Armenia: rapporto Doing Business, paese scala sei posizioni e si attesta al 41mo posto (Agenzianova 31.10.18)

Erevan, 31 ott 16:40 – (Agenzia Nova) – L’Armenia ha migliorato la propria posizione all’interno della classifica pubblicata annualmente dalla Banca mondiale nell’ambito del rapporto Doing Business. Fra i 190 paesi in esame, riferisce “Armenpress” citando il rapporto pubblicato oggi, l’Armenia si è collocata al 41mo posto, salendo di sei gradini rispetto allo scorso anno. Sylvie Bossoutrot, country manager della Banca mondiale per il paese, ha dichiarato che il miglioramento è da imputare al recente sviluppo della regolamentazione dell’attività imprenditoriale. Stando ai dati contenuti all’interno del rapporto, l’Armenia ha registrato progressi significativi in una varietà di ambiti, come la protezione degli investitori, la semplificazione del processo di tassazione e la realizzazione dei contratti. (Res)

L’Armenia oggi: tra dinamismo e sviluppo economico (internationalwebpost.org 31.10.18)

Terra di reminiscenze bibliche, dal passato glorioso, dal ricco patrimonio culturale e artistico, ma anche terra martoriata dalle guerre e macchiata, nel secolo scorso, da uno dei più infami e crudeli genocidi che la storia dell’umanità abbia mai potuto conoscere. Divenuta Repubblica nel 1918 e federata nel 1920 alle Repubbliche Sovietiche, dopo la crisi del Partito Comunista russo e del sistema politico sovietico riconquista l’indipendenza nel 1991. La Repubblica d’Armenia, oggi, è molto apprezzata per il crescente dinamismo nell’intessere rapporti diplomatici e commerciali con i paesi dell’Unione Europea (ndr, nel 2017 sono stati festeggiati i 25 anni della relazione di amicizia e di condivisione dei valori di pace e rispetto con l’Italia), svolgendo altresì un ruolo determinante nel processo di distensione geo-politica e di sviluppo economico dell’area caucasica.

Ambasciatrice Bagdassarian, ci spiega in poche parole quali sono gli elementi che legano l’Italia all’Armenia?

Gli stretti legami tra i nostri due popoli affondano le radici nel profondo dei secoli, quando l’Armenia e l’Impero Romano erano paesi confinanti. Già nel I secolo avanti Cristo l’Armenia era stata proclamata “amica e alleata del popolo romano”. La solidità dei nostri rapporti millenari è data inoltre dalla condivisione di comuni valori cristiani, indubbiamente pietra angolare dei nostri legami. Oggi la cooperazione italo-armena trova conferma e slancio in una forte e reciproca fiducia. Ciò che ci divide è soltanto la distanza, in realtà sono moltissime le cose che ci uniscono. Abbiamo saldissimi legami che, come fili viventi in continua evoluzione, nutrono e rinvigoriscono giorno dopo giorno la nostra amicizia.

Nel 2017 ci sono stati una serie di incontri bilaterali tra le istituzioni armene e quelle italiane per discutere di cooperazione politica, finanza, scambi commerciali, investimenti e di politica estera: a distanza di 1 anno e con il cambio di governo in Italia, come stanno le cose?

Ha ragione, nel 2017 i rapporti italo-armeni sono stati intensi e fruttuosi, ma anche quest’anno l’agenda degli incontri bilaterali è stata molto ricca, basti ricordare la visita in Italia, all’inizio di aprile, del Presidente della Repubblica d’Armenia e la visita di Stato in Armenia, a fine luglio, del Presidente italiano Sergio Mattarella.

Una visita storica quest’ultima perché per la prima volta in assoluto un Presidente della Repubblica italiana si è recato in Armenia, portando il dialogo politico armeno-italiano e la cooperazione bilaterale a un livello qualitativamente nuovo. Durante la visita del presidente Mattarella è stato inaugurato a Jerevan il Centro Regionale armeno-italiano per la conservazione, la gestione e la valorizzazione del patrimonio artistico, storico e architettonico in Armenia, con competenza regionale. Inoltre è stato istituito il Comitato della Società Dante Alighieri in Armenia e tra pochi mesi, sempre a Jerevan, verrà inaugurata la scuola Tonino Guerra per l’insegnamento della lingua italiana, un’opportunità eccezionale per la diffusione della lingua e della cultura italiana in Armenia. Abbiamo delle buone basi per dare nuovo vigore anche alle nostre relazioni economico-commerciali. L’anno scorso abbiamo organizzato la Prima Sessione del Comitato intergovernativo italo-armeno per la cooperazione economica che ha segnato un traguardo importante per un’ulteriore promozione dei nostri rapporti economico-commerciali. Devo menzionare che, dopo i cambi di governo avvenuti sia in Armenia che in Italia, anche i nuovi governi si sono impegnati a fare il massimo per rendere le nostre relazioni più calorose, più strette e più vantaggiose per entrambi.

