Viaggio del Papa in Armenia: rassegna stampa completa (dal 23 al 27 giugno 2016)

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Turchia. E’ legge l’immunità all’Esercito (Nena, 25.06.16)

Il parlamento ha passato la proposta che salva militari e membri dei servizi segreti dai processi per abusi contro i civili. Tutto coperto dalla volatile etichetta del “controterrorismo”

Roma, 25 giugno 2016, Nena News – L’immunità ai soldati è legge: la proposta presentata all’inizio di giugno dal Ministero della Difesa è stata approvata ieri dal parlamento turco. Garantisce ai militari impegnati “in operazioni di controterrorismo” una copertura legale nel caso di abusi e crimini commessi durante le azioni sul campo.

L’espressione “controterrorismo” può avere significati ampi, che la politica può arricchire a seconda delle esigenze. Di certo dentro ci finisce la campagna militare in corso a sud est, contro il Pkk, ma soprattutto contro la popolazione civile.Sebbene pochi giorni fa il premier Yildirim parlasse di operazione conclusa, così non è: gli scontri terrestri continuano, come aumentano i villaggi sotto coprifuoco e i raid aerei contro presunte postazioni kurde.

Ora i soldati che commetterranno abusi – le comunità kurde ne hanno pronta una lunga lista: edifici residenziali assediati, utilizzo di armi chimiche, omicidi di civili (oltre 600 quelli accertati), raid indiscriminati in aree residenziali – non subiranno conseguenze. I poteri dell’esercito, così come quelli dei servizi segreti, si ampliano a dismisura. E con loro quelli del presidente Erdogan che sulle forze armate mantiene il controllo: secondo la nuova normativa, spetterà al governo – in particolare il primo ministro – dare il permesso per giudicare soldati sospettati di abusi. Ma anche civili impegnati in attività di controterrorismo, come i funzionari dei servizi segreti.

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Sogni di pietra di Aylisli Akram (Il Foglio 23.06.16)

Sogni di pietra dovrebbe essere adottato come libro di testo nelle scuole di ogni ordine e grado. Dovrebbe essere distribuito davanti alle moschee, commentato nelle sinagoghe, letto nelle chiese. Tutti dovrebbero conoscerlo: armeni e azeri, arabi e israeliani, turchi e curdi. Perché è innanzitutto un libro di verità, pieno di storia e poesia. Un popolare attore di teatro, celebrato e amato in tutto l’Azerbaigian, viene ricoverato in ospedale in gravi condizioni dopo un brutale pestaggio: aveva cercato di difendere un armeno linciato in piazza. Sadaj Sadygly è in coma e sogna. I suoi sono appunto “sogni di pietra”, una pietra levigata come quella delle chiese di Ajlis, il villaggio natale del protagonista, dal quale gli armeni furono cacciati nel 1919. Cacciati, ma mai del tutto scomparsi: restano le donne sopravvissute e convertite a forza, i racconti tramandati di bocca in bocca; restano gli spiriti nell’aria e in terra le chiese, retaggio di una civiltà millenaria. “Ad Ajlis vivevano persone eccezionali per energia e ingegno. Fecero arrivare l’acqua, piantarono giardini, tagliavano pietre. Gli artigiani e i mercanti armeni girarono centinaia di città e villaggi, guadagnando soldino su soldino solo per trasformare ogni palmo di terra della loro piccola Ajlis in un autentico angolo di paradiso”. Strutturato su diversi piani narrativi, il libro racconta l’infanzia di Sadaj, il suo stupore di bambino, il tormento del suo spirito, fino alla presa di coscienza della religiosità e dell’umanità antica della nazione armena. Ne resta testimone indomito ai tempi dell’Unione sovietica; e poi ancora quando crolla il comunismo. Pagando prima con l’emarginazione, poi con l’ostracismo, fino all’inevitabile epilogo. “Prova a dire adesso che la lingua non è il peggior nemico dell’uomo”. Come il suo protagonista e alter ego, anche Akram Aylisli era amato e stimato in patria, ma è diventato un “traditore della Nazione e nemico del Popolo” nel 2012, quando ha pubblicato questo libro. Ha scritto: “Nel mio paese, nemmeno durante i peggiori giorni dello stalinismo la verità era così tabù come lo è oggi”. Nel 2014 è stato proposto per il premio Nobel per la Letteratura, ma gli è servito a poco. Di recente, mentre stava per recarsi a Venezia a ritirare un premio, gli è stato impedito di partire: lo hanno accusato di avere aggredito un poliziotto in aeroporto. “E di colpo gli sembrò che Ajlis non fosse mai esistita… Non esisteva neanche quella chiesa, né quella luce giallo-rosa che gli ricordava il sorriso dell’Altissimo. E con un nodo alla gola pensava: forse, anche Dio è un’invenzione, una menzogna? Non c’è e non c’era mai stato?”.

