Dichiarazione dell’Istituto Lemkin sulla repressione della Chiesa Apostolica Armena (Korazym 31.12.25)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 31.12.2025 – Vik van Brantegem] – L’Istituto Lemkin per la Prevenzione del Genocidio, con una dichiarazione del 28 dicembre 2025 – di cui riportiamo di seguito la traduzione italiana – ha lanciato l’allarme per gli arresti e le intimidazioni ai danni del clero della Chiesa Apostolica Armena, definendoli “una pericolosa sfida alle istituzioni democratiche dell’Armenia”. L’Istituto avverte che prendere di mira la leadership religiosa rispecchia modelli storici di cancellazione dell’identità, osservando che “il genocidio opera non solo attraverso l’annientamento fisico, ma anche attraverso la distruzione culturale e spirituale”. L’Istituto esorta le autorità armene a cessare le azioni politicamente motivate contro la Chiesa e invita gli osservatori internazionali a monitorare attentamente gli sviluppi.

Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, ha visitato sabato 27 dicembre 2025 l’Arcivescovo Mikayel Ajapahyan, Primate della Diocesi di Shirak della Chiesa Apostolica Armena, presso l’Izmirlian Medical Center, ha comunicato l’ospedale.

Secondo l’Izmirlian Medical Center, le condizioni dell’Arcivescovo Ajapahyan sono state giudicate soddisfacenti e continua a ricevere cure postoperatorie sotto supervisione medica. È stato sottoposto a un intervento chirurgico il 26 dicembre e rimane ricoverato in ospedale per la convalescenza. L’intervento è stato eseguito dopo aver ottenuto la necessaria autorizzazione giudiziaria.

L’Arcivescovo Ajapahyan è detenuto come prigioniero politico dal giugno 2025, in seguito alle richieste pubbliche di Nikol Pashinyan di incarcerarlo. Durante questo periodo, agenti delle forze dell’ordine sono entrati nella Santa Sede Etchmiadzin. L’Arcivescovo Ajapahyan si è poi presentato spontaneamente alle autorità. Successivamente è stato dichiarato colpevole e condannato a due anni di carcere per presunte dichiarazioni pubbliche critiche nei confronti del governo, che i pubblici ministeri hanno classificato come inviti a sovvertire l’ordine costituzionale. La sentenza è stata criticata dai rappresentanti della Chiesa Apostolica Armena e da esponenti dell’opposizione, in quanto motivato politicamente.

Il caso si è svolto nel contesto di un continuo confronto tra il governo e la Chiesa Apostolica Armena. Negli ultimi mesi, Nikol Pashinyan ha chiesto pubblicamente le dimissioni del Catholicos Karekin II, riferendosi ripetutamente a lui con il suo nome di battesimo e rivolgendo accuse contro alti esponenti del clero.

Il Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, Sua Santità Karekin II, ha impartito una benedizione a livello nazionale nella notte di Capodanno nella cattedrale di Echmiadzin (Karabakh.it).

 

Dichiarazione sulla repressione della Chiesa Apostolica Armena: continuità storica della cancellazione dell’identità all’interno dei gruppi di vittime

L’Istituto Lemkin per la Prevenzione del Genocidio esprime profonda preoccupazione per la continua repressione statale contro la Chiesa Apostolica Armena in Armenia, che include arresti e intimidazioni nei confronti del clero, attacchi alle istituzioni ecclesiastiche e il crescente ricorso al sistema giudiziario da parte dello Stato per mettere a tacere la leadership religiosa. Questi sviluppi rappresentano una pericolosa sfida alle istituzioni democratiche armene, nonché un’invasione delle istituzioni fondamentali dell’identità armena. Sono un esempio infelice di come i processi genocidi possano essere interiorizzati in periodi di minaccia.

Le tensioni tra il governo armeno e la Chiesa Apostolica Armena sono state esacerbate dalla riforma dell’istruzione del 2023, che ha eliminato la Storia della Chiesa Armena come materia obbligatoria a sé stante, incorporandola in programmi di studio più ampi e generalizzati. Più di recente, i recenti attacchi dello Stato alla Chiesa Apostolica Armena hanno coinciso con una conferenza internazionale organizzata dalla Santa Sede di Etchmiadzin insieme al Consiglio Ecumenico delle Chiese e alla Chiesa Protestante Svizzera. La conferenza si è tenuta a Berna, in Svizzera, dal 26 al 28 maggio 2025, con l’obiettivo di affrontare la questione della conservazione del patrimonio culturale armeno nella regione storicamente armena dell’Artsakh, invasa e completamente spopolata dall’Azerbaigian nel settembre 2023.

La conferenza è stata criticata dal leader spirituale dell’Azerbaigian, Sheikh-ul-Islam Allahshukur Pashazade, vicino al governo azero, per aver presumibilmente incitato gli Armeni “a combattere fino alla morte” sostenendo l’integrità del patrimonio culturale armeno.

Un paio di settimane dopo, a fine giugno, le autorità armene hanno arrestato due arcivescovi della Chiesa Apostolica Armena, Bagrat Galstanyan e Michael Ajapahyan, accusandoli di aver tentato di rovesciare il governo e destabilizzare lo Stato. A questi arresti hanno fatto seguito quelli di diversi sacerdoti nell’ambito di un’indagine più ampia su membri del clero accusati di ingerenza politica e corruzione.

Nell’ottobre 2025, le autorità armene hanno arrestato il Vescovo Mkrtich Proshyan, Capo della Diocesi di Aragatsotn della Chiesa Apostolica Armena. Il 4 dicembre 2025, le autorità armene hanno arrestato il terzo arcivescovo armeno, Arshak Khachatryan. Due settimane dopo, il 18 dicembre, un piccolo numero di arcivescovi e vescovi della Santa Sede di Etchmiadzin, sede amministrativa della Chiesa Apostolica Armena, organizzò una protesta per chiedere la rimozione del Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II. Sebbene il Primo Ministro Nikol Pashinyan non fosse presente alla protesta, espresse la sua approvazione durante un briefing mattutino, in cui affermò che il Catholicos aveva legami con servizi segreti stranieri non identificati. Unita ai piani pubblicati dal Primo Ministro per la rimozione del Catholicos Karekin II, questa protesta sembra essere stata una tattica impiegata dall’amministrazione Pashinyan per minare l’indipendenza del clero armeno e usurparne il potere.

Mentre il governo afferma che le sue azioni si basano su prove di illeciti penali, i leader della Chiesa hanno denunciato gli arresti come motivati politicamente, definendoli un attacco alla libertà religiosa e un deliberato tentativo di indebolire la Chiesa.

Nel complesso, questi sviluppi, in particolare le detenzioni di singoli membri dell’alto clero, sollevano serie preoccupazioni circa l’indebolimento delle garanzie dello stato di diritto. Lo Stato non ha prodotto alcuna prova a sostegno delle accuse contro i membri del clero. Allo stesso tempo, la condotta documentata delle autorità statali, inclusi i tentativi di influenzare le funzioni religiose, esercitare pressioni sulla leadership ecclesiastica e intervenire nel governo interna della Chiesa, ha suscitato forti critiche da parte di gruppi civici e organizzazioni per i diritti umani, in quanto eccede i limiti della legittima autorità statale e mina i principi costituzionali di separazione tra Chiesa e Stato.

La combinazione di procedimenti penali selettivi, scarsa trasparenza e intervento diretto dello Stato negli affari religiosi solleva serie preoccupazioni circa il fatto che i meccanismi legali vengano utilizzati non per far rispettare la legge, ma per minare l’autonomia della Chiesa Apostolica Armena.

