Ferrara festeggia il suo compatrono armeno S. Maurelio (Estense 07.05.21)

La Chiesa di Ferrara-Comacchio celebra oggi, il 7 maggio, S. Maurelio, compatrono della città con S. Giorgio, con una messa alle ore 18.30 nella Basilica di San Giorgio fuori le Mura dove riposa il corpo del Santo.

Se anche le cronache della sua vita non sono coeve, ma tardo medioevali, S. Maurelio era originario di Edessa, dove nacque nel VII secolo.

Edessa, oggi in Turchia, era una città dell’antica Armenia, che si estendeva nell’Anatolia orientale tra Siria, Iran e mondo greco, dove il cristianesimo era arrivato grazie agli apostoli Giuda Taddeo e Bartolomeo.

Secondo alcuni fu il primo stato a riconoscere come religione propria il cristianesimo nel 301: infatti nel 2001 furono celebrati i 1700 anni di evangelizzazione. E l’evangelizzazione partì proprio da Edessa, la città di origine di S. Maurelio, con la conversione del re Abgar ad opera dell’apostolo Giuda Taddeo, che troverà poi la morte per opera di re Sanatruk in Armenia.

L’opera di Giuda Taddeo sarà continuata dall’apostolo Bartolomeo e successivamente da fedeli provenienti dal mondo greco e siriaco, che faranno delle chiese armene il frutto di culture e spiritualità diverse, arricchite poi dal monachesimo eremitico e cenobitico.

E sarà il mondo monastico benedettino olivetano, infatti, a riportare il culto di S. Maurelio nella città e Chiesa, all’inizio del XV, recuperando la tradizione medioevale di S. Maurelio come ultimo Vescovo di Voghenza, prima che la sede episcopale fosse trasferita nel VII secolo a Ferrara, dove nella chiesa di S. Giorgio, prima Cattedrale della città, era stato traslato nel XII secolo da Edessa, divenuta il primo degli stati crociati nell’Armenia minore, il corpo di S. Maurelio. 

“Ricordare S. Maurelio oggi – afferma il vescovo Gian Carlo Perego – significa ritornare alle origini della nostra Chiesa, che vede in questo santo armeno un tassello della propria evangelizzazione, oltre che il suo copatrono. Al tempo stesso S. Maurelio, martire armeno, ci ricorda le tante persecuzioni di questo popolo cristiano – tra le quali il genocidio del 1915-1923, quando centinaia di migliaia di uomini, donne, anziani, bambini furono uccisi durante il Metz Yegern, il “grande male” – che ha fatto della croce e del martirio il fulcro di una spiritualità e di una testimonianza cristiana”. 

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Festa di San Maurelio compatrono di Ferrara (La Nuova Ferrara)

 

Erdogan ospita i capi cristiani a una cena di “rottura del digiuno” del Ramadan (Agenziafides 06.05.21)