Riguardo alla questione del Nagorno Karabakh: quali sono i punti all’interno dell’agenda di governo?

La soluzione pacifica del conflitto del Nagorno Karabakh continua a essere un punto nodale nell’agenda della nostra politica estera. Nel processo negoziale per la Repubblica d’Armenia le priorità assolute sono lo status e la sicurezza della Repubblica dell’Artsakh (nome storico del Nagorno Karabakh n.d.r.). L’Armenia e l’Artsakh oggi lavorano alla costruzione di uno Stato basato sul rispetto dei diritti umani, sulla democrazia e sulla legalità, ma soprattutto si impegnano affinché ai 150.000 armeni – che vivono in quelle zone e la cui esistenza è quotidianamente minacciata – venga garantita la sicurezza e un’esistenza normale. Per noi, per l’Armenia e per la Repubblica dell’Artsakh, il conflitto riguarda le persone. Ogni tentativo di risolvere il conflitto per via militare è un attacco diretto alla sicurezza della popolazione dell’Artsakh, alla sicurezza della regione, alla democrazia e ai diritti umani. L’Armenia lavora costruttivamente nei negoziati per una soluzione pacifica del conflitto nel quadro del formato dei Co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE ed è pronta a proseguire negli sforzi per raggiungere l’obiettivo di una soluzione pacifica definitiva.

Nel processo di mediazione: quanto efficace è stata in questi anni l’azione del Gruppo di Minsk?

Siamo risoluti nel nostro impegno a risolvere il conflitto esclusivamente in via pacifica. Il formato dei Co-presidenti del gruppo di Minsk è l’unico formato riconosciuto a livello internazionale, avente mandato a negoziare la soluzione del conflitto. È stato per anni, e rimane tuttora, il formato più efficace e produttivo nell’ambito del quale si svolge il processo negoziale. Gli sforzi dei tre Co-presidenti del gruppo di Minsk – Stati Uniti, Russia e Francia – sono fondamentali, non solo per la presenza nella regione ma anche perché hanno le capacità e la forza per svolgere l’attività di mediazione nel migliore dei modi.

Riguardo alla dramma vissuto dai suoi connazionali: dopo il rifiuto da parte di Erdogan nel ratificare i Protocolli di Zurigo del 2009, ci sono possibilità nel riaprire un tavolo dei negoziati oppure bisogna attendere affiche` la Turchia cambi vertice e direzione politica?

Non abbiamo mai fatto del riconoscimento del Genocidio armeno una precondizione per la normalizzazione dei rapporti tra Armenia e Turchia. Nel 2009 è stata l’Armenia ad avviare l’iniziativa che il 10 ottobre 2009 ha portato alla firma dei Protocolli di Zurigo e a dichiarare la sua volontà di normalizzare i rapporti con la Turchia “senza precondizioni”. L’accordo prevedeva la normalizzazione dei rapporti diplomatici e commerciali e la riapertura delle frontiere. La Turchia però non solo ha posto delle precondizioni, collegando la normalizzazione dei rapporti armeno-turchi al conflitto del Nagorno Karabakh, ma ha lasciato che i Protocolli prendessero polvere sugli scaffali, violando così la prassi comune ma, soprattutto, ogni impegno preso nei confronti della comunità internazionale. In assenza di progressi effettivi l’Armenia è stata costretta, proprio nella primavera di quest’anno, a dichiarare “vuoti e nulli” i Protocolli e a mettere termine alla procedura della loro sottoscrizione. Tuttavia l’Armenia è ancora convinta dell’importanza di un dialogo tra le parti e del fatto che stati confinanti dovrebbero, in generale, stabilire e intrattenere relazioni stabili per potere discutere degli eventuali punti di disaccordo e cercare soluzioni.

Qual è il potenziale economico del suo paese? Cosa ha da offrire agli investitori stranieri?

