La Comunità Armena-Calabria impegnata alla divulgazione culturale nelle scuole (Ntcalabria 20.12.25)

Proseguono le attività culturali promosse dalla Comunità Armena Calabria attraverso un progetto di divulgazione culturale rivolto agli istituti scolastici del territorio calabrese. L’iniziativa ha l’obiettivo di richiamare l’attenzione sulla memoria del Genocidio del Popolo Armeno (1915–1918) e sui recenti eventi bellici in Artsakh (2020–2023), approfondendo al contempo aspetti della cultura armena storicamente legati alla Calabria.

Il primo incontro programmato si è svolto il 12 dicembre in modalità online e ha coinvolto studenti, docenti e dirigenti del Liceo Statale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia (VV). L’evento è stato promosso dalla Dott.ssa Tehmine Arshakyan, Presidente della Comunità Armena Calabria, collegata dalla sede centrale dell’Associazione di Villa San Giovanni. Hanno partecipato Carmine Verduci, Segretario e Project Manager della Comunità Armena Calabria, collegato dalla sede operativa di Brancaleone, che ha illustrato l’impegno dell’Associazione in numerose iniziative di sensibilizzazione dell’opinione pubblica calabrese attive dal 2017, oggi sempre più seguite anche a livello internazionale, e la Prof.ssa Ani Manukyan, docente universitaria, traduttrice e ideatrice del progetto “Radice e Germoglio”.

Alla conferenza ha offerto un contributo significativo anche il Prof. Sebastiano Stranges, Vicepresidente della Comunità Armena Calabria, che attraverso anni di studi e ricerche ha riportato alla luce importanti elementi di memoria storica e archeologica del territorio, in particolare dell’area di Brancaleone, oggi identificata come “Valle degli Armeni”, estendendo l’analisi all’intera regione calabrese, ricca di testimonianze culturali e storiche che attestano il legame con il popolo armeno sin dall’antichità. Nel corso degli interventi sono state presentate due opere scritte da studenti armeni sul tema delle proprie radici, realizzate nell’ambito del laboratorio progettuale “Radice e Germoglio”. Le opere, selezionate dalla Presidente della Comunità Armena Calabria, sono state lette in lingua italiana da studenti dell’Istituto. Al termine dell’incontro, la Presidente ha espresso sentiti ringraziamenti, alla Prof.ssa Anna Murmura, fondatrice del “Comitato dei Diritti Umani del Liceo “V. Capialbi”, che ha aperto la conferenza,  al Dirigente scolastico Ing. Antonello Scalamandrè per aver reso possibile questo primo appuntamento e alla Prof.ssa di religione Cristina Esposito, nonchè collaboratrice  del “Comitato dei Diritti Umani del Liceo “V. Capialbi” per l’entusiasmo e l’impegno profusi nell’organizzazione dell’iniziativa.

Il secondo incontro si è svolto il 18 dicembre con le classi quinte del Polo Liceale “M. Guerrisi – M. Gerace” di Cittanova (RC), sotto la supervisione dei docenti del Dipartimento di Storia e Filosofia. Hanno preso parte all’iniziativa Tehmine Arshakyan, Carmine Verduci, Sebastiano Stranges e Ani Manukyan.
Durante l’incontro sono stati affrontati diversi temi di rilevanza storica e geopolitica, tra cui il Genocidio del Popolo Armeno e quello dell’Artsakh, offrendo agli studenti un’importante occasione di approfondimento storico-culturale, e la situazione geopolitica attuale che vede l’Armenia coinvolta in complesse dinamiche regionali con Turchia e Azerbaigian, con forti ripercussioni sull’identità e sull’integrità territoriale del popolo armeno.

Nel contesto del progetto “Radice e Germoglio”, in collaborazione con la Prof.ssa Ani Manukyan, collegata da Erevan, sono state lette due opere scritte da studenti armeni, incentrate sulle proprie radici e sul vissuto drammatico della recente guerra in Artsakh (Nagorno-Karabakh). Le letture hanno suscitato profonda partecipazione emotiva, favorendo un ampio dibattito sulle violazioni dei diritti umani e sulla condizione di un conflitto ancora latente che continua a ridurre i territori storicamente armeni. Particolare interesse ha suscitato la proposta della Prof.ssa Ani Manukyan relativa al concorso creativo “Radice e Germoglio”, promosso dalla ONG “Supporters” in Armenia, con l’obiettivo di coinvolgere studenti di ogni ordine e grado nella riscoperta delle proprie origini familiari attraverso la scrittura di elaborati e saggi, il che ha raccolto ampio consenso tra gli studenti, pronti a partecipare attivamente al progetto.

