NAGORNO KARABAKH/ “Armeni isolati, l’Azerbaijan vuole la pulizia etnica” (Il Sussidiario 04.02.23)

Il corridoio di Lachin, per arrivare nel Nagorno Karabakh, continua a rimanere chiuso. E gli armeni intrappolati nell’area tra l’Armenia e l’Azerbaijan sono protagonisti, loro malgrado, di una vera e propria crisi umanitaria, che la guerra in Ucraina ha fatto passare in secondo piano.

“Rischiano di morire di fame” dice Pietro Kuciukianattivista e saggista italiano di origine armenaconsole onorario dell’Armenia in Italia, figlio di un sopravvissuto del genocidio armeno, commentando il blocco dell’area voluto dagli azeri. Una situazione sempre più drammatica per la quale l’Occidente si sta muovendo, anche se, finora, non ha ottenuto gran che: “A parole si muovono tutti – continua Kuciukian – ma non succede nulla”.

Perché prosegue il blocco del corridoio e dei rifornimenti agli abitanti della regione?

Praticamente sono due mesi che questo passaggio vitale per 120mila armeni del Nagorno Karabakh è bloccato, malgrado ci siano i mantenitori di pace russi, che però non sgombrano il passaggio. Mancano elettricità, gas, petrolio, medicine, cibo: i banchi dei supermercati sono vuoti. Hanno messo le tessere per il razionamento: un disastro. Io paragono la situazione a quella del ghetto di Varsavia: un blocco totale attorno ai confini con un’unica porta dalla quale non si passa.

Gli azeri dicono di esercitare il blocco per tutelare l’ambiente, un evidente pretesto. Qual è la richiesta di facciata che copre i veri motivi dell’intervento?

Dicono che vogliono andare a vedere la situazione di una miniera a Nord, per vedere se lì l’attività si svolge in modo corretto. Siccome non gliela fanno vedere, bloccano il corridoio. Evidentemente non c’entra nulla con le vere ragioni e cioè che si vuole depauperare la zona dagli armeni.

Quali sono gli scenari possibili, quali opzioni hanno di fronte agli armeni del Nagorno Karabakh per reagire a questa situazione?

Hanno tre opzioni. La prima è di diventare cittadini azeri. Si sono dichiarati indipendenti, ma gli azeri dicono che è un territorio loro. Oltretutto è stato stabilito che il territorio fa parte dell’Azerbaijan, anche se è sempre stato indipendente, da sempre, in epoca ottomana come persiana, ma anche zarista e sovietica. Gli azeri vogliono togliere questa autonomia. La questione per gli armeni è anche culturale. Se anche volessero diventare azeri bisogna ricordare che quando la regione, pur autonoma, è stata sotto l’Azerbaijan, non è mai stata sviluppata, è stata lasciata senza industria, senza trasporti, non si poteva insegnare l’armeno a scuola: se dovessero tornare azeri sarebbero vessati come in passato. Adesso, tra l’altro, c’è un’armenofobia montante, nelle scuole si insegna l’odio.

Questa opzione, insomma, non possono prenderla in considerazione. Quali altre scelte possono avere?

Potrebbero emigrare, andare via, in Armenia, in Russia, dove vogliono:  sarebbe una pulizia etnica e culturale. C’era un analogo territorio, il Nachicevan, autonomo, assegnato all’Azerbaijan, abitato da armeni: lì non c’è più neanche un armeno. Non solo, c’erano 250 monasteri che sono stati rasi al suolo. Un intero cimitero di 10mila croci di pietra è stato completamente distrutto. Gli emissari dell’Onu che volevano andare a visitare questo luogo non hanno potuto farlo. Ultimamente hanno utilizzato sistemi satellitari per vedere se erano rimaste le fondamenta dei monasteri: non ci sono più. Se se ne vanno tutto ciò che c’è di armeno viene cancellato. E gli armeni sono lì da duemila anni, con le loro città, monasteri, chiese; c’è la più antica scuola armena fondata nel 400. Gli armeni cercano sempre di conservare la loro cultura: sono sparsi in tutto il mondo, ma in ogni dove, compreso ad esempio a Milano, mantengono le loro tradizioni, hanno la loro chiesa.

C’è anche la possibilità di rimanere e di cercare di resistere?

La terza opzione è di resistere. Gli abitanti della regione sono dei montanari abbastanza duri, potrebbe anche succedere che riescano ad opporsi a questa situazione. A questo punto, però, potrebbe verificarsi un genocidio: gli azeri potrebbero entrare e uccidere tutti, donne, vecchi e bambini.

Qual è il ruolo dei Paesi dell’area, della Russia, ad esempio?

L’Armenia rientra in un trattato di mutua difesa e assistenza fra le ex repubbliche sovietiche (Csto, nda), comprese Russia, Kazakhistan, Kirgizistan, Bielorussia e altre. Nel caso ci sia un’aggressione questo trattato deve entrare in funzione. C’è stata un’aggressione nell’ottobre 2020 (degli azeri a cui risposero Armenia e Nagorno Karabakh, nda) ma nessuno è intervenuto. La Russia, al di là della questione ucraina, ha interesse a sostenere gli azeri perché petrolio e gas russi passano attraverso le pipeline dell’Azerbaijan, arrivando fino in Italia con il Tap. Vuole mantenere buoni rapporti con gli azeri a costo di inimicarsi l’Armenia.

L’Unione Europea ha fatto qualcosa?

L’Europa ha chiesto di inviare degli osservatori, ma la Russia ha detto no. Gli armeni degli Stati Uniti, che a Los Angeles sono più di un milione, hanno chiesto a Biden di creare un ponte aereo per portare cibo e materiale in Karabakh. L’Azerbaijan ha risposto che qualsiasi aereo passerà sul suo territorio verrà abbattuto.

E la Turchia, invece, quale ruolo sta giocando?

La Turchia è alleata strettissima dell’Azerbaijan, il suo obiettivo risale ancora a cento anni fa: vuole ricongiungersi con i Paesi turcofoni e adesso è interessata moltissimo ad avere un pezzo di territorio armeno.

Quindi è a rischio anche l’Armenia?

Certo, già tre o quattro territori sono stati conquistati. La Turchia vuole un passaggio, l’Armenia sarebbe disposta a concederlo sotto il controllo della dogana. Ma i turchi vogliono proprio una parte di territorio a Sud.

Si sta muovendo qualcosa per risolvere la situazione?

Biden ha mandato un suo emissario, l’Europa vorrebbe mandare osservatori, sono tutte cose in fieri, nel frattempo la gente muore di fame. Nessuno sa come andrà a finire.

C’entrano anche la Georgia e l’Iran?

È stata convocata una conferenza dei Paesi asiatici, la Georgia insieme alla Russia e alla Turchia ha escluso l’Armenia. L’Iran è vicino all’Armenia, non vuole che venga scippato del territorio a Sud perché è un punto di passaggio per le sue merci. Ultimamente si sono ulteriormente deteriorati i rapporti tra Iran e Azerbaijan perché in quest’ultimo Paese c’è una base militare degli israeliani. Pare che siano partiti da lì i droni che hanno attaccato la fabbrica di Isfahan.

(Paolo Rossetti)

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#ArtsakhBlockade e Caucaso meridionale. Analisi di Amberin Zaman: Turchia sale, Russia svanisce mentre Iran e Azerbajgian si scontrano per Armenia (Korazym 03.02.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 02.02.2023 – Vik van Brantegem] – Condividiamo di seguito, nella nostra traduzione italiana dall’inglese, un pezzo esaustivo sul conflitto che incombe ancora una volta tra l’Armenia e l’Azerbajgian, mentre le potenze regionali manovrano nel Caucaso meridionale. L’articolo dal titolo La Turchia sale, la Russia svanisce mentre Iran e Azerbajgian si scontrano per l’Armenia a firma di Amberin Zaman [*] è stato pubblicato il 31 gennaio 2023 su Al-Monitor [QUI]. Mentre le potenze regionali si scontrano, sedicenti “eco-attivisti” azeri gestiti dallo Stato dell’Azerbajgian da 54 giorni bloccano l’autostrada interstatale Goris-Berdzor (Lachin)-Stepanakert, provocando una crisi umanitaria in piena regola per i 120.000 cittadini etnici Armeni dalla Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh.

[Amberin Zaman – Al-Monitor, 31 gennaio 2023] – Un piccolo hotel a Goris, una sonnolenta località turistica nella regione di Syunik, nel sud dell’Armenia, sembra uno sfondo improbabile per manovre geopolitiche tra potenze occidentali, Turchia, Russia e Iran. Ma questo è ciò che è diventato l’Hotel Mirhav, un trio di cottage rustici pieni di kilim antichi e oggetti in rame, tra i timori di un rinnovato conflitto tra Armenia e Azerbajgian da cui l’Iran potrebbe emergere il più grande sconfitto.

Numerose famiglie si sono rifugiate qui dal 12 dicembre, quando l’Azerbajgian ha effettivamente bloccato l’accesso al loro nativo Nagorno-Karabakh, lasciando che un gruppo di autodefiniti “eco-attivisti” azeri senza precedenti di difesa ambientale irrompesse attraverso le forze di mantenimento della pace russe per bloccare il unica strada che collega l’enclave contesa all’Armenia.

La regione a maggioranza armena si trova all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti dell’Azerbajgian, ma si è governata sotto il nome di Repubblica di Artsakh sin dal crollo dell’Unione Sovietica.

Mentre le potenze regionali si scontrano, si sta svolgendo una crisi umanitaria in piena regola, con latte artificiale, medicinali e altri rifornimenti vitali che diventano sempre più scarsi di giorno in giorno. Le scuole sono state chiuse e i 120.000 abitanti del Nagorno-Karabakh hanno ricevuto tessere annonarie mentre l’Azerbajgian continua a interrompere le forniture di gas ed elettricità a causa delle temperature sotto lo zero. I leader dell’Armenia accusano l’Azerbajgian di cercare di pulire etnicamente il Nagorno-Karabakh affamando la popolazione locale e costringendola ad andarsene.

Il Presidente dell’Azerbajgian, l’uomo forte Ilham Aliyev ha accennato a questo in un’intervista televisiva del 10 gennaio 2023, dicendo: “Saranno create le condizioni per coloro che vogliono vivere [nel Nagorno-Karabakh] sotto la bandiera dell’Azerbajgian. Come i cittadini dell’Azerbajgian, i loro diritti e la loro sicurezza saranno garantiti. Per chi non vuole diventare nostro cittadino, la strada non è chiusa, ma aperta. Possono andarsene. Possono andare da soli, o possono viaggiare con le forze di mantenimento della pace [russe], oppure possono andare in autobus. La strada [verso l’Armenia] è aperta”.

I rimproveri dell’Unione Europea e quelli più rigidi degli Stati Uniti hanno avuto scarso impatto fino a quando l’assedio è entrato oggi nel suo 51° giorno. L’International Crisis Group ha classificato il Nagorno-Karabakh al secondo posto dopo l’Ucraina tra i primi 10 conflitti da tenere d’occhio nel 2023, avvertendo in un rapporto di questa settimana che “un’altra guerra sul fianco orientale dell’Europa è reale”.

“Sono bloccato qui con i miei due figli. È una situazione intollerabile e non ho idea di quando finirà”, ha detto Inna Gasparyan, il cui marito e altri due figli sono isolati nella capitale Stepanakert. “I bambini hanno bisogno di verdure. I negozi sono vuoti. Cos’altro posso dirti?” disse, la voce che si spegneva per la disperazione.

La missione di osservatori dell’Unione Europea presso l’Hotel Mirhav a Goris ( Armenia), 19 gennaio 2023 (Foto di Amberin Zaman/Al-Monitor).