Ankara (Agenzia Fides) – Una cena ufficiale di Iftar (rottura del digiuno) durante il mese di Ramadan, ospitata nel mega-palazzo presidenziale di Ankara e offerta a tutti i capi delle comunità cristiane presenti in Turchia, insieme a altri rappresentanti delle comunità religiose minoritarie nazionali. E’ questa l’iniziativa che il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha voluto realizzare la sera di mercoledì 5 maggio, con l’intento di attestare pubblicamente le buone relazioni tra la leadership turca e le comunità di fede non musulmane presenti in Turchia. L’evento è stato fortemente voluto da Erdogan, anche per il suo impatto simbolico. Il rilievo attribuito dal Presidente turco alla cena con i capi delle comunità di fede non islamiche risalta ancor di più se si tiene conto della situazione generale in cui versa il Paese, dove a causa della crisi pandemica da COVID-19 è stato proibito a tutta la popolazione di consumare comunitariamente Sahur e Iftar, i pasti prima e dopo il digiuno (che durante il mese sacro del Ramadan dura dall’alba al tramonto per tutti i musulmani osservanti).
All’Iftar offerto a Ankara dal Presidente Erdovan hanno preso parte, tra gli altri, il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, il Patriarca armeno di Costantinopoli Sahak Maşalyan, il Metropolita siro ortodosso Yusuf Çetin e il Vicario patriarcale siro cattolico Orhan Abdulahad Çanlı, insieme ai responsabili di alcune Fondazioni e Istituzioni legate alle comunità cristiane. Tra i rappresentanti di comunità di fede non cristiane, figuravano anche il rabbino capo Isak Haleva e il Presidente della comunità ebraica turca Ishak Ibrahimzadeh. Le fonti istituzionali non hanno fornito dettagli sulle conversazioni svoltesi durante l’Iftar, ma nei giorni scorsi sui media turchi erano filtrate indiscrezioni secondo cui tra i temi messi sul tavolo durante la cena ci sarebbero stati anche la questione dei beni immobili da restituire alle fondazioni delle comunità minoritarie, le eventuali richieste delle comunità di fede in merito al progetto di nuova Costituzione e la valutazione della recente dichiarazione con cui il Presidente USA Joe Biden ha definito come “Genocidio” le stragi di armeni perpetrate nella Penisola anatolica tra il 1915 e il 1916.
Di recente, come riferito dall’Agenzia Fides (vedi Fides 27/4/2021), il Presidente Erdogan aveva indirizzato al Patriarca armeno Sahak II un messaggio in occasione del 24 aprile, data in cui le comunità armene sparse in tutto il mondo commemorano il “ Grande Male” (espressione utilizzata per indicare le stragi di armeni avvenute in Anatolia nei primi anni della Prima Guerra mondiale). Nel suo messaggio, il Presidente turco aveva richiamato con enfasi la convivenza secolare tra turchi e armeni in Anatolia, rimarcando l’appartenenza di tutti “alla medesima famiglia umana, indipendentemente dall’etnia, dalla religione, dalla lingua o dal colore”. In quei giorni, il Patriarca armeno Sahak II, in alcune dichiarazioni riportate dai media turchi, aveva espresso rammarico “nel vedere che le sofferenze del nostro popolo e i sacri ricordi dei nostri antenati sono usati come strumento per ottenere obiettivi politici contingenti”, aggiungendo che proprio Erdogan “è stato l’unico statista nella storia della Repubblica di Turchia che ha pubblicato messaggi su questo argomento, in qualità di Primo Ministro e Presidente della Repubblica”, mostrando di condividere “il nostro dolore e un rispetto per la memoria dei nostri figli che hanno perso la vita in esilio”.
Ankara non riconosce le stragi di cui furono vittime gli armeni in Anatolia tra 1915 e 1916 come uno sterminio pianificato su base etnica, considerando quei fatti come una tragica conseguenza dello stato di caos collegato al conflitto bellico che avrebbe condotto alla dissoluzione dell’Impero ottomano. (GV) (Agenzia Fides 6/5/2021)

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Mkhitaryan e Mourinho, i diverbi passati: ecco cosa diceva l’armeno (Ansa 06.05.21)

L’approdo sulla panchina della Roma di José Mourinho non avrà di certo fatto piacere a Mkhitaryan . I due, infatti, hanno avuto dei trascorsi turbolenti ai tempi del Manchester United. Lo stesso armeno, in un’intervista del 2020, aveva rivelato le difficoltà avute sotto la gestione dello Special One. “Una volta a colazione Mourinho mi vide e mi disse: ‘Per colpa tua la stampa mi critica’. E io risposi: ‘Davvero? Non lo faccio certo di proposito’. E’ stato l’allenatore più duro che ho avuto in carriera, è un vincente di natura e vuole che tu faccia quello che ti chiede. Ci sono state divergenze e conflitti, che per fortuna non hanno messo a repentaglio i trofei vinti”. E poi ancora: “Dopo una partita mi disse che dovevo pensare ad allenarmi di più. A quel punto pensai: ‘Non ho altro da fare qui a Manchester. Lavoro duramente, presso, segno, aiuto la squadra e qualcuno è pure insoddisfatto”. 

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Armeni: fu un genocidio? La scelta di Biden (Cittanuova 06.05.21)

Il “genocidio armeno” dopo più di un secolo è ancora oggi al centro di dibattiti e prese di posizione. Una trentina di stati l’hanno ufficialmente riconosciuto, compreso il Vaticano. Improvvisamente anche Biden ha preso posizione riconoscendo che nel 1915-1923 gli armeni furono oggetto di un piano di sterminio. Gli Usa non si erano mai pronunciati nel merito. Perché adesso?