Oggi l’Armenia è un paese dove è vantaggioso fare investimenti in libera concorrenza economica traendo beneficio dalle opportunità che derivano dalla sua posizione geografica e dal suo ruolo di ponte tra le diverse organizzazioni internazionali. L’Armenia è il leader tra i Paesi CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) per il livello di libertà economica e dell’applicazione delle norme di economia di mercato. Come membro dell’Unione Economica Euroasiatica, ma allo stesso tempo in virtù del fatto che dal novembre 2017 ha firmato l’Accordo di partenariato globale e rafforzato con l’Unione Europea, l’Armenia offre molteplici nuove opportunità di sviluppo dei rapporti economico-commerciali con gli altri paesi. L’Armenia beneficia anche del sistema GSP+ (Sistema di Preferenze Generalizzate) dell’Unione Europea. Grazie all’appartenenza all’Unione Economica Euroasiatica, gli investitori stranieri che decidono di investire in Armenia possono accedere senza dazi doganali all’enorme mercato euroasiatico, un mercato di circa 180 milioni di consumatori. Inoltre, l’Armenia è l’unico paese membro dell’Unione Economica Euroasiatica ad avere una frontiera terrestre con l’Iran con cui l’Unione Economica Eurasiatica ha firmato, quest’anno, un accordo temporaneo che prevede la creazione di una zona di libero scambio.

A maggio c’è stato il cambio di governo nel su paese: quali sono le priorità del nuovo primo ministro Pashinyan?

Anche in Italia si è parlato molto della “rivoluzione di velluto” e di quel movimento di iniziativa civile che si è trasformato in un movimento democratico a livello nazionale che ha portato l’Armenia a un cambio, e ci tengo a sottolinearlo, assolutamente pacifico del potere e alla formazione di un nuovo governo, le cui priorità sono giustamente ambiziose per un paese che oggi si presenta al mondo con degli imprescindibili valori assoluti: legalità, diritti umani, democrazia.

Il Governo di Pashinyan ha dettato con chiarezza le priorità. Innanzitutto assicurare il principio della legalità e dell’uguaglianza della legge per tutti, la sicurezza interna ed esterna dell’Armenia, il continuo miglioramento del livello di sicurezza dell’Armenia e dell’Artsakh. Altri punti focali dell’agenda di governo sono il rifiuto totale della corruzione, la separazione degli affari dalla politica e la tutela della libera concorrenza economica per creare reali opportunità per lo svolgimento di qualsiasi attività economica, garantire la crescita economica, ridurre la povertà, creare posti di lavoro e attrarre investimenti stranieri. Ovviamente tutto questo non sarebbe possibile se al primo posto il Governo non avesse posto l’obiettivo di garantire la protezione dei diritti umani e la creazione di condizioni favorevoli per la libera espressione della creatività e per una vita felice e dignitosa dei propri cittadini.

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Nash-Marshall e Arslan: tutto sul genocidio armeno e il negazionismo turco (Gazzetta di Mantova 31.10.18)

Nel 1915 il governo dell’Impero ottomano iniziò sistematicamente a strappare gli armeni occidentali dalle terre dove i loro antenati vivevano da tempo immemorabile. Ordinò che gli uomini fossero assassinati e che le donne, i bambini e gli anziani fossero deportati. “Pulire” l’Armenia occidentale degli armeni era solo una parte del progetto ottomano per l’Anatolia: l’obiettivo era quello di trasformare quelle terre nella patria dei turchi.

La Turchia odierna continua a negare, di fatto, che il genocidio iniziato dai turchi ottomani abbia avuto luogo. In I peccati dei padri. Negazionismo turco e genocidio armeno, la scrittrice Siobhan Nash-Marshall mette in rapporto l’assoluto disprezzo dei fatti e delle genti, del territorio e della storia che è caratteristica comune sia del genocidio nel 1915 che dell’attuale negazionismo turco, con la vacua sprezzante indifferenza alla realtà fattuale che si diffonde sempre di più nel mondo moderno.

Il libro verrà presentato oggi pomeriggio, a partire dalle 17, nella sala delle vedute della Biblioteca Teresiana, con ingresso dal numero 13 di via Ardigò.

L’autrice – che ha scritto libri e articoli accademici di filosofia teoretica e si è dedicata negli ultimi anni allo studio dei genocidi e del negazionismo – ne parla con Antonia Arslan, scrittrice di radici armene (autrice de La masseria delle allodole), già titolare della cattedra di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova, che ha firmato la premessa del volume; introduce Daniela Ferrari, presidente dell’Istituto Mantovano di Storia Contemporanea.

L’incontro è organizzato con il patrocinio del Comune di Mantova ed è aperto a tutti.

