Genocidio Culturale Armeno in Artsakh/Nagorno Karabakh (Stilum Curiae 04.12.23)

Carissimi StilumCuriali, un’amica fedele del nostro sito, Teresa Mkhitaryan, ci ha scritto questo messaggio, corredandolo con immagini dell’incontro che si è svolto qualche giorno fa in tema di Artsakh/Nagorno Karabach. Buona lettura e diffusione.

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Cari Amici,

grazie mille, grazie di cuore a tutti quelli che hanno partecipato fisicamente, o anche solo con il cuore alla conferenza. Un grazie speciale a tutti quelli che hanno aiutato ad organizzarla.

Sento nel cuore che questa storia avrà una continuazione, non so in che modo, mi farò sorprendere dal Signore. E poi, di solito tutto comincia dal Ticino, per me e per Germoglio.

Vi allego i tre video di 5-7 min che abbiamo preparato per la conferenza dedicata all’Artsakh.

Nel primo video ci sono immagini dell’Artsakh, ne ho migliaia, ma il regista chiedeva in continuazione di ridurre il numero delle foto. Sono tutte molto belle ed evocative, è stato proprio difficile scegliere. Artsakh è una terra sacra, è un paradiso della Cristianità Antica. In Artsakh si trovano alcune delle chiese con le origini più antiche dell’umanità. Gli apostoli di Gesù San Giuda Taddeo e San Bartolomeo sono venuti ad evangelizzare l’Armenia già dal primo secolo.

https://youtu.be/mvS2I6tu_F0

In Artsakh si trova il monastero di Amaras che è stato fondato nel quinto secolo dal grande Santo armeno Mesrop Mashtotz, il santo ha inventato l’alfabeto armeno nel 405 per poter tradurre la Bibbia e ha aperto la prima scuola ad Amaras. Ed è proprio ad Amaras che è stata tradotta la prima Bibbia in lingua armena ed è stata  fondata una scuola che ha formato i traduttori che poi hanno realizzato la traduzione in armeno di numerosi importanti manoscritti del mondo antico.

Tutte queste perle preziose – le chiese, i monasteri, i khachkar –  che sono stati costruiti nei primi scoli della cristianità, hanno un valore  inestimabile non solo per gli armeni, ma per tutti i cristiani del mondo. Per i cristiani e per tutti quelli che apprezzano la cultura, l’arte e la storia.

Adesso tutto questo patrimonio cristiano è passato sotto il controllo dei musulmani davanti gli occhi di tutto il mondo. In un passato non remoto, gli stessi azeri/turchi quando hanno avuto il controllo della regione di Nakhichevan, hanno polverizzato i monumenti Cristiani storici armeni, distrutto con i bulldozer.

https://hyperallergic.com/761723/cultural-armenian-heritage-sites-in-nakhichevan-destroyed-by-azerbaijan/

Questo il collegamento

E migliaia di ragazzi giovani hanno dato la loro vita per difendere le chiese, i monasteri, le donne e gli anziani.

Il secondo film è dedicato all’esodo, alla deportazione degli armeni.

https://youtu.be/hmhe27PXIJU

La Commissione Europea ha scritto che gli armeni hanno “scelto di andarsene” (who have decided to flee).

Ma la Verità non è un punto di vista, la Verità non dipende dalle opinioni.  Anche se i più grandi, i più belli, i più famosi, i più istruiti, i più potenti dicessero che l’erba è blu o viola, l’erba non diventerebbe né blu, né viola. L’erba è verde.

Chi cerca la verità, vedrà che l’erba è verde.

Il terzo film è la testimonianza di una profuga dall’Artsakh, la signora Lyudmila. L’abbiamo tradotto in italiano.

https://m.youtube.com/watch?v=-GEdYmcKixY

Come la moderatrice Ida Soldini ha menzionato durante la conferenza, l’unico modo per sapere cosa succede davvero in un posto o un altro è ascoltare le testimonianze.

La verità è una cosa preziosa, le cose preziose non le offrono in televisione, la verità bisogna cercarla.

Ho tanta speranza che il mio popolo possa tornare nella sua terra sacra, dove le pietre parlano e raccontano tutto.

La Speranza non delude mai … Bisogna avere pazienza ….

Grazie

Teresa

P.S. Le foto della conferenza sono fatte da  Marco Gianinazzi

Armenia: il voltafaccia dell’Italia (Tempi 05.12.23)

L’autore di questo articolo, Bruno Scapini, è stato ambasciatore italiano in Armenia

In un mondo che va decisamente “al contrario” – per dirla alla maniera del generale Vannacci – non stupisce quanto affermato da Edmondo Cirielli, vice ministro agli Esteri, nell’intervista rilasciata il 1 dicembre scorso alla testata on-line Formiche.net a riguardo dell’Armenia. Non stupisce, ma infastidisce e ripugna per la disinvolta superficialità con cui il politico affronta la spinosa questione della guerra tra l’Armenia e l’Azerbaigian in disprezzo, non solo delle verità storiche, ma anche della stessa documentazione che il medesimo cita a fondamento e giustificazione di una non meglio precisata “postura internazionale” dell’Italia.

Leggendo tra le righe, infatti, chiaramente emerge dall’intervista l’impressione che il nostro vice ministro abbia sposato, nell’interpretare i più recenti sviluppi del conflitto, la “causa azera”; e che anzi la perori ben al di là di un qualsiasi ragionevole dubbio, riuscendo in tale suo intento perfino meglio di un ministro dello stesso Governo azerbaigiano!

L’origine dell’instabilità

Innanzitutto preme osservare, per amore di trasparenza e verità, come l’affermazione del vice ministro, secondo cui «dietro la destabilizzazione tra l’Armenia e l’Azerbaigian ci sia la Russia», non corrisponda affatto alla realtà storica di un negoziato trentennale condotto in seno all’Osce nell’ambito del Gruppo di Minsk. Sebbene il processo di pacificazione avviato fin dal “cessate il fuoco” del 1994 abbia subito alterne vicende, il suo fallimento non sembrerebbe addebitarsi ad una “malevola” volontà di Mosca di destabilizzare – peraltro a suo stesso svantaggio – le relazioni tra i due Paesi.

