Anche cristiani iraniani tra le persone uccise e arrestate nelle proteste di piazza (AsiaNews 15.01.26)

Almeno sette le vittime all’interno delle comunità armena e caldea. A queste si aggiungono tre feriti e uno incarcerato. Fra le persone decedute il giovane Ejmin Masihi. In una lettera aperta gli attivisti di Article18 condannano la “brutale repressione” operata dal “regime di Teheran”.

Teheran (AsiaNews) – Vi sono diversi cristiani fra quanti sono stati uccisi o arrestati nelle proteste di piazza di queste settimane in Iran, represse con la forza dalle autorità in un quadro che, almeno nelle ultime ore, appare di relativa calma. È quanto denunciano gli attivisti di Article18, sito specializzato nel documentare abusi e limiti in tema di culto nella Repubblica islamica, rilanciando testimonianze di prima mano dai luoghi teatro delle manifestazioni. Fonti locali parlano di sette armeni-iraniani fra le migliaia di vittime – oltre 2400 secondo le cifre ufficiali, anche se gruppi attivisti parlano di oltre 12mila morti -, uno dei quali identificato come Ejmin Masihi (nella foto) come riferisce un portale di informazione legato alla comunità armena.

Oltre alle sette vittime, all’interno della comunità cristiana iraniana si contano almeno tre feriti e una persona agli arresti.

Le notizie filtrate in questi giorni relative a uccisioni, ferimenti e arresti mostrano quanto i membri delle comunità cristiane riconosciute (armeni e caldei) e di quelle non riconosciute (in larga parte formate da convertiti dall’islam) siano parte attiva nelle manifestazioni su scala nazionale. Le proteste divampate a fine dello scorso anno, e che dalle periferie ha raggiunto Teheran e gli altri centri più importanti del Paese, hanno visto milioni di iraniani di ogni provenienza scendere in piazza chiedendo la fine del regime, un miglioramento dell’economia e maggiori libertà. Del resto i cristiani iraniani hanno anche avuto un ruolo nelle proteste precedenti, comprese quelle del 2019, quando almeno un caldeo risultava fra le oltre 300 vittime; e ancora nel 2022/3 quando i giovani caldei hanno sostenuto le manifestazioni del movimento “Vita, donna, libertà” dopo la morte di Mahsa Amini con un bilancio complessivo di più di 500 morti.

Oltre a denunciare l’uccisione di manifestanti cristiani, gli attivisti di Article18 hanno diffuso in questi giorni una lettera aperta in cui condannano quella che definiscono “brutale repressione” del malcontento da parte della leadership della Repubblica islamica. “I manifestanti – si legge nel documento – sono stati accolti con brutale violenza, compresi attacchi contro i feriti ricoverati negli ospedali. A seguito di un blocco quasi totale di internet, hanno cominciato a circolare notizie di un massacro, con diverse fonti attendibili che indicano che potrebbero essere state uccise migliaia di vittime, compresi bambini”.

“Abbiamo una responsabilità morale e politica – prosegue la lettera aperta – verso i cittadini iraniani, in particolare dei bambini e dei giovani, che non chiedono altro che il rispetto dei diritti umani fondamentali e che invece sono sottoposti alle forme più estreme e brutali di violenza di Stato.

Riteniamo che i seguenti punti debbano ora essere affermati chiaramente e messi in atto pubblicamente: i cristiani e le persone di coscienza dovrebbero invitare i loro rappresentanti eletti a chiedere conto alle autorità iraniane e a dichiarare apertamente che le azioni del regime hanno violato il diritto internazionale”.

La Repubblica islamica “ha anche minato in modo significativo la sua legittimità attraverso la repressione sistematica e la violenza di massa. I Paesi dovrebbero richiamare i propri ambasciatori dall’Iran come chiaro segnale che le relazioni non possono continuare come se nulla fosse. Il regime iraniano non può più essere considerato un membro legittimo della comunità internazionale, avendo gravemente violato sia le leggi nazionali che quelle internazionali. Non deve esserci impunità – affermano gli attivisti cristiani – per i responsabili dei crimini contro il popolo iraniano. È giunto il momento di un cambiamento decisivo nella politica dei Paesi occidentali. Non si può tornare alla ‘normalità’ con questo regime”.

“I governi devono anche considerare l’impatto positivo a lungo termine che la caduta di questo regime e l’emergere di un governo laico e democratico in Iran potrebbero avere, non solo per gli iraniani, ma anche per la stabilità regionale e globale. Il governo iraniano ha costantemente interferito in tutta la regione, alimentando conflitti e sofferenze in Libano, Iraq, Siria, Yemen e Palestina. Questo ruolo destabilizzante deve essere affrontato e portato a termine. La portata, la rapidità e la brutalità delle violenze in Iran richiedono una risposta urgente e basata su principi. È necessario perseguire risoluzioni forti a livello dell’Ue e dell’Onu per condannare le azioni del regime ed esprimere solidarietà al popolo iraniano. Esortiamo quindi la comunità internazionale, i governi, le Chiese e le organizzazioni internazionali – conclude la lettera aperta – ad andare oltre le misure simboliche e a sviluppare meccanismi efficaci per proteggere il popolo iraniano dalla violenza di Stato continua e sistematica. Quello che sta accadendo oggi in Iran non è una disputa politica interna, ma un attacco continuo alla dignità umana, alla vita e ai diritti fondamentali”.