Ad un tavolo vicino nella sala da pranzo del Mirhav, un gruppetto di uomini e donne conferisce sottovoce, evitando accuratamente il contatto visivo con gli altri ospiti. Sono membri della missione di osservazione civile di 40 membri dell’Unione Europea che ha sede a Mirhav. Sono stati schierati per monitorare una linea di cessate il fuoco di 250 chilometri dopo che le truppe azere hanno attraversato il confine il 12 settembre e conquistato una serie di altezze strategiche all’interno dell’Armenia. Quando la Russia ha mediato un cessate il fuoco due giorni dopo (il Portavoce del Parlamento armeno ha accreditato gli Stati Uniti), ben 300 militari erano stati uccisi da entrambe le parti, segnando la più grave escalation da quando Armenia e Azerbajgian sono entrati in guerra per la seconda volta sul Nagorno -Karabakh nel 2020.

Con il sostegno della Turchia e di Israele, l’Azerbajgian è uscito vittorioso, riprendendosi tutta la sua terra occupata dall’Armenia in un precedente conflitto scoppiato con la disintegrazione dell’URSS e accorciando il confine de facto dell’Iran con l’Armenia. Ha preso anche circa un terzo del Nagorno-Karabakh. Ora si pensa che controlli circa 200 chilometri quadrati di territorio armeno. Per un Baku appena muscoloso, non era abbastanza.

Catastrofe per l’Iran

La preoccupazione più profonda è che, cogliendo i guai della Russia in Ucraina e i disordini interni dell’Iran, Aliyev si aggiudichi un premio più grande: un corridoio terrestre e ferroviario che collegherebbe l’Azerbajgian attraverso la provincia più meridionale dell’Armenia Syunik alla sua più grande exclave Nakhichevan e alla Turchia. Separerebbe l’Iran dall’Armenia, il suo unico vicino cristiano e un trampolino di lancio fondamentale per i mercati occidentali. L’Armenia, a sua volta, verrebbe effettivamente privata del potenziale sostegno militare del suo vicino più amico, l’Iran.

Il Corridoio di Zangezur “sarebbe una catastrofe geopolitica per l’Iran”, ha affermato Hamidreza Azizi, un iraniano visiting fellow presso il think tank Stiftung Wissenschaft und Politik con sede a Berlino.

Vahan Kostanyan, Viceministro degli Esteri dell’Armenia, ha dichiarato ad Al-Monitor in un’intervista esclusiva: “L’Azerbajgian ha tre obiettivi: la pulizia etnica del Nagorno-Karabakh, provocare tensioni militari su larga scala nella regione e infine spingere la parte armena a cedere un corridoio extraterritoriale”. Kostanyan ha aggiunto: “L’Iran è un partner importante. Il confine con l’Iran è della massima importanza per noi. Abbiamo due confini chiusi con la Turchia e l’Azerbajgian, quindi l’Iran e la Georgia sono le nostre uniche porte verso il mondo esterno”.

L’Azerbajgian ha respinto con rabbia le richieste dell’Armenia per un’azione internazionale come propaganda, affermando che la Croce Rossa e le forze di mantenimento della pace russe stanno assicurando il flusso di cibo e medicine nel Nagorno-Karabakh.

Il 23 gennaio 2023, l’Unione Europea ha annunciato che stava istituendo quella che ha definito una missione di politica di sicurezza e difesa comune in Armenia. Devono essere dispiegati fino a 100 osservatori civili per garantire che le linee di cessate il fuoco siano mantenute lungo il confine con l’Azerbajgian. Come ha affermato Schahen Zaytounchian, un neurochirurgo iraniano-armeno in pensione che gestisce l’Hotel Mirhav, “La presenza di osservatori mi dà un po’ di sicurezza. Solo un idiota può fare qualche aggressione.

Ma il loro mandato non si estende al Nagorno-Karabakh, per il quale servirebbe il consenso dell’Azerbajgian. È improbabile che sia imminente. Il Ministero degli Esteri russo ha criticato la mossa dell’Unione Europea come uno sforzo congiunto con gli Stati Uniti “per ottenere un punto d’appoggio a tutti i costi”. I critici affermano che l’Unione Europea sta cercando di fare ammenda per un accordo sul gas firmato a luglio con l’Azerbajgian per raddoppiare le importazioni di gas al fine di compensare la perdita di gas russo a causa delle sanzioni legate all’Ucraina. L’accordo non farà che rafforzare ulteriormente Baku.

L’Iran si è sempre opposto all’iniezione di più attori stranieri nel suo cortile. Tuttavia, ha affermato Azizi, “la presenza europea potrebbe bilanciare l’Azerbajgian e questo è in linea con gli interessi dell’Iran”, anche se le relazioni tra la Repubblica islamica e l’Unione Europea sono ai minimi storici.

Aliyev non ha fatto mistero dei suoi progetti sul cosiddetto “Corridoio di Zangezur”, definendolo una “necessità storica” e affermando ripetutamente che “verrà sicuramente aperto, che l’Armenia lo voglia o no”. L’Iran ha definito ogni tentativo di alterare i suoi confini una “linea rossa”.

Le tensioni tra i vicini a maggioranza sciita si stanno intensificando oltre l’Armenia. Il 27 gennaio 2023, un uomo armato ha fatto irruzione nell’ambasciata azera a Teheran, uccidendo il capo della sicurezza della missione e ferendo due guardie. “Chiediamo che si indaghi su questo atto terroristico e che i terroristi vengano puniti”, ha dichiarato Aliyev in una nota. Le autorità iraniane hanno affermato che l’aggressore, un uomo iraniano, non aveva motivi politici e che si trattava di un “affare di famiglia”. Ma l’Azerbajgian non lo sta bevendo. Baku ha detto che chiude la sua missione e ritira tutto il suo personale diplomatico da Teheran in attesa dei risultati di indagini approfondite. (Il consolato azero a Tabriz continuerà a funzionare). Le riprese video dell’attacco che mostrano una guardia di sicurezza iraniana seduta inerte mentre l’autore armato di fucile entrava nell’ambasciata ha infiammato i sentimenti pubblici in Azerbajgian.

Una postazione d’ascolto israeliana

Alcuni funzionari azeri ritengono che l’Iran abbia inscenato l’assalto per punire Baku per aver inviato il suo primo ambasciatore in Israele questo mese dopo tre decenni di legami. Finora Baku si era tirata indietro per mantenere il sostegno dei Paesi arabi sul conflitto del Nagorno-Karabakh, ha spiegato Zaur Shiriyev, analista del Caucaso meridionale per l’International Crisis Group. Eppure i legami tra l’Azerbajgian e lo Stato di Israel sono fiorenti da lunghi anni.

Benyamin Poghosyan, un esperto di Yerevan, ha dichiarato: “L’Azerbajgian sta diventando un avamposto israeliano nella regione. Ci sono consiglieri israeliani con sede permanente a Baku”, ha detto ad Al-Monitor. La presenza di funzionari militari israeliani è spesso oggetto di voci, ma è impossibile provarla. È risaputo, tuttavia, che l’Azerbajgian, che è tra i principali fornitori di petrolio di Israele, ha acquisito grandi quantità di armi dallo Stato di Israele. L’intelligence open source ha mostrato aerei cargo che li traghettavano durante la guerra del 2020. Né è un segreto che Israele abbia usato a lungo l’Azerbajgian per spiare l’Iran.

Nel tentativo di portare Baku dalla sua parte, l’Iran ha sostenuto l’Azerbajgian, almeno retoricamente, all’inizio della guerra del 2020, senza calcolare fino a che punto la Russia gli avrebbe permesso di avanzare. In un simile errore di calcolo, l’Armenia ha deciso nel 2020 di aprire la sua prima missione diplomatica a Tel Aviv solo per Israele per andare fino in fondo con l’Azerbaigian.

Oggi, le forze di sicurezza azere hanno fatto irruzione in diverse organizzazioni di media a Baku, accusate di essere sul libro paga di Teheran. Sette persone descritte come facenti parte di una “rete di spionaggio iraniana” sono state arrestate.

Dal 2021, il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche ha condotto esercitazioni militari su larga scala, l’ultima volta in ottobre lungo la sua frontiera con l’Azerbajgian. L’ultimo, “Mighty Iran”, includeva la creazione di ponti di barche e l’attraversamento del fiume Aras, che separa i due Paesi.

Il Ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, ha dichiarato all’agenzia di stampa statale IRNA in un’intervista del 19 ottobre 2022: “L’Iran non permetterà il blocco della sua rotta di collegamento con l’Armenia, e per garantire tale obiettivo anche la Repubblica islamica dell’Iran ha lanciato un esercizio militare in quella regione”

Il leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha avvertito in un tweet del 3 ottobre 2022: “Coloro che scavano una buca per i loro fratelli saranno i primi a caderci dentro”.

Il consolato iraniano appena inaugurato a Kapan (Armenia), 28 gennaio 2023 (Foto di Amberin Zaman/Al-Monitor).

Il 20 gennaio 2023, l’Ambasciatore iraniano in Armenia ha fatto visita alla nuova missione del suo Paese nella capitale amministrativa di Syunik, Kapan. “La sicurezza dell’Armenia è la sicurezza dell’Iran”, ha detto Abbas Badakhshan Zohouri al Kapan News Corps. Una gigantesca bandiera iraniana issata sopra il grigio consolato ha lo scopo di telegrafare il peso iraniano alle forze azere in agguato nelle vicine montagne.
L’aggressività dell’Iran è musica per le orecchie armene. Kostanyan, il Viceministro degli Esteri armeno, ha detto ad Al-Monitor: “Avevamo informazioni secondo cui l’Azerbajgian stava preparando operazioni più grandi quando ha attaccato l’Armenia lo scorso settembre. Le azioni e le dichiarazioni iraniane hanno contribuito a fermare un ulteriore deterioramento di quella situazione”. Altri attribuiscono agli Stati Uniti il merito di aver dissuaso Baku.

La vecchia stazione ferroviaria di Meghri (Armenia), al confine iraniano che serviva le linee dell’era sovietica nel Caucaso meridionale, 20 gennaio 2023 (Foto di Stepan Adamyan).

Nella piccola città di Meghri, al confine con l’Iran, il ristoratore Asya Sarkisyan ha affermato che gli affari sono rimasti scarsi dalla guerra del 2020. Con la crescente minaccia di guerra, Sarkisyan ha detto: “Non voglio andarmene, ma ho bisogno di pensare ai miei figli”, aggiungendo: “Qui a Meghri la nostra speranza è nell’Iran. Ma agiranno nel proprio interesse, di corso”.

Syunik ha forti legami culturali e storici con l’Iran che risalgono all’inizio del XVI secolo, quando gran parte dell’attuale Armenia era sotto il dominio persiano. Le tracce sono visibili nelle pitture murali rese in uno squisito stile persiano in miniatura nella chiesa di Surp Hovhannes del XVII secolo a Meghri.

L’influenza persiana è palpabile nella chiesa Surp Hovhannes del XVII secolo nella città armena di Meghri, al confine iraniano, 20 gennaio 2023 (Foto di Amberin Zaman/Al-Monitor).

Vardan Voskanyan, che dirige il Dipartimento dell’Iran presso la Facoltà di studi orientali dell’Università statale di Yerevan, ha detto ad Al-Monitor: “Abbiamo preso molte cose dall’Iran. L’Armenia è un museo dell’antico Iran medievale”. “L’Iran è l’unico Paese che ci ha sostenuto economicamente quando la Turchia ha sigillato il confine”, ha ricordato Voskanyan. “Non puoi fidarti dell’Occidente. Aiuteranno l’Armenia solo quando diventerà un’altra Ucraina per la Russia. Ci aiuteranno solo se l’Armenia diventa anti-Iran”.