Nel Gruppo di Minsk, se ben ricordiamo, facevano parte, oltre alla Russia, gli Stati Uniti e la Francia, affiancati, almeno per un periodo iniziale, da altri Paesi tra cui addirittura lo stesso Governo italiano. Dunque, si tratterebbe, se proprio vogliamo attribuire una colpa a qualcuno per quest’opera di destabilizzazione, di una responsabilità condivisa con i Paesi occidentali e non esclusivamente della Russia.

Ma la instabilità di cui parla il Cirielli ha ben altre origini come sappiamo, e risale al tempo della costituzione della auto-proclamatasi Repubblica indipendente dell’Artsakh nel 1991. Uno sviluppo, quest’ultimo, più che legittimo alla luce di quanto disponeva la Legge n. 13 del Soviet Supremo del 1990 (peraltro usufruita dallo stesso Azerbaigian) in tema di secessione e indipendenza delle Repubbliche ex sovietiche e delle entità sub-statuali presenti al loro interno, come è stato per l’appunto il caso del Nagorno Karabakh.

Interessi mercantili

A determinare lo scoppio delle ostilità, dunque, non è stata l’iniziativa armena, bensì il mancato riconoscimento da parte di Baku di questa libera scelta del popolo armeno dell’Artsakh a fronte della quale l’Azerbaigian ha mosso la prima guerra di aggressione. D’altra parte, non può sfuggire all’attenzione di un buon politico che se, da un lato, si sostiene il principio dell’integrità territoriale, dall’altra, l’aspirazione all’indipendenza nel caso del Karabakh (territorio di insediamento storico millenario degli armeni trasferito negli anni ’20 del XX secolo da Stalin dall’Armenia all’Azerbaigian per compiacersi la Turchia di Ataturk) obbedisce ad un ben più valido e conclamata principio, peraltro sostenuto e difeso dalle Nazioni Unite, quale è quello del “diritto all’auto-determinazione dei popoli”.

Ma tutto questo la politica estera italiana sembra dimenticarlo, o per lo meno, relegarlo a considerazioni marginali nella prevalenza di interessi mercantili di ignobile lignaggio (petrolio e gas) e in virtù di un imperante pensiero unico, allineato con Washington e votato a singolarizzare la Russia quale eterno nemico della democrazia americana!

Risoluzioni dell’Onu

Neanche sul piano giuridico internazionale poi le affermazioni di Cirielli risultano corrispondere alla realtà.

Tutte le Risoluzioni dell’Onu, a partire da quelle del 1993 (n. 822, 853, 874 e 884) si riferiscono non alla condanna dell’Armenia per una presunta aggressione, bensì alle zone poste al di fuori dell’Artsakh occupate dagli armeni durante la Guerra del 1992/94 per motivi di sicurezza territoriale, ma oggetto di restituzione a termini di un pacchetto risolutivo (principi di Madrid) proposto al tempo proprio dai Paesi parti del Gruppo di Minsk e accettato da Yerevan nel corso del negoziato.

Ma esistono ancora ben altre risoluzioni oltre a quelle dell’Onu. E sono quelle con cui si esplicita la condanna dell’Azerbaigian per le gravissime violazioni dei Diritti Umani. Basti ricordare al riguardo le mutilazioni e l’uccisione indiscriminata di civili commesse dagli azeri nel corso dei tanti attacchi sulla linea di contatto, e l’efferato omicidio del sottufficiale armeno Margaryan per mano del collega azero Safarov a Budapest nel 2004 vergognosamente elevato dal Presidente Aliyev a eroe nazionale!

Di tali crimini, di cui l’Occidente sembra oggi rifiutarsi di tenere a memoria, si fa stato in vari atti del Consiglio d’Europa (es. Ris. del 23 giugno 2023) e dello stesso Parlamento Europeo (Ris. del 15 marzo 2023) per non citare gli atti di condanna per la sistematica distruzione del patrimonio monumentale storico-religioso operata dagli azeri sui territori occupati al fine di cancellare la memoria storica di un popolo, peraltro parte della nostra stessa civiltà europea.

Il destino dell’Armenia

Non si tratta, dunque, per l’Armenia – come erroneamente afferma il nostro vice ministro nel spiegare le ragioni di questo conflitto – di revanscismo o di nazionalismo presente in taluni circoli politici armeni, e né di sciovinismo da parte di una Diaspora che ha sempre creduto fin dal tempo del Genocidio del 1915 alla realizzazione di una Giustizia Storica finora ancora mancata per colpevole inerzia occidentale. Qui, invece, è in ballo il destino della stessa Nazione armena, messa a rischio oggi di perdere la propria identità per una visione fallace degli interessi in gioco da parte delle Potenze occidentali.

No, non è, dunque, questo il tempo, e né ve ne sarebbero i presupposti – contrariamente a quanto precisa il vice ministro – di cambiare la narrazione internazionale della disputa. È tempo al contrario che da parte occidentale, e in particolare dell’Italia, si adotti il metro della “verità” nella condotta delle relazioni internazionali e che si assuma il perseguimento della giustizia a contenuto di una “postura” fedele ai valori di libertà dei popoli nel riconoscimento del loro diritto fondamentale ad esistere in totale sicurezza, piena autonomia ed indipendenza.

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IL NAGORNO-KARABAKH TRA IERI E OGGI (Gariwo 05.12.23)

Gli armeni da 2600 anni non hanno mai iniziato una guerra. L’impero armeno di Tigran il Grande agli albori dell’era cristiana, formatosi per cooptazione delle varie etnie anatolo-caucasiche, si estendeva dal Mar Nero al Mar Caspio, al Mediterraneo. Da allora si sono succeduti stati, regioni, province armene disseminate nell’area, sostenute spesso non da entità statuali, ma fondatesi da rapporti umani, religione, lingua, arte. L’Artsakh, l’odierno Karabakh, ha goduto di autonomia fino dall’antichità sotto i più svariati regimi: persiani, romani, arabi, turchi selgiuchidi, tatari, ottomani, ancora persiani, russi, sovietici, tataro-azeri.

