Comunicato stampa IPOCRISIA AZERA: PARLANO DI PACE MA CONTINUANO A SPARGERE ODIO

Nonostante tra Armenia e Azerbaigian sia stato siglato da alcuni mesi un accordo di “buone intenzioni” per raggiungere una pace stabile e definitiva tra i due Paesi, la parte azera continua a insistere con una narrazione che va in senso contrario.

Approfittando della disponibilità del governo armeno per una soluzione pacifica del conflitto anche a costo di dolorose rinunce, gli azeri non abbandonano infatti la solita propaganda nazionalista che contraddistingue il regime Aliyev.

Ad esempio, giorni scorsi, presso il Senato della Repubblica Italiana, si è svolto un evento dedicato al massacro di Khojaly avvenuto nel corso della prima guerra del Karabakh negli anni Novanta, accompagnato da articoli e comunicazioni ufficiali diffuse dalle rappresentanze diplomatiche azere. Riteniamo che su temi tanto delicati e dolorosi sia doveroso, soprattutto nelle sedi istituzionali, un rigoroso lavoro di verifica dei fatti storici, al di là di ogni narrazione unilaterale o strumentalizzazione politica.

Il buon senso avrebbe voluto che in questo difficile percorso verso la pace certi temi – che non sono altro che becera e falsa propaganda – venissero messi da parte, ma così non è stato, e gli azeri hanno dimostrato ancora una volta il loro vero volto.  Invero, il dittatore Aliyev e i suoi seguaci non cercano e non vogliono la pace, che avrebbero potuto ottenere anche attraverso le vie diplomatiche del Gruppo Minsk; il loro intento è piuttosto quello di dominare ed esercitare una politica autoritaria, cercando di riscrivere la storia a proprio piacimento.

In un recente comunicato diramato dalle ambasciate dell’Azerbaigian presso la Repubblica Italiana e la Santa Sede, si fa appello affinché i responsabili del crimine di Khojaly siano assicurati alla giustizia! Peccato che ogni giornalista e politico azero che abbia osato confutare la tesi di regime (che negli anni ha progressivamente addossato agli armeni le colpe di quel massacro al solo scopo di “pareggiare” i pogrom anti-armeni compiuti dall’Azerbaigian a Sumgait) sia stato messo in galera o eliminato come il fotografo investigativo Chingiz Mustafaev.

Anche noi saremmo ben felici se le autorità di Baku davvero assicurassero alla giustizia i veri autori di quella strage, processando così quei militari e politici azeri che allestirono una messinscena dopo aver sparato sui civili in fuga nel corridoio umanitario lasciato aperto dagli armeni per far defluire la popolazione dal campo di battaglia. Ma siamo sicuri che questo non può essere realizzato in un regime autoritario come quello degli Aliyev, una famiglia che da più di trent’anni “regna” in Azerbaigian con il potere passato di padre in figlio.

 

Se davvero vuole la pace, l’Azerbaigian cessi la propaganda di odio, liberi immediatamente i prigionieri armeni (comprese le ex autorità della repubblica del Nagorno Karabakh-Artsakh che illegalmente ancora tiene nelle galere), si ritiri dai territori occupati dell’Armenia, cessi la sua politica corruttiva e smetta di mistificare la storia.

 

Gli armeni vogliono la pace, quella vera, l’Azerbaigian … non ancora.

 

Coordinamento delle associazioni e organizzazioni armene in Italia

 

Per maggiori info sui fatti di Khojaly si veda il sito in lingua italiana:

https://www.karabakh.it/la-verita-su-khojali/

https://www.karabakh.it/lorrore-di-sumgait/

 

 