 

SOGNI DI PIETRA
Aylisli Akram
Guerini, 139 pp., 12,50 euro

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Genocidio armeno, “ora non si può più negare”. Grazie a Benedetto XVI e Papa Francesco (Aleteia.org 23.06.16)

Un libro di Franca Giansoldati contro il negazionismo: cominciare dalle scuole.

Un milione e mezzo di armeni in marcia verso il nulla. Accadeva 101 anni fa, alle porte dell’Europa, nelle stesse terre che oggi assistono ad altri massacri di innocenti. In “La marcia senza ritorno” la giornalista Franca Giansoldati racconta la storia del primo genocidio del XX secolo. “Più che passione è una battaglia civica” precisa. La battaglia di una figlia di partigiani emiliani contro il silenzio che per decenni ha avvolto queste vicende. La battaglia di una donna laureata in storia moderna che di tutto questo sapeva “poco o niente” finché non ci si è imbattuta un po’ per caso. “Il negazionismo non è lontano da noi. Nei libri di storia c’è un buco nei fatti che accaddero tra il 1915 e il 1920 all’interno dell’impero ottomano. Il tema viene condensato in mezzo capitolo, poche righe nell’ambito della I Guerra Mondiale, come un accessorio, senza arrivare alle radici di questo capitolo nero della nostra storia di europei”. Per questo Franca ha voluto un libro agile per una ampia divulgazione e documentato, pubblicato con Salerno, una casa editrice piccola ma autorevole. Per questo appena può va nelle scuole a incontrare i ragazzi, parla con loro: “È dalla scuola che bisogna cominciare”.

Nel ’94 Franca è stagista in una agenzia di stampa. Si occupa dei primi passi di una mozione per il riconoscimento del genocidio armeno da parte del Parlamento italiano, a firma del leghista Giancarlo Pagliarini, sposato alla figlia di una sopravvissuta. Per lei si apre un mondo. Comincia a raccogliere documentazione, a rendersi conto di quanto avvenuto, a spendersi perché sia conosciuto. La mozione viene approvata sei anni dopo, nel 2000, anche sull’onda della dichiarazione congiunta firmata pochi giorni prima da Giovanni Paolo II e il Catholicos degli armeni Karekin II, in cui compare la parola “genocidio”. Del resto, la Chiesa cattolica non ha mai fatto mancare il proprio sostegno al popolo armeno, da Benedetto XV, pontefice all’epoca dei fatti, a Benedetto XVI e Francesco. Quest’ultimo, dopo aver letto le bozze del libro, ha scritto alcune righe a Franca Giansoldati: “Auspico che la sua fatica di ricerca e documentazione trovi adeguato apprezzamento per un lavoro di inchiesta storica, preziosa al recupero della memoria quale forma di giustizia e via alla pacificazione”.

“Benedetto XV è un grande”. Franca Giansoldati ne racconta la visione profetica e la capacità diplomatica. “È stato l’unico capo di stato europeo che si è battuto come un leone per fermare i massacri. Si rendeva perfettamente conto delle dimensioni della cosa, quello che arrivava sul suo tavolo era agghiacciante”. Nel 1915, ben prima del Concilio Vaticano II e dell’ecumenismo, “non ha mai fatto distinzione tra gregoriani e cattolici, scrisse al sultano, organizzò una rete di diplomatici che anche finita la guerra cercò di sensibilizzare i governi sulla questione armena”. Al Papa che definì “inutile strage” la Guerra mondiale si ispirò Benedetto XVI: “Fu coraggioso e autentico profeta di pace (…). Sulle sue orme desidero porre il mio ministero a servizio della riconciliazione e dell’armonia tra gli uomini e i popoli”. E proprio “sotto l’impulso di Benedetto XVI e poi di Francesco, il gesuita Georges-Henry Ruyssen ha raccolto, catalogato e reso fruibili circa 20mila documenti sull’Armenia, relativi al periodo 1915-1923”, conservati in diversi archivi del Vaticano (Segreteria di Stato, Congregazione per le Chiese orientali, Propaganda fide).