Oggi non esiste più, cancellato dalle carte geografiche. Con la dissoluzione dell’URSS, secondo una legge sovietica, ogni stato, repubblica, regione, provincia autonoma aveva diritto di divenire indipendente. Il Nagorno Karabakh dichiarò, dopo un referendum, la sua volontà di indipendenza. L’Azerbaigian, resosi a sua volta indipendente dall’URSS, non accettò l’indipendenza del territorio autonomo del Karabakh. Ne seguì una guerra che è durata più di trent’anni, fino all’ottobre del 1923. Il Karabakh, dopo quasi un anno di carestia provocata dagli azeri, venne attaccato dall’esercito azero. Invece di opporre resistenza all’attacco, il Karabakh intero si arrese alla prepotenza, 120.000 armeni lasciarono la loro patria ancestrale e divennero profughi.

La stessa cosa era accaduta nel corso dei millenni, gli armeni si sono sempre arresi, sono andati in diaspora nelle terre vicine e lontane, senza mai subire il fascino di ricorrere alla violenza.

Oggi gli armeni devono sentirsi orgogliosi della resa di fronte alla violenza. Hanno preferito salvare vite piuttosto che combattere per un pezzo di territorio.

Per gli armeni l’”uomo” è più importante della terra su cui abita. E questo è un monito che l’antichissima civiltà armena scaglia contro i possessori, i conquistatori, i conservatori di un pezzo di terra che stanno imbrattando il mondo di cadaveri.

Cosa sarebbe la Terra senza l’”Uomo”? Un luogo di sola violenza.

Gli armeni lanciano un grido all’umanità: “Lasciateci perdere!”

Luis Moreno Ocampo sul Karabakh

Luis Moreno Ocampo, il primo procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI) seguita al Trattato di Roma, intervistato da Harout Mardirossian per France Armenie del novembre 2023, così si è espresso riguardo la situazione attuale in Karabakh: “È un genocidio”.

In quanto procuratore della CPI, ha lavorato per accusare e perseguire Omar el Bechir per genocidio in Sudan: è stata una lotta difficile che è riuscito a vincere e perciò conosce bene gli aspetti legali e quelli politici che implicano tale attività. Ciò che più impressiona nel caso degli armeni del Karabakh è la decisione della Corte Penale di Giustizia dell’ONU, che spiega perché si tratta di “genocidio”. Il fatto essenziale dell’utilizzo del termine genocidio è che non è stato deciso da Luis Moreno Ocampo, ma da 50 giudici della Corte Internazionale di Giustizia. Hanno ascoltato l’Azerbaigian e gli avvocati dell’Armenia e hanno deciso che il blocco del corridoio di Lachin ha messo in pericolo la vita della popolazione armena del Karabakh. La convenzione sul genocidio non richiede che ci siano dei morti. Uccidere è una forma genocidaria, ma esistono anche altre forme di genocidio, quali la carestia procurata e il blocco alimentare. Come nel 1915, quando gli armeni sono stati forzati ad abbandonare le loro case per marciare nel deserto. I primi giorni non morivano, ma si trovavano in una situazione che li avrebbe condotti alla morte. È per questo che il blocco del corridoio di Lachin si configura come un genocidio. Ma dopo il blocco si è verificata un’altra fase genocidaria quando l’Azerbaigian ha iniziato ad uccidere centinaia di armeni. Anche l’esilio forzato che ne è seguito è genocidio. Si hanno quindi tre forme genocidarie nel caso degli armeni del Karabakh. I media e i diplomatici parlano di “crisi umanitaria” , di “conflitto”, ma non è così quando dei civili armeni vengono uccisi da forze armate azere. Secondo Ocampo, Aliyev, il presidente dell’Azerbaigian, dovrebbe già trovarsi in carcere, o andare in prigione o essere oggetto d’inchiesta della Corte Penale Internazionale, se non della Corte di Giustizia Nazionale.

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Pordenone, Strauss al Verdi e l’omaggio alle Alpi. L’Armenian National Philharmonic Orchestra interpreterà l’ Alpensinfonie (Messaggero Veneto 05.12.23)

PORDENONE. In esclusiva per l’Italia, il palcoscenico del Teatro Verdi di Pordenone attende in occasione della “Giornata internazionale della montagna”, lunedì 11 dicembre, alle 20.30, lo straordinario evento concertistico dedicato alla Sinfonia delle Alpi (Eine Alpensinfonie) di Richard Strauss eseguito dall’Armenian National Philharmonic Orchestra guidata dal suo direttore principale Eduard Topchjan.

Un programma che intende creare idealmente un “ponte musicale” tra le Alpi e il monte Ararat, simbolo dell’identità culturale armena.

L’unicità del poema sinfonico è anche legata alla struttura dell’opera scritta nel 1915 dal compositore tedesco che rinuncia alle convenzioni della tradizionale sinfonia e si compone di 22 sezioni continue di musica durante le quali sono rappresentate le esperienze di 11 ore trascorse scalando una montagna.

Unica nella sua complessa costruzione, nei suoi 50 minuti di estensione, la Alpensinfonie impegna oltre 100 musicisti sul palco descrivendo il grande amore di Strauss per la montagna, trasmesso al pubblico attraverso brevi movimenti che narrano l’ascesa alla vetta.

Il programma della serata prevede due brani legati all’Armenia: il Concerto per violino del compositore di origine armena Aram Khatchaturian, con la violinista Anush Nikogosyan come solista, e il breve affresco sinfonico Armenia composto da Gian Francesco Malipiero ad Asolo nel 1917, in omaggio ad un amico armeno, a due anni dal Genocidio Armeno del 1915.

