Medici armeni in città per fare training in ospedale sul trattamento chirurgico delle patologie cardiovascolari. Gonews

Dal 16 febbraio scorso sono ospiti in Aoup due giovani medici armeni nell’ambito di un progetto di cooperazione sanitaria internazionale tra Regione Toscana (Centro Salute Globale) e il Ministero della Sanità dell’Armenia, con la collaborazione della Fondazione Arpa. Il progetto, dal titolo: “Sostegno al sistema sanitario armeno per il trattamento chirurgico delle patologie cardiovascolari” è cominciato nel 2014 e ha previsto diverse fasi, potendo contare sulla collaborazione dell’Ambasciata italiana in Yerevan. Innanzitutto sono stati valutati i fattori di rischio, anche in base alla risorse umane, strutturali e organizzative delle strutture ospedaliere “in loco”. E’ stata quindi effettuata una missione sanitaria in Armenia nell’ottobre 2014, che ha coinvolto i medici Carlo Barzaghi, Alessandro Morgantini, Maurizio Levantino e Rafik Margaryan. Sono stati visitati gli ospedali presenti sul territorio ed è stato formato personale medico e di supporto. L’attuale fase prevede appunto il soggiorno a Pisa di due medici armeni, Armen Okroyan e Vahe Sargasyan, che seguiranno un training intensivo di circa due mesi nelle Unità operative di Chirurgia vascolare diretta dal professor Mauro Ferrari e di Cardiologia 2 diretta dalla dottoressa Maria Grazia Bongiorni. Questa collaborazione è stata resa possibile grazie all’interessamento della dottoressa Mojgan Azadegan, responsabile della cooperazione sanitaria internazionale dell’Aoup e grazie alla Direzione aziendale. Un ringraziamento speciale va a Franco Mosca, professore emerito dell’Ateneo pisano nonché presidente della Fondazione Arpa, che si è fatta carico sia delle spese di viaggio aereo che del vitto e dell’alloggio dei due medici armeni per l’intera durata del soggiorno a Pisa. La Fondazione Arpa dedica il Progetto Armenia 2015 alla memoria dell’ingegner Piergiorgio Ballini, già amministratore delegato di Sat (società di gestione dell’aeroporto Galilei di Pisa). Fonte: Ufficio Stampa AOU

Ayaz Mutalibov- Khojaly: un tragico destino. 2duerighe.com

Tra poche ore ricorrerà l’anniversario di uno dei tanti massacri di innocenti che costellano la nostra Storia. A molti sconosciuto, il massacro di Khojaly, avvenuto il 25 Febbraio del 1992 in pieno svolgimento della guerra del Nagorny Kararbakh che vede ancora oggi coinvolti Armenia e Azerbaijan, non ha ancora messo fine a squallide discussioni che non permettono di sbloccare un conflitto ufficialmente congelato da 20 anni, ma che continua, inesorabilmente, a mietere vittime. Non abbiamo la presunzione di dare una soluzione e definire perentoriamente chi, tra le parti in causa, ha ragione o torto, ma esporre i fatti in modo da riportare la questione all’attenzione di chi, osservatore indipendente ed esperto, possa contribuire a ristabilire il dialogo riprendere la via della Pace.

Vogliamo partire da un intervista all’allora Presidente della neonata Repubblica dell’Azerbiajan, Ayaz Mutalibov, rilasciata a Paolo Valentino per il Corriere della Sera. Era il 12 Febbraio del 1992 (Paolo Valentino, Il Presidente azero Mutalibov: “nel Karabakh potremmo chiedere l’invio dei caschi blu”, Corriere della Sera, 12 febbraio 1992). Il Presidente Azero affermava che nel Karabakh si sarebbe potuto chiedere “l’invio di caschi blu”: Baku si diceva propensa a puntare su una soluzione pacifica del conflitto per l’enclave armena e offrire garanzie a Erevan… Il Presidente pensava già ad una forza di pace delle Nazioni Unite, senza dirlo apertamente,ma facendo ricadere la decisione sulla controparte con la speranza che di trovasse “un linguaggio comune”, fino a quel momento “assente”. Nell’enclave popolata da 180mila armeni, che aveva proclamato la sua indipendenza da Baku, il dramma era al suo apice. Gli attacchi reciproci portavano solo distruzione. Per Ayaz Mutalibov, diventato Presidente per aver saputo ben cavalcare l’onda del nazionalismo, il Nagorny Karabakh si stava trasformando da straordinario collante dell’unità nazionale in un “boomerang” che rischiava di corrodere il consenso sul quale aveva fondato il suo potere. Eletto nel Dicembre del 1991 con il 90% dei voti, Mutalibov era già sotto il fuoco incrociato dell’opposizione che lo accusava di gestire con troppa incertezza una situazione che gli sarebbe così sfuggita di mano. Mutalibov nell’intervista afferma più volte che “non c’era altra alternativa che quella pacifica alla soluzione del problema, la guerra non ha mai portato ad una vittoria definitiva. E se riusciamo a normalizzare la situazione del Nagorny Karabakh, potremo passare alla seconda tappa, quella di normalizzare i nostri rapporti con la Repubblica Armena (…) Anche se raggiungessimo una certa supremazia nel Karabakh, il prossimo passo sarebbe la collisione diretta con l’Armenia. E questo non serve a nessuno”. Era i 12 Febbraio, solo due settimane dopo arriva il massacro che lo costringe alle dimissioni ed è l’inizio di una storia fumosa e controversa, che vede la sua trasformazione da eroe nazionale a ricercato. Ma lui ancora non lo sapeva.

Odiato dagli armeni, disprezzato dagli azeri: al primo Presidente dell’Azerbaijan indipendente, dopo il 25 Febbraio 1992, per molto tempo è stato negato il titolo di “padre della Nazione”. Da salvatore della Patria è diventato scomodo testimone di una scomoda storia per la quale l’Azerbaijan ancora oggi cerca di scrollarsi di dosso le colpe, o corresponsabilità.