Papa: in Armenia come servo del Vangelo, pellegrino di pace

Alla vigila del 14° viaggio apostolico in Armenia, Papa Francesco ha diffuso un videomessaggio. Il Pontefice saluta con affetto il “primo Paese cristiano – come recita il motto del viaggio – che incontrerà tra breve. Il servizio del nostro inviato in Armenia, Giancarlo La Vella:

La grande fede cristiana e l’accorata richiesta di pace. Questi i punti salienti sui quali Papa Francesco incentra il videomessaggio col quale saluta il popolo armeno a poche ore dal viaggio.

“Vengo come pellegrino, in questo Anno Giubilare, per attingere alla sapienza antica del vostro popolo e abbeverarmi alle sorgenti della vostra fede, rocciosa come le vostre famose croci scolpite nella pietra”.

Vengo come vostro fratello – continua il Papa – animato dal desiderio di vedere i vostri volti, di pregare con voi e condividere il dono dell’amicizia. Poi Francesco guarda più da vicino le ferite di un popolo tenace, ma duramente colpito nella sua storia, una storia – dice il Santo Padre – che suscita ammirazione e dolore.

“Ammirazione, perché avete trovato nella croce di Gesù e nel vostro ingegno la forza di rialzarvi sempre, anche da sofferenze che sono tra le più terribili che l’umanità ricordi; dolore, per le tragedie che i vostri padri hanno vissuto nella loro carne”.

Ma è un popolo forte, quello armeno, che ha i mezzi per reagire al dolore e agli assalti del male, sottolinea Papa Francesco. Come Noè dopo il diluvio, di fronte alle difficoltà, anche tragiche, non deve mai mancare la speranza e la voglia di resurrezione.

“Come servo del Vangelo e messaggero di pace desidero venire tra voi, per sostenere ogni sforzo sulla via della pace e condividere i nostri passi sul sentiero della riconciliazione, che genera la speranza”.

Il videomessaggio si conclude con spirito ecumenico: il Papa esprime trepidazione nell’attesa di riabbracciare il Patriarca della Chiesa apostolica armena, quello che lui stesso chiama “il mio fratello Karekin”, e insieme a lui dare rinnovato slancio al nostro cammino verso la piena unità. A conclusione del videomessaggio, un saluto in tradizione puramente armena:

“Grazie e a presto! Tsdesutiun!”.

Francesco in Armenia, preghiera con Karekin II (Avvenire 22.06.16)

Dopo quattro ore di volo comincia il viaggio di Francesco in Armenia. L’aereo con a bordo il Pontefice è partito questa mattina alle 9.20 dallo scalo romano di Fiumicino, ed è atterrato poco fa all’aeroporto internazionale di Erevan.

Ad accogliere il Papa, il presidente della Repubblica dell’Armenia Serzh Sargsyan, con la consorte, e il Supremo Patriarca e Catholicos di tutti gli armeni Karekin II, oltre a una rappresentanza di fedeli con un coro di bambini che hanno offerto al Santo Padre il pane e il sale di benvenuto.
Dopo l’esecuzione degli inni, gli onori militari e la presentazione
delle rispettive delegazioni, Papa Francesco e Karekin II si sono trasferiti in auto alla sede apostolica di Etchmiadzin, per la
visita di preghiera alla Cattedrale, prima tappa del viaggio del Pontefice.

GUARDA IL PROGRAMMA

Tra i momenti più significativi, sabato ci sarà la visita al memoriale delle vittime del genocidio armeno. (LEGGI)

“Vengo come pellegrino, in questo Anno Giubilare, per attingere alla sapienza antica del vostro popolo e abbeverarmi alle sorgenti della vostra fede, rocciosa come le vostre famose croci scolpite nella pietra”.

Vengo come vostro fratello – continua il Papa – animato dal desiderio di vedere i vostri volti, di pregare con voi e condividere il dono dell’amicizia. Poi Francesco guarda più da vicino le ferite di un popolo tenace, ma duramente colpito nella sua storia, una storia – dice il Santo Padre – che suscita ammirazione e dolore.

