Armenia: Rosa Linn rappresenterà il paese all’Eurovision 2022 (Eurovision 11.03.22)

Nei giorni scorsi i media armeni hanno riferito che Rosa Linn fosse la rappresentante del paese ad Eurovision 2022. Il sito Hraparak ha dichiarato inoltre l’emittente AMPTV avrebbe annunciato ufficialmente l’artista e il brano a marzo. Alla fine le voci erano vere!

L’emittente AMPTV ha confermato oggi che sarà proprio Rosa Linn a rappresentare l’Armenia all’Eurovision 2022 di Torino. Rosa Linn aka Rosa Kostandyan è una cantante che vive e lavora a Vanadzor, la sua produttrice è un ex rappresentante armena, stiamo parlando di Tamar Kaprelian.

Ecco cosa ha dichiarato la cantante dopo la scelta da parte dell’emittente armena:

Guardando da fuori, sembrava che le probabilità fossero contro di me. Una ragazza sconosciuta di una piccola città dell’Armenia. Ma il potere di raggiungere gli obiettivi è reale quando è combinato con il duro lavoro. Perseveranza ed espressione di sé. Ho l’opportunità di far sentire alle persone il mio mondo interiore attraverso la mia musica. Sono molto orgogliosa di poter rappresentare il mio paese sul palco più grande d’Europa.

Rosa Linn

Il capo delegazione dell’Armenia, David Tserunyan ha dichiarato:

Attraverso il focus group abbiamo preso in considerazione la candidatura sia di artisti che hanno familiarità con il pubblico armeno sia nuovi nomi. Di conseguenza è stata scelta Rosa Linn, una ragazza di una piccola città con un grande cuore e una storia interessante. Ora il nostro team è nelle fasi finali dello sviluppo della canzone, che presenteremo presto ai fan dell’Eurovision insieme al video.

David Tserunyan

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Ucraina, il Cristo di Leopoli nascosto. Non succedeva dalla Seconda Guerra Mondiale È corsa contro il tempo per salvare i monumenti della città ucraina il cui centro storico (AciStampa 09.03.22)

Non è ancora arrivata la guerra a Leopoli, Lviv in Ucraino, città nella parte occidentale dell’Ucraina, quasi più polacca che realmente ucraina. Eppure, gli abitanti hanno paura che i russi non si fermeranno ad una eventuale conquista di Kiev ed Odessa, andranno avanti, fino a bombardare anche quella parte di territorio che fino ad ora è stata un rifugio sicuro. E così, si sono messi in moto per preservare le loro opere d’arte. A cominciare da una statua di legno, quella del Cristo Salvatore, che era collocata nella cattedrale armena di Leopoli.

La foto del Cristo chiuso in un container per essere messo al sicuro nei sotterranei è rimasta una immagine simbolo di una città che si prepara all’assedio. Scattata da André Luis Alvarez, postata dall’esperto di protezione dei patrimoni artistici in zone di conflittto, Tim Le Berre, riproposta dalla rete Euromaidan su Twitter, la foto risveglia sentimenti difficili e contrastanti, perché l’ultima volta che quel crocifisso in legno era stato rimosso dalla cattedrale di Leopoli era stato per la paura dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Un timore, quello di una guerra in cui perdere la sovranità, che fa venire i brividi agli ucraini.

Ma gli ucraini di Leopoli vogliono anche preservare la loro storia. Il centro storico della città, fondato nel XII secolo, è Patrimonio UNESCO, come la cattedrale di Santa Sofia di Kiev, anche quella minacciata da possibili bombardamenti negli scorsi giorni, poi eventualmente scongiurati, almeno per ora. E così, in tutta la città, le sculture vengono avvolte da teli ignifughi, lana di vetro, alluminio, e impacchettate in sacchi per poter proteggere le statue dalle onde d’urto di eventuali esplosioni. Certo, se la bomba cadesse proprio sopra la statua, ci sarebbe poco da fare. Ma queste protezioni permettono almeno che le statue più piccole non si riducano in mille pezzi.

La cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine di Leopoli, conosciuta come cattedrale armena, risale al 1363. Alla fine del XVII, gran parte del clero armeno si unì a Roma, dando vita alla Chiesa armena cattolica di rito orientale, e all’arcidiocesi di Leopoli della Chiesa armena cattolica.

La cattedrale è stata parte dell’arcidiocesi armeno cattolica fino al 1945, ma nel 2000 è tornata all’eparchia armena.

