Tour de Ski, atleta armeno multato per aver coperto la scritta “Azerbaijan” sulla tuta (Osservatorio Balcani e Caucaso 09.01.26)

La Federazione Internazionale Sci e Snowboard (FIS) ha multato l’atleta armeno Mikael Mikaelyan per aver coperto con del nastro adesivo la scritta “Azerbaijan” sulla propria tuta durante il Tour de Ski, svoltosi in Italia tra il 28 dicembre 2025 e il 4 gennaio 2026.

L’episodio si è verificato durante una fase di gara a Dobbiaco. Intervistato dall’emittente TV 2, Mikaelyan ha commentato: «Possono metterlo ovunque, ma non su di me».

L’Azerbaijan è sponsor ufficiale della competizione e la dicitura compare non solo sulle divise degli atleti, ma anche lungo il tracciato di gara su numerosi cartelloni pubblicitari, come riportato da Armenia Today il 3 gennaio.

Armenia e Azerbaijan, dopo anni di conflitto per il controllo della regione del Nagorno Karabakh, hanno avviato un processo di normalizzazione delle relazioni. Tuttavia, il trauma generazionale lasciato dal conflitto resta profondo. In entrambi i Paesi manca ancora un dibattito pubblico aperto: la trasparenza è limitata e vi sono poche tracce di una società civile indipendente capace di influenzare o persino monitorare il processo di pace.

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VILLARBASSE – Le guerre che infiammano il mondo raccontate senza filtri (Quotidianocavanese 09.01.26)

Dal Donbass alla Siria, dal Libano al Nagorno Karabakh: il reporter Luca Steinmann racconta storie e testimonianze dai fronti più caldi del pianeta, tra conflitti, civili e verità scomode

VILLARBASSE – Le guerre che infiammano il mondo raccontate senza filtri

Villarbasse diventa, per un pomeriggio, una finestra spalancata sui conflitti che attraversano il pianeta. Sabato 17 gennaio alle 17:30, nella sala consiliare di via Fratelli Vitrani 9, il giornalista Luca Steinmann sarà protagonista dell’incontro “Testimonianze di guerra, speranze di pace”, un appuntamento che promette di andare oltre la cronaca per restituire al pubblico la dimensione umana della guerra.

Autore dei volumi “Il fronte russo” (Rizzoli, 2023) e “Vite al fronte” (Rizzoli, 2025), Steinmann è uno di quei reporter che i conflitti non li osservano da lontano, seduti dietro una scrivania, ma li vivono e raccontano stando accanto a chi li subisce ogni giorno, spesso senza avere la possibilità di scegliere da che parte stare.

Nei suoi viaggi ha seguito eserciti regolari, milizie irregolari e civili intrappolati tra le linee nemiche, entrando in territori dove l’informazione arriva raramente e quasi sempre in modo parziale.

Durante la guerra in Libano del 2024, Steinmann ha raccontato il conflitto da entrambi i lati: quello israeliano e quello di Hezbollah. In Siria ha percorso strade controllate dal regime di Assad, tornandovi anche dopo la sua caduta, ma ha anche attraversato zone abitate da ribelli e civili apertamente ostili, lungo confini segnati dalla diffidenza e dalla paura.

È stato nel Nagorno Karabakh durante i combattimenti tornando dopo l’esodo di massa della popolazione armena per osservare da vicino il lento e controverso ripopolamento della regione da parte degli azerbaigiani. Senza dimenticare il Donbass, dove è stato tra i pochissimi giornalisti occidentali a seguire le truppe russe mentre invadevano l’Ucraina, documentando una guerra che ancora oggi divide l’opinione pubblica internazionale.

Il filo rosso di questi reportage non è la geopolitica dei grandi palazzi, ma la vita quotidiana delle persone comuni. Soldati che combattono per necessità o convinzione, civili che cercano di sopravvivere tra bombardamenti, fughe improvvise e ritorni impossibili. Testimonianze di uomini e donne travolti da una guerra di cu non riescono a liberarsi, nemmeno quando scappano all’estero.

Come sottolinea l’editore, la scrittura di Steinmann è diretta, avvincente, asciutta e capace di condurre il lettore in aree spesso inesplorate dai media tradizionali. Nei suoi racconti trovano spazio voci senza filtri, storie di chi lotta ogni giorno per la sopravvivenza, talvolta imbracciando le armi tra le file di eserciti regolari, milizie locali o battaglioni di mercenari come il Gruppo Wagner. È un racconto che rifiuta semplificazioni e slogan e prova a restituire alle guerre non una verità ideologica, ma la spietata realtà.

