Turchia, torna libero l’assassino del giornalista Hrant Dink. Mai individuati i mandanti (Articolo21 16.11.23)

Hrant Dink, intellettuale di spicco del movimento per i diritti civili in Turchia, era un giornalista con la schiena dritta e il cuore palpitante di coraggio. Caporedattore di Agos (‘il solco’), settimanale bilingue di cui negli anni ‘90 fu tra i fondatori, dalle pagine del giornale provava ad aprire nuovi canali di dialogo tra la comunità armena e la popolazione della Turchia. Per il suo impegno contro il nazionalismo turco fu assassinato il 19 gennaio del 2007.
Ieri il suo carnefice, 
Ogün Samast, è stato rilasciato senza aver scontato tutta la pena che gli era stata inflitta per il suo omicidio. L’ennesima beffa della giustizia in Turchia che oltre a lasciare libero Samas, reo confesso allora 17enne, non ha mai individuato è punito i mandanti dell’assassinio, annidati nei circoli ultra nazionalisti.
La maggior parte dell’opinione turca è apparsa sconcertata e indignata perché non sapeva che la sua libertà vigilata stava per scadere e che presto sarebbe stato del tutto scarcerato.
C’è quindi un certo elemento di sorpresa, ma se si guardano i fatti del caso e l’attualità del paese – politici, giornalisti tenuti in prigione con accuse inventate e ai quali viene negata la libertà condizionale per ragioni del tutto arbitrarie – l’indignazione e il sentimento di grave ingiustizia sono giustificati.
Un elemento chiave è che a Samast non è stata comminata un’ulteriore pena detentiva per appartenenza a un gruppo terroristico, anche se, cosa importante, l’ultimo nuovo processo, che tra l’altro è ancora in corso, era interamente basato sulla premessa che l’omicidio di Dink fosse un crimine pianificato. e perpetrato da FETO. un’organizzazione ritenuta eversiva. In qualche modo la persona che ha effettivamente commesso l’omicidio non è stata considerata parte di un’attività terroristica e quindi gli è stata comminata una condanna più leggera di quella che avrebbe dovuto ricevere in primo luogo. Tutto ciò accade mentre altri cittadini turchi possono essere facilmente condannati per appartenenza a gruppi terroristici, semplicemente per aver partecipato a proteste o per aver pubblicato tweet.
Il fatto che si sia “comportato così bene” da essere ritenuto degno di libertà condizionale, anche se era stato condannato a più di cinque anni di prigione per aver aggredito e ferito le guardie carcerarie con un coltello alcuni anni fa, non sembra molto convincente.
Ma, cosa ancora più importante e grave, il suo rilascio manda il messaggio forte e chiaro: l’omicidio di Hrant Dink non verrà adeguatamente indagato e i responsabili non saranno chiamati a risponderne.
Dink era un uomo di dialogo e di pace, si è battuto fino all’ultimo giorno della sua vita per la riconciliazione turco-armena, ma non ha sempre denunciato con determinazione gli abusi e i crimini di uno Stato che vessava le minoranze.
Questa è stata la sua condanna: Dink è stato assassinato a Istanbul davanti alla redazione di Agos, dopo una lunga campagna denigratoria e di linciaggio mediatico.

Il giornalista iceveva continue minacce dagli ultranazionalisti turchi ed era stato condannato a sei mesi di reclusione in base all’articolo 301 del codice penale, che sanziona “l’insulto alla Turchità”.

Il processo, durato oltre di dieci anni, è stato caratterizzato da depistaggi e insabbiamenti, e si è concluso con la condanna di alcuni degli imputati, ma i mandanti non sono mai stati identificati.

Hrant Dink è diventato così il simbolo della sete di giustizia in un paese costellato fin dalla sua nascita da una lunga scia di omicidii ispirati dall’odio razziale, dal fanatismo nazionalista fomentato da elementi appartenenti a reti politico-religiose che in quegli anni operavano all’interno dell’amministrazione dello stato.

A rilevare la mancanza di volontà di fare giustizia sull’assassinio di Dink fu l’ex capo dei servizi segreti  turchi Ali Fuat Yılmazer.

In una udienza del 2016 aveva dichiarato che le autorità di sicurezza di Istanbul e di Trabzon sapevano dell’esistenza di un piano per uccidere il direttore di Agos e che volutamente non erano intervenuti per sventare quel crimine.

“Questo omicidio è stato voluto”, disse Yılmazer. “La polizia è colpevole di omissione di atti di ufficio. Lo Stato non ha svolto il suo dovere. I servizi segreti all’interno dello Stato sapevano e non si sono mossi per proteggere Dink” il suo atto di accusa.

Quel pomeriggio del 19 gennaio del 2007, Hrant Dink usciva come tutti i giorni dalla sede del suo quotidiano Agos  nel quartier di Sisli. Fu freddato da tre colpi di pistola esplosi da distanza ravvicinata. Il suo killer, Ogün Samast, fu denunciato alla polizia da suo padre dopo che un filmato delle telecamere di sicurezza della zona ne avevano mostrato il volto fu diffuso dai media.

Samast, allora diciassettenne, aveva abbandonato le scuole superiori ed era disoccupato. Fu catturato dalla gendarmeria in borghese alla stazione degli autobus di Samsun, una città del Mar Nero.

Samast condannato a 23 anni e 10 mesi di carcere nel 2011, è stato in carcere per 16 anni  e oggi è libeto per la sua “buona condotta durante un periodo di prova in libertà vigilata dall’amministrazione penitenziaria”.

Samast è stato l’unico a pagare per l’uccisione di Dink, ma lui era solo il braccio armato

delle frange del nazionalismo estremo che volevano il giornalista morto.

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GLI STUDENTI DEL LICEO SCIENTIFICO VITRUVIO ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO “ALFABETI DI PICCOLI ARMENI” DI SONYA ORFALIAN (Il FAro .it )

di Matteo Cofini Emanuele Doschi redazione del giornale di istituto YAWP

Un incontro molto speciale è stato quello che si è tenuto lo scorso 8 novembre al Castello Orsini tra gli studenti del Liceo Scientifico Vitruvio e altri istituti di Avezzano con la scrittrice armena Sonya Orfalian. I ragazzi hanno avuto la possibilità di approfondire una storia di cui si sa ancora troppo poco, una storia ricca di spunti di riflessione. La conferenza si è concentrata sul libro scritto dalla Orfalian “Alfabeto dei piccoli armeni”, dunque sul drammatico genocidio che ha subito il popolo armeno durante la Prima Guerra Mondiale in Turchia. Un ruolo fondamentale per la conferenza è stato svolto dall’associazione “Chandra stella luminosa” fondata dal dott. Massimo Sciarretta che in ricordo della professoressa Lidia Cilli, agisce con iniziative a favore della memoria. “Noi ragazzi” afferma uno studente “abbiamo avuto la possibilità non solo grazie all’evento, ma anche grazie al percorso svolto in classe, di entrare in contatto con la tragedia che ha colpito gli Armeni e di renderci conto di come molteplici massacri e stragi siano ancora nascosti ai nostri occhi e non vengano riconosciuti dagli autori dei genocidi stessi. Noi stessi studenti abbiamo trovato che quanto è accaduto al popolo armeno è molto vicino alla Shoah degli Ebrei nella Seconda Guerra Mondiale”. L’autrice Sonya Orfalian si è mostrata inizialmente riservata, per poi aprirsi con un dialogo schietto e diretto con la platea sul libro e non solo. L’azione turca nei confronti degli Armeni viene descritta dalla bocca di coloro che hanno subito le violenze, attraverso racconti i cui protagonisti sono bambini, 36 bambini come 36 sono le lettere dell’alfabeto armeno, i quali, oltre alla funzione di promuovere la memoria hanno l’intento di dare voce a chi invece non poteva più parlare. L’esigenza di scrivere e di testimoniare nasce per l’autrice come un grido di giustizia, oltre che per dimostrare il forte senso di appartenenza al popolo armeno. Ciò che ha più colpito noi giovani è stata la consapevolezza che troppo pochi sono a conoscenza di una situazione ancora oggi così spregevole, chiedendosi come possano diverse grandi potenze non parlare dell’argomento, solo per paura di ripercussioni sul piano economico e geopolitico.

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Aliyev annuncia l’invio della quinta revisione del trattato di pace all’Armenia. Perché non accetta il progetto “Crocevie di Pace”? E falla finita! (Korazym 15.11.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 15.11.2023 – Vik van Brantegem] – Con tutta la veemenza di cui si sa capace, il regime capeggiato dall’autocrate di Baku, Ilham Aliyev (foto di copertina), ha annunciato che l’Azerbajgian ha trasmesso all’Armenia una quinta revisione del trattato di pace.