A Erevan, capitale dell’Armenia, la sera del 24 aprile scorso, come ogni anno, migliaia di persone con le fiaccole accese si sono radunate di fronte al memoriale del Meds Yeghern (grande male) che ricorda le vittime armene del periodo compreso fra il 1915 e il 1923, nei territori dell’allora Impero Ottomano (quest’anno erano almeno 10mila, nonostante il Covid). La data del 24 aprile fa riferimento al primo episodio di quello che negli anni 40 verrà chiamato “genocidio armeno”, termine ancora oggi rifiutato dallo stato turco.

Per comprendere cosa avvenne in quegli anni, secondo gli armeni e per la maggioranza degli storiografi, la data del 24 aprile 1915 è emblematica. A partire da quella notte e per un mese, soprattutto a Istanbul, più di mille intellettuali armeni (studiosi, giornalisti, poeti, deputati, ecc.) vennero arrestati e deportati verso l’interno dell’Anatolia, ma nessuno di loro giunse vivo a destinazione, se era prevista una destinazione. Fu il primo episodio di una serie di “trasferimenti” decretati dal governo turco (all’epoca controllato dai “Giovani Turchi” del comitato Unione e Progresso), che riguardò gli armeni di tutto il Paese.

Gli storici stimano che tra 1,2 e 1,5 milioni di armeni morirono non solo giustiziati senza alcun processo, ma soprattutto per fame, malattia e sfinimento. Una parte dei cadaveri venne sepolta in fosse comuni, molti furono abbandonati dove erano caduti o dove erano stati uccisi. Uomini, donne e bambini. Chi riuscì a salvarsi emigrò, soprattutto in Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Usa e Russia. I discendenti della diaspora armena sono oggi presenti in tutto il mondo, e sono almeno 8 milioni. Oltre ai circa 3 milioni che vivono nella Repubblica di Armenia costituitasi nel 1991 sul crollo della precedente Repubblica socialista sovietica di Armenia istituita nel 1936, e ai poco più di 70 mila che vivono ancora in Turchia, nei territori del nordest che furono la culla dell’antica civiltà armena.

Da un punto di vista giuridico, gli archivi ottomani documentano che le deportazioni degli armeni iniziarono legalmente già nel marzo 1915 e che il 13 settembre dello stesso anno il parlamento ottomano approvò una “Legge temporanea di espropriazione e confisca”, che autorizzava lo stato a disporre di tutte le proprietà “abbandonate” dagli armeni, compresi terreni, bestiame e case.

Civili armeni in marcia forzata verso il campo di prigionia di Mezireh, sorvegliati da soldati turchi armati. (da Wikipedia)

Lo stato turco, anche la repubblica sorta dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano (1922), non ha mai riconosciuto le deportazioni degli armeni, che pure ci furono, come scusa per il loro sterminio. E quando più tardi si cominciò sempre più a parlare di genocidio armeno, l’uso del termine “genocidio” in questo contesto venne considerato reato penale perseguibile. E lo sanno bene diversi intellettuali turchi che sono stati accusati di questo crimine contro lo stato: quello di riconoscere che c’è stato un “genocidio armeno”. E si sa che in quanto a prigioni la Turchia non scherza, con il secondo tasso di incarcerazione più elevato (dopo la Russia) tra i Paesi del Consiglio d’Europa (357 incarcerati ogni 100 mila abitanti).

Oggi il “genocidio armeno” è riconosciuto ufficialmente da una trentina di nazioni e dalla grande maggioranza degli storici. Per lo stato turco si trattò invece di massacri reciproci nel contesto della Prima Guerra Mondiale (anche perché alcuni soldati armeni inquadrati nell’esercito ottomano disertarono e passarono nelle file dei russi nella speranza di liberare la terra armena dal secolare dominio ottomano) e di vittime della grande carestia di quegli anni, che provocò molti morti da entrambe le parti in guerra.

Gli Usa, dove peraltro la comunità armena è particolarmente nutrita (2 milioni), non avevano finora preso posizione sul “genocidio armeno”, soprattutto per una questione di rapporti con la Turchia, importante membro della Nato. Ma il presidente Biden ha deciso di riconoscerlo ufficialmente il 23 aprile scorso, pur precisando che il gesto è inteso a “confermare la storia”, e “non a incolpare” la Turchia. Di fatto, però, il riconoscimento statunitense riapre in un certo senso un’annosa e non secondaria questione: se la legge turca del 13 settembre 1915, quella dell’esproprio degli armeni, fosse impugnata a livello internazionale a causa del riconoscimento del “genocidio”, la Turchia dovrebbe risarcire milioni di eredi.