La Presidente della Comunità Armena Calabria ha infine espresso soddisfazione per l’esito dell’incontro, ringraziando la Dirigente scolastico Dott.ssa Clelia Bruzzì, il Vicepreside Prof. Sergio Zappone, primo collaboratore della Dirigente, la Prof.ssa Maria Antonia Naso, docente di Storia e Filosofia, e tutti i docenti del Dipartimento di Storia e Filosofia del Polo Liceale coinvolti. Gli incontri si propongono di valorizzare la storia del popolo armeno, il patrimonio culturale e spirituale lasciato dagli armeni in Calabria e il tema dei genocidi, fulcro centrale del percorso formativo.

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Armenia: Consiglio spirituale supremo condanna ingerenza premier nella Chiesa (Agenzia Nova 19.12.25)

Erevan, 19 dic 16:52 – (Agenzia Nova) – Il Consiglio spirituale supremo della Chiesa apostolica armena ha condannato quella che definisce una “riprovevole ingerenza” del primo ministro della Repubblica di Armenia nella vita interna dell’istituzione religiosa. Riunitosi oggi presso la Sede Madre di Santa Echmiadzin sotto la presidenza del Catholicos Karekin II, l’organo ha denunciato “persecuzioni illegali” contro il clero e i fedeli, e l’adozione di “misure giudiziarie con accuse inventate” a danno di benefattori e religiosi. Nel comunicato diffuso al termine della riunione si esprime preoccupazione per le pressioni subite dalla Chiesa, tra cui l’omissione forzata del nome del Catholicos durante alcune liturgie alla presenza del primo ministro. Tale prassi, già condannata dal Consiglio episcopale il 26 novembre, è stata definita “non canonica” e potenzialmente foriera di “scisma”. Il Consiglio ha inoltre criticato il comportamento di dieci vescovi accusati di “autoisolamento dalla comunione” e “partecipazione a cerimonie distorte”, definendo la loro posizione “divisiva” e contraria alle tradizioni canoniche. È stata espressa l’urgenza di convocare un nuovo Consiglio dei Vescovi e di intraprendere contatti con organizzazioni internazionali e per i diritti umani per contrastare la “propaganda statale” contro la Chiesa. (Rum)

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Armenia: tra i nuovi abitanti di Yerevan (Osservatorio Balcani e Caucaso 19.12.25)

In alcuni quartieri di Yerevan, la giornata inizia con una scena diventata ormai consueta. Davanti ad un edificio residenziale ci sono venti, trenta scooter identici, con i caschi sui sedili e le borse per la consegna del cibo appese ai lati. Tutti i proprietari degli scooter vivono nello stesso palazzo e spesso sono in dieci a condividere un appartamento preso in affitto. Si tratta di un fenomeno ormai diffuso.

Entro in un cortile pieno di motorini. È mattina presto. Sembra una specie di motoraduno, ma in realtà i residenti sono lavoratori migranti provenienti dall’India.

“Al mattino i ragazzi indiani escono uno alla volta. Qualcuno apre la porta, pensi che sia finita lì, ma no, arriva il secondo, il terzo, il decimo. Ridono, controllano le batterie, si mettono il casco. I motorini sono talmente tanti che sembra di essere in una giungla”, afferma una donna che vive in un palazzo vicino.

“Queste persone però sono pacifiche e gentili. Non abbiamo mai sentito rumori forti. È difficile immaginare che così tante persone condividano lo stesso appartamento”.

All’interno dell’edificio gli spazi sono ancora più ristretti. Spesso tra dodici e diciotto persone vivono in un piccolo appartamento e dormono a turni: chi lavora al mattino si corica per primo, chi torna dal turno di notte va a letto per ultimo. Ma non si lamentano mai perché, come affermano, in Armenia almeno hanno un lavoro.

“Mi sento un cittadino di Yerevan”

Incontro Rajesh, ventisette anni, nel cortile di una casa brulicante di gente. Sorride, nonostante le occhiaie bluastre che segnano il suo volto.

“Ho lavorato fino alle 2 di notte”, afferma, togliendosi i guanti screpolati dal freddo.

Rajesh vive a Yerevan da due anni e mezzo. È arrivato su invito di un amico, con l’intenzione di lavorare per qualche mese e poi tornare in India. Nel frattempo, però, si è affezionato alla città.

“Quando sono uscito per la prima volta dall’aeroporto, ricordo di aver percepito una sensazione di quiete. In India, a volte hai paura di lavorare di notte, qui no. Yerevan è una piccola città ma la vita qui scorre molto veloce”, spiega Rajesh scaldandosi le mani prima di impugnare nuovamente il manubrio del motorino.

La giornata di Rajesh inizia alle 10 del mattino e finisce a mezzanotte.

“Quando voglio guadagnare più soldi, lavoro di più. Posso guadagnare fino ai trentamila dram al mese (circa 800 dollari). Guadagno di più qui che a Delhi. Lì pagavano la metà di quanto pagano qui”.

Rajesh ricorda di essere scivolato e caduto sul ghiaccio lo scorso inverno, facendosi male ad una mano.