La chiesa, che risale al XIV secolo, ha le pareti decorate dal pittore Jan Rosen. Ma il complesso è storicamente molto rilevante, con un campanile risalente al 1571, un palazzo arcivescovile del XVIIII secolo, la banca armena e il monastero benedettino del XVII secolo, e una statua di San Cristoforo su una colonna realizzata nel 1726.

Il Cristo della cattedrale armena di Leopoli è parte dell’Altare Ligneo del Golgota, assemblato intorno alla metà del XVIII secolo. Si tratta di una scultura in legno policromo di tiglio, larice, pino, vetro colorato e misure, che unisce tre popoli: armeni, ucraini e polacchi. Le sculture che compongono il Golgota sono di epoche differenti, e si ritiene che la scultura lignea del Cristo risalga al XV secolo. Si pensa che altre figure principali siano già state trasferite da un’altra chiesa di Leopoli, dato che ci sono ancora tracce della doratura.

Per il 650esimo anniversario della fondazione della cattedrale, nel 2013, l’altare ligneo fu restaurato, ripristinando l’aspetto originale, e anche i colori che erano stati rovinati dai vari incendi che avevano colpito l’altare nel corso degli anni.


>> UCRAINA, IL CRISTO DI LEOPOLI NASCOSTO. NON SUCCEDEVA DALLA SECONDA GUERRA MONDIALE

“Dall’apparenza russa”. Ad Amsterdam coppia di armeni si vede distrutto il negozio (lantidiplomatico.it 09.03.22)

L’isteria russofoba scatenata dai governi europei comincia a dare i suoi frutti amari. Ancora una voltà dall’Olanda apprendiamo di un nuovo episodio di russofobia dopo la lavoratrice sfrattata ad Amsterdam solo perché russa e il suo paese è stato colpito dalle sanzioni occidentali.

Stavolta è un’attività commerciale solo all’apparenza russa a farne le spese. La vetrina di un negozio a Vijzelstraat nel centro di Amsterdam, “dall’apparenza russa” è stata sfasciata con una pietra durante la notte tra domenica e lunedì, afferma AT5.

 

Il sasso conteneva un messaggio anti-russo e a sostegno dell’Ucraina ma i proprietari del negozio, un supermercato di prodotti alimentari slavi, non sono russi.

La coppia che gestisce il negozio è di origine armena e ha rilevato il negozio a gennaio, dice il portale, secondo il quale, i prodotti russi sugli scaffali sarebbero pochissimi.

Secondo AT5, i proprietari sarebbero stati minacciati per una settimana da qualcuno dall’Ucraina e in precedenza avevano ricevuto una lettera intimidatoria dove si leggeva di “fare attenzione alle vetrine”.

La sindaca Femke Halsema ha pubblicato su Instagram un appello alla calma:  “Abbiamo un problema con Putin e lo Stato russo, non con la popolazione russa o con gli Amsterdammers russi. Come gli ucraini, anche loro possono contare sulla nostra protezione. Questa guerra non deve portare a discriminazioni”.

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AZERBAIGIAN: IL RISIKO GEOPOLITICO DEL PRIMO FORNITORE DI PETROLIO DELL’ITALIA (Sole 24ore 09.03.22)

Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Milano, 09 mar – Recentemente gli aspetti politco-militari del rapporto tra Azerbaigian e Turchia hanno assunto ulteriore peso . Nel 2020 e’ stata la Turchia a fornire armi e supporto strategico, mercenari inclusi, per la conquista da parte dell’Azerbaigian di una vasta area della regione del Nagorno Karabak, sconfiggendo l’Armenia che storicamente e’ sempre stata legata a Mosca. Ma in questo caso l’operazione e’ avvenuta con il taciuto beneplacito del presidente russo Putin che vede il regime armeno e il suo leader Nikol Pashinyan come il fumo negli occhi in quanto ultimi e unici eredi delle ‘Rivoluzioni colorate’ che sono la sua ossessione. Ora l’Armenia e’ stata messa al passo: ad esempio e’ l’unico Paese che ha votato contro espulsione della Russia da Consiglio e Parlamento dell’OCSE. Non solo ma Arayik Harutyunyan presidente della la parte (rimasta) sotto controllo armeno del Nagorno Karabakh, ha salutato come una conquista il riconoscimento russo dell’autonomia delle Regioni del Donetsk e Luhansk.

Ora pero’ la situazione si complica: nel Nagorno Karabak, la Turchia ha dovuto cedere la regia a Putin, inclusa la gestione militare, sul territorio, della tregua tra Azerbaigian e Armenia con annessi progetti di ricostruzione dei corridoi di transito nel Caucaso, attraverso i due Paesi.

