Patriarca armeno di Turchia critica il Congresso Usa per avere riconosciuto il genocidio del 1915 (Il Messaggero 18.12.19)

Città del Vaticano – Dopo avere letteralmente benedetto i soldati turchi prima dell’invasione della Siria in territorio curdo per l’operazione militare Primavera di Pace (che ha visto l’utilizzo anche di armi non convenzionali), il neo eletto patriarca armeno di Costantinopoli, Sahak Masalyan è di nuovo tornato a fare discutere. Stavolta per avere aspramente criticato il Congresso americano che ha appena approvato (dopo diverse traversie) una mozione che riconosce il genocidio armeno costato la vita a un milione e mezzo di cristiani armeni nel 1915 a causa di un piano di sterminio programmato dal governo ottomano di allora.

«Ci addolora vedere gli eventi capitati agli armeni 100 anni fa su queste terre, trasformati in strumenti di pressione economica, politica o strategica da parte dei Parlamenti di altri Stati. Riteniamo che questo conduca a una situazione che si rivolta in maniera inappropriata contro i nostri antenati».

Il Patriarca armeno (la cui elezione è stata a dir poco controversa spaccando la minuscola comunità armena che ancora oggi sopravvive in Turchia) ha sottolineato che i parlamenti che nel mondo riconoscono la verità storica di quello che è avvenuto nel 1915 in Turchia dovrebbero pensare ad altro, visto che hanno «il compito istituzionale di approvare leggi e risoluzioni, e questo non comporta nessun coinvolgimento da parte delle comunità e delle autorità ecclesiali armene».

Secondo diversi media locali il patriarca avrebbe anche affermato che le relazioni tra la Turchia e l’Armenia (già oggi ai minimi storici o quasi inesistenti) potrebbero avere ulteriori contraccolpi negativi proprio per la recente mozione adottata dal Congresso americano. In Turchia esiste ancora un articolo del codice civile che punisce con l’arresto coloro che parlano apertamente di ‘genocidio’ riferendosi ai fatti storici del 1915.

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Il nuovo Patriarca armeno: la questione del Genocidio armeno strumentalizzata per strategie economico-politiche (Fides 17.12.19)

Istanbul (Agenzia Fides) – “Ci addolora vedere gli eventi capitati agli armeni 100 anni fa su queste terre, trasformati in strumenti di pressione economica, politica o strategica da parte dei Parlamenti di altri Stati. Riteniamo che questo conduca a una situazione che si rivolta in maniera inappropriata contro i nostri antenati”. Lo ha detto il nuovo Patriarca armeno di Costantinopoli, Sahak II Machalyan, nelle prime dichiarazioni pubbliche diffuse dalla stampa turca dopo la sua elezione patriarcale e con evidente riferimento alla risoluzione approvata giovedì 12 dicembre dal Senato USA che ha riconosciuta il carattere genocidario dei massacri di armeni perpetrati durante la Prima Guerra Mondiale nei territori della Penisola anatolica.
I media nazionali danno ampio spazio alla netta presa di posizione da parte del nuovo Patriarca, proposta come un tratto di forte connotazione dei primi passi del suo nuovo mandato ecclesiale. In un’intervista rilasciata a Sabah, subito dopo il voto del Senato USA, il neoeletto Patriarca armeno aveva minimizzato: “Queste cose non vanno prese troppo sul serio” aveva detto Sahak II, facendo notare che i parlamenti hanno il compito istituzionale di approvare leggi e risoluzioni, e questo non comporta nessun coinvolgimento da parte delle comunità e delle autorità ecclesiali armene. Nel contempo, il Patriarca ha comunque suggerito che le campagne di mobilitazione sul riconoscimento del Genocidio armeno fanno parte di strategie più ampie, e vengono usate come strumenti di pressione geopolitica.
“Avremmo voluto” ha aggiunto il nuovo Patriarca “che gli eventi vissuti su queste terre fossero trattati dalle persone che vivono in queste terre; avremmo voluto il miglioramento delle relazioni tra Turchia e Armenia. E che le due parti potessero dialogare tra loro. È proprio perché le due parti non parlano tra loro che altri Paesi, dell’altra sponda dell’Atlantico, si arrogano il diritto di immischiarsi in queste vicende”.
In altre dichiarazioni rilanciate negli ultimi due giorni dai media turchi, Sahak II ha richiamato la condizione singolare vissuta dagli armeni In Turchia, che in parte li differenzia dal resto delle comunità armene sparse nel mondo, anche riguardo alla memoria dei sanguinosi eventi del 1915. “Come armeni” ha detto il Patriarca di Costantinopoli “siamo integrati in Turchia e abbiamo legato il nostro avvenire con quello della Turchia. Siamo in armonia con tutte le componenti di questa nazione”. La scelta di vivere in Turchia – ha riconosciuto Sahak – comporta un modo particolare di vivere la memoria dei fatti di sangue vissuti dagli armeni nella Penisola anatolica (eventi che il Patriarca non definisce mai pubblicamente con l’espressione “Genocidio”). “Abbiamo vissuto il trauma del 1915” sottolinea Sahak II “e l’abbiamo superato in qualche modo, continuando a vivere qui. E naturalmente gli sviluppi politici registrati al di fuori della comunità armena della Turchia ci riguardano. E l’eccitazione provocata in Turchia ha come effetto quello di fomentare odio”. (GV) (Agenzia Fides 17/12/2019).

Cosa c’è dietro le scintille fra Ankara e Washington (Formiche.it 17.12.19)

La settimana scorsa la commissione Esteri del Senato Usa ha dato il proprio via libera all’imposizione di sanzioni contro Ankara, in risposta all’acquisto dei sistemi di difesa aerea russi S-400. Inoltre il Senato ha votato una risoluzione per riconoscere come “genocidio” il massacro degli armeni del 1915. La risposta della Turchia non si è fatta attendere

Fine d’anno con scintille fra Turchia e Stati Uniti. In pochi giorni a Washington è andata in scena una doppietta che ha irritato non poco la Mezzaluna. La settimana scorsa, la commissione Esteri del Senato Usa ha dato il proprio via libera all’imposizione di sanzioni contro Ankara, in risposta all’acquisto dei sistemi di difesa aerea russi S-400. Pochi giorni dopo il Senato ha votato una risoluzione per riconoscere come “genocidio” il massacro degli armeni del 1915.

La reazione della Turchia non si è fatta attendere. Ankara ha minacciato di chiudere la base di Incirlik, nel sud-est del Paese e particolarmente strategica per la sua posizione geografica, ma soprattutto contenente materiale Nato fra cui una cinquantina di testate nucleari di vecchia generazione.

Alla fine della scorsa settimana la notizia aveva iniziato a circolare sui principali mezzi di informazione turchi, fino a quando, due giorni fa, a minacciare questo provvedimento, è stato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in persona.