“Ammirazione, perché avete trovato nella croce di Gesù e nel vostro ingegno la forza di rialzarvi sempre, anche da sofferenze che sono tra le più terribili che l’umanità ricordi; dolore, per le tragedie che i vostri padri hanno vissuto nella loro carne”.
Ma è un popolo forte, quello armeno, che ha i mezzi per reagire al dolore e agli assalti del male, sottolinea Papa Francesco. Come Noè dopo il diluvio, di fronte alle difficoltà, anche tragiche, non deve mai mancare la speranza e la voglia di resurrezione.
“Come servo del Vangelo e messaggero di pace desidero venire tra voi, per sostenere ogni sforzo sulla via della pace e condividere i nostri passi sul sentiero della riconciliazione, che genera la speranza”.
Il videomessaggio si conclude con spirito ecumenico: il Papa esprime trepidazione nell’attesa di riabbracciare il Patriarca della Chiesa apostolica armena, quello che lui stesso chiama “il mio fratello Karekin”, e insieme a lui dare rinnovato slancio al nostro cammino verso la piena unità. A conclusione del videomessaggio, un saluto in tradizione puramente armena:
“Grazie e a presto! Tsdesutiun!”.

Il Papa agli armeni: ammirazione e dolore per la vostra storia (La Stampa 22.06.16)

«La vostra storia e le vicende del vostro amato popolo suscitano in me ammirazione e dolore»: così il Papa nel video-messaggio che viene trasmesso questa sera al popolo armeno in occasione dell’imminente viaggio in Armenia da venerdì a domenica prossimi. «Ai ricordi dolorosi non permettiamo di impadronirsi del nostro cuore», afferma Francesco – che peraltro concluderà il viaggio al monastero di Khor Virap, vicino al confine con la Turchia, liberando due colombe in direzione del monte Ararat, dove secondo la Bibbia approdò Noè dopo il diluvio universale – invitando a seguire l’esempio di Noè, «che dopo il diluvio non si stancò di guardare verso il cielo e di liberare più volte la colomba, finché una volta essa ritornò a lui, portando una tenera foglia di ulivo».

 

«Cari fratelli e sorelle – afferma Papa Francesco – tra pochi giorni avrò la gioia di essere tra voi, in Armenia. Già da ora vi invito a pregare per questo viaggio apostolico. Con l’aiuto di Dio vengo tra voi per compiere, come dice il motto del viaggio, una “visita al primo paese cristiano”. Vengo come pellegrino, in questo Anno Giubilare, per attingere alla sapienza antica del vostro popolo e abbeverarmi alle sorgenti della vostra fede, rocciosa come le vostre famose croci scolpite nella pietra».

 

«Vengo verso le mistiche alture dell’Armenia come vostro fratello, animato dal desiderio di vedere i vostri volti, di pregare insieme a voi e di condividere il dono dell’amicizia. La vostra storia e le vicende del vostro amato popolo – sottolinea il Pontefice – suscitano in me ammirazione e dolore: ammirazione, perché avete trovato nella croce di Gesù e nel vostro ingegno la forza di rialzarvi sempre, anche da sofferenze che sono tra le più terribili che l’umanità ricordi; dolore, per le tragedie che i vostri padri hanno vissuto nella loro carne. Ai ricordi dolorosi non permettiamo di impadronirsi del nostro cuore; anche di fronte ai ripetuti assalti del male, non arrendiamoci. Facciamo piuttosto come Noè, che dopo il diluvio non si stancò di guardare verso il cielo e di liberare più volte la colomba, finché una volta essa ritornò a lui, portando una tenera foglia di ulivo: era il segno che la vita poteva riprendere e la speranza doveva risorgere».

 

«Come servo del Vangelo e messaggero di pace desidero venire tra voi, per sostenere ogni sforzo sulla via della pace e condividere i nostri passi sul sentiero della riconciliazione, che genera la speranza», afferma ancora Jorge Mario Bergoglio. «I grandi santi del vostro popolo, specialmente il Dottore della Chiesa Gregorio di Narek, benedicano i nostri incontri, che aspetto con vivo desiderio. In particolare, attendo di riabbracciare il mio Fratello Karekin e, insieme con lui, dare rinnovato slancio al nostro cammino verso la piena unità. Lo scorso anno, da diversi Paesi, siete venuti a Roma, e presso la tomba di San Pietro abbiamo pregato tutti insieme. Ora – conclude il Papa – vengo nella vostra terra benedetta per rafforzare la nostra comunione, avanzare sulla via della riconciliazione e lasciarci animare dalla speranza».

