L’Armenia snobba di nuovo la Russia con le prime esercitazioni militari con gli Stati Uniti. Report El Pais (Startmag 16.09.23)

Lunedì l’Armenia ha lanciato le sue prime esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti, nonostante le minacce della Russia, suo ipotetico alleato nel Caucaso. Stremata dalle concessioni di Mosca al nemico Azerbaigian dopo la guerra del Nagorno-Karabakh del 2020, negli ultimi giorni Erevan ha inviato diversi avvertimenti al Cremlino, suo presunto protettore in quanto leader dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), l’alternativa russa alla NATO. L’inazione delle forze di pace di Mosca di fronte al blocco di Baku della zona controllata dall’Armenia nel Nagorno-Karabakh è stata l’ultima goccia.

TUTTE LE FRATTURE TRA ARMENIA E RUSSIA

Le manovre militari sono l’ultimo dei numerosi sgarbi di Erevan al Cremlino – scrive il giornalista di El Pais. La settimana scorsa l’Armenia ha inviato aiuti umanitari in Ucraina per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa nel febbraio 2022. L’aiuto è stato consegnato personalmente da Anna Akopian, moglie del primo ministro Nikol Pashinian, in occasione del terzo vertice delle First Ladies and Gentlemen, un evento a Kiev che ha visto la partecipazione delle compagne dei leader dei Paesi alleati di Kiev.

La frattura tra Erevan e Mosca è iniziata nel settembre dello scorso anno, quando l’Azerbaigian ha attaccato il territorio armeno, riconosciuto a livello internazionale, in scontri che sono costati centinaia di vite senza che la Russia intervenisse. A questo episodio ha fatto seguito la crisi umanitaria causata dal blocco dell’Azerbaigian, da dicembre, della cosiddetta Repubblica dell’Artsakh, un territorio a popolazione armena nell’area del Nagorno-Karabakh, riconosciuto internazionalmente come parte dell’Azerbaigian dopo la dissoluzione dell’URSS. La sua indipendenza è stata causa di due guerre, la prima tra il 1991 e il 1994 e l’ultima nel 2020. In quest’ultima, Baku ha conquistato gran parte del territorio e l’Artsakh è rimasto isolato ad eccezione del corridoio di Lachin, controllato dalle forze azere e russe.

La CSTO non ha mai sostenuto l’Armenia contro l’esercito azero, né le forze di pace russe dispiegate dopo il cessate il fuoco hanno agito contro il blocco dell’Artsakh, un accerchiamento che Baku attribuisce a presunti “attivisti ambientali”. Il primo ministro armeno ha definito l’alleanza con la Russia “un errore strategico” in un’intervista pubblicata dal quotidiano italiano La Repubblica il 3 settembre. Due giorni dopo, il suo governo ha ritirato il suo rappresentante nella CSTO e ha annunciato le prime manovre congiunte con gli Stati Uniti.

LA RICHIESTA DI ADESIONE ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE (CONTRO PUTIN)

A queste azioni si aggiunge un altro schiaffo diplomatico a Mosca. Questo mese, il governo armeno ha avviato le procedure parlamentari per ratificare lo Statuto di Roma e aderire alla Corte penale internazionale. A marzo, la Corte ha emesso un mandato di arresto per il presidente russo Vladimir Putin per crimini di guerra nel trasferimento forzato di bambini ucraini in Russia. Una fonte del Ministero degli Esteri russo ha dichiarato a Ria Novosti che Mosca ha minacciato Erevan attraverso canali di comunicazione chiusi che questo passo avrebbe avuto gravi conseguenze per il Paese.

Le esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti sono state giustificate dal Ministero della Difesa armeno con l’ironico scopo di prepararsi a “partecipare a missioni internazionali di mantenimento della pace”. Tuttavia, l’Armenia, che riesce a malapena a difendere i propri confini dall’Azerbaigian, ha sottolineato che con queste esercitazioni militari vuole valutare le proprie “capacità operative con la NATO”. Le manovre Eagle Partner 2023 si svolgeranno tra l’11 e il 20 settembre e vi parteciperà una brigata armena.

Pashinian ha sostenuto che la Russia, assorbita dalla guerra contro l’Ucraina, ha trascurato il Caucaso e che l’Armenia deve cercare altri alleati. Le sue osservazioni hanno provocato un diffuso disagio al Cremlino. “Non siamo d’accordo con le tesi del primo ministro”, ha risposto la settimana scorsa il portavoce di Putin, Dmitry Perskov. “La Russia è assolutamente parte integrante di questa regione e non andrà da nessuna parte. La Russia non può lasciare l’Armenia”, ha detto, aggiungendo che in Russia vivono più armeni che nel suo Paese.

LA VERSIONE DELLA RUSSIA

Anche il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha commentato la crisi questo fine settimana dal vertice del G20 a Nuova Delhi. “Dicono che se la CSTO avesse condannato l’Azerbaigian, l’Armenia avrebbe collaborato con la CSTO. Quando chiediamo loro perché si relazionano con gli americani e gli europei, che non condannano l’Azerbaigian, rispondono che non sono loro alleati”, ha detto il diplomatico.

Lavrov ha anche negato che Mosca abbia consegnato il Nagorno-Karabakh all’Azerbaigian nel 2020. “La questione è chiusa”, ha sottolineato, notando che al vertice trilaterale dello scorso anno a Praga, Pashinian, Aliyev e il leader turco Recep Tayyip Erdogan hanno riconosciuto i confini concordati nella dichiarazione di Almaty del 1991, “secondo cui l’allora regione autonoma del Nagorno-Karabakh fa parte dell’Azerbaigian”.

La presenza di Mosca in Armenia non si limita ai 5.000 militari dispiegati fino al 2025 nella missione di mantenimento della pace nel Nagorno-Karabakh. La Russia ha anche altre 10.000 truppe in diverse basi militari e punti strategici della capitale, secondo i media armeni EVN.

Lunedì Peskov è stato nuovamente interrogato sulla possibile uscita dell’Armenia dalla CSTO. “Abbiamo sentito molte discussioni su questo tema, anche da parte di analisti filo-occidentali in Armenia, ma non abbiamo ricevuto alcun segnale ufficiale”, ha detto il portavoce di Putin. Il rappresentante del Cremlino ha riconosciuto che ci sono “alcuni problemi” con l’Armenia, ma ha sollecitato il dialogo perché “gli interessi nazionali dei due Paesi impongono la necessità di approfondire la nostra partnership”.

LA CRISI NEL NAGORNO-KARABAKH

Nel frattempo, la crisi umanitaria nella parte armena del Nagorno-Karabakh si sta aggravando dopo 10 mesi di blocco. L’accesso dei convogli alimentari e medici alla regione, che ospita circa 120.000 persone, rimane bloccato. Hikmet Hajiyev, consigliere per la politica estera del presidente azero Ilham Aliyev, ha dichiarato alla Reuters che Baku permetterà il passaggio dei camion della Croce Rossa a condizione che le autorità dell’Artsakh permettano l’ingresso anche ai veicoli che trasportano presunti aiuti da Baku. Fonti della diaspora armena hanno spiegato a questo giornale che con questo rifiuto si vuole impedire all’Azerbaigian di fare gradualmente concessioni nel territorio conteso.

Il politologo ed ex consigliere della presidenza russa Alexei Chesnakov sostiene che Pashinian esercita pressioni sull’Azerbaigian “perché non è in grado o non vuole rispettare gli accordi raggiunti dopo la guerra del 2020, perché la situazione politica interna non lo consente”. A suo avviso, Aliyev, che gode del sostegno israeliano e turco, “non è interessato a una guerra ora”.

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L’Ue guarda con speranza ai primi convogli umanitari arrivati in Nagorno-Karabakh: “Sia riaperto il corridoio di Lachin” (Eunews 15.09.23)

Bruxelles – Forse qualcosa si sta davvero sbloccando, o almeno questa è la speranza dell’Unione Europea. Dopo che martedì (12 settembre) ha fatto ingresso nel Nagorno-Karabakh un primo convoglio umanitario proveniente dal territorio azero, per Bruxelles potrebbe essere arrivato il momento di dare una spallata decisiva per risolvere la situazione in uno dei punti più delicati nei rapporti tra Armenia e Azerbaigian: il corridoio di Lachin. “Ci aspettiamo che crei uno slancio per la ripresa di regolari consegne umanitarie alla popolazione locale“, è quanto si legge in una nota del Consiglio Europeo.

Nagorno Karabakh Armenia AzerbaijanÈ proprio il leader dell’istituzione comunitaria, Charles Michel, il più impegnato negli ultimi mesi per implementare soluzioni per la de-escalation delle tensioni armate e della situazione umanitaria degli armeni del Nagorno-Karabakh, anche attraverso una serie di conversazioni telefoniche con il premier dell’Armenia, Nikol Pashinyan, e il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, e con un confronto con il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, a margine del G20 a Nuova Delhi. “La situazione sul campo si sta deteriorando rapidamente, è fondamentale garantire la fornitura di prodotti essenziali” ai cittadini dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh), è l’esortazione del Consiglio Ue, che guarda all’apertura della rotta Ağdam-Askeran come un “passo importante” che dovrebbe “facilitare la riapertura anche del corridoio di Lachin”. Ovvero dell’unica via di accesso all’Armenia e al mondo esterno per gli oltre 120 mila abitanti del Nagorno-Karabakh: “Chiediamo a tutte le parti interessate di dare prova di responsabilità e flessibilità”.

Altri convogli francesi e armeni sono ancora bloccati, nonostante sabato scorso (9 settembre) il governo azero avesse annunciato un accordo con quello armeno per riaprire il corridoio di Lachin. “Questa difficile situazione sul terreno è durata troppo a lungo” e Bruxelles mette in chiaro che gli sforzi ora devono essere incanalati nel “trovare soluzioni sostenibili e reciprocamente accettabili per garantire l’accesso umanitario, anche in vista della stagione autunnale e invernale”. Sforzi sostenuti dal rappresentante speciale dell’Ue per il Caucaso meridionale e Georgia, Toivo Klaar, la cui presenza nella regione permette alle istituzioni comunitarie di ribadire la “ferma convinzione che il corridoio di Lachin debba essere sbloccato”, parallelamente con “altre vie di approvvigionamento”. Queste esortazioni si riassumono nella richiesta netta da parte del Consiglio Ue di far seguire ai primi segnali di apertura “passi più concreti nei prossimi giorni e settimane” nel processo di pace tra Armenia e Azerbaigian. La guerra congelata tra i due Paesi caucasici va avanti dal 1992, con scoppi di violenze armate ricorrenti. Il più grave degli ultimi anni è stato quello dell’ottobre del 2020: in sei settimane di conflitto erano morti quasi 7 mila civili, prima del cessate il fuoco che ha imposto all’Armenia la cessione di ampie porzioni di territorio nel Nagorno-Karabakh

La mediazione Ue sul Nagorno-Karabakh

Armenia Azerbaijan UE
Da sinistra: il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, e il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan

La mediazione di Bruxelles con il premier armeno Pashinyan e il presidente azero Aliyev è diventata sempre più frequente dopo le sparatorie alla frontiera tra i due Paesi di fine maggio 2022, quando è diventato sempre più evidente che la tensione sarebbe tornata a salire. La priorità dei colloqui di alto livello è stata posta – e lo è tutt’ora – sulla delimitazione degli oltre mille chilometri di confine. Tuttavia, mentre a Bruxelles si sta provando da allora a trovare una difficilissima soluzione a livello diplomatico, da settembre sono riprese le ostilità tra Armenia e Azerbaigian, con reciproche accuse di bombardamenti alle infrastrutture militari e sconfinamenti di truppe di terra.

La mancanza di un monitoraggio diretto della situazione sul campo da parte della Russia – che fino allo scoppio della guerra in Ucraina era il principale mediatore internazionale – ha portato alla decisione di implementare una missione Ue. Dopo il compromesso iniziale con Yerevan e Baku raggiunto il 6 ottobre a Praga in occasione della prima riunione della Comunità Politica Europea, 40 esperti Ue sono stati dispiegati lungo il lato armeno del confine fino al 19 dicembre dello scorso anno. Una settimana prima della fine della missione l’Azerbaigian ha però bloccato in modo informale – attraverso la presenza di pseudo-attivisti ambientalisti armati – il corridoio di Lachin e da allora sono in atto forti limitazioni del transito di beni essenziali come cibo e farmaci, gas e acqua potabile. Gli unici a poterla percorrere sono i soldati del contingente russo di mantenimento della pace e il Comitato internazionale della Croce Rossa.

Azerbaigian Armenia Corridoio Lachin
Soldati dell’Azerbaigian al posto di blocco sul corridoio di Lachin (credits: Tofik Babayev / Afp)

A seguito dell’aggravarsi della situazione nel corridoio di Lachin, il 23 gennaio è arrivata la decisione del Consiglio dell’Ue di istituire la missione civile dell’Unione Europea in Armenia (Euma) nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa comune, con l’obiettivo di contribuire alla stabilità nelle zone di confine e garantire un “ambiente favorevole” agli sforzi di normalizzazione dei due Paesi caucasici. Ma la tensione è tornata a crescere lo scorso 23 aprile, con la decisione di Baku di formalizzare la chiusura del collegamento strategico attraverso un posto di blocco, con la giustificazione di voler impedire la rotazione dei soldati armeni nel Nagorno-Karabakh “che continuano a stazionare illegalmente nel territorio dell’Azerbaigian”. Da Bruxelles è arrivata la condanna dell’alto rappresentate Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, prima della ripresa delle discussioni a maggio e un nuovo round di negoziati di alto livello tra Michel, Aliyev e Pashinyan il 15 luglio.

L’alternarsi di sforzi diplomatici e tensioni crescenti sul campo ha portato a uno degli episodi più allarmanti per gli osservatori Ue presenti dallo scorso 20 febbraio in Armenia per contribuire alla stabilità nelle zone di confine. Il 15 agosto una pattuglia della missione Euma è rimasta coinvolta in una sparatoria dai contorni non meglio definiti (entrambe le parti, armena e azera, si sono accusate a vicenda), senza nessun ferito. L’evento aveva provocato qualche imbarazzo a Bruxelles, dopo che Yerevan aveva dato la notizia secondo cui l’esercito azero aveva “scaricato il fuoco contro gli osservatori dell’Ue”. Sulla stessa pagina X della missione civile Ue in Armenia era apparso un post (poi cancellato) con un perentorio “falso”, ma poche ore più tardi è stato pubblicato l’aggiornamento di rettifica che ha dato ragione ai portavoce armeni, almeno nella parte in cui è stata confermata la presenza della pattuglia europea durante gli spari, senza nessun riferimento alla responsabilità azera.

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278° giorno del #ArtsakhBlockade. Cronaca dal campo di concentramento della soluzione finale di Aliyev in Artsakh. Rinnega firma e accordi, respinge appelli e ordini, non revoca chiusura Corridoio di Lachin (Korazym 15.09.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 15.09.2023 – Vik van Brantegem] – La crisi umanitaria nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh continua ad aggravarsi, la fame è ormai più comune, i villaggi sono particolarmente colpiti, le code per il pane durano ancora ore e non sempre c’è, le scorte alimentari essenziali e i prodotti per l’igiene terminati. I più colpiti sono i bambini piccoli e le donne incinte.

L’autocrate di Baku, Ilham Aliyev non revoca la chiusura del Corridoio di Berdzor (Lachin) rima chiuso, neanche per gli aiuti umanitari.