“Se si renderà necessario per noi fare questo passo, avremo certamente l’autorità necessaria a farlo. Se necessario, chiuderemo Incirlik” ha detto Erdogan durante una intervista televisiva quando gli si è chiesto di commentare le decisioni del Senato Federale. Il presidente turco ha aggiunto che potrebbe essere chiusa anche la base radar di Kurecik.

Sembra insomma che il 2019 si chiuda con presupposti per il 2020 tutto fuorché pacifici. Di certo diversi dal clima di grande cordialità e sinergia che aveva caratterizzato la visita del presidente Erdogan a Washington lo scorso novembre.

“L’affare S-400″ ormai si trascina da mesi, da quando la Russia ha iniziato a consegnare alla Turchia le testate missilistiche che sono state impiantate sul territorio di un Paese che è membro della Nato. Washington ha reagito estromettendo Ankara dal programma F-35, i caccia da guerra di ultima generazione, nonostante il governo guidato da Erdogan abbia più volte assicurato che i due sistemi non sarebbero entrati in conflitto fra di loro.

Il prossimo anno potrebbe segnare un punto di non ritorno fra i due Paesi. La Turchia ha da tempo annunciato l’intenzione di acquistare nuovi caccia da guerra. Il presidente americano Trump è convinto che i prescelti potrebbero essere gli F-35, ma da Mosca è arrivata un’offerta che potrebbe rivelarsi molto allettante per Ankara, intenzionata a creare una sua industria di difesa: l’acquisto di nuovi missili e caccia da guerra con una parte delle testate prodotta in Turchia.

La scelta di questa seconda opzione potrebbe provocare una frattura con gli Usa senza precedenti.

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Karabakh, la piccola svolta del 2019 (Osservatorio Balcani e Caucaso 16.12.19)

Il conflitto in Nagorno Karabakh dura da oltre un quarto di secolo ma quest’anno sembra essere arrivato ad un punto di svolta, grazie alla Rivoluzione di Velluto armena. Un’analisi

16/12/2019 –  Marilisa Lorusso

Il conflitto del Nagorno Karabakh è il più lungo nella storia dell’ex Unione Sovietica. Iniziato con scontri azero-armeni in Azerbaijan quando ancora doveva crollare il muro di Berlino si trascina ancora oggi. Sfociato in guerra sanguinosa, sopita ma non conclusa con il cessate il fuoco del 1994, ha un volto de jure e uno de factoDe jure alle due repubbliche federate socialiste sovietiche di Armenia e Azerbaijan sono succeduti i due stati indipendenti omonimi, riconosciuti internazionalmente nei confini dei precedenti sovietici. De facto però c’è anche il Nagorno-Karabakh – nei confini dell’ex regione autonoma dell’Azerbaijan più una cintura di sicurezza che sottrae ulteriore sovranità a Baku – entità però non riconosciuta da nessuno.

Nel 2016 dopo anni di progressivo surriscaldarsi del conflitto tornò la guerra e con essa uno spostamento, seppur minimo, della linea di contatto fra gli eserciti a favore dell’Azerbaijan, che cominciò quindi a riguadagnare terreno. Si ruppe un equilibrio costruito intorno alla percezione che la linea del ’94 fosse consolidata e mutabile solo per mezzi non militari. Nel 2018 si ruppe un secondo punto di equilibrio: l’immutabilità della situazione sul terreno era data anche dalla continuità dei negoziatori. E in Armenia con la Rivoluzione di Velluto sono cambiate le carte in tavola.

Armenia e Karabakh, i gemelli diversi

La Rivoluzione di Velluto ha portato al governo dell’Armenia per la prima volta in vent’anni un non-Karabakhi, e per la prima volta nella storia della repubblica un politico che non si è formato al fronte combattendo contro gli azeri, ma in Armenia combattendo contro il proprio governo. Nikol Pashinyan rappresenta una figura di rottura che vuole dare un segno di discontinuità rispetto alle scelte dei governi precedenti anche per quanto riguarda la soluzione politica per il Karabakh. Insomma, una rivoluzione – sempre di velluto e non violenta – anche per la questione più scottante della politica estera/quasi interna dell’Armenia.

La svolta è arrivata con una dichiarazione importante: Pashinyan ha dichiarato che la soluzione dovrà essere accettabile per gli armeni, per i karabakhi, e per gli azeri. Un’affermazione importante e inedita per un leader armeno che non viene ricambiata da Baku e che gli ha causato non poche critiche internamente.

La Rivoluzione di Velluto è rimasta tra l’altro circoscritta all’Armenia e non si è estesa al Karabakh, dove rimangono forti i legami  con la vecchia leadership armena e alla linea dettata da quest’ultima.

Ad agosto Pashinyan ha sentito l’esigenza di rinsaldare il rapporto fiduciario con il Karabakh, che ha preso il nome secessionista di Artsakh, dichiarando durante una visita nel paese de facto: “L’Artsakh è Armenia, punto”. Ne è seguita una bomba diplomatica: la leadership azera che aveva adottato per un certo periodo una tattica attendista e che aveva poi cautamente aperto all’eventualità che si potessero creare nuovi spazi di negoziazione ha dimostrato tutto il proprio sdegno dichiarando che con queste premesse si tornava alle posizioni pre-rivoluzionarie. Una serie di dichiarazioni massimaliste incrociate è parsa effettivamente far precipitare nuovamente la situazione nel quadro di non-negoziabilità che ne ha fatto un conflitto così protratto. Ma non è proprio così.

Gli spazi per i negoziatori

I co-presidenti del Gruppo di Minsk hanno infatti cercato di non perdere l’occasione offerta dal grande spiraglio negoziale che non si presentava da più di vent’anni: a Yerevan siede un politico che ha una rinnovata volontà di investire energie nella risoluzione del conflitto, che non deve il proprio insediamento al passato bellico, e che ha – cosa fondamentale – una grande popolarità, requisito fondamentale per cominciare a fare serpeggiare nell’opinione pubblica una forma di accettazione di concessioni necessarie per un compromesso.

Attivissima la Russia che ha una posizione ambigua e versatile rispetto alla questione del Karabakh. Non è politicamente equidistante fra le parti perché è alleata e garante della sicurezza armena, ma ha mantenuto una grande cautela per quanto riguarda le relazioni con il Karabakh. E come è garante dell’Armenia è in qualche modo anche garante delle negoziazioni fra le parti. La cessazione delle ostilità è ancora oggi basata sull’accordo del 1994, firmato con diretto intervento russo. La Dichiarazione di Mosca del 2008 sulla risoluzione del conflitto è ad oggi l’unico documento che porta le firme dei due presidenti armeno e azero.

Nel 2016 era stata la Russia a convocare i Capi di Stato Maggiore azero e armeno a Mosca per garantire la fine delle ostilità, ed è a Mosca che nel 2019 si è tenuto uno degli incontri – ormai piuttosto cadenzati – fra i ministri degli Esteri armeno e azero. Sarebbe stato – stando alle dichiarazioni del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov – durante questo incontro che, alla presenza dei co-presidenti del Gruppo di Minsk si sarebbe concordato un documento non ufficiale ma “specifico” che segna una svolta importante.