Inoltre, la recente decisione del governo armeno di rimuovere il canale televisivo Shoghakat (un’emittente fondata e storicamente cofinanziata dalla Chiesa Apostolica Armena) dal pacchetto digitale nazionale rappresenta un ulteriore passo avanti negli sforzi in corso per emarginare la Chiesa. Shoghakat ora non ha più lo status di emittente pubblica. Sebbene il governo definisca questa decisione come un mero adeguamento tecnico basato su una nuova legge, il suo effetto è la rimozione selettiva della piattaforma chiave della Chiesa per l’espressione culturale e spirituale: nessun altro canale è stato interessato dalla legge.

A causa della natura selettiva della modifica legislativa, la decisione solleva serie preoccupazioni ai sensi dell’articolo 18.1 della Costituzione, che riconosce la Chiesa Apostolica Armena come Chiesa nazionale con una missione storica esclusiva nella vita spirituale, nello sviluppo della cultura nazionale e nell’identità nazionale. Privando la Chiesa della sua principale piattaforma pubblica, la decisione mina anche l’articolo 42.2, che garantisce la libertà di stampa e impone allo Stato di garantire che le emittenti pubbliche forniscano una programmazione informativa, educativa e culturale diversificata. Più in generale, la rimozione di questa distinta voce religiosa e culturale rischia di minare il principio del pluralismo politico e ideologico tutelato dall’articolo 8 della Costituzione, mettendo così in discussione l’impegno dello Stato per una società democratica e pluralista. La repressione giunge in un contesto di crescenti tensioni per la gestione delle relazioni con l’Azerbaigian e la Turchia da parte del Primo Ministro Nikol Pashinyan, criticata dai vertici della Chiesa.

La Chiesa Apostolica Armena è da secoli il fondamento spirituale, culturale e storico del popolo armeno. Fin dal IV secolo, quando l’Armenia divenne la prima nazione ad adottare il Cristianesimo come religione di stato, la Chiesa è stata la principale custode della continuità armena, preservando lingua, cultura e memoria durante secoli di dominazione straniera. La sua sopravvivenza attraverso periodi di colonizzazione, genocidio ed esilio ha a lungo simboleggiato la resistenza della nazione armena stessa.

L’attuale ondata di repressione riecheggia un modello storico familiare e tragico, profondamente radicato nella memoria collettiva del popolo armeno. Durante il genocidio armeno (1915-1923), le autorità ottomane non cercarono semplicemente di assassinare o sradicare una popolazione; miravano a cancellare un’intera civiltà, separandone l’identità dal suo nucleo morale e spirituale. La prima fase del genocidio iniziò con la sistematica persecuzione di intellettuali, clero e leader della comunità armena, una strategia deliberata per decapitare la leadership della nazione e cancellare le voci che avrebbero potuto organizzare la resistenza o preservare la coesione culturale.

La leadership ottomana comprese che il Cristianesimo armeno non era semplicemente una religione, ma il veicolo dell’identità nazionale armena, un centro di istruzione e un veicolo di memoria collettiva. Gli attacchi ottomani alla Chiesa non furono danni collaterali; furono la deliberata distruzione dell’infrastruttura spirituale di un popolo. Distruggendo la Chiesa, i leader ottomani cercarono di smantellare il meccanismo stesso che aveva permesso all’identità armena di sopravvivere a secoli di dominazione imperiale e di repressione culturale.

Questa campagna calcolata contro il Cristianesimo armeno rivela che il genocidio opera non solo attraverso l’annientamento fisico, ma anche attraverso la cancellazione dell’identità culturale e spirituale. Lo sradicamento della Chiesa come bussola morale e istituzione unificante della nazione era centrale nella logica del genocidio. Si mirava a produrre una popolazione privata della sua coscienza storica, della sua geografia sacra e dei suoi legami comunitari. Le cicatrici di questa distruzione persistono ancora oggi, mentre migliaia di monumenti religiosi armeni rimangono in rovina o minacciati in Turchia e in Azerbaigian.

La continuità ideologica è evidente. Sia allora che oggi, la Chiesa Apostolica Armena, in quanto istituzione morale e sociale capace di unire i popoli al di là delle linee politiche, è percepita da chi detiene il potere come una potenziale minaccia al controllo statale.

Storicamente, lo Stato turco considerava il Cristianesimo il cuore della specificità armena e quindi un ostacolo all’omogeneizzazione nazionale. Oggi, la Chiesa Apostolica Armena viene inquadrata da alcuni attori politici in Armenia come un centro di potere concorrente, una vestigia del vecchio ordine o una forza destabilizzante. Tale retorica, unita all’uso di strumenti legali per smantellare o intimidire il clero, riflette un tentativo profondamente preoccupante di indebolire il ruolo della Chiesa come autorità morale e protettrice dell’identità nazionale.

Questi sviluppi riflettono molteplici indicatori premonitori di repressione identitaria: la criminalizzazione delle autorità morali, l’inquadramento della leadership religiosa come una minaccia alla sicurezza nazionale, la delegittimazione di istituzioni che incarnano la memoria collettiva e l’uso della legge per indebolire istituzioni al di fuori del controllo statale. La storia dimostra che tali modelli si manifestano spesso prima di campagne più ampie volte a dividere la società e cancellare l’identità culturale.

Ad aggravare questa crisi è l’attuale traiettoria geopolitica dell’Armenia. Alla luce dei recenti colloqui di pace e degli sforzi di normalizzazione con la Turchia, nonché della crescente influenza diplomatica dell’Azerbaigian, la strategia interna dell’Armenia nei confronti della sua principale istituzione religiosa appare sempre più allineata, intenzionalmente o meno, con gli obiettivi a lungo termine di questi Stati confinanti. L’emarginazione della Chiesa Apostolica Armena, l’istituzione stessa che storicamente ha incarnato la resilienza nazionale, rispecchia le strategie storicamente utilizzate da Ankara e ora da Baku per minare l’identità e la coesione armena. Se non contrastato, questo allineamento rischia di erodere i fondamenti morali e culturali che hanno salvaguardato la sopravvivenza armena per secoli, favorendo di fatto gli obiettivi di potenze che hanno cercato di indebolire l’indipendenza e l’unità dell’Armenia.

Sebbene la situazione attuale non possa essere equiparata alla violenza genocida del 1915, è necessario riconoscerne i parallelismi nella logica e nel metodo. I primi segnali di allarme della repressione identitaria spesso iniziano con i tentativi di delegittimare e criminalizzare istituzioni che incarnano la memoria collettiva e la resistenza morale. Il sistematico discredito della Chiesa, gli arresti di sacerdoti e la crescente ostilità dello Stato verso l’espressione religiosa creano un ambiente ostile che mette a repentaglio non solo la libertà di religione, ma anche la sicurezza culturale ed esistenziale del popolo armeno.

L’Instituto Lemkin invita il governo armeno a cessare immediatamente tutte le azioni politicamente motivate contro il clero e a riaffermare il proprio impegno nei confronti dei principi costituzionali di libertà religiosa e pluralismo. L’Istituto esorta inoltre gli osservatori internazionali e le organizzazioni per i diritti umani a monitorare attentamente gli sviluppi in Armenia, riconoscendo che l’erosione delle istituzioni religiose ha storicamente preceduto più ampie campagne di frammentazione sociale e cancellazione dell’identità.

La forza della democrazia e della sovranità dell’Armenia non risiede nella soppressione delle sue istituzioni morali, ma nella loro protezione. Una nazione sopravvissuta al genocidio non può permettersi di ripetere, in nessuna forma, i meccanismi della sua distruzione storica.