Una realtà scomoda, che spesso si tende a dimenticare. Perché, come ricorda lo stesso Steinmann, alla fine chi vince sui campi di battaglia si conquista un posto al tavolo delle grandi potenze del mondo, anche se fino a poco prima veniva accusato di terrorismo, pulizia etnica o genocidio. E solo gli sconfitti, quasi sempre, finiscono sul banco degli imputati.

L’incontro è aperto al pubblico, con prenotazione obbligatoria al numero 331.9626432 o all’indirizzo emailvillarbasseincammino@gmail.com.

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Francesco Palmieri – Economia I due unicorni armeni (Duerighe 07.01.26)

Tre milioni di abitanti. Due unicorni tecnologici. Se fosse il titolo di una slide da conferenza, qualcuno storcerebbe il naso: troppo bello per essere vero. E invece è tutto reale. L’Armenia, piccolo Paese del Caucaso spesso associato più alla storia e ai conflitti che al futuro, sta costruendo in silenzio uno degli ecosistemi innovativi più interessanti d’Europa e dell’Asia occidentale. Non per caso, non per magia, ma per una serie di scelte, e sacrifici, che raccontano molto di cosa significhi innovare quando le risorse sono poche e la pressione è tanta.

Passeggiando per Yerevan, tra caffè affollati e coworking improvvisati, si respira un’energia particolare. Giovani sviluppatori lavorano con il laptop sulle ginocchia, founder poco più che trentenni parlano inglese con investitori collegati da New York o Berlino, mentre fuori scorrono una città antica e una quotidianità tutt’altro che semplice. Qui l’innovazione non è una moda: è una necessità.

Con un mercato interno ridotto e poche risorse naturali, l’Armenia ha capito presto che il suo vero petrolio è il capitale umano. E lo ha coltivato con ostinazione.

I casi di PicsArt e ServiceTitan vengono spesso raccontati come storie eccezionali. In realtà, sono il prodotto di un contesto che funziona. PicsArt nasce dall’intuizione di rendere la creatività accessibile a tutti; ServiceTitan dalla volontà di digitalizzare un settore tradizionale come i servizi per la casa. Idee globali, certo, ma sviluppate da team cresciuti in Armenia, formati in scuole locali, temprati da un ambiente che non regala nulla.

Oggi l’ecosistema conta circa 150 startup, un numero piccolo in assoluto, ma enorme se rapportato alla popolazione. E soprattutto, in costante crescita.

Una delle chiavi del successo armeno è l’educazione tecnica. L’eredità sovietica ha lasciato in dote una forte tradizione in matematica e ingegneria, ma il salto di qualità è arrivato quando questa base si è incontrata con nuovi modelli educativi. Il TUMO Center for Creative Technologies è diventato il simbolo di questa trasformazione: un luogo dove i ragazzi imparano programmando, sbagliando, creando. Non per superare esami, ma per costruire qualcosa di concreto.

Molti founder raccontano la stessa storia: poche opportunità, molta responsabilità e la sensazione che, se vuoi farcela, devi provarci subito. È un approccio che accelera la maturità imprenditoriale e rende le startup armene sorprendentemente pragmatiche.

Poi c’è il grande paradosso. L’Armenia vive grazie alla sua diaspora, ma allo stesso tempo ne soffre. Milioni di armeni nel mondo inviano capitali, aprono porte, fanno mentoring. Senza di loro, molti investimenti non arriverebbero mai. Eppure, ogni successo all’estero è anche una perdita interna: un talento che se ne va, un team che si sposta, una famiglia che emigra.

Molti imprenditori vivono “a cavallo” tra Yerevan e le grandi capitali globali. Amano il loro Paese, ma sanno che crescere è più facile altrove. La sfida più difficile, oggi, non è creare startup, ma creare condizioni di vita che rendano sensato restare.

Nel Caucaso, l’Armenia è già il punto di riferimento per l’innovazione. Ma il vero test deve ancora arrivare: trasformare questo fermento in sviluppo diffuso, stabile, inclusivo. Fare in modo che i successi non restino storie individuali, ma diventino opportunità collettive.

Tre milioni di abitanti e due unicorni non sono un colpo di fortuna. Sono il segnale di un Paese che ha scelto di scommettere sul futuro, anche quando il presente è complicato. E che, forse proprio per questo, ha imparato a innovare meglio degli altri.