L’impressione è che le motivazioni che hanno spinto Biden a questo passo non siano solamente quelle di affermare i diritti umani di un popolo perseguitato, come è nello stile della sua presidenza. È anche questo. Ma c’è pure, probabilmente, un ben preciso segnale nei confronti delle sfide della leadership turca alle posizioni politiche e strategiche statunitensi e atlantiche. Come suggerisce un recente focus dell’Ispi, è possibile che la strategia di Biden sia basata su un convincimento: «Che la Turchia, in questo momento, abbia bisogno degli Stati Uniti più di quanto gli Stati Uniti abbiano bisogno della Turchia». E aggiunge: «È quindi il momento giusto per rimettere in riga un alleato riottoso, bisognoso del sostegno occidentale anche per calmare il nervosismo dei mercati a motivo delle sempre più evidenti difficoltà della lira turca».

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Mourinho alla Roma ritrova 4 giocatori: ecco chi ha già allenato (Skysport 06.05.21)

Con l’approdo alla Roma, Mourinho ritroverà 4 giocatori che ha già allenato in passato: due allo United, Smalling e Mkhitaryan, oltre a Santon ai tempi dell’Inter e Pedro, voluto al Chelsea e allenato poi per poche settimane a causa dell’esonero. Qual è il rapporto tra il portoghese e i 4 oggi in giallorosso?

HENRIKH MKHITARYAN. Partiamo dall’armeno che, tra i 4, è sicuramente quello che ha avuto il rapporto più complicato con Mourinho. Il giocatore si unisce al Manchester United nell’estate 2016, proprio in concomitanza dell’arrivo dello Special One. Il portoghese non lo schiera quasi mai dal primo minuto nei primi mesi – anche per via di qualche problema fisico -, ma alla fine Mkhitaryan riesce a conquistare la fiducia e diventa titolare nella seconda metà di stagione…

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Terra Santa: Custodia di Terra Santa, scambio di auguri pasquali con le chiese ortodosse (SIR 06.05.21)

Il 4 maggio il Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton, insieme al Vicario Custodiale, padre Dobromir Jasztal e ad una delegazione di frati francescani, si è recato al Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme per il tradizionale scambio di auguri pasquali con il patriarca Patriarca Teofilo III. Gli ortodossi hanno celebrato la Pasqua il 2 maggio. Padre Patton, riferisce la Custodia, nel suo discorso di auguri, ha richiamato il tema dell’unità: “Quando tra di noi c’è cooperazione, mostriamo a tutti che siamo un solo Corpo e che possiamo essere testimoni di riconciliazione e di pace”. In questo senso, secondo il Custode, un esempio di unità è la comunità cristiana del Santo Sepolcro, composta da rappresentanti della comunità cattolica, greco-ortodossa e armena.  Anche il Patriarca Teofilo III ha parlato della comunità del Santo Sepolcro e di quanto sia fondamentale lo Status Quo per mantenere in autonomia la vita nella Basilica. Proprio il Santo Sepolcro testimonia il carattere speciale di Gerusalemme e la sua Patriarcato Etiope ortodosso nella Città Vecchia di Gerusalemme. Il 5 maggio la delegazione della Custodia di Terra Santa si è invece recata al Patriarcato Siriaco Ortodosso, accolta dall’arcivescovo Gabriel Daho e successivamente al Patriarcato Copto Ortodosso. A riceverla l’arcivescovo Anba Antonios.

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Nell’Armenia del dopoguerra, i legislatori prendono di mira la libertà di stampa (Globalvoices 05.05.21)

Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese su OC MEDIA [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione]. Pubblichiamo, in questa sede, previo accordo di partenariato sul contenuto, una versione modificata.

Il 7 febbraio, Victoria Andreasyan, una giornalista che lavora per Infocom, ha visitato la provincia armena del Syunik per trattare le storie degli abitanti che vivono vicino al confine con l’Azerbaigian. Quando lei e il suo cameraman hanno raggiunto l’ingresso del villaggio di confine di Shurnukh, sono stati fermati a un posto di blocco.

“Le truppe di confine ci hanno detto che è necessario un permesso dal National Security Service (NSS) per entrare nel villaggio” ha raccontato Andreasyan a OC Media. Tre giorni dopo la trasferta della giornalista, il NSS ha annunciato [hy] che i giornalisti avrebbero avuto bisogno di un’autorizzazione per lavorare nelle aree di confine.