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Iran: nel black-out della Rete anche la piccola comunità armena cattolica. L’appello del Patriarca Minassian, “la guerra non è una soluzione per la pace”

La rubrica «Il cammino verso l’unità», andata in onda domenica 11 gennaio (Riforma.it 15.01.26)

Doppio anniversario, quest’anno, per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che si celebra come ogni anno dal 18 al 25 gennaio. Cento anni fa, nel 1926, il movimento ecumenico «Fede e Costituzione», prima ancora della sua costituzione formale (che sarebbe avvenuta con la Conferenza mondiale di Losanna del 1927) iniziava la pubblicazione regolare dei «Suggerimenti per l’Ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani». Così facendo si recepiva una proposta avanzata nel 1908 dal pastore episcopaliano statunitense (poi diventato cattolico) Paul Wattson: otto giorni di preghiera per l’unità scelti non a caso, ma tra due date simbolo dell’universalità della fede cristiana: il 18 gennaio, commemorazione della confessione di fede di Pietro, apostolo dei credenti di origine ebraica, e il 25 gennaio, festa della conversione di Paolo, apostolo delle nazioni. 

Ma quest’anno l’anniversario è doppio, perché mentre nei primi quarant’anni i materiali per la Settimana di preghiera sono stati pubblicati solo da «Fede e Costituzione» (quindi da protestanti e ortodossi), proprio a partire dal 1966 – dunque sessant’anni fa – con l’apertura della Chiesa cattolica all’ecumenismo, operata dal Concilio Vaticano II, si decide di preparare congiuntamente il testo ufficiale della Settimana per l’unità tra «Fede e Costituzione» (che nel frattempo era diventata la Commissione teologica del Consiglio ecumenico delle chiese) e il Segretariato vaticano per la promozione dell’unità dei cristiani (oggi Dicastero per la promozione dell’unità). 

Per il 2026, il testo biblico della Settimana è tratto dalla lettera di Paolo agli Efesini: “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza a cui Dio vi ha chiamati” (Ef. 4,4). La liturgia ecumenica è stata preparata in Armenia da un gruppo ecumenico locale, composto da esponenti della confessione di maggioranza del Paese, la Chiesa apostolica armena (che fa parte del gruppo delle cosiddette chiese ortodosse orientali, che si distinguono dalla maggioranza delle altre chiese ortodosse perché fanno riferimento unicamente ai primi tre Concili ecumenici, quelli di Nicea, Costantinopoli ed Efeso), e da rappresentanti delle Chiese armene cattoliche ed evangeliche. 

L’Armenia è la stata la prima nazione del mondo a dichiarare il cristianesimo come sua religione ufficiale, grazie all’impegno del vescovo Gregorio, che convertì il re pagano Tiridate nel 301 dopo Cristo: questo vescovo è noto come «San Gregorio Illuminatore» perché portò la luce di Cristo al popolo armeno. E la liturgia proposta per la preghiera ecumenica è proprio incentrata sul tema della luce: «Luca da Luce per la Luce». Si tratta di un adattamento della «Celebrazione all’alba», una delle ore di preghiera quotidiana composte da un altro grande vescovo armeno vissuto nel XII secolo: san Narsete il Grazioso, che fu non solo il Catholicòs (cioè Patriarca) degli Armeni ma anche un grande poeta e innografo.

Perché tanta insistenza sul tema della luce? Nel materiale della Settimana si afferma che san Narsete ha «composto queste preghiere, che non hanno riscontro in nessun’altra chiesa, con un intento specificamente ecumenico»: quello di condurre a Cristo un gruppo pagano di adoratori del Sole. Per questo san Narsete sottolinea la luce di Cristo, per annunciare il Vangelo «non per mezzo dell’intimidazione, ma offrendo in modo creativo e amorevole il meglio che la testimonianza cristiana aveva da offrire»; un approccio che anche oggi «può fungere da modello per tutti noi, che aspiriamo alla comunione cristiana voluta da Dio». 

La rubrica «Il cammino verso l’unità» è andata in onda domenica 11 gennaio durante il «Culto evangelico», trasmissione (e rubrica del Giornale Radio) di Rai Radio1 a cura della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Per il podcast e il riascolto online ci si può collegare al sito www.raiplayradio.it

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Cristiani in preghiera per il dono dell’Unità

Armenia: cosa aspettarsi nel 2026 (Eastjournal 14.01.26)

Saranno essenzialmente tre le questioni che Yerevan dovrà affrontare questo nuovo anno: lo sviluppo delle relazioni con le vicine potenze regionali (Azerbaijan e Turchia), l’evoluzione delle relazioni con potenze extra-regionali (UE e Russia in modo particolare), e tensioni interne legate alle elezioni politiche che si terranno nel giugno 2026 e per cui la campagna elettorale è già ampiamente cominciata.

La pace nel Caucaso è ancora lontana

La realizzazione degli obiettivi della Dichiarazione di Washington firmata lo scorso agosto alla Casa Bianca, dipende più da Baku che non da Yerevan. Il governo armeno di suo sta facendo tutto il possibile per facilitare la pace con l’Azerbaijan e la normalizzazione dei rapporti con la Turchia. Il rischio è di bloccare il paese in una condizione di tensione permanente con i propri vicini, in un mondo sempre più senza regole. O meglio, dove l’unica regola che conta è quella della violenza. Pashinyan lo sa, il problema è che lo sa anche Aliyev. Il presidente azero continua a riferirsi alla Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP) come “corridoio di Zengezour”, sottintendendo che si tratta di un’estensione della sovranità azera in territorio armeno per legare l’exclave del Nakhichevan al resto del paese. L’Azerbaijan ha inoltre aumentato ulteriormente il suo budget per la difesa, e si è sempre apertamente opposto all’ipotesi che il confine turco-armeno possa aprirsi prima della firma del trattato di pace, la cui precondizione però, secondo Baku, deve essere una riforma costituzionale che l’Armenia semplicemente non può fare in tempi brevi (il governo azero vuole che Yerevan modifichi il preambolo della Costituzione che non è emendabile tramite procedura ordinaria ma richiede l’adozione di una nuova carta costituzionale). È legittimo domandarsi se l’Azerbaijan voglia davvero la pace, e le continue dichiarazioni di Aliyev sull’Armenia come “territorio storicamente azero” fanno pensare il contrario.