La svolta di fine anno

Il documento del 2019 non è pubblico e il suo contenuto può essere ricostruito solo seguendo le dichiarazioni e le misure che a spizzichi e bocconi emergono. Riguarderebbe scambi umanitari, inclusi i rimpatri delle salme, dei prigionieri di guerra, e contatti fra esponenti della stampa dei due paesi e dei cittadini. E che sia un documento già in fase di implementazione si deduce dal fatto che nella seconda metà di novembre sono cominciate a girare indiscrezioni su una visita incrociata di giornalisti armeni in Azerbaijan e vice versa. L’agenda della visita sarebbe mantenuta segreta per tutelare la sicurezza e l’identità dei partecipanti allo scambio, il che dà la misura del livello di conflittualità fra le comunità coinvolte.

La conferma è poi arrivata dai ministeri degli Esteri: le delegazioni si sono incontrate a Tbilisi, alla stessa ora di sera hanno attraversato i confini georgiano-armeno e georgiano-azero e partendo quindi dal territorio georgiano hanno compiuto i due tour. Per la delegazione di giornalisti azeri la visita si è estesa al Karabakh, per quella armeno-karabakhi oltre Baku, Quba e Ganja c’è stato l’incontro con la rappresentanza degli azeri sfollati dal Karabakh.

La svolta politica rimane comunque lontana: non è scontata, non è nemmeno davvero immaginabile dal ginepraio delle proposte, dei veti incrociati che hanno proliferato in questa negoziazione che pare eterna. Ma questo è stato l’anno di nuovi protagonisti, sia ai vertici sia a livello di società civile, con un processo che faticosamente diventa più inclusivo. Nuovi protagonisti, nuove narrazioni, nuovi interpreti possono voler dire una presa di responsabilità più condivisa e più consapevole.

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Genocidio dei nativi americani, Erdogan minaccia il riconoscimento da parte della Turchia (Sputniknews 16.12.19)

La scorsa settimana il Senato USA ha approvato una risoluzione per il riconoscimento del genocidio armeno.

Il presidente turco ha avvertito gli Stati Uniti d’America che il governo di Ankara potrebbe approvare una mozione per il riconoscimento delle stragi di massa perpetrate ai danni dei nativi americani durante il periodo coloniale, dopo che la stessa etichetta è stata applicata ai crimini compiuti dall’Impero Ottomano nei confronti degli armeni durante la Prima guerra mondiale.

“Dovremmo mostrare la nostra contrarietà replicando decisioni come la vostra in Parlamento, ed è quello che faremo – ha spiegato Erdogan, riferendosi al voto di giovedì scorso al Senato di Washington – Si può parlare degli Stati Uniti senza menzionare gli indiani? E’ un momento vergognoso della storia americana”.

Lo scorso giovedì il Senato americano ha adottato una risoluzione sulla necessità di riconoscere e ricordare ufficialmente il genocidio degli armeni, invitando al contempo le autorità statunitensi a prevenire la sua negazione o quella di altri crimini contro l’umanità.

Il giorno successivo il ministero degli Esteri turco ha convocato l’ambasciatore degli Stati Uniti nel paese per chiedere spiegazioni in merito alla recente decisione del Senato americano di riconoscere il genocidio armeno.

Il riconoscimento del genocidio armeno è un ostacolo nelle relazioni della Turchia con diversi Paesi, tra cui l’Italia e gli Stati Uniti, in cui una risoluzione analoga è stata adottata in ottobre dalla stragrande maggioranza della Camera dei Rappresentanti. La risoluzione è stata introdotta al Congresso a seguito del forte peggioramento delle relazioni di Washington con Ankara per l’operazione militare della Turchia in Siria.

Il genocidio dei nativi americani

Si ritiene che tra i 55 e i 100 milioni di nativi morirono a causa dei colonizzatori tra la fine del XV e la fine del XIX secolo come conseguenza di guerre di conquista, perdita del loro ambiente, cambio dello stile di vita e soprattutto malattie contro cui i popoli nativi non avevano difese immunitarie, mentre molti furono oggetto di deliberato sterminio poiché considerati barbari.

Secondo lo studioso Russel Thornton, uno dei massimi esperti in materia negli USA, nel solo nord America un totale di 18 milioni di persone fu sterminato per motivi legati alla discriminazione razziale, etnica e culturale, proprio come nel caso dell’olocausto degli ebrei perpetrato dal regime nazista.

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Un mese dall’acqua granda, nel monastero dell’Isola degli Armeni (nuovaagenzia 15.12.19)

Un mese dopo l’acqua granda che ha colpito Venezia, il racconto di Hamazasp Kechichian dall’Isola degli Armeni dove si trova il monastero mechitarista: «I paramenti inzuppati dall’acqua, gravi danni un po’ ovunque ma la preziosa biblioteca e i tesori del Museo si sono salvati perché sono al primo piano». Video di Carlo Mion per Venetians

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Svolta una conferenza sugli armeni in Calabria (ntacalabria.it 15.12.19)

Si è svolta ieri a Reggio Calabria una conferenza dal tema “gli Armeni in Calabria”. E’ stata organizzata dall’ Associazione Interculturale International House Presieduta dalla Dott.ssa Mariella De Martino. Giornata coadiuvata dalla rappresentante della Comunità Armena in Provincia di Reggio Calabria Tehmine Arshakyan.

GLI OSPITI

La Presidente dell’Associazione Interculturale International House Mariella de Martino ha fatto gli onori di casa. I relatori dell’evento sugli Armeni in Calabria erano:

  • il ricercatore ed esperto della viticultura Orlando Sculli,
  • ricercatore Sebastiano Stranges,
  • il ricercatore e storico Vincenzo De Angelis.

Carmine Verduci, Presidente della Pro-Loco di Brancaleone, ha moderato i lavori. Alla fine dell’incontro, un’ illustrazione complessiva degli eventi come la Giornata in ricordo del genocidio del popolo Armeno. Ogni anno, il 25 Aprile a Brancaleone Vetus, si ricorda questo momento alla presenza di autorità e delegazione Armena.

I CONTENUTI

Gli argomenti trattati sono approdati ancora una volta nella città di Reggio Calabria, rappresentando un ottimo spunto per presentare le eccellenze del territorio dell’area Grecanica e Locridea. A questo evento, dicono gli organizzatori, seguirà in primavera un tour per scoprire la Valle degli Armeni ed i suoi tesori.

Tutto questo rappresenta un percorso iniziato nel 2011. Vede protagonisti la Pro-Loco di Brancaleone e i relatori intervenuti a questa conferenza. Hanno permesso la nascita di un brand turistico che ha coniato un itinerario turistico conosciuto con il nome di “Valle degli Armeni“. Comprende i territori che da Brancaleone abbracciano l’entroterra pre-Aspromontano fino a Capo Bruzzano dove elementi archeologici, toponimi e lasciti culturali, evidenziano la presenza degli Armeni sin dal VIII sec. d.C. .