Come spiega Roberto Prosseda, consulente musicale del Teatro Verdi «se c’è un brano della grande musica sinfonica che più di tutti è riuscito a raccontarci cosa vuol dire vivere in simbiosi con la montagna, scalare una montagna, questo brano è Eine Alpensinfonie di Strauss, un brano monumentale che in tanti piccoli quadri racconta le fasi di una scalata da un punto di vista emozionale.

Alpensinfonie, per la prima volta eseguita a Pordenone, è un mondo, è la montagna sintetizzata in poco meno di un’ora di musica. La Armenian National Philharmonic Orchestra, Orchestra statale armena, vanta una grandissima tradizione, e il suo direttore principale Eduard Topchjan dirige da tanto tempo questo lavoro di Strauss: sono tanti anni che scava all’interno di questa partitura, per conoscerla nel profondo e farcela ascoltare al meglio».

L’esclusivo evento sinfonico si inserisce nell’articolato “Progetto montagna” che unisce Teatro Verdi di Pordenone e Cai nazionale, nonché le Sezioni territoriali di Pordenone, nel comune impegno rivolto alla salvaguardia e valorizzazione del territorio montano attraverso la cultura ed è realizzato con il sostegno della Regione Fvg, assessorato Agricoltura e Foreste, di Fondazione Friuli e Camera di Commercio Pordenone-Udine.

La presenza per la prima volta sul palco del teatro di Pordenone della celebrata Orchestra di Stato dell’Armenia, è frutto dell’intenso lavoro del presidente del Verdi Giovanni Lessio e del consulente musicale Roberto Prosseda che insieme, hanno attivato numerose partnership artistiche e istituzionali.

L’occasione di questo maestoso concerto è stata appoggiata dal ministero del Turismo, con l’interessamento del ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani.

Il concerto pordenonese dell’Armenian National Philharmonic Orchestra gode inoltre del sostegno del ministero della Cultura della Repubblica d’Armenia, del patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e della collaborazione con il Centro studi e documentazione della Cultura Armena di Venezia il cui direttore Minas Lourian ha sposato con gioia il progetto.

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I rifugiati del Karabakh in Armenia tra paura e povertà (TV2000 04.12.23)

In Armenia si sono rifugiate oltre 100 mila persone che risiedevano nel Nagorgo Karabakh, dopo l’attacco da parte dell’Azerbaijan, nello scorso settembre. Servizio di Massimiliano Cochi.

Guarda il video QUI

Chi si ricorda dei profughi armeni del Nagorno Karabakh? (AciStampa 04.12.23)

Sono statti più di centomila a dover lasciare tutto. Casa, lavoro e patria. Quella per cui hanno lottato fino all’ultimo: il Nagorno Karabakh. Quella enclave cristiana nello stato dell’ Azerbaijan islamico.

Sono fuggiti in Armenia, la loro patria di provenienza. Una tragedia che ha preso poco le prime pagine dei giornali. Niente grandi stati dietro il conflitto, niente fonti energetiche da difendere.  Ma il dramma è lo stesso della Terra Santa. Si tratta della incapacità di due popoli di vivere in pace nella stessa terra.

Come ricorda Francesco Pistocchini sul numero di dicembre di Terra Santa, “dopo il violento attacco, sferrato il 19 settembre dall’Azerbaigian e durato pochi giorni, quello che restava dell’autonomia degli armeni che da secoli vivevano in questa regione montuosa, ufficialmente parte della repubblica azera, è finito”. Attraverso il tristemente famoso corridoio di Lachin la gente è fuggita “abbandonando case e terreni, chiese e cimiteri, le memorie della presenza antica di una minoranza cristiana”. E lo hanno fatto affrontando pericoli anche solo per fare rifornimento di benzina, coma i 170 morti neell’esplosione di un serbatoio di carburante.

A portare la sue testimonianza a Terra Santa è  Ami Manukian, ricercatrice del Matenadaran, l’ Istituto che si occupa a Yeravan di manoscritti e pergamene dell’ Armenia. Lei come altri hanno portato gli aiuto ai profughi in uno centri armeni di prima accoglienza.  “Dal 19 settembre- dice a Terra Santa- gli armeni del Nagorno Karabakh erano stati lasciati senza rifornimenti e beni essenziali che arrivavano dall’Armenia per la loro sopravvivenza, perché il transito nel corridoio di Lachin era interrotto e i militari russi che dovevano garantirne il funzionamento non si preoccupavano più della sua apertura. Affamati, nascosti nelle cantine, molti armeni del Karabakh, soprattutto ex-combattenti nelle due guerre precedenti, si sono sentiti sotto minaccia delle vendette dei soldati azeri. Dal 24 settembre hanno capito che la loro sicurezza personale era sempre più precaria ed è iniziata una fuga di massa precipitosa”.

La storia di questa regione è molto particolare. Dopo la guerra 1988-1994 vinta con l’aiuto dei russi, gli armeni della regione avevano creato un piccolo Stato autonomo: l’ Artsakh. Ma nel 2020 gli azeri riprendono il territorio: “pogrom, episodi di stragi di civili, hanno contrassegnatomomenti della storia recente per entrambi i popoli. La chiave di lettura dello scontro tra musulmani azeri e cristiani armeni è una semplificazione, anche se oggi si assiste a una pulizia etnica di una minoranza di cristiani orientali, come se le tragedie del Novecento, anche in quelle terre, si riproponessero senza fine”.  Francesco Pistocchini ripercorre la storia recente di Armenia e Azerbaigian che dal 2001 sono Paesi membri del Consiglio d’Europa. “Ma né l’esistenza della Convenzione europea sui diritti umani, né le pressioni politiche dei Paesi europei (Ue e altri vicini) dove vivono in pace decine di minoranza etniche, religiose e linguistiche hanno permesso di costruire un percorso di pace e convivenza” L’Armenia poco più grande della Sicilia e con meno di 3 milioni di abitanti, ha sostenuto con  gli alloggi e il lavoro per gli esuli.

Ma l’Azerbaigian sogna una continuità territoriale al Nakhchivan che confina con la Turchia e  con il resto del Paese a Est. E questo può succedere solo con una Armenia isolata, e invadendo la regione meridionale del Syunik. Un rischio che purtroppo non sembra lontano.