Le autorità della Repubblica di Artsakh nello scorso fine settimana hanno dichiarato di aver accettato di far entrare in Artsakh un camion della Croce Rossa russa dal territorio sotto controllo dell’Azerbajgian, lungo la strada Akna (Aghdam)-Askeran-Stepanakert, in cambio dell’impegno di Baku di sbloccare il Corridoio di Berdzor (Lachin). Ad oggi sono passati 6 giorni da quando l’Azerbajgian ha fatto la promessa di sbloccare il corridoio e 3 giorni da quando l’Artsakh ha rispettato la sua parte del compromesso, eppure il #Artsakhblockade continua. L’Azerbajgian non ha ancora aperto il Corridoio di Berdzor (Lachin), in violazione dell’accordo trilaterale del 9 novembre 2020, degli ordini vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia, degli appelli internazionali e dell’accordo di compromesso. Neanche il traffico umanitario dall’Armenia è stato ripristinato, con l’Azerbajgian che accusa le autorità dell’Artsakh di continuare ad opporsi ad una rotta di rifornimento alternativa controllata dall’Azerbajgian (impropriamente chiamato “corridoio” di Aghdam).

Il Nagorno Karabakh Observer ha scritto: «Informazioni non ufficiali ma credibili affermano che durante le elezioni [presidenziali] del 9 settembre nel Nagorno-Karabakh, l’Azerbajgian stava pianificando un’incursione nella città di Askeran, ma è stato fermato dalle forze di mantenimento della pace russe. Come compenso, Baku ha chiesto l’invio di aiuti umanitari attraverso Aghdam. Poi, gli aiuti umanitari sono passati per Aghdam; un camion della Croce Rossa russa con merci russe. Nessuna indicazione che la strada di Aghdam sia aperta. Nessuno parla nemmeno del Corridoio di Lachin, una questione ben più complessa in questo momento».

L’11 settembre il camion della Croce Rossa russa ha consegnato 15 tonnellate di cibo e altri aiuti umanitari di fabbricazione russa dalla Russia. Il Ministero degli Esteri russo ha riferito nel corso della giornata di un accordo sullo “sblocco parallelo delle rotte di Lachin e Aghdam” [impropriamente chiamate ambedue “rotte”, mentre esiste solo un corridoio, che si chiama Lachin]. La parte azera ha confermato la propria disponibilità per tale accordo, che è favorito anche dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.

Il Consigliere del Presidente dell’Artsakh, Davit Babayan, ha negato le affermazioni del Consigliere del Presidente dell’Azerbajgian, Hikmet Hajiyev, e ha detto che la stessa Baku sta violando un accordo per riaprire il Corridoio di Berdzor (Lachin) dopo la consegna di 15 tonnellate di aiuti umanitari russi, attraverso la strada di Akna (Aghdam). «Il nostro popolo si trova in una situazione in cui nessuna questione può essere politicizzata», ha detto Babayan al servizio armeno di Radio Free Europe/Radio Liberty. «Non abbiamo mai violato o distorto alcun accordo». Al contrario dell’Azerbajgian, che viola o distorce ogni accordo, sempre. Il 9 novembre 2020 la Russia, l’Armenia e l’Azerbajgian hanno firmato l’accordo tripartito di cessate il fuoco. Russia e Azerbaigian non onorano questo accordo e non hanno rispettato i loro obblighi. Al contrario, l’Armenia lo ha fatto.
Le fonti hanno affermato che le parti “in conflitto”, così come la Russia e altri attori internazionali, stanno portando avanti i negoziati sulla questione. Babayan ha confermato l’informazione, ma ha detto di non poter fornire dettagli.

L’Unione Europea ha accolto positivamente l’invio degli aiuti russi all’Artsakh. Un portavoce del Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, lo ha definito «un passo importante che dovrebbe facilitare la riapertura anche del Corridoio di Lachin» [che dovrebbe essere aperto senza condizioni, concessioni o “facilitazioni]. «Chiediamo a tutte le parti interessate di mostrare responsabilità e flessibilità nel garantire che vengano utilizzate sia la rotta Lachin che quella Aghdam-Askeran», ha aggiunto in una nota.

Ripetiamo che è errato di parlare di “rotta Lachin” allo stesso modo di una “rotta Aghdam-Askeran”, perché si tratta del “Corridoio di Lachin” secondo l’accordo trilaterale del 9 novembre 2020. Inoltre, è sbagliato di rivolgersi a “tutte le parti” se è solo la parte azera che non rispetta gli accordi e blocca da 9 mesi il Corridoio di Berdzor (Lachin), provocando la crisi umanitaria in Artsakh, che adesso pretende di “risolvere” attraverso la rotta Akna (Aghdam)-Askeran-Stepanakert.

La Russia è preoccupata per la tensione in corso nel Nagorno-Karabakh, continua i contatti con l’Azerbajgian e l’Armenia e chiede moderazione da entrambe le parti, ha detto il Portavoce del Presidente russo, Dmitry Peskov ai giornalisti secondo l’agenzia di stampa russa TASS.

«Certamente siamo preoccupati perché la tensione non si allenta e in alcuni luoghi addirittura aumenta. Nonostante tutto, la Russia rimane un affidabile garante della sicurezza [nella regione]. Continuiamo i nostri contatti sia con Yerevan che con Baku. E, naturalmente, chiediamo moderazione da entrambe le parti nello spirito dei documenti tripartiti firmati due anni fa. Naturalmente, tenendo conto delle nuove realtà emerse da allora», ha detto Peskov.

Ecco, due questioni problematiche:
1. L’appello ad “ambedue le parti”, mentre l’Azerbajgian è l’aggressore e l’Artsakh e l’Armenia sono le vittime.
2. “Tenendo conto delle nuove realtà emerse da allora”, significa che per la Russia non è più attuale l’accordo trilaterale del 9 novembre 2020, come abbiamo già osservato in precedenza.

Intanto, il fatto innegabile è che, come era prevedibile e scontato,  l’Azerbajgian ancora una volta ha rinnegato quanto concordato e, in risposta al benestare delle autorità dell’Artsakh con il trasporto di carichi umanitari della Croce Rossa russa dalla Russia attraverso la strada Akna (Aghdam)-Askeran-Stepanakert, continua a non consentire il trasporto di carichi umanitari dal territorio dell’Armenia attraverso il Corridoio di Berdzor (Lachin). Come informa News.am, lo ha osservato in una nota il movimento pubblico Fronte per lo Sviluppo della Sicurezza dell’Artsakh.

La nota afferma: «Questo comportamento delle autorità azere non è altro che un completo disprezzo per tutti gli sforzi degli attori internazionali per risolvere il problema. È quantomeno sconcertante che la Russia, in quanto parte degli accordi e garante dell’attuazione delle disposizioni della dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, tolleri un’altra provocazione da parte dell’Azerbajgian. Non è la prima volta che il movimento pubblico Fronte per lo Sviluppo della Sicurezza dell’Artsakh annuncia la dubbia capacità della parte azera di mantenere i propri obblighi contrattuali e sollecita le autorità dell’Artsakh a insistere sulla necessità di garanzie e sanzioni internazionali per attuare le possibili decisioni che possono essere raggiunto con la parte azera. In questo momento difficile, invitiamo i nostri compatrioti a unirsi e a fare tutto il possibile per salvare l’Artsakh. Nelle condizioni di blocco totale, profonda crisi umanitaria e minacce esistenziali da parte dell’Azerbajgian, la garanzia più importante per mantenere l’Artsakh armeno era e rimane la volontà indistruttibile del popolo dell’Artsakh di vivere nella propria patria e difenderla a tutti i costi».

Il Centro per il Diritto e la Giustizia della Fondazione Tatoyan, diretto da Arman Tatoyan, ex Difensore dei Diritti Umani dell’Armenia, informa sulla sua pagina Facebook di aver identificato le posizioni armate dell’Azerbajgian nel Corridoio di Berdzor (Lachin) lungo strada che porta alla capitale della Repubblica di Artsakh, Stepanakert, dove si trovavano gli agenti “eco-attivisti” del governo azerbajgiano che hanno bloccato il corridoio dal 12 dicembre 2022 al 23 aprile 2023; e lungo la strada che porta da Stepanakert ad Akna (Aghdam), dove è stato individuato anche il parcheggio dei veicoli della Società della Mezzaluna Rossa azera. La Fondazione Tatoyan osserva che le mappe e posizioni dimostrano ancora una volta che il Corridoio di Lachin è importante per la conservazione dell’identità etnica degli armeni dell’Artsakh e che l’apertura della strada da Akna (Aghdam) rappresenta una minaccia esistenziale per gli Armeni dell’Artsakh e non è un’alternativa al Corridoio di Berdzor (Lachin).

Ovviamente, da parte azera, si fanno sforzi da contorsionisti, per negare l’evidenza e affermare che la terra è piatta. Alcuni casi a titolo di esempi.

Nigar Arpadarai, Membro del Parlamento dell’Azerbajian e Membro della delegazione azera all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, ha scritto in un post su Twitter: «I separatisti in Karabakh dell’Azerbajgian hanno accettato il carico lungo la strada Aghdam-Khankendi, concordando essenzialmente sul fatto che in tutti questi mesi avevano gonfiato artificialmente l’isteria umanitaria».

Stepanakert, 14 settembre 2023. Foto di Liana Margaryan che illustra come l’Artsakh è da mesi è in stato di «isteria umanitaria artificialmente gonfiata», che i «nazionalisti monoetnici [Armeni] hanno creato per il loro Paese e per la regione più ampia», come scrive Hikmet Hajiyev nel suo editoriale per Politico. Ci sono troll che addirittura arrivano a scrivere che le strade e gli scaffali dei negozi vengono svuotate per fare le foto per «gonfiare artificialmente l’isteria umanitaria» che gli Armeni dell’Artskakh si sono auto-imposto.

La signora Nigar è così disperata nel negare il genocidio del #ArtsakhBlockade dell’Azerbajgian, che le sue dichiarazioni ha perso ogni senso. Il fatto che le autorità armeni della Repubblica di Artsakh abbiano accettato gli aiuti via la strada di Akna (Aghdam)-Askeran-Stepanakert dimostra quanto sia disperata la loro situazione, perché non hanno mai voluto fare affidamento su una strada controllata da Ilham Aliyev.

Il Presidente della Mezzaluna Rossa azera, Novruz Aslanov (che abbiamo già messo sotto la nostra lente [QUI]), che vorrebbe obbligare gli Armeni dell’Artsakh di accettare i suoi 10 tonnellate di “farina umanitaria-filantropica”, è soprattutto noto per aver espresso forti sentimenti anti-armeni e di armenofobia, incluso un linguaggio pubblico dispregiativo e continue aperte minacce nei confronti degli Armeni, oltre ad elogiare pubblicamente le azioni del regime autocratico in Azerbajgian e minimizzando le violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra azeri. Si era dichiarato disponibile per condurre una “valutazione dei bisogni” degli Armeni nell’Artsakh assediato dal suo datore di lavoro. L’uomo giusto per il compito giusto.

L’uso dell’incitamento all’odio, della discriminazione e dell’armenofobia nelle sue azioni è chiaramente in conflitto con i principi fondamentali dell’organizzazione umanitaria che indegnamente presiede. Questa situazione solleva preoccupazioni anche per quanto riguarda principio di neutralità, poiché è manifesto che stia articolando la posizione ufficiale del governo azerbajgiano, sostenendo di fatto il linguaggio di odio e dell’armenofobia sponsorizzati dal governo.

La Federazione Internazionale delle Società della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa dovrebbe affrontare con urgenza la questione e condannare pubblicamente qualsiasi forma di discriminazione. Permettere ad un individuo con un simile passato di retorica razzista di trovarsi in prossimità delle stesse persone che ha preso di mira con i suoi discorsi di odio, contraddice i principi fondamentali del CICR.

La Federazione Internazionale delle Società della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa dovrebbe con urgenza adottare azioni adeguate in risposta a questa situazione. Lo chiedono tutte le persone che sostengono i valori di inclusività, pace e azione umanitaria delle società umanitarie. Tali principi devono guidare tutte le azioni intraprese sotto la bandiera di organizzazioni come la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa.

Hikmet Hajiyev, il Consigliere per la politica estera del Presidente dell’Azerbajgian, accusa il “regime illegale del Karabakh” di ostacolare “l’apertura simultanea” delle due “strade” che, secondo lui, era stata concordata dal Segretario di Stato americano, Antony Blinken e dal Ministro degli Esteri azerbajgiano, Jeyhun Bayramov, in un telefonata del 1° settembre.

L’idea di pace di Hikmet Hajiyev è di far morire di fame quelli che lui stesso afferma essere i suoi cittadini, bloccando da più di 9 mesi i rifornimenti di cibo, medicine, gas e elettricità, sotto un blocco militare delle sue forze armate. E Politico è felice di pubblicare la sua propaganda.

In un editoriale per Politico del 14 settembre 2023, Hajiyev, scrive: « (…) Prendiamo la situazione in Karabakh. Questa regione dell’Azerbaigian è stata occupata dalla vicina Armenia per 30 anni. (…) Lì, la restante comunità di etnia armena in Azerbajgian era collegata all’Armenia tramite un’unica via terrestre: la strada Lachin [ovviamente nella narrazione della propaganda azera, il CORRIDOIO di Lachin cambia suo status diplomatica in una via, una rotta, una strada]. Legalmente e moralmente, i cittadini che vivono in ciò che resta di questa zona grigia sono cittadini dell’Azerbajgian (…) il Karabakh è territorio sovrano dell’Azerbajgian. E questo significa anche che l’Azerbajgian ha il dovere di prendersi cura di coloro che vivono lì indipendentemente e – forse ancora di più data la storia recente – a causa della loro etnia [e perciò l’Azerbajgian sta tendando da 9 mesi di farli morire di fame o per mancanza di cure mediche, di freddo, ecc.]. Il governo dell’Azerbaigian si è ripetutamente offerto di fornire agli Armeni del Karabakh cibo, medicine e altro attraverso strade che forniscono un passaggio più vicino e veloce rispetto a Lachin [e perciò ha chiuso il Corridoio di Lachin, in violazione dell’accordo trilaterale del 9 novembre 2020 e dell’ordine vincolante della Corte Internazionale di Giustizia, per costringerli con l’arma della fama di accettare l’apertura della rotta Aghdam]. Le rotte terrestri offerte dall’Azerbaigian sono riconosciute come praticabili e utilizzabili dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti e dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, e proprio questa settimana, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha chiesto “l’apertura immediata e simultanea di entrambi i corridoi” [innanzitutto, c’è solo un corridoio, e si chiama Lachin; ciononostante Stepanakert ha acconsentito l’ingresso del camion della Croce Rossa russa attraverso Aghdam, Baku non ha aperto il Corridoio di Lachin e a Kornidzor sono bloccati da due mesi 32 camion con aiuti umanitari dall’Armenia e dalla Francia]. Ma ciò che è stato riportato dai media internazionali è qualcosa di diverso. L’idea che solo l’Armenia debba rifornire gli armeni che vivono nel vicino Paese dell’Azerbaigian attraverso un’unica via monoetnica è – siamo incoraggiati a crederlo – in qualche modo accettabile per la comunità internazionale e i media [*]. E ci viene detto che questo è dovuto al fatto che questo conflitto è diverso dagli altri, che gli Armeni non possono vivere fianco a fianco con gli Azeri nello stesso Paese a causa della nostra storia. Ma sia il nostro passato che il nostro presente ci insegnano che questo semplicemente non è vero [invece, sia il passato e il presente dimostrano che questo è vero, come abbiamo ancora una volta dimostrato ieri in un articolo Pro memoria [QUI]. Prima della guerra degli anni ’90, gli azeri e gli armeni vivevano insieme, fianco a fianco, in pace in Karabakh [falso storico, come già illustrato più volte in passato]. (…) Il dolore che questi nazionalisti monoetnici hanno creato per il loro Paese e per la regione più ampia è difficile da comprendere appieno per gli Occidentali – che hanno trascorso l’ultima generazione vivendo in relativa pace [esattamente per questo, gli Occidentali posso capire appieno il doloro che ha causato negli ultimi tre anni e continua a causare l’Azerbajgian al popolo armeno]. (…) Gli azeri vogliono la pace [¡jajajajajajajajajajaja!]. (…)».