Mutalibov nasce a Baku nel 1938. Inizia la sua carriera politica all’interno del Partito Comunista dell’Azerbaijan nel 1977. Nel 1982 diventa presidente del Comitato di Pianificazione dello Stato e vice-presidente del Consiglio dei Ministri, poi Presidente del Consiglio fino alla sua elezione a Presidente della Repubblica Socialista Sovietica Azera nel Maggio del 1990. Nel Dicembre dello stesso anno il Consiglio Supremo rinomina il Paese Repubblica d’Azerbaijan, adottando la Dichiarazione d’Indipendenza. Il Dicembre del 1991 è un mese storico per il Paese: gli elettori azeri approvano tramite referendum la dichiarazione di indipendenza adottata dal Consiglio Supremo. L’Azerbaijan è ufficialmente uno Stato indipendente e Mutalibov ne è il primo Presidente.

Ma la sua presidenza nasce sotto una cattiva stella. Già all’inizio del 1990 il Paese viene scosso dal “Gennaio Nero”: a Baku gli azeri scatenano un pogrom contro la popolazione armena. Le truppe sovietiche decidono di intervenire per sedare la rivolta. Il 31 Gennaio del 1992 scoppia la guerra del Nagorny Karabakh. Il 25 Febbraio viene sterminata la cittadina di Khojaly, 613 le vittime civili. Numerosi i casi di violenze che portano gli azeri ad accusare gli armeni di aver compiuto un vero e proprio genocidio. L’intero Paese parla di “massacro premeditato” e Mutalibov diventa il principale capro espiatorio. E’ noto agli esperti del conflitto del Nagorny Karabakh, che il comune di Khojaly fosse un avanposto dei lanciarazzi Grad delle forze armate azere puntati contro la popolazione civile armena. Alcuni giorni prima del 25 Febbraio, il comando delle forze armene di autodifesa del Nagorny Karabakh informò via radio la popolazione civile azera dell’imminenza di un’azione militare e sulla presenza di un corridoio umanitario per l’evacuazione dei civili. Come riportato da fonti azere (Khojaly: chronicle of a genocide, Baku, 1993) numerosi sono i testimoni che provano questi fatti. Uno per tutti, Ramiz Fataliev, Presidente della Commissione di indagine sugli eventi di Khojaly: “Quattro giorni prima degli eventi di Khojaly, il 22 Febbraio 1992, alla presenza del presidente, del Primo Ministro, del capo del KGB e di altri, ebbe luogo una lunga sessione del Consiglio di Sicurezza Nazinale (dell’Azerbaijan, ndr) durante la quale venne presa la decisione di non evacuare i civili da Khojaly”. Da questa dichiarazione risulta più che evidente l’utilizzo dei civili come shield policy, in piena violazione del diritto umanitario internazionale (Protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali – Ginevra, giugno 1977).

Qui si riallaccia la sfortunata storia di Mutalibov. Accusato di non essere stato in grado di proteggere il suo Paese, messo sotto pressione dal Fronte Popolare dell’Azerbaijan, il Presidente è costretto a presentare le sue dimissioni. In una intervista rilasciata alla Nezavisimaya Gazeta il 2 Aprile del 1992, che farà molto rumore, denuncia un complotto mirato a destituirlo usando il massacro come pretesto per screditarlo e racconta la sua verità su Khojaly:” gli armeni avevano lasciato il corridoio per la fuga dei civili. Quindi perché avrebbero dovuto aprire il fuoco? Specialmente nell’area intorno ad Agdam, dove all’epoca c’erano abbastanza forze azere per aiutare i civili?”. Ricordiamo che nei dintorni di Agdam erano dislocate le forze paramilitari del Fronte Popolare Armeno. Dichiarazione affermata nuovamente nel 2001 alla Novoye Vremia: “era ovvio che qualcuno aveva organizzato il massacro per cambiare il potere in Azerbaijan”. Questa tesi può essere ulteriormente avvalorata dal fatto che pochi giorni dopo la prima intervista il Presidente deposto ritratta “indignato” e nel Maggio del 1992, gli vengono revocate le dimissioni e riassegnata la carica di Presidente. Ma le Forze armate del Fronte Popolare dell’Azerbaijan non ci stanno, prendono il controllo del Parlamento e degli uffici della radio e televisione di Stato. Mutalibov fugge a Mosca.

E qui comincia la saga della dinastia Aliyev, che con una forte campagna mediatica convince i cittadini nel riconoscere Heydar Alyiev come unico, vero fondatore del Paese e cerca di infangare la figura di Mutalibov per le scomode verità riguardanti i fatti di Khojaly (e probabilmente non solo): le affermazioni del vecchio Presidente potevano mettere a dura prova la credibilità del Paese agli occhi della comunità internazionale. Gli azeri, per affermare che il massacro fosse premeditato, ricordano che in quei giorni ricorreva l’anniversario del pogrom di Sumagait (27 Febbraio 1988), quando nei quartieri armeni della cittadina azera si scatenò una vera e propria caccia all’uomo che causò numerose vittime tra la popolazione armena. Il massacro di Khojaly sarebbe stato perpetrato dall’esercito armeno per vendicare le vittime di tutti i pogrom avvenuti fino a quel momento. E’ su questa difesa che Baku punta a denunciare a livello internazionale quello che per tutti nel Paese caucasico è “il genocidio degli azeri”. Una costruzione disarmante per la sua ingenuità. Uno, cento, un milione di morti causano lo stesso dolore, qualsiasi sia la loro origine e specularvi sopra è terribile. Ma alimentare una propaganda contro il popolo armeno, presentato come aggressore e incidentalmente come l’autore del genocidio contro gli azeri, alleati e cugini di quelli stessi turchi accusati del primo genocidio del XX secolo, contro gli armeni chiuderebbe il cerchio, o meglio lo farebbe “quadrare”: le vittime sono diventate carnefici, tutto fila…