Il Ministro degli Esteri della Repubblica di Armenia, Ararat Mirzoyan, mostra il progetto “Crocevie di Pace”.

Quindi, Aliyev insiste a mandare le sue “revisioni”. E allora? L’Armenia ha formulato il progetto “Crocevie di Pace” [QUI], che è l’espressione – anche visiva – delle posizioni, delle discussioni e degli accordi degli ultimi tre anni tra Azerbajgian e Armenia Cosa attende Aliyev per accettarlo? Lo sblocco dei collegamenti regionali con “Crocevie di Pace” e la delimitazione dei confini sono le fondamenta per la pace nel Caucaso meridionale.

Il significato politico e operativo più importante del progetto “Crocevie di Pace” è che l’Armenia mostra visivamente i suoi parametri relativi all’apertura dei collegamenti regionali, ha detto il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, durante una sessione di domande e risposte con i membri del governo all’Assemblea Nazionale, rispondendo alla domanda di Tsovinar Vardanyan, deputato della fazione Accordo civile, se il progetto “Crocevie di Pace” è economico, di sicurezza o di civilizzazione, quali sono le sue componenti e cosa può dare ai Paesi della regione e al di fuori della regione.

«Sapete che uno dei temi più discussi negli ultimi tre anni è l’apertura di collegamenti regionali, e in Armenia e fuori dall’Armenia, al governo della Repubblica di Armenia sono state attribuite ogni tipo di promesse, ogni tipo di disponibilità , cospirazioni e così via. Il significato politico e operativo più importante del progetto “Crocevie di Pace” è mostrare visivamente ciò che vogliamo, quale disponibilità abbiamo espresso e così via. Sapete che in quel periodo c’erano tutti i tipi di conversazioni di corridoio e c’erano tutti i tipi di interpretazioni legate a quella parola. Abbiamo fissato i nostri parametri, oltre i quali non c’è stata conversazione. In altre parole, non si tratta di qualcosa di nuovo, ma dell’espressione delle nostre posizioni, delle nostre discussioni e degli accordi degli ultimi tre anni», ha sottolineato Pashinyan.

Nel discorso che ha tenuto alla 15ª Assemblea annuale del Forum della Società Civile del Partenariato Orientale a Brussel, il Ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan,  ha sottolineato espressamente che il governo armeno ha la volontà politica di regolare le relazioni con l’Azerbajgian e di essere pronta ad andare avanti sulla base dei principi adottati dal Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, dal Presidente del Consiglio europeo Michel, dal Presidente francese Macron e dal Cancelliere tedesco Scholz a Granada. Inoltre, ha menzionato il progetto “Crocevie di Pace” segno dell’impegno dell’Armenia per la pace e la cooperazione nella regione e oltre.

Di seguito riportiamo il discorso del Ministro Mirzoyan nella nostra traduzione italiana:
«Sono sicuro che oggi con partner che la pensano allo stesso modo potremo avere una discussione aperta e valutare criticamente gli sviluppi sia nei Paesi partner orientali che a livello regionale ed europeo. Quindi, per stimolare un’ulteriore discussione, vorrei sollevare due domande che potrebbero essere utili per la riflessione di oggi.
Cos’era e in cosa consiste il partenariato orientale?
Qual è il ruolo della società civile nel cambiare il mondo e in particolare il Partenariato Orientale?
Già nel 2009, quando è stato lanciato, il partenariato orientale mirava a rafforzare i legami dei partner con l’Unione Europea e gli Stati membri sulla base di valori condivisi, nonché ad approfondire la cooperazione economica e politica e a sostenere l’agenda di riforma.
Posso affermare con orgoglio che il mio Paese continua ad aderire alla democrazia e ai valori democratici. Nonostante tutte le sfide che abbiamo affrontato negli ultimi anni, la pandemia di COVID-19, la guerra del 2020, gli attacchi militari e le aggressioni contro il territorio sovrano dell’Armenia, il flusso di oltre 100.000 profughi dal Nagorno-Karabakh a seguito della pulizia etnica, il processo di democratizzazione e l’attuazione dell’ambiziosa agenda di riforme in Armenia non si sono fermati per un momento. Il governo armeno resta impegnato nelle aspirazioni della Rivoluzione di velluto democratica e non violenta del 2018.
È molto difficile. È difficile mantenere la democrazia se non esiste un ambiente favorevole. Il crollo dell’architettura di sicurezza europea, la crescita dell’autoritarismo nel mondo, da un lato, le massicce violazioni della Carta delle Nazioni Unite, e, dall’altro, le massicce violazioni dei valori democratici, ci costringono a riconsiderare seriamente il modo in cui l’Unione Europea dovrebbe posizionarsi. E ciò richiede che l’Unione Europea non solo rafforzi i suoi legami con i partner orientali, ma anche incoraggi la cooperazione tra i partner orientali.
In questo contesto, vorrei accogliere con favore la decisione della Commissione Europea di proporre al Consiglio Europeo di avviare i negoziati di adesione con Moldavia e Ucraina e di concedere alla Georgia lo status di candidato. Questa decisione è accolta con favore non solo dal governo armeno, ma anche dal popolo armeno, che ha anch’egli aspirazioni europee. Negli ultimi anni abbiamo acquisito un’impressionante esperienza di lavoro congiunto finalizzato al riavvicinamento dell’Armenia e dell’Unione Europea. Collaboriamo nell’ambito dell’attuazione dell’agenda di riforma, dell’attuazione di iniziative faro del valore di 2,6 miliardi di euro e in molti altri settori. Abbiamo recentemente annunciato l’avvio del dialogo politico e di sicurezza ad alto livello tra Armenia e Unione Europea, la cui seconda fase si svolge oggi a Brussel. Accolgo con favore anche la decisione dell’Unione Europea di inviare una missione di monitoraggio lungo il confine di Stato tra Armenia e Azerbajgian. Inoltre, l’Unione Europea è un partner importante per l’Armenia, poiché sostiene i nostri sforzi volti a stabilire la pace e la stabilità nel Caucaso meridionale. Il governo armeno ha la volontà politica di regolare le relazioni con l’Azerbajgian, altro partner orientale, e siamo pronti ad andare avanti in questa direzione, sulla base dei principi adottati dal Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, dal Presidente del Consiglio europeo Michel, dal Presidente francese Macron e dal Cancelliere tedesco Scholz a Granada.
Inoltre, poiché crediamo che la pace e la stabilità nel vicinato orientale dipendano fortemente dalla cooperazione economica tra i partner, l’Armenia ha recentemente introdotto il progetto “Crocevie di Pace” come segno del nostro impegno per la pace e la cooperazione nella regione e oltre. Anche l’Armenia è interessata a partecipare al progetto del cavo elettrico del Mar Nero e speriamo che l’Unione europea sostenga questo sforzo utilizzando i suoi strumenti.
Passando alla mia seconda domanda sul ruolo delle società civili, devo ammettere che nessun governo al mondo è in grado di attuare l’agenda di sviluppo e di affrontare le sfide da solo senza di voi. I tempi in cui viviamo non sono affatto facili e so sicuramente che le questioni di cui parlavo non verranno affrontate senza la vostra partecipazione, critica, ma anche sostegno.
Grazie.
E non si tratta solo del tradizionale “grazie” che siamo soliti dire alla fine dei nostri interventi; Voglio davvero ringraziarvi per l’enorme lavoro che state svolgendo per la causa comune del partenariato orientale, per i nostri valori, la democrazia e la pace».

L’Azerbajgian si auto-promuove come Paese multiculturale, multireligioso e tollerante, ma la prima cosa che ha fatto occupando la Repubblica di Artsakh è stato rimuovere le croci dalle chiese apostoliche armene, tra cui dalla cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert (nella foto sopra).

L’Azerbajgian sta spazzando via sistematicamente i siti del patrimonio culturale e religioso armeno nell’Artsakh occupato. Ciò contraddice le promesse da parte di funzionari governativi di alto rango dell’Azerbajgian di proteggere i diritti culturali e religiosi degli Armeni nella “regione economica di Karabagh dell’Azerbajgian (cioè, la Repubblica di Artsakh), sostenendo che gli Armeni non avevano bisogno di lasciare le loro case.

Ironicamente, questa rimozione delle croci avviene mentre l’Azerbajgian è stato eletto Vicepresidente dell’UNESCO, l’organizzazione focalizzata sulla salvaguardia del patrimonio culturale e della diversità.