Il numero di Meridiani di febbraio dedicato all’Armenia

Il numero di Meridiani dedicato all’Armenia racconta di un paese ancora poco conosciuto e dagli aspetti sorprendenti, sotto il profilo paesaggistico e culturale. Culla del cristianesimo (fu il primo al mondo a renderlo religione ufficiale) è ricchissimo di chiese e antichi monasteri, spesso inseriti in contesti naturali di straordinaria bellezza. Affascinanti sono la sua lingua e il suo alfabeto unico al mondo, la sua gastronomia basata sul tradizionale pane lavash, accompagnato da un’incredibile varietà di prodotti locali, la cultura millenaria del vino, mentre per gli escursionisti ci sono canyon e grotte stupefacenti, infinite steppe erbose e catene di monti dai dolci profili, che superano i 3000 metri. Gli inviati di Meridiani hanno battuto il paese palmo a palmo, documentando la vivacità della capitale Yerevan, la natura del grande lago Sevan, i luoghi di culto più suggestivi, tra cui il monastero di Khor Virap, affacciato sulla mole bianca del vulcano Ararat, vero simbolo dell’Armenia storica.

LA CONDANNA DEI PRIGIONIERI ARMENI IN AZERBAIGIAN È UNA VERGOGNA PER L’EUROPA

Il 17 febbraio si è conclusa la farsa “processuale” messa in atto dal regime dell’Azerbaigian contro i prigionieri di guerra armeni illegalmente detenuti dal regime di Aliyev.
Anche il filantropo e benefattore Ruben Vardanyan (“colpevole” di essere stato ministro di Stato della repubblica di Artsakh per quattro mesi) è stato condannato, dopo già due anni e mezzo di prigionia a Baku, a venti anni di galera. La sentenza è stata duramente criticata anche da Amensty International che ha etichettato il processo come una “parodia”.
La dittatura azera non gli ha perdonato di aver aiutato la popolazione del Nagorno Karabakh (Artsakh) sotto blocco azero nel momento in cui i soldati dell’Azerbaigian impedivano l’accesso a qualsiasi convoglio umanitario come peraltro avvenuto poco tempo dopo, sotto l’attenzione dei media mondiali, per i palestinesi di Gaza. Nei giorni scorsi, altri quindici prigionieri di guerra e politici armeni (compresi ex presidenti e ministri della repubblica armena) erano stati condannati a pesanti pene varianti dai quindici anni all’ergastolo.
Tutte queste azioni che ostacolano quella vera pace a cui realmente aspirano gli armeni del mondo sono avvenute nel completo disinteresse delle istituzioni e diplomazie europee che da un lato spingono l’Armenia verso un dialogo più intenso, dall’altro permettono che una delle peggiori dittature al mondo violi palesemente il diritto internazionale e individuale trattenendo ingiustamente decine di armeni in ostaggio.
Il governo armeno, in imbarazzato silenzio, nel pur condivisibile sforzo di pacificazione, è sotto costante minaccia e teme che una presa di posizione in favore dei connazionali detenuti possa spezzare il fragile filo della trattativa.
Il presidente azero Aliyev nel corso di un’intervista alla recente conferenza di Monaco ha addirittura paragonato i prigionieri armeni ai gerarchi nazisti e il “processo” di Baku a quello di Norimberga!
Il tutto senza che da Bruxelles, Roma, Parigi o da altre capitali si levassero parole di condanna o fermi appelli per la liberazione degli ostaggi. VERGOGNA!
Aliyev agisce nella certezza di assoluta impunità garantitagli solo dalle forniture di gas all’Europa, un precedente pericoloso per la storia e l’umanità che ha permesso e permetterà ad altri governi autoritari di agire impunemente nei confronti della popolazione inerme.
Il “Coordinamento delle organizzazioni e associazioni armene in Italia”, nell’esprimere vicinanza e solidarietà agli armeni in prigione a Baku, chiede:
– alle istituzioni europee di condannare la farsa giudiziaria del regime, di attivarsi con pressanti richieste per la liberazione dei detenuti e imporre sanzioni al governo azero in caso di mancato positivo riscontro;
– al governo italiano, in ragione del ruolo di importante partner commerciale dell’Azerbaigian, di attivarsi con tutti i mezzi disponibili per la liberazione degli ostaggi armeni;