“Era notte fonda. Un ragazzo si è avvicinato, ha preso la mia borsa e mi ha chiesto: ‘Posso aiutarti?’. In quel momento ho capito che Yerevan è una bella città. Mi ci sono affezionato molto”, afferma Rajesh.

“Qualcuno potrebbe pensare che io stia esaltando l’Armenia, ma per me è davvero diventata casa. Qui non ho quei timori che mi assillavano nel mio paese”.

Yerevan, Armenia. I motorini dei riders parcheggiati fuori casa - Foto A. Avetisyan

Yerevan, Armenia. I motorini dei riders parcheggiati fuori casa – Foto A. Avetisyan

Non tutto però è roseo. Rajesh spiega che la popolazione locale non è sempre cordiale.

“A volte le persone mi guardano e mi chiedono: ‘Perché sei venuto qui? Torna nel tuo paese, questa non è casa tua’. Francamente, non capisco che male io possa fare. Tuttavia, la maggior parte delle persone è molto gentile”.

“Mi sento un cittadino di Yerevan, anche se non sono sempre ben accetto. Vorrei restare qui”.

Rajesh ha un contratto di lavoro regolare e un permesso di soggiorno. Non tutti i suoi connazionali sono così fortunati: molti lavorano senza contratto e col tempo si trovano ad affrontare diversi problemi.

“Da anni ormai l’Armenia è una delle nostre mete preferite. Lavorare qui è piacevole. All’inizio le persone provenienti dall’India venivano solo a cercare lavoro, ma ora è chiaro: stiamo ‘prendendo il controllo’ del settore delle consegne. A Yerevan, la maggior parte delle consegne viene effettuata da noi. Ci sono corrieri russi, ovviamente anche armeni, ma siamo noi a dominare il settore”, conclude Rajesh.

“Un lavoro rumoroso, pericoloso, ma ci dà libertà”

Mohit, trentadue anni, ha lavorato in Kuwait prima di trasferirsi in Armenia, aprendo così un nuovo capitolo della sua vita.

Dopo un primo lavoro nell’edilizia, si è reso conto che il settore delle consegne è molto più stabile.

“Questo è forse l’unico lavoro in cui non conoscere la lingua non è un problema. Apri la mappa e parti. Ma devi essere veloce, molto veloce”.

Mohit ama il lavoro di rider perché gli dà libertà.

“Conosco un po’ di inglese, lo parlo male ma riesco a farmi capire. Non tutti i clienti però conoscono l’inglese, quindi spesso non parlo molto. Lavoro come una macchina. A volte mi sembra che sia la città stessa a parlarmi”.

Mohit vive in Armenia da tre anni. Si è adattato bene e, come spiega, sta pensando di far venire anche la sua famiglia.

“Ho risparmiato abbastanza soldi per prendere in affitto un appartamento tutto per noi. Voglio che mia moglie e mio figlio vengano qui. Mio figlio ha solo quattro anni. Qui i bambini iniziano la scuola a sei anni, quindi voglio che venga ora, per imparare bene l’armeno e andare a scuola”, afferma Mohit.

“Vedo che qui è sicuro. Ma non voglio che mio figlio faccia la vita del corriere. Io non avevo altra scelta. Vorrei che imparasse la lingua e lavorasse in un altro settore. A volte sembra che sia scritto sulla nostra fronte che siamo destinati a fare i rider”.

“Siamo stati ingannati, ma sto ricostruendo la mia vita qui”

La storia di Aditya, ventiquattro anni, è diversa.

È arrivato in Armenia tramite un’agenzia con sede a Mumbai, pagando una grossa somma per un lavoro promesso.

“Quando sono arrivato a Yerevan, mi hanno detto che avevo un debito. Non capivo. Quale debito? Poi ho scoperto che era un’agenzia fantasma. Molte persone hanno vissuto un’esperienza analoga”, afferma Aditya, aggiungendo lentamente: “Indiani che sfruttano i loro connazionali”.

Inizialmente ha lavorato a turni di 14-16 ore, per poi passare alle consegne.

Qui, come sottolinea, almeno ci sono delle regole.

“Posso tirare un sospiro di sollievo. Sono assai contento. Taxi, ristoranti, piattaforme di consegna a domicilio… di solito ci trattano bene”, afferma Aditya, ammettendo che Yerevan non sembra ancora la sua città. Però non si arrende.

“Sono nuovo qui. Forse col tempo la città mi accetterà. Non siamo venuti in Armenia per prendere qualcosa dagli armeni. Siamo venuti per lavorare al loro fianco. E forse un giorno anche noi ci sentiremo parte integrante di questa città”.