La Cattedrale apostolica armena della Santa Madre di Dio, consacrata il 7 aprile 2019, è stata costruita in 12 anni. Durante la guerra dei 44 giorni del 2020 ha fornito rifugio ai civili in cerca di protezione dagli incessanti attacchi dell’Azerbajgian a Stepanakert. L’ultima funzione religiosa presso la cattedrale ha avuto luogo il 1° ottobre 2023, in seguito allo sfollamento forzato dell’intera popolazione a causa dell’aggressione terroristica dell’Azerbajgian per rimuovere gli Arrmeni dall’Artsakh, completando la pulizia etnica.

Durante le udienze su “Il futuro del Nagorno-Karabakh” tenutesi presso la Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati degli Stati Uniti, il Vicecapo dell’Ufficio Eurasia ed Europa dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID), Alexander Sokolovsky, ha affermato che molti degli sfollati dal Nagorno-Karabakh hanno contratto malattie dovute alla chiusura del Corridoio di Berdzor (Lachin) da parte dell’Azerbajgian.
Gli Stati Uniti hanno chiarito all’Azerbajgian che le relazioni non saranno normali dopo l’attacco militare del 19-20 settembre 2023 contro il Nagorno-Karabakh, ha affermato O’Brien.

Questo mese, il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha visitato gli Armeni dell’Artsakh rapiti e detenuti dall’Azerbaigian dopo aver intrapreso la guerra contro l’Artsakh il 19 e 20 settembre 2023. Tuttavia, il CICR non ha specificato le persone che ha incontrato. Il CICR ha solo dichiarato di aver visitato coloro i cui nomi erano stati confermati dalle autorità.
Il 30 ottobre 2023, Rafayel Vardanyan, il Capo del Dipartimento investigativo di casi particolarmente importanti nel Dipartimento investigativo militare generale del Comitato investigativo della Repubblica di Armenia., ha riferito che dal 19 settembre 2023, l’Azerbajgian aveva rapito e detenuto 16 Armeni dell’Artsakh, inclusi 8 ex e attuali funzionari del Governo della Repubblica di Artsakh. Questi si aggiungono ai 30 prigionieri dell’Artsakh confermati della guerra dei 44 giorni del 2020.

La British Petroleum si trova ad affrontare molta pressione in questo momento. L’ultima questione riguarda il caso di Gubad Ibadoglu. BP il 13 novembre 2023 ha risposto ad una domanda della ONG Crude Accountability: «Grazie per aver trasmesso la lettera di Crude Accountability, indirizzata al nostro Presidente, Helge Lund. In risposta alla sua lettera, riportiamo di seguito una dichiarazione di BP. In genere non commentiamo i processi legali/giudiziari nei Paesi in che operiamo se non in relazione alle nostre attività. Per quanto riguarda il Dott. Ibadoglu, siamo molto dispiaciuti per le sue condizioni mediche e speriamo che la situazione si risolva rapidamente, in conformità con le norme internazionali sui diritti umani e le legislazioni nazionali. Grazie ancora per la sua comunicazione; BP continuerà a impegnarsi in modo costruttivo nella discussione con il Business & Human Rights Resource Centre».

Quando abbiamo iniziato a scrivere che l’Azerbajgian stava riciclando il gas russo verso l’Europa a un prezzo più alto, gli Europei fingevano di non sentirlo e oggi continuano a “non sapere”

Adesso Zhala Bayramova, Avvocato per i diritti umani con sede in Azerbaigian, la figlia di Gubad Ibadoglu, prigioniero politico in Azerbajgian, ribadisce il concetto: «Mio padre è stato arrestato 2 giorni dopo aver pubblicato un’indagine che denunciava il ruolo dell’Azerbajgian nell’acquisto di petrolio/gas russo, aiutando potenzialmente la Russia a eludere le sanzioni. Ora rischia la punizione e non ha alcuna assistenza medica. Con l’allontanamento di mio padre, l’Azerbajgian e la Russia sperano di nascondere questa realtà».

Una valutazione del potenziale della cooperazione energetica Unione Europea-Azerbaigian e il suo impatto sulla dipendenza dal gas dell’Unione Europea sulla Russia
di Gubad Ibadoghlu, Senior Visiting Fellow presso la London School of Economics and Political Science, e Ibad Bayramov, Analista presso Morgan Stanley
Riassunto:
 Secondo il Memorandum of Understanding (MoU) su un partenariato strategico nel campo dell’energia tra la Commissione Europea e Azerbajgian, quest’ultimo raddoppierà la sua attuale fornitura di gas naturale all’Europa entro il 2027. Detto questo, l’Azerbajgian ha la capacità di produrre e trasportare questo aumento di volume – e la cooperazione con l’Azerbajgian contribuirà a ridurre la dipendenza dell’Unione Europea dal gas della Russia? In questo articolo, gli autori esplorano la produzione energetica del Paese e la capacità di trasporto, valutandone il potenziale e definendo le sfide future.
Testo integrale [QUI]

Si spera che il Regno Unito faccia scelte di politica estera adeguate nel Caucaso meridionale, in linea con i valori euro-atlantici piuttosto che con una geopolitica arida. In Armenia, il Regno Unito è stato tradizionalmente considerato un sostenitore dell’Azerbajgian a causa degli accordi controversi sugli idrocarburi della British Petroleum.

«Perché l’Armenia ha bisogno di importare gas iraniano quando l’Azerbaigian è accanto? La decisione di importare gas iraniano è una decisione geopolitica nata dalla sicurezza e dai legami militari dell’Armenia con l’Iran. Questa decisione è realtà, mentre l’integrazione europea dell’Armenia è una finzione» (Taras Kuzio). Questo personaggio ha seri problemi con la logica o meglio, con la sua assenza di logica. Non è in assetto.

I diplomatici dell’Azerbajgian ripetano che gli Azeri sono felici di vivere in un Paese ricco. Invece…
«Questa foto [sopra] è stata scattata in Azerbajgian, il Paese del petrolio e del gas. i pensionati cercano di vivere con la pensione di 130 dollari al mese che ricevono. È il giorno in cui le persone ricevono 130 dollari sul loro conto. Mi vergogno di essere Azero a causa di questa scena vergognosa. Il mio Paese è governato dalla famiglia Aliyev, un bandito ladro. Coloro che governano il paese rubano miliardi dal petrolio e dal gas e li portano all’estero, mentre i poveri cercano di vivere con 130 dollari. Il terrorista Presidente dell’Azerbajgian si fa bella figura facendo guerre e spargendo sangue. Nel suo Paese la gente vive come mendicanti.» (Manaf Jalilzade).

Le autorità georgiane hanno confermato che la Francia ha spedito i veicoli corazzate ACMAT Bastion in Armenia attraverso il porto di Poti. APM Terminals Poti ha confermato la notizia al servizio georgiano di Radio Free Europe/Radio Liberty. Le autorità armene non hanno commentato le notizie dei media riguardanti l’acquisto di APC Bastion dalla Francia. Secondo il quotidiano regionale francese Ouest France, i mezzi di trasporto truppe Bastion da 12,5 tonnellate erano inizialmente destinate all’Ucraina. Tuttavia, Kiev li considerava “troppo leggermente protetti contro il fuoco dell’artiglieria e i missili anticarro”. Il giornale riporta inoltre che la Francia potrebbe presto fornire all’Armenia circa cinquanta VAB MK3. Inizialmente, le riprese dei veicoli corazzati trasportati attraverso la Georgia in Armenia erano state condivise sui canali Telegram georgiani e azeri il 12 novembre 2023, ma nessuna delle parti aveva confermato la notizia.

La Georgia ha risposto alla protesta dell’Azerbajgian sul transito di armi in Armenia. Il Ministro degli Esteri georgiano, Ilya Darchiashvili, ha commentato le spedizioni di armi dalla Francia all’Armenia attraverso il territorio georgiano, affermando che ogni Paese ha il diritto di possedere i mezzi di difesa consentiti dagli accordi internazionali. Ha sottolineato la posizione della Georgia di fornire pari opportunità di transito ad entrambi i Paesi.

Due dittatori, stesso metodo

Il regime di Putin

  • “Loro (“l’Occidente”) consegneranno gli F-16. Questo cambierà qualcosa? Non credo. Prolungherà solo il conflitto” (Vladimir Putin, 12 settembre 2023).
  • “Abbiamo ripetutamente affermato che tali forniture non cambieranno sostanzialmente nulla, ma aggiungeranno problemi all’Ucraina e al popolo ucraino” (Dmitry Peskov, 20 gennaio 2023).
  • “Kiev perseguiva” una linea distruttiva “e aveva” scommesso sull’intensificazione delle ostilità con il sostegno degli sponsor occidentali, che stanno aumentando le forniture di armi e attrezzature militari”, ha affermato Vladimir Putin in una telefonata con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdoğan il 16 gennaio 2023.
  • Putin mette in guardia gli Stati Uniti dal fornire all’Ucraina missili a lungo raggio. “Colpiremo quegli obiettivi che non abbiamo ancora raggiunto. Questa non è una novità. In sostanza non cambia nulla” (Vladimir Putin, 5 giugno 2022).