– ai media, alle associazioni, ai partiti e ai sindacati italiani di impegnarsi per una informazione corretta a sostegno dei diritti dei prigionieri e della popolazione armena dell’Artsakh.
– all’opinione pubblica di non dimenticare gli oltre centomila armeni che sono stati cacciati definitivamente dalla loro terra ancestrale e che ora sono rifugiati in Armenia mentre il governo azero tenta di riscrivere la storia cancellando ogni traccia armena sul territorio e ricorrendo a pratiche di pressione su governi e media internazionali.
COORDINAMENTO DELLE ORGANIZZAZIONI E ASSOCIAZIONI ARMENE IN ITALIA
18 Febbraio 2026
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NOTA ESPLICATIVA
• Il 27 settembre 2020, in piena pandemia e nonostante le raccomandazioni del Segretario generale delle Nazioni Unite, l’Azerbaigian lanciava una campagna militare contro la repubblica de facto del Nagorno Karabakh (Artsakh) che trenta anni prima – in un percorso democratico e legale – aveva sancito il proprio diritto all’autodeterminazione. Il presidente azero Aliyev affermò che era arrivato il momento di mettere da parte la diplomazia e agire con forza.
• Al termine della cosiddetta “guerra dei 44 giorni” (costata quasi 9.000 morti fra entrambe le parti), in data 9 novembre veniva firmato da Armenia, Azerbaigian e Russia un accordo di cessate il fuoco che prevedeva il ritiro delle forze armene dai distretti circostanti l’ex oblast del NK e una forza di pace a garanzia della popolazione armena presente.
• Nel 2021 e nel 2022 le forze armate azere occupavano (e occupano tuttora) a più riprese porzioni di territorio della repubblica di Armenia causando altre centinaia di vittime.
• A fine dicembre 2022 gli azeri iniziavano un blocco della strada di accesso tra Armenia e Nagorno Karabakh causando una crisi umanitaria per la popolazione armena rimasta completamente isolata. A più riprese venivano tagliate le forniture di gas ed elettricità lasciando la popolazione al gelo nel pieno inverno caucasico.
• Il 19 settembre 2023 l’Azerbaigian interveniva militarmente per occupare la residua porzione di territorio rimasto abitato dagli armeni sotto blocco. Le autorità della repubblica del NK, onde evitare nuovi spargimenti di sangue e nuovi episodi di barbarie contro la popolazione civile, firmavano un cessate-il-fuoco dopo sole 24 ore.
• Oltre centomila armeni lasciavano precipitosamente la loro patria per non cadere vittima dei soldati azeri. Al termine delle operazioni militari orchestrate dal regime di Aliyev, la popolazione di circa 150.000 abitanti si è ridotta a poche unità. Gli ultimi dieci armeni rimasti sono stati evacuati in Armenia nei giorni scorsi.
• Il governo azero ha attuato una politica di sistematica demolizione di ogni simbolo civile e religioso che potesse ricondurre alla secolare presenza armena nella regione. Mentre abbatteva la sede del parlamento, il governo azero innalzava archi di trionfo per celebrare la vittoria e insediava nuovi coloni a occupare le case degli armeni.
• La repubblica del NK (Artsakh) era considerata democratica dagli istituti specializzati come ad esempio “Freedom house” che invece oggi etichetta quel territorio alla stregua delle peggiori dittature senza alcun rispetto per i diritti civili e politici e senza alcuna libertà di informazione.
• Il territorio è stato abitato per secoli dalla popolazione armena come testimoniano chiese e monasteri sparsi tra le sue montagne. Non “separatisti”, ma una popolazione autoctona che la prepotenza di un guerrafondaio ha cacciato per sempre dalla propria patria.

ARTE Reportage Nagorno-Karabakh: quando passano le cicogne

ARTE Reportage

Nagorno-Karabakh: quando passano le cicogne

Gli Armeni, cacciati dal Nagorno-Karabakh nel 2023, sognano di tornare a casa, come le cicogne tornano ai loro nidi ogni anno.

26 min

Documentario

Il 19 settembre 2023, l’inferno si abbatte su Stepanakert, capitale del Nagorno-Karabakh. Con il pretesto di un’“operazione antiterrorismo”, l’Azerbaigian invade questa enclave abitata da Armeni che sfuggiva al suo controllo. Le truppe azere spazzano via tutto ciò che incontrano sul loro cammino.