Tra Ue e Russia meglio non dover scegliere

Un altro sviluppo importante riguarderà i rapporti con potenze extra-regionali. Nel maggio del 2026 l’Armenia ospiterà per la prima volta nella sua storia il summit della Comunità Politica Europea e il summit UE-Armenia. Si tratta di un fatto molto significativo, in quanto Yerevan diventerà centro di discussione sul futuro dell’Europa e il paese dovrà ospitare 44 leader europei. Ciò dimostra indubbiamente un approccio sempre più propositivo dell’Armenia verso l’UE ma non è chiaro fino a dove questo porterà. Alcuni funzionari armeni parlano apertamente di entrare in Unione Europea, ma non è mai stata presentata una domanda formale di adesione. Inoltre, Yerevan non vuole rinunciare alla sua partecipazione all’Unione Economica Euroasiatica, e nel luglio del 2025 ha presentato domanda di adesione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, la cui decisione a riguardo spetta a Mosca e Pechino. L’Armenia conferma l’approccio pragmaticamente equilibrista della sua politica estera. In effetti, memori dell’esperienza georgiana del 2008, perché mai dovrebbero cercare uno scontro frontale con la Russia, che di imperialismo si nutre, e che vede nel Caucaso del Sud un suo giardino casa? Meglio di no. La parola d’ordine deve rimanere “diversificare”, ma mai escludendo Mosca, che deve rimanere partner politico, economico, e militare di rilievo. Questo non significa che i funzionari armeni si fidano dei russi. Il governo ha infatti chiesto a Bruxelles assistenza per rafforzare la cybersicurezza e combattere influenze esterne in vista delle elezioni politiche che si terranno a giugno. Nelle parole dell’Alta Rappresentante per l’UE Kaja Kallas, la richiesta sarebbe la stessa che presentò la Moldavia in occasione delle elezioni che hanno visto la vittoria del fronte europeista di Maia Sandu.

Elezioni politiche: un test per Pashinyan

Quanto detto fino ad ora è appeso al filo delle elezioni politiche che si terranno a giugno. Le posizioni del Primo Ministro in politica estera vengono apertamente paragonate ad un tradimento da tutta l’opposizione, e anche l’opinione pubblica è ostile. Solo l’11% degli aventi diritto dichiarano che voterebbero per Contratto Civile (il partito di Pashinyan) se le elezioni si tenessero oggi, ma i partiti di opposizione guidati dai cacicchi Kocharyan e Sargsyan non sono messi meglio. Ciò potrebbe aprire spazio a figure terze, come del resto accadde proprio con Pashinyan nel 2018. È inoltre probabile che la campagna elettorale si svolgerà quasi prevalentemente sulla politica estera. Il partito del Primo Ministro cercherà di presentarsi come il partito della pace contro chi vuole la guerra, e cercherà di difendere il proprio pragmatico equilibrismo in politica internazionale. L’opinione pubblica però è divisa. Un sondaggio ha mostrato che circa il 47% degli armeni è favorevole a firmare un trattato di pace con Baku, mentre il 40% è contrario. Tuttavia, la quasi totalità dei cittadini vuole che il trattato venga reso pubblico prima che venga firmato, cosa che Pashinyan non vuole fare sottintendendo che il paese dovrà fare delle concessioni dolorose. Inoltre, se un anno fa il supporto popolare all’entrata in Ue era del 51%, oggi non arriva al 40% mentre invece il 60% dei cittadini vuole che la Russia sia coinvolta nel processo di pace con l’Azerbaijan. Per adesso questi sono solo numeri che vanno interpretati anche alla luce di un panorama partitico estremamente frammentato dal quale Contratto Civile può trarre vantaggio, anche considerando la scarsissima popolarità dei maggiori partiti di opposizione. La strategia di mettere i cittadini di fronte alla scelta “tra la guerra e la pace” potrebbe quindi risultare vincente, e se avesse successo Pashinyan potrebbe vantare una stabilità politica inedita nella storia armena e certamente utile alla pace.

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Unità dei cristiani: Mantova, domani approfondimento biblico con don Roberto Fiorini. Lunedì celebrazione ecumenica con predicazione di un monaco armeno (Avvenire di Calabria 14.01.26)

In occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, dedicata quest’anno al tema “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Efesini 4, 4), in diocesi di Mantova sono due gli appuntamenti in programma promossi dal Consiglio delle Chiese cristiane. Domani sera, alle 21, don Roberto Fiorini, guiderà un incontro di approfondimento biblico on line. Lunedì 19 gennaio, invece, sarà la chiesa di Sant’Antonio di Porto Mantovano, ad ospitare alle 21 una celebrazione ecumenica con la predicazione di un monaco armeno.

Armenia: cosa aspettarsi nel 2026 (EastJouranl 14.01.26)

Saranno essenzialmente tre le questioni che Yerevan dovrà affrontare questo nuovo anno: lo sviluppo delle relazioni con le vicine potenze regionali (Azerbaijan e Turchia), l’evoluzione delle relazioni con potenze extra-regionali (UE e Russia in modo particolare), e tensioni interne legate alle elezioni politiche che si terranno nel giugno 2026 e per cui la campagna elettorale è già ampiamente cominciata.