Quella era, ed è, una zona di guerra, forse dopo tanta morte per un conflitto imposto da una certa parte del governo dell’Azerbaijan dell’epoca, che ha voluto tarpare le ali ad un Presidente troppo accondiscendete. Il Governo azero di oggi, dichiara essere filo-occidentale e non desidera che essere considerato alla pari nella comunità internazionale. Il Nagorny Karabakh è in guerra da troppo tempo, stretto tra due guerre più “famose”, Ucraina e Siria, la sua tragedia non è però meno importante. Basta sterili impuntature e prove di forza a suon di comunicai stampa aggressivi, il prestigio, la fiducia, l’affidabilità, la ricchezza di uno Stato vengono anche dal dialogo costruttivo, soprattutto in un Mondo fatto di tanti orrori. Questo è uno dei motivi per i quali l’Azerbaijan dovrebbe tornare alle dichiarazioni di Mutalibov rilasciate in quell’intervista del 12 Febbraio 1992 e pensare ad impegnarsi in un processo di Pace, magari mediato dall’OCSE ed appoggiato dalla comunità internazionale e dalle Nazioni Unite. Inoltre l’Azerbaijan non può in eterno riversare sulla sua opinione pubblica l’odio verso il popolo armeno, è arrivato il momento per prepararlo a pensare in chiave di convivenza pacifica. Questo sarebbe tutt’altro che un segno di debolezza politica.

di Jacqueline Rastrelli

23 febbraio 2015

http://www.2duerighe.com/autori/23-02-2015-ayaz-mutalibov-khojaly-un-tragico-destino

Genocidio armeno. Conferenza a Roma, tra commemorazione e negazionismo. Notizie Geopolitiche

di Giuliano Bifolchi –

 

La John Cabot University, in collaborazione con l’Associazione della Comunità Armena di Roma e del Lazio, ha organizzato lo scorso giovedì 19 febbraio 2015, presso l’Aula Magna Regina dell’università stessa, l’evento “Remembering and Narrating the Genocide: Learning From ArmenianWomen and ChildrenSurvivors”, serata dedicata alla commemorazione del Genocidio Armeno con l’obiettivo di promuovere la conoscenza tra il pubblico italiano e gli studenti di una della pagine più cupe della storia del XX secolo.
I partecipanti hanno potuto ascoltare l’introduzione all’evento di Franco Pavoncello, Presidente della John Cabot University, e gli interventi di Zara Pogossian, professoressa presso la stessa università ospitante l’evento specializzata in Storia dell’Europa Mediavale e di Bisanzio e Storia della Chiese Cristiane Orientali, Ara Sarafian, storico britannico di origine armena e direttore del Gomidas Institute di Londra, e Sua Eccellenza Sargis Ghazaryan, Ambasciatore della Repubblica di Armenia in Italia.
Per Genocidio Armeno, conosciuto anche con il nome di Medz Yeghern, il “Grande Male”, si intende il processo sistematico avviato dall’Impero Ottomano di eliminazione della componente etnica minoritaria armena all’interno del territorio attualmente facente parte della Turchia. Il Genocidio, la cui data di inizio viene convenzionalmente indicata con il 24 aprile 1915, ha causato la morte di un numero di vittime pari ad 1-1,5 milioni di persone, tra cui circa 250 intellettuali e leader della comunità armena di Costantinopoli.
L’intervento di Zara Pogossian, oltre a ripercorrere brevemente gli eventi ed i numeri che hanno caratterizzato questa pagina di storia di inizio XX secolo, ha posto l’attenzione sul termine “genocidio”, coniato nel 1943 da Raphael Lemkin,il cui significato indica lo sterminio premeditato e sistematico di un gruppo di persone sulla base della loro etnia, religione, credenze politiche, status sociale o altre particolarità. Prendendo in considerazione questa definizione è possibile quindi etichettare con il la parola genocidio gli eventi accaduti a partire dal 1915 all’interno dell’Impero Ottomano che hanno visto impegnate le autorità turche dell’epocain una attività diretta allo sterminiodella componente armena, motivo per cui Medz Yeghern può essere visto come uno dei primi genocidi moderni. L’intervento della Pogossian si è concluso con la citazione toccante del poeta turco naturalizzato polacco Nazim Hikmet il quale, in merito al Genocidio Armeno, scrisse:

“This Armenian citizen won’t forgive his father’s slaughter in the Kurdish mountains. But he likes you, because you also can’t forgive those who blackened the Turkish people’s name”

Ara Sarafian, storico britannico di origine armena, ha portato la propria esperienza di ricercatore all’interno dell’attuale Stato turco ed ha tenuto a sottolineare come la stessa Turchia stia cambiando al suo interno la propria politica e visione circa il Genocidio Armeno. Secondo Sarafian i turchi che negano il Genocidio perpetrano questa causa non sulla base di un odio nei confronti degli armeni ed il fenomeno del negazionismo sarebbe in fase di declino.
Studioso dell’Impero Ottomano e della storia dell’Armenia del XX, Sarafian ha posto l’attenzione sul termine Crypto-Armenians (in armeno ծպտյալհայեր “tsptyalhayer” ed in turco Kripto Ermeniler) descrivente quelle persone in Turchia le cui origini sono parzialmente o totalmente armene le quali generalmente nascondono la propria identità armena alla società turca. In molti dei casi tali persone sono discendenti degli armeni islamizzati sotto la minaccia dello sterminio fisico durante il Genocidio Armeno.
Il giornalista turco Erhan Basyurt aveva descritto i Crytpo-Armeni come quelle famiglie, ed in alcuni casi interi villaggi o vicinati, convertite all’Islam per scappare alla deportazione e alle “marce della morte” del 1915; tali famiglie continuano a vivere le proprie vite come armeni in segretezza, sposandosi fra di loro ed in alcuni casi professando la religione cristiana clandestinamente. Tra i membri della comunità Crypto-Armena è possibile annoverare personalità importanti come ad esempio Fethiye Çetin, avvocato, scrittore ed attivista per i diritti umani, Ahmet Abakay, giornalista,  Müslüm Gürses, cantante di musica araba popolare ed attore, e Yasar Kurt, cantate di musica rock.
Di carattere maggiormente politico ed istituzionale è stato l’intervento dell’Ambasciatore della Repubblica di Armenia in Italia il quale ha voluto evidenziare che il fenomeno del negazionismo viene inteso come una minaccia da parte dell’Armenia: negando il Genocidio Armeno, attraverso la sua politica estera, il Governo della Turchia continua a rappresentare una minaccia per lo Stato armeno e palesa l’eventualità che un altro genocidio possa ripetersi nuovamente.
La sfida che deve affrontare Erevan attualmente, secondo quanto espresso da Ghazaryan, è data sia dal ricordare a livello internazionale una politica sistematica ottomana causante la morte di più di un milione di persone e sia dal regolare le proprie relazioni internazionali ed i propri rapporti con la Turchia, attore politico importante a livello regionale con il quale la disputa è accesa proprio in merito al Genocidio Armeno, e di conseguenza con lo stesso Azerbaigian, alleato di Ankara impegnato contro l’Armenia per quel che concerne la questione del Nagorno-Karabakh rappresentante a sua volta una minaccia per la sopravvivenza della nazione e del popolo armeno.
Al termine dell’incontro di grande interesse è stato il dibattito che si è acceso grazie anche all’intervento di Tahir Bora Atatanir, rappresentante dell’Ambasciata della Repubblica di Turchia in Italia, il quale ha tenuto a precisare le posizioni di Ankara in merito al Genocidio Armeno mettendo in discussione il termine genocidio applicato a tali eventi e la relativa mancanza di una posizione ufficiale internazionale, i numeri delle vittime armene fino a quel momento citati ed affermando inoltre che, negli episodi che caratterizzarono l’Impero Ottomano a partire dal 1915, entrambe le parti, quella armena e quella turca, registrarono delle vittime causate dallo scoppio di tensioni e contrasti
Occorre ricordare che alla fine gennaio il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan si espresse sul Genocidio Armeno dichiarando che la Turchia è pronta a “pagare il prezzo” per l’uccisione in massa degli armeni iniziata nel 1915 soltanto se una “commissione di storici imparziale”, dopo una scrupolosa ricerca, arriverà ad ammettere la colpevolezza dell’Impero Ottomano in merito a tale crimine.