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I disegni UE-NATO per l’Armenia di Nikol Pašinjan (L’antidiplomatico 16.12.25)

i Fabrizio Poggi per l’AntiDiplomatico

Significativi rivolgimenti nel Caucaso ex sovietico: dalla forzata capitolazione di Stepanakert, capitale di Artsakh, nel 2023, fino alla firma della “dichiarazione di intenti per la conclusione di un accordo di pace”, sottoscritta lo scorso 8 agosto a Washington dal presidente azero Il’kham Aliev e dal primo ministro armeno Nikol Pašinjan, mallevadore Donald Trump “il pacificatore”, che aveva siglato la svendita armena del Nagorno-Karabakh a Baku. Rivolgimenti che si stanno sempre più rivelando come i passi di un’accelerata penetrazione UE-NATO nella regione. A fare da apripista l’Azerbajdžan, che agisce in tal modo non solo quale anello nelle mire panturchiste di Ankara, ma come punta di lancia nelle pretese occidentali anche verso le ex repubbliche asiatiche dell’URSS, con obiettivo la Cina.

Una delle ultime tappe di questo percorso, come ricorda Ajnur Kurmanov su PolitNavigator, è stata la firma, lo scorso 10 dicembre, nel corso di una riunione del “Partner Capabilities Adaptation Initiative”, di un’intesa per esercitazioni militari congiunte azere-NATO. Ca va sans dire che l’atto viene presentato come un risultato senza precedenti nel raggiungimento della “pace” nella regione transcaucasica: «le esercitazioni pianificate approfondiranno ulteriormente la cooperazione tra Azerbajdžan e NATO, miglioreranno la prontezza operativa dell’esercito azero in linea con gli standard NATO, rafforzeranno la sicurezza collettiva e forniranno un contributo significativo alla pace e alla stabilità nella regione». Come no.

Prima che con i comandi NATO, Baku aveva sottoscritto intese per esercitazioni militari congiunte con la Turchia e lo scorso luglio, a livello di ministeri della difesa, era stato sottoscritto a Istanbul un memorandum su sicurezza militare, supporto logistico e forniture, in particolare, della società “Baykar”.

Ora dunque Baku passa dalle intese bilaterali con la Turchia, alla collaborazione aperta con la NATO, con militari di paesi UE che prenderanno parte a esercitazioni sul territorio azero e con comando e coordinamento di ufficiali di stato maggiore dell’Alleanza atlantica. Non solo: Londra ha revocato l’embargo sulle armi sia all’Armenia che all’Azerbajdžan e la Francia ha migliorato a tal punto le relazioni con Aliev che, nell’ambito di questo piano, si prevede di aprire un centro di addestramento congiunto armeno-azero in Karabakh, per migliorare la cooperazione tra Erevan e Baku, i cui contingenti, dice Kurmanov, saranno ora addestrati insieme per operazioni congiunte contro Russia e Iran.

Anche le specifiche della futura più grande base militare turca vicino a Baku, che diventerà centro di supporto NATO e trampolino per l’espansione in Asia centrale, stanno cambiando: dato che verrà dislocata nei pressi della costa, con ciò verrà cancellata di fatto la Convenzione sullo status del mar Caspio, che vieta la presenza di contingenti militari di altri stati. Inoltre, con l’avvio del “Corridoio Zangezur”, l’inclusione dell’Armenia nel “mondo turco” e lo sviluppo della rotta transcaspica, UE e NATO disporranno ora anche di un ponte geostrategico attraverso il Caspio, verso Kazakhstan e Asia centrale, fino ai confini cinesi; con Baku a fare da grimaldello.

Come membro attivo e di spicco, dice ancora Kurmanov, del blocco politico-militare dell’Organizzazione degli Stati Turchi, in Asia centrale Baku funge ora contemporaneamente da agente turco, agente israeliano e anche da canale diretto per gli interessi di NATO, UE e Gran Bretagna.

In questa cornice si inserisce anche la drastica svolta anti-russa della leadership armena e non a caso è lo stesso presidente turco Erdogan che pare darsi da fare per mantenere in sella il traballante Nikol Pašinjan e, con ciò stesso, integrare l’Armenia nell’orbita turca. Le estese repressioni ai danni della popolazione dell’Artsakh e della chiesa apostolica armena, da parte del governo di Erevan, la campagna sul rifiuto di simboli nazionali, la denazionalizzare della storia patria, sono solo alcuni degli elementi del piano teso a integrare l’Armenia nel “mondo turco”: tutti aspetti su cui converrà soffermarsi più diffusamente in altro momento.

A oggi, l’americana Bloomberg parla di piani di Erdogan in materia di confini, che potrebbero concretizzarsi entro i prossimi sei mesi, proprio alla vigilia delle elezioni parlamentari armene nel 2026: «Una svolta diplomatica con l’Azerbajdžan e la riapertura del confine con la Turchia daranno al Primo ministro armeno Nikol Pašinjan un importante impulso in vista delle elezioni di giugno. Se vincerà, il Presidente azero Il’kham Aliev potrà collaborare con Pašinjan per un accordo di pace». Il processo è stato avviato con l’obiettivo di formare una catena stabile di stati nel Caucaso meridionale, che garantirebbe il successo della politica occidentale.