Regia

Frédéric Tonolli

Autore

Frédéric Tonolli

Fotografia

Niagara Tonolli

Musica

Jean-Michel Dunyach

Montaggio

Pierre Jolivet

Produzione

HIKARI

Produttore

Anthony Dufour

Paese

Francia

Anno

2025

Quarto volume della rivista “Armeniaca. International Journal of Armenian Studies”

Si segnala l’uscita del quarto volume della rivista “Armeniaca. International Journal of Armenian Studies”, pubblicato dalle Edizioni Ca’ Foscari di Venezia.
Il volume è liberamente accessibile a questo indirizzo:

Novità in libreria: La mia vita sempre al centro. Il viaggio di un ragazzo armeno tra determinazione e sacrificio

Henrikh Mkhitaryan è figlio d’arte. È nato in Armenia, ma è cresciuto in Francia, perché il papà giocava in Ligue 2. Suo padre Hamlet è stato uno dei più forti attaccanti della storia del calcio armeno, scomparso a soli trentatré anni a causa di un tumore al cervello quando lui era solo un bambino. Il giovane Henrikh, però, ha coltivato e fatto fruttare egregiamente l’eredità calcistica lasciatagli dal genitore e, dopo un periodo di rifiuto del pallone, si è ripromesso di arrivare dove lui non era riuscito. Ma, soprattutto, il padre gli ha lasciato in regalo le parole più importanti della sua vita: «Henrikh, prima di tutto dovrai essere una brava persona. Ricordatelo». Un insegnamento che Henrikh ha sempre seguito in campo e fuori per onorarne la memoria e diventare l’uomo che è. A soli quattordici anni, Mkhitaryan è volato in Brasile per allenarsi con il San Paolo, dove ha lavorato sull’aspetto tecnico del gioco, adottato uno stile di calcio diverso e creativo e imparato un’altra lingua, il portoghese. Nel corso della sua carriera, ha vestito le maglie di Pyunik, Metalurh, Shakhtar, Borussia Dortmund, Manchester United e Arsenal. E nel 2019 è arrivato in Italia dove per tre anni ha giocato nella Roma. Il 2 luglio 2022 si è ufficialmente unito all’Inter di Simone Inzaghi e rapidamente è diventato una delle colonne della squadra nerazzurra. Ma cosa sappiamo della sua vita oltre lo stadio? Il giocatore armeno parla cinque lingue, ha due lauree, una in Educazione Fisica e l’altra in Economia, è molto credente. In breve, non corrisponde esattamente allo stereotipo del calciatore. E anche molto attivo in cause sociali: soprattutto, impegnato a sostenere i diritti dei bambini armeni in povertà e disabilità. La sua vita è sempre al centro della scena: sul campo e nella quotidianità, è una figura centrale, pronto a dare tutto per fare la differenza.

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Comunicato stampa – La rinascita del vino armeno raccontata nel nuovo libro Vini armeni

AGRIGENTO: IL 21 NOVEMBRE, NUOVI GIUSTI DELL’UMANITÀ NEL GIARDINO DELLA VALLE DEI TEMPLI

Fra le nuove stele, una sarà dedicata al vescovo cappuccino di origine armena Cirillo Zohrabian

“Cirillo Zohrabian Vescovo Missionario Cappuccino di origine armena, nato ad Erzerum nell’Anatolia Orientale, nel 1881 confratello dei Cappuccini di Palermo, figura esemplare di padre dei popoli sterminati e dispersi. Giusto per gli Armeni, per i Greci e Giusto dell’Umanità, salvò vite umane, soccorse i superstiti, esempio di fede vissuta come dedizione all’umanità sofferente. Mai venne meno il suo coraggio e il suo anelito alla Verità e al Bene negli anni del genocidio armeno, dello sterminio di tutta la sua famiglia, delle torture e della condanna a morte commutata in esilio. Organizzò orfanotrofi, scuole e chiese per formare e istruire i giovani alla fede cristiana, allo studio e al lavoro. Portò l’annuncio del Vangelo con la testimonianza di una fede che trascende confini culturali, etnici, religiosi. In un contesto di contrasti tra religioni e chiese diverse, mostrò apertura al dialogo, capacità di mediare e lucida consapevolezza del valore dell’ecumenismo, sull’esempio di Papa Roncalli che lo chiamò a partecipare al Concilio Vaticano II”