Alyiev ne e’ consapevole e Putin glielo ha ricordato in gennaio facendogli firmare, un accordo di cooperazione a 360 gradi che ricopre aspetti economici, politici e militare.

Difficilmente avrebbe potuto rifiutare.

Indirettamente l’accordo e’ anche un messaggio dissuasivo a Erdogan: ‘ …che il suo Paese non cerchi di allargarsi ulteriormente nel Caucaso’. La Turchia, infatti, non si limita a essere il principale partner militare dell’Azerbaigian ma lo e’ anche, a maggior ragione, , della Georgia che si trova in conflitto aperto con Mosca a seguito dell’invasione russa dell’Abkhazia e dell’Ossezia e ha anche rotto le relazioni diplomatiche con la Russia. Il Paese pero’ e’ posizionato in modo strategico in quanto e’ attraversata dai gasdotti e oleodotti che dall’Azerbaigian approdano in Turchia.

I colloqui di domani quindi , tra Erdogan e Alyiev, saranno mirati a tracciare anche una strategia di contenimento della ‘assertivita” russa nella Regione del Caspio e del Caucaso.

Erdogan dall’inizio della guerra si e’ proposto anche come mediatore della stessa crisi Ucraina. Ma Putin finora non lo ha preso sul serio. L’unico risultato, per ora, e’ un incontro programmato domani al Forum Diplomatico di Antalya tra il ministro degli esteri russo Lavrov e il suo omologo ucraino, Dmytro Kuleba.

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Card. Sandri: non disperdere l’eredità di san Gregorio di Narek (Korazym 07.03.22)

Lunedì 28 febbraio il card. Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ha partecipato alla preghiera ecumenica in occasione della memoria liturgica di san Gregorio di Narek presso la chiesa della Pontificia Università di san Tommaso d’Acquino ‘Angelicum’, presieduta dal card. Kurt Koch, alla presenza di Sua Eminenza Khajag Barsamian, rappresentante della Chiesa Armena Apostolica a Roma e dell’Arcivescovo di Aleppo degli Armeni Cattolici Monsignor Boutros Marayati.

Il monaco Gregorio di Narek fu un insigne teologo, poeta e scrittore religioso armeno. Tra le sue opere si annoverano un commentario al Cantico dei Cantici, numerosi panegerici (tra i quali uno in onore alla Madonna) ed una raccolta di 95 preghiere in forma poetica dette ‘Narek’ dal nome del monastero ove visse.

Nell’omelia il prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali ha incentrato l’omelia sul valore dell’unità della Chiesa, partendo da una sua affermazione (‘Vinci ancora una volta questa mia testardaggine grazie alla tua dolcezza che viene in mio soccorso, per tua benignità’): “Preghiamo con la sua stessa voce, prestiamo le nostre labbra alla sua supplica ed invocazione, chiediamo al Signore il dono della stessa fede e della medesima profondità della contemplazione.

Figlio di un popolo e di una Chiesa assolutamente singolari per la storia, l’alfabeto, la lingua, la produzione artistica, la liturgia: eppure cari fratelli e sorelle armene, pur essendone i gelosi custodi, avete lasciato che in qualche modo vi fosse strappato con la proclamazione a dottore della Chiesa Universale”.

Il cardinale ha invitato ha non ‘disperdere’ l’eredità del Santo: “La sua lampada, alimentata dal fuoco dello Spirito che ispira e che guida, è stata posta insieme ad altre ad illuminare il cammino dei discepoli di Cristo, per indicare all’uomo di ogni tempo la strada per conoscerlo e per seguirlo.

In questa preghiera allora anzitutto ancora una volta rendiamo grazie per tale dono, e la conferma della memoria liturgica nel calendario romano impegna tutti noi a non disperdere la preziosa eredità del santo che oggi celebriamo”.

Nell’omelia il cardinale ha chiesto di usare la ‘luce’ di san Gregorio di Narek per disperdere le ‘tenebre’: “Le dense tenebre che si levano dalle Nazioni, l’una che aggredisce l’altra, sono quelle delle esplosioni e delle macerie: esse rivelano il buio che abita i cuori e acceca le menti di chi trama e medita distruzione, ma anche di una rincorsa alle armi sempre più forsennata, sempre più devastante”.

Un chiaro riferimento alla guerra che si combatte in Ucraina: “Il giardino, le pianure che producono grano che macinato diventa pane sulla tavola di molti, viene deturpato e mutato in terra arida, solcata dal ferro non dell’aratro che feconda, ma da quello che appiattisce e soffoca la vita.