Qual è il senso di questi passi «apparentemente benevoli da parte della Turchia?» si domanda il politologo Ajk Ajvazjan: «vogliono convincere il popolo armeno che se l’Armenia abbandona l’architettura di sicurezza di cui gode con l’aiuto della Russia, non ci sarà alcuna minaccia. E la Turchia vi contribuirà. Se le autorità armene riusciranno a convincere il popolo di questo, potrebbero ottenere più voti alle elezioni». Di fatto, con l’apertura dei confini, la Turchia acquisirà maggiore influenza sull’economia armena, aumentando la presenza in aree strategicamente significative e spingendo fuori la Russia. Naturalmente, questo ha un obiettivo di vasta portata: preparare il Caucaso meridionale alla guerra con la Russia».

E, infatti, la rottura dei legami con Mosca implicherebbe anche il ritiro della base militare russa di Gjumri, con Il’kham Aliev che parla di «restauro e protezione del patrimonio culturale azero in Armenia» e del ritorno degli azeri a Sjunik, dove la “Trump Route” sarà presto ufficialmente inaugurata. Di contro, nota Ajnur Kurmanov, si tace sul rimpatrio dei rifugiati armeni e sul patrimonio armeno in Karabakh, mentre Erevan potrebbe presto inviare truppe al centro di “addestramento” NATO che vi verrà aperto, per addestramenti insieme a truppe azere.

È così che, nota Elena Ostrjakova, proprio come era accaduto con l’Ucraina, oggi anche all’Armenia viene promessa l’adesione alla UE, come annunciato dal cancelliere tedesco Friedrich Merz a Berlino, in occasione della firma di un accordo strategico con Nikol Pašinjan. «Abbiamo accolto con favore la richiesta di una maggiore integrazione dell’Armenia nella UE. L’Armenia sa che per l’adesione all’UE devono essere soddisfatte numerose condizioni. Se questo percorso proseguirà con l’associazione spetta al Paese stesso deciderlo. L’Azerbajdžan deve farlo, e l’Armenia deve farlo», ha affermato Merz.

Degno compare dei tanti oracoli che affollano i corridoi di Bruxelles, anche Merz si è lanciato nel vaticinio secondo cui Moskva interferirà sicuramente nelle elezioni parlamentari in Armenia del giugno 2026: «È diventata una norma davvero allarmante che le elezioni vengano attaccate dai nemici della democrazia. In particolare, la Russia sta cercando di intimidire gli elettori in Armenia per un eccessivo avvicinamento ai partner occidentali. Sta diffondendo menzogne sugli obiettivi e i valori della UE. Lo sappiamo: disinformazione, sabotaggi, droni. La Russia sta cercando di destabilizzare non solo l’Europa, ma anche l’Armenia attraverso misure ibride», ha affermato Merz, che intanto ha annunciato di voler recarsi a Erevan proprio a maggio 2026, guarda caso un mese prima delle elezioni.

Ecco dunque che i “confini della NATO”, ancora una volta, vengono disegnati non in base alle coordinate geografiche, ma alle categorie politiche di espansione territoriale. Così come si è da tempo usi parlare di una Russia che, a detta di Bruxelles, si starebbe pericolosamente spingendo verso i “confini orientali della NATO”, ecco che ora tali “confini orientali” dell’Alleanza di guerra si allargano fino ad aree che hanno ben poco di “europeista” e ancora meno di “atlantico”.

E al signor Pašinjan, nelle sue peregrinazioni verso le mete turche euro-atlantiche e reggicoda dei disegni espansionistici occidentali, si addicono le parole del Teseida boccaccesco, per cui «piangasi il danno a cui di ciò mal piglia».

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Visto per voi a teatro: “Viaggio in Armenia” di Silvio Castiglioni (SanMarinofixing 15.12.25)

Una guida turistica poetica, ma solo all’apparenza: dentro e dietro al “Viaggio in Armenia” – come del resto anche nei lavori precedenti portati in scena da Silvio Castiglioni – la sensazione è che il primo messaggio che arriva in platea sia solamente la prima statuina di una matrioska: fedele alla sua idea di drammaturgia per il palco – una drammaturgia profonda, che scava per riportare in superficie un messaggio forte -, anche in questo monologo, ospitato il 14 dicembre alle 18 nello spazio di CastOro Teatro (Rimini) e della durata di 55 minuti, il “viaggio” del titolo è un pre-testo per un percorso più verticale.

Il punto di partenza è fissato in una data, 1933, quando Osip Mandel’štam scrisse una poesia conosciuta come “Epigramma a Stalin” in cui lo definì il “montanaro del Cremlino”: poesia che gli costò la vita. La narrazione poi si allarga, come un sasso in uno stagno: Mandel’stam, inviato in Armenia per documentare le strategie del dittatore, si sofferma – come poi avrebbero fatto, anni più tardi, Ryszard Kapuscinski e Paolo Rumiz – sull’antropologia culturale e sociale degli abitanti, persone orgogliose e fiere che soffrono il giogo dell’URSS.