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CCEE: pace in Ucraina, Terra Santa e nel Nagorno Karabakh (Korazym 04.12.23)

Giovedì 30 novembre si è conclusa a Malta l’assemblea plenaria del Ccee che ha riunito i presidenti delle Conferenze episcopali europee: “I vescovi europei hanno guardato con preoccupazione agli scenari di guerra: quella in Ucraina che è giunta al suo secondo anno, la situazione in Nagorno Karabakh e il conflitto in Terrasanta, ribadendo il no alla guerra e rinnovando l’appello per un cessate il fuoco definitivo, perché si prosegua con la liberazione degli ostaggi e si tengano aperti i corridoi umanitari a Gaza”.

Nel comunicato conclusivo i vescovi hanno evidenziato che tra le sfide che la Chiesa si trova ad affrontare sono state indicate la difesa della vita e della dignità umana, il protagonismo dei giovani, le nuove ondate migratorie, la persecuzione nascosta dei cristiani in Europa e le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale. La sfida più grande resta quella dell’evangelizzazione, per annunciare in un’Europa sempre più tentata da secolarismo, fondamentalismo e nazionalismi populisti, la gioia del Vangelo che scaturisce dall’incontro con Cristo.

Durante la plenaria, il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo, ha affrontato il tema del ministero episcopale in una Chiesa sinodale, mentre il card. Jean-Claude Hollerich, relatore generale del Sinodo dei vescovi, ha parlato del ruolo delle strutture sovranazionali nel cammino sinodale. Il card. Grzegorz Rys, arcivescovo di Łódź, ha presentato il rapporto del Gruppo di lavoro per l’aggiornamento della ‘Charta Œcoumenica’, il documento di cooperazione tra le Chiese cristiane in Europa, firmato da CCEE e CEC nel 2001.

Nella sua relazione, il card. Grech si è soffermato sul ministero episcopale nella relazione di sintesi della prima sessione del Sinodo ed ha sottolineato che questo tema ‘risulta ricco e complesso’:

“Quanto emerge dal consenso sulla figura del Vescovo, ma anche dalle questioni da affrontare e dalle proposte che sono emerse dall’Aula, si può concludere che il processo sinodale in atto costituisce un’opportunità straordinaria per un rinnovamento del ministero episcopale a tutti i livelli in cui si esprime.

Non si può comprendere la Chiesa sinodale e i tre elementi che la strutturano (la comunione, la partecipazione e la missione) senza il ministero dei Vescovi; ma non si può più pensare il ministero dei Vescovi senza riferimento alla Chiesa sinodale. I due termini si corrispondono e stabiliscono un rapporto di circolarità che torna a vantaggio sia della Chiesa che del corpo episcopale”.

Nelle Conferenze episcopale avviene quel discernimento nato dal Popolo di Dio: “E’ la consultazione stessa del Popolo di Dio a richiedere un atto di discernimento dei Pastori. Il primo discernimento dei Pastori di ogni singola Chiesa, espresso nell’invio del contributo diocesano, risulta ulteriormente confermato nel discernimento congiunto dei Vescovi che in forma assembleare si pongono in ascolto di ciò che lo Spirito ha detto alle Chiese.

Le sintesi delle Conferenze Episcopali sono state dunque un atto di vero discernimento episcopale, e per il fatto che tale atto è compiuto da tutte le Conferenze Episcopali all’interno di uno stesso processo sinodale, si può pensare il consenso che ne è emerso come un atto collegiale dei Vescovi in comunione con il Vescovo di Roma.

Non si tratta naturalmente di un atto di magistero infallibile, che tale può essere unicamente in ragione del riconoscimento del papa, ma di un discernimento ecclesiale che conferisce autorevolezza alle Conferenze Episcopali ben oltre il livello pastorale nel quale sono attualmente configurate”.

Inoltre al termine dei lavori, all’unanimità, i vescovi hanno deliberato il trasferimento della sede del CCEE da San Gallo (Svizzera) a Roma nel prossimo anno ed hanno espresso gratitudine alla Chiesa svizzera, e in particolare alla diocesi di san Gallo, per l’accoglienza e la generosità con cui hanno accompagnato il lavoro del Segretariato del CCEE in questi anni.

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UNITI NEL NATALE: A UDINE UN CONCERTO ECUMENICO NATALIZIO (Diocesiudine 04.12.23)

«Cantiamo insieme il Natale» è il titolo della Rassegna ecumenica di canti di Natale. L’appuntamento è per domenica 10 dicembre alle 16 nella chiesa della B.V. del Carmine a Udine, in via Aquileia 63.

All’iniziativa partecipano i cori della Chiesa evangelica metodista, della Chiesa ortodossa slava del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, della Chiesa ortodossa rumena, della Comunità armena e di quella cinese, della Collaborazione Pastorale di Udine sud est.

Si tratta di un’occasione per avvicinarsi al Natale grazie all’intreccio culturale che nasce dalla musica. Sullo sfondo, il comune evento salvifico del Natale tradotto in diverse musicalità, con una gran ricchezza di lingue e tradizioni particolari che trovano il punto di incontro nel celebrare la nascita di Gesù, ciascuno a proprio modo e tutti insieme nel canto finale.

L’iniziativa è promossa dal Servizio diocesano per l’ecumenismo e dialogo interreligioso e dalla Collaborazione Pastorale Udine sud est (B.V. del Carmine, San Paolino d’Aquileia, B.M.V del Rosario).

La Chiesa, gli armeni e il ruolo dell’Italia. La riflessione di Pedrizzi (Formiche.it 03.12.23)

Dal 1965 molti Stati, tra i quali l’Italia, hanno riconosciuto ufficialmente il genocidio e in occasione del centenario anche la Santa Sede per merito di Papa Francesco, che è stato molto vicino agli armeni anche nelle ultime tragiche vicende. La riflessione di Riccardo Pedrizzi

Il popolo armeno è stato sempre nel cuore dei vari pontefici che si sono succeduti negli ultimi secoli. A cominciare da Leone XIII che dedicò loro addirittura un’enciclica nel 1888, la “Paterna Caritas”.