Il genocidio del 1915 Starbucks, gaffe con gli armeni. E le scuse su Facebook. Avvenire

La catena di caffetterie Starbucks ha ritirato un manifesto che mostrava donne in costume armeno con in mano il bicchierone di caffè sorridenti sotto palloncini con la bandiera turca. Il poster, esposto in alcune caffetterie di Los Angeles, aveva suscitato la protesta degli armeni americani, a due mesi dal centenario del genocidio, che cade il prossimo 24 aprile.

La vicenda, raccontata dal quotidiano britannico The Guardian, si è consumata sui social media. Sono stati alcuni utenti californiani dei social, il 18 febbraio, a denunciare la presenza dei manifesti all’Armenian National Committee of America (Anca), che raggruppa gli armeni americani. “Perché Starbucks per vendere caffè usa un’immagine di donne vestite in costumi armeni che celebrano uno stato turco che le ha rese sistematicamente vittime durante il genocidio armeno, e che ancora nega questo crimine contro l’umanità?”, ha chiesto l’Anca sul suo profilo Facebook.

La risposta della Starbucks non si è fatta attendere. Non solo l’azienda si è scusata, rispondendo su Facebook all’Anca, ma ha promesso il massimo impegno nel ritirare tutti i manifesti incriminati. “Diventare punto di incontro della comunità è centrale nel nostro business – si legge nel comunicato – e noi puntiamo a essere localmente rilevanti in tutti i nostri punti vendita”. “Qui abbiamo sbagliato e ci scusiamo per avere offeso i nostri clienti e la comunità”. Nella zona di Los Angeles vivono 446 mila cittadini di origine armena.

Nel massacro perpetrato nel 1915 dall’esercito dei Giovani Turchi persero la vita almeno un milione e mezzo di armeni.

Siria, armeni senza pace: torna l’incubo genocidio. Lettera43

Decimati dalle bombe di Assad. Dagli spari dei ribelli. Dai raid di al Qaeda e Isis. Oltre 1.000 i morti. E il popolo, rifugiatosi in Siria nel 1915, deve fuggire di nuovo.

di Mauro Pompili

 

Un secolo dopo il genocidio del 1915, il popolo armeno torna a essere vittima di massacri, in quella Siria dove gli antenati avevano trovato rifugio, e i loro luoghi della memoria sono diventati oggetto di distruzione.
Come la Chiesa dei Martiri Armeni a Deir ez-Zor, nella Siria orientale, rasa al suolo dall’Isis.
Medz Yeghern (letteralmente «Il Grande Male» in armeno), è stato il primo genocidio del Novecento, perpetrato dal governo Ottomano e costato la vita a 1 milione e mezzo di persone. A Deir ez-Zor, l’Auschwitz degli Armeni, era stato costruito il memoriale delle vittime. Ma ora non esiste più, cancellato da una nuova ferocia.
MILLE VITTIME ARMENE. La cancellazione di un simbolo, però, è diventata essa stessa il simbolo della nuova tragedia, della diaspora che vive la comunità armena in Medio Oriente.
Prima della guerra civile gli armeni di Siria erano più di 150 mila, la maggior parte viveva ad Aleppo. La capitale economica del Paese ora è semidistrutta e la comunità armena ha pagato un prezzo elevatissimo al conflitto. Almeno 1.000 le vittime e la maggioranza dei sopravvissuti è fuggita.
«Come mio nonno da Sis (in Turchia, ndr) nel 1915, ho dovuto abbandonare tutto, chissà la mia casa e la mia bottega di orafo a Midam (quartiere armeno di Aleppo, ndr) che fine faranno?», dice Agop Demirjian, arrivato a Bourj Hammoud, alla periferia Sud di Beirut, da un paio di settimane e impegnato a organizzare la nuova vita da profughi della sua famiglia.
NEL MIRINO DEI CECCHINI. Aleppo dal luglio del 2012 è spaccata in due. La divide una frontiera invisibile di quasi 20 chilometri dove gli scontri sono quotidiani e regnano i cecchini. Separati da questo confine vivono famiglie e amici, che difficilmente riescono a incontrarsi e a comunicare. Due mondi lontani, dove i pochi civili rimasti sono uniti dalla paura dei colpi di fucile. Qui la vita quotidiana è fatta di corse veloci alla ricerca di acqua e cibo o per raggiungere la scuola e il lavoro.
Questa linea di morte attraversa proprio i vecchi quartieri armeni della città. «I miliziani», racconta Agop, «posizionano carcasse di automobili e blocchi di cemento di traverso sui marciapiedi. Così, mentre cammini sei costretto a uscire allo scoperto e i cecchini fanno festa».
«PRIMA DI MUOVERMI PREGO SEMPRE». Vasquen Zinidjian, uno degli armeni che vive ancora ad Aleppo, parla per telefono con Lettera43.it: racconta che per andare e tornare da casa, nel quartiere di al-Halabi Suleiman, doveva attraversare almeno cinque strade infestate dai cecchini: «Ogni volta prima di muovermi prego: ‘Dio se mi colpiscono fammi morire subito, non voglio restare ferito ad agonizzare sulla strada e che qualcuno rischi la vita per aiutarmi’».