Foto di copertina: La cattedrale madre di Echmiadzin dedicata alla Madre di Dio. Fu costruita originariamente tra il 301 ed il 303, datazione che la rende l’edificio di culto Cristiano più antico del Paese e di tutta l’ex Unione Sovietica. È considerata la prima chiesa al mondo ad essere stata costruita per volontà statale, dal momento che l’Armenia fu la prima nazione che accolse il Cristianesimo come religione di Stato. Fa parte del complesso architettonico della Santa Sede di Echmiadzin, residenza del Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, Capo supremo della Chiesa Apostolica Armena, oggi Sua Santità Karekin II, il 132º Catholicos.

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L’Istituto Lemkin avverte di una crescente repressione contro la Chiesa Apostolica Armena (Infovaticana)

ARMENIA/ Il sacrificio silenzioso dell’Artsakh e l’incognita del corridoio di Zangezur (Il Sussidiario 31.12.25)

Gli armeni dell’Artsakh sono stati sacrificati: espulsi da un territorio dove non torneranno. Il fulcro geopolitico è il corridoio di Zangezur (2)

Ogni pace pone una domanda preliminare che troppo spesso viene elusa: pace per chi? Per gli Stati? Per i confini? Per i commerci? Per le rotte energetiche? O per le persone concrete, con un nome, una storia, una casa, una tomba da visitare?

4. Pace sì, ma per chi?

Nel 2025, nel caso dell’Armenia, la risposta è fin troppo chiara. La pace è stata costruita per gli Stati, non per le comunità. Per la stabilità delle mappe, non per la giustizia delle vite, e per rassicurare i mercati e le cancellerie, non per restituire dignità agli espulsi. Gli armeni dell’Artsakh non sono soggetti della pace: ne sono il costo. Un costo che si accetta perché ritenuto necessario, perché “non c’erano alternative”, perché “meglio questo che la guerra”.

È la logica tragica del sacrificio silenzioso: qualcuno deve pagare affinché altri possano dormire tranquilli. Ma quando questo “qualcuno” è sempre lo stesso – il più piccolo, il più isolato, il più scomodo – allora non siamo davanti a una fatalità, ma a un sistema.

La pace del 2025 non prevede il ritorno dei profughi armeni; non lo garantisce, non lo auspica, non lo immagina nemmeno. È come se la loro assenza fosse ormai data per acquisita. Come se il mondo avesse deciso che quei 120mila uomini non torneranno mai, e che va bene così. La pace, in questo schema, coincide con la rassegnazione. Ma una pace che si fonda sulla rassegnazione delle vittime non costruisce futuro, costruisce solo una tregua armata, un equilibrio instabile che insegna una lezione pericolosa: che chi usa la forza con sufficiente decisione, e resiste abbastanza a lungo alle critiche, alla fine verrà premiato con il riconoscimento internazionale.

La pace del 2025, così come è stata concepita, non spegne questo messaggio ma lo rafforza. Dice che la comunità internazionale è disposta a tollerare l’espulsione di un popolo purché avvenga rapidamente, senza immagini troppo disturbanti, senza una guerra lunga che obblighi a schierarsi. Dice che la sofferenza può essere archiviata se non intralcia l’ordine.

Per questo la domanda “pace sì, ma per chi?” non è retorica. È la chiave di lettura dell’intero anno. Ed è anche il punto in cui l’Armenia smette di essere un caso lontano e diventa uno specchio. Infatti ciò che oggi accettiamo per gli armeni, domani potrà essere accettato per altri. E allora scopriremo che la pace senza giustizia non è pace, è solo una pausa tra due violenze.

5. Il boccone che apre l’appetito

Nella storia dei conflitti, e ancor più nella storia degli imperi, esiste una costante che raramente viene smentita: una conquista riuscita non placa, ma incoraggia. Non è una legge morale, è una legge empirica. Valeva per gli imperi antichi, vale per quelli moderni, vale anche oggi, in forme meno dichiarate ma non meno efficaci. L’Artsakh è stato un boccone relativamente piccolo: una regione montuosa, isolata, priva di sponsor forti, abitata da una popolazione numericamente ridotta e politicamente fragile. Proprio per questo è diventato il banco di prova ideale. La sua eliminazione come realtà armena non ha provocato sanzioni, non ha prodotto rotture diplomatiche significative, non ha alterato in modo sostanziale i rapporti economici internazionali. È stata, dal punto di vista del potere, un’operazione a basso costo politico.

Questo dato è decisivo, perché quando un’azione di forza produce risultati concreti senza conseguenze proporzionate, essa non resta un episodio isolato. Diventa un precedente operativo, insegna che è possibile spostare confini, cancellare comunità, riscrivere la realtà sul terreno e poi ottenere, col tempo, una ratifica diplomatica. Non immediata, forse, ma sufficiente.

Nel 2025, la pace ha certificato proprio questo: che ciò che è stato fatto in Artsakh non verrà messo in discussione. Non verrà corretto, non verrà compensato, non verrà riequilibrato. Verrà accettato come nuova normalità. Ed è qui che il boccone apre l’appetito, non per una ragione ideologica, ma per una ragione razionale.

Chi osserva dall’esterno – e chi agisce dall’interno – trae conclusioni. Se un’azione riesce una volta, può riuscire ancora. Se il mondo ha accettato l’espulsione di 120mila persone senza reagire in modo significativo, perché dovrebbe reagire di fronte a pressioni più graduali, più frammentate, meno visibili? La forza non ha bisogno di essere brutale se può essere progressiva.

Questo non significa che esista un piano scritto, una tabella di marcia dichiarata. Le dinamiche storiche raramente funzionano così. Significa però che l’equilibrio di deterrenza morale si è indebolito, e quando ciò accade, la tentazione di andare oltre cresce. Non per hybris, ma per calcolo.

L’Armenia, in questo scenario, resta esposta. Non perché sia inevitabile una nuova aggressione, ma perché il messaggio trasmesso dal 2025 è che la sua sicurezza dipende più dalla convenienza altrui che da un principio condiviso. E questa è una condizione strutturalmente instabile.

6. Dove porta il corridoio di Zangezur?

Al centro delle trattative e delle tensioni del 2025 c’è un elemento che viene spesso presentato come tecnico, quasi neutro: il corridoio di Zangezur. In realtà, si tratta di uno dei nodi geopolitici più sensibili dell’intero Caucaso meridionale. Non per ciò che è oggi, ma per ciò che rappresenta. Il corridoio dovrebbe collegare l’Azerbaijan continentale con la sua exclave di Nakhchivan, attraversando il territorio armeno. Dal punto di vista delle mappe è una striscia di terra, dal punto di vista della strategia è una cerniera: collega il Mar Caspio all’Anatolia, l’Asia centrale al Mediterraneo, il mondo turcofono in un continuum territoriale che ha un valore simbolico e pratico insieme.

Per l’Armenia, questa striscia non è un dettaglio, ma una questione di sovranità. Accettare un corridoio sottratto al proprio controllo significherebbe intaccare l’integrità dello Stato. Non accettarlo significa esporsi a pressioni continue, politiche e militari. Il 2025 non ha risolto questo nodo: lo ha solo rinviato, lasciandolo in sospeso come fonte permanente di tensione.

Dal punto di vista azero-turco, il corridoio è l’elemento mancante di una visione più ampia. Non serve forzare le interpretazioni per capire che l’interesse non è solo logistico, è anche storico, culturale, identitario. Un collegamento stabile rafforzerebbe una direttrice di potere che va ben oltre l’Armenia, ridisegnando gli equilibri regionali a scapito non solo di Yerevan ma anche di altri attori, a cominciare dall’Iran.

Il fatto che il corridoio non sia stato definitivamente regolato nell’accordo di pace del 2025 è indicativo. Significa che la partita non è chiusa. Significa che la pace firmata è, in realtà, una tregua su questioni decisive; e le tregue, quando riguardano nodi strutturali, non sono mai neutre: tengono aperta la possibilità di nuove pressioni.