[*] Per dimostrare che è legittimo e perfettamente comprensibile che l’Artsakh non accetta “aiuti umanitari” dallo Stato terrorista dell’Azerbajgian (che nega i diritti umani, i diritti umanitari internazionali e il diritto all’autodeterminazione al popolo dell’Artsakh e sta eseguendo una politica di pulizia etnica e genocidio), riportiamo l’esempio recente del Marocco, che accetta aiuti umanitari per il sisma, che ha provocato oltre 2.100 morti, solo da 4 Paesi (e non dalla Francia).

Con un comunicato il Ministero degli Interni marocchino ha precisato di aver accettato, per il momento, solo aiuti da quattro paesi “amici”. «Le autorità marocchine hanno risposto favorevolmente, in questa fase specifica, alle offerte di sostegno dei Paesi amici Spagna, Qatar, Regno Unito ed Emirati Arabi Uniti, che si erano offerti di mobilitare squadre di ricerca e soccorso», precisa il comunicato ufficiale trasmesso dalla televisione marocchina 2M.

La giustificazione di Rabat fa riferimento ad una «valutazione precisa» dei bisogni, ma non è esclusa l’ipotesi di chiedere aiuto ad altri paesi se necessario. La vicenda è particolarmente rilevante per quanto riguarda la proposta della Francia, un Paese che con il Marocco vanta uno stretto rapporto politico, storico e diplomatico per il fatto che per oltre quarant’anni è stato un protettorato francese, di fatto una colonia. Il Presidente Emmanuel Macron dal G20 di New Delhi ha espresso la disponibilità del suo Paese a collaborare affermando che «la Francia è disposta ad offrire il suo aiuto al Marocco se il Marocco decide che è utile», ricordando che milioni di cittadini francesi hanno radici marocchine e familiari nelle regioni colpite dal terremoto e si tratta di una «tragedia che tocca nel profondo il popolo francese».

Anche la Turchia, colpita recentemente da un terribile sisma che ha causato 60mila morti, ha offerto esplicitamente il proprio aiuto al Marocco senza ottenere risposta positiva.

Una fonte diplomatica marocchina ha precisato, che il Paese sta seguendo un «approccio responsabile, rigoroso ed efficace» per gestire le richieste di sostegno internazionale, collegandole ai bisogni che si presentano sul campo. «Una volta individuata la necessità, comunichiamo con coloro che hanno fatto l’offerta corrispondente a quella necessità per dire loro di fornire quell’aiuto» ha poi puntualizzato.

Questo «approccio responsabile, rigoroso ed efficace» del Marocco lo è ancora con più ragione nel caso dell’Artsakh, sotto assedio e vittima di pulizia etnica da parte dell’Azerbajgian, di cui rifiuta l’offerta. Questa è la risposta ad un esponente del regime autocratico di Aliyev, come Novruz Aslanov, che ha affermato: «Perché dovremmo aspettarci un appello? Se può essere necessario, allora stiamo facendo questo passo». Che prenda un esempio della risposta del Presidente francese al Marocco.

Però, la differenza fondamentale con l’Artsakh è, che l’Artsakh è sotto assedio e blocco totale, circondato da tutti i lati dall’Azerbajgian, che impedisce l’accesso dell’Artsakh all’Armenia e al resto del mondo.

Il Dipartimento di Stato americano si rifiuta di spiegare perché Aliyev non vuole revocare il blocco. La protezione di un tiranno

Il 14 settembre la Commissione per le Relazioni Estere del Senato degli Stati Uniti ha tenuto un’audizione dal tema Valutazione della crisi nel Nagorno-Karabakh, presieduto dal Senatore Robert Menendez, relativa al blocco genocida dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbajgian. È stata ascoltato il Vicesegretario ad interim per gli Affari Europei ed Eurasiatici del Dipartimento di Stato, Yuri Kim.

Nonostante la sua dichiarazione sulla richiesta di immediata apertura del Corridoio di Berdzor (Lachin) e sulla tolleranza zero per qualsiasi azione militare o attacco contro la popolazione dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh), Kim ha rifiutato di rispondere alla domanda di Menendez sul mancato rispetto da parte di Aliyev delle richieste di revoca il blocco, affermando che preferiva discutere la questione in un contesto diverso.

Prendendo atto della risposta evasiva di Kim, Menendez ha fornito la sua “risposta non classificata”, affermando che Aliyev si rifiuta di aprire il corridoio perché mira a sottomettere la popolazione dell’Artsakh attraverso la fame o la minaccia di fame.

Louis Bono, il principale negoziatore statunitense nel Caucaso, che era a Yerevan il 14 settembre, continua a occuparsi sia della priorità a breve termine, ovvero la riapertura del Corridoio di Berdzor (Lachin), sia della priorità a lungo termine. Lo ha annunciato in un briefing il Portavoce del Dipartimento di Stato americano, Matthew Miller. Non ha specificato se Bono visiterà anche Baku. «Non ho intenzione di commentare, ma se chiamate l’ufficio competente, sono sicuro che potranno darvi i dettagli», ha detto.

È stata sollevata anche una domanda sulla crisi umanitaria nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. Recentemente, uno dei legislatori americani ha scritto una lettera al presidente Biden, che afferma: «Gli Stati Uniti devono riconoscere questo genocidio e agire di conseguenza per salvare quante più vite possibile». Qual è il messaggio del Dipartimento di Stato ai Cristiani Armeni sofferenti, ha chiesto il giornalista. «Vogliamo che il Corridoio di Lachin venga aperto immediatamente. Lo abbiamo detto chiaramente. Il Segretario di Stato Blinken ha lavorato con i leader dell’Armenia e dell’Azerbajgian per chiarire che vogliamo che il Corridoio di Lachin venga aperto immediatamente per affrontare la situazione umanitaria davvero terribile nel Nagorno-Karabakh», ha risposto Miller.

La domanda successiva rimane non posta o senza risposta: cosa faranno gli USA se l’Azerbajgian non “apre immediatamente il Corridoio di Lachin”, come richiede il Dipartimento di Stato?

«Arsen di dieci anni aspetta in fila dalle ore 06.00 del mattino davanti all’unico panificio operativo di Stepanakert. Deve portare il pane a casa prima di andare a scuola. Arsen è arrabbiato per gli adulti che saltano la fila e dice che il suo sogno è di diventare un poliziotto per far mantenere l’ordine nelle code. Giorno 277 del #ArtsakhBlockade [14 settembre]» (Siranush Sargsyan, giornalista freelance nel Nagorno-Karabakh assediato).

«Stepanakert questo pomeriggio [14 settembre]. Davanti a questo edificio la gente aspetta per ritirare i buoni per il “pane”. Vedendo la gente camminare per strade vuote e solo riso (odore sgradevole e limitato) sugli scaffali, il Nagorno-Karabakh onestamente mi ricorda la Corea del Nord» (Marut Vanyan, giornalista freelance in Karabakh/Artsakh Email).

I parlamentari delle Fiandre hanno espresso il loro sostegno al popolo dell’Artsakh

Su iniziativa del gruppo di amicizia dell’Assemblea Nazionale della Repubblica dell’Artsakh, “Repubblica di Artsakh-Parlamento delle Fiandre del Regno del Belgio”, il 13 settembre è stato organizzato un incontro speciale con i colleghi del Belgio, si apprende da un comunicato stampa dell’Assemblea Nazionale dell’Artsakh.
Durante l’incontro speciale sono state discusse le questioni relative allo status attuale dell’Artsakh, alla quale  ha partecipato anche il Capo dell’Ufficio del Comitato armeno Dat Europe dell’ARF, Gaspar Karapetyan, e il Direttore esecutivo dell’Ufficio, Heghine Evinyan.
Aram Grigoryan, capo del gruppo di amicizia dell’Assemblea Nazionale,  i membri del gruppo, Gagik Baghunts, Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale, e Vahram Balayan, Presidente del Comitato per le Relazioni Esteri dell’Assemblea Nazionale, hanno presentato le difficoltà sofferte dal popolo dell’Artsakh a causa del blocco dell’Artsakh da parte dell’Azerbajgian e i problemi di sicurezza. Hanno osservato che gli amici dell’Artsakh dovrebbero sollevare la questione nei tribunali internazionali e nei media.
I membri del Parlamento delle Fiandre e gli altri partecipanti all’incontro speciale hanno espresso il loro sostegno al popolo dell’Artsakh , hanno sottolineato che il Parlamento delle Fiandre ha condannato la politica dell’Azerbajgian, che dopo la guerra il governo delle Fiandre ha stanziato fondi per gli aiuti umanitari e oggi stanno ancora cercando di sviluppare iniziative per il sostegno dell’Artsakh.
Gagik Baghunts ha sottolineato l’importanza del sostegno degli amici dell’Artsakh in questa fase difficile e ha sottolineato che si continua a lottare per il diritto all’autodeterminazione.

Il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione contro l’Azerbajgian per le violazioni dei diritti umani

Il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione con 539 voti favorevoli, 6 contrari e 24 astensioni, che chiede il rilascio di Gubad Ibadoglu, una nota figura dell’opposizione azera illegalmente arrestata in Azerbajgian, che condanna gravi violazioni dei diritti umani in Azerbajgian e impone sanzioni ai funzionari azeri che hanno commesso violazioni dei diritti umani.
La risoluzione afferma che Gubad Ibadoglu è stato brutalmente aggredito e arrestato arbitrariamente il 23 luglio 2023 e resta in carcere con accuse dubbie. È noto per aver criticato duramente il governo dell’Azerbajgian per quanto riguarda la corruzione, la gestione inefficiente delle finanze pubbliche e la mancanza di trasparenza. Rischia 12 anni di reclusione per “false accuse”, afferma la risoluzione.
Atualmente in Azerbaigian ci sono circa 200 prigionieri politici, tra cui giornalisti, difensori dei diritti umani e politici dell’opposizione, afferma la risoluzione che chiede di sollevare i casi di violazione dei diritti umani in Azerbajgian durante tutti gli incontri bilaterali e i negoziati sulla firma dei futuri accordi di partenariato, osservando che la condizione per la conclusione di tali accordi dovrebbe essere il rilascio di tutti i prigionieri politici in Azerbajgian.

I cargo jumbo azeri continuano a volare verso Ovda in Israele

Avi Scharf, giornalista di Haaretz ha riferito che ieri è stato registrato il sesto volo in due settimane (il 104° volo in 7 anni) di un cargo jumbo azero 4K-AZ40 verso l’aeroporto israeliano di Ovda. La Silkway Airlines dell’Azerbajgian è stata autorizzata dalle autorità israeliane del trasporto di esplosivi da una pista di atterraggio appartata nel deserto. Alcuni sono atterrati con l’identificativo del Ministero della Difesa azero.

Il Ministro della Difesa iraniano esclude la possibilità di una guerra tra Armenia e Azerbajgian nel prossimo futuro

Secondo l’agenzia iraniana Tasnim, il Ministero degli Esteri iraniano, Generale di brigata Mohammad Reza Ashtiani, ieri nel corso di un briefing ha affermato che Teheran sta monitorando da vicino la situazione nel Caucaso meridionale e mantiene i contatti con Armenia e Azerbajgian.
Nel contesto dell’escalation dell’Azerbajgian contro l’Armenia e l’Artsakh, ha escluso l’eventualità che inizi una guerra nel Caucaso meridionale. «Crediamo che la guerra non scoppierà nella regione», ha detto, sottolineando nel contempo che l’Iran non approverà alcun cambiamento dei confini. A suo avviso, i processi attuali indicano che «non accadrà alcun evento specifico».
In precedenza, anche il Portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanaani, ha affermato che Teheran sta monitorando da vicino la situazione nel Caucaso meridionale e mantiene i contatti con Armenia e Azerbajgian per garantire la pace e la sicurezza. Ha descritto il recente dispiegamento delle truppe azerbajgiane come «preparativi di routine per il periodo invernale, quando gli spostamenti in montagna possono essere difficili».
Sabato scorso, in una conversazione telefonica con il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, il Presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha assicurato che l’Iran si oppone a qualsiasi cambiamento dei confini regionali, affermando che Teheran è pronto a svolgere un «ruolo efficace» come «vicino potente» per prevenire scontri regionali, problemi o cambiamenti geopolitici.

Il Ministro della Difesa armeno ha incontrato le autorità militari russe

Il 14 settembre, il Ministro della Difesa armeno, Suren Papikyan, ha ricevuto il Capo di Stato maggiore delle forze armate di terra russe, il Generale dell’esercito Oleg Salyukov, e il nuovo Comandante delle forze di mantenimento della pace della Federazione Russa in Artsakh (Nagorno-Karabakh), il Maggiore generale Kirill Kulakov.