Dopo alcune trattative, il team di Andreasyan ha ottenuto l’accesso, ma “è stato impedito loro di parlare con i residenti e di girare dei video”, ha raccontato la giornalista.

L’esperienza di Andreasyan non è unica. Sin dalla firma dell’accordo di pace tripartito del 9 novembre 202o, che ha segnato la fine della seconda guerra Nagorno-Karabakh, il lavoro dei giornalisti in Armenia è stato gettato nello scompiglio da nuovi e spesso vaghi regolamenti e leggi.

Nel 2021, due diversi progetti di legge sulla libertà di parola e sulla stampa sono stati presentati al parlamento armeno. Il primo [hy] prevede un aumento di cinque volte delle multe per “ingiurie e diffamazione” – rispettivamente, 5 milioni di dracme (9500 dollari) e 10 milioni di dracme (19.000 dollari) – e ha già superato la sua prima udienza in parlamento. Il secondo progetto [hy] propone di multare fino a 500.000 dracme (1000 dollari) gli organi di stampa che citano come fonti siti o account di social media la cui proprietà non è pubblicamente nota.

Quest’ultimo è ampiamente considerato una risposta alla crescente popolarità dei canali Telegram anonimi durante e dopo la guerra, alcuni dei quali erano tendenzialmente a favore dell’opposizione e pubblicavano occasionalmente disinformazione anti-governativa che veniva poi ripresa dai media dell’opposizione.

Una terza bozza di legge, proposta dal General Prosecutor Office armeno, ma non ancora presentata in parlamento, renderebbe illegale “insultare o diffamare una persona in servizio pubblico in relazione al suo esercizio di funzioni ufficiali.” Le persone giudicate colpevoli rischierebbero una multa fino a 3.000.000 dracme (6300 dollari) o la reclusione fino a due anni.

Numerose organizzazioni armene di vigilanza dei media, tra cui il Media Initiatives Centre, hanno rilasciato [hy] una dichiarazione congiunta denunciando il disegno di legge come “una logica continuazione di una serie di iniziative legislative introdotte dalle autorità negli ultimi mesi” che “prevedono restrizioni inaccettabili alla libertà di espressione.”

“È impossibile ignorare il fatto che gli ufficiali e i politici spesso percepiscano le critiche obiettive dei media come insulti, diffamazione, e provino a vendicarsi attraverso i tribunali” si può leggere nella dichiarazione.

Shushan Doydoyan, presidente del Freedom of Information Center e professoressa associata di Giornalismo alla Yerevan State University, ha raccontato a OC Media che crede che queste leggi si ritorceranno contro i legislatori se saranno approvate.

“La società chiede informazione, e troverà dei modi per soddisfare questa richiesta” ha detto. “Se ai giornalisti è vietato creare storie di qualità, il divario verrà riempito da pettegolezzi e falsità.”

Gegham Vardanyan, caporedattore di Media Initiatives Centre, una ONG che si occupa di alfabetizzazione mediatica, ha dichiarato a OC Media che le leggi creerebbero solo un ambiente mediatico più ostile. “Alcuni anni fa, perfino la Corte Costituzionale ha raccomandato i tribunali di evitare di applicare le ammende massime in quanto potrebbe essere vista come una pressione sui media” ha aggiunto.

Una conseguenza della guerra

Il cambiament0 improvviso nel panorama mediatico armeno è iniziato con l’introduzione della legge marziale, il 27 settembre, il primo giorno di guerra tra Armenia e Azerbaigian. Sotto la legge marziale, ai giornalisti armeni era proibito criticare le azioni degli ufficiali di stato o il comportamento dell’esercito dell’Armenia.

Secondo le forze dell’ordine armene, 13 organi di stampa e 62 individui sono stati multati [hy] prima che le restrizioni alla pubblicazione fossero ritirate [hy] il 2 dicembre. Mentre le restrizioni erano in atto, circa 600 giornalisti stranieri hanno ricevuto l’autorizzazione dalle autorità armene e del Nagorno-Karabakh per documentare nel Nagorno-Karabakh. Solo il permesso di un giornalista è stato sospeso [ru] – quello di Ilya Azar che ha pubblicato un resoconto fortemente critico dei militari armeni nella rivista indipendente russa Novaja Gazeta.

Dopo la guerra, Karen Harutyunyan, caporedattore di CivilNet, ha aspramente criticato le restrizioni imposte ai giornalisti durante la guerra, che hanno generato dei reportage che hanno solo “ulteriormente indebolito il già confuso senso della realtà del pubblico.”