PROGETTO SUGLI ARMENI IN CALABRIA

Ampia illustrazione è stata data al progetto Kalabria Experience. E’ portato avanti proprio dalla Pro-Loco di Brancaleone che dal 2015 continua la sua mission di promozione e valorizzazione del territorio reggino. Questo ha permesso di far conoscere questa antica civiltà in tutto il mondo .

Un pomeriggio di cultura e di scambio culturale presso la sede di International House di Reggio Calabria. Ha dato spazio al pubblico presente di intervenire ed approfondire le tematiche trattate dagli ospiti.


Gli Armeni in Calabria tra storia tradizione e turismo – FOTO

Si è svolta ieri a Reggio Calabria una conferenza dal tema “Gli Armeni in Calabria” organizzata dall’Associazione Interculturale International House Presieduta dalla dott.ssa Mariella De Martino e coadiuvata dalla rappresentante della Comunità Armena in Provincia di Reggio Calabria Tehmine Arshakyan.

A fare gli onori di casa per il benvenuto e la presentazione degli ospiti, è stata la Presidente dell’Associazione Interculturale International House Mariella de Martino, tra i relatori; il ricercatore ed esperto della viticultura Orlando Sculli, il ricercatore Sebastiano Stranges, il ricercatore e storico Vincenzo de Angelis, a Carmine Verduci, Presidente della Pro-Loco di Brancaleone è toccato moderare i lavori che si sono conclusi con un illustrazione complessiva degli eventi che a Brancaleone si svolgono ormai da anni per il Popolo Armeno, come la Giornata in ricordo del genocidio del popolo Armeno che ogni anno si ricorda il 25 Aprile presso il borgo antico di Brancaleone Vetus alla presenza di autorità e delegazione Armena.

Il tema sugli Armeni di Calabria rappresenta un percorso che dal 2011 vede la Pro-Loco di Brancaleone ed i relatori intervenuti a questa conferenza, protagonisti della nascita di un brand turistico che ha coniato un itinerario turistico conosciuto con il nome di “Valle degli Armeni” che comprende i territorio che da Brancaleone abbracciano l’entroterra pre-Aspromontano fino a Capo Bruzzano dove elementi archeologici, toponimi e lasciti culturali rappresentano un periodo storico compreso tra l’ VIII-IX sec. d.C. che ormai è divenuto una meta molto ambita dal “Turismo Lento e Culturale”.

Si è parlato del progetto Kalabria Experience creato proprio dalla Pro-Loco di Brancaleone, che dal 2015 anno della sua nascita continua la sua mission di promozione del territorio, ispirato dalla ricerca dell’Armenità perduta in Calabria che ha fatto conoscere in tutto il mondo questa civiltà che fino a qualche anno fa non si pensava avesse in qualche modo avuto a che fare con il territorio reggino.

Tra i borghi trattati all’interno dei lavori in primis il borgo di Brancaleone Vetus, Staiti, Bruzzano Vetere e la Rocca degli Armeni, di Ferruzzano ed i Suoi Palmenti rupestri e numerosi luoghi del nostro Aspromonte. Non sono mancate illustrazione di evidenze e similitudini che indicano la presenza degli Armeni in altri territorio Calabrese come ad esempio Zungri in provincia di Vibo Valentia o in altre regioni come Matera in Basilicata e vari siti archeologici in Puglia.

Un pomeriggio di cultura e di scambio culturale che presso la sede di International House di Reggio Calabria ha dato spazio al pubblico presente di intervenire ed approfondire le tematiche trattate.

L’argomento si è affacciato ancora una volta nella città di Reggio Calabria, presentando le eccellenze del territorio dell’Area Grecanica, Area Armena e Locridea. A questo dicono gli organizzatori seguirà in primavera un tour per scoprire la Valle degli Armeni ed i suoi tesori, celati da una storia incredibile ed immersa in un territorio altrettanto incredibile.

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REGGIO – Ieri conferenza sul tema “Gli Armeni in Calabria” (Veritasnews24 14.12.19)

Si è svolta ieri a Reggio Calabria una conferenza dal tema “GLI ARMENI IN CALABRIA” organizzata dall’ Associazione Interculturale International House Presieduta dalla dott.ssa Mariella De Martino e coadiuvata dalla rappresentante della Comunità Armena in Provincia di Reggio Calabria Tehmine Arshakyan.
A fare gli onori di casa per il benvenuto e la presentazione degli ospiti, è stata la Presidente dell’Associazione Interculturale International House Mariella de Martino, tra i relatori; il ricercatore ed esperto della viticultura Orlando Sculli, il ricercatore Sebastiano Stranges, il ricercatore e storico Vincenzo de Angelis, a Carmine Verduci, Presidente della Pro-Loco di Brancaleone è toccato moderare i lavori che si sono conclusi con un illustrazione complessiva degli eventi che a Brancaleone si svolgono ormai da anni per il Popolo Armeno, come la Giornata in ricordo del genocidio del popolo Armeno che ogni anno si ricorda il 25 Aprile presso il borgo antico di Brancaleone Vetus alla presenza di autorità e delegazione Armena.
Il tema sugli Armeni di Calabria rappresenta un percorso che dal 2011 vede la Pro-Loco di Brancaleone ed i relatori intervenuti a questa conferenza, protagonisti della nascita di un brand turistico che ha coniato un itinerario turistico conosciuto con il nome di “Valle degli Armeni” che comprende i territorio che da Brancaleone abbracciano l’entroterra pre-Aspromontano fino a Capo Bruzzano dove elementi archeologici, toponimi e lasciti culturali rappresentano un periodo storico compreso tra l’ VIII-IX sec. d.C. che ormai è divenuto una meta molto ambita dal “Turismo Lento e Culturale”.
Si è parlato del progetto Kalabria Experience creato proprio dalla Pro-Loco di Brancaleone, che dal 2015 anno della sua nascita continua la sua mission di promozione del territorio, ispirato dalla ricerca dell’Armenità perduta in Calabria che ha fatto conoscere in tutto il mondo questa civiltà che fino a qualche anno fa non si pensava avesse in qualche modo avuto a che fare con il territorio reggino.
Tra i borghi trattati all’interno dei lavori in primis il borgo di Brancaleone Vetus, Staiti, Bruzzano Vetere e la Rocca degli Armeni, di Ferruzzano ed i Suoi Palmenti rupestri e numerosi luoghi del nostro Aspromonte. Non sono mancate illustrazione di evidenze e similitudini che indicano la presenza degli Armeni in altri territorio Calabrese come ad esempio Zungri in provincia di Vibo Valentia o in altre regioni come Matera in Basilicata e vari siti archeologici in Puglia.
Un pomeriggio di cultura e di scambio culturale che presso la sede di International House di Reggio Calabria ha dato spazio al pubblico presente di intervenire ed approfondire le tematiche trattate.
L’argomento si è affacciato ancora una volta nella città di Reggio Calabria, presentando le eccellenze del territorio dell’Area Grecanica, Area Armena e Locridea. A questo dicono gli organizzatori seguirà in primavera un tour per scoprire la Valle

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Gli Armeni in Calabria tra storia tradizione e turismo – FOTO (Citynow 14.12.19)

Si è svolta ieri a Reggio Calabria una conferenza dal tema “Gli Armeni in Calabria” organizzata dall’Associazione Interculturale International House Presieduta dalla dott.ssa Mariella De Martino e coadiuvata dalla rappresentante della Comunità Armena in Provincia di Reggio Calabria Tehmine Arshakyan.

