Comunicato stampa COMUNITA’ ARMENA IN ITALIA ADERISCE A MANIFESTAZIONE PER LA PACE
Il Coordinamento delle organizzazioni e associazioni armene in Italia aderisce ufficialmente alla marcia per la pace prevista a Roma sabato 7 ottobre.
Nelle ultime settimane gli armeni hanno purtroppo dovuto fronteggiare una nuova azione di guerra portata avanti dall’Azerbaigian nei confronti del Nagorno Karabakh-Artsakh.
Il risultato di questa nuova azione violenta è stata la evacuazione di oltre centomila persone: di fatto l’intera popolazione della regione ha dovuto lasciare la propria terra, la propria casa, il proprio lavoro come peraltro ampiamente documentato dalla stampa in questi giorni.
Di fronte a una politica che ricorre solo e soltanto all’uso della forza non possiamo non aderire a una manifestazione che propugna i valori della pace.
Sarà presente al corteo anche una delegazione di armeni italiani che si riunirà in piazza della Repubblica per dire NO alla guerra e SI alla pace e al rispetto della persona umana e dei suoi diritti inalienabili.
Coordinamento organizzazioni e associazioni armene in Italia
“EMERGENZA NAGORNO KARABAKH” – RACCOLTA FONDI DELLA CARITAS ITALIANA PER I PROFUGHI DELL’ARTSAKH
Nagorno Karabakh: Caritas accanto alla popolazione in fuga
Un nuovo dramma è in atto in Europa con il tragico esodo di circa 85.000 armeni, abitanti dell’enclave del Nagorno Karaback, sita nel Caucaso meridionale, costretti a lasciare le proprie case per l’inasprirsi della situazione.
Una tensione secolare che da tre decenni, con alterne vicende, ha sconvolto la vita della popolazione di queste terre. Oggi tocca agli abitanti armeni di quel territorio che stanno cercando rifugio nella vicina Armenia, un paese di circa 2,8 milioni di abitanti che deve accogliere e assistere questo numero enorme di persone, che si sono lasciate alle spalle tutto, con la prospettiva che non potranno più tornare a casa propria. Nei prossimi giorni anche il resto della popolazione armena presente in questo territorio, oggi sotto il controllo azero, molto probabilmente partirà alla volta dell’Armenia. Saranno almeno altre 40.000 persone che dovranno cercare un rifugio altrove.
«Rivolgo il mio appello (…) affinché tacciano le armi e si compia ogni sforzo per trovare soluzioni pacifiche per il bene delle persone e il rispetto della dignità umana», ha esortato Papa Francesco e con lui rivolgiamo un appello affinché si possa trovare una soluzione pacifica al dramma in corso.
Caritas Armenia, da anni molto attiva nell’assistere i profughi già presenti nel proprio territorio, si è mobilitata in particolare lungo il confine meridionale per fornire prima assistenza, e al loro fianco Caritas Italiana e tutta la rete delle Caritas. «In questo momento cruciale è essenziale che l’Unione Europea e le Nazioni Unite intensifichino il loro sostegno per garantire una risposta umanitaria del Nagorno Karabakh e in Armenia, con finanziamenti destinati agli attori umanitari locali, che sono in grado di rispondere efficacemente e rapidamente alla situazione e aiutare chi ha bisogno», afferma Gagik Tarasyan, Direttore esecutivo di Caritas Armenia.
Don Marco Pagniello, Direttore di Caritas Italiana, ribadisce la solidarietà e la piena disponibilità a sostenere gli sforzi della Chiesa locale.
È possibile contribuire agli interventi di Caritas Italiana per questa emergenza, utilizzando il conto corrente postale n. 347013, o donazione on-line, o bonifico bancario specificando nella causale “Emergenza Nagorno – profughi Armenia” tramite:
• Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma – Iban: IT 24 C 05018 03200 00001 3331 11
• Banca Intesa Sanpaolo, Fil. Accentrata Ter S, Roma – Iban: IT 66 W 03069 09606 100000012474
• Banco Posta, viale Europa 175, Roma – Iban: IT 91 P 07601 03200 000000347013
• UniCredit, via Taranto 49, Roma – Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063 119
Aggiornato il 29 Settembre 2023
LA COMUNITA’ INTERNAZIONALE NON ABBONDONI GLI ARMENI DELL’ARTSAKH
Comunicato stampa
LA COMUNITA’ INTERNAZIONALE NON ABBONDONI GLI ARMENI DELL’ARTSAKH
Ancora una volta l’Azerbaigian è ricorso alla violenza delle armi e a nulla sono valsi gli appelli internazionali rivolti al dittatore Aliyev.