A novembre 2022, durante una visita del primo ministro armeno Nikol Pashinyan a Teheran, l’Armenia e l’Iran hanno firmato un accordo per raddoppiare la quantità di gas naturale che l’Iran vende al suo vicino in cambio dell’elettricità.

Il commercio bilaterale è aumentato del 43% lo scorso anno e Yerevan rimane un popolare abbeveratoio per gli Iraniani in cerca di alcol e piaceri carnali. Di recente, un buttafuori del Club Manoto, un seminterrato nel centro di Yerevan, ha espresso sorpresa quando questa giornalista e un collega armeno hanno cercato di entrare, dicendo: “Sono tutti Persiani lì dentro “. Abbastanza sicuro, ciuffi di Farsi aleggiavano sopra il frastuono della musica da discoteca mentre uomini barbuti di tutte le età guardavano a bocca aperta ballerini esotici che si contorcevano sotto le luci stroboscopiche viola del locale.

Democratico solitario

Pashinyan, che ha guidato la rivoluzione di velluto del suo Paese nel 2018, ponendo fine a decenni di governo corrotto e repressivo, deve procedere con cautela. Ha bisogno del sostegno occidentale, in particolare di quello di Washington, come nelle parole di un alto funzionario armeno che parla senza attribuzione: “Gli Stati Uniti sono più interessati a salvaguardare un’Armenia democratica che l’Unione Europea”. A settembre, la Presidente della Camera Nancy Pelosi ha guidato una delegazione a Yerevan pochi giorni dopo l’incursione azera.

Ma anche Pashinyan ha un disperato bisogno di ricostruire il suo malconcio esercito. La Russia è nominalmente il principale fornitore dell’Armenia, ma deve ancora consegnare oltre un miliardo di dollari di armi pagate da Yerevan, probabilmente perché vengono dirottate in Ucraina. L’India è l’unico altro Paese che vende armi all’Armenia, principalmente perché il suo acerrimo nemico, il Pakistan, è un convinto sostenitore dell’Azerbajgian. L’Iran sarebbe una fonte naturale per l’arsenale militare. Eppure il minimo accenno di tali consegne da Teheran all’Armenia potrebbe far scattare le sanzioni occidentali in un momento in cui questo Paese di 3 milioni di abitanti è più vulnerabile di quanto non sia mai stato da quando ha dichiarato la sua indipendenza da Mosca nel 1991. L’acquisizione di armi iraniane “non è nella nostra agenda”, ha detto ad Al-Monitor Kostanyan, il Viceministro degli Esteri armeno.

Con i suoi panorami montani e le antiche chiese, la regione armena di Syunik è un paradiso per gli escursionisti. Immagine scattata il 19 gennaio 2023 (Foto di Amberin Zaman/Al-Monitor).

L’Azerbajgian, nel frattempo, non mostra tale moderazione. Imitando l’Iran, ha tenuto diverse esercitazioni militari nella regione di confine, l’ultima a dicembre, una manovra congiunta con la Turchia chiamata “Pugno Fraterno”. I droni e i consiglieri militari di Ankara hanno contribuito a garantire la vittoria di Baku nel 2020 ed è un sostenitore di un “Corridoio di Zangezur”, che si estenderebbe fino alla Cina. Ciò eliminerebbe la sua attuale dipendenza dall’Iran per raggiungere i mercati dell’Asia centrale.

Un accordo di cessate il fuoco mediato dalla Russia il 9 novembre 2020 per il Nagorno-Karabakh afferma che “tutti i collegamenti economici e di trasporto nella regione devono essere sbloccati”. Secondo i suoi termini vagamente formulati, l’Armenia dovrebbe garantire il passaggio senza ostacoli attraverso suo territorio e le guardie di frontiera russe sorveglierebbero tutto. Tuttavia, Baku vuole poter utilizzare l’arteria proposta attraverso Syunik senza essere soggetta ad alcun controllo doganale armeno. L’Armenia respinge categoricamente l’idea, affermando che ciò costituirebbe una violazione della sua sovranità. E se l’Azerbajgian, presumibilmente con il sostegno turco, alzasse la posta e inghiottisse un pezzo di Syunik per attaccare Nakhichevan alla sua terraferma?

La questione pesa molto ad Akner, un villaggio appena a nord-ovest di Goris che è stato colpito dai razzi azerbajgiani il 13 settembre durante la “guerra dei due giorni” dello scorso anno. Uno è esploso attraverso il tetto della casa condivisa dal venditore di mobili Edgar Salbuntz, sua moglie Ramela e i suoi genitori, Arevik e Kim. “Grazie a Dio eravamo dal vicino quando è atterrato, altrimenti saremmo morti tutti”, ha detto Salbuntz ad Al-Monitor mentre tirava fuori da una cassettiera quello che diceva essere un frammento di un razzo Grad di fabbricazione russa.

Edgar Salbuntz mostra il 19 gennaio 2023 un pezzo di scheggia di un razzo sparato contro la sua casa vicino a Goris (Armenia), dalle forze azere il 13 settembre 2022 (Foto di Amberin Zaman/Al-Monitor).

Come molti in questa regione montuosa costellata di antichi monasteri e miniere di rame, chiama Syunik la “spina dorsale” dell’Armenia. “Se non c’è più, non ci sarà l’Armenia”, ha affermato Salbuntz. “Ma chi può ostacolare l’Azerbaigian?” rifletté.Sulla carta, sono la Russia e le sue forze di pace.

L’Armenia è membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC) guidata dal Cremlino, che comprende sei ex stati sovietici. Quando uno viene attaccato, gli altri devono correre in sua difesa. I dubbi sul sostegno russo iniziarono a emergere quando Mosca si sedette con le mani in mano mentre le forze armene venivano decimate nei primi giorni della guerra del 2020. I sentimenti sono cresciuti quando Mosca non è intervenuta contro l’Azerbajgian nella fiammata di settembre.

Olesya Vartanyan, analista del Caucaso meridionale dell’International Crisis Group, ha dichiarato ad Al-Monitor: “Dopo la guerra in Ucraina, stiamo assistendo a un Azerbajgian ancora più assertivo. Il contenimento e la deterrenza russi sono quasi scomparsi”.

La Turchia è entrata nel vuoto dalla parte dell’Azerbajgian anche se cercava di normalizzare le relazioni con Yerevan. Per Pashinyan, la pace con la Turchia aveva lo scopo di respingere ulteriori attacchi dell’Azerbajgian. Finora non ha ottenuto né l’uno né l’altro.

Dopo quattro tornate di colloqui faccia a faccia, le relazioni diplomatiche devono ancora essere stabilite, anche se da parte armena ci sono speranze che la Turchia consenta al suo Ministro degli Esteri di recarsi via terra a un forum diplomatico previsto per marzo nella località balneare turca di Antalya. I confini terrestri tra i due Paesi rimangono chiusi, fatta eccezione per i cittadini di altri Paesi, un primo piccolo passo deciso lo scorso anno. Un secondo era iniziare i voli cargo. Richard Giragosian, direttore fondatore del Regional Studies Center, un think tank indipendente a Yerevan, ha dichiarato ad Al-Monitor: “Il trasporto aereo di merci è una bolla. Non c’è richiesta”.

Una fonte armena a conoscenza dei colloqui ha ammesso: “Il riavvicinamento con la Turchia non ha prodotto nulla. La Turchia si è ulteriormente radicata nel Caucaso. Attraverso queste negoziazioni, è diventato più un giocatore”. La fonte, che ha chiesto l’anonimato per parlare liberamente, ha osservato che invece di usare la sua crescente influenza per allentare le tensioni tra le parti, “la Turchia sta incoraggiando l’Azerbajgian nelle sue richieste massimaliste”.

Gohar Iskandaryan, Capo del dipartimento di studi sull’Iran presso l’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Armenia, ha dichiarato: “Negli ultimi due secoli la Russia ha avuto il sopravvento. La Turchia sta crescendo nel Caucaso”. L’analista di Yerevan Tigran Grigorian è d’accordo, dicendo: “La Russia è diventata eccessivamente dipendente dalla Turchia e dall’Azerbajgian dall’inizio della guerra”.

La realtà è molto più oscura. Laurence Broers, socio associato di Chatham House, ha dichiarato: “La geopolitica del Caucaso è ancora molto in evoluzione. Nel 2020, sembrava che la Russia e la Turchia avessero segnato il destino della regione espellendo le potenze occidentali e “regionalizzando” il processo di pace tra Armenia e Azerbajgian”. Broers ha detto ad Al-Monitor: “Ma la catastrofica invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha infranto la sua posizione di protettore della sicurezza del Caucaso meridionale e ha portato a una nuova intimità strategica tra Mosca e l’Iran”.

In Ucraina, la screditata macchina da guerra del Cremlino fa sempre più affidamento sui droni iraniani. Il leggendario Bayraktar della Turchia si è rivelato fondamentale nella difesa di Kiev. Nel Caucaso meridionale, così come in Siria, gli obiettivi di Russia, Iran e Turchia sono sia competitivi che complementari. “Penso che continueremo a vedere una situazione molto dinamica tra questi poteri, quasi una sorta di ‘iper polarità’, senza un singolo egemone al controllo”, ha detto Broers.

Dalla Russia senza amore

Per Pashinyan dell’Armenia, l’incapacità delle forze di pace russe – o la riluttanza di Mosca, dicono molti – a respingere i “manifestanti” azerbajgiani che bloccano il Corridoio di Lachin sembra essere stata l’ultima goccia. Il 10 gennaio, Pashinyan ha dichiarato di aver informato l’OTSC che l’Armenia non avrebbe più ospitato l’annuale esercitazione di mantenimento della pace del blocco. “La loro mancanza di risposta significa che la presenza militare della Russia in Armenia non solo non garantisce la sicurezza dell’Armenia, ma al contrario, crea minacce alla sicurezza dell’Armenia”, ha lamentato Pashinyan.

In effetti, ci sono molti, inclusi alti funzionari armeni, che credono che la Russia favorisca il progetto del Corridoio di Zangezur di Aliyev in quanto ciò darebbe alla Russia l’accesso diretto alla Turchia e un ulteriore mezzo per far fallire le sanzioni occidentali. Le forze di mantenimento della pace russe avrebbero controllato la rotta e le forze armene sarebbero state teoricamente schierate con loro. Ma il consenso prevalente è che non ci si può fidare dei Russi e che i sentimenti anti-Russi tra gli Armeni ordinari crescono di giorno in giorno. Decine di manifestanti sono stati arrestati all’inizio di gennaio durante una manifestazione anti-Mosca fuori dalla 102ª base russa nella città di Gyumri, al confine con la Turchia. La folla ha cantato slogan chiedendo all’Armenia di ritirarsi dall’OTSOC e alle forze russe di andarsene.

“Mosca ha chiarito che non vuole alienare Baku o il suo alleato Ankara. Dalle alture che ora controllano all’interno dell’Armenia, le forze azere potrebbero scendere per conquistare più territorio, il che taglierebbe l’Armenia meridionale dal resto del Paese e costringerebbe Yerevan a ulteriori concessioni. Alcuni temono che se Baku diventasse frustrata dal ritmo dei colloqui, potrebbe benissimo tentare la fortuna proprio con questa manovra”, ha commentato l’International Crisis Group nel suo nuovo rapporto.
In un recente pomeriggio a Goris, le forze di mantenimento della pace russe stavano fuori dalla loro base fumando sigarette, visibilmente annoiate. Altri hanno sfogliato gli scaffali di un supermercato locale riccamente fornito prima di acquistare banane e mandarini.