“L’evolversi dei 44 giorni di guerra ha mostrato che se il lavoro dei giornalisti non fosse stato ostacolato, il paese avrebbe subito molti meno danni e tragedie” ha scritto.

Dopo la fine della guerra, il Ministero della Difesa dell’Armenia sembra aver mantenuto una relazione tesa con i media – in particolare attraverso il silenzio. Numerose organizzazioni [hy] mediatiche [hy] riferiscono che le loro richieste di libertà di informazione fatte al Ministero della Difesa sono state rifiutate sulla base del fatto che le informazioni richieste erano un “segreto di Stato”, anche quando si trattava di qualcosa di basilare come il numero dei soldati armeni morti, feriti, e dispersi.

In definitiva, Shushan Doydoyan ha detto che teme che il degrado dell’ambiente informativo del dopoguerra e la censura avventata del governo minacci la libertà dei media, qualcosa che “l’Armenia ha guadagnato con enorme sforzo nel corso degli anni.”

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Il genocidio armeno e l’ombra turca: a cosa stiamo preparando l’Europa? (L’occidentale 05.05.21)

A volte la memoria collettiva viene sottoposta ad uno sforzo per poter ricordare fatti tragici che, per un motivo o per un altro, non fanno più parte della nostra quotidianità. Tutti noi abbiamo ben presente “l’Olocausto” ovvero lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Tale tragico evento, svoltosi negli anni più cruenti del dominio nazista sull’intera Europa, ha lasciato un segno profondo nella memoria di tutti e nessuno ha bisogno di alcuna sollecitazione per ricordarne la storia.

La stessa cosa non è avvenuta per altri eventi tragici che pure hanno colpito intere popolazioni. Tra queste è tornata alla ribalta nelle scorse settimane quella relativa allo sterminio degli Armeni dal momento che, il 24 aprile, il presidente americano Biden, primo presidente a farlo, ha riconosciuto pubblicamente il genocidio degli armeni. Questa mossa del presidente Biden ha, ovviamente, scatenato le pesanti reazioni del governo di Ankara.

In precedenza, nel 2015, anche il Parlamento Europeo aveva riconosciuto il genocidio degli armeni posto in essere da parte dell’Impero Ottomano. Tale evento, in gran parte sconosciuto agli europei, andrebbe approfondito proprio in virtù della possibilità che la Turchia possa un giorno entrare a far parte dei paesi della Comunità Europea. E non solo. Infatti, in un paese come la Germania, cuore pulsante della Comunità Europea, la presenza di popolazione turca o di origine turca è notevole. Si stimano circa 3 milioni di turchi “diretti” ma il numero aumenta notevolmente se si considerano i tedeschi di origine turca. Infatti, se si considera che i primi flussi di lavoratori turchi iniziarono nel 1961 si può ben comprendere come ci si possa trovare di fronte già alla seconda o terza generazione.

Stime recenti parlano di una popolazione di origine turca presente in Germania che varia tra una percentuale tra il 5% e il 9% dell’intera popolazione residente. E’ a tutti palese come oramai tale etnia abbia un peso rilevante anche sulla politica interna tedesca e non solo in quella. Proprio per questo motivo reputo fondamentale dover conoscere la storia completa del genocidio degli armeni poiché, per alcuni aspetti, il tema ci dovrebbe far riflettere molto.

Innanzitutto partiamo da una precisazione. Come già accennato, il presidente Biden ha riconosciuto il genocidio degli armeni nel suo 106° anniversario. Da questo “errore” dovrebbe partire la nostra ricostruzione.

Infatti, quello che viene solitamente riconosciuto come genocidio degli armeni riguarda esclusivamente i tragici eventi che si susseguirono tra il 1915 e il 1916 in tutto il territorio ottomano. Purtroppo, invece, lo sterminio degli armeni abbraccia un periodo molto più lungo della storia di questo popolo.

La tragedia armena inizia infatti con i cosiddetti “massacri hamidiani”, perpetrati tra il 1894 e il 1896, e si conclude con le azioni di annientamento poste in essere tra il 1919 e il 1924.

Per capire il perché sia iniziata tale persecuzione bisogna fare un passo indietro nell’analisi della storia di questo secolare impero. L’impero ottomano nel corso del diciannovesimo secolo visse sconvolgimenti che misero a rischio la sua esistenza. Sul versante europeo aree sempre più vaste dell’impero venivano interessate da movimenti di liberazione nazionale o da invasione dei paesi cristiani confinanti.