La pace nel Caucaso è ancora lontana

La realizzazione degli obiettivi della Dichiarazione di Washington firmata lo scorso agosto alla Casa Bianca, dipende più da Baku che non da Yerevan. Il governo armeno di suo sta facendo tutto il possibile per facilitare la pace con l’Azerbaijan e la normalizzazione dei rapporti con la Turchia. Il rischio è di bloccare il paese in una condizione di tensione permanente con i propri vicini, in un mondo sempre più senza regole. O meglio, dove l’unica regola che conta è quella della violenza. Pashinyan lo sa, il problema è che lo sa anche Aliyev. Il presidente azero continua a riferirsi alla Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP) come “corridoio di Zengezour”, sottintendendo che si tratta di un’estensione della sovranità azera in territorio armeno per legare l’exclave del Nakhichevan al resto del paese. L’Azerbaijan ha inoltre aumentato ulteriormente il suo budget per la difesa, e si è sempre apertamente opposto all’ipotesi che il confine turco-armeno possa aprirsi prima della firma del trattato di pace, la cui precondizione però, secondo Baku, deve essere una riforma costituzionale che l’Armenia semplicemente non può fare in tempi brevi (il governo azero vuole che Yerevan modifichi il preambolo della Costituzione che non è emendabile tramite procedura ordinaria ma richiede l’adozione di una nuova carta costituzionale). È legittimo domandarsi se l’Azerbaijan voglia davvero la pace, e le continue dichiarazioni di Aliyev sull’Armenia come “territorio storicamente azero” fanno pensare il contrario.

Tra Ue e Russia meglio non dover scegliere

Un altro sviluppo importante riguarderà i rapporti con potenze extra-regionali. Nel maggio del 2026 l’Armenia ospiterà per la prima volta nella sua storia il summit della Comunità Politica Europea e il summit UE-Armenia. Si tratta di un fatto molto significativo, in quanto Yerevan diventerà centro di discussione sul futuro dell’Europa e il paese dovrà ospitare 44 leader europei. Ciò dimostra indubbiamente un approccio sempre più propositivo dell’Armenia verso l’UE ma non è chiaro fino a dove questo porterà. Alcuni funzionari armeni parlano apertamente di entrare in Unione Europea, ma non è mai stata presentata una domanda formale di adesione. Inoltre, Yerevan non vuole rinunciare alla sua partecipazione all’Unione Economica Euroasiatica, e nel luglio del 2025 ha presentato domanda di adesione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, la cui decisione a riguardo spetta a Mosca e Pechino. L’Armenia conferma l’approccio pragmaticamente equilibrista della sua politica estera. In effetti, memori dell’esperienza georgiana del 2008, perché mai dovrebbero cercare uno scontro frontale con la Russia, che di imperialismo si nutre, e che vede nel Caucaso del Sud un suo giardino casa? Meglio di no. La parola d’ordine deve rimanere “diversificare”, ma mai escludendo Mosca, che deve rimanere partner politico, economico, e militare di rilievo. Questo non significa che i funzionari armeni si fidano dei russi. Il governo ha infatti chiesto a Bruxelles assistenza per rafforzare la cybersicurezza e combattere influenze esterne in vista delle elezioni politiche che si terranno a giugno. Nelle parole dell’Alta Rappresentante per l’UE Kaja Kallas, la richiesta sarebbe la stessa che presentò la Moldavia in occasione delle elezioni che hanno visto la vittoria del fronte europeista di Maia Sandu.

Elezioni politiche: un test per Pashinyan

Quanto detto fino ad ora è appeso al filo delle elezioni politiche che si terranno a giugno. Le posizioni del Primo Ministro in politica estera vengono apertamente paragonate ad un tradimento da tutta l’opposizione, e anche l’opinione pubblica è ostile. Solo l’11% degli aventi diritto dichiarano che voterebbero per Contratto Civile (il partito di Pashinyan) se le elezioni si tenessero oggi, ma i partiti di opposizione guidati dai cacicchi Kocharyan e Sargsyan non sono messi meglio. Ciò potrebbe aprire spazio a figure terze, come del resto accadde proprio con Pashinyan nel 2018. È inoltre probabile che la campagna elettorale si svolgerà quasi prevalentemente sulla politica estera. Il partito del Primo Ministro cercherà di presentarsi come il partito della pace contro chi vuole la guerra, e cercherà di difendere il proprio pragmatico equilibrismo in politica internazionale. L’opinione pubblica però è divisa. Un sondaggio ha mostrato che circa il 47% degli armeni è favorevole a firmare un trattato di pace con Baku, mentre il 40% è contrario. Tuttavia, la quasi totalità dei cittadini vuole che il trattato venga reso pubblico prima che venga firmato, cosa che Pashinyan non vuole fare sottintendendo che il paese dovrà fare delle concessioni dolorose. Inoltre, se un anno fa il supporto popolare all’entrata in Ue era del 51%, oggi non arriva al 40% mentre invece il 60% dei cittadini vuole che la Russia sia coinvolta nel processo di pace con l’Azerbaijan. Per adesso questi sono solo numeri che vanno interpretati anche alla luce di un panorama partitico estremamente frammentato dal quale Contratto Civile può trarre vantaggio, anche considerando la scarsissima popolarità dei maggiori partiti di opposizione. La strategia di mettere i cittadini di fronte alla scelta “tra la guerra e la pace” potrebbe quindi risultare vincente, e se avesse successo Pashinyan potrebbe vantare una stabilità politica inedita nella storia armena e certamente utile alla pace.

Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, il sussidio dall’Armenia (ACIStampa 14.01.26)

Quando si scelse di andare in Armenia per preparare il sussidio per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, non si pensava che la situazione nel Paese potesse diventare così complessa e che, più che all’unità dei cristiani, si sarebbe dovuto pensare prima di tutto all’unità della Chiesa Apostolica Armena.

Perché la Chiesa Ortodossa Orientale forse più vicina a Roma, pre-calcedoniana perché non poté partecipare al Concilio di Calcedonia e dunque non aderì alle conclusioni del Concilio, ma non per vere ragioni teologiche, è anche la Chiesa del primo Stato a proclamarsi cristiano al mondo, e vive dal 4 gennaio in una situazione surreale, con il primo ministro Nikol Pashinyan che ha annunciato una riforma della Chiesa Apostolica Armena, ottenendo il sostegno di dieci vescovi e di fatto proseguendo negli atti di incriminazione dei membri della Chiesa che ha portato agli arresti di sei vescovi negli scorsi mesi.

