Ad Aquileia la preghiera per i 1700 anni del Concilio di Nicea (Il Goriziano 13.11.25)

Che cos’è un Sinodo? In sé è una forma di razionalità dialogica e comunitaria inscritta nell’ontologia relazionale della Chiesa. Derivando dal greco sýn-hodos (“cammino insieme”), esso rappresenta non soltanto un evento deliberativo, ma una categoria epistemologica e ontologica che esprime la coappartenenza tra verità e comunione. Nel sinodo la conoscenza ecclesiale non è concepita come possesso individuale o proposizionale, bensì come processo dinamico di discernimento comunitario, in cui la verità emerge dall’interazione delle coscienze illuminate dallo Spirito.

È, dunque, un’epifania della Chiesa come communio viatorum, nella quale il logos divino si fa evento condiviso di ascolto e corresponsabilità. In questa prospettiva, il sinodo non è un semplice strumento di governo, ma un atto di autocomprensione ecclesiale, un momento in cui la Chiesa riflette su sé stessa nel suo essere comunità di senso, di parola e di verità.

Ed è così che, martedì 11 novembre, la millenaria Basilica di Santa Maria Assunta di Aquileia ha ospitato una preghiera ecumenica in occasione dei 1700 anni dal Concilio di Nicea, avvenuto nel 325 d.C. L’evento ha visto la partecipazione dei vescovi cattolici del Triveneto insieme a rappresentanti di altre Chiese cristiane, incluse quelle ortodossearmene riformate. Un incontro organizzato dalla Commissione per l’Ecumenismo e dialogo Interreligioso della Conferenza Episcopale del Triveneto.

Il Concilio di Nicea del 325 fu fondamentale perché rappresentò il primo tentativo della Chiesa di definire in modo universale la propria dottrina e la propria unità. Convocato dall’imperatore Costantino, segnò l’incontro tra autorità imperiale e autorità ecclesiale, inaugurando la dimensione “cattolica” della fede come comunione globale. Sul piano teologico, il concilio pose le basi della cristologia ortodossa, affermando la consustanzialità del Figlio con il Padre contro l’arianesimo, e stabilì che Cristo è «Dio vero da Dio vero». In termini filosofici e storici, Nicea costituì un momento decisivo di razionalizzazione del mistero cristiano, in cui la fede fu espressa con il linguaggio concettuale della filosofia greca, unificando così teologia, metafisica e politica nella definizione dell’identità della Chiesa universale.

La scelta di Aquileia non è stata casuale: la basilica, custode di una delle più antiche comunità cristiane dell’Italia nord-orientale, diventa simbolo della memoria di un’unità della Chiesa che, pur tra diversità e divisioni, è chiamata ancora oggi a camminare insieme.

Durante la celebrazione, iniziata davanti al Battistero con il rinnovo delle promesse battesimali, i partecipanti hanno accompagnato i vescovi in processione all’interno della basilica, ove sono susseguiti brani tratti dal Vangelo e dalla tradizione apostolica, momenti di riflessione e la professione comune del Credo niceno-costantinopolitano.

Nel suo intervento introduttivo, il direttore del servizio diocesano per l’ecumenismo, Marco Soranzo, ha ricordato che «sono iniziate due anni fa le preparazioni di questo momento di preghiera, affinché potesse coinvolgere quante più comunità cristiane del Triveneto». E ha aggiunto: «Si tratta di un’occasione preziosa per celebrare l’unità della Chiesa, pur nelle sue diversità. È un segno di speranza».

All’evento hanno preso parte fra gli altri il metropolita Polykarpos del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, il vescovo Siluan della Chiesa ortodossa romena, il vescovo Khajag Barsamian della Chiesa apostolica armenapadre Dusan Djukanovic della Chiesa ortodossa serba e il pastore valdese Davide Ollearo.

La preghiera ecumenica s’inserisce in un contesto più ampio di iniziative per commemorare il grande anniversario del Concilio di Nicea, che pose le basi del simbolo della fede recitato ancora oggi da milioni di cristiani nel mondo.

In un tempo segnato da tensioni e divisioni, questo incontro ha voluto essere un segno tangibile che le differenze tra le tradizioni cristiane non escludono la fraternità e il cammino comune. La scelta della basilica aquileiese – luogo antico, ricco di memoria e testimone della presenza cristiana fin dalle origini oltre che cornice di vari sinodi – ha reso il momento ancora più suggestivo e significativo nella serietà della contingenza.