Risposta ai rabbini revisionisti europei negano il genocidio armeno

Il 6 settembre 2023 il Centro Rabbinico d’Europa ha inviato una lettera firmata da 50 rabbini conservatori al Primo Ministro della Repubblica di Armenia, Nikol Pashinyan e al Presidente, Vahagn Khachaturyan, affermando che i funzionari armeni non hanno il diritto di usare il termine “genocidio” per descrivere il blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin) da parte dell’Azerbajgian dal 12 dicembre 2022, motivo per cui 120mila persone dell’Artsakh sono condannati alla morte per fame. Della questione abbiamo riferito il 6 agosto [QUI], il 7 agosto [QUI] e il 9 settembre 2023 [QUI].
STEPANAKERT, 13 settembre 2023 – Artsakhpress – I rabbini hanno erroneamente affermato che il termine “genocidio” dovrebbe essere usato solo per descrivere lo Shoah ebraico. L’ignoranza di questi rabbini è superata solo dalla loro arroganza. Non solo non conoscono il vero significato del termine “genocidio”, ma danneggiano anche la propria causa dichiarando che, poiché lo Shoah è stato “unico”, nessun’altra tragedia umana può paragonarsi ad esso, negando così a chiunque l’opportunità di mostrare compassione. per le vittime dello Shoah. È nell’interesse degli Ebrei caratterizzare lo Shoah come una catastrofe universale con cui gli altri popoli possano simpatizzare. Sebbene tutti i genocidi presentino somiglianze, esistono evidenti differenze in termini di tempo, scala e luogo. Tuttavia, le somiglianze tra i genocidi superano le loro differenze.
Questi rabbini sembrano non sapere che secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, il genocidio, oltre all’evidente omicidio di massa, comprende anche “la creazione deliberata di condizioni di vita per qualsiasi gruppo che mirino a alla sua totale o parziale distruzione fisica”. Questo è esattamente ciò che sta facendo l’Azerbajgian, affamando 120.000 persone dell’Artsakh, privandole di cibo, medicine e altri beni di prima necessità.
I rabbini negazionisti hanno dichiarato che i termini “ghetto”, “genocidio” e “Shoah” sono “inappropriati per l’uso nel gergo di qualsiasi disaccordo politico”. Secondo Luis Moreno Ocampo, ex Procuratore della Corte Penale Internazionale, la carestia degli Armeni dell’Artsakh non può essere definita “disaccordo politico”, ma genocidio.
I rabbini, continuando la serie di errori e malintesi commessi nella lettera di propaganda filo-azerbajgiana, hanno chiesto ai leader armeni di “chiarire in modo chiaro e inequivocabile che il popolo armeno riconosce e rispetta la terribile sofferenza umana del popolo ebraico” e di smettere di “minimizzare e sminuendo la portata della sofferenza del popolo ebraico prima di promuovere qualsiasi interesse politico attraverso l’uso incessante di espressioni legate allo Shoah sofferto dal popolo ebraico”.
Invece di fare la predica ai leader armeni sullo Shoah, i rabbini avrebbero dovuto indirizzare la loro lettera al Primo Ministro Benjamin Netanyahu, che ha negato il genocidio armeno e ha fatto pressioni sulla Knesset affinché respingesse una risoluzione che lo riconoscesse. Israele avrebbe dovuto essere il primo Paese a riconoscere il genocidio armeno, non l’ultimo.
Inoltre, questi rabbini avrebbero dovuto avere il coraggio morale di pubblicare una lettera in cui condannavano il governo israeliano per aver fornito le armi letali con cui l’Azerbajgian ha ucciso migliaia di soldati armeni nel 2020.
Invece di sostenere i negazionisti del genocidio ad Ankara e Baku, questi rabbini avrebbero dovuto sapere che i più importanti sostenitori del riconoscimento del genocidio armeno sono Ebrei: il Dottor Israel Charni (Direttore dell’Istituto sullo Shoah e il Genocidio di Gerusalemme), il Prof. Yair Auron (storico, autore di numerosi libri sul genocidio armeno), Raphael Lemkin (che ha coniato il termine genocidio), l’Ambasciatore Henry Morgenthau, Elie Wiesel (vincitore del Premio Nobel e sopravvissuto allo Shoah, Yossi Beilin (Ministro della Giustizia israeliano) e Yossi Sarid (Ministro dell’Istruzione israeliano).
Dopo che il Presidente Joe Biden ha riconosciuto il genocidio armeno il 24 aprile 2021, sia l’Anti-Defamation League (ADL) che l’American Jewish Committee (AJC) hanno sostenuto il riconoscimento di Biden. Anche il Museo commemorativo dello Shoah degli Stati Uniti a Washington ha rilasciato una dichiarazione il 27 aprile 2021, accogliendo con favore la decisione del Presidente Biden secondo cui è stato commesso un genocidio contro il popolo armeno. Inoltre, anche il Congresso Ebraico Mondiale ha riconosciuto il genocidio armeno.
Inoltre, 126 esperti dello Shoah hanno rilasciato una dichiarazione congiunta il 7 marzo 2000, “confermando il fatto innegabile del genocidio armeno”. Tra loro c’erano i professori Yehuda Bauer, Steven Feinstein, Irving Horowitz e Steven Katz.
Questi rabbini non hanno condannato l’ex Vice Primo Ministro dell’Azerbajgian ed ex Sindaco di Baku, Hajibala Abutalibov, che ha dichiarato nel 2005 durante un incontro con la delegazione del comune in Baviera (Germania). “Il nostro obiettivo è la completa distruzione degli Armeni. Voi nazisti avete già sterminato gli ebrei negli anni ’30 e ’40, vero? Dovete capirci”, come è stato riportato da Realny Azerbaigian nella sua edizione del 17 febbraio 2006.
Poiché questi rabbini credono che solo loro abbiano il diritto di usare il termine genocidio, si sono mai lamentati con il loro amato fratello Aliyev per i suoi ripetuti riferimenti al falso “genocidio di Khojalu”? Non è questo un vergognoso esempio di doppio standard?
I rabbini avrebbero dovuto ricordare le famigerate parole di Hitler del 22 agosto 1939: “Dopo tutto, chi parla oggi dello sterminio degli Armeni?” Notando che il mondo ignorava il genocidio armeno, Hitler fu incoraggiato a portare avanti lo Shoah.
Yaron Weiss di Gerusalemme, nipote di sopravvissuti allo Shoah, ha scritto: “Condanno la cinica appropriazione della memoria delle vittime dello Shoah da parte di quel gruppo di rabbini”. Yaron Weiss ha anche ricordato ai rabbini che “l’Azerbajgian rifiuta di condannare e scusarsi per gli omicidi di massa commessi dai soldati della Legione azera durante lo Shoah”.
Invitiamo questi rabbini a chiedere scusa per la loro lettera revisionista e offensiva, la campagna diffamatoria istigata dall’Azerbajgian, a seguito della quale hanno perso il senso della decenza e della moralità. Se la loro lettera incoraggia l’Azerbajgian a commettere nuove atrocità contro l’Armenia e l’Artsakh, questi rabbini saranno considerati complici dei crimini azeri.

NOI PREGHIAMO IL SIGNORE PER QUESTO MIRACOLO
NON DOBBIAMO SPERARE CHE VENGA DAGLI UOMINI,
QUELLO CHE SOLO IL SIGNORE POTREBBE DARCI

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Armenia – Azerbaigian/ Onori (M5S): costruire dialogo attraverso la cultura (Aise 15.09.23)

ROMA\ aise\ – “Esprimo grande soddisfazione per l’inizio dell’esame congiunto, nelle Commissioni Esteri e Cultura, di una risoluzione cinquestelle a mia prima firma sulla protezione del patrimonio artistico e culturale come strumento di costruzione della pace, con specifico riferimento al conflitto in corso tra Armenia e Azerbaigian”. Così Federica Onori, deputata eletta in Europa e capogruppo M5S nella commissione Esteri di Montecitorio.
“La distruzione di siti e oggetti del patrimonio culturale contribuisce all’inasprimento delle ostilità, dei pregiudizi e dell’odio interetnico”, annota la parlamentare. “Di converso, la protezione del patrimonio culturale ha un ruolo importante nella costruzione di un ‘ponte’ di dialogo tra le parti, tanto più nel Caucaso meridionale, dove le perduranti tensioni tra Armenia e Azerbaijan sono state recentemente esacerbate dal blocco del corridoio di Lachin e dalle sue tragiche conseguenze umanitarie”.
“Il nostro Paese – ricorda Onori – è in prima linea sul tema anche grazie alla creazione, nel 2022, della task force “Caschi Blu della Cultura”. Per questo chiedo al governo di attivarsi per garantire la tutela, l’integrità e la protezione del patrimonio culturale armeno e azero, per sostenere iniziative di promozione della cultura armena e azera in Italia e, infine, per includere nella missione europea Euma, e in eventuali future missioni Psdc, un meccanismo di protezione del patrimonio culturale dei territori interessati”.
“La pace ha bisogno di azioni concrete, prima che di tante parole”, conclude Onori. “Confido in una rapida e larga approvazione della risoluzione da parte del nostro Parlamento, per ribadire la centralità degli sforzi italiani in questo difficile percorso negoziale”. (aise) 

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NAGORNO, DE ROSA (M5S): GOVERNO ITALIANO SI ATTIVI PER SOLUZIONE CRISI

277° giorno del #ArtsakhBlockade. Cronaca dal campo di concentramento della soluzione finale di Aliyev in Artsakh. L’Azerbajgian prosegue l’assedio (Korazym 14.09,.23)

Korazym.org/Blog dell’Editore, 14.09.2023 – Vik van Brantegem] – Oggi è il giorno 277 dell’assedio dell’Azerbajgian alla Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. Nessuna notizia sull’apertura del Corridoio di Berdzor (Lachin) e l’ingresso dei 32 camion con aiuti umanitari dall’Armenia e dalla Francia fermi all’ingresso a Kornidzor presso il ponte Hakari, né conferma che la strada di Akna (Aghdam)-Askeran-Stepanakert sia aperta per ulteriori aiuti umanitari dalla Russia. Le trattative per l’apertura del Corridoio di Berdzor (Lachin) sono ancora in corso, non ci sono novità, ha detto ieri sera a News.am, Davit Babayan, Consigliere del Presidente della Repubblica di Artsakh. Ha aggiunto che aspettano notizie, che non sanno ancora quale sarà l’esito dei negoziati.

Va notato che sono passati già due giorni, da quando 1 (uno) camion della Croce Rossa russa con aiuti umanitari dalla Russia è entrato ad Artsakh da Akna (Aghdam). Dopodiché, secondo l’accordo, l’Azerbajgian avrebbe dovuto aprire il Corridoio di Berdzor (Lachin), ma è ancora chiuso. Va ricordato per inciso che due giorni fa Maria Zakharova, Portavoce del Ministero degli Esteri russo, aveva dichiarato che Mosca si aspettava che il Corridoio di Berdzor (Lachin) sarebbe stato aperto, tenendo conto degli accordi precedentemente raggiunti.

La rappresentanza francese presso l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha scritto in un post sul suo account Twitter: «Su istruzione del Presidente Emmanuel Macron, la Francia invita l’OSCE a realizzare l’immediata apertura del Corridoio di Lachin e sottolinea la necessità di adottare misure immediate per soddisfare le esigenze della popolazione del Nagorno-Karabakh».

Intanto, l’Azerbajgian rifiuta ancora di adempiere alla sua parte della proposta presentata dalla mediazione della Federazione Russa di aprire il Corridoio di Berdzor (Lachin), e di consentire al Comitato Internazionale della Croce Rossa, alle forze di mantenimento della pace russe e alle aziende private di entrare nella Repubblica di Artsakh con i beni essenziali. Lo ha scritto sulla sua pagina Facebook il Segretario del partito Ho onore, Tigran Abrahamyan. Inoltre, ha osservato: «La parte russa sta negoziando con l’Azerbajgian per il rispetto degli impegni, ma allo stesso tempo, sta facendo dichiarazioni che rompano il processo, portando la situazione ad un vicolo cieco. Tra l’altro, le azioni dell’Azerbajgian contraddicono le proposte fatte da tutti i centri geopolitici riguardo alla soluzione della situazione, il che implica che gli attori internazionali dovrebbero aumentare la pressione sull’Azerbajgian. Nella situazione attuale, le azioni delle diverse capitali mostreranno chi e come è impegnato a rispettare i principi da loro dichiarati in materia di pace e stabilità nella regione».

Mappa degli attacchi azeri sul territorio dell’Armenia tra il 13 e il 14 settembre 2022.

Esattamente un anno fa, il 13 settembre, le forze armate dell’Azerbaigian lanciarono un’aggressione militare su vasta scala senza precedenti contro il territorio sovrano della Repubblica di Armenia, provocando entro il 14 settembre la morte o la dispersione di almeno 204 militari armeni e l’occupando circa 150 chilometri quadrati di territorio sovrano dell’Armenia. Questa aggressione azera era stata preceduta dall’invasione e l’occupazione del territorio sovrano della Repubblica di Armenia in maggio e novembre 2021.

Il Ministero degli Esteri della Repubblica di Armenia ha rilasciato una dichiarazione al riguardo: «Le azioni della parte azera sono state accompagnate dal prendere di mira insediamenti, infrastrutture civili e ambientali, dall’uso di armi di grosso calibro e droni. La tortura dei militari armeni, compresi i corpi delle donne, nei territori passati sotto il controllo dell’Azerbajgian, di cui sono disponibili registrazioni video scioccanti e che sono state criticate dalle strutture internazionali e dalle organizzazioni per i diritti umani, sono crimini di guerra e dovrebbero anche ricevere una chiara indagine legale internazionale e valutazione universale.
Guidato dal senso di impunità, l’Azerbajgian continua a minacciare la pace e la stabilità nel Caucaso meridionale. In questi giorni sui social network si stanno diffondendo numerosi video che dimostrano che l’Azerbajgian sta accumulando truppe ed equipaggiamenti militari di grosso calibro sia lungo il confine di Stato con l’Armenia che lungo la linea di contatto con il Nagorno-Karabakh, in prossimità della zona di responsabilità delle truppe di mantenimento della pace russe. I casi di aggressioni da parte dell’Azerbajgian alle posizioni delle forze armate armene e di violazione del regime di cessate il fuoco nel Nagorno-Karabakh sono aumentati in modo significativo.
La Repubblica di Armenia apprezza molto le dichiarazioni e le azioni dei partner, che un anno fa hanno chiaramente registrato la violazione dell’integrità territoriale dell’Armenia e l’inammissibilità dell’uso della forza da parte dell’Azerbajgian, anche come chiaro messaggio per prevenire tale azioni in futuro.
Le forze armate dell’Azerbajgian devono essere ritirate dal territorio sovrano della Repubblica di Armenia. Allo stesso tempo, continuando ad essere interessata a stabilire stabilità e pace nella regione, la Repubblica di Armenia riafferma la sua proposta di effettuare un ritiro speculare delle truppe dal confine interstatale tra Armenia e Azerbajgian, sulla base delle mappe dell’URSS del 1975.
Ci aspettiamo che gli attori interessati alla pace e alla sicurezza nella regione, le strutture con mandato in materia, facciano ogni sforzo e utilizzino tutti i meccanismi a loro disposizione per prevenire un’altra destabilizzazione e l’uso illegale della forza nella nostra regione».

La Missione dell’Unione Europea in Armenia (EUMA) ha annunciato lo smantellamento dell’impianto di fonderia di acciaio a Yeraskh, nella regione di Ararat dell’Armenia, che confina con il Nakhichevan, l’exclave dell’Azerbajgian.

++++ AGGIORNAMENTO: I proprietari dell’impianto metallurgico di Yeraskh, GTB Holding, hanno confutato il post dell’EMUA sostenendo che la fabbrica sarebbe stata trasferita. L’EMUA ha risposto cancellando il post. Vale la pena notare che questa non è la prima volta che l’EMUA cancella post con affermazioni errate. ++++

Ricordiamo, come abbiamo riferito a più occasione, che dall’inizio della costruzione il cantiere dell’impianto – con fondi USA – è stato continuamente bombardato dalle forze armate dell’Azerbajgian, di fatto fermando i lavori. L’Azerbajgian ha anche avanzato false accuse ambientali nei confronti dell’impianto, sostenendo che pone problemi ambientali. Il Ministero della Protezione della natura dell’Azerbajgian ha dichiarato espressamente che l’Armenia sta violando gli standard ambientali internazionali impegnandosi in questa attività a Yeraskh senza coordinarsi con Baku. Tuttavia, il Ministero dell’Ambiente dell’Armenia ha affermato che la fonderia di Yeraskh non rappresenta un pericolo per Nakhichevan e non è necessario un coordinamento con l’Azerbajgian.
L’Azerbajgian, in realtà, ha preso di mira alcune delle più importanti strutture civili in Armenia per esercitare pressioni militari sul Paese. Prendere di mira oggetti civili come aeroporti (Kapan), miniere (Sotk) e fabbriche (Yeraskh) è caratteristico degli Stati terroristi. Il regime di Aliyev dimostra che l’Azerbajgian ha optato per il terrorismo come metodo di risoluzione dei problemi.
Inoltre, l’Azerbajgian mira ad ostacolare lo sviluppo economico dell’Armenia prendendo di mira siti economicamente strategici. Lo disse Ilham Aliyev nel 2018: «Come risultato dei nostri sforzi, l’Armenia si è trasformata in una situazione di stallo politico, economico, energetico e dei trasporti, e l’ulteriore sviluppo di questo Paese è, ovviamente, molto desolante. Noi, per la nostro parte, continueremo la nostra politica».
Yeraskh è un’ulteriore dimostrazione – per quanto dovesse servire ancora – che l’Azerbajgian ottiene quello che vuole con la forza e la comunità internazionale osserva e registra come si fa con le notizie meteorologiche, invece di condannare questi atti terroristici dell’Azerbajgian, come sarebbe obbligatorio.