“I Pontefici Romani, Nostri Predecessori, non si sono mai trovati in difetto di testimonianze circa la loro capacità paterna verso gli Armeni”… “Gregorio XIII, come è noto, aveva concepito il disegno di fondare un istituto per l’opportuna istruzione dei giovani Armeni”… “Urbano VIII lo realizzò”…

…“Del resto la sollecitudine dei Pontefici Romani verso gli Armeni non è restata circoscritta entro i confini di questa città, perché nulla è stato loro più a cuore che di togliere la vostra Chiesa dalle difficoltà in cui si trovava, e di riparare i mali che essa ebbe a subire per la perversità dei tempi”.

…“Voi sapete pure che Leone XII e Pio VIII dedicarono le loro cure affinché nella capitale stessa dell’impero Ottomano gli Armeni avessero un prefetto della loro nazione per gli affari civili, come le altre comunità che appartengono a detto impero. Infine è vivo il ricordo degli atti compiuti da Gregorio XVI e da Pio IX per accrescere nel vostro paese il numero delle sedi episcopali, e perché il prelato armeno di Costantinopoli primeggiasse in onore e dignità”.

Benedetto XV, addirittura, fece una supplica al Sultano Mehmet, il 10 settembre 1915 per far cessare le violenze e le deportazioni ai danni degli armeni: “Ci giunge dolorosissima l’eco dei gemiti di tutto un popolo, il quale nei vasti domini ottomani è sottoposto a inenarrabili sofferenze. La nazione armena ha già veduto molti dei suoi figli mandati al patibolo, moltissimi, tra i quali non pochi ecclesiastici e anche qualche vescovo, incarcerati o inviati in esilio. Ci vien riferito che intere popolazioni di villaggi e di città sono costrette ad abbandonare le loro case per trasferirsi con indicibili stenti e patimenti in lontani luoghi di concentrazione, nei quali oltre le angosce morali debbono sopportare le privazioni della più squallida miseria e le torture della fame”.

Più recentemente agli inizi del terzo millennio, il 27 settembre 2001, viene sottoscritta una “Dichiarazione comune di Sua Santità Giovanni Paolo II e di sua santità Karekin II”, Patriarca cattolico di tutti gli armeni in occasione del 1700° anniversario della proclamazione del cristianesimo quale religione dell’Armenia.

…”Lo sterminio di un milione e mezzo di Cristiani Armeni, che generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo, e il successivo annientamento di migliaia di persone sotto il regime totalitario, sono tragedie ancora vive nel ricordo della generazione attuale”… “Rendiamo grazie a Dio perché il cristianesimo in Armeni è sopravvissuto alle avversità degli ultimi diciassette secoli e perché la Chiesa Armena è ora libera di compiere la propria missione di proclamare la Buona Novella nella moderna Repubblica di Armenia e in molte zone vicine e lontane, nelle quali sono presenti comunità Armene. L’Armenia è di nuovo un Paese libero”… “Negli ultimi dieci anni, è stato riconosciuto il diritto dei cittadini della nascente Repubblica a professare liberamente la propria religione. In Armenia e nella diaspora, sono state fondate nuove istituzioni Armene, sono state costruite chiese e sono state create scuole e associazioni”.

Anche il pontefice attualmente regnante ha rivolto una particolare attenzione a questo popolo martoriato. Il 12 aprile 2015 infatti, in occasione del centenario del genocidio, ha inviato un messaggio ai fratelli e sorelle armeni: “Un secolo è trascorso da quell’orribile massacro che fu un vero martirio del vostro popolo, nel quale molti innocenti morirono da confessori e martiri per il nome di Cristo. Non vi è famiglia armena ancora oggi, che non abbia perduto in quell’evento qualcuno dei suoi cari: davvero fu quello il “Metz Yeghern”, il Grande Male”, come avete chiamato quella tragedia”… “La vostra vocazione cristiana è assai antica e risale al 301, anno in cui San Gregorio l’illuminatore guidò alla conversione e al battesimo l’Armenia, la prima tra le nazioni che nel corso dei secoli hanno abbracciato il Vangelo di Cristo”… “Il vostro popolo, illuminato dalla luce di Cristo e con la sua grazia, ha superato tante prove e sofferenze, animato dalla speranza che deriva dalla Croce”…: “La vostra storia di sofferenza, e di martirio è una perla preziosa, di cui va fiera la Chiesa universale. La fede in Cristo, redentore dell’uomo, vi ha infuso un coraggio ammirevole nel cammino, spesso tanto simile a quello della croce, sul quale avete avanzato con determinazione, nel proposito di conservare la vostra identità di popolo e di credenti”. (Omelia 21 novembre 1987)

Questa fede ha accompagnato e sorretto il vostro popolo anche nel tragico evento di cento anni fa che “generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo”… “Il Papa Benedetto XV, condannò come “inutile strage” la Prima Guerra Mondiale, si prodigò fino all’ultimo per impedirlo, riprendendo gli sforzi di mediazione già compiuti dal Papa Leone XIII di fronte ai “funesti eventi” degli anni 1894-96”.

Il quella occasione nel corso della Messa celebrata nella Basilica di San Pietro da Papa Francesco, per celebrare solennemente il centenario. In quella occasione il Papa non usò mezzi termini, ma parlò di vero e proprio genocidio, il primo genocidio del ventesimo secolo. “La nostra umanità – queste le parole di Bergoglio rivolte al patriarca e al popolo armeno- ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come il primo genocidio del Ventesimo secolo; essa ha colpito il vostro popolo armeno, prima nazione cristiana”. Ed il patriarca armeno Karekin II aggiunse: “Noi siamo convinti che il riconoscimento universale del Genocidio degli Armeni, come un esempio importante di realizzazione della giustizia, della protezione dei diritti umani, contribuirà alla creazione di un mondo più sicuro e legittimo. In questo senso il 100° anniversario del Genocidio degli Armeni è un potente richiamo al mondo a non essere indifferenti di fronte ai patimenti e ai martiri odierni e a fare più sforzi per fermare le aggressioni ingiuste e per prevenire le violenze che temprano la gente nella sofferenza. Ecco il frutto che deve germogliare dalla radice del martirio”.