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Dal genocidio armeno all’Oscar: “Amerikatsi” in proiezione speciale a Como (Ciacomo 07.01.26)

Il primo giovedì speciale del 2026 al Cinema Astra di Como è dedicato all’Armenia con Amerikatsi, film in short list agli Oscar 2024. La proiezione, organizzata dal Gruppo Ecumenico Diocesano per la Settimana dell’Unità dei Cristiani, intreccia memoria storica e racconto umano.

Il Cinema Astra Como apre il nuovo anno con un appuntamento speciale di forte valore culturale e civile. Domani, primo giovedì speciale del 2026, la sala di viale Giulio Cesare propone una serata dedicata all’Armenia con la proiezione di Amerikatsi, film che intreccia memoria storica, identità e speranza, organizzata dal Gruppo Ecumenico Diocesano in occasione della Settimana dell’Unità dei Cristiani.

Diretto da Michael A. Goorjian, che interpreta anche il protagonista, Amerikatsi racconta la storia di Charlie Bakhchinyan, sopravvissuto da bambino al genocidio del popolo armeno e costretto a costruirsi una nuova vita negli Stati Uniti. Dopo quasi quarant’anni in America, Charlie decide di tornare nella sua terra d’origine, ritrovandosi però in un contesto profondamente diverso: l’Armenia sovietica del dopoguerra, segnata da sospetti, repressioni e diffidenze.

A causa dell’invidia e della gelosia di un ufficiale locale, Charlie viene arrestato con l’accusa di essere una spia capitalista e rinchiuso in carcere. È proprio dietro le sbarre che il film trova il suo tono più originale, alternando momenti di leggerezza a passaggi drammatici. Dalla finestra della cella, il protagonista osserva la vita quotidiana di una famiglia armena e, attraverso quello sguardo silenzioso, ricostruisce un legame profondo con la propria identità, la memoria collettiva e la possibilità di una riconciliazione interiore.

Presentato in numerosi festival internazionali, Amerikatsi è entrato nella short list agli Oscar 2024 per il miglior film internazionale, ricevendo ampi consensi per la delicatezza con cui affronta una delle grandi ferite del Novecento e per la capacità di raccontare la Storia attraverso una vicenda intima e universale. Il film evita ogni retorica, scegliendo invece la strada di un racconto umano, fatto di piccoli gesti, silenzi e resilienza.

La proiezione al Cinema Astra si inserisce nel contesto della Settimana dell’Unità dei Cristiani come occasione di riflessione condivisa sul dialogo tra i popoli, sulla memoria delle persecuzioni e sulla necessità di costruire ponti tra culture e fedi diverse. Un appuntamento che conferma la vocazione del cinema comasco a essere non solo luogo di spettacolo, ma anche spazio di incontro, approfondimento e consapevolezza.

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Perché Aliyev in Azerbaigian non fa la fine di Maduro (Tempi07.01.2026)

Tra pulizie etniche e propaganda il dittatore azero riscrive la storia, forte dell’impunità garantita dal petrolio

 

Il dittatore petrolifero Aliyev non verrà detenuto né rapito insieme alla moglie, vicepresidente dell’Azerbaigian; non subirà le sanzioni, le ritorsioni o le messinscene morali che l’Occidente riserva ad altri regimi non allineati, come quello del presidente venezuelano Maduro.

Ad Aliyev, invece, è stato ed è tuttora concesso tutto: commettere crimini di guerra in piena impunità (2020), orchestrare un blocco disumano durato nove mesi contro la popolazione armena dell’Artsakh, portare a termine una pulizia etnica (2023) e, infine, concedere un’amnistia ai criminali più feroci (2025) – ironicamente proprio coloro che hanno partecipato alle violenze contro gli armeni.

Aliyev e l’impunità garantita grazie al petrolio

Gli è stato permesso premiare un assassino come Ramil Safarov e, allo stesso tempo, infliggere condanne pesantissime, degne di un sistema di presa in ostaggio, a prigionieri armeni detenuti da anni nelle carceri di Baku. Il tutto nel silenzio complice delle cancellerie occidentali. E non parliamo nemmeno della distruzione sistematica del patrimonio cristiano armeno rimasto nei territori dell’Artsakh occupati dalle forze azere: un vero e proprio genocidio culturale consumato sotto gli occhi di tutti.