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Giacomo Gorrini, un vogherese “giusto” per il popolo armeno (Laprovinciapavese 31.10.18)

Tra le personalità più illustri che riposano al cimitero monumentale di Voghera c’è Giacomo Gorrini, diplomatico che all’inizio del Novecento si battè in difesa della popolazione armena, oggetto del genocidio perpetrato dall’Impero Ottomano.

Nato a Molino dei Torti nel 1859, fu console a Trebisonda (la turca Trabzon) tra il 1911 e il 1915, periodo durante il quale assistette all’inizio dei massacri di cui fu vittima la minoranza cattolica armena. Dopo aver più volte cercato di attirare l’attenzione internazionale sulla questione armena, Gorrini fu costretto a una fuga precipitosa e avventurosa attraverso il Mar Nero (ben descritta in «Voci nel deserto», il libro di Pietro Kuciukian, anima dell’Unione armena d’Italia) quando l’Italia scese ufficialmente in guerra contro gli Imperi Centrali (Germania e Austria Ungheria), alleati del governo di Ankara. Al rientro in patria il suo impegno a favore della popolazione armena continuò: oltre ad aver rilasciato un’intervista al quotidiano «Messaggero», Gorrini si adoperò in prima persona per far espatriare numerosi perseguitati e fu poi ambasciatore italiano nell’effimero stato autonomo armeno, sorto nel 1918 e diventato una repubblica sovietica nel 1920. Considerato il fondatore dell’archivio diplomatico del ministero degli Affari Esteri, l’ex console di Trebisonda è stato insignito post-mortem nel 2001 del titolo di «Giusto degli armeni» in segno di riconoscenza per il suo impegno di denuncia del genocidio (riconosciuto dall’Onu solo nel 1985) e a favore della libertà di quel popolo oppresso. In sua memoria, di fronteal museo storico Beccari di Voghera è stato piantato un albero di ulivo. —

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Torna a Roma La Bastarda di Istanbul (Lagazzettadellospettacolo 30.10.18)

La piece teatrale è tratta da uno romanzi più famosi di Elif Shafak, indiscussa protagonista della letteratura turca, grande conoscitrice del passato e profonda osservatrice del presente del suo Paese. “La bastarda di Istanbul” è campione di vendite in tutto il mondo, tradotto in più di trenta lingue, il cui tema centrale e ancora scottante è quel buco nero nella coscienza della Turchia, cioè la “questione armena”, ovvero l’eccidio degli armeni a opera dei turchi nel 1915.

Protagonista assoluta de La Bastarda di Istanbul l’acclamata Serra Yilmaz e del cast fanno parte anche Valentina Chico, Riccardo Naldini, Monica Bauco, Marcella Ermini, Fiorella Sciarretta, Diletta Oculisti, con video scenografie firmate da Giuseppe Ragazzini, riduzione e regia di Angelo Savelli. Tutto ruota intorno ad un’affascinante saga familiare multietnica in un universo tutto al femminile tra brucianti storie che passano per la Turchia, l’America e l’Armenia in un confronto tra culture e tradizioni occidentali ed orientali. In queste si inserisce Armanoush, giovane e tranquilla americana che, in cerca delle proprie radici armene, arriva nella famiglia matriarcale del suo patrigno turco Mustafa.

Lì incontrerà Asya la bastarda, sua coetanea, adolescente turca ribelle e nichilista, con una grande e colorata famiglia di donne alle spalle, e un vuoto al posto del padre. Frequentando Asya, la sua famiglia e i suoi amici, Armanoush si rende conto di non odiare affatto i Turchi e riconosce che, malgrado tutti i tentativi di negarsi gli uni agli altri, Turchi e Armeni sono legati, mescolati all’immagine stessa di Istanbul. Un segreto lega la Turchia all’Armenia, i turchi agli armeni, Asya ad Armanousch.

Un segreto che forse non verrà mai svelato. Un segreto che ha l’aspetto di un’antica spilla di rubini a forma di melagrana. Alla prima dello spettacolo al Teatro Umberto erano attesi, tra gli altri, personaggi del mondo dello spettacolo tra i quali Sara Ricci, Daniela Poggi, Simone Colombari, Sandra Collodel, Antonio Flamini, Rita Pivano, Angelo Longoni…

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Ministero esteri: impudente la dichiarazione di Bolton sull’amicizia tra Armenia e Russia (Sputniknews 29.10.18)

Il ministero degli esteri russo ha definito impudente la dichiarazione del consigliere del presidente americano per la sicurezza nazionale, John Bolton, fatta durante la sua visita a Erevan della scorsa settimana, in cui ha invitato l’Armenia a porre fine alla sua amicizia con Mosca.