Nel contesto della crescente tensione nel Caucaso meridionale:

  • Numerose violazioni del cessate il fuoco segnalate il 13 settembre 2023 lungo la linea di contatto dell’Artsakh con le forze armate azere. L’Artsakh segnala un ferito con ferite non mortali. La situazione è sempre più tesa.
  • Non vengono più pubblicati online video della mobilitazione militare azera. Alcuni video riportano che anche l’Armenia ha inviato truppe in alcune direzioni. I video si sono fermati un paio di giorni fa, che non vuol dire che la tensione non c’è più.
  • L’Iran ha spostato unità del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Pasdaran) verso il confine con l’Azerbajgian.
  • Il Ministero della Difesa dell’Azerbajgian ha riferito che le unità di difesa aerea hanno condotto esercitazioni utilizzando il sistema missilistico antiaereo di fabbricazione israeliana Barak [Fulmine in ebraico] 8ER, che sono stati denominati “Yıldırım [Fulmine in azero] 8ER” in Azerbajgian. Nella dichiarazione del Ministero si menziona che durante le esercitazioni previste, i missili balistici lanciati dal nemico simulato sono stati identificati e distrutti dai missili Barak 8ER.
  • Il Presidente della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento armeno, Sargis Khandanyan, ha detto ieri ai giornalisti che l’Azerbajgian non ha ancora risposto alle proposte di pace della Repubblica di Armenia, che erano state annunciate il 24 agosto scorso dal Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan. Il Ministro degli Esteri dell’Azerbajgian, Jeyhun Bayramov, ha annunciato che i negoziati per la firma del trattato di pace tra Armenia e Azerbajgian si sono interrotti. Secondo Sputnik Armenia, ieri nel corso di una sessione di domande e risposta con il governo nell’Assemblea Nazionale, il Ministro degli Esteri della Repubblica di Armenia, Ararat Mirzoyan, rispondendo alla domanda di Sona Ghazaryan, deputato del partito Patto Civile, circa la fase del trattato di pace in discussione tra Azerbajgian e Armenia, ha rilasciato questa dichiarazione: «La parte armena ha consegnato la quinta edizione dell’accordo sulla regolamentazione delle relazioni e l’instaurazione di relazioni pacifiche alla parte azera, toccava a noi farlo, e lo abbiamo fatto. E proprio ieri abbiamo ricevuto nuove proposte dalla parte azera». Mirzoyan ha osservato che, nonostante non ci siano stati negoziati faccia a faccia dopo giugno, il processo e le discussioni continuano. Per quanto riguarda lo svolgimento di riunioni e negoziati in diversi formati e su diverse piattaforme, le proposte arrivano quasi sempre, ha detto Mirzoyan, sottolineando che per il momento non c’è nessun accordo su un incontro specifico, solo discussioni preliminari.

Il Ministro degli Esteri della Repubblica di Artsakh, Sergey Ghazaryan, ha ricevuto a Yerevan la Baronessa Caroline Cox e i membri dell’organizzazione cristiana per i diritti umani Christian Solidarity International (CSI) e dell’organizzazione filantropica Humanitarian Aid Relief Trust (HART), che sono giunti a Yerevan con la Baronessa. Ghazaryan ha discusso con gli ospiti le questioni relative al disastro umanitario causato dall’assedio di Artsakh imposto dall’Azerbajgian da nove mesi.

«Abbiamo visitato l’ingresso del Corridoio di Lachin, l’unica strada che collega il Nagorno-Karabakh all’Armenia e il mondo esterno. Da nove mesi l’Azerbajgian blocca questa strada. Per due mesi, nemmeno il Comitato Internazionale della Croce Rossa è stato fatto entrare. I 120.000 Cristiani Armeni del Nagorno-Karabakh/Artsakh stanno morendo di fame. Questo è genocidio» (Christian Solidarity International).

La crudele realtà di vivere nel #ArtsakhBlockade: «L’unico cibo/frutto esistente a Stepanakert era l’uva. Anche questa è scomparsa con la stagione delle piogge. Mi è stato detto che gli agricoltori non possono entrare nei campi per raccoglierlo. Non riesci a trovare nemmeno una tazza di caffè per uccidere l’appetito. In questo momento a Stepanakert non puoi trovare nulla» (Marut Vanyan, giornalista freelance in Karabakh/Artsakh Email).

«Arev Hovsepyan, insegnante della Scuola Stepanakert N. 2, ha preparato dei biscotti per i suoi alunni di quarta elementare. I bambini che vivono nell’Artsakh sotto il blocco hanno un’esperienza diretta della deprivazione straziante, trascorrendo mesi senza nemmeno un boccone di dolce indulgenza» (Hagop Ipdjian, Consigliere del Presidente della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh).

«Non ci sono trasporti pubblici e anche le ambulanze non sono operative a causa della mancanza di carburante» (Hagop Ipdjian, Consigliere del Presidente della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh).

«La carenza di pane rimane a livelli critici nel Nagorno-Karabakh assediato. Non sono ancora riuscito a procurarmi una pagnotta di pane, nemmeno con i tagliandi. Nessun panificio funziona oggi e altri prodotti alimentari essenziali come frutta e verdura di stagione sono ugualmente scarsi» (Siranush Sargsyan, giornalista freelance nel Nagorno-Karabakh assediato).

Il Ministero dello Sviluppo sociale e della Migrazione della Repubblica di Artsakh ha riferito ieri, che i residenti di Stepanakert, che non hanno potuto utilizzare i tagliandi 1-8, a partire delle ore 08.00 di oggi, 14 settembre 2023, possono acquistare il pane con i tagliandi non riscattati presso il panificio in via Tigran Metsi 18 di Stepanakert.

Il Ministero dello Sviluppo Sociale e della Migrazione della Repubblica di Artsakh ha rilasciato una dichiarazione riguardante la distribuzione dei prodotti alimentari essenziali portati dalla Croce Rossa russa. Si prevede di distribuire nei prossimi giorni prodotti alimentari nell’Artsakh alle famiglie che soddisfano i seguenti criteri:

  • Famiglie dei militari caduti con figli minorenni.
  • Famiglie con figli disabili.
  • Famiglie con cinque o più figli minori.

Dopo un’interruzione di due mesi, dal 12 luglio 2023, il 12 settembre l’account Telegram del Contingente di mantenimento della pace russo in Nagorno-Karabakh ha ripreso la pubblicazione di post.

«Il Comandante del Contingente di mantenimento della pace russo in Nagorno-Karabakh, Kirill Kulakov, ha già visitato Baku e ha discusso la situazione con il Ministro della Difesa azerbaigiano, Zakir Hasanov. Il lavoro del Contingente di mantenimento della pace russo non viene interrotto per un minuto: stanno facendo tutto il possibile per stabilire la pace nella regione» (12 settembre 2023). Risultato: picche.

Il video.

«In Karabakh sono arrivati gli aiuti umanitari della Croce Rossa russa.
Il 12 settembre 2023 il personale militare del Contingente di mantenimento della pace russo ha garantito la consegna sicura e la distribuzione di aiuti umanitari per i residenti del Nagorno-Karabakh.
Il giorno prima, nella zona di responsabilità delle forze di mantenimento della pace russe era arrivato un camion con un carico umanitario dell’organizzazione pubblica russa “Croce Rossa russa”. Dopo aver concordato le questioni tra le due parti e controllato i documenti necessari, il convoglio umanitario, accompagnato dall’equipaggiamento del Contingente di mantenimento della pace russo, è arrivato a Stepanakert.
Il carico umanitario consegnato ai residenti locali ammonta a 15 tonnellate. Comprende cibo, vestiti, kit igienici e kit per bambini, tutti i beni più necessari, concordati con i rappresentanti del Nagorno-Karabakh.
Attraverso la mediazione delle forze di mantenimento della pace russe, i rappresentanti della Croce Rossa russa hanno distribuito gli aiuti consegnati alle famiglie numerose e a basso reddito, nonché a tutti i residenti bisognosi» (13 settembre 2023).

Ieri, le autorità dell’Artsakh hanno diffuso i dettagli sul contenuto del carico [QUI].

E cosa fanno gli USA?

«Il 12 settembre, un camion della Croce Rossa russa è entrato nel Nagorno-Karabakh dall’Azerbajgian per effettuare la prima consegna umanitaria da giugno. Primo passo importante. Ora è il momento di aprire, immediatamente e simultaneamente, le strade di Lachin e di Aghdam affinché il CICR possa porre fine alle sofferenze nel Nagorno-Karabakh e aprire la strada a un dialogo politico duraturo» (Ambasciatore Yuri Kim, Assistente Segretario di Stato per gli Affari Europei ed Eurasiatici del Dipartimento di Stato).

1. Qui abbiamo un rappresentante del Dipartimento di Stato degli USA che sostiene i piani e le azioni della strategia russa-azera nel Caucaso meridionale. Eh sì, sta spingendo per l’apertura della strada di Akna (Aghdam)-Askeran-Stepanakert, proprio come vogliono gli Azeri. Una mossa molto bello per davvero. Premiare Aliyev per i crimini di guerra, assecondando l’apertura l’Artsakh dall’Azerbajgian in pieno clima di guerra imminente, è follia.

Gli USA hanno permesso all’Azerbajgian di introdurre una nuova via di cui la gente dell’Artsakh non aveva mai avuto bisogno prima. Mentre l’Azerbajgian non ha alcuna intenzione di re-aprire il Corridoio di Berdzor (Lachin) in sicurezza (quindi ritirando le sue forze armate dal corridoio), il Dipartimento di Stato si auto-complimenta, favorendo la tortura degli Armeni dell’Artsakh. Nel contempo tace sui 22 camion dall’Armenia (con l’aggiunta di 10 camion dalla Francia) che stanno fermi da quasi due mesi davanti all’ingresso del Corridoio di Berdzor (Lachin) a Kornidzor nel pressi del ponte Hakari.

La verità è che non esiste da nessuna parte un accordo su una “strada di Aghdam” (meno ancora con lo status di un “corridoio”). C’è solo un Corridoio e si chiama Berdzor (Lachin), che collega l’Artsakh con l’Armenia e il resto del mondo, chiuso illegalmente dall’Azerbajgian dalle ore 10.30 del 12 dicembre 2022. Da nove mesi.

Quindi, questo rappresentante del Dipartimento di Stato diventa complice di genocidio, dando il benestare alla deliberata carestia di 120.000 civili come strumento accettabile di negoziazione. Questo è aiutare e autorizzare l’Azerbajgian ad ignorare la Dichiarazione trilaterale (firmata da Azerbajgian, Armenia e Russia) del 9 novembre 2020 e l’ordine vincolante della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, introducendo sempre più scuse per la coercizione. Vergognoso. Questo è quello che fanno gli USA quando un’autocrazia come l’Azerbajgian ignora ciò che si sta dicendo da mesi.

La strategia dell’Azerbajgian e della Russia di guidare l’agenda e cambiare le narrazioni legali funziona solo quando gli attori internazionali riconoscono il cambiamento. Con questo, la nazione più potente del mondo sta cedendo all’agenda di un’autocrazia e una dittatura.

Parliamo di strategia russa-azera, perché nessuno sana di mente può pensare per un attimo che Baku non si coordini con Mosca e viceversa. Senza dimenticare la Turchia sullo sfondo, che mantiene con la Russia una centro di coordinamento ad Aghdam e come la Russia fornisce armi, come anche Israele. Il quadro geopolitico genocida è chiaro?

2. Parlare:
a. di “apertura simultanea” del Corridoio di Lachin (non “strada di Lachin”) e della strada di Aghdam-Askeran-Stepanakert;
b. di movimento soltanto del Comitato Internazionale della Croce Rossa, significa promuovere la strategia russa-azera.

Gli attivisti pseudo-umanitari sponsorizzati dal governo dell’Azerbajgian sono come gli attivisti pseudo-ecologisti (e in alcuni casi gli stessi) dell’inizio del #ArtsakhBlockade. Applicano le stesse tattiche usate per bloccare il Corridoio di Berdzor (Lachin), per aprire la “strada di Aghdam” ai servizi di sicurezza dell’Azerbajgian come fecero con il Corridoio di Berdzor (Lachin) diretti al ponte Hakari, questa volta direttamente a Stepanakert.

Secondo la Dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, e di conseguenza secondo l’ordine giuridicamente vincolante della Corte Internazionale di Giustizia che ne fa riferimento, esiste solo il Corridoio di Berdzor (Lachin), per cui l’Azerbajgian deve consentire il “movimento senza ostacoli di merci, veicoli e persone in entrambe le direzioni” (e non solo per il CICR e i Russi). La dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020 e la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia non menzionano, quindi non considerano, nessun’altra strada, né in sostituzione, né in contemporanea, oltre il Corridoio di Berdzor (Lachin).

Poi, perché ci sarebbe necessità di avere “in contemporaneo”, a parte del Corridoio di Berdzor (Lachin), ancora un altro percorso? Prima della chiusura del corridoio, in Artsakh non c’era una crisi umanitaria e aprendo il corridoio (per l’Armenia e il resto del mondo), la crisi umanitaria che c’è sparirà senza la necessità di un altro percorso (per l’Azerbajgian e la Russia, che hanno provocato la crisi umanitaria).

Il resto è narrazione di appeasemente, che porterà solo al disastro della “integrazione” (da leggere “pulizia etnica” e genocidio).

Come rappresentante diplomatico di una democrazia conosciuta in tutto il mondo, l’Ambasciatore Kim farebbe meglio a fare affidamento sulla volontà del popolo autodeterminato dell’Artsakh, rifiutando qualsiasi cosa che viene proposta da un autocrate (azero) e un dittatore (russo). E se l’Ambasciatore Kim non è capace o in grado di sostenerlo, è pregato di fare un passo indietro e di non interferire con la volontà e il futuro autodeterminato del popolo dell’Artsakh.

Si dovrebbe ricordare che TUTTI i civili Armeni – per lo più malati, disabili e anziani – che si sono rifiutati di fuggire dalle loro case durante la guerra del 2020, sono stati tutti giustiziati o decapitati dai militari azeri, che hanno pure filmato le loro azioni e postato sui social media.

Chi pensa che con la “strada di Aghdam” aperta, ci possa essere ancora l’Artsakh/Nagorno-Karabakh, non capisce/nega (che è peggio) quanto sia genocida il regime azero e la società azera che ha indottrinato da decenni.

Se gli Stati Uniti continueranno con la loro posizione attuale nei confronti dell’Armenia e dell’Artsakh, allora l’Azerbajgian, delegato dalla Russia e dalla Turchia, spopolerà presto l’Artsakh e avvierà poi l’annessione della regione armena di Syunik come “Zangezur occidentale”.