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Armenia: amb. Ferranti con Alto Commissario per Affari Diaspora, Sinanyan (Giornale Diplomatico 13.11.25)

GD – Jerevan, 13 nov. 25 – L’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, ha incontrato l’Alto Commissario per gli Affari della Diaspora della Repubblica d’Armenia, Zareh Sinanyan.
L’Alto Commissario Sinanyan, nel dare il benvenuto all’ambasciatore italiano, ha espresso grande apprezzamento per le relazioni in continuo sviluppo tra Italia e Armenia, sottolineando il ruolo dei consolidati legami nazionali e culturali tra i due Popoli nello sviluppo delle relazioni bilaterali.
L’amb. Ferranti, che ha partecipato alla Conferenza Nazionale dei Giovani del 2025 organizzata dall’Ufficio, ha condiviso le sue impressioni positive e ha molto apprezzato il programma della conferenza, volto a promuovere la cooperazione tra le diverse comunità della diaspora armena.
Durante l’incontro, gli interlocutori hanno discusso una serie di questioni relative all’agenda della cooperazione tra Italia e Armenia.
L’Alto Commissario Sinanyan e l’Ambasciatore Ferranti hanno affrontato le peculiarità della cooperazione con la diaspora e le comunità all’estero e le relative politiche adottate dai due Paesi e hanno approfondito le opportunità di cooperazione tra Italia e Armenia in settori quali il turismo, l’istruzione e la cultura.
L’Alto Commissario ha inoltre voluto presentare all’Ambasciatore l’Istituto dei Commissari per gli Affari della Diaspora e le attività svolte dal Commissario nominato in Italia.
Le parti hanno infine espresso la volontà di proseguire gli sforzi congiunti a beneficio della promozione della cooperazione tra i due Paesi e del continuo sviluppo dei legami interculturali.

Armenia-Azerbaigian: Khandanyan, non si parla scambio territori, prima demarcazione confini (Agenzia Nova 11.11.25)

Erevan, 11 nov 11:08 – (Agenzia Nova) – Lo scambio di territori tra Armenia e Azerbaigian non può essere preso in considerazione in questa fase. Lo ha dichiarato il presidente della Commissione parlamentare per le relazioni estere, Sargis Khandanyan, commentando le ipotesi circolate in merito. Secondo quanto riferito da “Armenpress”, Khandanyan ha precisato che la questione dei territori dev’essere affrontata esclusivamente nel quadro del processo di demarcazione dei confini. “Non c’è alcun argomento da nascondere. I territori devono essere demarcati. Non si sa quando ciò accadrà, perché il processo deve ancora proseguire e ha una sua logica”, ha affermato Khandanyan, ricordando che la procedura prevede diverse fasi: la demarcazione, l’approvazione dei protocolli pertinenti, la firma e ratifica di un accordo sul confine di Stato, e infine l’attuazione dei lavori sul terreno. Qualora in futuro si decidesse uno scambio di territori, ha aggiunto il parlamentare, “secondo la legislazione armena, sarà necessario un referendum”. Rispondendo a una domanda sulle basi giuridiche avanzate dall’Azerbaigian, Khandanyan ha spiegato che queste dovranno essere presentate nel contesto delle commissioni tecniche congiunte, che si sono riunite l’ultima volta a settembre per discutere, tra l’altro, del progetto Trump Route for International Peace and Prosperity (Tripp). “La questione è interamente di competenza delle commissioni, non ha alcuna connotazione politica o geopolitica”, ha sottolineato Khandanyan. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, in precedenza, aveva ricordato che attualmente vi sono territori armeni sotto controllo azerbaigiano e territori azerbaigiani sotto controllo armeno, e che la soluzione di questa controversia passa attraverso il processo di demarcazione.
(Rum)

La parata di Baku che umilia gli armeni (L’antidiplomatico 10.11.25)

Si è svolta sabato scorso a Baku una parata militare congiunta di Azerbaidžan, Turchia e Pakistan, dedicata all’anniversario della fine delle ostilità in Nagorno-Karabakh e considerata una «grave ingiustizia» nei confronti degli armeni da parte del deputato della Duma russa Konstantin Zatulin, che la giudica non solo come l’ambizione della leadership azera di «consolidare il proprio posto nella storia e prolungare l’euforia della vittoria», ma soprattutto la dimostrazione che tutti i discorsi di pace dei leader azeri, armeni e turchi non sminuiscono il fatto che «la nuova fase delle relazioni si basa su una grave ingiustizia».