Pashinyan, che negli scorsi mesi è stato due volte in Vaticano cercando photo opportunity con il Papa, ha così portato lo scontro con la Chiesa locale all’esasperazione che è ora arrivato al limite dello scisma interno.

Il tema della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani del 2026 è tratto dalla Lettera agli Efesini: “Un solo corpo e un solo Spirito, come una sola è la speranza a cui siete stati chiamati” (Ef 4,4). Quando fu scelto di andare in Armenia per preparare il sussidio, la situazione era complessa dal punto di vista regionale, ma meno complessa da quello dell’unità interno. La pace dolorosa raggiunta con l’Azerbaijan, che dava a Baku il controllo del Nagorno Karabakh e del patrimonio cristiano della regione di cui da tempo si denuncia la messa a rischio (ma Baku ha sempre notato di restaurare le chiese locali nei territori sotto il suo controllo, e di non volerle distruggere, e ha denunciato da parte sua che gli armeni hanno distrutto alcune vestigia musulmane) ora si aggiunge ad una situazione interna ancora più complessa, che sta portando da una parte alla creazione di una Chiesa di Stato, e dall’altra ad un possibile scisma che non può che rendere ancora più difficile per i cristiani della zona la possibilità di difendere il loro patrimonio e la loro fede.

I testi del sussidio scritto in Armenia sono stati pubblicati nel luglio 2025, in modo che tutti possano prenderne nota, adattarli, e definirli a seconda delle loro situazioni locali.  I testi sono stati preparati in una riunione tenutasi dal 13 al 18 ottobre 2024, durante la quale tutti i redattori si sono riuniti presso la Santa Sede di Etchmiadzin per finalizzare il materiale. E certo che non si potevano conoscere tutti gli sviluppi della storia quando si guardò all’Armenia per i testi di preghiera. Oltre al gruppo di lavoro della Chiesa Apostolica Armena, hanno collaborato alla stesura dei testi anche un team internazionale nominato congiuntamente dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e dalla Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico per le Chiese.

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Il materiale include un’introduzione al tema, uno schema per la celebrazione ecumenica e una selezione di brevi letture e preghiere per ogni giorno della settimana. Questo contenuto può essere utilizzato in vari modi ed è pensato per essere impiegato non solo durante la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, ma anche durante l’intero anno 2026.

Si legge nel sussidio che “nel corso della turbolenta storia dell’Armenia, la Chiesa apostolica armena è stata fondamentale per la sopravvivenza e la resistenza del suo popolo. Ha fornito continuità e stabilità durante persecuzioni, migrazioni forzate e genocidi. Durante il genocidio armeno del 1915, la Chiesa divenne un rifugio per coloro che soffrivano, offrendo conforto e alimentando la speranza di un futuro più luminoso. Ogni anno, la Chiesa armena commemora questo tragico evento, onorando la memoria dei martiri e facendosi portavoce della necessità di tributare loro riconoscimento e giustizia”.

E ancora: “Nell’Armenia moderna, la Chiesa continua a esercitare un’influenza significativa sulla vita nazionale. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, l’Armenia ha vissuto una rinascita religiosa e la Chiesa apostolica armena ha recuperato il proprio ruolo centrale all’interno della società. Attualmente, la Chiesa si impegna attivamente in iniziative sociali, educative e caritatevoli, affrontando anche questioni legate alla povertà, all’assistenza sanitaria e all’istruzione. Inoltre, la Chiesa sostiene le comunità armene della diaspora, promuovendo l’unità e garantendo che le tradizioni e la fede armena rimangano vive e vitali tra gli Armeni di tutto il mondo”.

Sono parole che sembrano avere un peso ancora più grande si considera che il 4 gennaio, il primo ministro Pashnyan ha annunciato attraverso i suoi social media che “dopo ore di valutazione, abbiamo raggiunto un accordo sul testo di dichiarazione preparato riguardo il processo di riforma della Chiesa Apostolica Armena”, ottenendo tra l’altro la firma di alcuni arcivescovi:

Hovnan Derderian (primate della Diocesi Occidentale della Chiesa Armena dell’America del Nord); Navasard Ktchoyan (vicario generale della Diocesi Pontificale di Aratian);

Abraham Mkrtchyan (primate della diocesi di Vayots Dzor); Arakel Karamyan (primate della diocesi di Kotayk); Sion Adamian (primate della diocesi di Amavir); Vazgen Mirzakhanian (primate della diocesi armena degli Stati Baltici). I vescovi firmatari sono stati: Anushavan Zhamkochyan (decano della Facoltà di Teologia dell’Università Statale di Yerevan); Vertanes Abrahamyan (primate della diocesi di Artsahk); Artak Tigranyan (decano dei monasteri della Santa Sede); Gevorg Saroyan (primate della diocesi di Masyatsotn).

Tre di loro (Hovnan, Navasard e Vertanes) sono membri del Consiglio Spirituale Supremo, il massimo organo esecutivo di governo della Chiesa Apostolica Armena.

Il testo sottolinea “il ruolo chiave della Chiesa apostolica armena” nello sviluppo dei valori della società, e mostra preoccupazione riguardo “il fallimento del capo de facto della Nostra Chiesa Apostolica Armena e dei rappresentanti del suo circolo chiuso”, condannando quella che viene definita una pratica “inaccettabile e anti-canonica” di coinvolgere la Chiesa in politica.

Il piano che viene affermato è quello di un’agenda di riforme pubbliche, la rimozione del Catholicos attraverso il pensionamento e l’elezione di un vicario del Catholicos.