Queste barbarie sono tollerate perché, a differenza del caso Maduro – punito per aver osato (quasi) nazionalizzare le risorse del proprio paese – l’Azerbaigian garantisce all’Occidente un flusso energetico impeccabile: il petrolio azero viene diligentemente servito, ingoiato da multinazionali come la Bp, convogliato attraverso il gasdotto Tanap fino alla Puglia e il tutto saldamente cementato da decenni di “diplomazia del caviale”, raffinata fino a diventare un’arte della corruzione politica.

Ostaggi e detenzioni arbitrarie

Questo regime fascistoide in piena degenerazione continua a tenere in detenzione decine di cittadini russi e armeni dell’Artsakh, utilizzandoli come merce di scambio nei giochi politici con Russia e Armenia. Naturalmente, viziato dall’Occidente egemone che si abbevera del suo petrolio tramite le multinazionali, il regime autoritario e oligarchico di Aliyev può permettersi questa sfacciataggine tanto nei confronti della Russia di Putin quanto della squadra perdente di Pashinyan.

Allo stesso tempo, il regime impone la propria lettura della storia e dell’attualità: interferisce apertamente nell’Agenda strategica di partenariato Armenia-Ue, spingendosi fino a correggerne la terminologia ufficiale. Gli “sfollati”, secondo la narrazione prescritta da Baku, dovrebbero essere definiti come coloro che, dopo aver rifiutato il programma di “reintegrazione” presentato dall’Azerbaigian, si sarebbero trasferiti volontariamente in Armenia. È su questo avverbio – volontariamente – che si concentra l’apice del cinismo: gli armeni avrebbero “scelto” di andarsene sotto i bombardamenti, sotto la minaccia delle bombe a grappolo, per non fare la fine delle vittime di Sumgait, Baku e Maragha.

Propaganda e riscrittura della storia

Qui la violenza non si limita ai fatti, ma si prolunga nel linguaggio; la sopraffazione non si accontenta dell’espulsione fisica, ma pretende l’adesione semantica delle vittime alla versione del carnefice. È questa la forma più estrema di sottomissione che il regime dittatoriale di Aliyev tenta di imporre: riscrivere l’esperienza del trauma e trasformare la fuga forzata in una scelta. È, per dirla con Walter Benjamin, la storia scritta dai vincitori, qui esibita nella sua forma più crudele e oscena.

Non solo. Copiando deliberatamente una terminologia legittimamente adottata dalla storiografia per gli Armeni – quella di Armenia Occidentale, affermatasi dopo il genocidio del 1915 – gli azeri, ovvero i turchi del Caspio, operano un calco concettuale e propagandistico, imponendo la nuova e artificiale narrazione della cosiddetta “Azerbaigian occidentale” immediatamente dopo aver conquistato e ripulito etnicamente l’Artsakh armeno. Questo discorso fascista ed espansionista non è marginale né spontaneo: è finanziato, promosso e istituzionalizzato a livello statale dall’Azerbaigian.

Monumenti, parate e processi farsa

Eppure il dittatore petrolifero Aliyev – alleato strategico di Israele in quanto fornitore di una piattaforma avanzata di aggressione contro l’Iran, in aperto contrasto con il doppiogiochismo di Erdoğan, paladino retorico della Palestina – non verrà né detenuto né rapito. Maduro sì; Aliyev no. Forte dell’ipocrisia occidentale, a Stepanakert svuotata dei suoi abitanti, inaugura l’ennesimo monumento della “vittoria” nella guerra dei 44 giorni, cioè della pulizia etnica, un monumento bianco in stile Berdimuhamedov, perfettamente coerente, nella sua ideologia, con il Parco dei trofei militari di Baku, dove manichini grotteschi raffiguravano il “nemico” armeno in una propaganda statale apertamente armenofoba.

Il tutto mentre si consuma un processo farsa contro i prigionieri armeni, rappresentanti dell’Artsakh autodeterminatasi trentacinque anni fa attraverso una secessione legittima, ignorata e cancellata dall’intera comunità internazionale. Questo è il teatro della vittoria azera: monumenti, parate, umiliazioni simboliche, sullo sfondo di celle, torture e silenzi diplomatici. E tutto ciò avviene sotto l’egida della Turchia, che nel frattempo incarcera giornalisti come Tuğçe Yılmaz per aver osato esprimersi sul Genocidio degli armeni.

Questa non è geopolitica: è complicità. Non è realpolitik: è la normalizzazione del crimine quando serve agli interessi energetici e militari dell’Occidente.