3. Il Dipartimento di Stato dovrebbe ascoltare il loro Senatore, che ha detto la verità e ha indicato quali azioni dovrebbe intraprendere, come abbiamo riferito ieri: «Il Senatore democratico del New Jersey, Presidente del Comitato per le relazioni esteri del Senato degli USA, Robert (Bob) Menendez ha tenuto un discorso nell’aula del Senato, sottolineando la gravità della crisi umanitaria che l’Artsakh si trova ad affrontare, offrendo un toccante appello all’azione: “Il governo di Aliyev in Azerbajgian sta portando avanti una campagna di atrocità atroci che portano i tratti distintivi del genocidio contro gli Armeni nell’Artsakh. Hanno intenzionalmente e brutalmente intrappolato tra i 100.000 e i 120.000 Armeni Cristiani nelle montagne del Karabakh. C’è solo una strada per uscire e collegare il Nagorno-Karabakh all’Armenia per persone, cibo, medicine e beni di prima necessità”. Menendez non usa mezzi termini quando mette in guardia l’Azerbajgian per il blocco genocida dell’Artsakh: “Agli uomini che organizzano e attuano questo brutale [blocco]: vi riterremo responsabili dei vostri crimini, anche se ci vorrà una vita”. Dire la verità come dovrebbe essere detta sulla pulizia etnica e il genocidio in Artsakh, al contrario del Segretario di Stato, Anthony Blinken, è un atto rivoluzionario».

Mentre la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite ordina esplicitamente l’immediata apertura del Corridoio di Berdzor (Lachin) senza ostacoli, su cui concordano le organizzazioni e istituzioni per i diritti umani che non permettono che il cibo venga utilizzato come arma, utilizzata come tattica di negoziazione e che riconoscono che la falsa narrazione di “ambedue le parti” rafforzerà ulteriormente lo strangolamento dell’Artsakh.

Il Presidente di Freedom House ha dichiarato: «(…) il blocco del Corridoio di Lachin rischia la pulizia etnica. (…) Esortiamo il governo azerbajgiano a togliere INCONDIZIONATAMENTE il blocco per garantire il libero movimento bidirezionale di persone, veicoli e merci lungo il Corridoio di Lachin».

Il Dipartimento di Stato non riesce proprio a fare di meno che spingere con ogni respiro per l’integrazione dell’Artsakh nell’Azerbajgian, come vuole la Russia. Gli Stati Uniti non hanno dimostrato alcun desiderio o capacità di costringere l’Azerbajgian ad agire vagamente in senso umano.

3. Da notare, non da poco conto, che l’Ambasciatore Kim scrive – quello che la propaganda azera nega/fa dimenticare – che si tratta della “prima consegna umanitaria da giugno”. Quindi il #ArtsakhBlockade c’è.

Alcune reazioni di troll azeri al post su Twitter dell’Ambasciatore Kim

Riportiamo le reazioni senza alcun commento, visto che si squalificano da soli. L’ultimo a conclusione della serie riassume tutto. Comunque, si prega di prestare attenzione, perché queste frasi riflettano la propaganda e la narrazione azere, che sono sempre stracolmi di fake news, disinformazione e tesi anti-storiche.

«L’Azerbajgian è sempre stato un sostenitore della pace nella regione e lo ha dimostrato con i passi compiuti, e lo sta dimostrando anche adesso. L’Armenia, al contrario, è impegnata a interrompere il processo di pace».

«Non ci sono restrizioni al movimento dei residenti di etnia armena del Karabakh sulla strada di Lachin. Per quanto riguarda l’approvvigionamento alimentare, questo può essere fatto solo attraverso la strada Aghdam Khankendisi. Non sarebbe fattibile garantire la sicurezza delle terre azerbajgiane attraverso l’Armenia».

«La parte azera ha ripetutamente avvertito l’Armenia e i suoi sostenitori che la strada di Lachin-Khankendi è destinata a scopi umanitari ed è severamente vietato utilizzarla per altri scopi. L’Armenia lo ha ignorato».

«Dal primo giorno, l’Azerbajgian ha sostenuto la pace nella regione, mentre l’Armenia ha violato questo processo. Perché non vogliono arrivare alla pace. Gli Armeni pensano solo alla provocazione».

«Non può esserci dialogo politico tra le autorità dell’Azerbajgian e il regime criminale [il governo della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh]. Sono aperte le proposte dell’Azerbajgian per discutere le questioni relative al reinserimento degli Armeni residenti in Garabag. Ma prima di tutto, l’Armenia deve ritirare ciò che resta delle sue forze armate dal territorio dell’Azerbajgian [l’esercito di difesa della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh]».

«La Repubblica di Azerbajgian è da sempre sostenitrice della pace nella regione e non ci sono ostacoli all’apertura della strada di Lachin, ma l’uso di questa strada può essere utilizzato in base alle leggi dell’Azerbajgian, il carico in arrivo deve essere dichiarato e concordato in anticipo».

«L’Azerbajgian è a favore della pace, della stabilità e della prosperità regionale. L’Armenia minaccia seriamente la stabilità del Caucaso meridionale sostenendo il governo separatista sul territorio dell’Azerbajgian».

«Se le merci trasportate nella parte armena fossero realmente necessarie, non impedirebbero a queste merci di attraversare il territorio. Cioè, mettono in piedi un finto spettacolo della fame e si mostrano al mondo intero come pietosi. Lascia che il mondo intero veda la loro frode».

«L’Azerbajgian non ha mai creato ostacoli alla comunità civile armena che utilizza il Corridoio di Lachin. Questo movimento è la nostra preoccupazione. Perché con questo abbiamo dimostrato che l’Azerbaigian è rimasto fermo nelle sue decisioni».

«L’Azerbajgian, come unico sostenitore della pace nella regione, intende accelerare questo processo, ma i separatisti Armeni lo ostacolano e lanciano provocazioni contro l’instaurazione della pace».

«Vaffanculo. Ora è il momento che l’Azerbajgian vada a Khankendi e appenderà lì la bandiera dell’Azerbajgian!» (in russo).

NOI PREGHIAMO IL SIGNORE PER QUESTO MIRACOLO
NON DOBBIAMO SPERARE CHE VENGA DAGLI UOMINI,
QUELLO CHE SOLO IL SIGNORE POTREBBE DARCI

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

“Aderiamo alla Corte Penale Internazionale”: schiaffo dell’Armenia alla Russia (Il Giornale 14.09.23)

L’Armenia prosegue il suo distacco dalla sfera d’influenza della Russia con l’annuncio della ratifica dello statuto della Corte Penale Internazionale (Cpi) sui crimini di guerra internazionali che il premier Nikol Pashinyan ha anticipato parlando all’Assemblea Nazionale, il parlamento di Erevan. L’Armenia ha firmato lo Statuto di Roma che istituiva il Cpi nel luglio 1998 ma non l’ha ancora ratificato. Ora, entrandovi, Erevan dovrà adeguare la sua giurisprudenza ai dettami della Cpi, ivi compresa la questione della gestione dei ricercati internazionali. Nella cui lista compare anche il presidente russo Vladimir Putin che, da ora in avanti, qualora si recasse in Armenia, rischierebbe l’arresto.

La svolta dell’Armenia sulla Cpi

Una mossa simbolica di grande rilevanza politica, con cui l’Armenia coglie due piccioni con una fava: Pashinyan marca il distacco crescente dalla Russia, Paese al cui eccessivo affidamento ha imputato molti dei guai politici di Erevan negli ultimi decenni, e prepara il terreno perché in caso di nuova aggressione militare azera i militari e i dirigenti del regime di Baku possano essere chiamati alla responsabilità di fronte alla giustizia internazionale.

Sul primo fronte, lo ricordiamo, l’Armenia da tempo prepara il decoupling dalla Russia sul fronte politico e securitario. L’obiettivo: non apparire come un piccolo, indifeso Paese “filorusso” in caso di nuovo attacco di Baku nel Nagorno-Karabakh e segnalare a Mosca il deterioramento delle prospettive securitarie garantite dalla Russia stessa con gli accordi triangolari con l’Azerbaijan stesso. Un’ennesima componente della destrutturazione dello spazio geopolitico ex sovietico di cui sia il Nagorno-Karabakh che l’offensiva russa in Ucraina sono parti integranti.

Gli schiaffi di Erevan a Mosca

Nelle scorse settimane Pashinyan ha marcato il distacco da Mosca esplicitamente in un’intervista a Repubblica che ha fatto il giro del mondo, ha organizzato una piccola ma simbolica esercitazione militare con le truppe statunitensi che ha portato la bandiera a stelle e strisce a pochi chilometri dal confine meridionale russo e ha annunciato il ritiro dell’ambasciatore armeno presso l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto), l’alleanza militare dei Paesi ex sovietici che la Russia guida e di cui fanno parte anche Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. In mezzo a tutto ciò, l’invio di aiuti umanitari all’Ucraina tramite una missione semiufficiale con a capo la moglie del primo ministro armeno, Anna Hakobyan. Una mossa tesa a voler prendere le distanze da Mosca anche sulla guerra. Fumo negli occhi per la Russia, che venerdì ha convocato al Ministero degli Esteri l’ambasciatore di Erevan a Mosca per comunicare che il Cremlino considera “passi ostili” quelli del piccolo Paese caucasico.

La situazione dell’Armenia, la cui economia peraltro dipende attivamente dalla triangolazione con cui i prodotti sanzionati nel commercio tra Occidente e Russia passano dal suo territorio (fonte di crescita e sviluppo nell’ultimo anno), è precaria. Ma le mosse sul distacco da Mosca sono tese al più grande obiettivo di non trovarsi isolati qualora l’Azerbaijan accelerasse per una nuova guerra d’aggressione nel territorio conteso del Nagorno-Karabakh (Artsakh per gli armeni) ove da tempo perpetra il blocco del corridoio di Lachin e fa entrare, col contagocce, gli aiuti nella parte della regione che resta sotto il controllo armeno.

L’Armenia si prepara all’aggressione azera?

L’esperto di Caucaso Mariano Giustino ha scritto su Huffington Post che Erevan “prende le distanze dal suo alleato di lunga data, la Russia, a causa del tradimento subito per la indifferenza davanti all’aggressività di Baku” in una fase in cui il patrono dell’Azerbaijan, la Turchia associata dagli Armeni al genocidio del 1915, è indispensabile per la Russia come ponte politico, diplomatico ed economico.

L’Armenia nello Statuto di Roma o fuori dalla Csto punta ad avere una voce internazionale più rumorosa qualora l’esercito di Baku tornasse all’offensiva. E si perpetrassero nuovi crimini dopo quelli commessi tre anni fa nel conflitto in cui le preponderanti forze azere hanno avuto la meglio. A partire dalla pulizia etnica contro i cristiani dell’Artsakh: ““Dovrebbero essere più diffuse le immagini dei cristiani che lasciano per sempre le proprie terre dopo aver caricato sulle macchine le loro poche cose, bruciato le abitazioni e portato addirittura con sé i propri morti abbandonando i cimiteri“, ricordava nel 2020 parlando con InsideOver l’onorevole leghista Paolo Formentini, oggi vicepresidente della Commissione Esteri di Montecitorio, a proposito della persecuzione anticristiana. Human Rights Watch ha denunciato torture e soprusi contro civili e militari armeni in Nagorno-Karabakh sia durante la guerra del 2020 che in occasione dei nuovi scontri del 2022. E anche il blocco di Lachin affama e mette sotto pressione una terra contesa. Tutte queste tematiche sono esplose senza alcun vero intervento della Russia, scatenando la rabbia di Erevan. Che ora prova a tutelarsi. E in futuro nuovi crimini di guerra azeri potranno subire la censura dello Statuto di Roma, col rischio di portare alla sbarra il dittatore di Baku Ilham Aliyev. Nella ricerca di sicurezza armena, considerare in questo passaggio Putin un ricercato internazionale appare come un passaggio puramente formale.

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Un nuovo genocidio del popolo armeno (lortica 14.09.23)

Un pavido occidente rimane silenzioso e inerte sul nuovo genocidio del popolo armeno. Europa e Stati Uniti, che si riempiono sempre la bocca con tanti discorsi sui diritti umani, voltano lo sguardo altrove e fanno poco o nulla sulla vergognosa e unilaterale decisione del governo azero di chiudere il corridoio di Lachin, unica striscia di terra che collega il Nagorno Karabakh (Artsakh per gli armeni) con la madrepatria Armenia.

Dal 12 dicembre del 2022, il governo dell’ Azerbaigian ha imposto un blocco al transito di merci, cose e persone, tagliando fuori ben oltre 120.000 armeni; povere anime che ad oggi si trovano private di qualsiasi possibilità di ricevere aiuti alimentari e beni di prima necessità.
Un popolo costretto ad assistere alla propria fine per mancanza totale di tutto ciò che possa servire per la sopravvivenza umana.

Purtroppo gli appelli della Croce Rossa, di Amnesty International e di importanti personaggi di varie religioni al governo azero a rimuovere l’ingiusto blocco stradale sono caduti nel vuoto.
La strategia azera mira, senza tanti infingimenti, alla totale pulizia etnica degli armeni dal territorio dell’ Artsakh.

Una pulizia etnica condotta non con metodi militari, ma semplicemente privando gli armeni di cibo, medicinali, impedendo il ricongiungimento delle famiglie, il trasferimento dei malati.

Purtroppo non mi sorprende l’atteggiamento quasi inerte e remissivo da parte dell’occidente.

Tutti molto bravi a parlare di diritti umani e di variegate libertà quando si va a trattare con gli interessi di vari gruppi di potere mondialisti e globalisti, ma quando serve veramente alzare la voce contro il classico dittatorello che ti fa comodo, in questo caso quello azero, per i vari contratti di petrolio e gas, tutti molto silenziosi , se non qualche sporadica condanna, come si fa con i bambini birichini.

E poi via, si va avanti, vengono prima gli interessi di bottega, poi, eventualmente, la libertà, la democrazia, i diritti civili e via blaterando.

Purtroppo l’ Armenia ha ben poco da dare in termini economici.
Poco da difendere, nulla per cui valga la pena di mandare a morire i suoi giovani soldati, se non lottare per la loro vita, per non essere cancellati dalla storia, lottare per il grandissimo patrimonio culturale cristiano dal quale anche noi europei abbiamo attinto a piene mani per dare i fondamentali della nostra civiltà.

Oltre ad un occidente pavido ed omertoso, l’ Azerbaigian può contare anche sull’appoggio dell’osceno presidente turco Erdogan, che pochi mesi fa rilasciò una dichiarazione vergognosa contro gli armeni dichiarando “che bisognava (nei confronti del popolo armeno) continuare l’opera dei nostri padri”.
Semplicemente aberrante!

In questi primi giorni di settembre Unione Europea, Russia, Iran e Turchia hanno avviato l’ennesima consultazione diplomatica internazionale per l’apertura di un nuovo corridoio umanitario (rotta Agdam/Askeran) chiedendo, per l’ennesima volta al governo azero di riaprire anche il corridoio di Lachin come da accordi precedenti, puntualmente sempre disattesi.

Speriamo bene, ma il dittatorello azero è un personaggio infimo, bugiardo ed infingardo.
E farà di tutto per portare a termine il suo folle progetto di pulizia etnica.

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Armenia: la genesi del nuovo fronte della NATO contro la Russia (L’Antidipolomatico 14.09.23)

Sembra uscita dal cappello del prestigiatore l’inaudita propaganda contro la Russia e contro le autorità della Federazione Russa in corso in Armenia negli ultimi tempi. Oltretutto questa propaganda viene espressa dalle più alte sfere del potere e ciò crea un’atmosfera ancora più malsana nella società armena.

In realtà dietro questi avvenimenti, la mano del “prestigiatore” è ben visibile.