In questo contesto, l’Armenia appare come uno Stato chiamato a garantire stabilità senza ricevere garanzie equivalenti. Le si chiede di essere prevedibile, collaborativa, pacifica, mentre intorno a lei si consolidano assetti di forza che non dipendono dal diritto, ma dall’interesse. Non è una condizione eccezionale nella storia, ma è una condizione che richiede lucidità, non illusioni.

Il 2025, sotto questo profilo, non ha portato chiarezza, ha portato una pausa, e le pause, quando non sono accompagnate da un riequilibrio reale, servono soprattutto a chi ha già ottenuto molto.

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Turchia e Armenia concordano di allentare le restrizioni sui visti per rilanciare la normalizzazione delle loro relazioni (Entrevue 30.12.25)

Turchia e Armenia hanno concordato di semplificare le procedure per i visti nell’ambito degli sforzi per normalizzare le relazioni a lungo tese, ha annunciato lunedì il Ministero degli Esteri turco. L’accordo mira a facilitare i viaggi tra i due Paesi confinanti, che ancora non intrattengono relazioni diplomatiche formali. Scopri di più su WORLD

Le relazioni tra Turchia e Armenia sono segnate da profonde controversie storiche e dalla stretta alleanza di Ankara con l’Azerbaigian. Il confine condiviso tra i due stati è rimasto chiuso dagli anni ‘1990, a simboleggiare una duratura frattura diplomatica nel Caucaso meridionale.

Nonostante questo contesto, nel 2021 i due Paesi hanno deciso di avviare un processo di normalizzazione, nominando inviati speciali incaricati di esaminare possibili misure per una graduale riconciliazione e una potenziale riapertura del confine. Queste discussioni si sono svolte parallelamente agli sforzi per ridurre le tensioni tra Armenia e Azerbaigian.

La Turchia ha sostenuto Baku durante il conflitto del 2020 con l’Armenia per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, una disputa territoriale che dura da quasi quarant’anni. Questo sostegno ha aggravato la sfiducia di Yerevan nei confronti di Ankara, complicando al contempo gli sforzi di riavvicinamento regionale.

In una dichiarazione pubblicata sul social network X, il Ministero degli Affari Esteri turco ha chiarito che i titolari di passaporti diplomatici, speciali e di servizio di entrambi i Paesi potranno ottenere visti elettronici gratuiti a partire dal 1° gennaio. Entrambi i governi hanno inoltre ribadito il loro impegno a proseguire il processo di normalizzazione in vista di un pieno ripristino delle relazioni, senza precondizioni.

Le relazioni bilaterali, tuttavia, rimangono tese da una disputa durata più di un secolo riguardante la morte di circa 1,5 milioni di armeni durante massacri, deportazioni e marce forzate a partire dal 1915 sotto l’Impero Ottomano. Questi eventi sono ampiamente descritti come genocidio dagli storici e da molti stati, una definizione che la Turchia respinge, sostenendo che il numero delle vittime è esagerato e che le morti si sono verificate nel contesto di una guerra civile e di disordini interni.

L’accordo sui visti rappresenta comunque un concreto passo avanti in un fragile processo diplomatico. È visto come un segno di volontà politica, sebbene permangano notevoli ostacoli prima di una piena normalizzazione tra Ankara e Yerevan.

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Stop alle armi ma non al sopruso: così la pace ha sigillato un’ingiustizia (Il Sussidiario30.12.25)

La firma del trattato di pace tra Armenia e Azerbaijan avvenuta Washington l’8 agosto sancisce un’ingiustizia e umilia un popolo (1)

La pace è sempre meglio della guerra. Sempre. Anche quando è una pace ingiusta, anche quando è asimmetrica, anche quando è subita. Lo ripeto senza esitazioni, perché conosco il sangue, la paura, la carne fragile delle popolazioni inermi e dei giovani mandati a morire. Detto questo, però, il 2025 è stato un anno che ci obbliga a distinguere: non tra pace e guerra, ma tra pace giusta e pace falsa, tra pacificazione e congelamento dell’ingiustizia.

1. Un anno di paci sbagliate

Il mondo ha applaudito molte firme quest’anno. Ha applaudito perché aveva bisogno di silenzio, di tregue, di tregue narrative prima ancora che militari. E così si è convinto – o ha fatto finta di convincersi – che ogni accordo sia una vittoria dell’umanità. Non è vero. Alcuni accordi sono atti notarili del sopruso, registrazioni ufficiali di una violenza già compiuta, consacrazioni di una realtà che non si vuole più guardare in faccia.


La pace siglata, non ancora ratificata, l’8 agosto scorso davanti a Trump, a Washington, tra Armenia e Azerbaijan appartiene a questa categoria. Non è una pace che sana una ferita: è una pace che la chiude male, lasciando il pus dentro. È una pace che non nasce dal riconoscimento del torto, ma dalla stanchezza del mondo e dalla sproporzione delle forze. Una pace che dice, in sostanza: così è andata, così resti.

Si dirà: l’Armenia era allo stremo, isolata, priva di protezioni reali; l’Azerbaijan era forte, armato, sostenuto apertamente dalla Turchia e tacitamente da altri Stati; la Russia era distratta; l’Occidente lontano. Tutto vero.


Ma proprio per questo il giudizio morale non può essere sospeso, perché la necessità non trasforma l’ingiustizia in giustizia, e la firma non redime il sopruso. Il 2025 ha segnato la fine della guerra aperta nel Caucaso meridionale, ma ha anche segnato qualcosa di più grave e più definitivo: la trasformazione di una violenza in normalità, di un crimine in fatto acquisito, di una pulizia etnica in dato geopolitico. È questo che rende questa pace così inquietante. Non perché abbia fermato le armi – benedette siano le armi che tacciono –, ma perché ha chiesto al mondo di dimenticare ciò che è accaduto. E il mondo, stanco e distratto, ha accettato.

2. Artsakh: quando la pulizia etnica diventa normalità

L’Artsakh, che il linguaggio internazionale chiama Nagorno Karabakh, non è una sigla diplomatica né una pedina su una scacchiera. È una terra abitata da millenni da armeni. È una regione costellata di chiese, monasteri, cimiteri, iscrizioni in lingua armena. È un luogo dove la fede cristiana non è un ornamento identitario, ma una carne storica, una memoria incisa nella pietra.

Tra il 2020 e il 2023, questa terra è stata svuotata dei suoi abitanti. Non in modo improvviso, non in un solo giorno, ma secondo una dinamica ormai ben nota nella storia del Novecento e del nostro secolo: prima la guerra, poi l’assedio, poi la fame, infine l’esodo forzato.

L’ultima fase – settembre 2023 – è stata rapida solo perché tutto il resto era già stato preparato. Quando l’esercito azero ha sferrato l’attacco finale, non c’era più una società in grado di resistere: c’erano famiglie stremate, bambini denutriti, anziani senza medicine. In pochi giorni, 120mila persone hanno lasciato tutto: case, campi, scuole, chiese, tombe. Non per scelta, ma per necessità. Non perché avessero perso una guerra civile, ma perché era diventato impossibile restare vivi restando lì.

Questo ha un nome preciso nel diritto internazionale, anche se dà fastidio pronunciarlo: pulizia etnica. E la pulizia etnica, quando è totale, quando cancella una comunità da un territorio, coincide giuridicamente con il genocidio.

Yrevan, Armenia. Proteste contro le operazioni delle forze azere in Nagorno-Karabakh, settembre 2023 (Ansa)

Non si tratta di retorica. Si tratta della definizione elaborata dopo il Novecento per impedire che la distruzione dei popoli si ripetesse sotto altre forme. Non è necessario il massacro immediato per parlare di genocidio: basta l’intenzione di distruggere un gruppo come tale, rendendone impossibile la permanenza, la continuità, la memoria.