Come armeni della diaspora non possiamo che essere terribilmente addolorati per la sorte dei nostri fratelli in Artsakh vittime ancora una volta della feroce campagna militare dell’Azerbaigian e già provati da mesi di malnutrizione a causa del criminale blocco del corridoio di Lachin imposto dal regime azero.
Stanti le ultime notizie che parlano di una resa pressoché incondizionata delle autorità di Stepanakert di fronte alle perdurante minaccia delle bombe azere, e di una possibile pulizia etnica, siamo molto preoccupati per la sorte dei 120.000 armeni della regione costretti a lasciare patria, case, lavoro per fuggire altrove oppure destinati a vivere come sudditi odiati nella dittatura di Aliyev che (report 2023 di “Freedom house”) è fra le peggiori al mondo per rispetto dei diritti civili e politici.
Anche il destino del patrimonio culturale e religioso armeno (già vandalizzato o distrutto nei territori conquistati dagli azeri durante la guerra) è fortemente a rischio.
Al riguardo, siamo addolorati che il monastero di Amaras dove nel 406 il monaco Mashtots coniò l’alfabeto armeno sia ora occupato dai soldati dell’Azerbaigian che avranno probabilmente già provveduto a danneggiarlo.
Chiediamo alla comunità internazionale e ai media di non abbandonare al loro destino gli armeni dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) e di vigilare perché i loro diritti siano sempre tutelati, agendo con gli opportuni strumenti coercitivi, giuridici e politici.
Non possiamo dimenticare che l’inerzia e/o la complicità di vari attori internazionali sta portando la popolazione di un Paese libero a vivere in una delle peggiori dittature al mondo.
Se, come sembra, ci si avvierà verso una obbligata integrazione dentro lo Stato azero non è difficile immaginare come la vita degli armeni sarà segnata da sempre maggiori restrizioni e progressivamente lingua, cultura e storia saranno bandite.
In questi tragici momenti non possiamo che rimarcare la penosa figura del ministro degli Esteri italiano, Tajani, che a New York twitta con il collega azero definendo “partner importante” proprio mentre i soldati di Aliyev stavano bombardando città e villaggi dell’Artsakh, provocando decine di vittime, bambini compresi.
Ci lascia stupefatti anche il silenzio assordante del governo italiano, che non ha speso nemmeno una parola durante i nove mesi di blocco della regione con la popolazione ridotta alla fame.
Certi atteggiamenti politici, privi di dignità politica, portati avanti da lobby di affari ben individuate, non possono che rappresentare una complicità con i crimini di guerra di Aliyev.
Il nostro ultimo pensiero va a coloro che hanno perso la vita, ai feriti, ai rifugiati e a tutti coloro che aspirano a vivere in libertà.
NON ABBANDONATE GLI ARMENI DELL’ARTSAKH
Consiglio per la comunità armena di Roma
Comunicato stampa: l’Azerbaigian attacca con droni e artiglieria pesante la popolazione inerme del Nagorno KARABAKH.
È in corso da questa mattina (19 settembre 2023) un nuovo attacco delle forze armate dell’Azerbaigian contro la Repubblica armena del Nagorno Karabakh Artsakh.
Ancora una volta il regime autocratico di Aliyev sceglie la strada delle bombe invece dei colloqui di pace.
Dopo aver accumulato nei giorni scorsi armi e soldati ai confini del NK e dell’Armenia, dopo aver ripetuto fake news riguardo a presunte provocazioni armene, questa mattina l’artiglieria e i droni azeri hanno cominciato a bombardare la capitale Stepanakert e i villaggi limitrofi.
Dalle notizie che giungono risultano tra le vittime molti bambini feriti dalle esplosioni e portati in ospedale.