Poi la visita di Papa Francesco nel 2017 che fece affermare all’ambasciatore armeno, presso la Sanata Sede, Mikayel Minasyan: “Il papa in Armenia ci ha fatto uscire dal guscio del dolore”.

Dal 1965 molti Stati, tra i quali l’Italia, hanno riconosciuto ufficialmente il genocidio ed in occasione del centenario anche la Santa Sede per merito di Papa Francesco, che è stato molto vicino agli armeni anche nelle ultime tragiche vicende: “Seguo in questi giorni la drammatica situazione degli sfollati del Nagorno-Karabakh. Rinnovo il mio appello al dialogo tra l’Azerbaigian e l’Armenia, auspicando che i colloqui tra le parti, con il sostegno della comunità internazionale, favoriscano un accordo duraturo che ponga fine alla crisi umanitaria”. È stato l’appello del Papa, al termine dell’Angelus del primo ottobre scorso, in cui ha assicurato la sua preghiera per le vittime dell’esplosione di un deposito di carburante avvenuta nei pressi della città di Stepanakert nel Nagorno-Karabakh.

Le oltre centomila persone fuggite dalla regione del Caucaso verso l’Armenia sono state sempre al centro del pensiero del Pontefice dopo la recita dell’Angelus. Eppure per gli ultimi massacri siamo ripiombati nel muro del silenzio dell’Europa e del mondo occidentale, che piange tutti gli altri martirii giustamente, ma non quelli cristiani.

Ai nostri giorni, guerra e terrorismo stanno infatti, insanguinando il cuore dell’Europa, il Medio Oriente, l’Africa.

Un ruolo importante nella vicenda armena fu svolto per l’Italia proprio da Luigi Luzzatti, giurista, economista, presidente del Consiglio 1910-1911, Ministro degli Interni, Fondatore della Banca Popolare di Milano e del sistema delle Banche Popolari. Resta memorabile un suo discorso al Parlamento del 26/11/1918 proprio sugli armeni ed “Il Grande Male”.

Egli si dedicò a far rinascere nel popolo armeno la speranza di ritornare alla libertà e a richiamare su di loro l’attenzione italiana ed internazionale come tema centrale di moralità politica, cercando di superare l’ignavia delle grandi potenze. Il 4 dicembre 1923, tra le altre iniziative, accompagnò una delegazione Armena dal Capo del Governo di allora, che era Benito Mussolini. Egli interpretò, parlando con il Duce, il sentimento dei popoli perseguitati perché anche nel suo sangue scorreva l’eredità delle persecuzioni. Inoltre, allorché il 2 marzo del 1924, Sir Willonghby H. Dickinson, uno dei vice presidenti dell’Unione tra le Associazioni per la Società delle Nazioni, venne in Italia,

Luzzatti colse l’occasione per fargli notare che mai le minoranze erano state tanto calpestate come dopo l’istituzione della Società delle Nazioni. La Società delle Nazioni non assolveva, nel giudizio di Luzzatti, il proprio compito e la voce delle minoranze non giungeva utilmente fino ad essa. E gli chiese perché l’Inghilterra, che era il socio più importante della Società delle Nazioni, non intervenisse a difesa degli armeni con la forza dei suoi mezzi e del suo prestigio E perché non si impegnasse a trovare una casa agli armeni”. Inoltre Luzzatti dimostrando la “concretezza” ed “il saper fare”, di cui si accennava, avviò in provincia di Bari, una produzione di tappeti armeni a beneficio della colonia stessa affinché fosse autosufficiente per evitare che essi fossero costretti a ritornare nelle loro terre martoriate. Anche Mussolini concesse a Luigi Luzzatti 200.000 lire. Da questa attività, nacque l’ospitalità degli armeni nell’Italia Meridionale. A Milano creò una Spa per la commercializzazione. Parliamo di uno dei più importanti protagonisti della vita politica, economica e sociale italiana dell’Italia che, divenuto Stato Unitario da appena trenta anni, provava non senza difficoltà a diventare protagonista nello scenario geopolitico europeo di fine Ottocento.

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Che ne è dell’Artsakh? La serata a Breganzona sull’agonia dell’Artsakh, da cuore della civiltà armena, a terra desolata (Korazym 03 12.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 03.12.2023 – Vik van Brantegem] – Come abbiamo riferito, giovedì 23 novembre 2023 nell’Aula Magna del Liceo diocesano di Breganzona nella Svizzera italiana, i riflettori sono stati puntati sul dramma degli Armeni sfollati con la forza dall’Artsakh, e dimenticati da quasi tutti, già dimenticata l’Ucraina, distratti con Gaza e con gli occhi puntati sull’omicidio di Giulia. In attesa di dimenticare anche questi eventi.

Le forze armate azere il 19-20 settembre scorso hanno soggiogato completamente l’Artsakh, prendendo il controllo di un territorio che sulla carta, per diritto internazionale, dovrebbe stare nei confini azeri, alla faccia del diritto all’autodeterminazione della popolazione di etnia armena, che dall’inizio degli anni ‘90 si era autogovernata in quella regione. Gli Armeni dell’Artsakh sono stati sfollati con la forza da quella che per gli Armeni è il cuore della loro ultra millenaria civiltà.

Cos’è la pace vera, in mezzo a tutte queste guerre? Cosa vogliono dire i 2500 anni di storia armena dell’Artsakh per tutti noi? “L’Artsakh fu crocifisso come Cristo. Nulla succede per caso. Artsakh risorgerà come Cristo”: il tema al centro della conferenza dedicata all’Artsakh, che è stata organizzata dall’associazione “Germoglio”, con video-testimonianze di persone sfollate.