Esattamente ciò che è avvenuto in Artsakh. Eppure, nel racconto ufficiale del 2025, tutto questo scompare. L’Artsakh diventa un “territorio conteso”, gli armeni diventano “sfollati”, l’esodo diventa una “conseguenza del conflitto”. Il linguaggio neutro è la seconda violenza, perché trasforma una vittima in una variabile, un crimine in un effetto collaterale, e una responsabilità diventa una fatalità.

Il dato più rivelatore è questo: nell’accordo di pace non compaiono gli armeni dell’Artsakh. Non una riga, un riferimento, un diritto. Come se non fossero mai esistiti. Come se 120mila persone potessero evaporare dalla storia senza lasciare traccia. È il genocidio perfetto: quello che non ha più bisogno di sangue, perché cancella prima la memoria.

Questa è la sostanza del 2025 per l’Armenia. La guerra è finita, sì, ma è finita dopo che l’obiettivo dell’aggressore è stato raggiunto. E quando una pace ratifica il risultato di una pulizia etnica, non è una pace neutra: è una pace che insegna al mondo che si può vincere così. Ed è qui che il 2025 smette di essere solo un bilancio regionale e diventa un monito universale.

3. Il silenzio del trattato

Ogni trattato dice qualcosa non solo per ciò che afferma, ma soprattutto per ciò che sceglie di non dire. Nel caso dell’accordo di pace siglato nel 2025 tra Armenia e Azerbaijan, il silenzio non è una dimenticanza ma una strategia. È il silenzio che serve a rendere irreversibile ciò che è accaduto. Nel testo dell’accordo non compare mai la parola Artsakh. Nagorno Karabakh non compare come realtà umana, storica, culturale, ma solo come territorio implicitamente “normalizzato” sotto sovranità azera. Non c’è un riferimento agli abitanti espulsi, non c’è una clausola sul diritto al ritorno, non c’è una tutela internazionale per i luoghi sacri, non c’è una garanzia per i prigionieri armeni detenuti nelle carceri azere. Non c’è nemmeno un riconoscimento formale della sofferenza patita da una popolazione intera.

È un trattato che amministra lo spazio, ma ignora le persone; che disegna confini, ma cancella biografie. Che regola i flussi, ma non guarda i volti. In questo senso è un documento perfettamente contemporaneo: parla la lingua fredda della stabilità, non quella calda, ma scomoda, della giustizia.

Si dirà: non era possibile ottenere di più. Forse è vero. Ma ciò che colpisce non è solo ciò che l’Armenia ha dovuto concedere; è ciò che il mondo ha accettato di non esigere. Perché se è vero che la parte sconfitta firma sotto pressione, è altrettanto vero che i garanti internazionali avrebbero potuto, e dovuto, e porre almeno alcune condizioni minime: il riconoscimento degli sfollati, la protezione dei monumenti cristiani, la sorte dei prigionieri politici, una supervisione internazionale credibile. Nulla di tutto questo è entrato nel testo. Il risultato è un accordo che normalizza l’espulsione e trasforma la pulizia etnica in fatto compiuto, in dato amministrativo. Una volta che il trattato è firmato, ciò che è avvenuto smette di essere una ferita aperta e diventa una “nuova realtà”. E la nuova realtà, si sa, chiede silenzio, non memoria. C’è qualcosa di più inquietante ancora. Questo silenzio non riguarda solo l’Artsakh, ma il principio stesso su cui si regge l’idea di pace. Perché una pace che non nomina le vittime non è neutra: è una pace che sceglie il punto di vista del vincitore. Non perché lo celebri apertamente, ma perché assume come irreversibile ciò che il vincitore ha imposto.

Così il diritto internazionale, nato per proteggere i deboli, si rovescia nel suo contrario: diventa lo strumento che ratifica la forza. Non la forza del diritto, ma il diritto della forza. E quando questo accade senza scandalo, senza protesta, senza un sussulto morale, il problema non è più solo caucasico. Diventa europeo, occidentale, universale.

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La futura Casa della Cultura Armena aprirà i battenti ad Alfortville entro il 2027 (Sortiraparis 29.12.25)

Simbolo importante dell’identità di Alfortville, l’attuale Casa della Cultura Armena (MCA) si prepara a scrivere un nuovo capitolo. Per soddisfare l’espansione della comunità e delle sue attività, entro il 2027 sorgerà un moderno ed effervescente edificio all’avanguardia.

Fondata nella comunità di Alfortville alla fine degli anni ’70, la Casa della Cultura Armena (CCA) di Alfortville rappresenta un punto di riferimento fondamentale per la lingua, la danza e la cultura armena. Divenuta troppo piccola per accogliere l’afflusso crescente di studenti e eventi, questa dinamica sede culturale è attualmente protagonista di un progetto di ricostruzione, che prevede una nuova silhouette in acciaio pensata dall’architetto Anne Démians e che si prevede sarà pronta nel 2027.

Un’architettura che unisce modernità e tradizione

Il futuro edificio è stato progettato per coniugare funzionalità e simbolismo, con una superficie raddoppiata di 1100 m². Gli spazi interni sono stati ampliati notevolmente per favorire corsi di lingua e prove di danza e per poter ospitare una sala polifunzionale modulabile, grazie a una struttura portante di 3 metri al piano terra, ideale per conferenze, mostre del patrimonio, proiezioni e spettacoli di maggiore portata, arricchita da una terrazza e da un giardino che offrono un respiro naturale e verde.

Dal punto di vista estetico, il design richiama sottilmente l’architettura armena, con una facciata scultorea, motivi calligrafici che richiamano l’alfabeto armeno e un ingresso rivestito lungo tutta la parete di un « muro palinsesto » in calcestruzzo stampato, simbolo della memoria millenaria del paese, dove sono incise in rilievo scale temporali. Una vetrina di 6,5 metri di larghezza e 2,5 metri di altezza consentirà di esporre in modo ottimale oggetti culturali ad ogni piano.

Un punto di riferimento nel panorama regionale

Questo progetto, dal valore di 4,5 milioni di euro, non si limita a essere un centro comunitario, ma si configura come una vera e propria struttura culturale metropolitana. Al suo interno ospiterà una scuola di musica e danza, una biblioteca e un centro di documentazione dedicato all’Armenia e alla sua diaspora, oltre a proporre attività culturali del centro.

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Isfahan, cattedrale di Vank attira 500mila visitatori ogni anno (Ilfarosulmondo 29.12.25)

Almeno 500mila persone visitano ogni anno la cattedrale di Vank nel distretto armeno di Nuova Jolfa a Isfahan, ha affermato mercoledì Narbeh Zharden Davoud, membro del Consiglio del Califfato armeno di Isfahan.

Narbeh Zharden Davoud ha dichiarato all’agenzia IRNA che i dati mostrano un forte interesse turistico per le attrazioni culturali e religiose dello storico quartiere di Jolfa. Ha aggiunto che la Chiesa di Betlemme e il Museo della Musica Armena sono tra i siti più visitati della regione, dopo la Cattedrale di Vank.

Davoud ha affermato che le autorità locali mirano a promuovere Jolfa come destinazione turistica completa all’interno di Isfahan. Ha aggiunto che gli sforzi includono la presentazione ai visitatori di siti religiosi come le chiese di Vank e Betlemme, nonché dei centri storici, delle pensioni e dei laboratori artigianali del distretto.

Ha fatto riferimento al programma “Jolfa Walk” lanciato diversi anni fa. Il percorso a piedi tocca chiese, musei, centri di accoglienza e laboratori artigianali. Davoud ha affermato che dall’anno scorso vengono offerti tour giornalieri che presentano le peculiarità culturali, sociali e culinarie del distretto. Ha affermato che l’obiettivo è quello di incoraggiare i turisti a rimanere almeno un giorno intero a Jolfa per scoprirne le attrazioni e i servizi.