Il regime di Aliyev

  • “La fornitura di armi da parte della Francia all’Armenia è stata un approccio che non è al servizio della pace, ma mira a gonfiare un nuovo conflitto” (Ilham Aliyev a Charles Michel, 8 ottobre 2023).
  • “La Francia sarà responsabile di qualsiasi nuovo conflitto con l’Armenia” (Ilham Aliyev a Charles Michel, 8 ottobre 2023).
  • Il Consigliere presidenziale per la politica estera dell’Azerbajgian, Hikmet Hajiyev ha dichiarato che il governo azerbajgiano segue da vicino ed è sempre più preoccupato per l’”approfondimento” della cooperazione militare tra Armenia e India, 26 luglio 2023.
  • Il Consigliere presidenziale per la politica estera dell’Azerbajgian, Hikmet Hajiyev, ha esortato l’India a rivedere la sua decisione di fornire armi all’Armenia, poiché la fornitura di armi letali mentre Yerevan e Baku stanno discutendo del trattato di pace “apre la strada alla militarizzazione dell’Armenia” e “impedisce l’instaurazione di pace e sicurezza durature”. nel Caucaso meridionale”, 26 luglio 2023.

Il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan: «Dopo anni trascorsi a inseguire sogni sulle terre del nostro Paese, l’Armenia ha imparato la lezione con la guerra del Karabakh ed è sistemata. Anche Israele finirà per rimanere deluso. Finché noi, 85 milioni, saremo uniti, nessuno potrà abbatterci. Un esercito forte e moderno è una necessità. Auguro successo a tutti, in particolare alle nostre forze di sicurezza, che lavorano per la sopravvivenza del nostro Paese».
«Questa è una falsa propaganda da parte della Turchia. Nessuna delle autorità armene dal ripristino della nostra indipendenza nel 1993 ha avanzato alcuna rivendicazione territoriale alla Turchia. Mio nonno sognava la casa perduta a Musa Dagh quando era vecchio e malato con febbre. Vale come rivendicazione territoriale?» (Sossi Tatikyan).

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Nagorno Karabakh: storia e fine dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh (Osservatoriodiritti 15.11.23)

Ogni Stato ha un giorno che ne celebra l’indipendenza. C’è però un popolo che, invece, conserva il ricordo del giorno della scomparsa della sua nazione, della fine della sua esistenza: il popolo armeno della Repubblica dell’Artsakh, nome con il quale era stato battezzato lo Stato mai riconosciuto da alcun Paese al mondo del Nagorno Karabakh, che ha cessato di esistere il 19 settembre, dopo che le truppe dell’Azerbaijan hanno sferrato un violento attacco con aviazione, artiglieria e droni che ha provocato centinaia di vittime.

A seguito dell’aggressione di Baku e della resa totale da parte dell’amministrazione della Repubblica del Nagorno Karabakh, oltre centomila cittadini armeni hanno abbandonato per sempre la loro terra e per giorni macchine, autobus, trattori e carri colmi di valige, macerie di esistenze e lacrime senza soluzione di continuità hanno attraversato il ponte di Hakari verso la vicina Armeniatrasportando un intero popolo divenuto orfano di una terra.

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Forze armene in Nagorno Karabakh (1994) – Foto: Armdesant (via Wikimedia Commons)

Nagorno Karabakh: la storia

Per capire come si è arrivati all’esodo della popolazione armena dalla sua terra d’origine occorre ripercorrere gli eventi più recenti della storia del territorio conteso del Caucaso meridionale. Il Nagorno Karabakh, terra storicamente armena e popolata per il 95% da cittadini armeni, nel 1921 venne ceduta da Stalin all’Azerbaijan. Una manovra, quella del dittatore georgiano, fatta per compiacere la Turchia di Ataturk e rafforzare il neonato stato azero, ricco di giacimenti di idrocarburi.

Alla fine degli anni ’80, con le prime avvisaglie dell’imminente collasso dell’impero sovietico, i cittadini armeni dell’Oblast Autonomo del Nagorno Karabakh avanzarono richieste di indipendenza dall’Azerbaijan e annessione con la madrepatria. Le rivendicazioni della maggioranza armena vennero però respinte e la convivenza tra le due comunità si fece sempre più difficile, tanto che incominciarono a registrarsi scontri e massacri da ambo le parti che portarono alla guerra, che dal ’92 al ’94 causò la morte di oltre 30 mila persone.

Solo un flebile cessate il fuoco fermò la guerra, che si concluse con la vittoria finale degli armeni, che presero controllo dell’intera regione e proclamarono la nascita della Repubblica dell’Artsakh.

Formalmente, però, in base agli accordi e alle risoluzioni internazionali, il Nagorno Karabakh è rimasto parte dell’Azerbaijan ed è per questo motivo che Baku ne ha sempre rivendicato l’appartenenza.

L’Artsakh, invece, negli anni ha invocato il riconoscimento internazionale appellandosi al diritto dell’autodeterminazione dei popoli ed è stato questo impasse giuridico a impedire la fine delle ostilità.

Il 27 settembre del 2020 l’Azerbaijan infatti ha attaccato nuovamente il territorio armeno arrivando, dopo 44 giorni di scontri, a occupare gran parte della regione.

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nagorno karabakh mappa
Nagorno Karabakh – Foto: Adam Jones (via Flickr)

La guerra in Nagorno Karabakh: il blocco del corridoio di Lachin

Dal 12 dicembre 2022 il governo azero, in contrasto con gli accordi di cessate il fuoco del 9 novembre del 2020, che prevedevano che i peacekeepers russi monitorassero il corridoio di Lachin, ha bloccato la sola arteria che metteva in comunicazione l’Armenia con l’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh e che, prima del blocco stradale, vedeva il transito quotidiano di 400 tonnellate di beni di prima necessità destinati agli armeni del territorio dell’Artsakh.

Per oltre 9 mesi più di 120.000 persone, uomini, donne e bambini armeni hanno vissuto completamente accerchiati e in ostaggio delle forze di Baku e, a partire dal 15 giugno, è stato negato l’accesso al territorio conteso anche agli aiuti umanitari e ai mezzi della Croce rossa internazionale, accusati di trasportare merci di contrabbando.

Da allora le condizioni dei civili del Nagorno Karabakh sono precipitate, aggravando una crisi umanitaria che non si è arrestata durante tutti i mesi di isolamento, nonostante gli appelli dell’Europa, degli Stati Uniti, di Amnesty International, di Human Rights Watch e anche del Tribunale dell’Aja, che hanno chiesto la riapertura della strada.

I racconti degli esuli armeni

«Quando il blocco del corridoio di Lachin è incominciato con un presidio di sedicenti eco-attivisti non avevamo la percezione di ciò che stesse accadendo. Pensavamo che si trattasse di una manovra di pressione politica e che sarebbe terminata presto, anche perché era compito del contingente di peacekeeping russo permettere la libera circolazione di uomini e mezzi dall’Armenia al Karabakh. Quando però le merci hanno iniziato a scarseggiare, il cibo ha iniziato ad essere razionatoi soldati russi non intervenivano e gli azeri hanno sostituito la manifestazione degli attivisti con un check-point permanente, in quel momento abbiamo capito che la situazione stava degenerando e stava divenendo drammatica».

Pochi giorni prima dell’ultima aggressione condotta dall’Azerbaijan contro il territorio armeno del Nagorno Karabakh, Jasmine, una studentessa di 18 anni, trasferitasi da poco in Armenia per motivi di studio, raccontava in questi termini il periodo trascorso isolata  dal resto del mondo.

«Mi ricordo le sveglie all’alba di mia mamma che si metteva in fila dalle prime luci del giorno per ricevere un pezzo di pane, mi ricordo l’attesa di vivere senza sapere cosa sarebbe stato di noi all’indomani e lo sconforto nel non vedere alcuna reazione da parte del resto del mondo. E poi mi ricordo il giorno che me ne sono andata di casa».

Durante la chiusura della sola strada che univa l’Armenia all’Artsakh, l’uscita dalla regione contesa era concessa ai cittadini armeni solo per motivi di salute o di studio. «Io, per poter aver un futuro, mi sono trovata a scegliere tra la mia famiglia e lo studio. E quando ho deciso di venire a Yerevan a studiare e ho salutato la mia famiglia, solo in quel momento, mi sono resa conto che forse non l’avrei vista mai più».

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nagorno karabakh oggi
Monumento a Stepanakert, capitale del Nagorno Karabakh – Foto: Martin Cígler (via Wikimedia Commons)

L’attacco al Nagorno Karabakh e l’esodo umanitario

Il 19 settembre, adducendo a casus belli la morte di alcuni cittadini azeri a causa di alcune mine collocate nel territorio del Karabakh, il governo di Baku ha avviato un attacco su vasta scala bombardando per quasi un’intera giornata la ex capitale dell’Artsakh, Stepanakert.

I bombardamenti hanno provocato decine di morti anche tra la popolazione civile, bambini compresi. Inoltre si sono registrate violazioni di diritti umani in tutto il territorio aggredito.

A poche ore dall’inizio dell’azione militare, il governo autonomo della Repubblica dell’Artsakh, che non ha ricevuto alcun supporto militare dall’esecutivo armeno di Pashinyan, ha accettato le condizioni di resa e da quel momento la storia è nota: gli oltre 120 mila armeni del Nagorno Karabakh, tra il panico e la disperazione, hanno caricato coperte, vestiti e i pochi ricordi che sono riusciti a salvare su vecchi furgoni Uaz e su Lada Niva e Lada Zhiguli e hanno abbandonato per sempre una terra che, per la prima volta nella storia, è orfana della presenza di cittadini armeni.

Una fuga, quella della popolazione armena del Nagorno Karabakh, a seguito di un attacco militare, che è stata definita da una risoluzione del Parlamento europeo un’operazione di pulizia etnica da parte dell’Azerbaijan ai danni della comunità armena del Nagorno Karabakh.

E mentre i cittadini armeni lasciavano il “Giardino Nero” del Caucaso meridionale, i principali leader politici dell’Artsakh – tra i quali Ruben Vardanyan, ex ministro di Stato, David Babayan, ex ministro degli esteri dell’Artsakh, Bako Sahakyan, ex presidente della Repubblica dell’Artsakh e l’ex primo ministro Arayik Harutyunyan – sono stati arrestati e trasferiti nelle carceri di Baku.

Nagorno Karabakh oggi: il destino dei cittadini armeni

Dopo tre decadi la storia della Repubblica dell’Artsakh è terminata e il 1° gennaio 2024 cesserà formalmente di esistere ogni istituzione che richiami, o ricordi, lo Stato mai riconosciuto del Nagorno Karabakh. I suoi abitanti, i suoi uomini, le sue donne e i suoi bambini vivono ora in alloggi di fortuna, in palestre adibite a centri di accoglienza e in case sfitte messe a disposizione dai cittadini armeni, all’interno del territorio dell’Armenia.

Sono uomini e donne senza più un lavoro né un’esistenza e che, oltre al dramma di aver perso tutto, oggi devono fronteggiare le difficoltà di ricominciare a vivere e trovare un’occupazione in un Paese di poco più di 2 milioni di abitanti, con una situazione economica aggravatasi dopo lo scoppio della pandemia e della guerra tra Russia e Ucraina, e che ora fatica ad aiutare e inserire nella società degli oltre 120.000 sfollati dell’Artsakh.

«Quello che vede davanti a me è tutto ciò che mi rimane della mia vita» , racconta a Osservatorio Diritti Nvard, 53 anni, originaria di Stepanakert, che ora trascorre le sue giornate in una piccola stanza d’albergo di Goris, l’ultima città armena prima di quello che era l’ingresso nel territorio dell’Artsakh.

Davanti a lei alcune foto in bianco e nero sparigliate sul tavolo e intanto, sul display del cellulare, scorrono alcuni video dei compleanni dei nipoti festeggiati solo pochi anni prima in Artsakh. La donna non smette di guardare le foto e i video, nonostante lacrime silenziose, di cui non si cura.

«Non esiste più nulla di tutto questo. Solo ricordi che con il tempo diventeranno opachi anche loro, come queste foto in bianco e nero. Tutta la mia vita non esiste più. Non c’è più nulla, nemmeno la misericordia di poter portare un fiore sulla tomba di mia madre. Niente. Ho solo quest’anonima stanza di albergo in cui dormire e un dolore, che non auguro a nessuno, a riempire il vuoto che ho dentro. Io, per tutta la mia vita, ho avuto un sogno: venire in Italia e vedere Venezia. Oggi, invece, ho  un altro sogno: rivedere ancora, almeno per una volta nella mia vita, la mia terra. Ma so che è solo una chimera e che morirò un giorno senza aver più avuto modo di tornare, anche solo per un istante, nel mio Artsakh».

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Romania: le comunità religiose tendono la mano ai rifugiati del Nagorno-Karabakh. Caritas Romania: colletta nazionale il 10 dicembre (Agensir 15.11.23)

La cultura e la spiritualità armena, ma soprattutto la crisi umanitaria dei cristiani che si sono rifugiati dal Nagorno-Karabakh in Armenia sono stati al centro di un’incontro dei rappresentanti dei culti della Romania, avvenuto a Bucarest ieri sera. All’incontro, ospitato dalla Chiesa armena in Romania e organizzato con il sostegno del Segretariato dei culti del Governo romeno, hanno preso parte rappresentanti di sei chiese cristiane della Romania, il vescovo armeno di Artsakh, Vrtanes Aprahamyan, e il segretario dei culti romeno Ciprian Olinici. La Chiesa cattolica è stata rappresentata da mons. Aurel Perca, arcivescovo romano-cattolico di Bucarest, e mons. Mihai Fratila, vescovo greco-cattolico di Bucarest. Il vescovo Vrtanes ha presentato la situazione drammatica che sta attraversando la sua chiesa e ha informato che tutto il suo clero è impegnato nell’assistenza umanitaria e psicologica dei rifugiati, soprattutto delle donne e dei bambini. Il vescovo Varlaam, delegato del Patriarca Daniel, ha confermato il sostegno della Chiesa ortodossa romena: “Quello che sta succedendo in Artsakh sconvolge tutti i cristiani, perché non è un fenomeno isolato”, ha detto, come riferisce l’agenzia Basilica del Patriarcato ortodosso romeno. Parlando dell’aiuto concreto offerto ai rifugiati, l’arcivescovo Perca ha comunicato che domenica 10 dicembre la Confederazione Caritas Romania organizzerà in tutte le chiese cattoliche della Romania una colletta per i cristiani fuggiti da Artsakh.

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Pasinyan esalta la crescita economica di Erevan e insiste sulla pace con Baku (Asianews 15.11.23)

Prevista una crescita del Pil del 7% grazie alla “stabilità” mantenuta nonostante i conflitti. Il premier punta ancora a un accordo di pace definitivo con l’Azerbaigian dopo il passo indietro sul Nagorno Karabakh: “Passaggi complicati, ma siamo spinti con convinzione dalla difesa degli interessi del nostro Paese”. La situazione ancora estremamente precaria dei 100mila profughi fuggiti dall’enclave.

Erevan (AsiaNews) – All’Assemblea nazionale, il parlamento di Erevan, è cominciata la discussione sulla prossima legge finanziaria, e il primo ministro Nikol Pasinyan ha cercato di trasmettere sensazioni di ottimismo nella sua relazione iniziale. Il governo dell’Armenia prevede per il 2023 di raggiungere una crescita del Pil di almeno il 7%, con un tasso di inflazione mediamente stabile. Sarebbe il risultato della fine dei conflitti con l’Azerbaigian e l’apertura alle relazioni commerciali verso la Turchia, l’Iran e l’Europa, mantenendo comunque rapporti stabili con il partner storico della Russia, con la quale ultimamente non mancano le tensioni.

Come ha sottolineato il premier, “uno dei nostri maggiori risultati è la nostra stabilità macroeconomica, in un contesto molto pieno di minacce e sfide alla sicurezza, ma che siamo riusciti a mantenere anche di fronte ai conflitti e all’instabilità politica interna del Paese, per non parlare degli anni della pandemia”. L’Armenia conferma per il secondo anno consecutivo il trend di crescita economica, e si spera in ulteriori progressi. Nei primi 9 mesi dell’anno l’inflazione è rimasta sempre sotto il 3%.

Nei piani illustrati da Pasinyan si insiste soprattutto sulla possibilità concreta di sottoscrivere un accordo di pace definitivo con l’Azerbaigian, e di una definizione complessiva anche dei rapporti con la Turchia, i due avversari storici del popolo armeno. Il governo “è consapevole che si tratta di passaggi complicati”, ha riconosciuto, ma “siamo spinti con convinzione dalla difesa degli interessi del nostro Paese”.

Con Baku sono già stati fissati in diverse trattative “i tre principi fondamentali” della sicurezza, della riapertura delle vie di comunicazione e soprattutto del riconoscimento dell’integrità territoriale, che concede agli azeri la sovranità sul Karabakh, ma pretende la definizione di tutte le aree di confine, per ristabilire le dimensioni degli “86.600 kmq dell’Azerbaigian e i 29.800 dell’Armenia”. Pasinyan ritiene che “se rimarremo entrambi fedeli ai principi che abbiamo riconosciuto, la regolazione delle questioni aperte sarà possibile in breve tempo”.

Allo stesso tempo, dopo la visita della rappresentante del Consiglio europeo per i migranti e i profughi Leyla Kayacik, è pronto un pacchetto di misure europee di sostegno ai circa 100 mila profughi del Nagorno Karabakh in Armenia (tra cui 30 mila bambini), che continuano a vivere in condizioni molto precarie. Insieme anche alle organizzazioni non governative, saranno riorganizzati i campi profughi con un piano triennale nel 2023-2026.

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Armenia, Georgia e Moldavia (Italia Oggi 14.11.23)

Armenia, Georgia e Moldavia proseguono l’avvicinamento alle istituzioni euro-atlantiche, dimostrando la volontà di adottare i valori dell’Occidente democratico. Erevan ha manifestato delusione per l’assenza di sostegno da parte di Mosca in occasione delle tensioni (scoppiate nel terzo conflitto del Nagorno Karabakh) con l’Azerbaigian. Il mancato supporto del Cremlino, derivante dal ridimensionamento dell’influenza russa nella regione del Caucaso, rappresenta l’ultimo tassello del percorso di distanziamento in atto tra istituzioni russe ed armene.

Democrazia fragile, l’Armenia è in un limbo diplomatico, sospesa tra l’influenza russa e la possibilità di avvicinarsi alle istituzioni euro-atlantiche, eventualità ambita quanto temuta a causa della possibilità di subire ripercussioni da parte di Mosca. Tuttavia, Washington ha manifestato la volontà di accogliere l’Armenia nel fronte occidentale al fine di limitare l’espansionismo russo nel Caucaso. La Georgia ha espresso l’intenzione di entrare in Ue e Nato da decenni, subendo la rappresaglia russa culminata con l’invasione militare del 2008 e l’occupazione tutt’ora in corso dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, due regioni del paese. Inoltre, il Cremlino finanzia partiti ed attua azioni di guerra ibrida che minano le istituzioni di Tbilisi.

Tuttavia, le eroiche proteste popolari dei mesi scorsi hanno evidenziato la volontà inamovibile dei georgiani di diventare membri dell’Unione Europea e dell’alleanza atlantica. Pur con colpevole ritardo, in Occidente sembra compreso il peso della battaglia della Georgia, a cui dovrebbe essere concesso lo status di «paese candidato ad entrare nell’Ue» ed a cui, nel recente vertice Nato di Vilnius, è stata garantita l’entrata nell’alleanza in un lasso di tempo ragionevole.

La Moldavia, piccolo paese confinante con la Romania, è un ulteriore stato europeo ad aver chiesto l’ingresso nella Nato e nell’Ue. Al suo interno è presente la striscia di terra della Transnistria, occupata illegalmente dalla Russia, in cui sono presenti migliaia di soldati di Mosca. Una minaccia esistenziale per Chisinau, considerando che il suo esercito ne conti appena 5mila e che nel paese siano presenti delle forze politiche al soldo del Cremlino (come il partito Sor, recentemente dichiarato anticostituzionale), intente a favorire l’avvento di un colpo di stato.

La presidente del paese, Maia Sandu, ha annunciato che la Moldavia difenderà la propria sovranità ed in occasione di un incontro con il presidente americano Joe Biden, tenutosi durante la sua visita in Polonia nel febbraio 2023, ha ricevuto garanzia dell’impegno Usa in favore dell’avvicinamento della Moldavia alle istituzioni euro-atlantiche. Pertanto, appare fondamentale elogiare la lungimiranza di questi paesi, pronti a compiere sacrifici per ottenere un futuro all’insegna dei nostri diritti.

Con la visita dell’allora premier britannico Boris Johnson nei paesi si attuò un protocollo con cui Londra ne avrebbe garantito la difesa in caso di attacco russo, fino all’entrata effettiva nella Nato. Il lasso di tempo che intercorre tra l’approvazione della domanda di adesione all’alleanza e la votazione positiva in tutti i parlamenti dei paesi membri rappresenta la finestra di maggiore rischio per la sicurezza, in cui il Cremlino potrebbe scegliere di compiere gesti eclatanti. Pertanto, un accordo di mutuo soccorso sul modello Uk-Finlandia-Svezia, firmato da alcuni paesi Nato con Armenia, Georgia e Moldavia alimenterebbe la tutela della sicurezza degli stati dalla minaccia russa fino al momento dell’entrata nelle istituzioni euro-atlantiche.

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Armenia, l’avamposto cristiano in pericolo (Evangelici.it 14.11.23)

In Armenia, meno di due mesi fa, si è consumato un dramma umanitario: centomila residenti del Nagorno Karabakh hanno abbandonato la loro terra in seguito all’invasione del vicino Azerbaigian, che rivendica i propri diritti sulla regione. Politica e media non hanno dato il giusto peso agli sviluppi di un conflitto ultradecennale giunto forse a una svolta irreversibile, soprattutto per i centomila in fuga, che «non hanno scelto di abbandonare una terra alla quale sono legati da secoli, non hanno scelto di abbandonare le loro antichissime chiese e i loro monasteri, che saranno distrutti con i bulldozer: sono stati costretti a farlo per salvarsi la vita», sottolinea sulla Stampa Lucetta Scaraffia.

L’UE, denuncia Scaraffia, «non ha mosso un dito per protestare contro gli azeri, per fermare la cacciata di un popolo antico dalla terra che occupava da millenni. Anzi, insistono con il chiamare gli armeni del Nagorno Karabakh separatisti, sposando il punto di vista azero», e probabilmente non è irrilevante il peso del gas che compriamo dall’Azerbaigian e dal suo padrino, quell’Erdogan che può contare sulla minaccia di liberare “valanghe di immigrati verso i nostri confini”.

Però, rileva ancora Scaraffia, oltre alle questioni geopolitiche ed economiche, forse c’è anche qualcosa di più, ossia «la difficoltà per noi europei secolarizzati di sentire quegli antichi cristiani, ancora appassionatamente legati alla loro tradizione religiosa, vicini a noi, simili a noi, quindi avamposto orientale di una cultura europea da difendere. Ci stiamo dimostrando indifferenti alla loro sorte… soprattutto che siano disposti a morire per non rinnegare la loro fede».

Nulla ci smuove, «sembra proprio che il dolore degli armeni infastidisca tutti, e tutti pensino che comunque non sono affari che ci riguardano come europei. Invece ci riguardano e ci riguarderanno». Mappa alla mano non sfugge che l’Armenia (insieme alla Georgia) è un cuneo cristiano in un’area islamica, e «i turchi infatti non nascondono il progetto di passare alla conquista dell’intera Armenia, considerata una inutile enclave incuneata nel mondo islamico». Se il silenzio è la nostra risposta, ci aspettano tempi difficili.

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’Azerbajgian acquista un sistema missilistico da Israel e si arrabbia perché l’Armenia acquista veicoli militari dalla Francia (Korazym 14.11.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 14.11.2023 – Vik van Brantegem] – «Israele ha appena venduto un sistema di difesa missilistica all’Azerbajgian per 1,2 miliardi di dollari, poche settimane dopo che gli Stati Uniti hanno approvato ulteriori 14 miliardi di dollari in aiuti a Israele, che ha dichiarato di dover espandere le proprie capacità di difesa missilistica“ (Lindsey Snell).

«L’Azerbajgian acquista il sistema missilistico Barak della Israel Aerospace Aerospace per 1,2 miliardi di dollari – 13 novembre 2023 – Dean Shmuel Elmas – Dopo l’annuncio da parte dell’IAl della vendita del sistema ad un Paese anonimo, rapporti da Baku confermano che il cliente è l’Azerbajgian – Quattro giorni dopo che Israel Aerospace Industries (IAI) aveva annunciato la consegna di un sistema di difesa aerea ad un Paese anonimo in un accordo del valore di 1,2 miliardi di dollari, rapporti da Baku affermano che l’Azerbajgian si è procurato il sistema Barak-MX».

«Poiché sia l’Armenia che l’Azerbajgian sembrano essere sull’orlo di uno storico accordo di pace, la decisione della Francia di fornire attrezzature militari all’Armenia ha introdotto elementi di disturbo. Sembra che la Francia stia preparando l’Armenia per un potenziale conflitto con l’Azerbajgian piuttosto che promuovere la pace con il suo vicino» (Zaur Ahmadov, Ambasciatore dell’Azerbajgian in Svezia).

No, ma questo verrà senza dubbio citato come la motivazione quando l’Azerbajgian lancerà l’ennesimo attacco non provocato all’Armenia.

L’Azerbajgian si arrabbia quando l’Armenia decide di acquistare 20 veicoli corazzati francesi Arquus Bastion dalla Francia, ma è molto felice di acquisire attrezzature militari moderne da Israele, per esempio il sistema di difesa aerea Barak-MX (nella foto di copertina il missile Barak-MX dal sito di Israel Aerospace Industries), e aerei da Italia, per esempio l’aereo da trasporto militare C-27J di Leonardo. Come funziona la logica azera?

Nell’ambito di BookCity Milano 2023, su iniziativa dell’AGBU-Armenian General Benevolent Union Milan e del Memoriale della Shoah Milano, domenica 19 novembre 2023 alle ore 15.00 presso il Memoriale della Shoah in piazza Edmond J. Sapra 1 a Milano, Antonia Arslan e Luca Steinmann dialogano su La pulizia etnica in Artsakh (Nagorno Karabakh). La tragedia infinita in una conversazione che spazia negli ultimi 100 anni di storia del popolo armeno, fino ad arrivare alle attuali vicende e persecuzioni. Modera Marco Vigevani. Antonia Arslan è scrittrice fra gli altri di La masseria delle allodoleLa strada di Smirne e La bellezza sia con te. Luca Steinmann è giornalista, reporter e docente universitario.

L’esodo è durato poco più di tre giorni. Foto di Nicolò Ongaro nel reportage del 3 ottobre 2023 Tra i fuggiaschi del Nagorno Karabakh di Luca Steinmann su Rsi.ch.

L’On. Giulio Centemero, in qualità di Presidente dell’Intergruppo Parlamentare di Amicizia Italia-Armenia, promuove la mostra fotografica Alla fine del Corridoio, Il tramonto dell’ Artsakh, gli esuli Armeni del Corridoio di Lachin, realizzata da Nicolò Ongaro in collaborazione con l’Armenian General Benevolent Union Milan, che documenta i fatti relativi alla guerra del Nagorno-Karabakh e in particolare all’esodo della popolazione avvenuto circa un mese fa verso l’Armenia. L’inaugurazione avrà luogo martedì 28 novembre 2023 alle ore 17.00 presso la Sala del Cenacolo nel Complesso Vicolo della Valdina, a poche decine di metri da palazzo Montecitorio a Roma. Saranno presenti oltre al fotografo Nicola Ongaro, Gayanè Khodaveerdi, Presidente all’Associazione promotrice e S.E. Tsovinar  Hambardzumyan, Ambasciatore di Armenia in Italia. Sarà inoltre l’occasione per presentare il progetto I rifugiati dimenticati dell’Associazione Manalive Onlus.

“L’unica ideologia di mobilitazione unificante nel Paese [Azerbajgian) è che gli Armeni sono il nemico. Avete mobilitato le persone e non c’è alcun segno di smobilitazione su questo punto. Quindi, c’è la tentazione di continuare ad accelerare» (Thomas de Waal).

«Questo è un modo non armeno per dire che non esiste una nazione azera. Il modo armeno consiste in riferimenti alla storia falsificata. In ogni caso, due mesi dopo 36 anni di feroce guerra non è il momento legittimo per pronunciare tali idee, a meno che non si voglia promuoverle» (Ilgar Mammadov).

«In realtà pensavo che tu, Ilgar, saresti stato una delle poche persone in Azerbajgian capace di inventare una nuova narrativa. Penso che ne abbiamo parlato anche l’ultima volta che ci siamo incontrati» (Thomas de Waal).

«Alcuni scatti di come le forze di pace russe hanno celebrato l’anniversario della loro permanenza nella regione economica del Karabakh della Repubblica dell’Azerbaigian» (Peacekeeper – Twitter, 13 novembre 2023).

I traditori Russi da ieri 13 novembre 2023 hanno adottato la fraseologia di Aliyev. Confesso che all’inizio, dopo il 9 novembre 2020, ho pensato seriamente che Putin avrebbe protetto l’Artsakh come aveva promesso. Invece, presto abbiamo visto che era una menzogna e un inganno.

Il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha rifiutato di partecipare alla prossima sessione dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva guidata dalla Russia։ L’ufficio del Primo Ministro armeno ha dichiarato: «Su iniziativa della Bielorussia, il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha avuto una conversazione telefonica con il Presidente bielorusso, Alexander Lukashenko․ Si è discusso di questioni relative all’organizzazione della sessione del Consiglio di Sicurezza Collettiva dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva che si terrà il 23 novembre prossimo a Minsk, la capitale della Bielorussia. Il Primo Ministro Pashinyan ha informato il Presidente Lukashenko che non potrà partecipare alla sessione e ha espresso la speranza che i partner dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva comprendano questa decisione».
Ciò significa che l’Armenia si esclude di fatto dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva e non parteciperà alle sue attività. Quindi, l’Armenia riceve sostegno in termini di sicurezza dagli USA e dalla Francia. Questi Paesi non solo sosterranno le riforme delle forze armate armene, ma la Francia venderà anche armi ed equipaggiamento militare all’Armenia.

Uno sviluppo significativo si sta verificando anche nelle relazioni Armenia-Unione Europea. Buone notizie attese da tempo. Durante la riunione del Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea, che ha affrontato anche la questione delle relazioni Armenia-Azerbajgian, i Ministri degli Esteri dei Paesi membri dell’Unione Europea hanno approvato l’espansione della Missione di osservazione dell’Unione Europea dispiegata in Armenia. Inoltre, hanno deciso di avviare discussioni con l’Armenia sulla liberalizzazione dei visti e sulla fornitura di assistenza militare all’Armenia.

Il Portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha espresso rammarico per il fatto che Pashinyan non parteciperà al prossimo vertice dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva. «Se è davvero così, allora possiamo esprimere il nostro rammarico. Comprendiamo che ogni Capo di governo o Capo di Stato possa avere i propri eventi nel proprio programma di lavoro, le proprie circostanze. Tuttavia, si può solo esprimere rammarico, perché tali incontri sono un’ottima occasione per lo scambio di opinioni», ha detto Peskov.

L’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’Unione Europea, Josep Borrell, ha dato l’annuncio a Brussel: «Il Consiglio ha discusso le modalità per sostenere le autorità armene democraticamente elette, la resistenza armena, la sicurezza e il proseguimento delle riforme. Abbiamo deciso di espandere la nostra Missione di osservazione in Armenia per dispiegare più pattuglie e condurre più pattuglie nelle aree problematiche di confine. Discuteremo anche le possibilità di aiutare l’Armenia attraverso il meccanismo europeo di pace e anche la liberalizzazione dei visti».
In riferimento alla situazione tra Armenia e Azerbajgian, Borrell ha osservato: «Dobbiamo essere estremamente vigili di fronte a qualsiasi tentativo di destabilizzare l’Armenia, sia dall’interno che dall’esterno. Il nostro messaggio all’Azerbajgian è stato molto chiaro: qualsiasi violazione dell’integrità territoriale dell’Armenia è inaccettabile e avrà gravi ripercussioni sulle nostre relazioni. Esortiamo Armenia e Azerbajgian a impegnarsi nei negoziati. È necessario raggiungere un accordo di pace e noi ci impegniamo a svolgere il nostro ruolo di mediatori».

I Ministri degli Esteri europei hanno deciso di invitare il Ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan, a Brussel per partecipare ad una futura sessione del Consiglio. Il prossimo incontro avrà probabilmente luogo a dicembre.

L’Armenia ha accolto con favore la decisione del Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Unione Europea di avviare i negoziati sulla liberalizzazione dei visti con il Paese, ha dichiarato il Viceministro degli Esteri armeno, Paruyr Hovhannisyan. Ha sottolineato che la liberalizzazione dei visti è una delle questioni più complesse nell’agenda Armenia-Unione Europea. «La decisione del Consiglio dei Ministri degli Affari Esteri dell’Unione Europea ha segnato l’inizio dei negoziati sulla liberalizzazione dei visti con l’Armenia. Il processo è quindi andato avanti. È significativo che nessun Paese abbia sollevato obiezioni, poiché ottenere tale consenso è complicato. Si tratta di uno sviluppo molto positivo. Continueremo a collaborare attivamente con l’Unione Europea e i suoi Stati membri per accelerare questo processo nella massima misura possibile», ha affermato Hovhannisyan.