Si tratta della operazione finale che giunge dopo nove mesi di blocco imposto alla popolazione rimasta senza cibo, medicine, carburante e beni di prima necessità.
L’Azerbaigian ha anche annunciato la creazione di corridoi umanitari per l’evacuazione della popolazione dalle zone pericolose del Nagorno Karabakh, un modo per “cacciare” gli armeni da quella terra che è stata da sempre quella dei loro avi.
Le comunità armene denunciano questo nuovo criminale atto di guerra e rimangono in attesa che le istituzioni internazionali agiscano immediatamente per condannare questa aggressione militare e impongano sanzioni al guerrafondaio dittatore azero.
Ci rivolgiamo al parlamento e al governo italiano (che in questi mesi è rimasto silente di fronte alla crisi umanitaria causata dal blocco della regione) affinché intervenga con urgenza a sostegno della popolazione e condanni l’ennesima guerra scatenata dall’Azerbaigian.
Questo nuovo atto di guerra è il frutto di una politica internazionale che ha tollerato negli ultimi anni la criminale attività del dittatore azero arrivando a definirlo “partner affidabile“, lanciando appelli a generici percorsi di pace mentre l’Azerbaigian affamava la popolazione del Nagorno Karabakh e invadeva centinaia di chilometri quadrati del territorio della Repubblica di Armenia.
Ancora una volta la popolazione armena è vittima dei giochi di potere internazionale.
Non vi è altra soluzione se non quella di garantire il diritto all’autodeterminazione del popolo armeno dell’Artsakh essendo fin troppo evidente che lo stesso non potrà mai vivere all’interno dei confini di una dittatura armenofoba come quella azera.
Non bastano parole di condanna è tempo di agire senza esitazione. La vita di 120 mila persone sono in pericolo il loro destino dipende dalle nostre azioni. Interessi economici non possono calpestare i diritti di ogni essere umano a vivere, e vivere in libertà.
Consiglio per la comunità armena di Roma
Con preghiera di diffusione.
Il Vice Presidente del Parlamento Europero FABIO MASSIMO CASTALDO (m5s) con altri 51 deputati chiede all’UE di prevenire la catastrofe umanitaria in NK
(ANSA) – STRASBURGO, 11 SET – “Con una lettera a mia prima firma e cofirmata da 51 colleghi del Parlamento europeo appartenenti a sei gruppi politici diversi, abbiamo chiesto alla Presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, all’Alto Rappresentante, Josep Borrell, e al Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, di assumere una posizione chiara e netta rispetto alla situazione umanitaria in Nagorno-Karabakh”. Lo dichiara l’europarlamentare del M5S, Fabio Massimo Castaldo. “Esprimiamo la nostra forte preoccupazione per le persistenti notizie sul continuo deterioramento delle condizioni della popolazione armena residente nella regione, a causa del prolungato blocco del Corridoio Lachin imposto illegalmente dalle forze armate azere, contravvenendo all’Accordo Trilaterale siglato tra Armenia, Azerbaigian e Russia del novembre 2020. Da diversi mesi le autorità di Baku hanno schierato personale militare per bloccare l’accesso di cibo, forniture mediche e altri beni essenziali, mettendo a rischio i 120mila abitanti di etnia armena della regione”, prosegue Castaldo.
“Si tratta inequivocabilmente di crimini contro l’umanità e crediamo che la nostra Unione dovrebbe assumere una posizione di fortissima condanna al riguardo, considerando anche l’imposizione di un regime sanzionatorio nei confronti di Baku, per evitare una pulizia etnica nella regione e per garantire i presupposti per la conclusione di un accordo di pace duraturo e reciprocamente accettabile tra Armenia e Azerbaigian”, continua la nota.
“L’Unione europea deve intervenire con decisione per prevenire una catastrofe umanitaria. Le recenti pseudo-aperture al dialogo da parte di Baku non solo non convincono, ma alla luce dei crescenti movimenti di truppe verso il confine, rendono ancora più urgente più azioni politica di dissuasione per bloccare una postura che nasconde, di fatto, la volontà di occupare l’intero Nagorno-Karabakh e scacciare dalle loro terre ancestrali le popolazioni armene residenti all’interno del territorio azero”, conclude Castaldo. (ANSA).