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“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito…” (Diocesi di Como 05.01.26)

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani | 18-25 gennaio 2026

L’unità delle chiese cristiane rappresenta una delle sfide più significative e urgenti del nostro tempo. In un mondo sempre più frammentato, dove le divisioni sembrano prevalere, la chiamata all’unità è un invito a superare le differenze e a lavorare insieme per il bene comune. La Lettera agli Efesini, in particolare il capitolo 4, versetto 4, che quest’anno è testo guida per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, afferma: “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati”. Questo versetto non solo sottolinea l’importanza dell’unità, ma invita anche a riflettere sul significato profondo della comunione tra i credenti. Sentiamoci motivati pastoralmente nell’invitare con convinzione le nostre comunità ad approfondire la nostra fede comune e nel pregare per l’unità di tutti i battezzati in Cristo, affinché la Chiesa risplenda nel suo essere Una… (leggi dal testo di presentazione).

Per quest’anno, le preghiere e le riflessioni che verranno utilizzate in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sono state preparate dai fedeli della Chiesa apostolica armena, in collaborazione con i loro fratelli e le loro sorelle delle Chiese armene cattoliche ed evangeliche. Il materiale è stato preparato, redatto e discusso nella sede storica spirituale e amministrativa della Chiesa apostolica armena, la Santa Sede di Etchmiadzin in Armenia.

Il CALENDARIO con gli appuntamenti in programma nella DIOCESI DI COMO.

 

Due appuntamenti in vista della Settimana:

Giovedì 8 gennaio | ore 20:30 |  Cinema Astra, Como: AMERIKATSI – Un film drammatico di e con Michael A. Goorjian – info e locandina

Martedì 13 gennaio | ore 20:30 |  Opera don Guanella, Como: “La lunga storia della Chiesa Armena: appunti”Relatore Agop Manoukian, sociologo di origine armena – locandina

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Armenia: Pashinyan e alti esponenti religiosi annunciano riforma della Chiesa apostolica armena (AgenziaNova 05.01.26)

Erevan, 05 gen 13:02 – (Agenzia Nova) – Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e dieci vescovi e arcivescovi hanno annunciato l’avvio di un processo di riforma della Chiesa apostolica nazionale attraverso una dichiarazione congiunta. Il testo è stato letto da Pashinyan in un video pubblicato sulla propria pagina Facebook e successivamente firmato dai rappresentanti del clero aderenti all’iniziativa. Secondo quanto comunicato, i firmatari hanno deciso di costituire un consiglio di coordinamento incaricato di gestire le funzioni organizzative della riforma. La composizione del consiglio potrà essere ampliata tramite voto unanime dei suoi membri. Gli autori della dichiarazione hanno rivolto un appello a tutto il clero e ai fedeli della Chiesa apostolica armena affinché sostengano e partecipino attivamente al processo, unendosi attorno a quello che è stato definito un obiettivo comune per il bene della Chiesa, della Repubblica d’Armenia e dell’intero popolo armeno.

ARTE Reportage Nagorno-Karabakh: quando passano le cicogne

ARTE Reportage

Nagorno-Karabakh: quando passano le cicogne

Gli Armeni, cacciati dal Nagorno-Karabakh nel 2023, sognano di tornare a casa, come le cicogne tornano ai loro nidi ogni anno.

26 min

Documentario

Il 19 settembre 2023, l’inferno si abbatte su Stepanakert, capitale del Nagorno-Karabakh. Con il pretesto di un’“operazione antiterrorismo”, l’Azerbaigian invade questa enclave abitata da Armeni che sfuggiva al suo controllo. Le truppe azere spazzano via tutto ciò che incontrano sul loro cammino.

Regia

Frédéric Tonolli

Autore

Frédéric Tonolli

Fotografia

Niagara Tonolli

Musica

Jean-Michel Dunyach

Montaggio

Pierre Jolivet

Produzione

HIKARI

Produttore

Anthony Dufour

Paese

Francia

Anno

2025

“La Masseria delle Allodole”, Antonia Arslan e la memoria del genocidio armeno (Rainews 04.01.26)

Nel 2004 veniva pubblicato “La Masseria delle Allodole”, il romanzo di Antonia Arslan che ha riportato al centro del dibattito culturale italiano la memoria del genocidio del popolo armeno, compiuto dall’Impero Ottomano all’inizio del Novecento. Il libro intreccia storia familiare e storia collettiva, trasformando il racconto di una famiglia armena in una testimonianza universale sul dolore, la perdita e la sopravvivenza. Attraverso la narrazione letteraria, Arslan restituisce voce a un popolo colpito da una tragedia a lungo rimossa o negata.