La questione dei rifugiati del Nagorno-Karabakh e dei leader di Artsakh gettati in galera, ha detto Zatulin, conferma da sola che non si tratta di una nuova pace o di una nuova fase nelle relazioni: «é in gioco la rinuncia agli interessi dell’Armenia, perseguita dal governo Pašinjan a vantaggio di un percorso ben lontano dal rispetto della memoria delle persone che hanno perso la vita e di coloro che oggi soffrono».

D’altra parte, Igor Korotcenko, giornalista russo direttore della rivista “Difesa Nazionale”, ha definito la conquista dell’Artsakh da parte dell’Azerbaidžan «una guerra patriottica, che ha portato alla completa liberazione del territorio occupato dal nemico e al ripristino dell’integrità territoriale».

L’operazione “Pugno di ferro”, condotta sotto la guida del Presidente Il’ham Aliev, è «entrata nella storia dell’arte militare moderna come la prima guerra ad alta tecnologia con l’uso su larga scala di droni e l’attivo coinvolgimento di forze speciali» ha detto Korotcenko su “Baku TV”, aggiungendo che si è trattato di un «trionfo strategico sull’Armenia, che occupava il territorio azero da quasi 30 anni e aveva ignorato tutti i mezzi politici e diplomatici per risolvere il conflitto». A detta di Korotcenko, sarebbe stato proprio il «nazionalismo armeno e le sue rivendicazioni sull’integrità territoriale della RSS Azera a essere la causa principale del conflitto. È stata proprio questa politica miope e criminale dei nazionalisti armeni a innescare il crollo dell’Unione Sovietica, accompagnato da una serie di guerre che hanno portato dolore e sofferenza a molti popoli».

Da notare che Erevan è partner di Mosca nella Unione economica euroasiatica e nel Trattato di difesa collettiva (ODKB) ed è dunque quantomeno strano che tali affermazioni vengano da un giornalista russo, mentre lo scorso agosto, come ricorda Elena Ostrjakova su PolitNavigator, per dichiarazioni simili a quelle di Korotcenko, il politologo Serghej Markov era stato etichettato come “agente straniero”. Tra l’altro, nemmeno le relazioni fattesi “più calorose” tra Mosca e Baku, menzionate da Korotcenko, hanno significativamente mutato la retorica di Aliev che, intervenendo alla parata di sabato scorso, non ha menzionato direttamente la Russia, che si era impegnata per una risoluzione pacifica, ma vi ha alluso in modo piuttosto negativo. I risultati di lunghi negoziati sono stati pari a zero, ha detto; la ragione principale è che «l’Armenia non aveva alcuna intenzione di liberare volontariamente un solo palmo di terra. E alcuni stati che sostenevano l’Armenia le hanno fornito supporto politico, economico e militare. Volevano strappare la nostra terra ancestrale del Karabakh all’Azerbaidžan e annetterla all’Armenia», ha detto il presidente azero, che ha invece definito il presidente turco Recep Erdogan, presente alla parata, suo «caro fratello, il cui sostegno politico e morale ha dato forza e ispirazione al popolo azero».

In sostanza, dice però l’editorialista Boris Rožin sul videoblog armeno “Alpha News”, la sconfitta nella guerra del Karabakh mette in discussione la sopravvivenza dell’Armenia entro i suoi attuali confini. L’Armenia sta perdendo non solo «territorio, ma anche le posizioni che deteneva in Transcaucasia prima di Pašinjan. Ha perso non solo il Karabakh, ma anche le regioni di confine. È stata di fatto «costretta ad aprire un corridoio transfrontaliero che rafforzerà Azerbaidžan e Turchia. L’Armenia ha poco da guadagnarci, perché l’obiettivo primario è il rafforzamento degli scambi commerciali tra la Turchia e i paesi che fanno parte dell’Unione degli Stati Turchi», dice Rožin, osservando come il termine “Azerbaidžan occidentale” continui a essere utilizzato da Baku in relazione ai territori armeni, il che rende l’Armenia «uno Stato debole con confini non garantiti… la debolezza della realtà attuale minaccia sia l’esistenza dell’Armenia entro i suoi attuali confini sia, di conseguenza, le prospettive del popolo armeno».