Dalla costruzione dello spettacolo, curata in ogni dettaglio, emerge un elemento totemistico di grande impatto: una teca di vetro, una sorta di prototelevisione, da cui Castiglioni racconta l’anima più sincera e nascosta degli Armeni.

Un lavoro egregio di un testo altrettanto meraviglioso, non semplicemente recitato da Silvio Castiglioni ma “vissuto” sulla pelle (che a un certo punto dello spettacolo si toglie dal viso) con la consapevolezza di una rinnovata attualità del tema e con la necessità, ancora più urgente, di far riscoprire il cuore del teatro: il luogo dello sguardo. Diverso dal luogo del semplice vedere.

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Monsieur Aznavour, storia di un artista tenace e narcisista (Corriere Alpi 15.09.25)

(di Francesco Gallo) (ANSA) – ROMA, 15 DIC – ‘Monsieur Aznavour’ è una biopic nel segno di una tenacia nel rincorrere il successo inarrestabile e senza troppa etica. E questo quasi a riscattare un’adolescenza da figlio di immigrati armeni nella Parigi povera degli anni Trenta e Quaranta occupata dai nazisti. Una città segnata allora dalla guerra, dalla fame e dai primi ingenui tentativi di Aznavour di esibirsi nei café-concert. Una determinazione comunque quella del giovane Aznavour ammirevole, ma che può risultare anche antipatica per il suo narcisismo comportamentale e fisico (usò in anticipo sui tempi una rinoplastica per modificare il suo naso troppo ingombrante). Insomma onore ai registi Mehdi Idir e Grand Corps Malade (nom de plume di Fabien Marsaud) per aver portato avanti una biopic così ruvida e senza sconti sul cantautore e onore anche al protagonista Tahar Rahim, che si è trasformato fisicamente e vocalmente in un Aznavour più che credibile. Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2024 e in sala dal 18 dicembre con Movies Inspired, il film si concentra soprattutto su tre fasi della vita di Aznavour. Si parte dall’infanzia da figlio di immigrati armeni a Parigi e si passa poi alla fase più dura e frustrante, tra la fine degli anni Quaranta e i primi Cinquanta, quando viene percepito come cantante “non adatto”, con una voce sgraziata, troppo nasale, e un fisico lontano dai canoni dell’epoca. In questa seconda fase a salvarlo c’è l’incontro con Édith Piaf che lo prende sotto la sua ala, gli suggerisce la rinoplastica, una disciplina militare e soprattutto lo convince che come cantante “non funziona” ma come autore sì. Infine, per Aznavour c’è l’ultima fase, ovvero il successo internazionale ottenuto negli anni Sessanta, con viaggi in America, concerti all’Olympia e dischi venduti a milioni di copie. E le canzoni del film? Tra i brani ci sono: ‘Sur ma vie’, ovvero uno dei primi riconoscimenti importanti, ‘Je m’voyais déjà’, vale a dire le sue aspettative fallite verso un rapido successo, ‘La Bohème’, che sintetizza la memoria della povertà e dell’arte vissuta come destino e ‘For me formidable’, canzone simbolo del successo internazionale anche sul fronte anglofono. Sulla volontà monstre di questo artista dicono i due registi: “Quando ci si interessa alla carriera di Aznavour, non si può che notare questa straordinaria volontà. Charles era figlio di apolidi, conobbe la povertà, era basso e aveva una voce velata e, nonostante questi handicap, entrò nella storia della canzone francese. Ha saputo – continuano – sfondare le porte chiuse, ignorare le critiche ostili, i commenti razzisti che gli indirizzavano. Sono incredibili ad esempio gli epiteti che gli sono stati dati dalla stampa. Perfino le sue sopracciglia venivano derise!” Infine, ecco alcune frasi dello stesso Aznavour che dicono molto del suo sofferto successo: “Ho passato la mia vita a cercare di piacere. Quando ci sono riuscito, era quasi troppo tardi”. E ancora: “Non ho mai creduto al talento puro. Credo solo nel lavoro” e “Sono diventato famoso tardi, ma avevo già sofferto abbastanza per meritarlo”. (ANSA).

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Cultura: Città dell’uomo, il 19 dicembre incontro a Romans d’Isonzo con mons. Zekiyan (SIR 13.12.25)