Si ripete ancora una volta quanto descritto dalla Genesi: il fratello conduce alla morte il fratello, ma a differenza di Caino ed Abele oggi essi sono entrambi segnati dall’unico Battesimo, sono di Cristo!

San Gregorio di Narek ci prende per mano chiedendo di guardare a questa nostra realtà con gli occhi di un fanciullo: quanti di loro dovranno ancora sentire le sirene suonare, correre nei rifugi, varcare i confini in cerca di speranza?”

E’ un invito a non essere ‘spettatori’ davanti agli avvenimenti che stanno avvenendo: “Lo stesso santo però ci chiede come credenti in Cristo, non di essere spettatori che denunciano o puntano il dito, pur avendo l’obbligo di chiamare le cose col loro nome, come una aggressione, da qualunque parte provenga. Fuori della celebrazione, sulle strade, nelle case, per le piazze noi chiediamo la pace, ci adoperiamo per alleviare le sofferenze, ci rendiamo disponibili ad accogliere ed aiutare concretamente.

Qui in Chiesa, come credenti in Cristo noi dinanzi alla Croce del Signore Gesù noi vogliamo essere autentici discepoli di san Gregorio di Narek: scendiamo insieme a lui negli abissi di desolazione del cuore dell’uomo, anche di chi fa e medita violenza, del peccatore, del lontano da Dio, di chi lo bestemmia con le labbra o lo disonora disprezzando il fratello che vede”.

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Ararat Mirzoyan partecipera’ al forum di diplomazia ad Antalya (Trt 07.03.22)

Il ministro degli Esteri dell’Armenia Ararat Mirzoyan partecipera’ al forum di diplomazia che si svolgera’ tra il 11 ed il 13 marzo ad Antalya. Lo ha annunciato su Twitter il portavoce del Ministro degli Esteri armeno.

Dopo la seconda guerra del Karabakh (27 settembre-10 novembre 2020), in cui l’Azerbaigian ha liberato le sue terre sotto l’occupazione armena, si sono svolti due round di colloqui volti a normalizzare i legami tra Turchia-Armenia a Mosca, capitale russa, e a Ginevra, in Svizzera, tra i rappresentanti speciali.

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La verità dell’Armenia su Khojalu. Una riflessione dell’Ambasciatore di Erevan presso la Santa Sede (Faro di Roma 06.03.22)

In questi anni l’Azerbaigian ha insistentemente travisato e distorto la realtà dei fatti di Khojalu del 1992 che, secondo testimonianze di diverse organizzazioni internazionali e di stessi alti funzionari azerbaigiani, incluso l’allora presidente Ayaz Mütallibov, furono pianificati dal partito azerbaigiano d’opposizione “Fronte Nazionale“ con l’intento di spodestare la leadership azerbaijana dell’’epoca.

Gli accadimenti che portarono alla morte di civili, furono il risultato della lotta per il potere politico in Azerbaijan, come risulta chiaramente dalle testimonianze di numerosi funzionari azerbaigiani. Non posso non fare riferimento, a tal proposito, all’intervista nell’aprile del 1992 rilasciata dal Presidente Mütallibov alla giornalista ceca Dana Mazalova. Mütallibov dichiarò che le milizie del Fronte Nazionale dell’Azerbaigian avevano ostruito attivamente e impedito di fatto l’evacuazione della popolazione civile locale dalla zona teatro delle operazioni militari attraverso il corridoio nelle montagne che era stato appositamente lasciato aperto dagli armeni del Karabakh. La speranza e le intenzioni degli oppositori azerbaijani era di utilizzare le ingenti perdite di vite umani tra i civili per istigare la popolazione a sollevarsi contro il regime di Baku e prendere in mano il potere.

Sempre nell’aprile del 1992, secondo l’agenzia di stampa Bilik-Dunyasy, fu lo stesso Hydar Aliyev, ex presidente dell’Azerbaijan, a commentare: “Trarremo beneficio dallo spargimento di sangue. Non dobbiamo interferire col corso degli eventi.” Anche qui l’intenzione del partito di opposizione (Fronte Nazionale) era di utilizzare le morti dei civili per istigare un rovesciamento politico a prendere il potere. Il settimanale Megapolis Express (Megapolis Express, No. 17, 1992) scrisse: “È innegabile che se il Fronte Nazionale aveva obiettivi di vasta portata li ha raggiunti. Mütallibov è stato compromesso e rovesciato, l’opinione pubblica mondiale è stata scossa, gli azerbaijani e i loro fratelli turchi hanno creduto al cosiddetto genocidio del popolo azerbaijano a Khojalu.”