E, d’altronde, è proprio il regime di Nikol Pašinjan che cala un pugno repressivo sulle forze d’opposizione armene. Uccisioni e  arresti di sindaci e capi di comunità, come avvenuto a Parakar, Gyumri o Musis; arresti di rappresentanti dei movimenti d’opposizione, quale “Mer Dzev”. Le accuse, apertamente fabbricate, parlano di “critica della politica estera” armena e “dichiarazioni filo-russe”. Evidente, come in vista delle elezioni del 2026 e facendo da reggicoda ail tandem turco-azero, Pašinjan sia ora impegnato in una purga totale. Le elezioni a Gyumri e Parakar del marzo scorso avevano dimostrato come il partito al governo “Accordo civile” non sia più in grado di mantenere il potere a livello locale con metodi legali: da qui, arresti e omicidi, che fanno da battistrada al prossimo ritiro della 102ª base militare russa a Gyumri, finora unica garanzia, per quanto labile, di protezione per gli armeni da una possibile aggressione azera sostenuta dalla Turchia.

Una repressione interna che fa il paio, a detta dell’ex ambasciatore con incarichi speciali e leader del partito “Armenia Illuminata”, Edmon Marukjan, con gli sforzi di Erevan per insabbiare i crimini dell’Azerbaidžan nel Nagorno-Karabakh, cui Baku e Ankara rispondono con il comune auspicio a che alle elezioni del 2026 si conservi l’attuale leadership armena. Su questa linea, i parlamentari filogovernativi presenti alla sessione di “Euronest” a Erevan si erano espressi contro una risoluzione sui diritti del popolo del Karabakh e, secondo Artur Khachatrjan, parlamentare della fazione di opposizione “Armenia”, i membri del partito governativo “Accordo Civile” hanno invitato gli eurodeputati a non votare a favore della risoluzione in difesa del popolo del Karabakh.

Il sostegno armeno a Baku, a detta di Marukjan, consiste nel mettere a tacere i problemi, ignorare le massicce violazioni dei diritti umani da parte dell’Azerbaidžan nel Nagorno-Karabakh e affermare che “la questione dell’Artsakh è chiusa”. L’ex diplomatico si dice sicuro che l’attuale leadership armena non solleverà più le questioni riguardanti gli armeni del Karabakh, rendendosi con ciò complice dei crimini dell’Azerbaidžan.

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Per gli ostaggi armeni dell’Artsakh neanche un po’ della giustizia di Sharm (Tempi 10.11.25)

La “tregua” a Gaza apre squarci di speranza anche per i miei fratelli arrestati nel Nagorno-Karabakh e tenuti in condizioni infami (torture?) nelle carceri azere? Purtroppo no

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Firma del Memorandum d’Intesa tra la Procura Generale Militare presso la Corte di Cassazione e la Procura Generale della Repubblica d’Armenia (Ministero Difesa 10.11.25)

Il Procuratore Generale Militare presso la Corte di CassazioneDott. Maurizio Block, ha ricevuto a Palazzo Cesi una delegazione di magistrati armeni guidati dal Procuratore Generale Anna Vardapetyan.

Nel quadro della cooperazione giudiziaria internazionale iniziata nel 2023 con la firma di una dichiarazione d’intenti con la Procura Generale presso la Corte di Cassazione, è stato firmato un Memorandum d’Intesa tra le magistrature militari dei due Paesi, in base al quale viene sottolineata l’unità di intenti nella persecuzione di obiettivi comuni quali l’indipendenza della magistratura, la lotta alla criminalità e il miglioramento dei rispettivi ordinamenti giuridici.

È stata, quindi, condivisa la necessità e l’utilità di una concreta forma di cooperazione tecnico-giuridica, per favorire la realizzazione di future progettualità comuni, definendo in particolare le modalità attuative in vari settori relativi alla formazione dei magistrati, all’approfondimento di tematiche di comune interesse e al confronto delle esperienze maturate nell’ambito dei rispettivi ordinamenti, anche mediante scambi di informazioni e visite dirette che possano rafforzare la conoscenza dei rispettivi sistemi giuridici.

La delegazione armena si è recata in visita anche alla Corte Militare d’Appello, al Consiglio della Magistratura Militare e alla Corte di Cassazione.

Hanno presenziato agli eventi l’Ambasciatore della Repubblica d’Armenia, Vladimir Karapetyan, il Vicepresidente del Consiglio della Magistratura Militare, Pietro Laffranco, e il Console d’Armenia, Gagik Sarucanian.

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L’Armenia calabrese (TGR 10.11.25)

Esattamente un secolo fa fuggirono in migliaia dal genocidio in Armenia e trovarono rifugio in Calabria. Qui portarono anche l’arte dei tappeti.