A fare gli onori di casa per il benvenuto e la presentazione degli ospiti, è stata la Presidente dell’Associazione Interculturale International House Mariella de Martino, tra i relatori; il ricercatore ed esperto della viticultura Orlando Sculli, il ricercatore Sebastiano Stranges, il ricercatore e storico Vincenzo de Angelis, a Carmine Verduci, Presidente della Pro-Loco di Brancaleone è toccato moderare i lavori che si sono conclusi con un illustrazione complessiva degli eventi che a Brancaleone si svolgono ormai da anni per il Popolo Armeno, come la Giornata in ricordo del genocidio del popolo Armeno che ogni anno si ricorda il 25 Aprile presso il borgo antico di Brancaleone Vetus alla presenza di autorità e delegazione Armena.

Il tema sugli Armeni di Calabria rappresenta un percorso che dal 2011 vede la Pro-Loco di Brancaleone ed i relatori intervenuti a questa conferenza, protagonisti della nascita di un brand turistico che ha coniato un itinerario turistico conosciuto con il nome di “Valle degli Armeni” che comprende i territorio che da Brancaleone abbracciano l’entroterra pre-Aspromontano fino a Capo Bruzzano dove elementi archeologici, toponimi e lasciti culturali rappresentano un periodo storico compreso tra l’ VIII-IX sec. d.C. che ormai è divenuto una meta molto ambita dal “Turismo Lento e Culturale”.

Si è parlato del progetto Kalabria Experience creato proprio dalla Pro-Loco di Brancaleone, che dal 2015 anno della sua nascita continua la sua mission di promozione del territorio, ispirato dalla ricerca dell’Armenità perduta in Calabria che ha fatto conoscere in tutto il mondo questa civiltà che fino a qualche anno fa non si pensava avesse in qualche modo avuto a che fare con il territorio reggino.

Tra i borghi trattati all’interno dei lavori in primis il borgo di Brancaleone Vetus, Staiti, Bruzzano Vetere e la Rocca degli Armeni, di Ferruzzano ed i Suoi Palmenti rupestri e numerosi luoghi del nostro Aspromonte. Non sono mancate illustrazione di evidenze e similitudini che indicano la presenza degli Armeni in altri territorio Calabrese come ad esempio Zungri in provincia di Vibo Valentia o in altre regioni come Matera in Basilicata e vari siti archeologici in Puglia.

Un pomeriggio di cultura e di scambio culturale che presso la sede di International House di Reggio Calabria ha dato spazio al pubblico presente di intervenire ed approfondire le tematiche trattate.

L’argomento si è affacciato ancora una volta nella città di Reggio Calabria, presentando le eccellenze del territorio dell’Area Grecanica, Area Armena e Locridea. A questo dicono gli organizzatori seguirà in primavera un tour per scoprire la Valle degli Armeni ed i suoi tesori, celati da una storia incredibile ed immersa in un territorio altrettanto incredibile.

Armenia, scoperti resti di una guerriera di 2mila anni (Turismo.it 14.12.19)

Armenia, scoperti resti di una guerriera di 2mila anni

Questo dimostrerebbe che non erano solo le donne vichinghe a combattere ma, a quanto pare, anche quelle dell’antico popolo del regno degli Urartu

Armenia
PERCHE’ SE NE PARLA
E’ stata scoperta nell’odierna Armenia la tomba di una guerriera morta in guerra, risalente a più di duemila anni fa. Questo dimostrerebbe che non erano solo le donne vichinghe a combattere ma, a quanto pare, anche quelle dell’antico popolo del regno degli Urartu. Lo scheletro apparteneva, probabilmente anche a qualcuno di importante, data la quantità di oggetti rinvenuti accanto. Braccia e gambe erano state bloccate, e sono state osservate molteplici fratture provocate delle armi dei suoi nemici. La ferita più importante è forse quella sul femore dove, incastrata nell’osso, è emersa la punta di metallo di un freccia. Al momento della morte la donna aveva un’età compresa tra i 20 e i 29 anni.
PERCHE’ ANDARCI
Il territorio di Erevan, capitale dell’Armenia, è stato abitato sin dalla seconda metà del quarto millennio a.C. La parte meridionale della città, quella attualmente conosciuta come Shengavit, nel 3200 a.C. accoglieva insediamenti ascrivibili alla cultura Kura-Araxes dell’antica età del Bronzo. Il simbolo principale di Erevan è il monte Ararat, visibile da qualunque punto della capitale. Mentre, tra i principali luoghi di interesse turistico, troviamo la torre della televisione, la struttura più alta dell’intera regione transcaucasica, la piazza della Repubblica, l’Opera teatrale, la Cascata e il Ponte Rosso, risalente al diciassettesimo secolo, attualmente in stato di rovina.
DA NON PERDERE
A trenta chilometri dalla capitale si trova la fortezza e il tempio pagano di Garni, situati su un’alta scogliera che si estende sulla gola del fiume Azat. Questo sito fu sviluppato come fortezza già nel III secolo a.C. ; intorno al 70 d.C. fu costruito un tempio ellenistico nella stessa area. Il tempio di Garni è stato distrutto da un terremoto alla fine del 17° secolo, ma è stato ampiamente restaurato negli anni ’70.  A 40 chilometri dalla capitale, invece, il Monastero di Geghard, fondato nel IV secolo, secondo la tradizione di San Gregorio Illuminatore, che contiene una serie di chiese e tombe, uniche in quanto molte di esse sono state scavate direttamente nella parete rocciosa della montagna.
PERCHE’ NON ANDARCI 
A causa del perdurare del conflitto sul Nagorno Karabakh si sconsigliano i viaggi nelle zone prossime al confine tra Armenia ed Azerbaigian. Inoltre le principali città armene, quelle di Jerevan e Gyumri, sono contraddistinte da un indice di criminalità relativamente basso ma, ahimé, negli ultimi anni in aumento.
COSA NON COMPRARE 
Nei mercati dell’Armenia è possibile trovare tanti interessanti manufatti locali: borse tradizionali, calze e costumi, gioielli e strumenti musicali. E poi tappeti, bellissimi e anche piuttosto economici. Fateci un pensiero, anche se vi dovesse costare un bagaglio extra.