Novità in libreria: Giustificare il Genocidio La Germania, gli Armeni e gli Ebrei da Bismark a Hitler
Il saggio di Stefan Ihrig, storico tedesco che insegna in Israele, mette in luce le connessioni, spesso ignorate, tra la storia tedesca e il Genocidio armeno perpetrato nell’Impero ottomano agli albori del Novecento. Prima, durante e dopo la sua attuazione.
Se non è più in discussione la connessione tra il Genocidio armeno, con cui si aprono i massimi orrori del XX secolo, e la Shoah ebraica, occorrevano però indagini storiche per capire l’importanza che quelle vicende di sangue della Prima guerra mondiale ebbero per la storia tedesca.
Stefan Ihrig, professore di Storia all’Università di Haifa (Israele), colma questa lacuna con un ampio e documentato saggio di agile lettura in quattro parti, di cui la terza costituisce il cuore del libro, «Dibattito sul genocidio». In essa Ihrig si dedica all’impatto che ebbero le notizie del Genocidio sui tedeschi negli anni Venti, quando sia la Germania sia la Turchia si risollevavano dai disastri del conflitto da cui uscivano sconfitti. Ihrig si concentra perciò sul Paese che era stato stretto alleato degli ottomani nella guerra, ma che si era legato a Costantinopoli fin dai tempi di Bismark.
Come scrive l’autore nell’introduzione, questo «non è un libro che intende processare la Turchia. È un libro sulla Germania e sul cammino che la condusse all’Olocausto». La Germania, infatti, non fece tesoro di queste ripercussioni. Neppure I quaranta giorni del Mussa Dagh, il capolavoro letterario di Franz Werfel sull’annientamento degli armeni, che fu straordinario monito lanciato alla vigilia dell’avvento del nazismo, fece breccia.
Ihrig dimostra che il genocidio era ampiamente noto e denunciato fin dal momento della sua commissione, in particolare proprio in Germania, la nazione che presto avrebbe costruito in modo aggressivo sul precedente turco. Nessun governo in Europa era meglio informato di Berlino di quanto avveniva tra Anatolia e Mesopotamia. I diplomatici tedeschi di stanza in Turchia sapevano fin dall’inizio delle «deportazioni» degli armeni e trasmisero molte informazioni in patria. Il resoconto assai dettagliato del missionario protestante tedesco Johannes Lepsius circolò già nel 1916 in ventimila copie e l’autore parlò delle atrocità ai parlamentari del Reichstag.
Certo, la parola «genocidio» apparve solo nel 1944 e non può essere attribuita negli anni Venti al destino degli armeni. Affermare che i funzionari tedeschi erano a conoscenza dei crimini commessi contro gli armeni ottomani non significa automaticamente affermare che fossero consapevoli del carattere genocida di questi crimini. Ihrig dimostra, tuttavia, in modo convincente, che i resoconti tedeschi dell’epoca usavano un vero e proprio «linguaggio del genocidio», descrivendo la carneficina come equivalente allo «sterminio» e all’«annientamento» di un popolo. Völkermord, cioè omicidio di popolo, anticipava il neologismo «genocidio» coniato dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin e circolava nei rapporti delle autorità tedesche.
L’omicidio compiuto in piena Berlino nel marzo 1921 di uno dei principali architetti del genocidio, Talat Pasha, da parte di uno studente armeno, Soghomon Tehlirian, pose la questione agli occhi dell’opinione pubblica. Lo spettacolare processo che ne seguì portò sul banco degli imputati non solo l’autore materiale dell’omicidio, ma la vittima e l’intero regime deli Giovani Turchi. Alla fine, Tehlirian fu assolto, anche se non sono chiare le motivazioni. Il dibattito sui giornali, tra negazionisti del Genocidio e filo-armeni, spesso cristiani, fu acceso. I circoli nazionalisti difesero l’alleato turco: una difesa impressionante se si pensa all’evolvere della storia tedesca di pochi anni dopo.