A questa dichiarazione, la Santa Sede di Etchmiadzin ha risposto il 5 gennaio con una dichiarazione pubblica in cui si sottolinea che “le azioni prese dal capo del governo di Armenia, sotto il  pretesto di conformare la vita interna della Chiesa ai canoni e di riformarla, costituiscono una violazione della Costituzione della Repubblica d’Armenia e ledono i diritti della Chiesa sanciti sia dal diritto internazionale che dalla legislazione armena”.

La Santa Sede di Etchmiadzin ha anche lamentato “il coinvolgimento dei vescovi in ​​tali processi anti-ecclesiastici, così come la pressione esercitata sull’ordine sacerdotale, sono pienamente condannabili. Le questioni riguardanti la vita della Chiesa devono essere discusse esclusivamente all’interno degli organi ecclesiastici competenti e in conformità con le norme canoniche”, e che i dieci vescovi firmatari non abbiano voluto avere un dialogo con il Catholicos. Inoltre, la Santa Sede di Etchmiadzin ha sottolineato che “le questioni di ordine canonico e di riforma della Chiesa non rientrano nella competenza di alcun concilio autoproclamato, ma piuttosto nella competenza della Gerarchia della Santa Chiesa Apostolica Armena e delle sue più alte strutture”.

Il 6 gennaio, Natale della Chiesa Apostolica Armena, Pashinyan è andato verso la Sede Madre, e ha reso una dichiarazione respingendo l’idea che il governo stesse agendo contro la Chiesa.

rapporti tra la Chiesa Apostolica Armena e il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan, salito al potere nel 2018, erano inizialmente neutrali, ma si sono gradualmente deteriorati, divenendo apertamente conflittuali dopo la sconfitta dell’Armenia nella guerra del 2020 con l’Azerbaigian per la regione del Nagorno-Karabakh. Una grave tensione nei rapporti bilaterali è emersa quando Karekin II, tra gli altri, ha chiesto le dimissioni di Pashinyan dopo la guerra, attribuendo la responsabilità della sconfitta alla sua leadership.

Recentemente, il governo armeno ha arrestato vescovi e sacerdoti.  Ad esempio, l’arcivescovo Mikael Ajapahyan è stato condannato a due anni di prigione; l’arcivescovo Bagrat Galstanyan è stato arrestato il 25 giugno; il vescovo Mkrtich Proshyan (nipote di Karekin) è stato arrestato il 15 ottobre; l’arcivescovo Arshak Khachatryan (cancelliere di Etchmiadzin) è stato arrestato il 4 dicembre. Samvel Karapetyan, un miliardario russo-armeno, è stato arrestato il 18 giugno dopo aver rilasciato dichiarazioni pubbliche a sostegno della Chiesa.

Sono azioni che vanno anche contro la libertà religiosa, la Costituzione armena e il diritto internazionale, come stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nell’articolo 9 sull’autonomia delle organizzazioni religiose.

Il Catholicos Karekin II ha fatto visita a Leone XIV il 16 settembre 2025 a Castel Gandolfo, quando la situazione era critica, ma non così disperata.

Nel comunicato diffuso dalla Chiesa Apostolica Armena dopo la visita, è stato sottolineato che Leone XIV e il catholicos hanno avuto un colloquio privato – il primo personale da quando Leone è stato eletto Papa. Si legge nel comunicato che Karekin “ha riflettuto con soddisfazione sul fatto che i legami fraterni tra le due Chiese si siano rafforzati attraverso incontri cordiali e testimonianze di fede congiunte, ricordando la visita di Papa Giovanni Paolo II di beata memoria in Armenia nel 2001 e poi, nel 2016, la propizia occasione di ospitare Papa Francesco di beata memoria”.

Karekin ha anche ricordato la Divina Liturgia celebrata nella cattedrale di San Pietro nel 2015 per il centenario del genocidio armeno e la proclamazione di San Gregorio di Narek come dottore della Chiesa, e si è detto fiducioso che le relazioni tra Chiesa Cattolica e Chiesa Apostolica Armena continueranno a svilupparsi con lo stesso spirito “fraterno e caloroso”.

La conversazione – prosegui va il comunicato di Etchmiadzin – si è poi focalizzata sui “disastri e le sfide preoccupanti che stanno avvenendo nel mondo”, nonché “delle sfide e le prove che l’Armenia e il popolo armeno devono affrontare”Karekin ha portato all’attenzione del Papa “le questioni degli armeni dell’Artsakh, sfollati dalla loro patria ancestrale, l’imperativo di preservare il patrimonio spirituale e culturale armeno di fronte alla minaccia di distruzione in Artsakh, e il rilascio di prigionieri di guerra e ostaggi”.

Da anni l’Armenia lamenta un “genocidio culturale” in corso nel Nagorno Karabakh, mentre l’Azerbaijan, da parte sua, lamenta che gli armeni hanno distrutto le moschee che erano presenti sul territorio, oltre a rivendicare la presenza di una Chiesa Greco Cattolica Albaniana che sarebbe precedente all’arrivo degli armeni.

Il sussidio di preghiera scritto da un gruppo armeno arriva, dunque, in un momento molto significativo.

Tradizionalmente, la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani si tiene tra il 18 e il 25 gennaio, secondo una proposta che fu avanzata nel 1908 da padre Paul Watson, perché le due date comprendono simbolicamente la Festa della Cattedra di San Pietro e quella dalla Conversione di San Paolo. Ci sono stati vari precedenti illustri, ma fu solo a partire dal 1968, con Paolo VI e con gli sviluppi ecumenici dettati anche dal Concilio Vaticano II, la Settimana comincia a strutturarsi con un tema e con varie attività, tra cui la presenza del Papa per i Vespri nella Basilica di San Paolo Fuori Le Mura, tradizionalmente dedicata al dialogo ecumenico.