«Cerchiamo di difenderci dai tiratori in tutti i modi», continua Vasquen, «nelle strade più grandi abbiamo messo degli autobus per farci da scudo, nei vicoli sistemiamo dei grossi tendoni per cercare di non essere visti».
Ma questi stratagemmi non sempre funzionano: «Ieri un uomo è stato ucciso proprio davanti a me mentre sollevava la tela per entrare nel suo portone».
A scandire la giornata ci sono poi le bombe sganciate dagli elicotteri del governo, i colpi di mortaio dei ribelli e costante il rischio delle mine e degli ordigni inesplosi. «La vita è impossibile. Un minuto tutto sembra tranquillo e poi d’improvviso si scatena l’inferno. Ogni mattina», continua Vasquen, «aspetto di vedere qualcuno per la strada prima di uscire, un modo stupido di vincere la paura».
LE BARBARIE DEL FRONTE AL NUSRA. Tragicamente sembrano essere i bambini quelli che si adattano meglio alla guerra. «Correvo sempre per andare a scuola», dice sorridendo il figlio 12enne di Agop, «percorrevo solo strade che conoscevo e lungo le quali sapevo dove nascondermi. In alcune vie passavamo uno per volta, correndo a zig-zag, per rendere la vita più difficile ai cecchini. Eppure, Ahmed il mio compagno di banco è stato colpito».
La tragedia armena non si limita ad Aleppo. Lo scorso anno la cittadina armena di Kesab fu occupata dai miliziani del Fronte al Nusra (vicino ad al Qaeda), transitati senza problemi dal vicino confine turco, che costrinsero la popolazione alla fuga. Al ritorno, dopo che l’esercito governativo l’aveva liberata, gli armeni trovarono la città semidistrutta e i luoghi di culto rasi al suolo.
LE AGGRESSIONI DEI RIBELLI ANTI-ASSAD. Nell’ultimo anno a Damasco una chiesa della comunità è stata colpita dai mortai dell’Esercito Libero Siriano, i ribelli “buoni” che combattono Bashar al-Assad finanziati e armati dagli americani e dagli arabi sunniti del Golfo.
I colpi hanno ucciso due bambini. A Raqqa i combattenti salafiti hanno distrutto la Chiesa dei Martiri, nella provincia di Damasco è stato colpito uno scuolabus e due scolari armeni sono morti.
E l’elenco potrebbe continuare a lungo.
«I COMBATTENTI TURCHI VOGLIONO ANNIENTARCI». «Sono centinaia», confessa Agop, «i combattenti turchi, discendenti di quelli che hanno tentato di annientarci nel 1915 che si sono uniti ai miliziani di al Qaeda e Isis. Stiamo davvero rivivendo l’incubo dei nostri antenati».
Oggi gli eredi dei cristiani armeni, che trovarono scampo in Siria, sono costretti a fuggire in Libano, in Europa o in America. La chiesa dove le ossa degli assassinati avevano trovato riposo è stata distrutta. I terreni del massacro degli armeni, un secolo dopo, sono diventati i campi di nuove uccisioni di massa. E ancora una volta il mondo sembra restare immobile.

Turchia fa saltare il vertice Ue-Ankara Agccomunication

By Anna Lotti

TURCHIA – Ankara. 11/02/15. Ankara ha annullato la prossima riunione della commissione parlamentare mista UE-Turchia dove c’era all’ordine del giorno anche il genocidio armeno. Fonte Hurriyet.

L’incontro si doveva terne il 18 e 19 febbraio a Istanbul in Turchia. In precedenza, le autorità turche hanno avvertito l’Unione europea che Ankara si rifiutava di tenere la riunione del Comitato parlamentare mista UE-Turchia, se il suo programma includeva discussioni sul “genocidio armeno”. Il genocidio si riferisce agli accadimenti durante l’impero ottomano nei confronti degli armeni che vivevano in Anatolia nel 1915. La Turchia ha sempre negato che il “genocidio” abbia avuto luogo. Mentre rafforzare gli sforzi per promuovere il “genocidio” nel mondo, gli armeni hanno ottenuto il suo riconoscimento da parte dei parlamenti di alcuni paesi. Anche se la Turchia ha proposto più volte di creare una commissione indipendente per indagare gli eventi del 1915, l’Armenia continua a respingere questa proposta. Inoltre, in precedenza, le autorità turche hanno ripetutamente fatto gesti conciliatori verso Armenia. Il messaggio di Recep Tayyip Erdogan al popolo armeno, il 24 aprile 2014 uno di questi gesti recenti.
Erdogan ha detto in quel messaggio che gli eventi del 1915 sono stati un momento difficile, non solo per gli armeni, ma anche per gli arabi, curdi e rappresentanti di altre nazioni che vivono nel paese.

Rimanere o partire? Il dramma dei cristiani di Siria. Aleteia

Ascoltato alla Camera l’arcivescovo armeno cattolico di Aleppo: “dare status di rifugiati ai cristiani in fuga”. Aleteia

“Io vengo da Aleppo dove è nato il cristianesimo. A Damasco Paolo è stato battezzato e ha cominciato la sua missione per arrivare fino a Roma. A 40 km da Aleppo i primi discepoli di Cristo sono stati chiamati ‘cristiani’. Gesù è nato in Palestina ma i cristiani sono nati a Damasco”. E’ iniziata così l’audizione di mons. Butros Marayati, arcivescovo armeno cattolico di Aleppo, invitato il 19 febbraio dal Comitato permanente dei diritti umani, istituito presso la  Commissione esteri della Camera dei deputati, per parlare dei temi della persecuzione delle minoranze e della repressione della libertà religiosa da parte di ISIS/Daesh. L’incontro è stato coordinato dal presidente del Comitato, Mario Marazziti.