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Alla vigilia del viaggio di papa Francesco, Georges-Henri Ruyssen ci parla della ‘questione armena’ (Rainews.it 22.06.16)

Alla vigilia del viaggio di papa Francesco, Georges-Henri Ruyssen ci parla della ‘questione armena’ Papa Francesco sarà in Armenia dal 24 al 26 giugno. Tra le tappe “simboliche” del viaggio la visita al memoriale del genocidio Armeno, a Yerevan, dedicato alle vittime dei massacri avvenuti 100 anni fa sotto l’impero ottomano. Le ripercussioni di quella pagina storica arrivano fino ai nostri giorni. Vania De Luca e Maria Rita Pasqualucci ne hanno parlato Georges-Henri Ruyssen, decano del Pontificio Istituto Orientale, uno dei massimi studiosi della questione armena. –

Antonia Arslan e l’Armenia. La fede tiene unita la diaspora (Radio Vaticana 22.06.16)

La scrittrice Antonia Arslan (madre italiana, padre armeno), autrice di saggi e romanzi tra cui il best seller “La masseria delle allodole” (Rizzoli, 2004), racconta alcuni tratti della storia e della cultura del popolo che il Papa si appresta a visitare.

“E’ stato proprio l’entusiasmo con cui i lettori italiani hanno seguito questo libro a dare origine alla curiosità dirompente per scoprire l’Armenia. C’era voglia di avere più informazioni su un paese misterioso ma certamente vicino, che è solo una piccola parte del Regno di Armenia”, spiega Arslan, soffermandosi sul fatto che è nel Dna degli Armeni il Cristianesimo. E parla anche del cammino di progressivo avvicinamento della Chiesa Apostolica armena a quella latina.

L‘Armenia si presenta come un paese in perenne tensione“, precisa Giancarlo La Vella, inviato Radio Vaticana in Armenia. “Tanti anni sotto il dominio sovietico lasciano il segno, poi da un lato le frizioni con la Turchia per il massacro del 1915 che ha sterimnato oltre un milione di persone, dall’altro le questioni terrioriali con l’Azerbaigian per la regione del Nagorno Karabakh. E ancora, non bisogna dimenticare altri territori che ai tempi dell’Urss Stalin (quando era plenipotenziario di Lenin per il Caucaso) concesse ad altri Paesi, territori a maggioranza armena. Insomma, una terra povera, affascinante, la cui diaspora non dimentica la comune fede religiosa“.

In quella che io amo definire la ‘patria perduta’ c’erano moltissime chiese che sono state scientificamente distrutte tra il 1920 e nei decenni successivi – riprende Antonia – senza nessuna necessità ma esclusivamente per togliere la memoria degli armeni dalla propria patria. Così, ovunque la diaspora è andata, se ci sono le condizioni, si costruisce una chiesa e una scuola. Ricordiamoci infatti che gli armeni sempre sono stati altamente alfabetizzati. Anche le bambine armene lo erano nel 1915 in Anatolia, prima della tragedia, cosa che non si può dire per esempio dell’Europa di allora”.

Cosa attendersi dal Viaggio apostolico del Papa

“Gli armeni chiedono – non essendo stati minimamente riconosciuti per tanto tempo – un abbraccio di consolazione, di sapere che non sono abbandonati”, conclude la scrittrice. “Che non spariscono, che ci sono”.

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Papa: in Armenia come servo del Vangelo, pellegrino di pace (Radio Vaticana 22.06.16)

Il Papa in Armenia ricorderà il genocidio (Il Giornale d’Italia 22.06.16)

Il Santo Padre ha dato appuntamento ai discendenti di alcuni superstiti del “Metz Yaghern”, il genocidio che vide soccombere gli Armeni nell’impero ottomano nel 1915, che vennero accolti da Benedetto XV a Castel Gandolfo. Il viaggio di Francesco sarà dal prossimo venerdì 24 giugno e durerà fino alla domenica 26: in quell’occasione il Papa si recherà in preghiera nella cattedrale apostolica di Etchmiadzin, nella capitale Yerevan, salutato dal Catholicos Karekin, e incontrerà il presidente Serz Sargsyan. Durante il viaggio il Pontefice  visiterà il memoriale Tzitzernakaberd a Yerevan.