Ogni anno il governo azerbaigiano diffonde storie, trasmette programmi, in cui mostra filmati con morti anche a bambini piccoli di appena 10 anni, e con i proventi del petrolio ingaggia società di pubbliche relazioni e media stranieri per organizzare eventi e sensibilizzare l’opinione mondiale, tutto in nome della verità storica. Ciò che non viene mostrato è il trattamento riservato a coloro che mettono in discussione la linea ufficiale azerbaijana, come accaduto, tra gli altri al giornalista azerbaigiano Eynulla Fatullayev.

L’inchiesta di Fatullayev sugli eventi del 1992 metteva in discussione la versione ufficiale di Baku e per questo motivo il giornalista venne privato della sua libertà. Il 22 aprile 2010 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ne ordinò il rilascio immediato specificando che “la ricerca della verità storica è parte integrante della libertà di espressione”, pur ammettendo che “diversi fatti connessi agli avvenimenti di Khojaly erano ancora oggetto di discussione tra gli storici e, in quanto tali, avrebbero dovuto essere materia di interesse generale nella società azerbaigiana moderna. Era fondamentale che il dibattito sulle cause di atti particolarmente gravi, che probabilmente costituivano crimini di guerra o crimini contro l’umanità, potesse essere condotto liberamente in una società democratica.”

Nella sua decisione, la Corte osserva che ci sono opinioni contrastanti sul fatto che sia stato fornito un corridoio sicuro ai civili in fuga di Khojaly, sul ruolo e la responsabilità delle autorità e dei militari dell’Azerbaigian e se gli eventi siano stati il risultato di una lotta politica interna in Azerbaigian.”

Cercare la verità storica è un’impresa nobile. Ancora di più, è un dovere. Eppure negli ultimi due decenni, con la pratica della disinformazione e dei fatti inventati, il governo dell’Azerbaigian si è impegnato nel futile tentativo di modificare la storia e il corso degli eventi nella regione attraverso la cosiddetta campagna “Justice for Khojaly”. Questa deplorevole iniziativa, sponsorizzata dall’Azerbaijan, genera xenofobia e odio e affossa le speranze e le aspirazioni per una pace duratura tra le nazioni basata sulla verità e sulla giustizia.

E mentre la leadership dell’Azerbaigian sembra spesso incerta su cosa voglia esattamente, che sia il suo paese o la sua storia, l’opinione pubblica internazionale rimane indifferente e immobile poiché la propagazione dell’odio e della disinformazione non creano nessuna verità storica.

L’Armenia ha sempre condannato, e continua a farlo, ogni attacco deliberato e l’uccisione di civili attraverso l’uso indiscriminato o sproporzionato della forza, che è una grave violazione del diritto umanitario internazionale in qualsiasi conflitto in ogni parte del mondo.

A ulteriore chiarimento permettetemi di sottolineare che la comunità internazionale è già stata testimone e ha confermato le innumerevoli atrocità del governo azerbaijano nei confronti dell’inerme popolazione armena.

Nel 1988, in risposta alla pacifica richiesta del popolo del Nagorno Karabakh di esercitare il suo diritto all’autodeterminazione, le autorità azerbaijane armarono la folla dando così il via ai pogrom contro gli armeni che vivevano nella città azerbaijana di Sumgait. I massacri furono il primo caso di uccisioni di massa nel territorio dell’Unione Sovietica, come fu provato nel procedimento penale avviato dalle autorità sovietiche. Immediatamente dopo la sua dichiarazione di indipendenza, l’Azerbaijan liberò gli assassini e li celebrò pubblicamente come eroi nazionali sui media.

Il rapporto di Helsinki Watch dell’epoca testimonia che “gli eventi avevano lo scopo di esacerbare la paura e l’orrore nei confronti dell’etnia armena in diverse parti dell’Azerbaijan”. I massacri a Ganja, Baku e altre città tra il 1988 e il 1991 furono più barbarici e massicci e portarono alla deportazione e alla pulizia etnica di circa mezzo milione di armeni. Alle atrocità fecero seguito offensive militari azerbaigiane senza precedenti e operazioni concepite per attuare una soluzione militare di annientamento della popolazione del Nagorno Karabakh.

Deve essere chiaro, finalmente e per sempre, che è stato l’Azerbaigian a iniziare un’aggressione armata contro il Nagorno Karabakh. L’Armenia è convinta che la soluzione di gran lunga migliore potrà essere solo il ripristino dei diritti fondamentali e legittimi degli armeni che vivono in Nagorno Karabakh riconoscendo il loro inalienabile diritto all’autodeterminazione.