Davoud ha affermato che gli investimenti del settore privato nel distretto sono in aumento. Ha aggiunto che negli ultimi tre anni sono stati inaugurati due hotel e che sono in corso nuovi progetti per hotel e pensioni.

Un hotel da 80 camere è in costruzione e dovrebbe essere completato entro due anni, ha affermato. Un altro hotel è in fase di sviluppo sotto la supervisione del Consiglio del Califfato armeno. Alcune strutture funzioneranno come boutique hotel e alcune case storiche armene restaurate saranno trasformate in unità abitative speciali.

Isfahan rimane una delle mete turistiche più importanti dell’Iran

Secondo alcune fonti, le famiglie armene furono trasferite in Iran nel 1614 per ordine del sovrano safavide Shah Abbas I e si stabilirono a sud del fiume Zayandeh-Rud. Le dimensioni del quartiere Jolfa si espansero durante il regno di Shah Abbas II, settimo Shah dell’Iran safavide, che governò dal 1642 al 1666.

Un tempo crocevia del commercio e della diplomazia internazionale, Isfahan rimane una delle mete turistiche più importanti dell’Iran. È rinomata per la sua straordinaria architettura islamica, che comprende splendide moschee, palazzi e bazar. I visitatori possono esplorare i giardini persiani e passeggiare lungo i viali alberati della città, immergendosi nella bellezza e nella storia a ogni angolo. Le meraviglie architettoniche della città, come Piazza Naghsh-e Jahan, una delle più grandi del mondo, la rendono un gioiello urbanistico.

Isfahan è conosciuta come “Nesf-e-Jahan”, ovvero “metà del mondo”, a simboleggiare la sua importanza storica. Il fiume Zayandeh-Rood, spesso definito il “fiume vivificante” della città, contribuisce alla bellezza naturale della città, accrescendone il fascino per i turisti.

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Scoperto il significato delle Pietre del drago in Armenia: ex voto e segnali delle sorgenti d’acqua (Geopop 29.12.25)

Le “pietre del drago” (vishap) sono grandi stele preistoriche armene, scolpite a forma di pesci o arieti e risalenti al II millennio a.C. Uno recente studio su 115 esemplari dimostra che queste pietre sono collocate sui monti dell’Armenia secondo pattern non casuali: la loro posizione indicava infatti delle preziose fonti d’acqua.

Le cosiddette “pietre del drago” (note come “vishap”, che in lingua armena significa “drago”), gli affascinanti monumenti preistorici del II millennio a.C. caratteristici dei paesaggi di alta montagna dell’Armenia, hanno affascinato per secoli viaggiatori, storici e antropologi. Scolpiti in modo da rappresentare dei pesci o degli animali che sembrerebbero degli arieti (ma esistevano anche delle forme ibride di pesci-arieti o pesci-bovini), possono addirittura arrivare a 5 metri d’altezza.

Per molti anni gli studiosi si sono domandati perché questi grandi monoliti fossero stati eretti, e ora sembra esserci una risposta: in un’epoca in cui la gestione e il controllo delle risorse idriche erano vitali, le pietre indicavano dove trovare l’acqua, e probabilmente erano anche degli ex voto, ossia simboli di ringraziamento e preghiera affinché la fonte della vita continuasse ad alimentare e far prosperare la comunità. La teoria è emersa da uno studio condotto da due ricercatori armeni, Vahe Gurzadyan (Centro di Cosmologia e Astrofisica dell’Università di Yerevan) e Arsen Bobokhyan (Istituto di Archeologia ed Etnografia), che hanno anche osservato come le pietre seguano un pattern ricorrente: le 115 pietre prese in esame nell’attuale territorio armeno si trovano in una fascia che va dai 1000 ai 3000 metri di altezza.

Contrariamente a quanto si possa pensare, non sembra esserci una diminuzione delle dimensioni dei vishap man mano che l’altitudine aumenta, e nemmeno del loro numero. Ciò dimostra come la collocazione di questi monoliti fosse percepita dalle comunità che li avevano realizzati come estremamente importante e necessaria.

Dimensioni e diversi tipi di vishap. Il primo è a forma di pesce, il secondo di ariete, mentre il terzo unisce entrambe le simbologie. Credit: Gurzadyan & Bobokhyan 2025.
Come potrete immaginare, realizzare una pietra del drago nella preistoria era un processo estremamente laborioso. Non solo bisognava cavare la pietra, sbozzarla, lavorarla e scolpirla, ma una volta concluso questo lavoro occorreva anche trasportarla nel punto per cui era stata concepita, anche a 3000 metri di altitudine.

Pietre del drago nel paesaggio armeno. Credit: Gurzadyan & Bobokhyan 2025.
La presenza di queste affascinanti pietre, secondo Guzardyan e Bobokhyan, sembrerebbe essere legata alle fonti d’acqua. Anche la simbologia del pesce, quella più ricorrente nei vishap, potrebbe rimandare a un ambito cultuale fortemente legato all’elemento acquatico. Non è insolito che attorno a questi monoliti si concentri la presenza di diversi siti archeologici preistorici, tra cui perfino antichi sistemi di irrigazione. Di conseguenza, le pietre del drago erano probabilmente dei marcatori del territorio, destinate a segnalare non solo la presenza di fonti d’acqua affidabili per gli antichi abitanti delle montagne, ma anche a fungere da fulcri religiosi e sociali comunitari.

continua su: https://www.geopop.it/risolto-il-mistero-delle-pietre-del-drago-in-armenia-sono-posizionate-in-concomitanza-di-fonti-dacqua/ 
https://www.geopop.it/

Investire in Armenia: Settori promettenti (Notiziedaest 27.12.25)

Gli esperti locali considerano l’Armenia una destinazione attraente per gli investimenti. Sottolineano che, sebbene il mercato sia piccolo, la domanda dei consumatori è alta e le imprese possono accedere sia ai mercati di esportazione tradizionali sia a quelli emergenti. Evidenziano inoltre che i flussi turistici verso l’Armenia continuano tutto l’anno, creando opportunità aggiuntive per i fornitori di servizi.

Gli economisti indicano vari settori particolarmente promettenti per gli investimenti. Allo stesso tempo, osservano che il successo dipende spesso meno dal settore stesso e più da una gestione efficace e da idee innovative.

Prima di avviare un’impresa, gli esperti consigliano sia agli investitori esteri sia a quelli locali di analizzare:

  • i settori e il loro potenziale,
  • incentivi fiscali e doganali,
  • la disponibilità dei potenziali dipendenti a adempiere alle proprie responsabilità,
  • le norme legali,
  • le infrastrutture di comunicazione,
  • e il comportamento dei consumatori.

Nell’ambito imprenditoriale, di solito gli investitori agiscono solo dopo un’analisi dettagliata di tutti i vantaggi e i rischi. Tuttavia, alcuni prendono decisioni sulla base di previsioni personali e soggettive. Molti di coloro che adottano questo approccio hanno successo grazie alla determinazione e a strategie non convenzionali.

Sui temi delle opportunità di investimento in Armenia, sia le esperienze personali sia le valutazioni professionali offrono intuizioni preziose..

  • «La Trump Route» creerà condizioni favorevoli per nuovi investimenti in Armenia – economista
  • «I rapporti armeno-iraniani non sono una pedina di scambio»: Yerevan rassicura Teheran
  • Investimenti UE in Armenia raggiungeranno 2,5 miliardi di euro: incontro a Bruxelles

La storia di una famiglia che torna in Armenia dalla Francia

Lara e Vachagan Arakelyan si sono trasferiti in Francia per studiare e hanno vissuto lì per un totale di 12 anni. Dicono di non aver incontrato difficoltà sociali o finanziarie durante il soggiorno. Tuttavia, dopo un’altra vacanza in Armenia nel 2023, hanno capito di non voler più lavorare per altri e hanno deciso di avviare una propria attività.