Renato Farina, Ilda Soldini, Padre Derenik e Teresa Mkhitaryan.

Inoltre, sono intervenuti Padre Derenik, l’ultimo uomo a lasciare l’Artsakh; Renato Farina, giornalista ed ex-parlamentare; Teresa Mkhitaryan, Presidente dell’Associazione “Germoglio”, con la moderazione della Dott.ssa Ilda Soldini, dell’Istituto di studi italiani dell’Università della Svizzera italiana.

La preghiera di inizio della conferenza, presieduta da Padre Derenik.

«Credo fermamente che al mondo ci sono persone per le quali la giustizia è un valore intangibile; credo ci siano Cristiani che credono che con la grazia di Dio, ci sarà la vittoria. Perché il nostro Dio è un Dio vittorioso. La nostra unica speranza è nell’unità, quando siamo uniti, siamo invincibili. Quelle terre sono armene e devono tornare di nuovo ad essere armene. Cristo è Dio vittorioso e ha donato Amore al mondo e quindi amiamoci l’un l’altro. L’Amore vincerà il mondo. E noi Cristiani abbiamo avuto la grazia di ricevere l’Amore in questo mondo. Amiamoci, rispettiamoci e il mondo sarà più bello. E a quel punto noi non piangeremo più di dolore, avremo lacrime di gioia» (Padre Derenik, di cui ricordiamo l’articolo del 6 novembre scorso: Non c’è libertà senza giustizia. Non c’è giustizia senza libertà [QUI]).

Di seguito riportiamo una breve relazione sulla conferenza del 23 ottobre scorsa dell’organizzatrice Teresa Mkhitaryan, con i tre video che sono le versioni integrali viste dal pubblico presente alla conferenza.

Inoltre, seguono i link ai videoregistrazioni degli interventi di Padre Derenik e di Renato Farina alla conferenza.

Le foto della conferenza sono di Marco Gianinazzi.

Artsakh
La Verità non è un punto di vista
La Speranza non delude mai
di Teresa Mkhitaryan

Grazie mille, grazie di cuore a tutti quelli che hanno partecipato fisicamente, o anche solo con il cuore alla conferenza. Un grazie speciale a tutti quelli che hanno aiutato ad organizzarla.

Sento nel cuore che questa storia avrà una continuazione, non so in che modo, mi farò sorprendere dal Signore. E poi, di solito tutto comincia dal Ticino, per me e per Germoglio.

Faccio seguire i link ai tre video di 5-7 min che abbiamo preparato per la conferenza dedicata all’Artsakh.

Video 1 – Germoglio – Suren Nersisyan – Terra sacra dell’Artsakh, luogo eterno per i Cristiani.

Nel primo video ci sono immagini dell’Artsakh, ne ho migliaia, ma il regista chiedeva in continuazione di ridurre il numero delle foto. Sono tutte molto belle ed evocative, è stato proprio difficile scegliere.

Artsakh è una terra sacra, è un paradiso della Cristianità Antica. In Artsakh si trovano alcune delle chiese con le origini più antiche dell’umanità. Gli apostoli di Gesù San Giuda Taddeo e San Bartolomeo sono venuti ad evangelizzare l’Armenia già dal primo secolo.

In Artsakh si trova il monastero di Amaras che è stato fondato nel quinto secolo dal grande santo armeno Mesrop Mashtotz, che ha inventato l’alfabeto armeno nel 405 per poter tradurre la Bibbia e ha aperto la prima scuola ad Amaras. Ed è proprio ad Amaras che è stata tradotta la prima Bibbia in lingua armena ed è stata fondata una scuola che ha formato i traduttori che poi hanno realizzato la traduzione in armeno di numerosi importanti manoscritti del mondo antico.

Tutte queste perle preziose – le chiese, i monasteri, i khachkar – che sono stati costruiti nei primi scoli della Cristianità, hanno un valore inestimabile non solo per gli Armeni, ma per tutti i Cristiani del mondo. Per i Cristiani e per tutti quelli che apprezzano la cultura, l’arte e la storia.

Adesso tutto questo patrimonio Cristiano è passato sotto il controllo dei Musulmani davanti gli occhi di tutto il mondo. In un passato non remoto, gli stessi Azeri/Turchi quando hanno avuto il controllo della regione di Nakhichevan, hanno polverizzato i monumenti Cristiani storici armeni, distrutto con i bulldozer [QUI].

E migliaia di ragazzi giovani hanno dato la loro vita per difendere le chiese, i monasteri, le donne e gli anziani.

Video 2 – Germoglio – Esodo armeno dall’Artsakh: pulizia etnica dopo cento anni dal genocidio. Il mai più è diventato ancora una volta.

Il secondo film è dedicato all’esodo, alla deportazione degli Armeni.

La Commissione Europea ha scritto che gli Armeni hanno “scelto di andarsene” (who have decided to flee). Ma la Verità non è un punto di vista, la Verità non dipende dalle opinioni. Anche se i più grandi, i più belli, i più famosi, i più istruiti, i più potenti dicessero che l’erba è blu o viola, l’erba non diventerebbe né blu, né viola. L’erba è verde. Chi cerca la verità, vedrà che l’erba è verde.

Video 3 – Iravaban.net – “Non auguro neanche a un Turco quello che è successo a noi”. La testimonianza di Lyudmila Haryan, profuga dall’Artsakh.

Il terzo film è la testimonianza di una profuga dall’Artsakh, la Signora Lyudmila Haryan. L’abbiamo tradotto in italiano.

Come la moderatrice Ida Soldini ha menzionato durante la conferenza, l’unico modo per sapere cosa succede davvero in un posto o un altro è ascoltare le testimonianze.

La verità è una cosa preziosa, le cose preziose non le offrono in televisione, la verità bisogna cercarla.

Ho tanta speranza che il mio popolo possa tornare nella sua terra sacra, dove le pietre parlano e raccontano tutto.

La Speranza non delude mai… Bisogna avere pazienza…

Grazie.

Teresa Mkhitaryan

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