Garen Nazarian
Ambasciatore della Repubblica d’Armenia presso la Santa Sede

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Guerra in Ucraina, la croce del Cristo di Leopoli portato in un bunker (Corriere 06.03.22)

La statua di Gesù Cristo salvatore è stata rimossa dalla cattedrale armena di Leopoli e portata in un rifugio, per proteggerla dai bombardamenti. L’ultima volta successe durante la Seconda Guerra mondiale

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La statua di Gesù Cristo il Salvatore è stata rimossa dalla cattedrale armena di Leopoli e portata in un bunker, per proteggerla dai bombardamenti russi, ha scritto su Twitter Tim Le Berre, che si occupa di conservazione nei musei militari per l’esercito francese. «L’ultima volta fu portata fuori durante la Seconda Guerra mondiale», ha spiegato Le Berre, che è specializzato in protezione dei patrimoni artistici in zone di conflitto armato, e ha postato la foto scattata dal fotografo freelance portoghese André Luís Alves, un’immagine drammatica e molto condivisa sui social network, dove qualcuno l’ha paragonata alla Deposizione di Caravaggio. «Stiamo avvolgendo le sculture con teli ignifughi, lana di vetro, un alluminio speciale, e poi li mettiamo nei sacchi», ha confermato Lilia Onyschenko, direttrice del dipartimento per la protezione del patrimonio storico di Leopoli. «Questo non salva le statue se sono colpite direttamente, ma se ci fosse una potente onda d’urto non si romperanno in mille pezzi. Non sempre però è possibile smantellare questi monumenti, perché alcuni sono molto grandi».

«Abbiamo deciso di mettere il crocifisso in sicurezza perché così è stato deciso di fare in tutta la città, ogni oggetto storico deve essere protetto così come le persone. E ora il Cristo si trova in luogo sicuro», ha spiegato padre Jakub della Cattedrale armena di Leopoli all’inviata del Corriere, Marta Serafini. Intanto una folla di fedeli è accorsa alla chiesa per pregare per le vittime e per i militari al fronte, mentre molti curiosi sono accorsi alla Cattedrale alla notizia che il crocifisso era stato rimosso. «Mio padre è a Kiev, sto dicendo una preghiera per lui. Ma anche per tutti noi», ha detto Marayana, una fedele.

La cattedrale armena di Leopoli è considerata una delle «più antiche e lussuose chiese dell’Europa occidentale», ha spiegato al sito armeno Aravot lo scienziato politico Gagik Hambaryan, che ha a sua volta condiviso l’immagine su Facebook. La statua del Cristo è venerata non solo dai credenti della chiesa armena apostolica, ha aggiunto, ma anche dagli altri cristiani. Il Cristo, spiega EuroMaidan Press, è parte di un’iconostasi medievale, la parete divisoria decorata che separa la navata delle chiese di rito orientale cattoliche e ortodosse dal presbiterio dove viene celebrata l’eucarestia, che è sopravvissuta alla Seconda Guerra mondiale.

Oltre alla rimozione del Cristo, la città di Leopoli sta ricoprendo le vetrate dei templi e degli edifici residenziali con schermi protettivi, spiega la Pravda ucraina. Tutte le sculture sono inoltre state avvolte in materiali ignifughi e protettivi, comprese le fontane di piazza Rynok, davanti al municipio, che sono parte del patrimonio dell’Unesco. Tutti i musei cittadini hanno smantellato le proprie mostre, trasferendo le opere nei rifugi antibomba. Alle operazioni hanno partecipato restauratori ucraini e polacchi, che stanno raccogliendo fondi per acquistare i materiali necessari.

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Ucraina, Leopoli mette in salvo l’arte: al sicuro il Cristo Salvatore. Portata in un bunker l’opera della Cattedrale armena (Il Fatto quotidiano)


Ucraina: rimosso il Cristo della Cattedrale Armena di Leopoli, sarà protetto in un bunker. Non accadeva dalla Seconda Guerra mondiale (Agensir)


Ucraina. Non solo il Crocifisso: a Leopoli la corsa a salvare il patrimonio artistico (Avvenire)


Ucraina: il Cristo della cattedrale armena di Leopoli spostato nel bunker (Romasette)


Arte in guerra: rimosso il Cristo Salvatore nella cattedrale armena di Leopoli per salvarlo dalle bombe (Primapress)


Ucraina, la statua del Cristo portata via dalla cattedrale di Leopoli e trasferita in un bunker: non succedeva dalla Seconda guerra mondiale (Tgcom24)


“Come nella seconda guerra mondiale”. Che fine fa il Crocifisso (IlGiornale)