«Per circa due mesi, io e mio marito abbiamo studiato il mercato, chiesto consigli agli amici e fatto dei calcoli. Alla fine ci siamo resi conto di spendere troppa energia in questo. L’Armenia è un paese impegnativo per gli investimenti. Abbiamo concluso che se avessimo continuato ad analizzare l’impresa esclusivamente attraverso le statistiche, potremmo non iniziare mai davvero. Qui, le statistiche e la realtà differiscono in parte», ha detto Lara.

La coppia ha quindi discusso dei propri punti di forza e di debolezza e identificato i settori con potenziale non sfruttato.

In definitiva, hanno deciso di avviare un’attività di servizi, offrendo in particolare servizi di pulizia.

«Abbiamo scelto questo perché le donne che lavorano in Armenia hanno bisogno di aiuto a casa. Allo stesso tempo, poche aziende offrono questi servizi e quelle che lo fanno raramente garantiscono lavori di alta qualità. Entrambi lavoriamo bene con la gente. Comprendiamo rapidamente i problemi, valuteremo correttamente le situazioni, reagiamo adeguatamente nei momenti critici e troviamo soluzioni. Abbiamo acquistato le migliori attrezzature e selezionato con cura il nostro personale, inclusi un autista e un contabile.»

Per garantire standard elevati, hanno organizzato corsi di formazione per i propri dipendenti, insegnando loro a utilizzare i diversi materiali e strumenti per la pulizia. Per evitare problemi di comunicazione con i clienti, Lara e Vachagan hanno assunto personale che, oltre alla lingua madre, parla fluentemente inglese e russo.

Entro un anno e mezzo hanno costruito un team di 24 persone. Ora stanno considerando di ampliare la gamma di servizi offerti.

«Non è che i servizi di pulizia non esistano in Armenia. Abbiamo solo un approccio diverso. Rispondiamo rapidamente alle richieste dei clienti, siamo cortesi e costruiamo buone relazioni. Le persone tornano da noi e raccomandano i nostri servizi ad altri. Questo significa che sono soddisfatti. Una buona pulizia non basta; è importante anche una comunicazione cortese. Le persone vogliono essere trattate bene. Vogliono un’atmosfera piacevole e un prodotto di qualità. E sono disposte a pagare bene per questo», ha affermato Lara.

Armenia vede crescere le entrate fiscali — economista spiega cosa la sta guidando

Dati statistici del Comitato delle Entrate di Stato e commenti dell’economista Armen Ktoyan

Cosa dovrebbero sapere gli investitori stranieri

Gli abitanti locali hanno generalmente una certa comprensione dell’ambiente imprenditoriale e delle condizioni in cui avviano iniziative. Per gli investitori stranieri, la situazione è più impegnativa, soprattutto se non dispongono delle risorse per studiare e analizzare il mercato.

Lo Stato offre agli investitori stranieri robuste protezioni e garanzie. In particolare, gli investimenti esteri in Armenia sono protetti dall’esproprio e dalla nazionalizzazione. Qualora si verificasse una simile situazione, agli investitori è garantita un’indennità di risarcimento completa.

Gli investitori possono utilizzare sia meccanismi nazionali sia internazionali di risoluzione delle controversie. I loro investimenti sono protetti da trattati internazionali di investimento bilaterali e multilaterali.

L’Armenia partecipa attivamente agli accordi internazionali sugli investimenti ed è membro del Centro Internazionale per la Risoluzione delle Controversie Relative agli Investimenti. Il paese ha anche firmato la Convenzione di New York sul riconoscimento e l’esecuzione delle sentenze arbitrali.

‘Modernisation is essential for progress’: Economista propone alle autorità armene

Armen Ktoyan analizza le cifre del commercio e i fattori che influenzano l’economia del paese, offrendo una previsione di cosa aspettarsi nel prossimo futuro.

Appeal degli investimenti in Armenia: valutazione di un consulente aziendale

Arshavir Matevosyan è un consulente aziendale che si occupa principalmente di attrarre investimenti internazionali.

Secondo lui, nonostante le sfide regionali, politiche e geostrategiche, l’Armenia dispone di settori economici con basso rischio di fallimento che rimangono attraenti per gli investitori.

In primo luogo è il settore tecnologico. Si sta sviluppando rapidamente, è competitivo in termini di risorse umane e beneficia di incentivi fiscali.

«Metterei in evidenza diverse aree in cui valga la pena avviare progetti imprenditoriali: sviluppo software, automazione delle attrezzature, blockchain [un sistema di archiviazione delle informazioni che rende difficile o impossibile la modifica o la pirateria], sistemi di sicurezza e trattamento e analisi dei dati. Questo settore è destinato a crescere notevolmente nei prossimi anni, soprattutto con il sostegno statale», ha detto Matevosyan.

Evidenzia una fabbrica di intelligenza artificiale da 500 milioni di dollari in costruzione in collaborazione con NVIDIA, Firebird e Team Group come una grande spinta per il settore tech e per attrarre ulteriori investimenti.

Un altro settore promettente che consiglia è la sanità, nello specifico i servizi estetici.

«Il paese ha un potenziale enorme ancora non sfruttato. Negli ultimi anni, molti cittadini russi hanno visitato l’Armenia per procedure estetiche. La principale sfida è che i centri medici locali e gli specialisti spesso non soddisfano gli standard internazionali. Diversi progetti a cui sono stato personalmente coinvolto sono falliti proprio per la mancanza di certificazione internazionale», ha spiegato.

Matevosyan ritiene che il turismo sanitario estetico possa espandersi significativamente nei prossimi anni. Suggerisce di condurre campagne di marketing per rendere l’Armenia più visibile in questo settore.

«L’Armenia può ottenere un vantaggio competitivo qui grazie ai suoi prezzi. Procedure simili in altri Paesi costano diverse volte di più», ha affermato.

Ritiene inoltre che l’agricoltura sia attraente per gli investimenti, raccomandando approcci non convenzionali.

«Sebbene affrontiamo sfide all’esportazione, le esportazioni agricole non dovrebbero essere sottovalutate. Dobbiamo sfruttare il nostro potenziale climatico e coltivare prodotti richiesti su mercati come Georgia, Russia, Cina e altri. C’è già un esempio di successo — le esportazioni di asparagi. Suggerirei di esplorare altri raccolti non tradizionali per l’Armenia», ha detto.

Matevosyan sottolinea che l’innovazione è essenziale nell’agricoltura. Crede che sia impossibile costruire un’impresa di successo coltivando colture tradizionali con metodi convenzionali.

Consiglia inoltre di considerare investimenti in gioielleria e lavorazione del diamante, in istruzione alternativa e in intrattenimento estremo.

Armenia mira a diventare hub tecnologico del Sud Caucaso con una nuova fabbrica di dati sull’IA

Secondo l’esperto di cybersicurezza Samvel Martirosyan, se il progetto da 500 milioni di dollari sarà implementato con successo, l’Armenia potrebbe diventare un protagonista di rilievo nel settore tecnologico

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Emmanuel Tjeknavorian e la Nona: “Una sinfonia senza compromessi. Che interroga ancora l’umanità” (Il Giorno 27.12.25)

Con la Nona Beethoven ruppe la tradizione per raggiungere l’immensità. Una rivoluzione: la musica non fu più come prima. All’Auditorium di Milano lunedì, martedì, mercoledì alle 20 e il primo gennaio alle 16 il maestro Emmanuel Tjeknavorian e l’Orchestra Sinfonica di Milano accompagnano gli ascoltatori verso il nuovo anno con la “Sinfonia n. 9 in Re minore per soli, coro e orchestra op. 125” di Ludwig van Beethoven, inno alla fratellanza, alla speranza e alla gioia. Protagonisti Benedetta Torre soprano, Laura Verrecchia mezzosoprano, Davide Tuscano tenore, Manuel Walser baritono, Massimo Fiocchi Malaspina Maestro del Coro. Direttore Musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano, nato a Vienna trent’anni fa in una famiglia di musicisti di origine armena, vincitore del Premio Abbiati 2025, Emmanuel Tjeknavorian racconta.