“Quando chiediamo loro: ‘Perché non state facendo nulla per aiutarci?’ guardano semplicemente con aria assente o dicono che sono stati mandati qui per il servizio militare e non sanno cosa dovrebbero effettivamente fare”, ha detto un negoziante che realizza distintivi personalizzati e altri accessori per i russi. “Guarda”, ha detto, sollevando un cappellino da baseball con i colori della bandiera russa e ricamato con una gigantesca “Z”, un simbolo di sostegno alla guerra contro l’Ucraina. Ha rifiutato di essere identificato per nome.

La gente del posto a Goris (Armenia), produce distintivi personalizzati e altri accessori per le forze russe di stanza lì, 20 gennaio 2023 (Foto di Amberin Zaman/Al-Monitor).

Gevorg Mirzoyan, un operaio edile di Akner che sta aiutando Salbuntz a riparare la sua casa distrutta, concorda sul fatto che non si può più contare sulla Russia. “Penso che l’Iran sia un buon alleato”, ha detto ad Al-Monitor. La crescita della discordia tra Iran e Azerbajgian sta rafforzando tali sentimenti in tutta Syunik.

In un’ulteriore provocazione, Aliyev ha iniziato a giocare la carta etnica. L’Iran ha una considerevole minoranza azera che si pensa equivalga al 15-20% della sua popolazione. In un discorso del 25 novembre, Aliyev ha affermato: “Abbiamo dovuto condurre esercitazioni militari sul confine iraniano per dimostrare che non ne abbiamo paura. Faremo del nostro meglio per proteggere lo stile di vita secolare dell’Azerbajgian e degli Azeri in tutto il mondo, compresi gli Azeri in Iran. Fanno parte del nostro popolo”. Aliyev ha continuato: “Ci sono scuole che insegnano in armeno in Iran, ma non ci sono scuole che insegnano in lingua azera. Come può essere? Se qualcuno dice che si tratta di un’ingerenza negli affari interni, la respingiamo assolutamente. La politica estera dell’Azerbajgian è chiara come il sole. Non abbiamo interferito e non interferiamo negli affari interni di nessuno Stato”.

I commenti segnano un grande cambiamento. Firdevs Robinson, ex editore del Caucaso per la BBC, che monitora da vicino la regione, ha detto ad Al-Monitor. “I sentimenti di solidarietà dei nazionalisti azeri con la minoranza etnica azera iraniana e la loro ostilità nei confronti dell’Iran per essersi schierato con l’Armenia non sono una novità”. Ha continuato: “Ciò che è stato degno di nota è la crescente retorica ostile proveniente da Baku negli ultimi mesi”.

Azizi del Stiftung Wissenschaft und Politik ritiene che gli sforzi dell’Azerbajgian per seminare il separatismo in Iran non avranno molto effetto. Azizi ha dichiarato ad Al-Monitor: “Il fattore etnico nelle recenti proteste iraniane è stato piuttosto marginale. Inoltre, è altamente improbabile che gli Azeri iraniani vogliano lasciare un regime autoritario per unirsi ad un altro”.

Le interviste con diversi camionisti iraniano-azeri parcheggiati lungo la strada tra Meghri e Goris hanno suggerito che Azizi potrebbe avere ragione. Huseyin Ismaili, che ha trasportato petrolio iraniano in Armenia negli ultimi 15 anni, ha detto ad Al-Monitor: “Sì, è vero che l’Azerbajgian ci sta dicendo di difendere la nostra cultura e i nostri diritti e tutto il resto. Sentiamo queste cose sui canali televisivi azeri e turchi”. Ha aggiunto: “Ci dicono che abbiamo bisogno di libertà. Abbiamo abbastanza libertà. L’Iran è buono. L’Iran è bellissimo. No, grazie, dico”.

Tuttavia, la popolazione azera dell’Iran reagirebbe certamente allo scontro armato con i suoi parenti etnici oltre confine. “L’unica vera opzione che Teheran ha, e su cui sta lavorando, è tornare alla sua politica tradizionale di sostenere l’Armenia contro l’Azerbajgian”, ha detto Azizi. “Non posso nemmeno escludere la possibilità che l’Iran armi l’Armenia con droni e simili”. Di ritorno a Yerevan, Iskandaryan, l’accademica, dice che apprezzerebbe una mossa del genere. “Se dobbiamo scegliere tra l’annientamento come nazione o sanzioni dall’America, preferisco quest’ultima”, ha detto.

[*] Amberin Zaman è una corrispondente che scrive sul Medio Oriente, il Nord Africa e l’Europa in esclusiva per Al-Monitor. Zaman è stato editorialista per Al-Monitor negli ultimi cinque anni, analizzando la politica di Turchia, Iraq e Siria e scrivendo la newsletter quotidiana Briefly Turkey. Prima di lavorare per Al-Monitor, Zaman si è occupato della Turchia, dei Curdi e dei conflitti nella regione per The Washington PostThe Daily TelegraphThe Los Angeles Times e Voice of America. È stata corrispondente dalla Turchia di The Economist tra il 1999 e il 2016 e ha lavorato come editorialista per diverse testate in lingua turca.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

3 febbraio, il Santo del Giorno: San Biagio, vescovo e martire (Ilmamilio.it 03.02.23)

ROMA (attualità) – La rubrica dei Santi celebrati dalla Chiesa

ilmamilio.it

Il martire Biagio è ritenuto dalla tradizione vescovo della comunità di Sebaste in Armenia al tempo della “pax” costantiniana. Il suo martirio, avvenuto intorno al 316, è perciò spiegato dagli storici con una persecuzione locale dovuta ai contrasti tra l’occidentale Costantino e l’orientale Licinio. Nell’VIII secolo alcuni armeni portarono le reliquie a Maratea (Potenza), di cui è patrono e dove è sorta una basilica sul Monte San Biagio.

Il suo nome è frequente nella toponomastica italiana – in provincia di Latina, Imperia, Treviso, Agrigento, Frosinone e Chieti – e di molte nazioni, a conferma della diffusione del culto. Avendo guarito miracolosamente un bimbo cui si era conficcata una lisca in gola, è invocato come protettore per i mali di quella parte del corpo. A quell’atto risale il rito della “benedizione della gola”, compiuto con due candele incrociate.


Oggi la Chiesa festeggia San Biagio – (Positano News)

Nagorno-Karabakh, l’ambasciatore armeno Nazarian: «La crisi umanitaria peggiora di giorno in giorno» (Il Messaggero 03.02.23)

Riceviamo da Garen Nazarian, il rappresentante diplomatico dell’Armenia presso la Santa Sede.

«Oggi le popolazioni dell’Armenia e del Nagorno Karabakh si trovano ad affrontare sfide senza precedenti che continuano a minacciare la stabilità e la sicurezza della nostra regione e che sono state perfettamente sintetizzate nei recenti appelli lanciati da leader e parlamenti mondiali. In particolare Papa Francesco nei messaggi del 18 dicembre 2022 e del 9 e 29 gennaio scorsi ha chiesto il rilascio dei prigionieri di guerra armeni e dei civili detenuti in Azerbaijan e la revoca del blocco del corridoio di Lachin. Queste voci forti si sono sentite in Armenia e nel Nagorno-Karabakh e spero siano state sentite e ascoltate anche a Baku».

«In tale contesto, gli appelli forti e mirati della comunità internazionale, ivi compresi i media, sono davvero importanti. Da due anni a questa parte, l’Armenia persegue un’agenda di pace e, avendo la volontà politica di normalizzare le relazioni con l’Azerbaijan, si è impegnata in buona fede nei colloqui. In risposta, l’Azerbaijan non solo ha sollevato nuove rivendicazioni territoriali ma ha anche cercato di giustificare la sua ultima aggressione con la falsa argomentazione secondo cui il confine con l’Armenia non è delimitato. A tutt’oggi l’Azerbaijan sta utilizzando ogni possibile strumento di pressione: dalla detenzione illegale di prigionieri di guerra armeni come ostaggi alla diffusione di matrice statale dell’incitamento all’odio contro gli armeni, dalla retorica guerrafondaia all’uso concreto della forza. È altrettanto chiaro che finora le azioni dell’Azerbaijan, incluso il disumano blocco del corridoio di Lachin, hanno dimostrato nuovamente l’assoluta necessità di un impegno internazionale per affrontare le questioni dei diritti e della sicurezza della popolazione del Nagorno-Karabakh».

«In questo preciso momento, la popolazione del Nagorno-Karabakh rimane sotto un assedio disumano a causa del blocco illegale del corridoio Lachin, l’ancora di salvezza, l’unica strada che collega il Nagorno-Karabakh con l’Armenia. Creando condizioni di vita insopportabili, l’Azerbaijan mira a costringere la popolazione del Nagorno-Karabakh a lasciare le case e le terre ancestrali. La recente dichiarazione del Presidente dell’Azerbaijan che suggerisce la deportazione di quegli armeni che non vogliono diventare cittadini dell’Azerbaijan viene a dimostrare ancora una volta la loro intenzione di pulizia etnica».

«Poiché la crisi umanitaria nel Nagorno-Karabakh sta peggiorando di giorno in giorno, si rende necessario l’intervento immediato della comunità internazionale per garantire un accesso umanitario senza ostacoli al Nagorno-Karabakh da parte degli organi competenti delle Nazioni Unite. Non possiamo rimanere a guardare mentre una popolazione lentamente muore di fame a causa di giochi politici e forse considerazioni geopolitiche. Urge un intervento deciso e una forte pressione sull’Azerbaijan e azioni concrete da parte della comunità internazionale. Bisognerebbe spiegare all’Azerbaijan che ci sono delle precise regole internazionali alle quali tutti devono attenersi».

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L’ambasciatore armeno Nazarian interviene su Lachin (TerraSanta 02.02.23)

#ArtsakhBlockade. Allarme bandiera rossa per genocidio – Azerbajgian dell’Istituto Lemkin (Krazym 03.02.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 03.02.2023 – Vik van Brantegem] – L’Istituto Lemkin per la Prevenzione di Genocidio oggi ha aggiornato il suo Allarme Bandiera Rossa per il genocidio dell’Azerbajgian. Il blocco azero del Corridoio di Berdzor (Lacin), oggi entrato nel 54° giorno, ha creato una crisi umanitaria per gli Armeni in Artsakh poiché le risorse essenziali si stanno esaurendo e le utenze vengono interrotte dal governo azero. Riportiamo di seguito l’Aggiornamento 6 dell’Allarme bandiera rossa per genocidio – Azerbajgian [QUI] nella nostra traduzione italiana dall’inglese.

Nel 53° giorno del blocco criminale del Corridoio di Lachin da parte di pseudo-ambientalisti azeri, l’Istituto Lemkin per la Prevenzione di Genocidio emette un nuovo Allarme Bandiera Rossa per il genocidio dell’Azerbaigian. Il blocco di questo Corridoio, unica via terrestre che collega gli Armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) con l’Armenia vera e propria, ha provocato una crisi umanitaria con l’isolamento di 120.000 persone, tra cui oltre 30.000 bambini, 20.000 anziani e 9.000 persone con disabilità. Gli Armeni in Artsakh stanno esaurendo il cibo, le medicine essenziali (come l’insulina), il latte artificiale, i prodotti essenziali per l’igiene femminile e altre necessità. La grave crisi umanitaria causata dal blocco si aggrava quotidianamente con i continui tagli di gas, elettricità e internet da parte dell’Azerbajgian nel mezzo del rigido inverno caucasico.