“A Sua Immagine”: 14 e 15 dicembre. Il Natale di Lello Arena, speciale 65 anni di messa in Tv e viaggio in Armenia con don Marco Pozza (Sir 14.12.19)

Terza domenica di Avvento con “A Sua Immagine” su Rai Uno. Nelle puntate di sabato 14 e domenica 15 dicembre si parla di Natale con Lello Arena, dei 65 anni della santa messa in Tv e infine della nuova tappa in Armenia con don Marco Pozza. “A Sua Immagine” è un programma targato Rai e Conferenza episcopale italiana, firmato da Laura Misiti e Gianni Epifani, con la conduzione di Lorena Bianchetti.
Nel dettaglio. Sabato 14 dicembre alle 15.55 su Rai Uno, nello studio di “A Sua Immagine” con Lorena Bianchetti c’è l’attore comico Lello Arena. Un incontro che invita a ripercorrere vita, carriera e celebrazioni del Natale del celebre artista napoletano, che si è affermato a partire dagli anni ’70 con Massimo Troisi ed Enzo Decaro, con il gruppo cabarettistico La Smorfia. Alle 16.15 “Le ragioni della speranza”, spazio di “A Sua Immagine” dedicato al commento del Vangelo della domenica: nuova tappa per il pellegrinaggio in Armenia con don Marco Pozza, la redazione del programma e l’Opera Romana Pellegrinaggi; questa settimana si visita il monastero di Geghard, il “monastero della lancia”, fondato nel IV secolo.
“65 anni di messa in televisione” è il titolo della puntata speciale di “A Sua Immagine” di domenica 15 dicembre, alle 10.30 in diretta su Rai Uno. In studio con Lorena Bianchetti ci saranno Vincenzo Corrado (direttore dell’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali delle Cei) e Marino Bartoletti (giornalista e autore televisivo); in collegamento da Milano Silvia Motta (esperta di linguaggi televisivi, “Tv Talk” Rai 3). È una puntata dedicata al compleanno della santa messa in Tv, in onda esattamente dal 3 gennaio 1954, avvio ufficiale delle trasmissioni per il servizio pubblico nazionale.
Alle 10.55, dopo il notiziario con Paolo Balduzzi, la linea passa alla celebrazione eucaristica che questa settimana viene trasmessa in diretta su Rai Uno dal santuario Maria Santissima dei Miracoli di Mistretta (Me), per la regia tv di Gianni Epifani e il commento di Orazio Coclite. Chiude infine l’appuntamento domenicale con “A Sua Immagine” l’ascolto e il commento alle 12 dell’Angelus di Papa Francesco in piazza San Pietro.

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Il Congresso degli Stati Uniti riconosce genocidio del popolo armeno. (Rassegna stampa 13.12.19)

Il Congresso degli Stati Uniti riconosce genocidio del popolo armeno. Dopo la Camera ok del Senato (Rainews.it 12.12.19)

Una mossa destinata a scatenare l’ira di Ankara che aveva già convocato l’ambasciatore americano.  “E’ appropriato che il Senato sia dalla parte giusta della storia… viene riconosciuta la verita’ sul genocidio armeno”, ha commentato il senatore Bob Menendez, che ha chiesto di approvare la risoluzione, passata all’unanimità Tweet Genocidio armeno, ira di Erdogan dopo la risoluzione USA. La Turchia convoca ambasciatore americano Usa, Camera vota risoluzione che riconosce genocidio armeno 12 dicembre 2019 Con il via libera anche del Senato, il Congresso degli Stati Uniti ha riconosciuto il genocidio armeno da parte dell’impero Ottomano durante la Prima Guerra Mondiale. Una mossa destinata a scatenare l’ira di Ankara che aveva gia’ convocato l’ambasciatore americano dopo l’approvazione da parte della Camera lo scorso ottobre. “E’ appropriato che il Senato sia dalla parte giusta della storia… viene riconosciuta la verita’ sul genocidio armeno”, ha commentato il senatore Bob Menendez, che ha chiesto di approvare la risoluzione, passata all’unanimita’. Anche alla Camera il consenso era stato praticamente totale, con 405 voti a favore e 11 contrari. Su pressioni della Casa Bianca, 3 senatori Gop si erano inizialmente opposti alla misura, sostenendo che avrebbe compromesso le relazioni con la Turchia, gia’ minate dall’acquisto da parte di Ankara del sistema missilistico russo.


Stati Uniti, il senato riconosce il genocidio armeno (Euronews 13.12.19)

Un nuovo stress test è in arrivo nelle altalenanti relazioni tra Ankara e Washington: dopo le schermaglie sulla Siria del nord, l’oggetto del contendere ora è il Genocidio armeno, finito al centro di una mozione ufficiale del senato statunitense, che pure Donald Trump aveva tentato di bloccare sul nascere, per non incancrenire ulterioremente i rapporti con Erdogan, ormai sempre pIù vicino all’orbita russa.

Ma il senato, seppur controllato al momento dai repubblicani, ha approvato la risoluzione già votata il mese scorso dalla Camera dei rappresentati, sottolineando il bisogno e l’intenzione di dare, quanto prima, un riconoscimento ufficiale alla campagna di sterminio patita dagli armeni durante le deportazioni di massa nella prima guerra mondiale, quando un milione e mezzo di uomini e donne furono barbaramente massacrati duranti le marce forzate verso l’Anatolia interna e la Siria.

“Questo è il primo genocidio registrato nel secolo” ha detto il senatore democratico Bob Menendez. “Sappiamo fin troppo bene come questi orrori si siano poi ripetuti nel corso del ventesimo secolo con l’Olocausto e altri genocidi in tutto il mondo. Così oggi, qui al Senato, ci uniamo alla Camera che ha votato una risoluzione che afferma il riconoscimento dei fatti del genocidio. Oggi, noi mostriamo la stessa determinazione”.

L’iniziativa ha colpito un nervo scoperto nelle relazioni con l’alleato Nato: da sempre, Ankara continua a negare il carattere sistematico dei decessi avvenuti nel corso delle deportazioni, e dunque il loro carattere genocidiario.

In pochi, tra organizzazioni intellettuali e politici si sono discostati dalla posizione ufficiale del governo,

Lo stesso contenzioso la Turchia lo ha già avuto con diversi stati europei: l’ultima volta è accaduto con la Francia di Macron, che a febbraio ha sancito Giornata in memoria del genocidio armeno. Finora comunque, solo 32 paesi nel mondo hanno riconosciuto ufficialmente questa enorme tragedia


Turchia, il Parlamento condanna voto Usa sul genocidio armeno (Tgcom24 13.12.19)

Il Parlamento turco ha approvato una dichiarazione di condanna della risoluzione del Senato Usa che ha riconosciuto il genocidio armeno, come fatto in precedenza dalla Camera dei rappresentanti americana. La Turchia non riconosce la morte di centinaia di migliaia di armeni durante la Prima guerra mondiale come un genocidio, sostenendo che sia avvenuta nell’ambito del conflitto, con perdite da entrambe le parti, e che non fu pianificata.