Maestro, l’esecuzione della Nona Sinfonia di Beethoven è una tradizione di lunga data dell’Orchestra Sinfonica. Perché ha deciso di mantenerla? “Potrei dare molte e varie risposte a questa domanda, ma offrirò quella più semplice e sincera: è la mia opera preferita. Credo che le tradizioni rimangano vive solo se riempite di nuova convinzione. Questa sinfonia non è un rituale per me, è un organismo vivente, che parla ancora in modo diretto, urgente e senza compromessi”.

Tra le sinfonie di Beethoven, la Nona è quella che assume un profondo significato filosofico e umano. Cosa può trasmettere oggi a chi l’ascolta? “Ci pone di fronte alla domanda su cosa significhi essere umani, non in astratto, ma attraverso il suono, il respiro, la lotta e la speranza. Ricorda che la fratellanza non è un’idea ingenua, ma impegnativa. In un mondo caratterizzato dalla frammentazione e dalla velocità, Beethoven insiste sull’ascolto, sulla pazienza e sul coraggio di credere in qualcosa più grande e più importante di noi stessi. Il movimento finale non è una facile celebrazione ma un’affermazione di dignità conquistata a fatica”.

Cosa crede di aver maggiormente ricevuto dalla collaborazione con l’Orchestra Sinfonica di Milano? “Fiducia. La vera libertà musicale nasce solo dove c’è fiducia reciproca, sia nella sala prove, sia nel silenzio, sia nei momenti di rischio sul palco. Con l’Orchestra Sinfonica sento un crescente senso di responsabilità condivisa: non solo per il risultato ma anche per il processo che abbiamo avviato. Cresciamo insieme ascoltandoci l’un l’altro, questo è il dono più grande che un’orchestra offre a un direttore”.

Cosa si aspetta dal prossimo anno musicale? “Alla superficialità ho sempre privilegiato la profondità. Quindi vorrei avere tanto tempo per provare, per poter mettere in discussione le mie abitudini e permettere alle mie interpretazioni di maturare. Artisticamente, desidero onestà e coraggio, personalmente equilibrio e salute. Se, alla fine dell’anno, sentiremo di aver espresso la verità attraverso la nostra musica, significa che abbiamo realizzato una stagione di successo”.

Come concilia il suo essere violinista con il direttore d’orchestra? “In realtà, sono un violinista in pensione. Eppure, nonostante sia un “pensionato“ non dirò mai di no ad alcune proposte: quando il mio eroe, Riccardo Chailly mi ha chiesto di suonare il Concerto di Mendelssohn con la Lucerne Festival Orchestra ho accettato immediatamente. Queste occasioni sono eccezioni assolute. Pubblicamente, ora sono al 97% direttore d’orchestra e forse al 3% violinista. Dentro di me rimarrò sempre pienamente sia l’uno che l’altro. Sono infinitamente grato per il rispetto che mi viene dimostrato per il mio passato lavoro di violinista: mi ricorda che la disciplina e i sacrifici dell’infanzia e dell’adolescenza non sono stati vani”.

Tra le tradizioni di Capodanno armene, austriache e italiane a quale si senta più legato? “Non ho mai fatto distinzioni tra le tradizioni delle festività attorno a Capodanno delle diverse culture. Per me la notte di San Silvestro è sempre stata un momento intimo, trascorso con la famiglia, in silenzio e con attenzione. E dall’anno scorso lo festeggio con la mia famiglia musicale a Milano. Ma l’attimo in cui l’orologio segna la mezzanotte rimane molto personale: è un momento di riflessione e gratitudine, che non vorrei mai vivere in una festa rumorosa e con sconosciuti”.

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Il Governo armeno cerca di sottomettere la Chiesa Apostolica (InfoVaticana 27.12.25)

La relazione tra lo Stato armeno e la Iglesia Apostólica Armenia sta attraversando uno dei momenti più delicati dalla indipendenza del paese. Diversi analisti avvertono che il governo attuale, guidato dal primo ministro Nikol Pashinyan, starebbe procedendo verso una subordinazione politica della Chiesa, con possibili effetti sulla libertà religiosa e su un elemento centrale dell’identità nazionale armena.

La Iglesia Apostólica non è un’istituzione qualunque in Armenia: costituisce un nucleo storico, spirituale e culturale di primo ordine. L’Armenia fu il primo paese al mondo ad adottare ufficialmente il cristianesimo, e l’appartenenza alla Chiesa ha svolto un ruolo decisivo nella continuità della nazione armena di fronte a invasioni, persecuzioni e tragedie storiche. Per questo, qualsiasi tentativo di limitarne l’indipendenza va oltre il puramente religioso e acquisisce rilevanza sociale e politica.

Secondo lo storico e analista José Luis Orella, questa tensione si iscrive nel cambiamento di orientamento geopolitico impulsato dal governo: un avvicinamento agli Stati Uniti e un distanziamento dalla Russia, tradizionale sostegno militare dell’Armenia. Orella collega questa svolta a una conseguenza particolarmente dolorosa: la perdita di Nagorno-Karabaj dopo l’offensiva azera del 2023 e lo spostamento della maggioranza della popolazione armena dall’enclave.

Questo ripensamento strategico ha provocato un forte rifiuto interno. Il Katolikós Karekin II, massima autorità spirituale della Iglesia Apostólica Armenia, è arrivato a chiedere le dimissioni del primo ministro. Le mobilitazioni hanno avuto come figura di spicco l’arcivescovo Bagrat Galstanian, leader religioso della regione di Tavush, e il conflitto si è intensificato con l’arresto dello stesso Galstanian e di altri chierici con accuse di cospirazione contro lo Stato.

Per Orella, questi fatti non possono essere analizzati in modo isolato. Nella sua lettura, la pressione sulla Chiesa risponde alla necessità di indebolire una resistenza morale e sociale di fronte a decisioni politiche altamente controverse: il riconoscimento della sovranità azera su Nagorno-Karabaj, possibili riforme costituzionali richieste da Baku o la costruzione di un corridoio strategico che collegherebbe l’Azerbaijan con Naxçıvan e la Turchia, alterando l’equilibrio regionale.

L’analista avverte inoltre di un tentativo di riconfigurare la Chiesa dall’interno, promuovendo voci ecclesiali affini al potere politico ed erodendo la sua autonomia istituzionale. Quel modello —sostiene— ricorda processi osservati in alcuni paesi europei dove chiese storiche sono finite integrate nell’agenda dello Stato, con una perdita progressiva di indipendenza.

La questione acquisisce una dimensione ancora più sensibile se si considera che circa il 92 % della popolazione armena si dichiara fedele alla Iglesia Apostólica. L’interferenza del potere politico nella vita interna ecclesiale non riguarderebbe solo un’istituzione religiosa, ma potrebbe compromettere diritti fondamentali e aggravare fratture sociali.

In questo contesto, l’avvertimento di José Luis Orella è chiaro: sottomettere la Iglesia Apostólica Armenia non è una semplice riforma modernizzatrice, ma un movimento che colpisce uno dei pilastri centrali dell’identità armena e mette alla prova la qualità democratica del paese. L’evoluzione di questo conflitto sarà determinante per comprendere il futuro politico, culturale e spirituale dell’Armenia.

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