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Il genocidio dimenticato, quello degli armeni (TGR 09.11.25)

Il primo genocidio del Novecento e uno dei più dimenticati: lo sterminio degli armeni dell’Anatolia avvenuto durante la Prima guerra Mondiale. A parlarne al pubblico del teatro Verdi di Trieste è uno dei più grandi conoscitori del tema, il professor Marcello Flores, che ha insegnato storia contemporanea alle università di Trieste e di Siena. Una strage decisa dalla dirigenza più nazionalista dei Giovani Turchi che fece più di un milione di morti

Flores: “Un genocidio che è stato dimenticato perché il termine genocidio ancora non esisteva – si parlava genericamente di massacri – ma soprattutto perché quello che è successo dopo, la nascita della repubblica turca, che non era direttamente corresponsabile del genocidio ma ha riscritto in qualche modo la storia mettendo in sordina questo avvenimento, e tutta una serie di altri episodi che volevano reintegrare la Turchia all’interno del mondo occidentale, avevano fatto sì che fosse meglio non parlarne”.

Un tema che suscita interesse, in un momento storico in cui il termine genocidio è al centro di dibattito e in una città come Trieste, dove quella degli armeni è una presenza storica che si ritrova, per esempio, in cognomi come Hermet o Ciamician. Tanti poi sono gli affezionati al ciclo di lezioni ideate dagli Editori Laterza e promosse dal Comune.

La lezione è la prima di un ciclo dedicato al Novecento. Molto vari i temi dei prossimi quattro appuntamenti: la disgregazione degli imperi coloniali, la conferenza di Yalta, un focus sul Sessantotto, nelle parole di Benedetta Tobagi, e la rivoluzione iraniana del 1979.

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I prossimi mesi saranno decisivi per il futuro dell’Armenia — Garo Paylan (Notizie da Est 09.11.25)

«La Georgia è ora sotto l’influenza russa. L’UE e gli Stati Uniti avranno bisogno di una via alternativa verso l’Asia centrale. Anche la Turchia ha bisogno di un backup per i corridoi attraverso la Georgia — un ‘Piano B’. Per questo Ankara sta promuovendo l’iniziativa ‘Rotta Trump’ e sta sbloccando le comunicazioni regionali», ha detto Garo Paylan, ex deputato turco e rappresentante della Carnegie Endowment.

Ha anche parlato della normalizzazione armeno-turca. Ankara sembra muoversi in quella direzione.

«Sono ottimista. Mi aspetto che la Turchia apra la frontiera armena-turca ai cittadini di paesi terzi nel gennaio 2026. Nei mesi successivi, la frontiera sarà aperta anche ai cittadini armeni e turchi», ha detto a una emittente televisiva armena.

  • «L’Armenia attende passi concreti dalla Turchia»: cosa è stato raggiunto e cosa resta possibile
  • «La Turchia sta cercando di limitare le opzioni di transito dell’Armenia», affermano gli analisti a Yerevan
  • «La rotta attraverso l’Armenia sarà un’alternativa, non quella principale»: opinione di un esperto

Secondo il rappresentante della Carnegie Endowment, Garo Paylan, «Trump vuole collaborare con Erdoğan». Ha detto che la loro cooperazione va oltre il Caucaso e la normalizzazione delle relazioni armeno-turche. Comprende anche l’impegno con altri paesi. Paylan ha indicato la Siria come esempio. Ha segnalato prossimi investimenti congiunti di aziende americane e turche nel processo di ricostruzione del paese. Ha anche evidenziato la disponibilità di entrambi i presidenti a rafforzare la cooperazione.

Paylan ha detto che i prossimi mesi saranno decisivi per il futuro dell’Armenia. Ha sottolineato la necessità di garantire progressi sui progetti in corso, in particolare la “Rotta Trump.” Si tratta di un corridoio di transito pianificato attraverso l’Armenia che collega l’Azerbaijan con l’enclave del Nakhchivan. I leader dell’Armenia e dell’Azerbaijan hanno concordato il progetto a Washington l’8 agosto, sotto la mediazione del presidente degli Stati Uniti.

«Trump è interessato. Il presidente degli Stati Uniti vede i benefici di questo progetto. Ma se non riusciremo a avanzare nei prossimi mesi, Trump potrebbe tirarsi indietro. Potrebbe dire: se gli armeni e i turchi non lo vogliono, lo dimenticherò», ha avvertito Paylan.