Ha detto padre Lombardi di questo viaggio, il ventiduesimo del Pontefice: “Il Papa visita tre paesi del Caucaso partendo dall’Armenia: per diversi motivi si sono dovute separare le due tappe, tra gli altri motivi perché il patriarca georgiano doveva essere a Creta in questi giorni”. Alla fine di  settembre infatti in programma ci sono due altre mete: la Georgia e l’Azerbaigian. Dice ancora padre Lombardi che tra le motivazioni del viaggio in Armenia c’è anche la volontà del Pontefice di ricambiare la visita che Catholicos armeno gli ha fatto. Inoltre il Santo Padre intende mostrare il suo affetto alla comunità armena e incoraggiare la locale realtà cattolica.  A seguire l’evento ci saranno seicento giornalisti, tra questi la figlia di un pastore evangelico armeno, Evangelina Himitian. Suo padre fu amico di Bergoglio, la Himitian – i cui nonni, coma ha voluto precisare padre Lombardi, furono vittime della persecuzione ottomana, alla quale fortunosamente scamparono – è tra l’altro autrice della biografia “Il Papa della gente”. La visita di Bergoglio al Metz Yaghern è prevista per la mattinata di sabato 25 giugno: accompagnato dal Catholicos incontrerà un gruppo di bambini che porteranno ricordi dell’anno del genocidio, quindi entrerà nella camera centrale e reciterà una preghiera in italiano  e il Padre Nostro, di fronte alla fiamma perenne. Sarà piantato un arbusto e poi il Papa incontrerà i discendenti di alcuni perseguitati.

La vicinanza della Chiesa a quella mattanza di un secolo fa ha dei precedenti: Benedetto XV, come abbiamo detto, incontrò i discendenti di alcune vittime a Castel Gandolfo, mentre Giovanni Paolo II firmò insieme a Karekin II una dichiarazione comune a Etchmiadzin nel 2001: richiamandosi a questo, Francesco   parlò dell’immane tragedia come del “primo genocidio del XX secolo”. Era l’aprile del 2015, a San Pietro ci fu una cerimonia in concomitanza con la ricorrenza del centenario del genocidio armeno. Questo scaldò non poco gli animi in Turchia, che ha sempre avversato la definizione di “genocidio” al punto di richiamare per mesi ad Ankara il proprio ambasciatore presso la Santa Sede. Lombardi ha voluto precisare a chi gli faceva notare che usa più la parola “Metz Yeghern” che genocidio, che “la parola Metz Yeghern è anche più forte di quello che dice la parola genocidio, e io preferisco usare questa parola proprio per non essere intrappolato dalle domande che non fanno che ruotare attorno all’uso di una parola. Nessuno di noi nega che ci siano stati massacri orribili, lo sappiamo molto bene e lo riconosciamo, e andiamo al memoriale per ricordarlo, ma non vogliamo fare di questo una trappola di discussione politico-sociologico perché andiamo alla sostanza”. Il termine Metz Yaghern, del resto, in effetti è decisamente evocativo: come ha tenuto a specificare Antranig Ayvazian, che nel genocidio ha perso l’intera sua famiglia eccetto suo padre, che esso “significa un grande sradicamento della popolazione nel sangue”, e ha anche precisato che si aspetta che la Turchia riconosca questo “sbaglio storico”.

Dopo questo che è un atto dovuto e giusto, nel pomeriggio di sabato Francesco visiterà Gymuri che alla fine degli anni Ottanta subì un violento terremoto. Lì il Santo Padre celebrerà una  Messa, visiterà un orfanotrofio e poi la cattedrale armeno apostolica delle Sette Piaghe e quella armeno cattolica dei Santi Martiri. Seguirà l’incontro ecumenico e la preghiera per la pace a Yerevan. La domenica Bergoglio incontrerà i quattordici vescovi cattolici armeni nel Palazzo apostolico di Etchmiadzin e parteciperà alla liturgia nella Cattedrale armeno apostolica. Infine una preghiera nel Monastero di Khor Virap dove, dice la tradizione, venne imprigionato per dodici anni il fondatore del Cristianesimo in Armenia Gregorio l’Illuminatore.

Emma Moriconi

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