Nel 2020 fu la Comunità di Grandchamp a redigere il sussidio di preghiera, mentre nel 2019 spettò ad un ,gruppo ecumenico di Malta nel 2018 furono incaricati i cristiani dell’Indonesia e nel 2016 lo curarono i cristiani di Lettonia . Nel 2022, invece, è stato il turno del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, e nel 2023  si è guardato al Minnesota.

Per il 2024, i sussidi sono stai preparati da un team ecumenico del Burkina Faso, composto da membri dell’arcidiocesi cattolica di Ouagadougou, Chiese Protestanti e la Comunità Chemin Neuf del Burkina Faso – comunità particolarmente attiva nella causa dell’unità dei cristiani. Nel 2025 le preghiere e riflessioni della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani sono stati preparati da fratelli e sorelle della comunità monastica di Bose, nel Nord Italia.

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Unità dei cristiani: la veglia ecumenica sul tema della luce (RomaSette )

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026 (Chiesa di Padova) 

Luce da Luce. Torna la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (HopeMedia)

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2026 (Padovanews)

Usa-Armenia: dichiarazione su Tripp, Erevan concederà diritti sviluppo e costruzione per 49 anni (AgenziaNova 14.01.26)

Washington, 14 gen 09:40 – (Agenzia Nova) – L’Armenia concederà alla Tripp Development Company un diritto esclusivo di sviluppo e costruzione delle infrastrutture del progetto Trump Route for International Peace and Prosperity (Tripp) per un periodo iniziale di 49 anni, prorogabile, mantenendo però piena sovranità e giurisdizione su tutte le attività svolte nel territorio nazionale. Lo prevede la dichiarazione congiunta diffusa da Armenia e Stati Uniti sulla portata dell’attuazione del progetto. Secondo il documento, la Tripp Development Company – che opererà sotto controllo congiunto armeno e statunitense – sarà responsabile della progettazione, costruzione, gestione e manutenzione dell’intera infrastruttura multimodale, con possibilità di istituire entità dedicate per segmenti specifici del progetto. L’Armenia intende autorizzarne la costituzione offrendo agli Stati Uniti una partecipazione del 74 per cento, trattenendo il restante 26 per cento. L’accordo prevede che la partnership possa essere estesa per altri 50 anni, con un aumento della quota armena fino al 49 per cento. Qualsiasi modifica nella struttura azionaria, inclusi passaggi di proprietà o riorganizzazioni, sarà soggetta alla previa approvazione dei governi di Armenia e Stati Uniti. La governance sarà condivisa: un Comitato direttivo bilaterale deciderà congiuntamente sulle questioni di principio legate alla gestione del corridoio di transito, mentre ciascun Paese nominerà un coordinatore governativo di alto livello per supervisionare l’attuazione del progetto. (segue) (Rum)

HomeTempo Libero ed EventiDalle pietre dell’Armenia alla Milano anni Ottanta: doppio viaggio fotografico a Varese Dalle pietre dell’Armenia alla Milano anni Ottanta: doppio viaggio fotografico a Varese (La Provinciadivarese 12.01.26)

Dall’Armenia degli antichi monasteri alla Milano vibrante e contraddittoria degli anni Ottanta. Il Foto Club Varese APS torna a proporre un appuntamento dedicato alla cultura dell’immagine, offrendo al pubblico un doppio viaggio fotografico capace di unire la spiritualità di terre lontane alla nostalgia di una metropoli in piena trasformazione.

La serata, aperta ad appassionati e curiosi, è in programma giovedì 15 gennaio alle ore 21:00 presso lo Spazio Polifunzionale ACLI di via Speri della Chiesa Jemoli, a Varese.

L’Armenia, il “Paese delle pietre urlanti” negli scatti di Giuliana Moroni

La prima parte dell’incontro sarà dedicata all’Armenia, raccontata attraverso le fotografie di Giuliana Moroni. Un viaggio visivo in un territorio suggestivo, spesso definito il Paese delle pietre urlanti, dove un vasto altipiano dominato dal profilo del Monte Ararat fa da sfondo a una storia millenaria profondamente intrecciata con la fede.

Protagonisti degli scatti sono i monasteri e i celebri Khachkar, le croci in pietra finemente scolpite che punteggiano il paesaggio e ne rappresentano uno dei simboli più riconoscibili.
«Lungo la Via della Seta si attraversa un territorio che è testimonianza di una profonda fede religiosa: è un viaggio nell’anima di un popolo», racconta Giuliana Moroni, socia del Foto Club Varese.

La Milano degli anni Ottanta vista da Massimo Battaglia

Il secondo momento della serata porterà il pubblico in un contesto completamente diverso: la Milano degli anni Ottanta. Attraverso una selezione di immagini di Massimo Battaglia, emergerà il ritratto di una città in fermento, segnata da grandi trasformazioni sociali, culturali ed estetiche.

Non solo architetture, ma soprattutto street photography: volti, strade e frammenti di vita quotidiana che raccontano una Milano che non esiste più, ma che continua a vivere nelle immagini.
«È un viaggio visivo in una città che non c’è più, ma che continua a parlare attraverso le fotografie, tra energia, stile e anima», spiega Battaglia, anche lui socio del Foto Club Varese.

Un presidio culturale aperto alla città

Con questa iniziativa, il Foto Club Varese APS conferma il proprio ruolo di presidio culturale sul territorio, promuovendo la fotografia non solo come tecnica, ma come strumento di narrazione, memoria e riflessione. La scelta dello Spazio Polifunzionale ACLI ribadisce la volontà di rendere la cultura fotografica accessibile a tutti, creando occasioni di incontro che spaziano dalla geopolitica alla storia urbana.

L’ingresso alla serata è libero e gratuito.