Il ministero ha paragonato le parole di Bolton con una precedente dichiarazione dell’ambasciatore statunitense in Armenia, Richard Mills, in cui ha parlato del continuo sostegno mirato di Washington a determinati gruppi in Armenia e ha promesso una donazione di 26 milioni di dollari per “rafforzare la società civile e i media”.

“Sembrava che non ci fosse niente di più impudente dell’intervento diretto negli affari interni ma a quanto pare non è così”, si legge in una nota del ministero.

Bolton ha chiesto all’Armenia di abbandonare il “cliché storico” nelle sue relazioni internazionali, riferendosi all’amicizia con la Russia.

“Egli ha anche detto che si aspetta da Pashinyan (il primo ministro armeno, ndr) dei passi concreti verso la risoluzione del conflitto nel Nagorno-Karabakh dopo le elezioni parlamentari. Senza dimenticare di pubblicizzare le armi statunitensi che all’Armenia conviene acquistare al posto di quelle russe”, sottolinea la nota.I

l leader del Partito repubblicano armeno, Vahram Baghdasaryan, commentando la dichiarazione di Bolton, ha detto che Erevan non ha alcun “cliché storico, ma valori nazionali il cui rifiuto è inaccettabile”. Egli ha anche consigliato ai rappresentanti del gruppo di Minsk dell’OSCE di astenersi dal “fomentare l’interesse verso gli armamenti” poiché significa premere verso la guerra.

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Armenia: polizia neutralizza attentatore suicida dinnanzi al palazzo del governo (Agenzianova 28.10.18)

Erevan, 28 ott 09:00 – (Agenzia Nova) – Un cittadino armeno di 43 anni ha tentato ieri sera di entrare nel palazzo del governo armato di una bomba a mano. Secondo quanto riferito dal Servizio di sicurezza nazionale, gli agenti di guardia sono riusciti a neutralizzare l’uomo prima che potesse compiere il gesto. Stando a quanto riportato, il 43enne intendeva penetrare nell’edificio e farsi saltare in aria. Attualmente l’uomo si trova in custodia. Il primo a riportare notizie chiare su quanto avvenuto ieri sera è stato il vice primo ministro Tigran Avinyan che si trovava all’interno dell’edificio quando è avvenuto l’incidente. L’aspirante suicida, prima di tentare questo gesto disperato, aveva chiamato il numero del servizio d’emergenza, comunicando alla polizia le sue intenzioni. (segue) (Res)

Gli USA contrari alla missione umanitaria dell’Armenia in Siria (Lantidiplomatico 27.10.18)

Nonostante voglia impegnarsi solo da un punto di vista umanitario, John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha avvertito l’Armenia a non inviare truppe da combattimento in Siria per aiutare le forze governative siriane e i loro alleati.

Il primo ministro Nikol Pashinian ha annunciato l’imminente lancio di una “missione umanitaria” russo-armena in Siria dopo i suoi colloqui dell’8 settembre scorso a Mosca con il presidente russo Vladimir Putin, rifiutando di fornire dettagli.

Il Vice Ministro della Difesa armeno Gabriel Balayan ha chiarito l’11 settembre scorso che Yerevan sta pianificando di inviare medici ed esperti di sminamento principalmente con l’incarico di aiutare i civili nella città devastata dalla guerra di Aleppo, dovrebbero essere dall’esercito armeno.

Balayan ha dichiarato che lo schieramento sarà fatto “su richiesta del governo siriano”. “Non escludiamo la cooperazione con la Russia in qualche modo, ma il gruppo opererà esclusivamente sotto la bandiera della Repubblica di Armenia”, ha precisato.

Bolton, ieri, ha discusso la questione in una riunione all’inizio della giornata con Pashinian, a cui ha partecipato anche il ministro della difesa armeno Davit Tonoyan.
 
Il primo ministro ha detto che questo non sarebbe stato un aiuto militare, sarebbe stato puramente umanitario”, nel corso in una conferenza stampa. “Penso che sia importante. Al momento sarebbe un errore per chiunque altro essere coinvolto militarmente nel conflitto siriano “.

“Ci sono già … sette o otto diversi lati combattenti. Essere coinvolti con qualcuno di loro per qualsiasi altro paese sarebbe un errore”, ha avvertito.