L’immagine che si diffuse degli armeni fu denigratoria. Benché possa sembrare strano che una nazione europea si allei con una maggioranza musulmana contro una minoranza cristiana, Ihrig ricorda che gli armeni erano visti meno in termini religiosi che in termini razziali, come costituenti un tipo distinto di essere umano. Perciò non è una coincidenza, secondo l’autore, che questo suoni familiare: il libro mette a nudo la «confluenza» tra stereotipi antisemiti tedeschi e antiarmeni.
Lo studio di Ihrig non giunge alla conclusione che i nazisti fossero semplici imitatori dei Giovani Turchi. Ma la Turchia aveva introdotto lo sterminio come un modo in cui un moderno Stato nazionale poteva «risolvere» i problemi posti da una minoranza sgradita. E nel dibattito tedesco, nei decenni precedenti la loro più ambiziosa campagna di genocidio, molti tedeschi di destra avevano risposto con comprensione se non aperta approvazione. (f.p.)

Stefan Ihrig
Giustificare il Genocidio
La Germania, gli Armeni e gli Ebrei
da Bismark a Hitler
Guerini e Associati, 2023
pp. 492 – 35,00 euro
Pubblicazione: Armenia, Caucaso e Asia Centrale. Ricerche 2022
Novità in libreria: Sonya Orfalian – Alfabeto dei piccoli armeni
Sonya Orfalian
Alfabeto dei piccoli armeni
In trentasei racconti, tanti quante le lettere dell’alfabeto armeno, le tramandate testimonianze e le storie di bambini e bambine che sono sopravvissuti al genocidio armeno per mano ottomana, tra il 1915 e il 1923. Il toccante libro di Sonya Orfalian, apolide, rifugiata e figlia della diaspora, è destinato a diventare un classico, per il suo coraggio, per la sfrontata volontà di mostrare tutto, anche un universo di oltraggio e prevaricazione che dovrebbe appartenere solo al mondo della fantasia più nera e sfrenata.
«Negli anni della mia infanzia sentivo che c’era un segreto, nella mia famiglia. Qualcosa che non poteva essere detto». Era il segreto celato in ciascuna delle famiglie dei sopravvissuti al genocidio degli armeni, compiuto nei territori dell’Impero ottomano tra il 1915 e il 1922. Le storie dei piccoli scampati allo sterminio: ciò che avevano subito, ciò a cui avevano assistito, come erano sopravvissuti, chi furono gli aguzzini, chi li aiutò a salvarsi, quale capriccio del caso li sottrasse alla morte. Nelle case dei discendenti, a causa del logorio del tempo e della diaspora, echeggiava solo un’eco lontana di tali racconti. E queste voci di ultima testimonianza, «ricordi, frammenti, sussurri» di bimbi e ragazzini indifesi, l’autrice ha raccolto nel corso del tempo da famigliari e conoscenti per tratteggiare nel modo più autentico il disegno di una tragedia collettiva. Quello che più risalta è che si tratta di bambini in marcia, che guardano e subiscono indicibili sofferenze lungo un cammino interminabile, perché lo specifico di quel massacro fu che esso si compì soprattutto attraverso terribili «marce della morte» (lezione utile, come dicono gli storici, per i successivi sterminatori del Novecento). E sono i figli di ogni classe sociale e ogni mestiere: dai professionisti delle città, dagli intellettuali cosmopoliti, ai poveri contadini delle campagne d’Anatolia. Dalle loro flebili voci, emergono anche i caratteri: gli audaci, gli avviliti, i vinti, gli speranzosi.
2023
La memoria n. 1269
200 pagine
EAN 9788838944994
Formato e-book: epub
Protezione e-book: acs4
Autore
Sonya Orfalian è nata in Libia nel 1958 da genitori armeni. Apolide, rifugiata e figlia della diaspora, dagli anni Settanta vive a Roma e da sempre si dedica ai temi del genocidio armeno e delle radici culturali del suo popolo. Ha pubblicato diversi volumi, tra cui La cucina d’Armenia. Viaggio nella cultura culinaria di un popolo (2009), A cavallo del vento. Fiabe d’Armenia (2014), e con questa casa editrice Alfabeto dei bambini armeni (2023).