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Armenia, al via le ultime fasi per l’installazione del Cristo Redentore di 77 metri il più alto al mondo, superando il gigante polacco (Il Giornale d’Italia 10.01.26)

In Armenia sono in corso le ultime fasi per l’installazione della statua di Cristo Redentore, alta 77 metri e destinata a diventare la più alta al mondo, superando il gigante polacco che deteneva il titolo. L’inaugurazione potrebbe avvenire nell’autunno 2026; in caso contrario, è prevista sicuramente per l’estate 2027.

La statua misura 33 metri di altezza e sarà posizionata su un piedistallo di 44 metri, per un totale di 77 metri. Sorgerà sulla cima del Monte Hatis, a un’altitudine di 2.528 metri nella regione di Kotayk, diventando un punto di riferimento iconico per l’Armenia.

Il progetto, iniziato e finanziato dall’imprenditore Gagik Tsarukyan – leader del Partito Armenia Prospera ed ex membro del Parlamento – è stato progettato dall’architetto Armen Samvelyan, la cui proposta è stata selezionata tra oltre 200 candidature in un concorso. La cerimonia di posa della prima pietra si è svolta nel luglio 2022.

L’iniziativa ha suscitato reazioni contrastanti. La Chiesa Apostolica Armena, con sede a Etchmiadzin, ha osservato che l’opera si discosta dalle tradizioni artistiche nazionali, storicamente fondate su miniature, manoscritti e khachkar, le caratteristiche croci di pietra che punteggiano il paesaggio armeno. Anche l’Associazione delle Guide Armene ha espresso perplessità, sottolineando l’assenza di una tradizione scultorea monumentale nella cristianità armena, a differenza delle nazioni cattoliche.

Nonostante le riserve, i lavori sono proseguiti e la statua è ora in fase di completamento. È già iniziato il reclutamento di volontari per le fasi finali dell’installazione. Il primo giorno del 2026, Gagik Tsarukyan ha dichiarato: “Il mondo intero aspetta la svelatura della statua. Personalmente vorrei che accadesse anche solo un’ora prima, ma non voglio affrettare il processo. Voglio che tutto sia della massima qualità, potente e bello: in breve, il migliore in assoluto. I lavori continuano giorno e notte”.

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La diplomazia vaticana del secolo scorso, non vantaggi politici ma ponti di pace (AciStampa 09.01.26)

La diplomazia vaticana, “da secoli si distingue come una presenza discreta, ma efficace, nei contesti internazionali. La Santa Sede, priva di interessi economici o militari, si fa voce morale e spirituale, richiamando costantemente le Nazioni al rispetto della dignità umana, al dialogo e alla riconciliazione. È una diplomazia che non cerca vantaggi politici, ma ponti di pace; che non impone, ma propone; che non si schiera per potere, ma per la persona”.

Così il cardinale Harvey arciprete di San Paolo ha introdotto la presentazione di un volume che sarà di grande interesse non solo per gli studiosi ma anche per tutti coloro che vogliono conoscere personaggi che hanno fatto la storia.

Il volume “ Le Chiese del 900 e la Santa Sede per la pace”, è una miscellanea di scritti per il 65 anni del professore Jan Mikrut per i tipi di Grabrielli editori.

Mikrut, sacerdote e storico polacco è stato vice parroco ancora in epoca comunista, poi inviato a Vienna ha seguito il corso degli studi storici insegnando alla Pontificia Università Gregoriana, e nel 2016 ha dato vita ad una collana di volumi sulla Storia della Chiesa in Europa Centro- orientale.

Il libro è composto da 31 saggi in diverse lingue e alcuni raccontano la vita di personaggi che hanno dato tutto per la causa della pace in collaborazione con la Santa Sede.

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A cominciare da Massimiliano Kolbe, e suor Restituta Helene Kafka, ma anche Carlo d’Asburgo e ovviamente alcuni pontefici del secolo scorso: Pio X, Pio XII, Benedetto XV, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.

Lo sguardo è rivolto ad Est. Ma è proprio da quella parte d’ Europa che arrivano storie interessanti. Come quella del delegato apostolico in Turchia durante il periodo del disfacimento dell’ Impero  Ottomano.

Da giornalista sono rimasta affascinata dall’opera di Angelo Maria Dolci che tra il 1914 e il 1922 ha vissuto a Costantinopoli appunto come Delegato Apostolico. Tra le sue azioni anche una fitta collaborazione con la Chiesa Armena. E non dimentichiamo che quelli erano gli anni del genocidio armeno.

La gratitudine della ” Nazione armena” per le attività solidali della Santa Sede e di Dolci arrivarono anche alla stampa e Dolci inviava una sua rassegna al cardinale Niccolò Marini segretario della appena nata Congregazione per la Chiesa Orientale.

Scrive Dolci: ” Non appena la stampa gregoriana ortodossa si è sentita libera dalla censura e sicura da ogni pericolo, ha reso pubblica testimonianza dell’opera dispiegata dalla S. Sede, a favore della nazione, durante i giorni del suo lutto, testimonianza che per ogni buon fine credo opportuno portare a conoscenza dell’eminenza vostra. Scelgo gli articoli dei più accreditati giornali scismatici e li riproduco qui tradotti dall’armeno”. Un lavoro davvero “moderno”.

Ovviamente questo è solo una delle tante storie che raccontano la diplomazia pontificia, fatta di pazienza e di fede. “Le vicende illustrate in questo volume – spiega nella prefazione il cardinale Harvey- mostrano come la pace perseguita dalla Chiesa non sia mai stata semplicemente assenza di conflitto ma una pace profondamente radicata nella verità, nella giustizia e nel rispetto della dignità umana. Dalle relazioni con i regimi comunisti, segnate da conflitti sotterranei e difficili mediazioni, alle attività di supporto alle comunità perseguitate, la diplomazia vaticana ha dimostrato una capacità unica di navigare attraverso scenari opprimenti, tenendo sempre fede ai valori evangelici fondamentali”.

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