Turchia-Usa: Ankara convoca ambasciatore Usa dopo risoluzione Senato su genocidio armeno

Ankara, 13 dic 17:11 – (Agenzia Nova) – La Turchia ha convocato oggi l’ambasciatore degli Stati Uniti ad Ankara a seguito della risoluzione del Congresso degli Stati Uniti per riconoscere come genocidio il massacro degli armeni del 1915. Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa turca “Anadolu”, il viceministro degli Esteri turco, Sedat Onal, ha condannato la risoluzione in un colloquio con l’ambasciatore statunitense David Satterfield. La risoluzione del Senato degli Stati Uniti per riconoscere formalmente il genocidio armeno è stata criticata questa mattina dal ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu. In un messaggio su Twitter, il responsabile della diplomazia turca ha sottolineato che la mossa “non è altro che uno spettacolo politico”, osservando che “non ha alcuna validità giuridica”.


Usa e Turchia ai ferri corti: riconosciuto il genocidio armeno (Il Giornale 13.12.19)

Il Senato degli Stati Uniti ha adottato, all’unanimità, una risoluzione che riconosce come “genocidio” lo sterminio di un milione e mezzo circa di armeni, praticato dai turchi ottomani nel primo ventennio del ventesimo secolo.

“Approvando la mia risoluzione sul genocidio armeno il Senato si è finalmente deciso a confermare la storia”, ha dichiarato il senatore democratico Bob Menendez, che è stato uno dei coautori del testo adottato.

La Camera dei rappresentanti Usa, a guida democratica, aveva approvato la risoluzione con un voto schiacciante lo scorso ottobre.
Il voto al Senato, invece, dove i repubblicani del presidente Donald Trump detengono la maggioranza dei seggi, è stato bloccato più volte fino ad arrivare alla decisione approvata venerdì 12 dicembre.

Il riconoscimento come “genocidio” delle uccisioni degli armeni, avvenute all’inizio del XX secolo, come già era accaduto con la Germania e con Papa Francesco, ha scatenato le immediate reazioni della Turchia.

Il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu ha affermato che il voto degli Usa “non è giuridicamente vincolante e non ha alcuna validità”. Il ministro ha definito il voto uno “spettacolo politico” per i social, ha rigettato l’accusa di “genocidio” ed ha affermato che armeni e turchi sarebbero morti a seguito della Prima Guerra mondiale.

In realtà, come oramai è storicamente accertato, lo sterminio e l’espulsione sistematica di massa di 1,5 milioni di armeni all’interno dell’Impero ottomano avvenne dal 1914 al 1923. La data di inizio è convenzionalmente fissata per il 24 aprile 1915, il giorno in cui le autorità ottomane radunarono, arrestarono, deportarono da Costantinopoli (ora Istanbul) verso la regione di Angora (Ankara) e uccisero centinaia di intellettuali e leader della comunità armena. Il genocidio armeno è stato realizzato sia durante che dopo la Prima Guerra mondiale e, in particolare, fu attuato in due fasi: l’uccisione in blocco della popolazione maschile e la deportazione di donne, bambini, anziani e malati verso il deserto siriano.

Questa nuova coraggiosa decisione degli Stati Uniti probabilmente non aiuterà a migliorare le relazioni con la Turchia. I due alleati della Nato sono già alle prese con diverse questioni, tra cui l’acquisto da parte di Ankara dei sistemi di difesa missilistica russi e la politica sulla Siria portata avanti da Erdogan.


Il Senato americano riconosce il genocidio armeno (Gariwo 13.12.19)

Dopo la Camera a ottobre, ieri anche il Senato americano ha riconosciuto il genocidio armeno. L’ha fatto con un voto all’unanimità destinato a fare storia. Questo nonostante, in precedenza, la risoluzione fosse stata bloccata tre volte da tre diversi senatori repubblicani. Nonostante l’opposizione di Trump e della sua amministrazione oltre, naturalmente, agli sforzi e ai tentativi di Erdoğan e del suo governo di farla deragliare. E a dispetto, soprattutto, di una lunga tradizione di reticenza (o di negazionismo, se si preferisce) da parte del governo americano rispetto a questo tema. Non un solo presidente statunitense, è bene ricordarlo – con la sola eccezione di Reagan in una sola occasione – ha mai pronunciato la parola genocidio riguardo allo sterminio degli armeni avvenuto nell’Impero Ottomano nel 1915.
Una battaglia su e per la memoria che, a oltre un secolo da quei tragici eventi, non pare ancora conclusa. Il voto di ieri porta a 32 il numero dei Paesi che abbiano riconosciuto questo genocidio, spesso solo negli ultimi anni. Mancano ancora all’appello Paesi come la Gran Bretagna (nonostante il riconoscimento ufficiale di Galles, Scozia e Irlanda del Nord) e Israele, dove i tentativi di riconoscimento hanno avuto una storia travagliata, nonostante la generosità con cui molti ebrei – ieri come oggi, dentro e fuori Israele – si siano battuti per questa causa. Un bel volume del 2015 edito da Giuntina, Pro Armenia, a cura di Fulvio Cortese e Francesco Berti, risulta una testimonianza potente in tal senso.

E la memoria – dopo il voto americano di ieri, la cui notizia è giunta in Italia in serata – è andata subito a una delle figure affrontate in questo libro. Una «figura cruciale e troppo spesso dimenticata della riflessione politica e umanistica del ventesimo secolo», come scrive Antonia Arslan nella prefazione del volume. Ci riferiamo al giurista ebreo polacco Raphael Lemkin. Un Giusto di cui racconto spesso quando sono invitato a parlare nelle scuole. Per un motivo ben preciso: sono convinto che quella di Lemkin sia una parabola universale sul potere dell’ingegno umano e del linguaggio. Un uomo – piuttosto chiuso e introverso, come ci raccontano gli storici – che da solo ha inventato un termine capace di segnare la storia, ben oltre la scomparsa del suo stesso autore. Di far tremare ancora oggi tiranni e eserciti, di essere un veicolo potente di prevenzione alla violenza, in contesti storici e geografici diversissimi. Pietra d’inciampo e, insieme, per chi abbia il coraggio di riconoscere la memoria e le colpe del passato, strumento di riconciliazione per il futuro.
La parola genocidio, infatti, usata e a volte abusata da molti (si pensi a certe retoriche su un presunto “genocidio” degli italiani da parte di forze politiche che si oppongono all’immigrazione), non esisteva in nessuna lingua del mondo prima che Lemkin, che già da studente iniziò a interessarsi alla questione armena, coniasse questo neologismo che porterà, proprio su sua iniziativa, alla Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio adottata dalle Nazioni Unite nel 1948.