Bolton ha riferito ai leader armeni che mentre forniscono “ampia assistenza umanitaria” ai siriani, gli Stati Uniti hanno cercato di “evitare di aiutare i terroristi da una parte e il regime dall’altra”.
Washington ritiene che “ogni importante assistenza umanitaria a lungo termine nella ricostruzione dovrebbe dipendere dal progresso verso una risoluzione politica in Siria “, ha aggiunto.

Un alto funzionario militare russo dichiarò nell’agosto 2017 che Armenia e Serbia erano pronte a unirsi in una “coalizione” multinazionale per aiutare Mosca a eliminare le mine.

L’ex governo armeno sembrava riluttante a impegnare truppe per tale missione. Parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel settembre 2017, il presidente Serzh Sarkisian dichiarò che lo schieramento armeno in Siria richiedeva un mandato delle Nazioni Unite.

Circa 80.000 armeni vivevano in Siria prima dello scoppio della guerra nel 2011. La maggior parte di loro ha lasciato il paese. Migliaia di armeni siriani si sono rifugiati in Armenia.

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Armenia: premier Pashinyan, il primo novembre il parlamento sarà sciolto (Agenzianova 27.10.18)

Erevan, 27 ott 16:40 – (Agenzia Nova) – Pashinyan è entrato in carica dopo le dure proteste svoltesi nel mese di aprile, capeggiate dallo stesso leader del gruppo Yelk. Le proteste hanno portato alle dimissioni del neo eletto premier Serzh Sargsyan, storico leader del Partito repubblicano (Pra) e negli ultimi anni presidente dell’Armenia. Quest’inattesa avanzata di Pashinyan sino alla guida del governo non ha modificato ovviamente l’assetto del parlamento, dove i repubblicani detengono ancora la maggioranza. Per questo motivo Pashinyan ha più volte affermato che la legislatura attuale non rappresenta il popolo e che si dovrebbero svolgere quanto prima delle elezioni anticipate che riflettano l’effettiva volontà dei cittadini armeni. (Res)

Mons. Barsamian: Chiesa armena sempre vicina al suo popolo (Asianews.it 25.10.18)

Città del Vaticano (AsiaNews) – Ieri, 24 ottobre, Il patriarca Karekine II della Chiesa apostolica armena ha incontrato papa Francesco (foto 1 e 2). Di recente, in aprile, egli era a Roma per la benedizione e lo svelamento della statua di San Gregorio di Narek nei giardini vaticani. Non vi è comunicazione ufficiale sui contenuti dell’incontro. In via ufficiosa, si può dire che essi hanno discusso di varie questioni, fra cui come dare sostegno ai cristiani in Medio Oriente.

Per sostenere e rafforzare i rapporti di amicizia tra il Vaticano e Etchmiadzin, la sede del patriarcato armeno, da alcune settimane sarà presente in modo stabile in Italia, mons. Khajag Barsamian (foto 3). L’arcivescovo, 67 anni, già primate della Chiesa apostolica armena in America, è ora rappresentante della Chiesa apostolica armena presso la Santa Sede e legato della Chiesa armena nell’Europa occidentale. In tutta l’Italia ci sono circa 7mila fedeli armeni, sparsi tra Milano, Roma, Bologna, Venezia, Firenze.

AsiaNews ha incontrato mons. Barsamian, che ha concesso la seguente intervista.

 

Eccellenza come procede il rapporto fra voi, la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse?

Dal punto di vista teologico, abbiamo dei dialoghi e in essi discutiamo su temi quali l’Eucarestia, le ordinazioni, i sacramenti. Non ci sono differenze sostanziali. Una delle differenze più evidenti è ovviamente quella sul primato del papa in quanto capo della Chiesa. Che va studiata e compresa. Papa Francesco, quando è venuto in Armenia ha dichiarato che “unità è dove uno non è più in alto dell’altro”.

In tema di discussioni teologiche, notiamo che non ci sono grandi differenze. A volte nella famiglia delle Chiese orientali ortodosse esistono delle differenze, ma esse non sono d’ostacolo alla nostra unità. Allo stesso modo, nella storia alcuni teologi cattolici consideravano la Chiesa armena come monofisita, ma quando si studiano i testi armeni del V secolo, gli inni, vediamo come fra gli armeni venivano accettate le due nature di Cristo: umana e divina.

Dal punto di vista pastorale, per esempio negli Stati Uniti, esiste un forte dialogo tra cattolici e orientali. Io ero il presidente della Chiesa armena in America, e nella pastorale avevamo buoni rapporti. In caso di matrimonio, se la coppia era cattolica e il rito avveniva in una chiesa cattolica, noi accettavamo di partecipare ai sacramenti cattolici.