Proprio sul concetto di genocidio si concentra la riflessione della scrittrice padovana, che invita a interrogarsi non solo sui grandi eventi storici, ma anche sulla libertà e responsabilità di ogni singola persona. Di fronte alla violenza, sottolinea Arslan, ogni individuo è chiamato a scegliere se partecipare, subire o opporsi, contribuendo così a modificare il corso della storia.

La Masseria delle Allodole non è soltanto un romanzo storico, ma un’opera che parla al presente: un richiamo alla memoria, alla coscienza civile e al dovere di riconoscere i genocidi come ferite aperte dell’umanità, affinché la conoscenza e la responsabilità individuale diventino strumenti contro il ripetersi della violenza.

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ARMENIA/ Nelle parole di Leone XIV, il ruolo della memoria come sorgente di (vera) pace (Il Sussidiario 02.01.26)

Armenia vuol dire custodire la memoria perché i genocidi non si ripetano. Un compito che riguarda tutti coloro che hanno a cuore la libertà e la fede (4)

Arrivati a questo punto, il bilancio dell’Armenia nell’anno appena trascorso non può essere ridotto a una cronaca diplomatica. È qualcosa che interpella più in profondità. Interpella l’idea stessa di civiltà, di memoria, di responsabilità storica. L’Armenia infatti non è solo uno Stato tra gli altri; è un luogo simbolico, una soglia.

10. Essere “spiritualmente armeni”

Essere “spiritualmente armeni” non significa adottare una causa nazionale, né indulgere in un’identificazione sentimentale. Significa riconoscere che esistono popoli la cui storia funziona come una cartina di tornasole. Popoli che, semplicemente esistendo, costringono gli altri a decidere se la verità conta ancora, se la memoria ha un valore, se la fede può sopravvivere alla sconfitta.

L’Armenia è uno di questi popoli. Primo Stato cristiano della storia, attraversato da secoli di persecuzioni, sopravvissuto a un genocidio che ha inaugurato il Novecento, continua a porre una domanda scomoda: è possibile cancellare un popolo senza cancellare anche qualcosa dell’umanità intera?

Questa domanda nell’anno che si è chiuso non ha ricevuto una risposta adeguata. Occorre sperare che avvenga in quello che comincia. La pace tra Armenia e Azerbaijan ha fermato le armi, ma non ha restituito la parola a chi l’ha perduta. Ha protetto i confini, ma non la memoria. È per questo che il bilancio non può essere celebrativo. Può essere solo sobrio, vigile, aperto.


Armeni lasciano il Nagorno-Karabakh, settembre 2023 (Ansa)

Difendere l’Armenia, oggi, non significa chiedere vendette o nuove guerre, ma rifiutare la normalizzazione dell’ingiustizia, e continuare a nominare ciò che è accaduto, anche quando il linguaggio diplomatico preferisce il silenzio. Significa ricordare che la pace, se vuole durare, deve poggiare su qualcosa di più solido del semplice equilibrio delle forze.

Conclusione

In questo contesto, acquistano un peso particolare le parole pronunciate da Papa Leone XIV durante la sua visita alla cattedrale armena di Istanbul, una chiesa resa quasi invisibile all’esterno, murata nella sua presenza pubblica, come se la fede stessa dovesse chiedere permesso per esistere. Non parole di accusa, di rivendicazione, ma di riconoscimento.

Il saluto di Leone XIV si è esteso anche al Supremo Patriarca e Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II, che il Pontefice aveva ricevuto a Castel Gandolfo il 16 settembre. A lui, e a tutta la comunità armena apostolica di Istanbul e della Turchia, il Papa ha rivolto un ringraziamento che vale come un sigillo morale su una storia lunga e dolorosa: per l’impavido esempio di virtù cristiana mostrato lungo la storia, “spesso in circostanze tragiche”. Traduzione: il genocidio c’è stato, anche se Turchia e Azerbaijan non lo riconoscono.

In quella frase c’è tutto ciò che il 2025 non è riuscito a dire nei suoi trattati: il riconoscimento della sofferenza senza enfasi, la memoria senza rancore. C’è la consapevolezza che alcune fedeltà non producono vittorie immediate, ma custodiscono ciò che rende ancora possibile la speranza.

La pace, forse, verrà davvero un giorno anche per l’Armenia. Ma perché sia pace e non solo silenzio, dovrà tornare a includere anche chi oggi non viene nominato. Fino ad allora, il compito di chi guarda non è applaudire, ma ricordare, a sé stessi e a tutti. E chi può, preghi.

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