L’Istituto Lemkin ha ripetutamente avvertito che questo blocco fa parte dei più ampi obiettivi genocidi della leadership azera, sostenuta dal suo fedele alleato Turchia, nonché una continuazione degli atti di genocidio compiuti dal regime di Baku contro la comunità armena. Il blocco, quindi, non è un atto isolato ma avviene nel contesto di una guerra, a volte latente, che l’Azerbajgian ha avviato unilateralmente nel settembre 2020 e che ha come obiettivo l’acquisizione di terre storiche armene nella Repubblica di Artsakh e nella Repubblica di Armenia insieme allo spostamento forzato (“pulizia etnica”) delle popolazioni armene nel territorio acquisito dagli Azeri. L’Istituto Lemkin ritiene che tali obiettivi siano genocidi in quanto cercano di distruggere definitivamente l’identità armena in queste regioni.

La guerra del 2020, lungi dall’essere finita, si è solo aggravata nell’ultimo anno con gli attacchi azeri all’Armenia e l’ulteriore occupazione di territorio, compresi 140 km2 del territorio sovrano della Repubblica di Armenia. Nel settembre 2022 l’Azerbajgian ha violato ancora una volta l’accordo tripartito che ha posto fine alla guerra dei 44 giorni nel 2020 lanciando una guerra aggressiva contro la Repubblica di Armenia, durante la quale i prigionieri di guerra armeni sono stati nuovamente torturati, umiliati e massacrati. Le dichiarazioni del Presidente azero, Ilham Aliyev, e del Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan hanno confermato i timori che le rivendicazioni azere sulla terra non finiranno con il territorio dell’Artsakh, che è armeno per oltre il 99% ed è abitato da una maggioranza di Armeni da migliaia di anni. Gli osservatori dovrebbero aspettarsi che qualsiasi genocidio contro gli Armeni nell’Artsakh sia accompagnato o seguito da aggressioni contro l’Armenia vera e propria, in particolare la regione meridionale di Syunik, dove l’Azerbajgian e la Turchia vorrebbero costruire un “Corridoio di Zangezur”, che colleghi i due paesi ed escluda gli Armeni. Questo corridoio taglierebbe l’Armenia dal suo confine meridionale, indebolendo ulteriormente la sua posizione geopolitica e rendendola ancora più vulnerabile agli attacchi dei suoi vicini ostili.

Nei giorni scorsi, vari media hanno suggerito che l’Azerbajgian stia usando il blocco come strumento psicologico per espellere gradualmente ma costantemente gli Armeni dall’Artsakh rendendo loro la vita impossibile. Questo non ci sorprenderebbe all’Istituto Lemkin. I cosiddetti “ambientalisti” che hanno bloccato il Corridoio di Lachin si sono mostrati poco interessati all’ambientalismo. Cantano “Il Karabakh è l’Azerbajgian” e portano cartelli a sostegno di Aliyev e dell’esercito azero. Le organizzazioni per i diritti umani hanno collegato molti di loro con il governo e l’esercito azerbajgiano, e diversi manifestanti hanno mostrato il segno dell’organizzazione terroristica e anti-armena dei Lupi Grigi. Tutto questo è molto diverso da quello che si vedrebbe in una protesta ambientalista; Piuttosto, questo comportamento è in linea con le politiche ufficiali dell’Azerbajgian di negare l’indigeneità degli Armeni dell’Artsakh, di distruggere il patrimonio culturale armeno nel Caucaso meridionale e di minacciare ripetutamente l’espulsione degli Armeni dall’intera regione, anche dall’Armenia propriamente detta, perché il territorio dovrebbe appartenere all’Azerbajgian.

L’Istituto Lemkin è anche molto preoccupato per le implicazioni globali delle politiche e della retorica anti-armene dell’Azerbajgian, che sono promosse in tutto il mondo nella totale impunità. Ad esempio, la mattina del 29 gennaio 2023 sono stati affissi volantini anti-armeni in un’area di Los Angeles, in California, dove la diaspora armena stava pianificando una manifestazione contro il blocco dell’Artsakh [QUI]. Il testo dei volantini invocava il genocidio, recitando: “Azerbajgian + Turchia + Pakistan + Israele = 4 fratelli cancelleranno l’Armenia dalla mappa inshallah!!!!” I volantini hanno utilizzato simboli religiosi accanto a ciascun paese per conferire all’appello al genocidio un carattere anticristiano. Oltre a invocare il genocidio, la simbologia religiosa inclusa nei volantini denota un tentativo di trasformare la natura di un conflitto principalmente territoriale in uno di civiltà. Questi volantini vengono ora condivisi e celebrati sui social media azeri, proprio come sono stati diffusi in modo simile i video delle atrocità contro gli Armeni nelle guerre del 2020 e del 2022. Incitamento all’odio di questo tipo deve essere indagato e non ignorato dalle autorità locali e nazionali.

Sebbene l’Istituto Lemkin accolga con favore la risoluzione del Parlamento Europeo del 19 gennaio 2023 [QUI] che chiede all’Azerbajgian di porre immediatamente fine al blocco, questa risoluzione non è sufficiente se non è accompagnata da misure concrete per porre fine al comportamento criminale del regime di Ilham Aliyev come riflesso dal blocco e in altri atti, come la guerra di aggressione nel 2022, le violazioni permanenti dei diritti umani degli abitanti armeni dell’Artsakh, la distruzione del patrimonio culturale armeno, i crimini atroci commessi dai soldati azeri contro civili e prigionieri di guerra armeni e l’incitamento all’odio e l’ideologia che lo Stato azero incoraggia nella sua popolazione fin dalla tenera età.

A causa della continua mancanza di azioni concrete da parte di qualsiasi Stato o istituzione multilaterale, chiediamo al Parlamento Europeo, alla comunità internazionale rappresentata nelle Nazioni Unite, alla NATO e ai diversi Stati del mondo impegnati per la pace e la sicurezza, di intervenire con forza e diplomaticamente in questo conflitto al fine di costruire la pace nella regione e proteggere l’identità armena da un secondo genocidio. L’Azerbajgian e la Turchia dovrebbero essere economicamente e diplomaticamente sanzionati e isolati se non si ritirano immediatamente e pubblicamente dalle loro minacce belligeranti contro l’Armenia e gli Armeni, la loro sponsorizzazione del terrorismo, la loro continua negazione del genocidio e il loro soffiare sulle fiamme dell’odio nella regione. Forse la cosa più importante, Stati come Israele, Stati Uniti e Ucraina, ognuno dei quali afferma di sostenere le democrazie, devono cessare immediatamente ogni sostegno militare ed economico alla dittatura in Azerbajgian. Garantendo all’Azerbajgian un abbondante sostegno militare, questi Stati stanno facendo pendere la bilancia con forza contro l’Armenia e potrebbero essere complici del genocidio. L’Istituto Lemkin per la Prevenzione di Genocidio prende molto sul serio la complicità e perseguirà qualsiasi causa legale che si proponga nel caso in cui il mondo chiudesse un occhio sulla difficile situazione del popolo armeno e sovrintendesse a un altro genocidio contro di loro, questo completamente prevenibile.

La posta in gioco è alta non solo per gli Armeni di tutto il mondo, ma anche per il futuro della democrazia, della sicurezza regionale e globale e del principio del multilateralismo. Né le Nazioni Unite né i suoi Stati membri possono ignorare i principi stabiliti nel 1945 per forgiare una comunità internazionale egualitaria e pacifica: uguale sovranità, diritto all’autodeterminazione e integrità territoriale. Il mancato rispetto di uno qualsiasi di questi principi vanifica gli scopi fondamentali per i quali è stata creata l’ONU, e pertanto la loro violazione dovrebbe comportare sanzioni immediate e ulteriori azioni per cessare le ostilità e proteggere allo stesso modo le vite ei diritti umani di tutti gli individui e i gruppi.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Cinquantaquattresimo giorno del #ArtsakhBlockade. Alla cima delle menti dei burocrati dell’Unione Europea non ci sono la democrazia e i diritti umani, ma il gas azero-russo (Korazym 03.02.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 03.02.2023 – Vik van Brantegem] – Mentre Ursula von der Leyen afferma che l’Unione Europea “rappresenta” la democrazia/i diritti umani in Ucraina, il suo Commissario per l’Energia, Kadri Simson, e altri capi dell’Unione Europea sono a Baku lodando il partner energetico “affidabile” dell’Unione Europea, il dittatore corrotto dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, che ha privato 120.000 Armeni civili, compresi 30.000 bambini della fornitura regolare di cibo, medicine, energia e istruzione in un #ArtsakhBlockade genocida dal 12 dicembre 2022, nel mezzo del rigido inverno caucasico.

«Onorato di aprire la 9ª riunione ministeriale del Consiglio consultivo del corridoio meridionale del gas [il “Tap bis”] con il Presidente Aliyev in Azerbajgian. La nostra discussione si svolge sullo sfondo della trasformazione a livello globale dei mercati dell’energia. E la sicurezza energetica è in cima alle nostre menti» (Kadri Simson).

L’ha detto lei, non se lo sono inventati gli Armeni: alla cima delle menti dei burocrati dell’Unione Europea non ci sono la democrazia e i diritti umani, ma il gas. Si sono attaccati al tubo del gas azero-russo e il loro cervello ha finito a funzionare, stando al caldo con tanti luci accesi.

Ieri abbiamo già segnalato [QUI] la presenza – da parte del governo Meloni – di Gilberto Pichetto Fratin, il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica a Baku e la preoccupazione di Huffpost per «il conflitto tra Azerbajgian e Armenia» che «potrebbe riaccendersi da un momento all’altro mettendo a repentaglio anche la nostra sicurezza energetica»: «Tap bis. Il governo punta sulla rotta azera. Armeni permettendo». Preoccupazione per il blocco del Corridoio di Lachin? Macché, incombe il pericolo del corridoio per il gas che dovrebbe passare per l’Armenia. Preoccupazione per la pulizia etnica dell’Azerbajgian in Artsakh o per le avvisaglie di un nuovo genocidio armeno? Ma stiamo scherzando? È la fornitura del gas azero (russo) che preoccupa («Armeni permettendo»… alle fine Aliyev avrà ragione di prendersi l’Armenia per far passare il suo gas e non solo l’Artsakh per le sue risorse naturali).

«Dopo aver trasportato i civili dal Karabakh all’Armenia, il CICR è tornato completamente carico di rifornimenti che ora consegnerà a Khankendi [intende Stepanakert]. E questo a seguito del grande convoglio delle forze di mantenimento della pace russe che ha anche consegnato una grande quantità di rifornimenti solo un’ora fa» (Adnan Huseyn).

Il nostro genio Adnan Huseyn non si risparmia e continua a produrre le sue video dal posto di blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin) sotto la città di Sushi occupata dall’esercito dell’Azerbajgian, con cui dimostra  al mondo giorno dopo giorno che il #ArtsakhBlockade c’è ancora. Fonte governativa azera, non “menzogne” armene.

«Una volta ho detto che lui confonde il Comitato Internazionale della Croce Rossa con Uber. Le mie più umili scuse. Twittando dalla Svizzera, dove è stato creato il CICR, avrei dovuto saperlo meglio, che il trasporto di forniture è ciò che fanno regolarmente, proprio come FedEx o UPS. Assolutamente non il 54° di #ArtsakhBlockade» (Elena Rshtuni, 3 febbraio 2023).

Poi, per avere un’idea come funziona la società azerbajgiana, questo è un esempio come viene raccontato la questione sui social dagli utenti azeri: «Il #ArtsakhBlockade è in “pieno svolgimento”😄 Invio i miei calorosi saluti a tutti i protettori della falsa propaganda armena che, con la bocca piena, hanno sfruttato i doni dei loro protettori armeni e hanno difeso la “falsa” campagna di blocco che denigrava l’immagine dell’Azerbaigian. Ci sono molti di queste immagini!». E poi si sprecano filmati e foto di cui riportiamo di seguito qualche campione.