La situazione in Siria è “tragica”, ha detto senza mezzi termini mons. Marayati che ha anche confermato come un mese fa la cattedrale armeno-cattolica di Aleppo sia stata colpita da un razzo che ha provocato pesanti danni materiali tanto che la cattedrale al momento non è in funzione. Non è l’unica né in città, né nel resto del Paese: “sono 110 le chiese non più aperte al culto perché bruciate o distrutte, o perché non hanno più la facoltà di ricevere fedeli”.

E i danni alle chiese non sono il problema più rilevante in un territorio sconvolto da quattro anni di un conflitto che ha provocato oltre 220 mila vittime.

“NON POSSIAMO PIU’ DIRE: RIMANETE”

“Due terzi dei nostri fedeli – ha affermato l’arcivescovo -, cristiani, armeni, ortodossi, cattolici e protestanti, hanno lasciato Aleppo. Possiamo chiamarlo un esodo. Noi come capi religiosi che facciamo? Rimaniamo o partiamo? È una questione molto difficile e alla quale è ancora più difficile rispondere. Due anni fa noi dicevamo ai nostri fedeli: rimanete, arriverà la pace. Oggi non possiamo dirlo più, lasciamo a loro la scelta perchè sono in grande pericolo”. Marayati ha precisato come due terzi di Aleppo siano in mano “ai ribelli, che ormai sono jihadisti, terroristi. Il resto è in mano all’esercito governativo. La guerra continua in città, da una parte l’esercito lancia” bombe “contro i due terzi, dall’altra i jihadisti lanciano missili sul resto”.

La gente vuole scappare perché le condizioni di vita nell’ultimo anno sono notevolmente peggiorate: “Non c’è acqua, non c’è luce, non c’è benzina, non c’è riscaldamento per l’inverno. La centrale elettrica e anche quella dell’acqua si trova nella zona dei ribelli jihadisti. Quando vogliono, danno un’ora di luce e acqua, ma spesso non abbiamo niente e viviamo come in un campeggio. I nostri fedeli ad Aleppo sono profughi nelle loro case”.

SCAPPARE: DOVE?

Ormai “l’Isis è a 30 km da Aleppo, non sappiamo quando potrebbero arrivare in città. Tutti i fedeli hanno davanti l’esempio di Mosul, in Iraq, dove in 24 ore l’Isis è entrato e tutti i cristiani sono scappati”. Ma dove si dirigono i cristiani in fuga? C’è un problema nel problema. “Non c’è altra scelta che la Turchia – ha spiegato l’arcivescovo armeno cattolico -, ma voi sapete che gli armeni non possono e non vogliono ritornare in Turchia perché sono stati massacrati, fu un genocidio, nel 1915. Non è concepibile per gli armeni di Aleppo lasciare la città per andare in Turchia”.

Occorre trovare al più presto delle soluzioni umanitarie. L’inviato speciale delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura, così come la Comunità di Sant’Egidio, “ha chiesto di congelare la situazione attuale ad Aleppo e far sì che arrivino gli aiuti umanitari, e pare che questo appello sia stato accolto dal governo ma non sappiamo cosa faranno i ribelli. Speriamo che cominciando da un cessate il fuoco ad Aleppo possa iniziare il dialogo anche in altre città, per poi arrivare a un incontro tra tutti quelli che fanno questa guerra fratricida. Siamo tutti siriani, nati lì, parliamo arabo, abbiamo la stessa storia e la stessa cultura”.

ABBANDONATI DALL’EUROPA

I cristiani di Siria, che abitavano la regione ancora prima dell’avvento dell’Islam,  si sentono abbandonati dall’Europa che pure “rivendica un rapporto privilegiato con la cristianità ma che non riesce ad incidere nel difficile negoziato tra governo e ribelli siriani e, ad un livello politico-diplomatico che sarebbe decisivo, tra Stati Uniti e Russia”, ha aggiunto Marayati.

L’arcivescovo di Aleppo ha chiesto aiuto all’Italia e agli altri paesi europei sotto due aspetti: da un lato sostenere la permanenza della popolazione cristiana nella regione e, contemporaneamente, una politica dei visti mirata alla crisi siriana. “E’ necessario – ha concluso Marayati – consentire soprattutto ai credenti perseguitati di accedere allo status di rifugiato e di non cadere nelle mani dei trafficanti di essere umani”.

 

>>http://www.aleteia.org/it/dal-mondo/news/rimanere-partire-dramma-cristiani-siria-5886888862810112

A tutta neve. Ma sull’Ararat. La Repubblica.it

di Massimiliano Salvo

Un viaggio invernale in Armenia, tra monasteri antichi, cime ammantate di banco, tra le immancabili memorie dell’era sovietica e i primi resort per il turismo di stagione

LE IMMAGINI

Sopra ai duemila metri il cielo è azzurro ma gli bastano pochi minuti per diventare grigio piombo. Dai tralicci dell’alta tensione pendono candelotti di ghiaccio e all’orizzonte distese immacolate riflettono il sole, appena soffia il vento la neve vola in strada, come in una bufera. D’inverno l’Armenia è gelida ma è facile incontrare belle giornate, perché il clima del Caucaso in alta montagna è asciutto, quasi desertico. Raggiungere il Paese via terra è comunque un’avventura: le frontiere con l’Azerbaijan e la Turchia sono chiuse per i rapporti tesi con in due Paesi, mentre  il punto di confine con l’Iran, a sud, è circondato da decine di chilometri di tornanti in una regione impervia e disabitata. L’unica soluzione – sempre che la neve lo consenta – è arrivare dalla Georgia in treno o con una marshrutka, il taxi collettivo tipico nei Paesi dell’ex Urss.