 

Antonia Arslan: “L’Europa non si nasconda ma apra il dialogo con Putin”. (La Stampa 06.03.2022)

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«Ci sono rifugiati di serie A e di serie C. Nessuno che voglia essere onesto può negarlo. Non ho sentito nessuna solidarietà quando è scoppiata la guerra nel Nagorno Karabakh, alla quale ho dedicato una ballata. Centocinquantamila persone contro milioni di altre che avevano i più sofisticati strumenti di morte, capaci di individuare gli obiettivi tramite il calore. Quindi, sì, certo ci sono rifugiati, profughi e guerre di serie A e di serie C. Questo non toglie nulla al fatto che sono contenta che oggi, finalmente, si faccia qualcosa».
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MARIA BERLINGUER
Antonia Arslan, docente di letteratura italiana, saggista e autrice de La masseria delle allodole, nel quale racconta la tragedia del popolo armeno, il cui eccidio ha ispirato Hitler nella pianificazione dello sterminio degli ebrei, è scossa dalle notizie che arrivano dall’Ucraina e dalle immagini di donne, vecchi e bambini in fuga.
«È l’immagine della guerra. Con la sua umanità dolente. Non è una sorpresa per me, perché da bambina ho visto la fine della Seconda guerra mondiale e, quindi, mi ricordo benissimo degli sfollati. Con mia madre siamo scappate a un mitragliamento,buttandoci in un fosso con altre donne e bambini. Per me non è una sorpresa, è il ripetersi della guerra come realtà che accompagna l’uomo da sempre. Sono cose terribili, che andrebbero evitate a tutti i costi, però sono un po’ stupita dalla sorpresa che sembra manifestarsi per questa guerra, come se non ce ne fossero state altre anche in Europa. Nell’ex Jugoslavia, che è molto più vicina a noi, sono accadute atrocità incredibili pochi anni fa. Abbiamo come sempre la memoria corta»
Nel 2021 abbiamo lasciato i profughi che Lukashenko ammassava ai confini della Polonia al freddo,scalzi. C’erano bambini e donne, famiglie di afghani e siriani in fuga dalla guerra. Ma non c’è statala solidarietà e la mobilitazione di oggi. Perché?
«Ci sono rifugiati di serie A e di serie C. Nessuno che voglia essere onesto può negarlo. Non ho sentito nessuna solidarietà quando è scoppiata la guerra nel Nagorno Karabakh, alla quale ho dedicato una ballata. Centocinquantamila persone contro milioni di altre che avevano i più sofisticati strumenti di morte,capaci di individuare gli obiettivi tramite il calore. Quindi, sì, certo ci sono rifugiati, profughi e guerre di serie A e di serie C. Questo non toglie nulla al fatto che sono contenta che oggi, finalmente, si faccia qualcosa».
Pensa che l’aver applicato la Convenzione 55 per i rifugiati ucraini aiuterà anche i rifugiati di altre guerre?
«È così che succede nella storia: a un certo punto i fatti impongono una lettura diversa e tante costruzioni egoistiche si frantumano. Forse non sentiremo più frasi come “aiutiamoli a casa loro”. Potrebbe essere uno spartiacque. Almeno lo spero». Il genocidio degli armeni è stato rimosso per decenni. Noi invece abbiamo già dimenticato la tragedia dell’Afghanistan della Siria. Guerre ancora in corso.
«La memoria va alimentata, perché le tragedie non si ripetano. È un aspetto fondamentale ricordare. Ma sono sempre più convinta che non servano a tanto i giorni della memoria. Io tengo moltissimo a che si renda omaggio alla Shoah e, prima, allo sterminio degli armeni, ma questo deve essere spalmato come coscienza personale. Nelle scuole quello che è importantissimo non è portare gli studenti alla celebrazione del Giorno della memoria, che diventa un rituale, ma che i ragazzi siano coinvolti. Devono introiettare una visione della realtà per la quale ciascuno di loro, come ognuno di noi, potrebbe diventare profugo. O seguire il dittatore di turno. In ciascuno di noi c’è il massimo del bene, ma anche il massimo del male. Cito l’esempio di Monaco di Baviera che aveva il campo di concentramento a 20 chilometri. È impossibile che gli abitanti di Monaco non sapessero, ma si fidavano del governo. I governi possono suscitare l’avidità nell’uomo, fargli capire che possono impossessarsi dei beni degli altri. Come è successo con gli armeni. Gli esseri umani si odiano, si ammazzano. Arrivano a farlo». Facciamo bene a spedire armi in Ucraina? Non c’è il rischio di armare milizie che, domani, potremmo ritrovarci di fronte? «Penso che l’Ue dovrebbe applicarsi con tutte le sue forze, e ne ha tante, per cercare una tregua e trovare un accordo. Penso, invece, che distribuire armi che non sai dove finiscono sia sbagliato. È già successo in Afghanistan, dove l’Occidente, l’America soprattutto, ha distribuito armi che sono servite a tutt’altro scopo. Provo vergogna per quei discorsi retorici sulle donne. Abbiamo lasciato l’Afghanistan peggio di come lo abbiamo trovato e c’è la responsabilità del presidente degli Usa. Certamente la bruttissima figura di Biden in Afghanistan avrà inciso nel disegno di Putin e l’ha spinto a tentare il colpo gobbo: la guerra lampo. Però la guerra lampo può funzionare con un piccolo popolo e un territorio che lo è altrettanto. Non può funzionare in un territorio vasto come l’Ucraina».
Come ne usciremo? L’Europa si dovrebbe dotare di un esercito per garantire la pace?
«Certamente. L’Ue è una cosa importante. Noi da ragazze sognavamo l’Unione europea e ci troviamo con un mastodonte che spesso si occupa di frivolezze, della grandezza delle zucchine o dei pesci, e che non si dota di un ministero degli Esteri. Le pare possibile? Non un commissario, ma un ministro degli Esteri, magari eletto, che sia donna o uomo non importa. L’importante è che sia bravo. Invece abbiamo a che fare con personalità come Ursula Von der Leyen. Ma le pare possibile che si sia fatta trattare in quel modo da Erdogan senza avere un moto di ribellione, senza alzarsi e lasciare la sala? Non ha sentito che in quel momento rappresentava 480 milioni di persone? L’Europa è una realtà potente, non può nascondersi dietro un dito e lasciar fare tutto a potenze come gli Usa, la Cina o persino la Turchia».
Cosa pensa del caso di Paolo Nori e della censura, poi rientrata con una toppa peggio del buco, Dostoevskij?
«C’è da vergognarsi. Qualche funzionario si deve vergognare anche solo di aver pensato una censura del genere. Che figura fa l’Italia nel mondo? Durante la guerra non è che gli autori tedeschi venivano censurati. E stiamo parlando di Dostoevskij, uno che oggi sarebbe nelle patrie galere di Putin. Siamo al delirio». È preoccupata che la guerra possa coinvolgere altri Paesi? «Più passa il tempo è più si sentono toni pazzeschi. Voglio essere ottimista. C’è già tanto pessimismo in giro ma, certo, la situazione è drammatica. Speravo che potessero fermarsi come è successo con la crisi di Cuba. Qui si è andati troppo oltre. Ma voglio continuare a sperare e a vedere il bicchiere mezzo pieno. Qualche anno fa ero a Washington per la presentare l’edizione americana de La masseria delle allodole. C’era l’ambasciatore ucraino. Ci siamo messi a parlare, mi ha chiesto se conoscevo la storia delle deportazioni staliniane degli Anni 30 dei contadini. Gli ho risposto che non solo la conoscevo, ma che c’è un libro a me carissimo che la racconta, Tutto scorre di Vasilij Grossman. L’odio per i russi è profondo e nasce da lì».