“Testimone di speranza fra Oriente e Occidente”: è il titolo dell’incontro promosso dall’associazione Città dell’uomo unitamente all’unità pastorale Magnificat di Romans d’Isonzo che si terrà venerdì 19 dicembre (ore 20.30) a Romans d’Isonzo (Gorizia). Ospite dell’evento mons. Boghos Levon Zekiyan, già arcivescovo degli armeni cattolici di Istanbul. Professore ordinario in quiescenza dell’Università Cà Foscari di Venezia, il presule è presidente dell’Associazione culturale Padus Araxes, studioso e autore di pubblicazioni e traduzioni dalla lingua armena come l’opera su Gregorio di Narek, a cui sta lavorando da qualche anno e di cui è uscito il volume delle Lamentazioni. “Conoscitore di numerose lingue e culture, mons. Zekiyan – spiegano i promotori – rappresenta un ponte fra Oriente ed Occidente nel suo affaccio oltre confini e dimensioni settoriali per approdare ad uno sguardo universale ricco di sapienza, spiritualità e bellezza. Riconoscendosi nell’appartenenza identitaria armena, mons. Zekiyan sintetizza in sé il bagaglio di esperienze e relazioni che lo hanno portato a vivere a stretto contatto con religioni diverse, a mediare con governi e legislazioni dissimili, ad affrontare contesti sociali difformi. Un incontro che apre orizzonti e vuole dispensare semi di speranza in questo nostro mondo che è alla disperata ricerca di senso”.

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Quarto volume della rivista “Armeniaca. International Journal of Armenian Studies”

Si segnala l’uscita del quarto volume della rivista “Armeniaca. International Journal of Armenian Studies”, pubblicato dalle Edizioni Ca’ Foscari di Venezia.
Il volume è liberamente accessibile a questo indirizzo:

Pashinyan chiede una road map congiunta con l’Azerbaigian per risolvere la questione del Karabakh (TRT 12.12.25)

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha proposto all’Azerbaigian l’adozione di una roadmap congiunta per porre fine alla questione del Nagorno Karabakh.

In una conferenza stampa in Germania, riportata giovedì dall’agenzia statale Armenpress, Pashinyan ha dichiarato: «Rivolgo una proposta diretta all’Azerbaigian: sediamoci al tavolo e definiamo insieme una roadmap su come risolvere questa questione».

Le sue parole giungono in risposta alla dichiarazione rilasciata martedì dal Ministero degli Esteri azero riguardo all’agenda strategica adottata all’inizio del mese dall’Armenia e dall’Unione Europea. Baku aveva criticato il riferimento nel documento agli “armeni del Karabakh sfollati a seguito delle operazioni militari azere”.

L’Azerbaigian aveva inoltre contestato la definizione di questo gruppo come “rifugiati”, descrivendola come «un chiaro esempio di pregiudizio contro l’Azerbaigian».

«Non dobbiamo riavviare il movimento del Karabakh»

Definendo il tema del “ritorno degli armeni nel Karabakh” come una questione delicata, il primo ministro Nikol Pashinyan ha sostenuto che la sua risoluzione significherebbe, nel lungo periodo, «eliminare qualsiasi potenziale situazione di conflitto».

«Ho detto anche alla nostra popolazione del Karabakh che un ritorno non è realistico», ha aggiunto.

Pashinyan ha inoltre affermato: «Se continuiamo a insistere sull’agenda del ritorno, ciò significherebbe riavviare il movimento del Karabakh. Ma io ho detto chiaramente che non dobbiamo riavviare il movimento del Karabakh. Quel movimento è finito, e qualsiasi tentativo di riportarlo in vita è inutile».

Il premier armeno ha poi osservato: «Allo stesso tempo, in Armenia vediamo che l’Azerbaigian continua a usare l’espressione — difficilmente comprensibile — di “Azerbaigian occidentale”».

Baku non ha ancora rilasciato una dichiarazione ufficiale sulla proposta.

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ARMENIA-AZERBAIJAN/ La pace trumpiana crea “nuovi” spazi ma deve tener buona la Russia (Il Sussidiario 11.12.25)

Armenia e Azerbaijan hanno fatto pace grazie all’intervento di Trump. Ora operano gli interessi (anche turchi) per un corridoio commerciale Asia-Europa

Trump fa da paciere tra Armenia e Azerbaijan. E spiana la strada verso l’utilizzo del corridoio di Zangezur, da sempre conteso tra armeni e azeri, come parte di un corridoio più ampio che mette in comunicazione Asia ed Europa e che potrebbe costituire una valida alternativa per le merci che passano dal Mar Nero e dal canale di Suez.

Gli americani, però, osserva Valeria Giannottadirettore scientifico dell’Osservatorio Turchia del CeSPI, sempre più legati ai turchi non solo nella regione mediorientale ma anche nell’Asia centrale, devono stare attenti a non calpestare gli interessi dei russi e non devono perdere d’occhio la Cina, con la quale l’Azerbaijan ha buonissimi rapporti. L’area, insomma, ha equilibri fragili, che forse anche un corridoio commerciale potrebbe contribuire a rafforzare.

Armenia e Azerbaijan sembrano avere imboccato la strada della pace: come si è arrivati a un accordo e quali conseguenze avrà?