Tale situazione causò un processo migratorio verso la parte asiatica dell’impero di tutta la popolazione mussulmana che veniva scacciata dalle aree che man mano l’impero perdeva. Questo flusso migratorio iniziò a rompere gli equilibri interni che per secoli furono alla base della prosperità dell’impero ottomano determinando, tra l’altro, il fatto che l’elemento cristiano venne ad essere considerato sempre di più un corpo estraneo all’interno dell’impero.

Tanto fu che, a partire dal febbraio 1894 nella città di Yozgat e fino al settembre 1986 nella città di Egin, furono registrati massacri in quasi una trentina di capoluoghi di provincia dell’impero, oltre ad un numero imprecisato di centri minori, che causarono tra i duecentomila e i trecentomila morti.

I massacri furono compiuti da militari e civili turchi con l’aiuto di gran parte della popolazione curda. La popolazione armena fu in questo periodo oggetto di depredazioni senza alcun limite oltre che di conversioni forzate alla religione islamica.

Il risultato di questi massacri fu quello di indurre un notevole numero di armeni a trasferirsi fuori dalla Turchia per poter conservare sia il proprio credo religioso che la propria vita. Dopo tali massacri, per quasi 20 anni, la situazione tornò ad essere quasi normale, se per normale vogliamo intendere che la popolazione armena, considerata di serie “C”, era sottoposta a continue angherie sia da parte dei turchi che dei curdi.

La scintilla del nuovo dramma furono gli eventi della prima guerra mondiale che videro l’Impero Ottomano schierato al fianco di Germania e Impero Austroungarico. Durante tale guerra la popolazione armena fu considerata, anche a causa del proprio credo religioso, dal governo ottomano come una potenziale nemica interna e ancor di più un comodo capro espiatorio per le sconfitte maturate nei confronti dell’esercito imperiale russo.

Tale atteggiamento portò inizialmente a disarmare e poi eliminare fisicamente tutti i soldati dell’esercito ottomano di origine armena. Ma la vera misura, che possiamo considerare il preludio al massacro, fu la deportazione di tutta la popolazione armena messa in atto a partire dal mese di aprile 1915. In ogni città o villaggio interessato alla deportazione la popolazione armena, con poche ore di preavviso, fu trasferita verso le aree interne dell’Anatolia. Purtroppo durante lo spostamento gli armeni furono oggetto di aggressioni, rapine e uccisioni. Le case furono completamente spogliate dei beni contenuti e molte donne e bambini furono rapiti o per essere convertiti o per subire violenze sessuali.

Solo per far comprendere il clima di quei giorni si riporta la notizia che un generale turco ammonì i propri sottoposti dicendo che chiunque avesse fornito assistenza o rifugio agli armeni sarebbe stato impiccato e la sua casa sarebbe stata bruciata.

Il numero preciso dei morti resta ancora dibattuto ma la stima più accreditata è quella di circa un milione di morti nel biennio 1915/1916.

Purtroppo per il popolo armeno le persecuzioni non finirono qui. E non solo per loro. Negli anni successivi alla prima guerra mondiale l’odio dei turchi iniziò sempre di più a focalizzarsi su tutte le popolazioni non mussulmane. Pertanto agli armeni si associarono anche i greci e gli assiri. Tutti uniti da un unico legame: essere cristiani.

Lo smembramento dell’impero scatenò un odio senza limiti verso tutti coloro che a torto o a ragione furono considerati, direttamente o indirettamente, coinvolti nelle sconfitte militari. Odio alimentato anche dal nazionalismo turco nato nel momento più tragico della storia dell’impero ottomano. Infatti, l’impero ottomano, che dopo questi anni si ridusse alla sola Turchia, si trovò soggetta a invasioni straniere che misero a serio rischio anche la sopravvivenza di tale entità.

Fu così che negli anni tra il 1919 e il 1924 si consumò l’ultima parte della tragedia armena anche se, questa volta, furono in compagnia delle altre popolazioni cristiane.

Anche in questi anni si susseguirono deportazioni, massacri, stupri, rapimenti e conversioni forzate. Tra le tante cose, molto probabilmente, l’eredità peggiore che tale genoa noi europei fu l’esempio che fu dato ai molti ufficiali tedeschi presenti durante tale sterminio. Ma questo è un altro tema.