Per i social dipendenti azeri è chiaro che le foto dei negozi e dei mercati vuoti a Stepanakert sono fake.

Ricordiamo i fatti dal mondo reale: ad Artsakh dura da 54 giorni il blocco dell’unica strada che consente il rifornimento di 120.000 persone. Ma, nonostante la mancanza di cibo e riscaldamento, le scuole hanno riaperto perché l’istruzione è il fondamento della società armena, insieme alla resilienza.

L’articolo “120mila armeni nella sacca dell’Artsakh”, pubblicato da Elisa Pinna nel blog Persepolis su Terrasanta.net il 23 gennaio 2023 [QUI] ha provocato il 26 gennaio 2023 la reazione dell’Ambasciatore dell’Azerbajgian presso la Santa Sede, pubblicato su Terrasanta.net il 30 gennaio 2023 [QUI]. Alla sua narrazione ha risposto il 31 gennaio 2023 l’Ambasciatore dell’Armenia presso la Santa Sede, Garen Nazarian, con un intervento che riportiamo di seguito.

L’ambasciatore armeno Nazarian interviene su Lachin
Terrasanta.net, 2 febbraio 2023

Egregio Direttore Caffulli,

in questi giorni abbiamo notato l’attenzione di Terrasanta.net alla situazione in Nagorno-Karabakh a causa del blocco illegale del Corridoio di Lachin che sta provocando una catastrofe umanitaria per la popolazione armena locale.

Apprezzerei molto se potesse mettere a disposizione dei suoi lettori il mio punto di vista, in risposta alla narrativa azera pubblicata sul suo sito lunedì 30 gennaio 2023.

Oggi le popolazioni dell’Armenia e del Nagorno-Karabakh si trovano ad affrontare sfide senza precedenti che continuano a minacciare la stabilità e la sicurezza della nostra regione e che sono state perfettamente sintetizzate nei recenti appelli lanciati da leader e parlamenti mondiali. In particolare Papa Francesco nei messaggi del 18 dicembre 2022 e del 9 e 29 gennaio scorsi [il primo e il terzo pronunciati dopo la preghiera dell’Angelus domenicale con i fedeli in piazza San Pietro, il secondo nel discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per lo scambio d’auguri a inizio anno – ndr] ha chiesto il rilascio dei prigionieri di guerra armeni e dei civili detenuti in Azerbaijan e la revoca del blocco del Corridoio di Lachin.

Queste voci forti si sono sentite in Armenia e nel Nagorno-Karabakh e spero siano state sentite e ascoltate anche a Baku.

In tale contesto, gli appelli forti e mirati della comunità internazionale, ivi compresi i media, sono davvero importanti. Da due anni a questa parte, l’Armenia persegue un’agenda di pace e, avendo la volontà politica di normalizzare le relazioni con l’Azerbaijan, si è impegnata in buona fede nei colloqui. In risposta, l’Azerbaijan non solo ha sollevato nuove rivendicazioni territoriali ma ha anche cercato di giustificare la sua ultima aggressione con la falsa argomentazione secondo cui il confine con l’Armenia non è delimitato. A tutt’oggi l’Azerbaijan sta utilizzando ogni possibile strumento di pressione: dalla detenzione illegale di prigionieri di guerra armeni come ostaggi alla diffusione di matrice statale dell’incitamento all’odio contro gli armeni, dalla retorica guerrafondaia all’uso concreto della forza. È altrettanto chiaro che finora le azioni dell’Azerbaijan, incluso il disumano blocco del Corridoio di Lachin, hanno dimostrato nuovamente l’assoluta necessità di un impegno internazionale per affrontare le questioni dei diritti e della sicurezza della popolazione del Nagorno-Karabakh.

In questo preciso momento, la popolazione del Nagorno-Karabakh rimane sotto un assedio disumano a causa del blocco illegale del Corridoio di Lachin, l’ancora di salvezza, l’unica strada che collega il Nagorno-Karabakh con l’Armenia. Creando condizioni di vita insopportabili, l’Azerbaijan mira a costringere la popolazione del Nagorno-Karabakh a lasciare le case e le terre ancestrali. La recente dichiarazione del Presidente dell’Azerbaijan che suggerisce la deportazione di quegli armeni che non vogliono diventare cittadini dell’Azerbaijan viene a dimostrare ancora una volta la loro intenzione di pulizia etnica.

Poiché la crisi umanitaria nel Nagorno-Karabakh sta peggiorando di giorno in giorno, si rende necessario l’intervento immediato della comunità internazionale per garantire un accesso umanitario senza ostacoli al Nagorno-Karabakh da parte degli organi competenti delle Nazioni Unite. Non possiamo rimanere a guardare mentre una popolazione lentamente muore di fame a causa di giochi politici e forse considerazioni geopolitiche. Urge un intervento deciso e una forte pressione sull’Azerbaijan e azioni concrete da parte della comunità internazionale. Bisognerebbe spiegare all’Azerbaijan che ci sono delle precise regole internazionali alle quali tutti devono attenersi.

Cordiali saluti,

Garen Nazarian
Ambasciatore d’Armenia presso la Santa Sede
31 gennaio 2023

Riportiamo di seguito una breve interessante promemoria storica della questione dell’Artsakh/Nagorno Karabakh, pubblicato oggi da Ardisco-Centro Studi Strategici.

Artsakh dimenticato
di Gian Pio Garramone
Ardisco.org, 3 febbraio 2023

Artsakh, Nagorno Karabakh, Medio Nagorno sono tutti nomi che identificano lo storico oblast della regione situata tra Armenia e Azerbaijan. Negli ultimi mesi c’è stata una recrudescenza delle tensioni nell’area, sfociata in veri e propri scontri armati. È giusto precisare che attualmente nessun paese membro dell’ONU riconosce la repubblica dell’Artsakh, unici riconoscimenti ufficiali sono quelli di: Abcasia, Ossezia del Sud e Transnistria. Per capire realmente le nuove tensioni bisogna analizzare l’evoluzione storico-politica che ha vissuto la provincia nel secolo appena trascorso.

Artsakh è il nome in armeno di una delle 15 province dell’Armenia storica. Il Nagorno Karabakh, nome di origine turco-persiana che significa vigna nera delle montagne, è quell’area montuosa del Caucaso meridionale, che si sviluppa nel sud-est dell’Armenia al confine con Azerbaijan e Iran. Storicamente l’oblast ha visto varie dominazioni nei secoli, pur mantenendo sempre delle forme di autonomia. Alla fine della guerra russo-persiana, 1804-1813, conclusasi con il trattato del Gulistan del 1813, l’Artsakh-Karabakh fu annessa alla Russia, e ve ne farà parte fino al 1917. Nel 1917 a seguito della rivoluzione, la Russia arretra dalle proprie posizioni, lasciando libera l’area sub caucasica. In tale periodo la popolazione del Nagorno-Karabakh, composta per il 95% da armeni, convocò il suo primo congresso, che proclamò l’Artsakh unità politica indipendente, ed elessero il Consiglio nazionale e il governo. Tra 1918-1920 il Nagorno-Karabakh si dotò di tutti gli organi statuali, compreso un esercito.

L’instaurazione del dominio sovietico nello spazio transcaucasico fu accompagnata dalla creazione di un nuovo sistema politico. Il Nagorno-Karabakh fu riconosciuto territorio conteso tra Armenia e Azerbaijan anche dalla Russia sovietica. Secondo l’accordo firmato nell’agosto 1920 tra la Russia e la Repubblica Armena, le truppe russe furono temporaneamente dispiegate nel Nagorno-Karabakh. Azerbaijan dichiarerà il 12 giugno 1921 il Nagorno-Karabakh parte integrante dell’Armenia, e così l’Armenia dichiarò il Nagorno-Karabakh sua parte integrante.

In seguito il 4 luglio 1921, a Tbilisi capitale della Georgia, l’Ufficio caucasico del Partito comunista russo convocò una sessione plenaria, durante la quale fu riconfermato il fatto che il Nagorno-Karabakh era parte integrante dell’Armena. Tuttavia la notte del 5 luglio, pare su interessamento diretto di Stalin, fu rivista la decisione del giorno precedente e il Nagorno fu annesso all’Azerbaijan, e formato sul suo territorio un oblast autonomo.

Nel 1991, quando la Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaijan decise di uscire dall’Unione Sovietica e trasformarsi in Repubblica dell’Azerbaijan, gli armeni del Artsakh approfittarono della legislazione sovietica dell’epoca per stabilire la propria indipendenza. La decisione viene presa in forza della legge del 3 aprile 1990 dell’Unione Sovietica – Norme riguardanti la secessione di una repubblica dall’URSS – che consentiva alle regioni autonome di distaccarsi da una repubblica qualora questa avesse lasciato l’URSS.

Il 2 settembre 1991 il soviet del Nagorno Karabakh decretò la nascita del nuovo stato, decisione confermata da un referendum, tenutosi il 10 dicembre dello stesso anno, con annesse successive elezioni politiche. Tali elezioni tenutesi il 26 dicembre furono monitorate a livello internazionale. Il 6 gennaio 1992 veniva proclamata la repubblica del Karabakh Montuoso Artsakh.

Chiaramente l’Artsakh si era autodeterminato, ma nessun paese l’aveva ancora riconosciuto, era quindi una nazione solo de facto. L’Azerbaigian a tal proposito lamentava la perdita di uno dei suoi territori, rivendicando il principio d’integrità territoriale – Art. 2 par. 4 Carta ONU, contrariamente agli armeni che invocavano il principio di autodeterminazione dei popoli – Art. 1 par. 2 Carta ONU. Il 30 gennaio l’Azerbaigian non riconoscendo la dichiarazione di autonomia muoveva militarmente contro l’oblast.

Il 31 gennaio a mezzogiorno inizia ufficialmente la guerra del Nagorno Karabakh. La fanteria azera a bordo di blindati si diresse verso le montagne del Karabakh. Le operazioni militari azere compresero i bombardamenti della capitale Stepanakert. L’avanzata dell’esercito vede la conquista azera dei villaggi di Nakhicivanik, Khramort e Farruk. Violenti combattimenti si ebbero nel distretto di Askeran e nei pressi della città di Shushi. Quest’ultima risultava essere abitata anche da una importante comunità azera. Anche gli armeni ottengono risultati dalle operazioni militari che condussero, tra queste la conquista dei villaggi di Malibayli, Karadagly e Aghdaban. La guerra continuerà con risultati altalenanti, fino al 1994.  All’inizio del 1994 gli azeri tentarono di riconquistare i territori che avevano perduto, ma gli armeni ormai controllavano tutti i punti chiave del territorio, rendendo vano ogni sforzo militare azero. La controffensiva azera fu vana, anzi controproducente perché gli fece perdere anche, il 18 febbraio, il presidio al passo Omar. Si ebbero nuovi tentativi di riconquista da parte dell’Azerbaijan fino a marzo. In aprile sono gli armeni a lanciare un’offensiva nel settore nord orientale che gli fa conquistare numerosi villaggi e controllare la strada da Agdam alla città azera di Barda.

Il 5 maggio in Kirghizistan, nella capitale, viene firmato tra Armenia, Azerbaigian e Nagorno Karabakh l’accordo di Biškek. Il 12 maggio i rispettivi ministri della difesa si ritrovano per firmare un accordo di cessate il fuoco in vigore dalla mezzanotte del 17 maggio. Al termine del conflitto la repubblica del Nagorno Karabakh estese il proprio territorio conquistando sette limitrofi rajon (suddivisione amministrativa di origine sovietica, paragonabile a un distretto/provincia) precedentemente amministrati dall’Azerbaigian.

In seguito ci sono state varie violazioni del cessate il fuoco, fino ad arrivare all’estate 2010 quando si moltiplicarono le violazioni della tregua e furono numerosi i soldati ad essere stati colpiti da cecchini nemici lungo la linea di confine. A marzo 2011 il ministero della difesa del Nagorno Karabakh denuncia la violazione dello spazio aereo da parte di aerei nemici, e a settembre dello stesso anno riuscirono ad abbattere un drone. In novembre le milizie armene, in seguito alla morte di due propri soldati, avviano un’operazione di frontiera.

Nel 2020 scoppiò la seconda guerra nel Nagorno-Karabakh. Le prime attività belliche ebbero inizio la mattina del 27 settembre 2020 lungo la linea di contatto dell’Artsakh. In seguito all’inizio della nuova guerra, venne proclamata la legge marziale con la rispettiva mobilitazione generale nei territori dell’Artsakh e l’Armenia. La guerra terminò quarantaquattro giorni più tardi, e precisamente il 10 novembre. Questa nuova tregua tra Armenia e Azerbaigian fu negoziata dal Presidente russo Vladimir Putin il giorno 9 novembre.

La Russia non fu sono il mediatore ma a garanzia del cessate il fuoco dispiegherà una forza di peacekeeping. L’area delle operazioni verrà suddivisa in zona sud con base a Step’anakert, che ospita anche l’headquarter delle forze impiegate, e la zona nord con sede a Martakert. La missione si sviluppa su ventitré posti d’osservazione sparsi sul territorio. Secondo l’accordo la missione avrà durata quinquennale, rinnovabile tacitamente per un altro quinquennio. L’Armenia in base all’accordo è stata obbligata a ritirare le truppe da alcune regioni del Nagorno Karabakh.

All’atto dello spiegamento l’organico russo era di 1960 militari. Il personale impiegato faceva parte della 15ª Brigata di fanteria motorizzata, ed era equipaggiato per tale compito con: materiali speciali, 380 veicoli, 90 mezzi corazzati da trasporto. Il personale verrà posto alle dipendenze del Tenente Generale Rustam Muradov, di etnia Azera. I peacekeeper furono dotati sulle uniformi, di un segno distintivo, la sigla MC ovvero l’abbreviazione della dicitura cirillica Миротворческие силы – Forze di mantenimento della pace.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Ucraina, stilista armena: “Né Putin né Zelensky, sediamoci al tavolo della pace” (AdnKronos 02.02.23)

Naira Khachatryan ha studiato e vissuto in Russia: “Troppe vittime innocenti sono state sacrificate, soprattutto giovani che chiedevano di vivere”

Naira Khachatryan

“Vivo la guerra tra russi e ucraini con rabbia e impotenza. Le mie radici mi riportano inconsciamente ad un altro genocidio, quello degli armeni in Turchia. Nessuno vuole questa guerra. Che le grandi potenze siedano al tavolo della pace, al più presto. Troppo vittime innocenti sono state già sacrificate, soprattutto giovani che chiedevano solo di vivere”. È quanto dichiara all’Adnkronos la stilista armena Naira Khachatryan che in questi giorni sta esponendo la nuova collezione di maglieria A/I 2023/ 2024, nell’ambito delle sfilate romane di Altaroma, nello showroom di Piazza Capranica.

“Questa guerra sta creando odio, rancore, acredine tra i due popoli – prosegue la stilista, che ha vissuto e studiato in Russia in Siberia nei pressi della città di Vladivostok – Un conflitto assurdo, incomprensibile. Ho deciso di non guardare più la televisione, ho un figlio di 21 anni, non riuscirei a pensarlo arruolato per combattere una guerra che giudico ingiusta e inutile”.

E sull’intervento di Volodymyr Zelensky a Sanremo Naira Khachatryan non ha dubbi: “Non lo vedrò, ne sono convinta – aggiunge – Non amo né Putin né Zelensky. Siamo all’interno di un grande gioco politico, protagonisti inconsapevoli, nostro malgrado. Con questa guerra stanno creando una sorta di blocco, di isolamento mentale nell’’umanità. È accaduto anche con il Covid – continua la stilista ucraina- Poi c’è stata la guerra. È come se ci obbligassero ad essere ‘prigionieri’ di qualcosa più grande di noi”.

E conclude ricordando: “Non riesco a capire… Volete fare la guerra? Viviamo in un mondo evoluto. Fate scendere in campo robot e automi, salveremo vite umane. Non si può continuare a morire per qualcosa che non ci appartiene. Su questa terra, in fondo, siamo tutti di passaggio”.

Il cuore batte per l’Armenia, il suo Paese d’origine, ma la collezione A/I 2023/ 2024 di Naira Khachatryan, presente nello show room di Piazza Capranica per Altaroma, è anche un omaggio a Elsa Schiaparelli, stilista italiana, vissuta a Parigi, massima signora della Moda del ‘900, celebrata nella capitale francese con una imponente mostra al Musee des Arts Decoratifs (‘Shocking! The surreal world of Elsa Schiaparelli’). In mostra 50 look di maglieria pura, un viaggio nelle fibre nobili, dalle lane merinos extrafine alle viscose fluidi e sottili come seta, con inserti in lurex che donano riflessi, come metalli preziosi capaci di trasformare ogni abito in un gioiello perfetto per ogni donna, per ogni taglia, dalle small alle large, sempre in grado di esaltare i corpi e la femminilità.

Origini armene, Naira Khachatryan ha vissuto in Siberia non lontano dalla città di Vladivostok e studiato a Mosca, da molti anni abita in Italia e da 21 anni disegna per Lineapiu’. “Amo nelle mie creazioni la tridimensionalità che inconsciamente mi riporta alle prime creazioni di Elsa Schiaparelli, pull trompe – l’oeil lavorati ai ferri da donne immigrate dall’Armenia. Ma adoro l’Italia e il cinema Neorealista, fonte di ispirazione per la mia prima collezione, linee asciutte, pulite, con cui ho vinto nel ‘99 il concorso di Mittelmoda”.

“Ho immaginato per la mia collezione A/I abiti comodi, confortevoli, quasi una seconda pelle, sempre realizzati con filati pregiati – spiega la stilista di origine armena- con particolari distintivi, come la tridimensionalità realizzabile solo attraverso capi in maglia e un gioco sofisticato di punti, intrecci, incroci, sovrapposizioni”. La maglia va di moda anche tra le grandi signore della moda, come l’autorevole e temutissima direttrice di Vogue America, Anna Wintour, fotografata durante la pandemia al lavoro dinanzi alla su scrivania, con tuta da ginnastica e pull bordeaux a righe. “Anna Wintour ha sdoganato un certo modo di vestire – prosegue la stilista ospite di Altaroma- Ma è pur vero che la pandemia ci ha cambiati anche nel confronto con l’abito. Capo primordiale, quello ‘tessuto’, è sempre esistito dagli albori dell’umanità. In fondo la maglieria – conclude – è un’alchimia scultorea, con un’anima è una ‘personalità’ mutevole e dinamica”.

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Sudestival celebra il centenario del cinema armeno, a Bari e Polignano proiezioni e incontri (Bari Today 02.02.23)

Si rinnova anche per il 2023 il gemellaggio del Sudestival col cinema armeno, un’occasione unica per celebrare i cento anni della settima arte di questa straordinaria terra, insostituibile ponte culturale fra Europa e Asia. Dopo il protocollo firmato in duplice lingua nel 2019, fortemente voluto dal direttore artistico del festival Michele Suma, il Sudestival dedicherà un’attenzione particolare al mondo audiovisivo di questa terra attraverso un programma esclusivo di due giorni, espressione del gemellaggio con il GAIFF, Golden Apricot Yerevan International Film Festival, che si tiene dal 2004 ogni anno nella capitale Yerevan.

Le proiezioni e gli incontri si terranno sia a Bari, città che può narrare la storia umana, religiosa e culturale che lega l’Armenia alla Puglia, che a Polignano a Mare. In rappresentanza del GAIFF sarà presente il regista e fondatore del festival, Harutyun Khachatryan, e assieme a lui interverrà una importante delegazione artistico-diplomatica formata composta da: Kristina Mehrabekyanprimo consigliere dell’ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia, Karen Avetisyan, direttore artistico del Golden Apricot International Film Festival e Varvara Hovhannisyan, responsabile del dipartimento internazionale del Golden Apricot International Film Festival. Un’occasione dunque irripetibile per conoscere la più recente produzione cinematografica armena grazie a pellicole di grandissimo valore internazionale e di eccezionale testimonianza culturale.

L’Armenia è la regione più europea dell’Asia, con una grande tradizione cinematografica alle spalle che nel 2023 arriva a ben 100 anni di storia. Contaminata sia dall’influenza sovietica che da quella europea, la tecnica filmica di questa terra ha visto un continuo rinnovamento attraverso la firma di grandi maestri. L’Armenia ha anche un legame molto stretto con l’Italia e in particolare con Bari, dove da tre generazioni è presente una comunità perfettamente integrata e in contatto anche con la madrepatria. Lo grande rapporto che lega il Sudestival e il cinema armeno è stato avviato grazie all’ambasciata armena ed è stato sviluppato per il 2023 dell’Associazione Armeni Apulia, in particolare grazie al supporto del suo segretario Carlo Coppola, anche presidente del Centro Studi “Hrand Nazariantz”.

 

Il programma delle proiezioni dedicate ai 100 anni del cinema armeno prevede:

3 febbraio 2023

Cinema Galleria | Bari | ore 19.00

 

GREAT EXPECTATIONS di Sona Simonyan
Gyumri è la seconda città più grande dell’Armenia, semidistrutta da un terremoto che nel 1988 in 8 secondi ha ucciso 30.000 persone e spazzato via tutto nel raggio di 20 km. Io sono nata in questa città morta, che ha smesso di crescere ed è rimasta per sempre sotto l’ombra scura della catastrofe, nella quale ogni neonato doveva in qualche modo prendere il posto di un morto. Trent’anni dopo, la mia generazione del post-cataclisma continua a farsi la stessa domanda: restare o andarsene?

 

THREE GRAVES OF THE ARTIST di Harutyun Khachatryan

Il film racconta la storia della vita avventurosa e del patrimonio artistico del talentuoso pittore armeno Vahan Ananyan. Vahan, nato e cresciuto a Yerevan, ma sempre più deluso nella realtà armena (il terremoto, la guerra, il crollo dell’Unione Sovietica), si trasferisce a Tallinn, poi Kiev e Odessa a lavorare lì. Dopo la sua morte i resti di Vahan furono sepolti a Tallinn, Odessa e Yerevan. Il suo patrimonio artistico rimane in paesi lontani.

 

KAFKA’S DREAM di David Babayan
Miserabile me. Ho due piastre avvitate alle tempie, pensò Franz, chiudendo gli occhi. Un abisso

oscuro, il tribunale dei matti, la condanna da scontare sotto forma di insonnia perenne.

AURORA’S SUNRISE di Inna Sahakyan
Durante l’orrore del genocidio armeno, a soli 14 anni Aurora perse tutto. Quattro anni dopo, grazie al suo straordinario coraggio e un po’ di fortuna, Aurora riuscì scappare a New York. Lì la sua storia divenne un caso mediatico. Recitò nel ruolo di sé stessa nel blockbuster hollywoodiano Auction of Souls e divenne il volto di una delle più importanti campagne di beneficienza nella storia degli Stati Uniti. Alternando animazione, interviste dell’epoca e estratti di Auction of Souls, il film racconta una storia di sopravvivenza che era stata dimenticata.

 

 

4 febbraio 2023

Cinema Vignola | Polignano a Mare | ore 20.00

AMERIKATSI di Michael Goorjian
Da ragazzo, Charlie fuggì dal genocidio armeno diretto negli Stati Uniti. La sua famiglia non fu così fortunata. La nostra storia inizia nel 1947, quando Charlie rimpatria in Armenia solo per essere colpito dalla dura realtà del comunismo sovietico. Quasi immediatamente Charlie viene arrestato e condannato e portato in prigione. Proprio mentre sembra soccombere al terrore della sua situazione, scopre che il muro della prigione fuori dalla finestra della sua cella era stato danneggiato durante un recente terremoto. E attraverso un buco può vedere in un condominio vicino… La coppia armena che vive nell’appartamento, Tigran e Ruzan, diventano l’unica connessione di Charlie con il mondo esterno, vivendo indirettamente attraverso la loro vita privata, condividendo i pasti con loro, ridendo, piangendo, cantando e ballando con loro, mentre scopriva la cultura armena che non conosceva.

WHEN I AM SAD di Lilit Altunyan
Un sorriso viaggia attraverso il mondo della tristezza, trasformato da emozioni e pensieri ma un bacio d’amore lo riporta a casa.

5 DREAMERS AND A HORSE di Aren Malakyan e Vahagn Khachatryan

Il film ci confronta con una galleria di personaggi che cercano di imporre la loro identità al di fuori di una soffocante “normalità”. Grazie allo sguardo empatico ed esteticamente poetico dei due registi, 5 Dreamers and a Horse mette in scena tre facce dell’Armenia: quella incarnata dalla responsabile di un ascensore in un ospedale cittadino che sogna di diventare astronauta, portavoce di un sovietismo urbano dai toni esaltati, una seconda capitanata da un contadino alla ricerca della moglie perfetta confrontato con un problema di sterilità, esempio tristemente perfetto di una società rurale dominata dal patriarcato e una terza impersonata da due personaggi queer che militano per la libertà di essere semplicemente quello che sono, simbolo di un’apertura verso un occidente sognato ed idealizzato.

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A Positano l’incontro con Misha Wegner, figlio di Armin Wegner ed Irene Kowaliska (Positano News 02.02.23)

Un onore aver incontrato Misha Wegner, figlio di Armin Wegner ed Irene Kowaliska. Due nomi importanti per la città verticale e che rappresentano un pezzo importante di storia da preservare e tramandare.
Armin Wegner nacque nel 1886 e morì nel 1978 a quasi 92 anni.  Giunse in Italia nel 1936, prima a Vietri sul Mare e poi a Positano, rifugio di molti intellettuali europei. Fino all’emanazione delle leggi razziali del 1938, l’Italia viveva un clima di relativa tolleranza, poi la situazione si deteriorò. Wegner, con altri intellettuali, venne arrestato, sia pure per poche settimane. Una misura precauzionale per la visita di Hitler. Fu uno dei principali  testimoni del genocidio degli armeni e fino alla morte il ricordo del lager vissuto in Germania e la memoria e dell’orrore dei massacri degli armeni rimasero impressi nella sua memoria in maniera indelebile.
Era il 1916, l’anno delle marce della morte degli armeni da parte del governo turco: lui, testimone di un genocidio. Angosciato, scriveva alla madre: “Mai come in questi giorni ho sentito vicino a me distinto il frusciare della morte, il suo silenzio, il suo freddo sorriso, e spesso mi chiedo: posso io ancora vivere …quando attorno a me c’è un abisso di occhi di morti?”. Mentre l’Europa cristiana restava impassibile di fronte a tanto orrore, Wegner in una lettera al presidente USA, Woodrom Wilson, chiedeva: “Salvi lei l’onore dell’Europa”. Quando nella sua Germania si scatenò l’antisemitismo scrisse una lunga lettera a Hitler, scongiurandolo dal proseguire in quella follia: “Non come amico degli ebrei, ma come amico dei tedeschi, come rampollo di una famiglia prussiana, in questi giorni, quando tutti rimangono muti, io non voglio tacere più a lungo di fronte ai pericoli che incombono sulla Germania”. La lettera fu recapitata a “Casa Bruna” di Monaco e la ricevuta fu firmata da Martin Borman. La risposta fu il carcere: pestato, frustato, torturato a sangue, trasferito in vari lager e, infine, costretto a lasciare la Germania. Giunse a Roma con lo pseudonimo Percy Eckstein. Poi si trasferì a Positano, dopo una breve sosta a Vietri, da Irene Kowaliska: le fece omaggio di un libro con dedica: “Si sente sempre un canto bellissimo dietro a una porta chiusa, si continua la strada, ma non si sa dove condurrà”.
Wegner arrivò a Positano abitando prima una casupola isolata a Capodacqua, poi la “Casa dei sette venti” in via Pasitea, dove lo raggiunse Lola Landau, per convincerlo a seguirla in Palestina. Fu tutto inutile: Armin restava a Positano, in quello che la Landau definì “il paradiso dei pazzi”. Qui il poeta aveva ritrovato la sua dimensione di vita.
A Positano Irene Kowaliska, che nel frattempo aveva dato alla luce il loro figliolo, Misha, lo raggiunge nel 1942: era quasi il traguardo di una lunga storia d’amore, una fertile avventura che ha modellato due personalità di grande prestigio culturale. Da quando, nel 1929, si erano conosciuti nelle campagne intorno Berlino, era stato un continuo cercarsi, allontanarsi, nascondersi, ritrovarsi, confrontarsi, aiutarsi, amarsi. Su insistenza di Peter Ruta, artista loro vicino di casa, Armin e Irene andarono a Stromboli: in quell’ambiente eolico lo scrittore ritrovò il suo habitat. E per Irene, lì era la sede del genius loci della ceramica: isola, terra emersa, calda di fuoco interno, circondata da acqua, invasa dal vento. E fu l’acquisto di un vecchio, abbandonato mulino, poi ristrutturato, con una torre centrale, dove Armin murò un pannello ceramico di sei “riggiole” vietresi realizzato da Irene negli anni ’30 per la casa di Positano: rappresentava un veliero, sotto vi posero il nome di questa nuova casa: “La Torre dei sette venti”.
Nel 1967 lo Stato di Israele attribuì a Wegner il titolo di Giusto fra le Nazioni; un anno dopo, in Armenia, gli fu conferito l’Ordine di San Gregorio l’Illuminatore”.

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Armenia: storia di un popolo coraggioso e tenace (La Esperanza 0.02.23)

Dal 12 dicembre di quest’anno i 120.000 abitanti dei territori rimasti alla Repubblica dell’Artsakh sono isolati dal resto del mondo a causa di un blocco organizzato dall’Azerbaigian  sull’unica strada rimasta a collegare la regione con l’Armenia. In questi giorni di freddo scarseggiano il cibo, le medicine, i combustibili… una popolazione con 30.000 bambini e 20.000 anziani è sull’orlo di una catastrofe umanitaria.

Nella Penisola Italiana e negli stati dell’UE si parla troppo poco della questione armena e del dramma dell’Artsakh, per motivi geopolitici molti propagandisti ucraini residenti in Italia parteggiano spudoratamente per l’Azerbaigian, che in Germania e in Francia ha trovato anche il sostegno di molti immigrati turchi e musulmani. Negli ultimi due paesi citati si sono verificati anche attacchi violenti contro manifestazioni pacifiche organizzate dalle comunità armene (ah, le meraviglie dell’invasione islamica, così cara ai progressisti europei).

Quasi tutti i politici italiani di alto livello tacciono su questi temi, poiché l’Azerbaigian, retto dalla dittatura del presidente İlham Əliyev (la cui famiglia è al potere dal 1969), è uno tra i principali partner per la fornitura di gas all’Italia. Diverso è l’atteggiamento di parecchi sindaci e comuni italiani che hanno espresso apertamente il loro sostegno alla causa armena.

Antonia Arslan

La Professoressa Antonia Arslan è sempre in prima linea per dare voce alle sofferenze del popolo armeno con libri e articoli, nel 2007 da La masseria delle allodole è stata tratta una pellicola omonima che ha avuto vasta circolazione nelle scuole. Anche l’opuscolo di Zoppellaro che abbiamo citato fa parte della collana «Frammenti di un discorso mediorientale», diretta da Antonia Arslan per la casa editrice Guerini e Associati (la stessa che ha pubblicato la traduzione italiana de Il Carlismo di Jordi Canal).

Lo studio padovano della Professoressa Arslan si chiama la Casa di Cristallo e ogni volta che ci entro percepisco emozioni simili a quelle che provo quando visito Palazzo Loredan a Venezia, dove per tanti anni ha vissuto Carlo VII. Però vi è una differenza: oggi il Loredan è completamente privo di cimeli carlisti, mentre nella Casa di Cristallo ci sono ancora dei ricordi interessanti.

Nella libreria al pianterreno del grande palazzo di Padova ci sono i volumi dei romanzi di Padre Bresciani, la raccolta della polemica rivista Letture Cattoliche, la prima edizione di Pour Don Carlos (1920) di Pierre Benoit (1886-1962) e il ritratto di Alessio De Besi (1842-1893), giornalista cattolico intransigente, volontario dell’esercito del Papa e sostenitore del Carlismo, che a Roma conobbe S.A.R. Alfonso Carlo. Antonia Arslan è infatti figlia di Vittoria Marchiori e Michele Arslan, figlio di Yerwant Arslanian e di Antonietta De Besi, figlia di Alessio, propugnatore del tradizionalismo in terra veneta. A Dio piacendo, in un giorno non lontano, vorrei pubblicare tutti i testi carlisti di Alessio De Besi (articoli, dialoghi e storielle in italiano o in lingua veneta) raccolti in un volume per la nostra Collana di Studi Carlisti

Chi avrà letto la recente riedizione di Viaje de los señores Duques de Madrid a Egipto y Palestina (1895) avrà notato un accenno all’amicizia tra Carlo VII e i padri armeni di San Lazzaro, il loro museo ospita oggi una biblioteca di circa 200.000 volumi, oltre 4000 manoscritti armeni e innumerevoli reperti…tra cui una collezione di minerali che gli fu donata dal nostro Re. Nel 1925, il Barone Alessandro Augusto Monti della Corte (1902-1975), rappresentante in Italia di Don Jaime di Borbone e poi di Alfonso Carlo, sposò a Roma la Principessa armena Jacqueline Keutché Oglou-Guetchéiane (1903-1932), esule diciannovenne da Costantinopoli nel 1922, da cui ebbe nel 1926 la figlia Beatrice Maria. La storia dei legami tra il Carlismo e gli Armeni è ancora tutta da scrivere, affidata alla sola memoria delle antiche famiglie che ricordano ancora, ma i documenti per stenderla aspettano con pazienza chi sarà in grado di ricostruirla.

Per i Carlisti, sempre sconfitti, ma sempre tenaci, è naturale guardare con simpatia al popolo armeno, cristiano e coraggioso, che resiste e combatte anche dopo tante disfatte. Cerchiamo di tenere gli occhi puntati sul Caucaso e di seguire ciò che accade in quest’angolo del pianeta, ipocritamente dimenticato dai sedicenti «paladini del mondo occidentale» (qualsiasi cosa esso sia). Come tradizionalisti ciò che possiamo fare oggi è informarci e informare, leggere libri, prendere contatto con associazioni armene e partecipare all’invio di aiuti umanitari per chi è colpito dalle miserie della guerra e della crisi ancora in corso.

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