L’improvviso attacco di russofobia avviene mentre il paese sembra essere alla vigilia di eventi molto lugubri: lungo tutto il perimetro delle frontiere dell’Armenia si ammassano le truppe dei soldati dell’Azerbajan e, dicono in Armenia, anche della Turchia.

Così, parallelamente all’isteria antirussa viene fomentata anche l’isteria della guerra fra Armenia e Azerbajan, che molti specialisti indicano come imminente. Il fatto è che il sorosiano Nicol Pašinjan, primo ministro armeno, sta prendendo misure nei confronti della Russia, dove non si può non scorgere l’impronta della zampa della NATO.

La Nato pare volere un’altra guerra sulla soglia di casa della Russia, dopo aver perfettamente capito che non riesce a vincere in Ucraina.

La NATO, che è la causa principale della guerra in Ucraina, dopo l’Ucraina adesso vuole anche l’Armenia. E’ lapalissiano.

“Esorto l’Armenia ad entrare nell’Alleanza Atlantica, Nicol Pašinjan. Difenda l’Armenia, Presidente degli Stati Uniti!” – ha dichiarato il capo del Comitato europeo per l’ampliamento della NATO, Günter Fellinger, nei suoi social X, rivolgendo l’appello ad aderire al Primo Ministro dell’Armenia, Nikol Pašinjan. Ma il viceministro degli Esteri della Repubblica Armena Vahan Kostanyan dopo ha dichiarato che “Nessuno nella NATO ha invitato l’Armenia ad aderire all’Alleanza, ma Erevan è pronta a continuare a collaborare con questa organizzazione. Per quanto riguarda il partenariato tra l’Armenia e la NATO, non è il primo anno che viene realizzato. Collaboriamo con la NATO in vari formati e siamo pronti a continuare questo processo”

Oltre a questa spiacevole provocazione da parte di un rappresentante della Nato, l’Armenia si appresta a ratificare lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale.

Come ha scritto recentemente la TASS, il primo settembre, il governo armeno ha inviato al Parlamento lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (CPI) per esaminare la questione della ratifica, ha riferito il servizio stampa del Gabinetto dei ministri. L’Armenia aveva firmato il trattato nel 1998 ma non lo ha ratificato. Guarda caso, a marzo, la Corte Suprema di Giustizia dell’Armenia ha deciso che gli obblighi enunciati nello Statuto di Roma sono conformi alla legge fondamentale del paese. Il Ministero degli Esteri russo ha ritenuto “assolutamente inaccettabili” i piani dell’Armenia di aderire allo Statuto di Roma, sulla base della posizione di questa organizzazione, la CPI, nei confronti della Russia. Come si ricorderà, la Corte Penale Internazionale a marzo ha spiccato l’ordine di arresto per Vladimir Putin e Pašinjan si appresta a ratificare lo Statuto di Roma della CPI?!Ma i fatti negativi per la Russia non finiscono qui: dall’11 settembre si svolgono le esercitazioni militari congiunte armeno-americane sul territorio dell’Armenia. Lo scopo dichiarato è: “per migliorare e approfondire le relazioni con gli USA”. Gli Usa hanno persino dichiarato che le esercitazioni militari diventeranno “abituali”.

Altra ciliegina sulla torta, e direi molto amara, è che nei giorni scorsi Pašinjan ha spedito la moglie a Kiev, Anna Akopjan, al “Summit delle “prime mogli” o cosiddette “first lady”. Il tema del forum, a cui hanno partecipato le dolci metà dei capi di Gran Bretagna, Giappone, Turchia, Israele, Danimarca, Rep. Ceca, Spagna e altri paesi dell’UE, aveva un titolo curioso, se non emblematico: “La salute mentale. Fragilità e resistenza del futuro”- La signora Akopjan ha portato aiuti umanitari al regime di Kiev. Nel suo discorso ha dichiarato pieno sostegno ai bambini ucraini e ha portato loro in dono 1000 smartphone. Ciò ha sollevato protesta e insoddisfazione nell’opposizione armena, il deputato Anna Mkrtchyan, ha ricordato che durante la guerra dei 44 giorni nel Nagorno-Karabakh, l’Ucraina ha fornito le munizioni al fosforo all’Azerbajan e si aspettava che vincesse. Infatti Kiev era piena di manifesti con la scritta “il Nagorno-Karabakh è Azerbajan”.

La questione irrisolta del Nagorno-Karabach costituisce il perno del conflitto, l’Azerbajan vuole il Nagorko-Karabach, ma il fatto è che sostanzialmente l’Armenia ha riconosciuto il Nagorno-Karabach parte dell’Azerbajan. Ha fatto tutto da sola, non è certo stata la Russia a proporre un simile errore stratosferico, nonostante il primo ministro armeno addossi la colpa dei suoi insuccessi alla Russia. Pašinjan ne è l’artefice, colui che se ne infischia della teoria propugnata da Erdogan: “due Stati-un popolo”, cioè Turchia e Azerbajan sono un unico popolo. Quindi, si fa presto a comprendere che fine farà il Nagorno-Karabach e e l’Armenia, che potrebbe così venire inghiottita dalla Turchia e Azerbajan.

Oggi, il presidente russo Vladimir Putin durante il Forum Economico Orientale ha dichiarato che “la leadership armena ha praticamente riconosciuto la sovranità dell’Azerbaigian sul Nagorno Karabakh. Nella Dichiarazione di Praga, l’Armenia ha registrato su carta lo status del territorio. Il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha anche dichiarato che la questione dello status del Karabakh è già stata risolta, ha ricordato Putin, che ha cancellato così la colpa che le autorità armene addossano alla Russia.Ma in questa lunga e spinosa questione territoriale, ancora non chiusa, la Russia sta registrando sempre più forti interferenze nel processo di regolazione del conflitto tra Armenia e Azerbajan sul Nagorno-Karabakh. Come ha detto il vice segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa Alexej Ševcov in un’intervista alla Rossijskaja Gazeta: “Stiamo registrando tentativi persistenti da parte degli Stati Uniti, dell’UE, di singoli paesi occidentali e dei loro agenti di influenza di interferire nel processo di risoluzione del Nagorno-Karabakh, screditare la presenza russa nella regione e rafforzare le loro posizioni”. Certo, la base militare russa in Armenia, presente dal 1995, dà molto fastidio a “qualcuno”, che sta lavorando di sottecchi perché sparisca, per scalzare via in tal modo la Russia dalla regione. Non a caso in Armenia si trova la seconda al mondo per grandezza Ambasciata americana e che lavora alacremente, specie con i giovani armeni.Altra benzina sul fuoco, gettata dallo stesso Pašinjan, è nella sua recente intervista al quotidiano italiano La Repubblica, dove ha affermato che la Russia si sta ritirando da Nagorno-Karabakh. Il Cremlino non è d’accordo con le dichiarazioni del primo ministro armeno Nikol Pašinjan sul fallimento della missione di pace nel Nagorno Karabakh e sul ritiro della Russia dalla regione, ha dichiarato il portavoce del presidente Dmitrij Peskov. “La Russia è parte integrante di questa regione, quindi non può andarsene da nessuna parte. L’Armenia non può essere abbandonata dalla Russia”. Il portavoce di Putin ha pure aggiunto che “in Russia vivono più armeni che nella stessa Armenia, sono molto patriottici e apportano un sostanziale contributo allo sviluppo del paese”.

Ma ciò non sembra affatto interessare le autorità armene. Si possono menzionare ancora diversi passi di inimicizia compiuti da Erevan, come le dichiarazioni offensive rilasciate il 6 settembre dal presidente dell’Assemblea nazionale armena Alen Simonjan nei confronti dei collaboratori del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa, tra cui il rappresentante ufficiale del dipartimento, direttore del Dipartimento di Informazione e Stampa, Maria Zakharova.

Le dichiarazioni inaccettabili di Alen Simonjan sono state fatte in risposta a Maria Zakharova, che aveva osservato che i rappresentanti dell’Armenia ultimamente hanno consentito una retorica “al limite della maleducazione” nelle dichiarazioni pubbliche. Dopo di che, Simonjan ha dichiarato alla stampa armena che “non ha intenzione di rispondere a una qualche segretaria”. La stessa Zakharova ha poi risposto con umorismo all’attacco dello speaker armeno: sui suoi social network ha espresso sostegno a “tutte le segretarie del pianeta”.

Altro fatto inaccettabile per la Russia è che il 7 settembre i Servizi di Sicurezza dell’Armenia hanno arrestato nella città di Goris il blogger e attivista filorusso Mika Badaljan e l’editorialista di “Radio Sputnik Armenia” Ašot Gevorkjan per traffico illegale di armi da fuoco. Entrambi avevano duramente criticato il governo armeno per la sua politica anti russa. Persone dunque così note e che sapevano benissimo di essere giorno e notte sotto i fari dei Servizi segreti all’improvviso decidono di darsi al traffico di armi? Tutto ciò è apparso subito come una provocazione bella e buona.

In relazione alle offese verso il Ministero russo degli Esteri e all’arresto dei due giornalisti, il capo della missione diplomatica dell’Armenia a Mosca, Vagaršak Arutjunjan, è stato subito convocato al Ministero degli Esteri russo, dove gli è stata consegnata una dura nota di protesta. Il giorno dopo i due arrestati in Armenia sono stati messi in libertà, non senza aver fatto capire loro che “hanno cominciato a parlare troppo”.

Pašinjan, nell’intervista a La Repubblica, ha fatto anche una grave dichiarazione: “la nostra dipendenza dalla Russia per la sicurezza è stata un errore strategico”.  Affermazioni che hanno irritato Mosca alquanto, al punto che una fonte diplomatica della Tass ha dichiarato che Mosca ritiene inaccettabili il contenuto e il tono delle dichiarazioni rilasciate da Pašinjan sulla Russia, esortando l’Armenia a non diventare strumento dell’Occidente.

La politica di Pašinjan la si può definire contro il popolo armeno, alla luce anche di una sua precedente frase: “nel conflitto in Ucraina, l’Armenia non è alleato della Russia, nonostante in Occidente si creda il contrario. Ma quello che dichiara in realtà non è difficile leggerlo tra le righe ed è che sta vendendo la sicurezza dell’Armenia alla NATO. In tal modo offre la spalla all’Occidente che cerca ad ogni costo di mettere zizzania tra la Russia e l’Armenia, due paesi alleati e che prima facevano parte dello stesso paese.

A Pašinjan non interessa affatto il popolo armeno, egli pensa egoisticamente solo ad assicurarsi un futuro di benessere e ricchezza per quando se ne andrà in America.

In tal modo sta giocando con la NATO. Ma, come si sa, giocare con il serpente è pericoloso e foriero di disgrazie, perché si potrebbe fare una brutta fine, così come è accaduto ad altri capi di Stato.

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#ArtsakhBlockade Pro memoria (Korazym 14.09.23)

In questi tempi, sulla basa del decennale indottrinamento della popolazione, il regime guerrafondaio autocratico genocida dell’Azerbajgian sta gettando le basi per una nuova guerra. Oltre alla retorica che prepara il popolo azero per una guerra su vasta scala, l’Azerbajgian abbraccia il simbolismo della guerra, imitando la Russia adottando la A rovesciata sui canali di propaganda Twitter, Telegram, ecc. e i loghi di determinate istituzioni vengono aggiornati con la Ɐ. Dell’uso recente questo simbolo abbiamo riferito il 5 [QUI] e il 9 settembre 2023 [QUI].

Ogni Stalin ha il suo Beria e ogni Hitler ha il suo Goebbels, così Aliyev ha il suo Hajiyev. Hikmet Hajiyev, ufficialmente è l’Assistente del Presidente della Repubblica di Azerbajgian, Capo del Dipartimento per gli Affari di Politica Estera dell’Amministrazione Presidenziale. Nella vita reale è il Capo della macchina di menzogna, della propaganda e disinformazione dell’autocratico regime guerrafondaio armenefobo genocida della Repubblica di Baku, che sta avvelenando la società civili armeno (peggio l’ambiente militare) da tre decenni. Questo non può non avere conseguenze.

Leggendo sui social media i commenti dei troll azeri alla dichiarazione dell’Ambasciatore Yuri Kim, Assistente Segretario di Stato per gli Affari Europei ed Eurasiatici del Dipartimento di Stato) a seguito dell’entrata il 12 settembre di un camion della Croce Rossa russa nell’Artsakh dall’Azerbajgian effettuando la prima consegna umanitaria da giugno (“primo passo importante” scrive) [QUI], abbiamo trovato questa perla, nel classico fine stilo azero: «Vaffanculo. Ora è il momento che l’Azerbajgian vada a Khankendi e appenderà lì la bandiera dell’Azerbajgian!» (in russo).

Il 20 aprile 2022 abbiamo pubblicato nella nostra traduzione italiana dall’inglese il documento La Strategia della Vittoria, pubblicato dall’agenzia di stampa statale dell’Azerbajgian, Azertac; un documento di propaganda azera, stracolmo di menzogne, fake news, disinformazione, armenofobia e tesi anti-storiche [QUI].

A titolo integrativo, riportiamo di seguito una collezione di espressioni ricorrenti della propaganda azera.