Quello che oggi a noi più deve interessare è che tale sterminio ebbe alla base una motivazione di carattere religioso e che oggi tale contrapposizione potrebbe essere non del tutta sopita. E nel momento in cui la politica di accoglienza in Europa viene a determinare una presenza turca e quella di altri popoli mussulmani non costruita sul reciproco rispetto si rischia solamente di immettere nel cuore del nostro continente una bomba ad orologeria.

Mi limiterò a citare i risultati di uno studio condotto in Germania secondo il quale quasi la metà dei tre milioni di turchi che vivono in Germania crede che sia più importante rispettare la legge islamica della Sharia piuttosto che la legislazione tedesca, se esse si contraddicono. (“Integrazione e religione dal punto di vista dei turchi che vivono in Germania” – Integration und Religion aus der Sicht von Türkeistämmigen in Deutschland – è stato realizzato dal Dipartimento di Religione e Politica dell’Università di Münster).

A cosa stiamo preparando l’Europa?

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Cittadinanza onoraria per Arslan e Akcam (La Nuova Ferrara 05.05.21)

«Ferrara omaggia due autori coraggiosi, che hanno dato voce e prova storica a un capitolo terribile della storia del ’900: il genocidio armeno, contro ogni negazionismo e contro chi vorrebbe tacere gli orrori della storia». Così il sindaco Alan Fabbri nel giorno in cui la giunta – su sua proposta – ha approvato la delibera per il riconoscimento della cittadinanza onoraria ad Antonia Arslan e a Taner Akcam, lo storico turco, esule, che ha dimostrato il genocidio armeno con prove raccolte nel suo libro da poco tradotto in italiano. «A entrambi va la mia stima e la mia ammirazione», ha ribadito il primo cittadino.

L’iniziativa era stata annunciata da Fabbri nei giorni scorsi, ed è emersa nel contesto della sua risposta all’ambasciatore turco Murat Salim Esenli che chiedeva di “correggere” e di “riconsiderare la posizione” in ordine a un’iniziativa promossa al Teatro comunale di Ferrara il 24 aprile – con, tra gli altri, Antonia Arslan –, dal titolo Metz Yeghern. Il genocidio degli armeni tra memoria, negazioni e silenzi».

«Omaggiamo due autori e studiosi che, dando voce alla storia e con lo sguardo obbiettivo del ricercatore attento e scrupoloso, hanno fatto della verità storica la loro missione, combattendo così chi – ancora oggi – vuole negare l’evidenza e oscurare la memoria di 1milione e 500mila vittime – dice il sindaco –. Siamo felici e convinti di questa scelta e pronti ad accogliere Antonia Arslan, Taner Akcam e l’ambasciatore della Repubblica d’Armenia Tsovinar Hambardzumyan che in questi giorni, con una lettera, ha fatto sentire a Ferrara la vicinanza del popolo armeno e l’apprezzamento per le nostre scelte».

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Azerbaigian libera 3 soldati armeni catturati dopo accordo trilaterale (Askanews 05.05.21)

Roma, 5 mag. (askanews) – L’Azerbaigian ha rilasciato tre militari dell’Armenia in conformità con la politica umanitaria del presidente azerbaigiano Ilham Aliyev, lo annuncia l’agezia Trend.

I tre militari armeni sono Rovert Vardanyan, Samvel Shukhyan e Seyran Tamrazyan, disarmati in Karabakh dopo la firma della dichiarazione trilaterale del 10 novembre 2020. Queste persone sono state trasportate da Baku a Yerevan su un aereo militare, accompagnate dal comandante delle forze di pace russe Rustam Muradov.

Nonostante l’indagine abbia confermato che si tratta di personale militare dell’Armenia, il loro coinvolgimento in attività criminali, comprese le operazioni che hanno provocato la morte o il ferimento di militari o civili azerbaigiani, non è stato stabilito.

L’Azerbaigian lamenta che dalla parte armena non sia arrivata una mossa analoga e non sono stati ancora trasferite all’Azerbaigian le mappe dei campi minati dei territori liberati, e le mine che ha installato hanno provocato la morte e il ferimento di civili e militari. Inoltre, riferisce una nota dell’ambasciata azerbaigiana in Italia, l’Armenia non fornisce informazioni sugli oltre 4.000 cittadini azerbaigiani scomparsi durante la prima guerra del Karabakh e sui cittadini dell’Azerbaigian che erano in prigionia durante la prima guerra del Karabakh.

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