dal regista Sayat-Nova – non rispecchiava la vita del poeta armeno.

Mivekannin, che colleziona fotogrammi di film, seleziona una delle tante scene corali, pochi secondi in cui una quindicina di monaci barbuti e nerovestiti addentano con gusto un melograno. Nel film il colore rosso o porpora è ricorrente, a partire dalla scena iniziale di tre melograni che macchiano un telo bianco: i vestiti del giovane poeta, i tappeti stesi in verticale come lenzuola al vento, un corno di corallo appeso al collo come amuleto, la cresta di un gallo, un pigmento che colora il palmo della mano, la pelle di un tamburo, le ali degli angeli, i mitra liturgici e altri paramenti sacri, il sangue – umano o di un capretto sgozzato – che, alla fine del film, insozza la veste bianca del poeta, in omaggio alla simbologia della passione. Mivekannin tralascia il corpo dei monaci, ne moltiplica i volti e i gesti delle mani, li dissemina nella superficie del telo nero in una rêverie teatrale e muta.

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