L’ingresso nel punto di confine di Bagratashen porta nella Gola del Debed, un canalone roccioso lungo decine di chilometri dove il fiume scorre tra strapiombi di roccia di rossastra. Villaggi di montagna e monasteri millenari convivono con cittadine industriali e scheletri di ferro e cemento, ruderi dell’epoca sovietica devastati dagli inverni. Le attrazioni principali – i monasteri di Sanahin e Haghpat, entrambi Patrimonio dell’Unesco – sono in cima a all’altopiano, a pochi chilometri dalla miniera di rame di Alaverdi.  La chiesa più antica di Sanahin risale al 928 e sembra abbandonata da secoli, il rumore dei passi rimbomba tra cappelle e gallerie coperte dal muschio.

La strada per Vanadzor, una città sovietica con fabbriche chimiche dismesse e tralicci arrugginiti, è un tortuoso susseguirsi di asfalto che si sbriciola e buche. Ma la salita al lago di Sevan, a 1900 metri, ripaga di ogni sobbalzo: una distesa di acqua blu si distende tra le montagne innevate tra vento incessante, aquile e nuvole che corrono veloci. La regione è nota per la limpidezza del cielo, per il gelo – con temperature che da dicembre a febbraio scendono anche venti gradi sotto zero – e lo splendido monastero  sulla penisola, a picco sul lago, dove venivano rieducati i monaci peccatori. Il vicino passo di Selim è chiuso da novembre ad aprile, per cui bisogna passare da Yerevan per visitare il resto dell’Armenia. Ma non è un problema: con una deviazione di 30 chilometri dalla capitale si raggiunge il Monastero di Ghegard, una chiesa rupestre costruita in una meravigliosa e arida gola. Il monastero porta il nome della lancia che trafisse il costato di Cristo e fu fondato nel IV secolo, ma venne dato alle fiamme e depredato dagli invasori arabi nel 923.

Se si è diretti a sud, con una jeep si può azzardare il bivio da Garni per Artashat, una strada disastrosa che attraversa steppe di terra arancione e scavalca un monte con una pista sterrata. Non ci sono indicazioni e nemmeno villaggi – solo qualche gregge di pecore e macchine sovietiche cariche come pulmini – ma quando si arriva sulla cima del monte gli occhi brillano di emozione: in fondo alla pianura il monte Ararat domina il paesaggio con i suoi 5165 metri rivestiti di neve e leggenda, un cappuccio di ghiaccio e l’enigma irrisolto dell’Arca. L’Armenia meridionale dista cento chilometri e due passi di montagna in un paesaggio marziano con pietraie rosse, dove gli abitanti dei pochi villaggi vendono lungo la strada spiedini di agnello e pezzi di ricambio per le automobili. Il passo di Vorotan è a 2344 metri e si raggiunge con tornanti e strapiombi che farebbero tremare le gambe, anche senza i guard rail sfondati sostituiti da mazzi di fiori. (19 febbraio 2015)

La “Madre dell’Armenia” a Cavriglia in mostra il capolavoro di Vighen. Intoscana.it

L’artista ha scelto Cavriglia, terra di Eccidi nazisti, come 1° tappa del tour mondiale che la scultura farà in occasione del centesimo anniversario del genocidio dell’Armenia

Dalla culla del Rinascimento a Cavriglia. Direttamente da Piazza del Duomo a Firenze dalla sede della Misericordia ai piedi del campanile di Giotto è arrivata a Cavriglia ed è stata collocata di fronte al palazzo comunale la statua del grande scultore armeno Avetis Vighen “La madre dell’Armenia”, fusa qualche mese fa in occasione del centenario del genocidio degli armeni del 1915.

L’Amministrazione Comunale tramite il maestro senese Massimo Lippi, molto legato alla nostra terra, aveva proposto a Vighen di concedere a Cavriglia l’onore di ospitare per alcune settimane un’opera d’arte di grandissimo valore e quando l’artista ha accettato la notizia è stata accolta con enorme piacere e gratitudine. Basti pensare che “La madre dell’Armenia”, dopo essere stata già stata esposta in Piazza del Duomo a Siena ed a Firenze, durante tutto il 2015 farà il giro delle più importanti città d’Europa (tra le altre Venezia, Marsiglia, Parigi, Ginevra e Copenaghen).

E’ stato proprio il forte legame con i tragici fatti del passato che accomuna il popolo armeno a Cavriglia ad individuare “La madre dell’Armenia” come un’opera ideale per proseguire nel percorso di sensibilizzazione nei confronti della cittadinanza sull’importanza della Memoria avviato lo scorso anno con le celebrazioni del 70° anniversario degli eccidi nazisti del luglio 1944 dove vennero uccise nel Comune di Cavriglia 192 vittime civili innocenti. Per non disperdere gli insegnamenti lasciati in eredità dai tragici fatti del passato e tramandare questo patrimonio di generazione in generazione, prendendo spunto dall’arrivo dell’opera di Avetis Vighen, l’Amministrazione Comunale di Cavriglia coinvolgerà i giovani studenti cavrigliesi  in una serie di iniziative sulla Memoria in cui verrà fatto un parallelo tra gli eccidi nazisti del 1944 e il genocidio del popolo armeno.

“La bellezza simbolica e illuminata di una madre che salva con il proprio abbraccio i suoi quattro figli da un strage annunciata, quella degli armeni nel 1915 – ha affermato il Vicesindaco di Cavriglia Filippo Boni -, ha raggiunto anche la nostra comunità e ne siamo profondamente orgogliosi. L’opera del grande artista armeno Vighen che resterà esposta di fronte al palazzo comunale di Cavriglia proviene da piazza del Duomo di Firenze e precedentemente era situata in Piazza del Duomo a Siena. Dopo aver fatto tappa da noi, ripartirà tra poco più di un mese alla volta di Piazza San Pietro a Roma dove Papa Francesco l’accoglierà il 12 aprile con una messa per gli armeni. Quindi ripartirà per Piazza San Marco a Venezia ed infine, prima di essere definitivamente collocata in una piazza di Copenaghen, in Danimarca, farà sosta in centro a Parigi. Dobbiamo essere doppiamente fieri di questa opportunità poiché gli armeni, che vennero sterminati cento anni fa, hanno subìto in massima parte ciò che anche la nostra popolazione, per tutt’altri motivi, subì il 4 luglio 1944 con il massacro nazista. E anche le nostre donne, nella ricostruzione del tessuto sociale di questa comunità, ebbero un ruolo straordinario e fondamentale. Ecco perché questa Madre – ha concluso il Vicesindaco – è anche la nostra Madre e rappresenta nella sua luce questa terra feconda dei suoi figli e che ancora oggi nonostante tutto, è salvata dalla bellezza tramite coloro che provano a seminarla nel mondo”.