Ad agosto di quest’anno l’America si è inserita nelle negoziazioni in corso fra Armenia e Azerbaijan intavolate dopo la guerra del Nagorno Karabakh, fino a firmare un accordo a Washington, presenti Trump, il presidente azero Aliyev e il primo ministro armeno Pashinyan. È stato avviato una specie di meccanismo tripartitico, in cui l’America fa un po’ da ponte, da sponda e da garante. Sono state cancellate le restrizioni da parte americana che gravavano sull’Azerbaijan e il passaggio delle merci cargo tra i territori armeni e azeri è stato liberalizzato. Anche dal punto di vista politico il dialogo non avviene più in zone neutre: l’ultimo incontro, infatti, si è tenuto in Armenia.


Si sta lavorando ancora sull’accordo?

Tra America e Azerbaijan si sono costituiti dei gruppi di lavoro che si incontrano a scadenza regolare e si danno come deadline un periodo di sei mesi: tendono a regolare materie cruciali come possono essere l’energia e i trasporti. Ad oggi il processo di pace sembra proseguire in un nuovo clima, molto più positivo. La vera questione pendente ora è quella della riforma costituzionale da parte dell’Armenia, per cui si andrà a referendum nel 2026, in cui si riconosce il Nagorno Karabakh come azero.

Una delle questioni aperte fra i due Stati è quella del corridoio di Zangezur nella zona dell’enclave armena del Nakhchivan, che si trova tra Azerbaijan e Turchia. Su questo gli americani stanno trattando con gli armeni con l’impegno di tenere informati gli azeri. Perché questo corridoio è così importante?

Accordo Armenia-Azerbaijan
Pace tra Armenia-Azerbaijan: il premier Nikol Pashinyan con il presidente Ilham Aliyev ad Abu Dhabi (ANSA-EPA 2025)

A parte i malumori da parte armena per la denominazione del corridoio (Zangezur) perché è un nome tendenzialmente azero, si tratta di un passaggio funzionale a tutta la linea logistica Est-Ovest, cruciale anche per la Turchia, l’Europa e gli Stati Uniti. Siamo in un contesto in cui l’Azerbaijan è riconosciuto come attore chiave nella regione: è negoziatore tra Israele e Siria e punto di riferimento per USA ed Europa, non solo per quanto riguarda la questione energetica, ma soprattutto come attore di stabilizzazione. D’altra parte, è forse l’unico Paese del Mediterraneo allargato che non è circondato da sacche di tensione.

Ma i rapporti tra Armenia e Azerbaijan sono davvero cambiati?

Gli azeri hanno appena organizzato a Vienna la conferenza sugli studi dell’Azerbaijan alla quale per la prima volta c’erano anche esponenti armeni, studiosi e giornalisti: è la cartina al tornasole del cambio di approccio.

Quali sono i piani per il corridoio di Zangezur?

È parte importante del Middle Corridor, che passa dal Nakhchivan, si unisce alla Turchia e arriva in Azerbaijan e Asia centrale ed è un corridoio multimodale, con autostrade, porti e ferrovie per connettere tutti i Paesi dell’Asia centrale con l’Europa. Una via commerciale sulla quale, tenendo conto dei conflitti in corso, si sta investendo come alternativa al Mar Nero e al canale di Suez. Già ora in questa zona ci sono opere che sono un punto di riferimento: la linea ferroviaria tra Azerbaijan, Turchia e Georgia e a livello energetico il Southern Corridor, che passa sempre da Azerbaijan e Turchia. Il progetto del Middle Corridor, però, riguarda tanti Paesi: bisognerà uniformare gli investimenti nelle infrastrutture.

Questo progetto conferma l’asse Turchia-USA nel Medio Oriente? E la Russia, tradizionale alleato dell’Armenia, che ruolo ha: passa in secondo piano?

L’asse Turchia-USA si conferma anche con il nuovo asse tra Azerbaijan e Stati Uniti. La Turchia è unita storicamente all’Azerbaijan, tanto è vero che si definiscono una nazione con due Stati diversi. La Russia potrebbe costituire un problema se, vedendo che perde margini di influenza, non le viene dato nulla in cambio. Bisogna cercare di non contrariarla, soprattutto in relazione a quella fascia di Paesi come Uzbekistan, Kazakistan, Tajikistan, che gravitavano sotto l’Unione Sovietica.

Tra russi e americani, però, in questo momento sembrano esserci buoni rapporti: Washington ne terrà conto anche nella gestione del dossier Armenia-Azerbaijan?

Credo di sì. Se leggiamo il nuovo rapporto sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti vediamo che la Russia non è più considerata un nemico. Il grande problema di Mosca è lo stesso che per certi versi ha portato al conflitto con l’Ucraina: non vuole noie in quelle che considera le proprie sfere di influenza. Insomma, siamo in uno scacchiere in cui l’equilibrio di potere deve essere mantenuto il più possibile. In questo contesto, comunque, c’è da tenere conto anche della Cina, con la quale l’Azerbaijan ha rapporti ottimi. Ci sono delle convergenze ma anche degli equilibri molto fragili. Penso, tuttavia, che la Russia non abbia interesse a rovinare i piani degli altri se gli altri non rovinano i suoi.

(Paolo Rossetti)

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