Questo il testo della nuova stele che, in onore del vescovo cappuccino Zohrabian, mancato nel 1972, l’Accademia di Studi Mediterranei di Agrigento, rinnovando l’appuntamento con “I Giusti dell’Umanità”, si prepara a collocare nel “Giardino dei Giusti” con il patrocinio dell’Assessorato Beni Culturali e Identità Siciliana della Regione, della Città e del Parco della Valle dei Templi, dove dieci anni fa è sorto questo straordinario “Pantheon del Bene”.

L’evento si svolgerà il prossimo 21 novembre e vedrà prima un convegno presso Casa Sanfilippo, poi la consueta cerimonia di dedicazione delle stele nel “Giardino dei Giusti”, a lato della “Via Sacra” della Valle dei Templi. Un’iniziativa rivolta soprattutto agli studenti, voluta fortemente dalla fondatrice e anima dell’Accademia, Assunta Gallo Afflitto, presenza rilevante nella vita culturale agrigentina, mancata il 20 ottobre scorso. Anche nella nuova edizione, sotto i riflettori saranno portate figure rivelatesi capaci di preservare i valori umani in frangenti storici di sofferenza e di prove individuali e collettive.

Con il vescovo armeno Zohrabian, saranno svelate le stele dedicate ai Vigili del Fuoco di Bagnara, allo scrittore libanese Gibran, allo studente peruviano Daniel Carrión, al martire della Resistenza Roberto Lordi. Tutti personaggi entrati nella storia attraverso esperienze differenti ma accomunate dalla centralità del Bene, esperienze nel segno della ricerca di pace, libertà, giustizia, solidarietà, che verranno presentate nel primo incontro a Casa Sanfilippo a partire dalle 9:15.

Dopo l’introduzione del vescovo Enrico Dal Covolo, già rettore della Università Lateranense, e i saluti del sindaco e del vescovo di Agrigento, Francesco Miccicché e Alessandro Damiano; del prefetto Salvatore Caccamo; del sindaco di Palermo Roberto Lagalla, socio onorario dell’Accademia; di Alberto Petix dirigente Ufficio V – Ambito Territoriale di Agrigento; del direttore e del presidente del Parco, Roberto Sciarratta e Giuseppe Parello, inizierà la “tavola rotonda”.

Al console Pietro Kuciukian il compito di presentare la figura del vescovo cappuccino armeno Cirillo Zohrabian, che salvò molte vite negli anni del genocidio, organizzando poi orfanotrofi, scuole e chiese; a Francesco Medici, membro dell’International Association for the Study of the Life and Work of Kahlil Gibran quello di illustrare vicende inedite di cui lo scrittore fu protagonista al tempo della Grande Carestia del Libano; don Alessandro Andreini, docente alla Gonzaga University di Firenze, parlerà di Roberto Lordi, generale dell’Aeronautica Militare Italiana, entrato nella Resistenza dopo l’8 settembre ’43 e fucilato nel ’44 alle Fosse Ardeatine; Calogero Barbera, comandante provinciale dei Vigili del Fuoco di Agrigento, ricorderà Domenico Agazzi, Guido Azzali, Odoardo Cerani, Luigi Rusinenti, che operarono nella Resistenza, poi martiri a Bagnara vicino Cremona nel ’45; lo scrittore Marco Roncalli, socio onorario dell’Accademia, interverrà sulla testimonianza di Daniel Alcides Carrión, eroe nazionale del Perù, uno studente di medicina morto nel 1885 per aver affrontato in un modo eroico una misteriosa malattia, vero flagello per il suo Paese, contraendola volontariamente al fine di studiarla e morendo per questo sacrificio.

Concluso il convegno, alle 11:15 nel Giardino ci sarà la cerimonia dello svelamento e della dedicazione delle stele additate nella loro grande valenza simbolica alle nuove generazioni.

Per ulteriori informazioni: