Roma, in mostra le fotografie di Ongaro, altissimo impatto emotivo nelle immagini dei profughi cristiani del Nagorno (Il Messaggero 02.12.23)

Sguardi smarriti, sgomenti, quasi persi nel vuoto, uomini e donne di ogni età sembrano quasi imbambolati e incapaci di comprendere. Bambini in fila con gli occhi sgranati in attesa di ricevere indumenti usati, file di anziani che stringono quello che potevano portare via stipato in una sacca di nylon aspettando di salire sul pullman che li porterà via per sempre dalle loro case del Nagorno Karabach, anziane infreddolite su una panchina prossime a lasciare il proprio appartamento a Stepanakert. L’obiettivo meticoloso del fotografo Nicolò Ongaro ha fissato per sempre i giorni della fuga forzata degli armeni dall’enclave contesa con l’Azerbaijan. Decine e decine di fotografie ad altissimo impatto emotivo che raccontano giorni poco conosciuti in occidente, scomparsi dai radar delle cronache perchè oscurati dalle drammatiche guerre in Ucraina e ora a Gaza.

Esercito di robot per sconfiggere la Russia, il piano dell’Ucraina con droni e armi autonome. Ma ci sono dei dubbi

Eppure Ongaro nella sequela di immagini in mostra alla Camera dei Deputati (Sala del Cenacolo, Complesso di Vicolo Valdina a piazza di Campo Marzio) è riuscito a fissare per sempre l’immane tragedia su una pellicola, raccontando ciò che ha travolto la piccola enclave cattolica da quando c’è stata la disfatta militare armena, costringendo un flusso di quasi 100 mila profughi lasciare il Nagorno per rifugiarsi a Yerevan, lasciandosi dietro tutto quello che avevano.

la fuga forzata degli Armeni dal Nagorno Karabakh nel 2023” ,è stata organizzata in collaborazione con il Gruppo parlamentare di amicizia Italia-Armenia e l’ Armenian General Benevolent Union Milan. All’evento hanno partecipato parlamentari italiani, giornalisti, rappresentanti dei think tank, rappresentanti della comunità armena e Giulio Centemero, il Presidente del Gruppo parlamentare di amicizia Italia-Armenia.

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Armenia-Azerbaijan: negoziati in stallo, incontri al confine (Osservatorio Balcani e Caucaso 01.12.23)

Mentre i negoziati tra Armenia e Azerbaijan sembrano essere in fase di stallo, le commissioni di frontiera di entrambe le parti si sono incontrate il 30 novembre. Incontro simbolico o reale volontà di progresso?

01/12/2023 –  Onnik James Krikorian

Il 30 novembre, Armenia e Azerbaijan hanno tenuto il quinto incontro delle rispettive commissioni di delimitazione e demarcazione dei confini, formate nel maggio dello scorso anno e guidate dai vice primi ministri di entrambi i paesi. Anche il primo e il quarto incontro si erano svolti al confine, con due incontri intermedi rispettivamente tenutisi a Mosca e Bruxelles. Nell’ultimo, a luglio, si è deciso di tenere tutti i futuri incontri al confine.

Tuttavia, si nutrivano poche aspettative riguardo a questo ultimo incontro. Mentre Armenia e Azerbaijan sembrano sempre più lontani sulla questione della normalizzazione delle relazioni, con un accordo inizialmente previsto alla fine dello scorso anno ancora sfuggente, i colloqui a livello superiore sembrano essersi arenati dopo un 2023 particolarmente catastrofico. Rimane il disaccordo su quali mappe dell’era sovietica utilizzare per delimitare il confine, nonché sulla questione delle enclavi.

C’è anche un’altra preoccupazione: che l’incontro delle commissioni per le frontiere non sia stato altro che simbolico.

Infatti, il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev ora cerca di continuare i negoziati effettivi con la sua controparte armena, il primo ministro Nikol Pashinyan, ovunque tranne che a Bruxelles o Washington. Baku preferisce piuttosto continuarli all’interno della regione attraverso la poco conosciuta piattaforma 3+3 (2) o a Tbilisi. Nel frattempo, Yerevan accetterà solo piattaforme sostenute dall’Occidente, rafforzando allo stesso tempo le sue relazioni con l’Unione europea.

All’inizio di questo mese Baku ha anche annullato un incontro tra i due ministri degli Esteri previsto per il 20 novembre a Washington come continuazione dei colloqui bilaterali. Lo stesso giorno, Baku ha invitato Yerevan a tenere colloqui al confine o in un luogo “reciprocamente accettabile”. Il giorno successivo Yerevan ha replicato che soltanto le commissioni bilaterali per i confini potrebbero riunirsi proprio sul confine tra i due paesi. Più tardi quella sera, i media azerbaijani hanno riferito che Baku aveva accettato la nuova cornice.

Tuttavia, questo probabilmente non è quello che si sperava. Nello stesso momento in cui Yerevan ha annunciato i colloqui sul confine del 30 novembre, ha nuovamente affermato che i negoziati ad alto livello sarebbero continuati soltanto attraverso la piattaforma di Bruxelles facilitata dal Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, cosa che l’Azerbaijan sembra riluttante ad accettare. Yerevan spera che basti la dichiarazione rilasciata a Granada senza il consenso di Baku.

Si assottiglia il tempo per un accordo per normalizzare le relazioni entro la fine dell’anno: anche se il potenziale per un compromesso ci sarebbe stato – in caso se la riunione della commissione per le frontiere fosse andata bene – sono sempre in meno a credere che ciò sia realmente possibile.

In seguito all’incontro, un comunicato stampa  rilasciato dal Ministero degli Affari Esteri azerbaijano affermava semplicemente che l’incontro aveva avuto luogo e aveva trattato solo “questioni organizzative e procedurali”.

È stato inoltre concordato di “intensificare le riunioni delle commissioni”, cosa già concordata  in un incontro tra il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azerbaijano Ilham Aliyev a Bruxelles, subito dopo l’ultima riunione  delle commissioni sul confine, il 12 luglio scorso. Non è stata però ancora annunciata una data per il prossimo incontro.

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Un’altra Lepanto neanche per sogno, ma almeno smettere di armare gli azeri? (Tempi 01.12.23)

Notizie dai confini orientali della Repubblica d’Armenia, in Italia siamo in pochissimi a portarvele sui carretti, fresche fresche, appena colte, interessano? Mi pare di sentire la risposta che per buona educazione, per paura di essere sgradevoli con questo venditore di news caucasiche, non osate pronunciare: “Le sappiamo a memoria le vostre news. Ma sì, c’è un genocidio in corso, colpisce il popolo cristiano del Nagorno-Karabakh ad opera dell’alleanza turco-azera, e se non viene fermato travolgerà l’intera Armenia, coi suoi tre milioni di abitanti. Ma che ci possiamo fare? Volete un’altra guerra?”.

Queste frasi lo so che vi si rigirano nel cervello, ma vi vergognate anche solo a pensarlo, e ci date monetine di condiscendenza. Dai che lo so, come Molokano sono in odore di eresia, magari un “cristianista”, che sventola vessilli di una fede che non c’è più. Sperate solo per scomunicarmi – dai, ammettetelo – che proclami la necessità di una …

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C’è la Russia dietro la destabilizzazione tra Armenia e Azerbaigian. Parla Cirielli (Formiche.net 01.12.23)

Intervista al viceministro degli Esteri: “Questa vicenda è il fondamento della nostra postura internazionale: ricordo che noi stiamo aiutando militarmente l’Ucraina che si trova in una situazione esattamente speculare a questa. Roma è sempre stata in prima linea nel condannare il genocidio armeno da parte dei turchi-ottomani, ma gli azeri non c’entrano niente con quei fatti”

La vicenda in corso tra Azerbaigian e Armenia, spiega a Formiche.net il viceministro degli Esteri con delega al Caucaso, Edmondo Cirielli, è il fondamento della nostra postura internazionale: “Noi stiamo aiutando militarmente l’Ucraina che si trova in una situazione esattamente speculare a questa. Roma è sempre stata in prima linea nel condannare il genocidio armeno da parte dei turchi-ottomani, ma gli azeri non c’entrano niente con quei fatti”. E dopo la recente sentenza della Corte internazionale che ha riconfermato l’integrità territoriale dell’Azerbaigian sul Garabagh, è tempo che cambi anche la narrazione internazionale della disputa. “Per gli azeri il diritto internazionale è stato violato in maniera palese dalla guerra di aggressione mossa dall’Armenia”.

Nel giorno in cui sono ripresi i colloqui diplomatici tra Azerbaigian e Armenia l’europarlamentare del M5S Fabio Massimo Castaldo si è fatto promotore di una lettera inviata alla presidente della Commissione Europea, all’Alto Rappresentante Josep Borrell, e al presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, in cui si chiede di “prevenire una catastrofe umanitaria e garantire la sicurezza dell’Armenia e la prosperità nella regione del Caucaso meridionale”. Come commentarla?

Credo che questa azione sia intempestiva e rischi di danneggiare gli accordi di pace finora in corso, è il modo peggiore di operare e intromettersi a gamba tesa in vicende di cui si sa anche poco, sia sulla storia sia dal punto di vista dei rapporti internazionali. L’Europa e l’Italia in maniera particolare dovranno lavorare perché si crei un clima di distensione tra le due parti. Considero il premier armeno sicuramente il più illuminato degli ultimi anni e il primo che ha riconosciuto l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, cosa sicuramente più volte affermata dalle Nazioni Unite in varie risoluzioni. Ma nessuno dei precedenti governi armeni filorussi aveva mai preso in considerazione questa valutazione.

Baku aveva più volte invocato una soluzione pacifica?

Bisogna dire che anche il presidente azero Ilham Aliyev ha cercato in questi tre anni una soluzione pacifica, dopo l’ultimo conflitto che aveva sostanzialmente visto vittoriose sul campo le truppe azere, che però in seguito si sono fermate, dando così la possibilità di trovare una soluzione pacifica alla questione. Purtroppo in Europa c’è stato anche chi ha sempre alimentato il revanscismo e il nazionalismo armeno, illudendo Yerevan su cose che poi oggettivamente non erano neanche previste dal diritto internazionale.

Quindi è possibile escludere la possibilità di un attacco azero, come emerge invece dalla lettera di Castaldo?

Non esiste alcuna valutazione, né politica né di natura militare, che può far pensare ad un’idea del genere, è proprio una follia. L’Azerbaigian non ha mai messo in campo azioni contro il territorio armeno, questo è anche un fatto notorio, testimoniato da commissioni indipendenti dell’Onu. Non è stato fatto nulla dalle truppe azere per provocare l’esodo, che poi effettivamente c’è stato ma da parte di secessionisti che hanno dato fiato a rappresaglie nate da un’idea alimentata da filorussi che nell’area sono molto forti. Con tale esodo hanno voluto creare un ulteriore motivo di tensione.

Come si inseriscono le pressioni dei big players esterni? L’Armenia, dopo anni di vicinanza alla Russia, sembra voler guardare all’Occidente adesso.

Premetto che Aliyev ha escluso categoricamente una qualsiasi iniziativa azera contro i trattati internazionali. È una persona molto pragmatica e certamente sa bene che un attacco all’Armenia sarebbe non solo un atto folle, senza alcun interesse militare strategico, ma oltretutto contrario alla postura che paradossalmente l’Azerbaigian ha sempre avuto in questi trent’anni in cui l’Armenia ha occupato non soltanto il Garabagh ma anche due zone cuscinetto più grandi del Garabagh stesso, abitate prima da azeri che poi, invece, sono stati esclusi da quelle terre. Ciononostante, per trent’anni l’Azerbaigian ha sempre cercato di far valere tutte le sue posizioni di fronte alle corti internazionali nelle sedi multilaterali. Tale occupazione è stata esercitata dall’Armenia sotto la protezione dell’Armata Rossa. Di contro, non dimentichiamo che il premier armeno Pashinyan è stato eletto tutte e due le volte con una chiara polemica nei confronti della Russia e questo è un passaggio che ci fa guardare in maniera positiva al senso delle istituzioni e alla voglia di fare bene del popolo armeno. Il tema vero è che esiste una classe dirigente ancora molto nazionalista e ci sono ambienti esterni all’Armenia che mirano a destabilizzare il Caucaso: ovvero la Russia. Ma non è tutto.

Ovvero?

Vi sono anche le potenti comunità armene che vivono fuori dall’Armenia che magari non sono realmente a conoscenza dei problemi e dello stato attuale, e vagheggiano anche per motivazioni umanamente comprensibili, perché sono figli e discendenti della diaspora armena, ma con una visione molto nazionalista e sciovinista. Ricordo che l’Italia è sempre stata in prima linea nel condannare il genocidio armeno da parte dei turchi-ottomani, ma gli azeri non c’entrano niente col genocidio e non possono pagare colpe di altri solo perché sono di religione musulmana. Peraltro sappiamo bene che l’Azerbaigian è uno dei paesi più laici e tolleranti del mondo musulmano: è un loro tratto distintivo. Per cui sforziamoci di non usare la religione come elemento di contrasto tra i popoli.

Lo scorso 17 novembre la Corte Internazionale di Giustizia ha riconfermato l’integrità territoriale dell’Azerbaigian sul Garabagh: è questo un buon punto di partenza, nel solco del diritto internazionale, per iniziare a parlare in modo diverso di questo problema?

Questa vicenda è il fondamento della nostra postura internazionale: ricordo che il governo Meloni sta aiutando militarmente l’Ucraina che si trova in una situazione esattamente speculare a questa. La Russia ha fatto una guerra contro l’Ucraina con la scusa di proteggere i russi che, a loro dire, venivano discriminati dal governo ucraino. La guerra tra Armenia e Azerbaijan è scoppiata perché l’Armenia, con l’appoggio dell’Armata Rossa, ha conquistato il Garabagh, territorio azero, oltre a due zone cuscinetto abitate da soli azeri. Quindi noi come facciamo a sostenere la causa armena quando poi sosteniamo la causa ucraina? Certamente non lo potremmo fare e sarebbe grave se dipendesse da un fatto meramente religioso. C’è una simpatia per gli armeni, per la vergogna che hanno subito nel corso della loro storia, ma di cui gli azeri non hanno alcuna responsabilità.

Quale la posizione dell’Italia?

Noi abbiamo sempre condannato il genocidio armeno con chiarezza, sia come partito che anche personalmente, assieme a tutto quello che è accaduto agli armeni ma, ripeto, che per gli azeri il diritto internazionale è stato violato in maniera palese dalla guerra di aggressione mossa dall’Armenia e che è durata trent’anni. Indirettamente lo ha riconosciuto anche l’Armenia, perché avrebbe potuto risolvere diversamente e più favorevolmente le tensioni. Invece questa ottusità dei vecchi governi armeni filo russi ha prodotto un atteggiamento di chiusura assoluta contro le relazioni internazionali, ma anche contro i tentativi dell’Azerbaigian di risolvere questa vicenda sulla base delle risoluzioni Onu. Oggi la vicenda si è conclusa sul piano militare e credo che qualunque altro Stato forse non avrebbe aspettato trent’anni per risolvere un’occupazione armata: immagini se noi in Alto Adige avessimo avuto un’occupazione armata di sedicenti separatisti altoatesini con l’appoggio dell’esercito, di volontari o piuttosto dell’esercito austriaco. Non penso che sarebbe durata trent’anni. Siamo una nazione democratica e pacifica che ripudia la guerra.

Quale il ruolo che riveste diplomaticamente l’Italia in quella macro area?

Sono convinto che l’Italia possa giocare un ruolo importante su questo. Ma se si continuerà a dipingere gli azeri come coloro che hanno usato la forza contro gli armeni, non si aiuterà la pace. Il modo migliore è avviare una stagione di distensione come sta facendo da tempo la Georgia: nonostante sia un paese cristiano, è al tempo stesso un partner privilegiato per l’Azerbaigian e come l’Italia ha un ruolo di grande capacità di mediazione, perché ha sempre difeso le ragioni giuridiche e internazionali dell’Azerbaigian. Sembra strano che proprio l’Italia, che è un campione della legalità internazionale e di principi dell’Onu, non debba sostenere questa linea.

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Armeni. La persecuzione in Nagorno Karabakh (Doppiozero 30.11.23)

Il sabato le strade di Yerevan sono ancora più affollate del solito. Mentre aspetto Yulia Antonyan davanti al mio albergo osservo le auto che ingorgano il viale Sayat Nova e la gente che va a passeggio o che torna a casa con le buste della spesa. Ho detto a Yulia, antropologa all’università statale di Yerevan, che avrei voluto approfittare del mio soggiorno per incontrare dei rifugiati del Nagorno Karabakh (Artsakh in armeno). Lo scorso settembre, dopo che l’Azerbaijan con un’azione militare lampo ha occupato l’intero Artsakh, tutta la popolazione armena della regione, più di 120.000 persone, temendo di essere massacrata dagli azeri, ha lascito precipitosamente le proprie case e ha trovato rifugio nella Repubblica di Armenia. La minaccia di genocidio era stata agitata da Elchin Amirbayov, rappresentante del presidente azero, all’inizio di settembre. Il governo e i media azeri conducono da anni una campagna di odio e di disumanizzazione nei confronti degli armeni, chiamandoli cani e parassiti. 

Prima di sferrare l’offensiva del 19 settembre, gli Azeri, mentre i peacekeepers russi inviati da Putin stavano a guardare, hanno chiuso per nove mesi l’unico corridoio che univa l’Artsakh all’Armenia impedendo l’arrivo di carburante, gas, cibo, medicine alla popolazione stremata. 

La pulizia etnica dell’Artsakh e la migrazione forzata della sua popolazione armena non hanno suscitato molto interesse in Italia e in Europa. 

Ma ecco Yulia che sbuca dall’angolo di via Abovyan. Una sua collega dell’università dell’Artsakh ha accettato di incontrarmi. Andiamo a prenderla all’appartamento che un amico le ha messo a disposizione. Molti rifugiati vivono ancora in stanze d’albergo o sono stati sistemati in piccoli centri di provincia. Il governo armeno elargisce sussidi per permettere loro di pagare gli affitti, che da quando la Russia ha invaso l’Ucraina sono esplosi in seguito all’arrivo di molti fuoriusciti russi. Yulia ha preferito darle appuntamento sotto casa perché la collega ha ancora difficoltà ad orientarsi a Yerevan e si perde spesso. Si chiama Nuné Arakelyan e prima di fuggire insegnava filologia e letteratura russa all’università di Stepanakert, la capitale dell’autoproclamata repubblica dell’Artsakh, ora dissolta. Tra di loro Nuné e Yulia preferiscono parlare russo: per gli armeni d’Armenia il dialetto dell’Artsakh non è facile da capire, soprattutto se parlato velocemente. Non avendo io e Nuné nessuna lingua in comune, Yulia farà da interprete. 

Ci sediamo per pranzare in un ristorante in Martiros Saryan. A inizio novembre le giornate sono ancora calde a Yerevan perciò ci accomodiamo a una tavola all’esterno. Sul marciapiede c’è un gran viavai. Nuné vuole solo un caffè. Dobbiamo insistere perché ordini un bicchiere di vino e qualcosa da mangiare. L’intervista può cominciare.

Cosa pensa che sia importante che gli italiani sappiano dell’Artsakh?

La repubblica armena d’Artsakh non è mai stata riconosciuta ufficialmente da nessuno stato. Fin dalla sua nascita nel 1991 abbiamo cercato di costruire un paese basato su uno stile di vita europeo. Benché cercassimo, malgrado tutti i problemi e tutti i limiti, di costruire un paese fondato su valori europei, siamo stati lasciati soli. Nessuno in Europa sembra aver apprezzato i nostri sforzi. Noi armeni abbiamo preservato per secoli la visione cristiana del mondo in questa regione circondata da paesi musulmani come la Turchia, l’Azerbaijan e l’Iran. È duro constatare che non abbiamo ricevuto nessun sostegno da parte dei cristiani in Europa. In questi giorni vediamo quanto appoggio e solidarietà ricevono i palestinesi da tutto il mondo musulmano. Il contrasto con il disinteresse per quanto subiscono i cristiani dell’Artsakh è grande. La popolazione armena dell’Arstakh era di 150.000 persone di contro ai sei milioni di azeri. Tutto quello che abbiamo fatto lo abbiamo fatto con il solo scopo di difenderci.

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Secondo lei perché la causa armena suscita meno simpatia di altre cause, ad esempio quella palestinese?

La ragione è ovvia. Mentre noi parlavamo dei comuni valori cristiani e europei, gli azeri hanno comprato con i soldi del loro gas l’appoggio degli europei. Persino il Vaticano riceve finanziamenti dall’Azerbaijan. La fondazione Heydar Aliyev, che è guidata dalla moglie del presidente azero, Mehriban Aliyeva, finanzia da anni il restauro delle catacombe di Roma. E mentre gli armeni in Artsakh venivano uccisi, il Papa ha molto timidamente fatto un appello per la pace e il cessate il fuoco, come se armeni e azeri fossero sullo stesso piano, come se si trattasse di una guerra simmetrica.

Come potrebbe del resto l’Europa prendere posizione contro l’Azerbaijan con cui meno di un anno fa ha concluso accordi per il raddoppiamento delle forniture di gas? L’Azerbaijan è il secondo fornitore di gas per l’Italia. Il gas azero arriva in Puglia attraverso il TAP e viene impiegato per produrre poco meno della metà dell’energia elettrica delle nostre centrali. Trattative per vendere armi italiane all’Azerbaijan sono in corso da anni. Il ministro della difesa Crosetto si è recato in visita ufficiale a Baku nel gennaio del 2023, mentre gli azeri affamavano la popolazione dell’Artsakh con il blocco del corridoio di Lachin.  Crosetto ha discusso con Aliyev “temi di comune interesse nel settore della difesa ed energetico (…) ha incontrato, inoltre, il Ministro della Difesa Colonel General Zakir Hasanov con il quale ha firmato un protocollo d’intenti sulla cooperazione nel campo della formazione e dell’istruzione delle Forze Armate” (così si legge sul sito del ministero della difesa). 

Come è stata la vita in Artsakh durante gli ultimi tre anni, dopo la guerra dei 44 giorni del 2020?

Un ghetto. È stato come vivere in un ghetto controllato dagli azeri, dai turchi e dai russi. Siamo stati privati della nostra identità. Non sapevamo più chi fossimo. I termini Karabakh e Artsakh sono stati progressivamente eliminati dal vocabolario. L’Artsakh era diventato semplicemente “la zona dei peacekeepers russi”. Le nostre vite erano costantemente minacciate dai cecchini azeri. I contadini non potevano andare a lavorare nei campi. Tre contadini sono stati uccisi dagli azeri mentre si recavano al lavoro senza che i soldati russi intervenissero. Se sconfinavi anche solo di un metro venivi ucciso. Ma la linea di confine non era chiara. Solo l’arbitrio dei soldati azeri stabiliva se avevi oltrepassato la frontiera. All’epoca in cui Erdogan ha visitato Shushì, i soldati russi hanno assunto tre lavoratori armeni per riparare la rete idrica nei dintorni della città. Degli azeri incaricati della sicurezza hanno aperto il fuoco su di loro. Uno dei tre, un ragazzo di 22 anni, è stato ucciso, gli altri feriti.

Come erano le relazioni tra la popolazione e le forze di interposizione russe?

All’inizio i rapporti erano relativamente buoni. L’Artsakh è sempre stata tradizionalmente una regione filorussa. I soldati mostravano un atteggiamento amichevole e cercavano di tranquillizzare la popolazione. A chi chiedeva: “Siamo sicuri?” rispondevano sorridendo che finché c’erano loro non dovevano temere per la nostra sicurezza. Poi hanno cominciato a mettere gigantografie di Putin per le strade. Hanno cercato di introdurre i valori russi e l’ideologia russa. Per esempio ci hanno costretto a dimenticare le nostre guerre passate e a celebrare la grande guerra patriottica e gli eroi russi della seconda guerra mondiale. Quando gli azeri hanno visto che tra soldati russi e popolazione armena c’erano buone relazioni, hanno cominciato a protestare. Dopo le proteste i soldati russi sono scomparsi. Durante i nove mesi del blocco non si sono visti soldati russi a Stepanakert o in altri luoghi. Se ne sono rimasti chiusi nelle loro basi. L’errore che abbiamo commesso in questi trent’anni è stato di fidarci dei russi, di affidare a loro la nostra protezione, di pensare che la soluzione sarebbe venuta con il negoziato e non con le armi.

Il cambiamento dell’atteggiamento russo ha avuto a che fare con l’inizio della guerra in Ucraina? 

Non lo so. Di certo abbiamo capito da subito che il conflitto russo-ucraino avrebbe avuto un impatto negativo sulla situazione in Arstakh. Ho molti parenti in Ucraina. Alla preoccupazione per la nostra situazione si aggiungeva quella per la situazione dei nostri parenti laggiù. E a loro volta loro si preoccupavano per noi.

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In quanto specialista di filologia russa non trova difficile occuparsi di cultura russa in questa situazione?

Amo la letteratura russa, amo la Russia di Pushkin e Dostoevskij. Non amo la Russia di Putin.

Anch’io amo la letteratura russa, amo i poeti russi. Prima di venire qui ho riletto il Viaggio in Armenia di Mandel’štam.

Conosci la poesia “Il cocchiere”? Mandel’štam l’ha scritta proprio in Arstakh nel 1930, mentre andava da Shushì a Stepanakert in carrozza. A Shushì lui e la moglie Nadežda avevano visitato la parte armena della città che ancora portava le tracce degli incendi e delle distruzioni dei pogrom antiarmeni di dieci anni prima. Le quarantamila finestre morte di cui parla la poesia sono quelle delle case degli armeni. Guardando i volti degli azeri il poeta si chiede se tra di loro ci siano gli assassini responsabili dei massacri. Non volle trattenersi in quella atmosfera lugubre e opprimente che gli ricordava la Russia. Nel cocchiere azero che lo riportava a Stepanakert Mandel’štam riconosce un messo infernale, un bracciante del diavolo, il simbolo di chi tiene in mano il nostro destino, di chi dispone della nostra vita e della nostra morte.

E tra i clacson delle auto, il rombo delle motociclette, gli strilli dei bambini, il vociare dei passanti Nuné si mette a recitare a memoria in russo una strofa della poesia di Mandel’štam. 

Così, nel Nagornyj Karabach,
nel rapace paese di Šuša,
conobbi io questi terrori
connaturati all’anima.

(Traduzione di Serena Vitale in Osip Mandel’štam, Viaggio in Armenia, a c. di S. Vitale, Adelphi, Milano 1988, p. 172).

Nel novembre del 2020, quando era chiaro che Shushì sarebbe stata ripresa dagli azeri, andai come volontaria per aiutare la popolazione armena ad evacuare la città e rifugiarsi a Stepanakert. Mi ritrovai a camminare per le strade deserte di Shushì e a recitare ad alta voce con tutto il fiato che avevo questi versi di Mandel’štam.

Restiamo tutti e tre a lungo in silenzio. Non è facile riprendere la conversazione. Vorrei sapere come ha vissuto durante il blocco, ma non voglio essere importuno e costringerla a rievocare situazioni troppo dolorose. In realtà non c’è bisogno di chiedere. Nuné spezza un altro boccone di pane e prosegue.

Da quando sono arrivata a Yerevan non faccio altro che mangiare. Mi abbuffo di pane. Durante il blocco non c’era cibo. Il pane era introvabile. I contadini non potevano mietere i campi. Circolava un pane cattivo, fatto non con la farina. Ognuno poteva ottenerne 200 grammi con la tessera annonaria. Bisognava fare lunghe file per ottenerlo. Ci si iscriveva il giorno prima attorno a mezzanotte, poi si tornava verso le tre del mattino per confermare l’iscrizione e solo la mattina il pane, se ce n’era, veniva distribuito. I soldati russi hanno trovato il modo di fare soldi con il mercato nero. Vendevano un pacchetto di sigarette iraniane che normalmente costa 1000 dram per 50.000 dram. C’era penuria di tutto: niente gas per riscaldare le case, carburante per le auto, medicine per i malati. La gente moriva in casa perché non poteva essere trasportata in ambulanza all’ospedale. Tutto mi sembra ancora così irreale, come se fosse successo in un sogno.

Siamo interrotti da una anziana mendicante che ci chiede dei soldi. Nuné apre la sua borsetta e porge alla donna un biglietto di mille dram. Yulia è indignata con la mendicante: “Ma come? Lo sai che questa signora viene dall’Arstakh e che ha perso tutto? Come osi chiederle del denaro?” La mendicante si allontana a testa bassa.

Come sono stati accolti i rifugiati in Armenia?

Molto bene. Per nove mesi non siamo stati trattati come esseri umani né da parte degli azeri che ci hanno terrorizzato né da parte dei soldati russi che ci hanno ingannato e derubato. Quando abbiamo messo piede in Armenia abbiamo ritrovato la nostra umanità. Alla frontiera c’erano persone che distribuivano cibo, acqua e medicine, che proponevano alloggi. I miei studenti si sono potuti iscrivere nelle università di Yerevan e sono stati esonerati dalle tasse di iscrizione.

Come vede il futuro? Pensa sia possibile mantenere la specificità culturale dell’Artaskh vivendo in Armenia?

Viviamo tutti nella speranza di ritornare un giorno. Aspettiamo un cambiamento della situazione geopolitica. Si potrebbe pensare a una soluzione del tipo di quella trovata in Kossovo tra la maggioranza albanese e la minoranza serba. Certo, se non dovessimo tornare, ci integreremo nella società armena e la nostra specificità culturale inevitabilmente andrà perduta. Ma non voglio pensare a questo ora. In questo momento la cosa più importante non è mantenere il nostro dialetto o le nostre tradizioni. È meglio tornare e parlare l’armeno letterario più puro a Stepanakert che continuare a parlare il dialetto dell’Artsakh a Yerevan. La cosa più importante è mantenere la presenza armena in Artsakh. È la prima volta nella millenaria storia armena che l’Arstakh non è armeno. È la prima volta che il monastero di Gandzasar, fondato nel XIV secolo, non è in mani armene.

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Il patrimonio monumentale armeno dell’Artsakh è in pericolo?

La storiografia ufficiale azera considera tutti i monumenti cristiani dell’Artsakh come “albaniani” e non armeni. Questo falso mito storiografico potrebbe paradossalmente salvare i monumenti armeni. Certo, gli azeri cancellano tutte le iscrizioni armene, distruggono i cimiteri.

Passa un’auto della polizia. Il poliziotto aziona la sirena e dice qualcosa all’altoparlante in direzione di un autista che ha commesso un’infrazione. Nuné ha un sussulto. La sirena le ricorda il suono di quelle che annunciavano i bombardamenti aerei su Stepanakert. Ora non sopporta nessun rumore troppo forte. 

Nessuno ha il diritto nel XXI secolo di deportare un’intera popolazione dalla propria patria, di cacciarla dalle proprie case, di distruggere le tombe dei suoi antenati. Spero che i tribunali e le organizzazioni internazionali ristabiliranno la giustizia. Abbiamo scritto centinaia di lettere alle organizzazioni internazionali, governative e non governative, all’UNICEF, a Greenpeace e ad altre organizzazioni ecologiste. Durante il blocco anche gli animali hanno sofferto per mancanza di cibo. È importante che non solo le ONG e gli organismi internazionali siano informati, ma anche l’opinione pubblica europea sappia cosa è successo. Vogliamo tornare a casa. Anche se l’Armenia è in qualche modo la nostra madrepatria e ci ha ben accolti, vogliamo comunque tornare a casa. Si sa che i soldati russi e quelli azeri stanno depredando le nostre case e portano via tutti i beni che abbiamo lasciato. Le nuove generazioni non potranno utilizzare gli oggetti fabbricati dai loro antenati, gli oggetti posseduti e tramandati dalle loro famiglie. Ho lasciato a Stepanakert tutti i miei libri. Spero solo che i russi e gli azeri siano troppo pigri per salire fino al quarto piano dove si trova il mio appartamento.

Prima di alzarci da tavola brindiamo un’ultima volta alla pace e alla possibilità di ritorno per Nuné e per tutti i rifugiati dell’Artsakh. La riaccompagniamo a casa. Ci fermiamo davanti al palazzo delle poste. Nuné ci dice che spesso ha questa fantasia, di tornare di nascosto a Stepanakert e di chiudersi in un rifugio segreto, come il protagonista del film di Polanski, The Pianist. Poi accennando un sorriso dice:

Sapete? Quando abbiamo capito che avremmo dovuto lasciare la casa e tutte le nostre cose, ci siamo scolati tutte le buone bottiglie di vino che avevamo tenuto per le grandi occasioni. Non volevamo lasciarle in mano ai russi e agli azeri. Quando sono scappata da Baku nel 1990 non c’è stato tempo nemmeno per questo. La fuga è stata ancora più precipitosa. Siamo miracolosamente fuggiti con un taxi mentre la folla tutt’attorno gridava “Morte agli armeni! Morte agli armeni!”. Sento ancora quelle grida. Ritornano nei miei sogni.

Siamo arrivati alla casa dove vive. Stringo la mano a questa donna che per due volte nella sua vita ha dovuto fuggire, che per due volte ha lasciato tutto dietro di sé. Penso al taxista che l’ha guidata fuori da Baku e mi chiedo se aveva anche lui il “volto bruciato, di uva passa” come quello del cocchiere di Mandel’štam.

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A Roma inaugurata la mostra fotografica: “Artsakh. la fuga forzata degli Armeni dal Nagorno Karabakh nel 2023” (LabParlamento 30.11.23)

Il 28 novembre 2023, alla Camera dei Deputati, è stata inaugurata la mostra fotografica del fotografo Niccolò Ongaro “Artsakh. la fuga forzata degli Armeni dal Nagorno Karabakh nel 2023” , organizzata in collaborazione con il Gruppo parlamentare di amicizia Italia-Armenia e l’ Armenian General Benevolent Union Milan.

All’evento hanno partecipato parlamentari italiani, giornalisti, rappresentanti dei think tank, rappresentanti della comunità armena.

Sono intervenuti Giulio Centemero, il Presidente del Gruppo parlamentare di amicizia Italia-Armenia, l’Ambasciatore Tsovinar Hambardzumyan, Gayane Khodaverdi, Capo ufficio AGBU di Milano, il fotografo Nicolo Ongaro, il presidente dell’associazione ManAlive Gianmarco Oddo. Nel suo discorso, l’Ambasciatore Tsovinar Hambardzumyan ha presentato in dettaglio gli ultimi sviluppi intorno all’Artsakh, dal blocco alla pulizia etnica degli armeni.

L’ingresso alla mostra sarà aperta dal 28 al 30 novembre dalle 11:00 alle 19:00.

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Alla scoperta dell’arte armena: un convegno e una mostra fotografica in ateneo (uniud.it 30.11.23)

“All’ombra dell’Ararat” venerdì 1° e sabato 2 dicembre a Palazzo di Toppo Wassermann a Udine

Il monastero di Khor Virap affacciato sul monte Ararat

Arricchire e aggiornare le conoscenze sul patrimonio artistico armeno, sulla storia della letteratura di viaggio come fonte per la storia dell’arte armena e sull’evoluzione dei rapporti interculturali tra Armeni e altri popoli, con un occhio di riguardo per quello italiano. Questi sono gli obiettivi del convegno e della mostra fotografica organizzati venerdì 1° e sabato 2 dicembre a palazzo Toppo Wassermann a Udine dal dipartimento di Studi Umanistici e del Patrimonio Culturale dell’Università di Udine in collaborazione con la National Academy of Science of the Republic of Armenia – Institute of Arts.

L’ARTE ARMENA. Per lo più sconosciuta al grande pubblico, l’arte armena rappresenta un patrimonio dell’umanità di cui una minuscola parte è sopravvissuta a millenni di guerre e genocidi. Molti monumenti, chiese, monasteri, villaggi e città sono giunti sino a noi solo attraverso le fonti scritte, altri giacciono in stato di abbandono fuori dai confini dell’odierna Repubblica d’Armenia. Se in Iran siti di interesse storico armeni sono stati oggetto di restauri e valorizzazioni, più grave è la situazione di quelli in Turchia e Azerbaigian. In particolare, nelle regioni di Naxiǰevan (in azero, Naxçıvan) e Arcʿax (in azero, Nagorno-Karabakh) numerosi monumenti armeni sono stati oggetto di distruzioni sistematiche dovute alla propaganda anti-armena del governo azero. Dopo la Guerra dei 44 giorni del 2020, la situazione resta precaria e con essa la sorte dei siti armeni coinvolti.

In un contesto tanto disagiato, descrizioni e racconti di viaggiatori europei che calcarono le rotte carovaniere dalla Russia e dall’Europa verso la Persia costituiscono una miniera d’oro di informazioni sull’aspetto dell’Armenia medievale e moderna. La letteratura di viaggio prodotta attraverso i secoli da viaggiatori-scrittori rappresenta una fonte preziosa per la conoscenza di eredità artistiche oggi in pericolo, se non del tutto scomparse. L’uso di tale letteratura in ambito storico e archeologico è noto per i grandi centri dell’Antichità greco-romana ed egizia, meno per aree periferiche del Vicino Oriente, come l’Armenia. Basti pensare al fatto che non esista un’antologia critica aggiornata di fonti europee sull’Armenia storica”.

IL CONVEGNOVenerdì 1° dicembre alle 16, il convegno “All’ombra dell’Ararat. L’arte armena nella letteratura odeporica (XIII-XXI secolo)” inizierà con i saluti del rettore Roberto Pinton, dell’ambasciatrice plenipotenziaria della Repubblica d’Armenia in Italia Tsovinar Hambardzumyan, della direttrice del Dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale dell’Università di Udine Linda Borean e della direttrice della Scuola di Specializzazione in Beni Storico-artistici dell’Università di Udine Claudia Bolgia.

I lavori saranno articolati in tre sessioni. Si inizierà con una tavola rotonda sui rapporti armeno-italiani nel corso dei secoli, compresi progetti di ricerca presenti e futuri tra istituzioni culturali armene, italiane e internazionali. La seconda sessione sarà dedicata alle testimonianze dei viaggiatori europei che percorsero i territori armeni per i motivi più disparati, in un arco temporale che va dal periodo medievale alle soglie della contemporaneità. Infine la terza sessione darà spazio a narrazioni legate a media e linguaggi audiovisivi per testimoniare lo stato di conservazione dei monumenti dell’Armenia storica. Complice lo sviluppo del turismo, infatti, gli ultimi decenni hanno messo in luce la preponderanza dell’immagine e delle nuove tecnologie come mezzi narrativi, spesso al posto della scrittura di cui un tempo erano soltanto un’integrazione.

Al convegno parteciperanno specialisti di fama internazionale e giovani ricercatori provenienti da università e istituti di ricerca italiani, armeni ed esteri. Interverranno venti studiosi, di cui otto di nazionalità armena, cinque dei quali appartenenti alla delegazione dell’Institute of Arts della National Academy of Sciences of the Republic of Armenia, che ha iniziato una collaborazione attiva con il Dipartimento di Studi umanistici e del patrimonio culturale dell’ateneo friulano per la promozione dello studio e della valorizzazione delle culture artistiche armena e italiana.

LA MOSTRA FOTOGRAFICA. In occasione del convegno, sabato 2 dicembre alle 14 negli spazi del velario di Palazzo Toppo Wassermann a Udine sarà inaugurata la mostra fotografica “Dipinti murali nelle chiese armene del VII-XIII secolo” relativa alle recenti campagne di restauro condotte sulle pitture monumentali di alcune chiese armene medievali dall’architetto Paolo Arà Zarian e dalla restauratrice Christine Lamoureux.

I curatori presenteranno i lavori svolti con una breve conferenza nell’aula Pasolini, dialogando poi con il pubblico negli spazi di allestimento della mostra, che comprende 27 pannelli fotografici a colori con riproduzioni in alta definizione, che illustrano le vicende delle pitture murali delle chiese di S. Stefano a Lmbatavankʿ (VII secolo), di S. Segno a Hałbat (XIII secolo) e del monastero di Dadivankʿ (XIII secolo). La storia di ciascun sito è illustrata da pannelli esplicativi e il percorso di visita è arricchito da filmati, carte geografiche, pubblicazioni e dall’esposizione di pigmenti minerali e strumenti usati dai pittori armeni nel Medioevo. La mostra sarà visitabile fino 20 dicembre, tutti i giorni dalle 9 alle 19 a ingresso è libero.

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Le commissioni di delimitazione del confine tra Azerbajgian e Armenia hanno tenuto una riunione (Korazym 30.11.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 30.11.2023 – Vik van Brantegem] – Oggi 30 novembre 2023, si è tenuta la quinta riunione della Commissione di Stato per la delimitazione del confine di Stato tra la Repubblica di Azerbajgian e la Repubblica di Armenia (azera) e della Commissione per la delimitazione del confine di Stato e la sicurezza dei confini tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica di Azerbajgian (armena).

La riunione si è svolta al confine tra provincia di Tavush di Armenia e il distretto di Qazax di Azerbaigian, sotto la presidenza del Vice Primo Ministro della Repubblica di Azerbajgian, Shahin Mustafayev, e del Vice Primo Ministro della Repubblica di Armenia, Mher Grigoryan, ha riferito l’agenzia di stampa statale azera APA. È stato osservato che le parti hanno discusso diverse questioni organizzative e procedurali e hanno proseguito la discussione sulle questioni di delimitazione. Le parti hanno raggiunto un primo accordo sul testo del regolamento sull’organizzazione e lo svolgimento di riunioni di lavoro congiunte tra le commissioni. Le parti hanno concordato di avviare i lavori sulla negoziazione del progetto di regolamento sulle attività congiunte delle commissioni. Le parti inoltre hanno concordato per intensificare le riunioni delle commissioni e hanno concordato di determinare la data e il luogo della prossima riunione delle commissioni.

Chiasso TV, la Web Tv del Ticino e della Svizzera in lingua italiana ha pubblicato la testimonianza di Padre Derenik alla conferenza organizzata dall’Associazione “Germoglio” lo scorso giovedì 23 novembre 2023 nell’Aula Magna del Liceo diocesano in via Lucino 79 a Breganzona, Lugano, Svizzera.

Una domanda a scelta multipla in un libro di testo in Azerbajgian:
«Cosa intendi per “Armenianesimo”?
1. Brutalità mascherata da “povera” e “miserabile”.
2. Condannare il “genocidio Khojali”.
3. Mostrare cura e attenzione ad ogni persona.
4. Uccidere anche un bambino non ancora nato.
A) 1,4 B) 2,3 C) 1,2 D) 2,4».
Riuscite ad immaginare il livello di indottrinamento armenofobico?

«Mi sono imbattuto in queste due immagini generate dall’intelligenza artificiale su internet quasi contemporaneamente. Presumo che siano stati creati da rispettivamente nazionalisti Azeri e Armeni.
Nella prima immagine, si vede una folla enorme di Azeri entrare a “Zangezur” (la regione di Syunik di Armenia) portando bandiere azere e russe.
Ilham Aliyev ha recentemente dichiarato: “Torneremo a Zangezur, non con i carri armati, ma con veicoli civili”. Nell’immagine sono visibili, oltre alle bandiere e alle persone, anche i veicoli civili. Sembra che questo sia esattamente il modo in cui i nazionalisti Azeri immaginano l’adempimento della promessa del loro presidente. Le bandiere azere sventolano sulle pareti ad arco adornate con motivi dell’architettura azera a “Zangezur”. In altre parole, i creatori di questa immagine considerano “Zangezur” come una parte del territorio dell’Azerbajgian, che deve essere occupato. Questi Azeri credono che il territorio sovrano dell’Armenia, “Zangezur” (la regione di Syunik), appartenga all’Azerbajgian. È interessante che anche l’intelligenza artificiale riconosca che la Russia sosterrebbe la conquista della regione armena di Syunik da parte dell’Azerbajgian. Altrimenti la bandiera russa non sarebbe stata presente tra la folla azera.
Presumo che la seconda immagine sia stata creata da nazionalisti Armeni che sventolano la bandiera armena sulle mura della città di Van, in Turchia. Inoltre, la parola “Van” è scritta in armeno. Ciò può anche essere interpretato come una rivendicazione territoriale nei confronti dello Stato confinante. Naturalmente, i nazionalisti Armeni potrebbero produrre immagini di Armeni che sorseggiano il tè a Baku o che tengono una parata militare nelle strade della capitale dell’Azerbajgian.
Non ho intenzione di impedire ai nazionalisti Armeni e Azeri di fantasticare di “occupare le loro terre storiche”. Voglio semplicemente sottolineare il loro distacco dalla realtà. Tali “sogni” sono tipicamente prevalenti durante l’adolescenza di una persona. Tuttavia, man mano che le persone perseguono un’istruzione superiore e acquisiscono una comprensione più completa del mondo, devono maturare e accettare la realtà così com’è. Armenia e Azerbajgian sono stati riconosciuti a livello internazionale con confini e territori stabiliti, che non possono essere modificati. Eventuali aspirazioni espansionistiche costituiscono rivendicazioni territoriali illegali nei confronti dello Stato confinante.
Entrambe le parti mi criticheranno per aver tentato di soffocare i loro sogni. Il problema, tuttavia, è che questa mentalità ignorante perpetua un ciclo di guerre e sofferenze senza fine per entrambi i popoli. È imperativo abbandonare la pratica di affermare rivendicazioni territoriali basate sulla “giustizia storica”. Dobbiamo invece abbracciare un percorso verso la convivenza pacifica. L’inimicizia secolare deve cessare.
Vladimir Putin attualmente sta “liberando le terre storiche della Russia”. Ma si comporta in modo giusto quando distrugge un intero stato, nega il diritto di esistenza della nazione ucraina e dello stato ucraino e provoca la morte di decine di migliaia di persone su entrambi i fronti? L’orribile guerra di Putin dimostra che le persone infettate dal sogno di una “giustizia storica” e dal disprezzo del diritto internazionale portano solo sfortuna a se stessi e alle nazioni vicine.
Generali e gruppi nazionalisti armeni sognavano di bere il tè a Baku dopo la vittoria della parte armena nella guerra del 1991. Oggi, il Presidente Aliyev dell’Azerbajgian sogna di rivendicare l’”Azerbajgian occidentale” (il territorio dell’attuale Armenia) dopo la vittoria della parte azera nella guerra.
È tempo di fermarsi e iniziare a vivere come Stati pacifici. Cosa hanno guadagnato il popolo armeno e quello azero da questo conflitto durato 35 anni: sangue, decine di migliaia di morti? Oggi la sfiducia tra i nostri popoli è profonda. Basta avvelenare le menti diffondendo sentimenti aggressivi e ostili. Armeni e Azeri possono collaborare e condurre affari congiunti negli USA o nell’Unione Europea, ma iniziano ad uccidersi a vicenda quando raggiungono il confine armeno-azerbajgiano. Perché? Perché il clima politico favorisce l’animosità e la violenza. Nelle nostre nazioni, chiunque si opponga all’occupazione e alla distruzione degli Stati vicini è etichettato come “traditore e antinazionale”. Questa è una malattia che richiede un trattamento. Le élite politiche svolgono un ruolo cruciale nel preparare le due società a una pace autentica. Dobbiamo abbandonare il linguaggio dell’odio e della violenza. Dobbiamo smettere di glorificare la guerra, gli spargimenti di sangue e gli omicidi.
Suppongo che i nazionalisti Armeni e Azeri si impegneranno in un dibattito e si scambieranno accuse su chi di noi è stato più crudele, ha commesso più reati e chi è l’occupante e l’istigatore della guerra sotto questo aspetto. Non mi impegnerò in un discorso del genere. Sii guarito!» (Robert Ananyan – Nostra traduzione italiana dall’inglese).

«Una dipendente del sito web “Abzas Media” è stata arrestata. Nargiz Absalamova, dipendente del sito web “Abzas Media”, è stata arrestata. L’APA riferisce che è stata accusata secondo l’articolo 206.3.2 (contrabbando di gruppo) del codice penale. L’impiegato del servizio stampa del Ministero degli Interni, Ibrahim Amiraslanli, ha confermato all’APA la detenzione di Nargiz Absalamova e ha detto che è in corso un’indagine. Va notato che il 21 novembre il direttore di “Abzas Media” Ulvi Hasanli e il suo caporedattore Sevinj Vagifqizi, nonché il 23 novembre il vicedirettore Mahammad Kekalov, sono stati arrestati con l’accusa di contrabbando di gruppo».

In Azerbajgian è stata arrestata una terza giornalista di Abzas Media con l’accusa di contrabbando di valuta estera, perché avrebbe ricevuto finanziamenti dall’USAID. Delle recenti misure repressive contro Abzas Media Kanal 13 abbiamo riferito [QUI].

«Come giornalista Armeno, esprimo la mia incrollabile solidarietà e il fermo sostegno ai giornalisti indipendenti Ulvi Hasanli, Sevinj Vagifgez e Aziz Orujev, che stanno affrontando una implacabile persecuzione politica nel vicino Azerbajgian. Estendo inoltre il mio incrollabile sostegno all’attivista politico Muhammed Kekalov. Queste persone, insieme ad Abzas Media e Kanal 13, rappresentano un simbolo di resilienza e coraggio di fronte all’oppressione.
I reporter di Abzas Media, Nargiz Absalamova e Sahila Aslanova continuano a mantenere lo status di testimoni, un duro promemoria delle continue ingiustizie che devono affrontare. Mi addolora profondamente assistere all’incessante persecuzione dei miei colleghi Azerbajgiani da parte del regime dittatoriale di Ilham Aliyev, che cerca di mettere a tacere le loro voci e soffocare la loro ricerca della verità.
Anche l’Armenia ha attraversato periodi di oscurità, segnati dalla chiusura dei media indipendenti e dall’incarcerazione e brutalizzazione dei giornalisti liberi. Ho sperimentato personalmente la dura morsa dell’autoritarismo e comprendo pienamente le difficoltà e le sofferenze sopportate dai miei colleghi Azeri. Condivido il loro dolore e invito con tutto il cuore il mondo democratico a esercitare la massima pressione sul regime di Aliyev per porre fine a questa abominevole persecuzione della libertà di parola.
Nel 2017, durante il governo del terzo presidente dell’Armenia, stavo seguendo le azioni del gruppo Sasna Tsrer, che aveva occupato una stazione di polizia a Yerevan. Ho subito ferite a causa della brutalità della polizia e sono stato ricoverato in ospedale per circa dieci giorni. Frammenti di granate rimangono conficcati nella mia pelle, servendo come costante promemoria del mio incrollabile impegno nel sostenere i principi del giornalismo onesto e nel sostenere i miei colleghi giornalisti, ovunque si trovino.
L’Armenia è riuscita a uscire dalle grinfie del duro totalitarismo e si sta impegnando attivamente per costruire una società democratica. Come rappresentante dei media liberi, posso attestare con sicurezza il ruolo cruciale dei media indipendenti nel promuovere la democratizzazione. I media che sostengono gli ideali democratici, difendono i diritti umani e aderiscono ai valori giornalistici occidentali fungono da potente catalizzatore per il progresso democratico.
Il panorama dei media armeno sta vivendo una trasformazione positiva. Oggi, i media liberi stanno effettivamente responsabilizzando il governo e promuovendo una governance trasparente. I media armeni svolgono un ruolo fondamentale nello stimolare il dibattito pubblico sulle azioni problematiche delle forze politiche e nel galvanizzare una forte risposta pubblica ai fenomeni negativi.
In netto contrasto, l’Azerbajgian arresta e reprime sistematicamente i rappresentanti dei media indipendenti sulla base di accuse inventate. Abzas Media ha coraggiosamente intrapreso un’indagine sulle attività corrotte del Presidente azerbajgiano, Ilham Aliyev, e del suo entourage.
Diversi Paesi occidentali, tra cui gli Stati Uniti, e importanti organizzazioni per i diritti umani hanno espresso la loro disapprovazione per l’arresto dei giornalisti che hanno osato denunciare la corruzione legata al Presidente Aliyev e ai suoi subordinati. Anche l’Occidente ha sollevato serie preoccupazioni sulla legittimità delle accuse contro questi giornalisti.
In una conversazione registrata con il suo avvocato, il capo detenuto di Abzas Media, Ulvi Hasanli, ha rivelato che la polizia lo ha interrogato sulla mancanza di attenzione di Abzas Media nel glorificare le vittorie militari di Baku e sulla sua decisione di indagare invece sulla corruzione. Questo palese tentativo di controllare la narrazione e mettere a tacere le voci critiche è un segno distintivo di un regime dittatoriale, dove l’elogio del dittatore è obbligatorio e qualsiasi dissenso viene rapidamente punito.
Baku ha accusato senza fondamento diversi Paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti, di finanziare illegalmente i media azeri e di interferire negli affari interni del Paese. Oggi, gli incaricati d’affari di Stati Uniti e Germania, insieme all’Ambasciatore francese, sono stati convocati al Ministero degli Esteri dell’Azerbajgian, dove i funzionari Azeri hanno lanciato accuse contro l’Occidente, hanno avuto accesi scambi e hanno lanciato una serie di avvertimenti.
L’Occidente deve riconoscere che le tendenze dittatoriali di Ilham Aliyev rispecchiano quelle di Vladimir Putin, che ha anche represso spietatamente i media indipendenti in Russia. A Putin vengono imposte dure sanzioni, lo stesso deve essere applicato al sanguinario dittatore Aliyev. Ai regimi dittatoriali che saccheggiano le risorse del proprio Stato non deve essere permesso di nascondere le proprie azioni in segreto e di negare la verità al proprio popolo.
È sorprendente che sia Aliyev che Putin reprimano la libertà dei media e imprigionino i giornalisti, giustificando queste azioni con il pretesto di dichiarare guerra ad un nemico straniero. Quest’ultima ondata di pressione sui media indipendenti in Azerbajgian è stata preceduta da un rapporto speciale del principale portavoce della propaganda del paese, AzTV, che sostanzialmente dichiarava il lancio di una campagna contro una “rete di spionaggio” americana in Azerbajgian. “Ora l’Azerbajgian, per consolidare i suoi successi militari, deve contrastare le politiche anti-Azerbajgiane degli Stati Uniti, che mirano a penetrare nel Caucaso meridionale”, ha affermato il rapporto della televisione statale dell’Azerbajgian.
Resto fiducioso che un giorno l’Azerbajgian abbraccerà la democrazia e garantirà il rilascio di tutti i prigionieri politici, compresi giornalisti e membri dell’opposizione. La democrazia ha il potenziale per fungere da forza unificante, promuovendo la pace e l’armonia autentiche nel Caucaso meridionale. Crediamo che questi tempi non siano lontani» (Robert Ananyan – Nostra traduzione italiana dall’inglese).

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Vescovi europei, “annunciare il Vangelo in un’Europa sempre più tentata da secolarismo e nazionalismi populisti” (SIR 30.11.23)

Si è conclusa a Malta l’Assemblea plenaria del Ccee che ha riunito dal 27 al 30 novembre i presidenti delle Conferenze episcopali europee. “I vescovi europei – si legge nel comunicato finale – hanno guardato con preoccupazione agli scenari di guerra: quella in Ucraina che è giunta al suo secondo anno, la situazione in “Nagorno Karabakh” e il conflitto in Terrasanta, ribadendo il no alla guerra e rinnovando l’appello per un cessate il fuoco definitivo, perché si prosegua con la liberazione degli ostaggi e si tengano aperti i corridoi umanitari a Gaza”.

Malta, Assemblea plenaria del Ccee (Foto Ccee)

(da Malta) “Annunciare in un’Europa sempre più tentata da secolarismo, fondamentalismo e nazionalismi populisti, la gioia del Vangelo che scaturisce dall’incontro con Cristo”. E’ l’evangelizzazione la “sfida più grande” della Chiesa nel continente europeo e a sottolinearlo sono i presidenti delle Conferenze episcopali europee nel comunicato finale diffuso oggi al termine dell’Assemblea Plenaria del Ccee. “I vescovi europei – si legge nel comunicato – hanno, anche, guardato con preoccupazione agli scenari di guerra: quella in Ucraina che è giunta al suo secondo anno, la situazione in “Nagorno Karabakh” e il conflitto in Terrasanta, ribadendo il no alla guerra e rinnovando l’appello per un cessate il fuoco definitivo, perché si prosegua con la liberazione degli ostaggi e si tengano aperti i corridoi umanitari a Gaza”. Era stato l’arcivescovo Gintaras Grušas, presidente del Ccee a delineare in apertura dei lavori alcune delle sfide del continente, mettendo in luce anche “l’impegno delle Chiese europee nella lotta agli abusi, ribadendo il dovere di contrastarli con azioni concrete ed efficaci di prevenzione”. Tra le sfide sono state indicate anche “la difesa della vita e della dignità umana, il protagonismo dei giovani, le nuove ondate migratorie, la persecuzione nascosta dei cristiani in Europa e le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale”.

“Quello che ci preoccupano di più sono le guerre, sia in Ucraina sia in Terra Santa sia in altri posti”, racconta al Sir, il presidente del Ccee, mons. Gintaras Grušas, a conclusione dell’assemblea.“Non siamo preoccupati solo noi. Tutto il mondo sta guardando con apprensione quanto sta accadendo. Il Papa parla spesso della guerra invitando alla preghiera, alla necessità del miracolo della pace. Dal punto di vista umano, non si vede via di uscita”.Di fronte a questo “stallo” politico ma anche esistenziale, mons. Grušas ripropone oggi il messaggio di San Giovanni Paolo II: “E’ Gesù la speranza dell’Europa”. E spiega: “Se cerchiamo i risultati solo a livello umano, vediamo solo la croce che portiamo. Dobbiamo alzare gli occhi al Signore. È Lui la pace, la speranza, la consolazione, soprattutto in questo momento di sofferenza”. Guerre, crisi economica, questione migratoria. “Sono tante le sfide che abbiamo di fronte in Europa e proprio per questo dobbiamo aiutare la nostra gente a guardare in alto. È questo sguardo che ha salvato tante persone nei campi di concentramento della Seconda Guerra Mondiale in Germania e poi nei campi sovietici. Anche in quelle situazioni miserabili, c’è stato chi è riuscito ad alzare lo sguardo al cielo e avere una visione più ampia delle difficoltà di ogni giorno. Lo possiamo fare anche noi oggi”. Ma per farlo, l’Europa deve riappropriarsi di nuovo della fede cristiana. Mons. Grušas lo ammette: “L’altra preoccupazione è l’evangelizzazione del continente. Nella storia, l’Europa è stata la culla della cristianità e ha inviato missionari dappertutto. Adesso abbiamo bisogno di missionari nei nostri Paesi. In Africa, in altre parti del mondo, in Asia in particolare, la Chiesa sta crescendo mentre da noi stiamo diminuendo e questo ci chiede una missione di evangelizzazione”.

Al termine dell’Assemblea Plenaria dei presidenti delle Conferenze episcopali europee, all’unanimità, i vescovi hanno deliberato il trasferimento della sede del Ccee da San Gallo (Svizzera) a Roma nel corso del 2024. E’ quanto fa sapere il Ccee nel comunicato finale diffuso oggi, al termine dell’Assemblea plenaria che si è svolta a Malta dal 27 al 30 novembre. I vescovi hanno espresso “gratitudine alla Chiesa svizzera, e in particolare alla diocesi di san Gallo, per l’accoglienza e la generosità con cui hanno accompagnato il lavoro del Segretariato del Ccee in tutti questi anni”. I membri del Ccee hanno anche prorogato, per un altro anno, il mandato del Rev. Martin Michaliček come segretario generale del Ccee, incarico a cui è stato chiamato nel 2018. La prossima assemblea plenaria si terrà a Belgrado dal 24 al 27 giugno 2024, su invito dell’arcivescovo Ladislav Nemet, Vice Presidente del Ccee.

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Nerses Shnorhali, convegno per riscoprire il santo armeno pioniere dell’ecumenismo (VaticanNews 29.11.23)

Ricorre quest’anno l’850 mo anniversario della morte di una delle figure più illustri della Chiesa Armena, San Nerses Shnorhali, soprannome, quest’ultimo – “Shnorhali” – che alla lettera significa “pieno di grazia” o “il grazioso”. Lo avevano attribuito al santo i suoi contemporanei per le qualità ireniche degli scritti, poi divenne l’appellativo distintivo della sua straordinaria personalità umana, religiosa e mistica. Tanto che l’anniversario della morte di Nerses Shnorhali (1173) è stato inserito nel calendario Unesco 2023 degli anniversari di personaggi famosi e di eventi importanti.

Pioniere del dialogo

Pioniere nell’arte della musica e della poesia e teologo di spicco dell’Oriente Cristiano, San Nerses ha lasciato epistole, omelie e preghiere in prosa, ha composto il testo e la melodia di quasi 1200 tra inni (šarakan), odi e canti liturgici. Divenuto Catholicos (dal 1166 al 1173) con il nome di Nerses IV, fu anche una figura di rilievo internazionale nel dialogo tra le Chiese Cristiane. La sua apertura ecumenica, unita all’approccio umano e pacifista nelle controversie del tempo, è stata un modello di diplomazia efficace che può servire da insegnamento anche oggi nella soluzione dei conflitti religiosi ed etnici.

L’appuntamento a Roma

A questa importante figura il Pontificio Istituto Orientale ha dedicato un Convegno Internazionale che si svolgerà il 30 novembre e il 1° dicembre. “Plenitude of Grace, Plenitude of Humanity: St Nerses Shnorhali at the Juncture of Millennia” è il titolo dell’appuntamento che sarà inaugurato dal prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, il cardinale Claudio Gugerotti, insieme ad importanti personaggi della Chiesa armena e studiosi di fama internazionale.

Un San Francesco o un San Bernardo della Chiesa orientale

“È un’occasione per indagare su una personalità sfaccettata, nonché un personaggio con una grande levatura letteraria, importante per la letteratura armena”, sottolinea a Vatican News il professor Marco Bais, tra i curatori del convegno.  “Lo ricordiamo anche per la sua grande statura morale perché viene ricordato da tutta una serie di opere che ne narrano la vita e le opere, un po’ come accade per il nostro San Francesco che viene ricordato con i tratti dell’umiltà e della dedizione per i poveri in racconti e aneddoti accostati ai Fioretti dello stesso Santo”.

Anche San Nerses Shnorhali “ha avuto questi tratti di umiltà e di dedizione per i poveri” e li ha mantenuti anche una volta giunto al vertice della sua Chiesa, sottolinea Bais: “Ha saputo unire una grande finezza di analisi teologica ad una grande capacità di guida politica della sua Chiesa e per questa sua attenzione e capacità è stato paragonato all’altro grande santo medievale, San Bernardo di Chiaravalle”.

L’apertura ecumenica nell’opera e nel pensiero

Di grande valore, poi, l’apertura e la valenza ecumenica dell’opera e del pensiero di Shnorhali. “Abbiamo un’idea molto chiara – spiega il professore – di quale fosse la sua visione del rapporto che doveva esistere tra le varie Chiese e del modo in cui doveva svolgersi il dialogo. Lo sappiamo grazie alle lettere scambiate con l’imperatore di Bisanzio e con il Patriarca di Costantinopoli. Da queste lettere emerge il desiderio di attuare questo dialogo, questo confronto tra le Chiese cristiane basandosi su alcuni capisaldi quali la carità, la preghiera, perché l’unione, diceva, viene dall’Alto e quindi bisogna pregare costantemente Dio perché ce la conceda”. Allo stesso tempo il santo era convinto che “bisogna partire da un piano di parità tra gli interlocutori”, come egli stesso scrive all’imperatore, così da “poter discutere in maniera equa”.

Numerosi relatori

La spinta ecumenica sarà sicuramente uno dei temi al centro delle riflessioni dei relatori durante il convegno: “Ma – spiega Bais – parleremo anche dei suoi componimenti letterari in altri ambiti, per esempio della musica liturgica. Parleremo del contesto storico in cui è vissuto e anche del suo interesse per l’agiografia perché tradusse la vita di tanti santi”. Insomma, un convegno dalle varie sfaccettature come sfaccettata è stata l’opera, la vita e la personalità di San Nerses. Per approfondire ogni aspetto sono stati invitati diversi esperti dall’Armenia ma anche dall’Italia, dagli Stati Uniti e da diverse parti del mondo.

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