Tornando alla risoluzione di ieri: come non pensare al genio di questo Giusto, a questa sua intuizione terminologica e giuridica oggi citata da tutti, quando consideriamo come la Turchia, stando ai dati riportati dal Center for Responsive Politics, abbia speso 6 milioni di dollari (solo nel 2018 e solo per gli Stati Uniti) in attività di lobby per prevenire il riconoscimento del genocidio armeno? Ebbene, non sono bastati: l’abbiamo visto ieri. Non sono bastate le pressioni diplomatiche, gli interessi economici e militari di altissima importanza per Washington, per fermare una sola parola inventata da un solo uomo, assetato di pace e giustizia.
La storia di Raphael Lemkin dovrebbe essere insegnata in tutte le scuole, come quella di Alessandro Magno o Napoleone, come Leonardo o Cartesio. Gli studenti di oggi e gli uomini di domani dovrebbero sapere come le loro idee possano cambiare il mondo, anche in questo contesto storico in cui l’uomo, come scriveva il filosofo Günther Anders, appare sempre più marginalizzato, persino inutile, di fronte allo strapotere della tecnologia e a un potenziale distruttivo (dalla sfera militare ai mutamenti climatici) che sembra andare spesso oltre le nostre potenzialità stesse di comprensione, per non parlare di quelle di intervento.
Lemkin, citato non a caso nella risoluzione americana, è stato un gigante della storia del Novecento, secolo di cui, come pochi, comprese per intero il lascito di orrore, avvertendo al contempo l’urgenza di prevenire, in futuro, che si riproponessero tragedie come il genocidio armeno e la Shoah. Lo sanno bene, in questo nuovo millennio, gli yazidi e i rohingya, che molto investono nell’intuizione di Lemkin per ritrovare dignità e pace. Lo sanno i sopravvissuti di Srebrenica, alla Cambogia dei Khmer, al genocidio del Ruanda. Lo sanno bene anche gli armeni, naturalmente: il silenzio secolare sul genocidio è stato, e in parte è ancora, una ferita aperta nella coscienza di una intera nazione.
Se anche un solo uomo come Lemkin nascerà in questo nuovo millennio, con le sue capacità di leggere il passato, di credere e incidere – grazie alla forza delle sue idee – sul futuro, l’umanità intera, anche se solo in piccolissima parte, sarà senza dubbio diversa.


USA – Il Senato riconosce il genocidio armeno (Assadakah 13.12.19)

Letizia Leonardi – Nonostante il tentativo del presidente Trump di guadagnare tempo per le questioni ancora in sospeso con la Turchia, il Senato americano ha approvato all’unanimità la risoluzione che ha riconosciuto il genocidio armeno. Ha prevalso la giustizia, nonostante la contrarietà del presidente degli Stati Uniti Trump. Giovedì 12 dicembre un importante passo è stato fatto e la Turchia appare sempre più isolata nel portare avanti con ostinazione la tesi del negazionismo. La notizia è stata pubblicata da “Usa Today”. Attendiamo adesso le reazioni di Ankara e di Erdogan che, sicuramente, non si faranno attendere.

Il senatore Robert Menendez ha dichiarato: “Non ho dubbi che Erdogan esprimerà la sua profonda opposizione alla risoluzione del genocidio”. Per anni, la Turchia ha infatti continuato a fare pressioni per fermare ogni tentativo di riconoscimento, da parte degli Usa, nonostante le richieste della grande Comunità Armena residente in America. Tutti questi tentativi però sono crollati di fronte alla determinazione di Menendez che ha presentato al voto la mozione che nessuno ha esitato ad approvare. Il democratico del New Jersey , dopo il voto unanime del Senato, è scoppiato in lacrime e ha raccontato gli orrori di questo genocidio che ha colpito un popolo antico e glorioso durante la Prima Guerra Mondiale e anche oltre. “L’uccisione è stata fatta con asce, mannaie, pale e forconi. Era come un macello”- ha narrato Menendez- “I bambini sono stati scagliati contro le rocce davanti agli occhi delle loro madri.

Era chiaro che l’obiettivo finale della Turchia era quello di eliminare gli armeni”. Probabilmente dietro questo importante passo c’è stata l’indignazione per la decisione della Turchia di attaccare i curdi in Siria. Curdi che hanno aiutato le forze statunitensi a sconfiggere il gruppo terroristico dello Stato Islamico. Azioni che hanno ricordato ciò che avevano subito gli armeni anni prima.

“I membri della mia famiglia sono stati tra quelli uccisi. I miei genitori sono fuggiti con i miei nonni in America”, ha spiegato Anna Eshoo, durante il dibattito in aula. “Tutti i perseguitati avevano in comune il fatto che erano cristiani”. E ha raccontato la storia che le ripeteva la zia. Sua madre aveva cucito delle monete nell’orlo della gonna e disse a lei e alle sue sorelle di fuggire mentre il loro villaggio veniva attaccato. Mentre correvano, guardavano dietro di loro e vedevano l’intero villaggio in fiamme. Hanno perso tutto e soprattutto i genitori. Menendez aveva già tentato tre volte di presentare la mozione in Senato ma, ogni volta, qualche senatore repubblicano obiettava per volere della Casa Bianca che non voleva scontentare Ankara.

Il 13 novembre scorso il rappresentante della Camera, della Carolina del Sud, Lindsey Graham, un feroce critico sull’invasione della Siria da parte della Turchia, ha bloccato il riconoscimento del genocidio dopo che la Casa Bianca aveva espresso preoccupazione al riguardo. Per anni infatti, i funzionari turchi hanno sostenuto che il Congresso avrebbe gravemente danneggiato le relazioni USA-Turchia approvando tale risoluzione. In una comunicazione del 25 ottobre, l’ambasciatore turco presso gli Stati Uniti, Serdar Kilic, aveva avvertito i legislatori che il riconoscimento del genocidio armeno avrebbe potuto compromettere la futura cooperazione economica e creare ostilità tra i due alleati NATO.

Questa decisione dunque è sicuramente un duro colpo per la Turchia e per Trump e rappresenta anche l’indebolimento della posizione negazionista della Turchia. Nel corso di tutti questi anni anche gli altri presidenti americani sono intervenuti per impedire al Congresso di approvare la risoluzione del genocidio armeno. “Abbiamo interessi significativi in questa regione travagliata del mondo”, aveva scritto alla fine del 2000 il presidente Bill Clinton in una lettera all’allora presidente della Camera Dennis Hastert.

“L’esame della risoluzione in questo momento delicato influenzerà negativamente quegli interessi e potrebbe minare gli sforzi per incoraggiare il miglioramento delle relazioni tra Armenia e Turchia”. Ora queste argomentazioni sono state superate. L’alleanza USA-Turchia si è fortemente deteriorata negli ultimi mesi, non solo a causa dell’invasione della Siria da parte della Turchia, ma anche perché Erdogan ha portato avanti la decisione della Turchia di acquistare un sistema missilistico russo, nonostante le obiezioni di Washington.

Menendez, alla luce dei recenti comportamenti del regime di Ankara, ha criticato l’abbraccio di Trump a Erdogan e ha ribadito che il genocidio è stato perpetrato dall’Impero ottomano. Non era la Turchia moderna e quindi dovrebbero essere in grado di riconoscere quel fatto storico e andare avanti. In attesa di ulteriori sviluppi intanto gioiamo per questo importante e significativo traguardo e speriamo che prima o poi anche la Turchia farà i conti con la propria pagina nera del passato. (fonte: Deirdre Shesgreen USA TODAY)