Ha sottolineato che l’Armenia non deve perdere la finestra di opportunità per normalizzare le relazioni armeno-turche.

Allo stesso tempo, Paylan ha sottolineato che questo processo è strettamente legato alle relazioni Armenia-Azerbaijan. Ha notato recenti dichiarazioni da Baku che sollevano dubbi sulla disponibilità dell’Azerbaijan per la pace.

Paylan ritiene che l’UE e gli Stati Uniti debbano coordinare i propri sforzi per mantenere il processo in movimento. «Penso che Trump, l’amministrazione statunitense e l’Unione Europea stiano già cercando di convincere Ilham Aliyev a non rallentare. Aliyev vuole che possa aprirsi solo la “Rotta Trump” mantenendo chiuse tutte le altre rotte. È semplicemente impossibile. L’Armenia deve anche ottenere un accesso diretto verso la Turchia e verso altri paesi.»

Pashinyan afferma che la normalizzazione dell’Armenia con la Turchia è vicina

Il primo ministro armeno afferma che non restano “ostacoli” all’instaurazione di legami diplomatici con la Turchia, affrontando anche le relazioni con l’Azerbaijan e le imminenti elezioni in Armenia

Un ex parlamentare turco ha anche espresso preoccupazione per un possibile dialogo tra Donald Trump e Vladimir Putin sulla guerra in Ucraina. Teme che Putin possa convincere Trump che «l’Ucraina e il Caucaso rientrano nella sua sfera di influenza». Putin potrebbe convincere il presidente degli Stati Uniti ad allontanarsi dalla regione in cambio di concessioni.

«Questi sono grandi poteri. Per loro l’Armenia, l’Azerbaijan e l’Ucraina sono solo carte nel loro gioco. Potrebbe scambiare una carta per guadagnarne un’altra», ha spiegato.

L’inviato speciale turco per la normalizzazione con l’Armenia visita Yerevan: nessuna svolta

Le aspettative pubbliche per la prima visita di un diplomatico turco in Armenia erano molto alte. Ma a giudicare dalle dichiarazioni ufficiali dopo l’incontro, non è stato raggiunto alcun progresso significativo nelle relazioni

 

 

Ritornando alla normalizzazione armeno-turca, Garo Paylan ha detto che sono necessarie azioni. Le frontiere devono aprirsi e il commercio deve iniziare.

Crede che i contatti tra le persone e il ripristino dei legami siano la chiave per curare le ferite del passato.

«C’è stata una catastrofe — il Genocidio armeno — che ci ha intrappolati per più di un secolo. Quando si apriranno le frontiere e inizierà il commercio e la comunicazione, sarà più facile parlare del passato. In queste condizioni, possiamo vivere solo avendo buone relazioni con i vicini. Vedo una luce in fondo al tunnel — possiamo riuscirci», ha detto.

Paylan ha citato le relazioni turco-greche come esempio. I problemi rimangono, ma la fiducia è cresciuta grazie a confini aperti, commercio e turismo. Milioni di turisti visitano entrambi i paesi ogni anno, a beneficio di entrambe le parti.

«L’Armenia è un paese chiuso con una piccola economia. Il suo esercito non può garantire l’integrità territoriale. Ma se diventiamo un paese ponte, la nostra economia crescerà», ha detto.

Stima che l’apertura della frontiera armeno-turca potrebbe attirare 10-15 milioni di turisti entro cinque anni e stimolare nuovi progetti infrastrutturali. L’Armenia potrebbe anche importare grano dalla Turchia ed esportare elettricità in cambio.

Paylan resta ottimista sul fatto che la frontiera si apra, verranno stabilite relazioni diplomatiche, e che il presidente turco potrebbe visitare Yerevan l’anno prossimo per il vertice della Comunità Politica Europea.

Ararat sarà rimosso dai timbri di frontiera dell’Armenia — inchinarsi davanti alla Turchia?

La decisione di rimuovere l’immagine della montagna — considerata in Armenia come simbolo nazionale, sebbene si trovi nell’attuale Turchia — ha provocato una tempesta di critiche non solo dall’opposizione ma da gran parte del pubblico

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Nell’Artsakh vite di confine tra Armenia e Azerbaijan: “Traditi da tutti” (La Stampa 09.11.25)

L’esodo del 2023 ha cancellato l’Artsakh dalle mappe. La nuova “Trump Route” promette stabilità, ma tra le montagne del Syunik, nell’Armenia meridionale, le comunità vivono sospese: case divise, terre perdute e un fragile equilibrio

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