  • “Abbiamo inferto al nemico un colpo così devastante che ancora non riesce a riprendersi” (Ilham Aliyev, 2022).
  • “Questa è la fine. Abbiamo mostrato loro chi siamo. Li stiamo inseguendo come cani” (Ilham Aliyev, 2020).
  • “Allora non ci sarà più nessun Armeno… Dobbiamo annientare tutti gli Armeni” (Hafiz Hajiyev, 2016).
  • “Dovrebbero essere uccisi in Karabakh piuttosto che in altri Paesi” (Anar Mamedkhanov).
  • “Il creatore del virus chiamato Armenia deve creare anche il suo antivirus. Per poter raggiungere la pace in tutto il mondo, dobbiamo sbarazzarci del virus chiamato Armenia” (Asif Kurbanov, 2016).
  • “Spero che questo serva finalmente da lezione per loro. Nessuna chiamata, nessuna dichiarazione, nessuna iniziativa ci fermerà” (Ilham Aliyev, 2020).
  • “Gli Armeni che vivono in Karabakh non avranno né status speciale, né indipendenza, né alcun privilegio speciale” (Ilham Aliyev, 2020).
  • “Diciamo al governo armeno: ‘Decidetevi, vi ricordo ancora una volta che la nazione turca ha il potere di cancellare l’Armenia dalla storia e dalla geografia e che siamo al limite della nostra pazienza. Non dovremmo mai commettere l’errore di pensare che le provocazioni dell’Armenia siano dovute solo alla loro irritabilità e viziatezza” (Mustafa Destici, 2022).
  • “La Turchia continuerà a stare al fianco dei suoi fratelli in Azerbajgian come ha sempre fatto. Continueremo a compiere la missione che i nostri nonni hanno svolto” (Recep Tayyip Erdoğan, 2020).
  • “Ricordo con misericordia Talaat, Enver e Cemal Pascià che presero le necessarie precauzioni contro coloro che spararono alle spalle dell’esercito turco collaborando con il nemico. Lo rifaremmo oggi” (Umit Ozdag, membro dell’Assemblea Nazionale turca, 2021).
  • “Un missile deve cadere nel punto esatto di Yerevan. L’Azerbajgian non è solo. Attaccando l’Azerbajgian, l’Armenia in realtà attacca la Turchia. Allora risponderemo anche noi. Finché la Turchia respirerà, l’Azerbajgian non sarà solo” (Ibrahim Karagul, giornalista turco, 2020).
  • “Non permettiamo kılıç artığı [*] nel nostro Paese. Il loro numero è molto diminuito ma esistono ancora” (Recep Tayyip Erdoğan, 2020).
  • [*] Kılıç artığı = residuo della spada = riferimento ai discendenti dei sopravvissuti al genocidio armeno.
  • “Il trasferimento delle bande armene e dei loro sostenitori che hanno massacrato il popolo musulmano, comprese donne e bambini, nell’Anatolia orientale, è stata l’azione più ragionevole che potrebbe essere scattata in un periodo simile” (Recep Tayyip Erdoğan, 2019).
  • “Che l’anima di Enver Pascià sia benedetta” (Recep Tayyip Erdoğan, 2020, alla parata “della vittoria” a Baku per celebrare la guerra dei 44 giorni contro l’Artsakh. Enver Pascià era il responsabile del genocidio armeno del 1915 che uccise 1,5 milioni di Armeni).
  • “Come risultato dei nostri sforzi, l’Armenia si è trasformata in una situazione di stallo politico, economico, energetico e dei trasporti, e l’ulteriore sviluppo di questo Paese è, ovviamente, molto desolante. Noi, per la nostro parte, continueremo la nostra politica” (Ilham Aliyev nel 2018).
  • “L’Azerbajgian deve attaccare Yerevan. Gli attacchi devono essere così gravi che l’Armenia non lo dimenticherà. Dobbiamo anche attaccare Gyumri, Gapan [Aeroporto di Kapan] e le grandi città dell’Armenia. L’Azerbajgian ha acquistato attrezzature militari che altri Paesi possono solo sognare” (Ramin Guluzade).
  • “Nessuno vorrebbe che un vicino covasse piani malvagi. Ma non abbiamo altra scelta” (Ilham Aliyev, 2010).
  • “Il nostro compito principale era espellere gli Armeni dalle nostre terre” (Ilham Aliyev, 2022).
  • “Continueremo i nostri sforzi per isolare l’Armenia” (Ilham Aliyev, 2012).
  • “Questa volta li distruggeremo completamente” (Ilham Aliyev, 2020).
  • “Nessuno può fermarci. Tutti vedono la nostra forza, tutti capiscono com’è il nostro pugno di ferro. Non siamo interessati a nessuna trattativa” (Ilham Aliyev, 2020).
  • “Chi potrà mai fermarci? Nessuno potrà fermarci. Chi potrà fermare un esercito di 100.000 soldati?” (Ilham Aliyev, 2021).
  • “Non ci interessa dove vanno” (Ilham Aliyev, 2021).
  • “Se non vogliono che le loro teste vengano nuovamente schiacciate, dovrebbero sedersi e non guardare nella nostra direzione” (Ilham Aliyev, 2021).
  • “Ecco perché la giovane generazione è stata allevata nello spirito di patriottismo, odio per il nemico e lealtà verso la patria” (Ilham Aliyev, 2021).
  • “Abbiamo ripulito la regione, il Caucaso meridionale, da queste forze selvagge” (Ilham Aliyev, 2021).
  • “Non si possono chiamare [gli Armeni] esseri umani” (Ilham Aliyev, 2021).
  • “Abbiamo schiacciato la testa del nemico e grazie a questo abbiamo vinto” (Ilham Aliyev, 2021).
  • “Il pugno d’acciaio, simbolo della guerra e della vittoria, è ancora al suo posto e nessuno se ne dimentichi!” (Ilham Aliyev, 2021).

Questa foto abbiamo pubblicato il 1° settembre 2022 [QUI], con il seguente commento: «La notizia di questi giorni, che il 26 agosto scorso gli Azeri hanno occupato militarmente la Città di Berdzor (già Lachin) e i villaggi di Aghavno (già Zabukh) e Sus, nella Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, non l’avete trovato su telegiornali, talk show, giornali di regime, o social… Notizia scomoda, anche perché gli Azeri appena computa l’occupazione, hanno messo immediatamente in mostra la loro arte e cultura. Ecco la prima scultura eretta a Berdzor, “Pugno d’acciaio” che vuole simboleggiare la potenza dell’Azerbajgian e incutere timore agli Armeni. La storia non sarà gentile con coloro che rinunciano al sostegno di un popolo innocente, che lotta per vivere – e sopravvivere – nelle proprie terre ancestrali nel Nagorno-Karabakh, la Montagna del Giardino Nero, che gli Armeni chiamano Artsakh».

  • “Stavo dicendo che loro [gli Armeni] hanno bisogno di essere curati. Sono malati, un virus più orribile del coronavirus si è insediato nei loro corpi” (Ilham Aliyev, 2021).
  • “Affronteranno di nuovo il nostro pugno di ferro. Questo pugno d’acciaio ha rotto loro la schiena e schiacciato le loro teste” (Ilham Aliyev, 2021).
  • “Il mondo intero può guardare che tipo di forze del male siamo riusciti a cancellare dalla mappa del conflitto del Caucaso” (Ilham Aliyev, 2021).
  • “Ho cercato di aumentare il numero degli Azeri e di ridurre il numero degli Armeni” (Heydar Aliyev, 2002).
  • “Il conflitto del Karabakh si è trasformato da rivendicazioni territoriali tra due nazioni in una guerra tra cristiani e musulmani. Oggi i nostri nemici non sono solo gli Armeni, ma anche il mondo cristiano che li difende” (Bayram Safarov, 2012)
  • “È difficile eliminare il parassita ‘armeno’. Più a lungo rimane senza cura, più dure sono le sue conseguenze” (Ziyafat Asgarov, 2013).
  • “Armeni, curdi, lezgini, circassi e rom sono i nostri nemici interni. Vedete quanti nemici abbiamo? Preparatevi bene prima di sferrare il colpo. Che Allah ci aiuti!” (Abulfaz Elchibey, 2004)
  • “In tempi di difficoltà, il popolo dell’Azerbaigian ha visto l’aiuto della Turchia e del popolo turco e ne è grato. In particolare, nel 1918-1919, durante la lotta per l’indipendenza sotto la guida del grande Atatürk, che ripulì la sua terra da Gli armeni e gli altri nemici, il popolo turco e la Turchia hanno offerto il loro aiuto all’Azerbaigian, a Nakhchivan” (Heydar Aliyev, 1999).
  • “Ci siamo resi conto che il nostro popolo stava annientando gli armeni e abbiamo guardato positivamente il fatto” (Igbal Aghazadeh, 2009).
  • “Lasciateli andare a studiare l’esperienza di Hitler degli anni ’30 per vedere quale splendido esercito ha creato. La Hitlerjugend da lui fondata era molto più efficiente del pioniere organizzazione dei Soviet. Questo è il motivo per cui la Germania subì meno vittime in quella guerra. In breve tempo l’esercito tedesco poteva conquistare l’intera Europa e anche le Regioni europee della Russia. Per dirla semplicemente, voglio che noi, proprio come i sostenitori di Hitler, facciamo i preparativi per la guerra in tutta serietà” (Vafa Guluzadeh, 2011).
  • “Il nostro obiettivo è la completa distruzione degli Armeni. Voi nazisti avete già sterminato gli ebrei negli anni ’30 e ’40, vero? Dovete capirci” (Hajibala Abutalibov, 2005 in Baviera).
  • “Oggi è il giorno in cui le anime di Nuri Pascià, Enver Pascià e dei coraggiosi soldati dell’Esercito islamico del Caucaso vengono benedette” (Recep Tayyip Erdoğan, 2020).
  • “Continueremo a espellere questi [Armeni]. Ora vedono chi è chi. Vedono che abbiamo insegnato loro una lezione che non dimenticheranno mai. Non hanno né coscienza né moralità. Non hanno nemmeno cervelli” (Ilham Aliyev, 2012).
  • “Yerevan [la capitale dell’Armenia] è la nostra terra storica. Noi, azeri, ritorneremo in queste terre storiche. È il nostro obiettivo politico e strategico, e gradualmente lo raggiungeremo” (Ilham Aliyev, 2018).
  • “L’Armenia come Paese non ha alcun valore. In realtà è una colonia, un avamposto gestito dall’estero, un territorio creato artificialmente sulle antiche terre azerbajgiane” (Ilham Aliyev, 2012).
  • “Vediamo ciò che mio fratello Ilham Aliyev, che ha combattuto per il Karabakh e continua questa lotta ai massimi livelli con la costruzione di infrastrutture, ha ottenuto a questo riguardo in due anni. Ho partecipato a diversi eventi in quelle zone e ho visto i lavori di ricostruzione che si stavano svolgendo lì. Quando ho visto queste opere realizzate mi sono sentito orgoglioso come turco. Raggiungere questo obiettivo tanti progressi in così poco tempo sono per noi motivo di orgoglio” (Recep Tayyip Erdoğan, 2022).
  • “Naturalmente, non consideriamo questo processo separatamente dal processo in corso tra Armenia e Azerbajgian e dalla risoluzione e dalla cooperazione che è il nostro obiettivo finale nell’intera regione” (Mevlüt Çavuşoğlu, 2022).
  • “O vi muoverete secondo le nostre condizioni che dettiamo, oppure non ci sarà pace” (Mevlüt Çavuşoğlu, 2022).
  • “La Turchia non esiterà mai a impegnarsi in un conflitto acceso quando si tratta della sicurezza del suo Paese, dei suoi confini, della sua nazione e dei suoi fratelli” (Mustafa Destici, 2022).
  • “È importante che l’Armenia accetti la mano tesa dal Presidente Ilham Aliyev e dal Presidente Recep Tayyip Erdoğan” (Hulusi Aker, 2023).
  • “Se non vuoi morire, allora vattene dalle terre dell’Azerbajgian” (Ilham Aliyev, 2015).
  • “La mia vocazione è uccidere tutti gli Armeni” (Ramil Safarov, 2006).
  • “Dobbiamo uccidere tutti gli Armeni: bambini, donne e anziani. Dobbiamo uccidere tutti quelli che possiamo e chiunque capita. Non dovremmo dispiacerci, non dovremmo provare pietà, rimorso, compassione. Se non li uccidiamo, i nostri figli verranno uccisi” (Nurlan Ibrahimov, 2020).
  • “L’Azerbajgian passerà dal soft power all’hard power” (Fazail Agamali, 2023).
  • “Adesso basta, non tollereremo più questa occupazione. Abbiamo detto che avremmo scacciato il nemico dalle nostre terre! Non siamo interessati a nessun negoziato. Ho detto che li avremmo cacciati, che li avremmo cacciati come cani, e li abbiamo inseguiti, li abbiamo inseguiti come cani” (Ilham Aliyev, 2020).
  • “Dovete gettare le vostre false leggi nella spazzatura e abbandonare i vostri sogni. Dovete seguirci e continuare la vostra vita come cittadino nel quadro della nostra legislazione. Ci stiamo solo trattenendo di andare avanti per ora! In qualsiasi momento possiamo lanciare un’operazione militare. Tutti lo sanno” (Ilham Aliyev, 2023).
  • “Il nostro esercito ha schiacciato il nemico in 44 giorni, lo ha messo in ginocchio. Tutti sanno perfettamente che oggi abbiamo tutte la capacità di lanciare qualsiasi tipo di operazione in questa regione” (Ilham Aliyev, 2023).
NOI PREGHIAMO IL SIGNORE PER QUESTO MIRACOLO
NON DOBBIAMO SPERARE CHE VENGA DAGLI UOMINI,
QUELLO CHE SOLO IL SIGNORE POTREBBE DARCI

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

DESTINAZIONI | ARMENIA: L’ENTE DEL TURISMO INCONTRA IL TRADE A ROMA E MILANO, IL PAESE DELLE ALBICOCCHE SI RILANCIA

Due gli incontri in calendario in Italia per il Tourism Committee of Armenia con tour operator e agenti di viaggio, il 27 settembre a Roma e il 28 settembre a Milano. Si intensificano infatti le attività di promozione nel mercato italiano dell’ente governativo impegnato a promuovere l’Armenia come destinazione turistica.

(TurismoItaliaNews) I due eventi dedicati al trade avranno luogo a Roma, all’hotel Nh Collection Roma Palazzo dei Cinquecento, mercoledì 27 settembre e a Milano, all’hotel Nh Collection Milano President, giovedì 28 settembre. Gli appuntamenti sono l’occasione per scoprire la destinazione grazie all’intervento di Sisian Boghossian, direttrice del Tourism Committee of Armenia, e di immergersi nei sapori armeni con aperitivo e cena a base di vini e altre specialità armene. Il Paese, che si estende ai piedi del biblico Monte Ararat, oltre il confine orientale della Turchia, è nota per essere la culla del Cristianesimo, con i monasteri abbarbicati in posizione panoramica su maestose montagne. Da inizio anno è raggiungibile dall’Italia con voli diretti WizzAir da Milano, Roma e Venezia e di Flyone Armenia da Milano, che si aggiungono ai collegamenti con scalo delle maggiori compagnie aeree.

Armenia: l’Ente del turismo incontra il trade a Roma e Milano, il paese delle albicocche si rilancia

Armenia: l’Ente del turismo incontra il trade a Roma e Milano, il paese delle albicocche si rilancia

Il roadshow con le due date italiane rientra nelle attività mirate al trade e alla stampa del Tourism Committee of Armenia, impegnato a rilanciare il turismo internazionale verso la destinazione, che segnala un notevole aumento degli arrivi dall’Italia. Nel periodo gennaio – luglio 2023 i visitatori italiani sono stati 6.096, con un incremento di circa il 229% rispetto al corrispondente periodo del 2022. Numeri che confermano la tendenza positiva iniziata con la ripresa dei viaggi nel 2021 e le enormi potenzialità di sviluppo del mercato italiano, che nel 2019 arrivò a sfiorare i 12.000 arrivi.

Con l’obiettivo di rilanciare il turismo dall’Italia, lo scorso marzo l’ente del turismo armeno ha partecipato all’evento che si è svolto a Venezia, organizzato dall’aeroporto “Marco Polo” di Venezia in collaborazione con WizzAir, durante il quale, Sisian Boghossian ha evidenziato i plus della destinazione e dei voli diretti per Yerevan. Proseguendo su questo slancio, dal 10 al 14 luglio il Comitato del Turismo dell’Armenia, in collaborazione con Wizz Air, ha ospitato alcuni giornalisti italiani nell’ambito del programma “Fam Trips to Armenia”. “Il Tourism Committtee of Armenia rimane fermo nel suo impegno volto a espandere la presenza dell’Armenia nel panorama turistico globale, e i recenti risultati nel mercato italiano indicano che la scelta strategica di coinvolgere trade e stampa va nella giusta direzione” sottolinea Sisian Boghossian.

Armenia: l’Ente del turismo incontra il trade a Roma e Milano, il paese delle albicocche si rilancia

Iscrizioni online per il roadshow
www.armenia.travel

 

Dalle albicocche ai khachkars i simboli della tradizione dell’Armenia: da Noè all’Ararat l’orgoglio di un popolo

Alla ricerca dell’Arca perduta: a Echmiadzin, in Armenia, in un’antica chiesa c’è un pezzo della barca di Noè

E’ il lavash il patrimonio dell’Armenia: nel sottile pane tradizionale c’è la storia bimillenaria del Paese asiatico

L’Arca di Noè e il monte Ararat sulla banconota da 500 dram dell’Armenia votata come “la migliore dell’anno”

ArArAt, il brandy simbolo dell’Armenia nel mondo: invecchia a Yerevan, nella cantina-fortezza che è pure Museo del gusto

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