http://www.intoscana.it/site/it/arte-e-cultura/articolo/La-madre-dellArmenia-a-Cavriglia-In-mostra-il-capolavoro-di-Vighen/

 

>> https://www.youtube.com/watch?v=kjSE9jPQhE0 statua www.youtube.com statua www.youtube.com

Candela e Aldair andranno a giocare in Armenia… Insieme a Totti? Forzaroma.info

Il capitano giallorosso è stato invitato a partecipare, insieme ad ex calciatori del calibro di Candela, Aldair e Litmanen, alla partita celebrativa per i sessant’anni di un grande giocatore dell’Europa dell’Est, Khoren Hovhannisyan

 

 

di Jacopo Aliprandi 18 febbraio 2015 | 20.13 |

Vincent Candela giocherà in Armenia, forse anche Francesco Totti. Ma rassicuriamo gli amanti del calcio e, soprattutto, i tifosi giallorossi: si tratta solo di una partita per celebrare i sessant’anni di un grande giocatore del Paese eurasiatico, Khoren Hovhannisyan.

 

HOVHANNISYAN E L’ARMENIA – Nell’anno in cui ricorre il centenario del tragico genocidio armeno, nel quale morirono un milione e mezzo di persone per mano dei “Giovani turchi”, il movimento nazionalista turco, si festeggiano i sessant’anni di un calciatore che ha fatto la storia prima dell’Urss, poi dell’Armenia.
Khoren Hovhannisyan nasce infatti quando il territorio armeno faceva ancora parte dell’Unione Sovietica, e quindi il campionato di calcio comprendeva tutti gli “stati” ad essa annessi. La sua città natia è Erevan, anche detta Yerevan, quella che nel 1991 venne riconosciuta come la Capitale dell’Armenia, a seguito della suaindipendenza, il 21 settembre dello stesso anno. A 19 anni Hovhannisyan si trasferisce nell’Ararat, squadra di Yerevan, militante e fresca trionfatrice del campionato sovietico. Da quell’anno inizia la grande avventura del centrocampista armeno con la maglia della sua città, con la quale gioca per undici anni totalizzando 295 presenze e ben 93 gol tra campionato e coppa. Proprio in coppa raggiunge risultati eccezionali, riuscendo a portare la sua squadra fino ai quarti di finale della Coppa dei Campioni, salvo poi essere eliminata (dopo una strabiliante vittoria casalinga per uno o zero davanti a ottantamila spettatori, annullata dalla sconfitta esterna per zero a due) da quel Bayern Monaco di Beckenbauer e Müller che si sarebbe aggiudicato la Coppa dalle grandi orecchie.
Lo stesso anno Hovhannisyan vince la Coppa dell’Urss, mentre nel 1980 è uno dei principali protagonisti della medaglia di bronzo conquistata nei giochi olimpici di Mosca, uscendo in semifinale contro la Germania dell’Est della “bestia nera” Müller.
Appende gli scarpini al chiodo nel 1993, e si dedica alla carriera da allenatore, anch’essa straordinaria. Dopo essere stato c.t. della nazionale armena, nella stagione ’96-97’, senza riuscire ad ottenere la qualificazione agli Europei, Hovhannisyan ritorna ad allenare il Pyunik (club già guidato nel 1994). Proprio con i bianco-blu raggiunge grandi traguardi: vince sei campionati consecutivi, due coppe d’Armenia e tre Supercoppe nazionali. Un palmarès da far invidia ai migliori allenatori, sebbene il livello del campionato armeno non sia accostabile alle leghe top dell’Europa centrale. Nel 2006, anno del suo ultimo trionfo, decide di ritirarsi, concludendo così una carriera ricca di trofei e diventando un’icona (se già non lo fosse) del calcio armeno, e non solo.

 

CANDELA E TOTTI – Per festeggiare lo spegnimento delle sessanta candeline, il 29 marzo a Yerevan è stata organizzata una partita in suo onore tra le stelle del calcio sovietico e “il resto del mondo”. Molti sono gli atleti che stanno aderendo a questa iniziativa, tra i quali, appunto, gli ex romanisti Candela e Aldair, l’ex calciatore del Barcellona e Ajax, Jari Litmanen, e il ceco Patrik Berger, centrocampista del Liverpool negli anni ‘90.

“Sono orgoglioso di partecipare a questo evento, mi hanno chiamato e sono felice di giocare questa partita insieme ad altri grandi giocatori”, commenta in esclusiva per Forzaroma.info l’ex terzino giallorosso,Vincent Candela “Del Paese – prosegue – mi ha parlato molto bene Djorkaeff, che è di origine armena, sebbene io ci sia già stato a giocare in un altro paio di occasioni. So che anche Aldair andrà a giocare questa partita, Litmanen mi ha chiamato e anche lui è felice di aver accettato l’invito, può darsi venga ancheBaresi.”

Un altro “colpaccio” per gli organizzatori dell’evento sarebbe riuscire a portare all’Hanrapetakan Stadium personaggi del calibro di Rivaldo, Batistuta, Matthäus, Rudi Voller, ma soprattutto il capitano giallorosso,Francesco Totti.
Il numero 10 della Roma, come riporta l’agenzia di stampa “News.am”, potrebbe accettare di aderire all’evento per Hovhannisyan, vista la sosta per le nazionali e le conseguenti due settimane di stop al campionato.
I contatti sono stati avviati, adesso spetta al capitano decidere ma, in ogni caso, il 29 Marzo sarà una festa in onore ad un grande sportivo che ha scritto la storia del calcio armeno e dell’Europa dell’Est.