Parliamo dell’Armenia: che relazione c’è fra la Chiesa e il suo popolo?

La Chiesa armena è una Chiesa del popolo, quindi una Chiesa nazionale. Non nazionalistica, ma nazionale. La fede fa parte dell’identità armena, come quando nel V secolo, il re persiano sassanide voleva forzare gli armeni a rinnegare la loro fede cristiana e abbracciare lo zoroastrismo, il generale Vardan [Mamikonan] gli rispose: “La fede è parte della nostra pelle, non possiamo cambiarla”. Ed essi combatterono, divennero martiri ma non mollarono. Sempre nel V secolo, vi è la cosiddetta Età d’oro, quando i monaci crearono l’alfabeto armeno…. La nostra cultura, l’architettura, la musica e tutto il resto sono basati su Cristo.

La fede è parte dell’identità armena, quindi in caso di mancanza di regno o di guida politica, la Chiesa è la forza di guida. Per esempio, durante il periodo della diaspora negli Stati Uniti, i cristiani armeni sono rimasti tali grazie alla Chiesa. In ogni parrocchia c’è una sala dove vi sono programmi culturali, corsi di catechismo, incontri per i giovani, dove viene insegnata la fede, ma anche l’identità.

Tutto questo ha resistito anche durante il genocidio?

Durante il genocidio, abbiamo perso molto. Prima del genocidio in tutto il mondo c’erano 6mila sacerdoti armeni. Durante il genocidio [turco], 4mila di loro sono stati massacrati. Poi in Armenia è arrivato il comunismo, che ha ucciso circa 2mila sacerdoti. Questo ha creato un vuoto: il 98% della leadership spirituale è stata distrutta. E va detto che i comunisti hanno fatto peggio dei turchi perché i turchi uccidevano solo il corpo, ma i comunisti hanno distrutto anche lo spirito.

Faccio un esempio tratto dalla mia esperienza. Io sono nato in Anatolia, nella parte centrale della Turchia. Mia nonna era incinta di tre mesi quando una notte essi vennero e presero suo marito e tutti gli uomini. Quando nacque mio padre, non c’erano chiese. Ma lui era solito dire: “Mia madre mi ha fatto da madre e da padre”. Io sono nato ad Arapkir, dove non c’era alcuna chiesa: tutte e sette erano state distrutte, ma io e mio fratello abbiamo imparato a pregare da mia nonna.  La Chiesa era in casa. Perciò quando ci siamo trasferiti a Istanbul, è stato molto naturale per noi iniziare fin da subito ad andare in chiesa. Io sono sacerdote grazie a mia nonna, perché lo spirito [del cristianesimo] era lì.

I comunisti non solo distruggevano le chiese e annientavano il clero: essi insegnavano ateismo nelle scuole contro la Chiesa, la fede, Cristo. In ogni curriculum [scolastico] la fede era messa da parte.

E quando l’Armenia ha scelto l’indipendenza dall’Urss nel 1991?

Quando abbiamo ottenuto l’indipendenza, l’Armenia era in subbuglio. Era un momento denso di sfide, e ancora una volta in prima linea, la Chiesa ha offerto grande supporto. Nella nostra diocesi abbiamo subito creato un fondo per dare sostegno agli armeni e io personalmente ho siglato un accordo con il governo americano per portare aiuto con 10 milioni di dollari. Ho parlato con il Dipartimento di Stato e ho detto che gli armeni avevano bisogno di aiuto.

Al presente il fondo per l’aiuto agli armeni ha donato 315 milioni di dollari per progetti di sviluppo, in campo medico, agricolo, educativo e in varie altre aree. La Chiesa ha offerto il suo sostegno a orfani, bambini, ecc. E questo da parte di una sola diocesi, quella in America, ma di certo anche altre hanno contribuito.

Ci sono ancora diverse sfide. La prima è che in tutti il mondo il clero armeno è composto solo da 815 membri. Questo numero non basta, pertanto in Armenia sono stati aperti nuovi seminari. Sua Santità il Katolikos sta ponendo grande enfasi su questo aspetto, e sta mandando molti giovani sacerdoti a studiare in università, soprattutto quelle cattoliche, in particolare a Roma, Parigi, in Europa e negli Stati Uniti. Alcuni di questi sacerdoti sono già tornati e ora sono diventati professori nei seminari. In tal modo si preparano le generazioni più giovani.