Al Classico in cogestione si parla del genocidio armeno (Ilrestodelcarlino.it 06.03.22)

iornata memorabile al liceo Annibal Caro, nell’ambito delle giornate di cogestione. Nella prima parte della mattinata, gli studenti hanno assistito alla proiezione de ‘La masseria delle allodole’, un film del 2007 diretto dai fratelli Taviani, tratto dall’omonimo romanzo di Antonia Arslan, uscito nelle sale italiane il 4 maggio 2007, che narra le vicende di una famiglia armena dell’Anatolia all’epoca del genocidio armeno. La scelta non è senza motivo, ricorrendo il centesimo anniversario dell’incendio di Smirne che conclude la tragica vicenda: un capitolo della storia del Novecento ancora poco conosciuto e che pure ha avuto anche un seguito funesto. Raccontano i ragazzi: “Alla vigilia della soluzione finale, lo stesso Hitler chiedeva retoricamente: ‘chi si ricorda più del genocidio degli Armeni?’, a voler significare che il silenzio e la dimenticanza possono coprire le più orrende tragedie e favorire il loro ripetersi”. A dirigere le riflessioni e rispondere alle molteplici domande, si è collegata la stessa autrice del romanzo, Antonia Arslan, la cui famiglia è stata direttamente toccata dalla tragedia

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