Un’altra sfida è sull’educazione cristiana: per questo il Katolikos ha firmato un accordo con il governo affinché nelle scuole pubbliche si insegni storia della Chiesa armena. Su indicazione dell’Unione europea, a scuola non si può insegnare religione, ma si può insegnare storia. Così le nuove generazioni possono imparare qualcosa sulla Chiesa armena. I testi religiosi vengono redatti da Etchmiadzin, come pure gli insegnanti per questi corsi.

Da parte di Etchmiadzin sono state anche create organizzazioni giovanili, programmi televisivi che parlano di catechesi, film, vari programmi per comunicare la fede alle persone.

Dal puto di vista economico qual è la situazione del Paese?

Il problema principale è che le frontiere sono ancora chiuse con la Turchia e l’Azerbaijan. Invece, quelle con la Georgia e l’Iran sono aperte. L’Armenia cerca di mantenere un buon equilibrio nei rapporti con l’occidente, l’Unione Europea e gli Stati Uniti, ma anche con Mosca, perché la situazione lo impone.

Io stesso ho cercato di creare dialogo con la Turchia perché ritengo che l’apertura delle frontiere potrebbe migliorare l’economia. Durante la presidenza di Abdullah Gül c’erano molte più possibilità; ora con Erdogan è diverso. Quando il Santo Padre Francesco si è recato in visita in Armenia nel 2016, avevo suggerito al card. Pietro Parolin che il papa potesse recarsi anche in Turchia, attraversando la frontiera fra i nostri due Paesi. Ma i turchi non hanno acconsentito.  Con le frontiere chiuse, non ci sono molte possibilità per il libero mercato. Credo comunque che alla fine in Turchia qualcosa di buono stia accadendo: c’è uno sviluppo a piccoli passi.

In Armenia, mesi fa vi è stato un cambio di governo, manifestazioni di giovani: sono tutti segnali buoni. Questo significa che il precedente governo – con tutti i problemi che aveva – è stato in grado di dare alle nuove generazioni la libertà di iniziare a pensare liberamente. Ciò è positivo, e non è automatico. Per esempio, una cosa simile non avviene in Azerbaijan.

Quali le sfide principali della Chiesa armena nell’evangelizzazione?

Una delle principali sfide, ancora una volta, riguarda le persone: i giovani ormai hanno una mentalità aperta, ma gli anziani hanno una mentalità sovietica. La Chiesa sta vivendo questo processo: durante la dominazione sovietica, il clero non aveva il permesso di evangelizzare, di andare fuori ad annunciare come ha detto Gesù. Essi aspettavano che arrivassero le persone per il battesimo, le cresime e tutto il resto. Ora invece ci sono nuovi sviluppi: il clero va fuori, dalle persone, e anche le persone sanno che i sacerdoti possono andare da loro. È qualcosa che sta avvenendo, ma occorre più tempo affinché continui ad avvenire.

È anche importante la collaborazione tra sacerdoti e laici. Per esempio, nella mia diocesi americana, religiosi e laici collaborano insieme per portare avanti la missione a livello diocesano e all’esterno, nelle assemblee, nei consigli parrocchiali. Anche i laici erano coinvolti, non sono i preti a fare tutto. Questo processo sta avvenendo anche in Armenia e Sua Santità Karekine II sta spingendo molto per questo.

Un’altra sfida è la mancanza di clero.  In ogni città, comunità o villaggio c’è bisogno di un pastore, un sacerdote che possa prendersi cura dei bisogni spirituali delle persone. Per esempio, negli Stati Uniti, l’85% del tempo dei sacerdoti viene speso per la cura pastorale: visite, assistenza, organizzazione, celebrazioni, liturgia. E anche per il restante 15%, i bisogni sono pastorali.  Questa è un’altra necessità e rispecchia la visione di Sua Santità il Katolikos. Ma c’è bisogno di tempo. Da parte loro i laici aiutano anche nell’amministrazione delle diocesi.

Infine vi sono programmi per la cura degli orfani, ospedali, incontri per consigliare come la Chiesa può aiutare le persone ad avviare un’impresa, anche piccole imprese.
Dal punto di vista dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, devo dire che nel nostro Paese ci sono villaggi curdi e musulmani che sono molto liberi. Poi vi sono villaggi russi, georgiani, siriani e persino una comunità ebraica con la Sinagoga. Non ci sono problemi di alcun tipo. Anche a Yerevan c’è un’antica moschea, che di recente è stata restaurata, credo ad opera degli iraniani.

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