«È evidente che parlando di “tentativo di destabilizzare l’Armenia dall’esterno” Borrell allude agli attacchi militari congiunti pianificati da Azerbajgian e Russia contro l’Armenia. Non è un caso che Borrell avverta l’Azerbajgian che qualsiasi violazione dell’integrità territoriale dell’Armenia è inaccettabile e avrà gravi conseguenze per le relazioni Unione Europa-Azerbajgian.
L’Azerbajgian ha ingannato l’Occidente già una volta, effettuando un attacco militare contro il Nagorno-Karabakh. Ora, gli Stati Uniti e l’Unione Europea devono lanciare avvertimenti più concreti all’Azerbajgian sulle gravi conseguenze dell’aggressione contro l’Armenia.
Settimane fa, gli Stati Uniti hanno messo in guardia l’Azerbajgian da gravi ripercussioni se avesse lanciato un attacco militare contro l’Armenia. Speriamo che l’Unione Europea alla fine approvi l’iniziativa di fornire assistenza militare e di sicurezza all’Armenia.
Attacchi militari periodici da parte di Azerbajgian e Russia minacciano la democrazia armena. La Missione di osservazione dell’Unione Europea svolge un ruolo cruciale nel mantenimento della stabilità lungo il confine armeno-azerbajgiano, ma il rafforzamento delle capacità dell’Armenia è il fattore principale per prevenire attacchi militari azerbajgiani.
La Russia sta anche impiegando forze filo-russe in Armenia per seminare instabilità politica interna e conflitti. Negli ultimi tre anni l’Armenia è stata oggetto di attacchi russo-azerbajgiani. Se l’Armenia non avesse ricevuto il sostegno di Stati Uniti, Francia e Unione Europea, avremmo potuto perdere la nostra sovranità.
Il rischio di essere incorporati con la forza nello Stato dell’Unione russa rimane estremamente alto. È essenziale rafforzare la resistenza dell’Armenia se l’Occidente intende davvero fornire un sostegno pratico alla sovranità e alla democrazia dell’Armenia. Un’Armenia forte può anche fungere da rappresentante dell’Occidente nella regione.
Gli Stati Uniti e la Francia hanno dichiarato il loro sostegno alle riforme all’interno delle forze armate armene. La Francia ha già iniziato a fornire attrezzature militari. A mio avviso, anche gli Stati Uniti svolgono un ruolo significativo nel facilitare la vendita di armi dall’India all’Armenia. Si spera che i Paesi occidentali sostengano profondamente la sicurezza dell’Armenia e le sue aspirazioni per un futuro democratico.
Se l’Unione Europea prendesse la decisione definitiva di liberalizzare il regime dei visti con l’Armenia, fornire assistenza militare e aumentare il numero di osservatori, l’Armenia dovrebbe fare la prossima mossa. In altre parole, Yerevan dovrebbe presentare una domanda di adesione all’Unione Europea.
Pochi giorni fa si è svolta a Brussel la conferenza “Il futuro strategico dell’Armenia”, organizzata dalla società civile e dalle forze politiche armene. Il messaggio principale della conferenza “Armenia-Europa” è stato quello di avviare il processo di adesione all’Unione Europea.
Questa questione sta già guadagnando terreno nell’opinione pubblica in Armenia. L’Unione Europea dovrebbe adottare misure concrete per sostenere l’Armenia e credo che Yerevan potrebbe presentare una domanda di adesione all’Unione Europea nel prossimo futuro.
Pochi giorni fa, il Segretario del Consiglio di Sicurezza armeno, Armen Grigoryan, è intervenuto all’evento “Il futuro strategico dell’Armenia” tenutosi a Brussel. Durante la conferenza “Armenia-Europa”, ha annunciato che l’Armenia ha chiesto all’Unione Europea di espandere la cooperazione in vari settori, compresa la sicurezza.
“La democrazia armena viene spesso presa di mira, e per proteggersi da questi attacchi, è necessario anche che l’Armenia riceva un sostegno significativo. L’Armenia dovrebbe ricevere assistenza per diversificare la propria economia e le risorse nel settore della sicurezza”, ha sottolineato Grigoryan.
Ha aggiunto che Erevan non si era mai impegnata prima in discussioni di questo livello con l’Occidente sul tema della sicurezza, citando l’esempio della Francia. Il mese scorso Erevan e Parigi hanno firmato un accordo di cooperazione militare, compresa la fornitura di armi difensive.
“Ci sono ancora Paesi esemplari, come la Francia, con i quali abbiamo compiuto progressi significativi nella sfera militare, ma abbiamo aspettative che saremo in grado di rafforzare la nostra cooperazione in materia di sicurezza sia con l’Occidente collettivo che con i singoli Paesi. E quando dico sicurezza cooperazione, non intendo solo militare; sicurezza in un contesto più ampio”, ha affermato Armen Grigoryan.
Il Meccanismo Europeo di Pace è uno strumento attraverso il quale Brussel fornisce risorse per aumentare le capacità di difesa dei Paesi non membri, prevenire i conflitti e rafforzare la pace. Ucraina, Georgia e Moldavia hanno precedentemente ricevuto e stanno attualmente ricevendo aiuti dall’Unione Europea attraverso questo meccanismo.
Nel prossimo futuro, queste decisioni dei Ministri degli Esteri dovrebbero essere portate davanti alla Commissione Europea, che dovrebbe presentare proposte per la loro attuazione. Si prevede che ciò chiarirà fino a che punto e come la Missione di osservazione di stanza in Armenia potrà essere ampliata e quale assistenza militare Erevan potrà aspettarsi da Brussel.
Le decisioni della Commissione Europea devono essere ratificate dagli Stati membri dell’Unione Europea. Lo strumento europeo per la pace è già stato utilizzato per sostenere tre paesi post-sovietici. L’Unione Europea ha fornito all’Ucraina oltre 2 miliardi di euro in assistenza militare e di sicurezza. Alla Moldova ha fornito oltre 60 milioni di euro in sostegno militare e di sicurezza. Alla Georgia ha fornito oltre 30 milioni di euro in assistenza militare e di sicurezza. In tutti e tre i casi, l’assistenza è stata fornita attraverso il meccanismo europeo di pace.
I tipi specifici di assistenza in materia di sicurezza da fornire all’Armenia attraverso lo Strumento Europeo per la Pace dipenderanno dalle esigenze e dalle priorità dell’Armenia. L’Unione Europea ha la capacità di fornire all’Armenia un quadro militare e di sicurezza completo. L’Unione Europea può collaborare con l’Armenia per individuare le tipologie specifiche di assistenza più necessarie per promuovere efficacemente la pace e la sicurezza. Aspetteremo ulteriori sviluppi» (Robert Ananyan – Nostra traduzione italiana dall’inglese).

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Spoleto Jazz chiude con Tigran Hamasyan Trio (Tusciaup 14/11/23)

Il gran finale del festival Spoleto Jazz riserva una bellissima sorpresa. Dopo alcuni anni di assenza dagli eventi organizzati da Visioninmusica torna a esibirsi dal vivo per l’associazione, in esclusiva per il festival di Spoleto, uno dei più grandi virtuosi del pianoforte, Tigran Hamasyan.

Venerdì 17 novembre, alle ore 21.00, il musicista di origini armene apprezzatissimo da critica e pubblico internazionali, sarà sul palcoscenico del Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti per presentare il suo ultimo album di brani originali, The call within insieme a Marc Karapetian al basso e Arthur Hnatek alla batteria.

Considerato uno dei più straordinari musicisti della sua generazione, Tigran è un virtuoso del pianoforte che si distingue per l’unione sapiente della potenza dell’improvvisazione jazz con la musica folcloristica della sua terra, l’Armenia, dando vita a un sound unico arricchito da influenze rock. Con il suo eccezionale talento e il suo sound unico Tigran ha tenuto concerti in tutto il mondo, guadagnandosi l’affetto di una fan base eterogena che comprende sia appassionati di jazz che ascoltatori di progressive rock.

La vita di Tigran è stata da subito caratterizzata dalla musica. Cresciuto con un padre amante del rock, a tre anni muove i suoi primi accordi sul pianoforte cercando di replicare la musica dei Beatles, dei Led Zeppelin o Deep Purple. A dieci anni inizia a guardare con curiosità al mondo del jazz ed è in questo momento della sua formazione musicale che entra Vahag Hayrapetyan, il maestro che gli insegnerà i fondamenti del jazz e del be-bop. A tredici anni, infine, rivaluta la musica tradizionale armena e inizia a trarne ispirazione.

Quando Tigran compie sedici anni i genitori, comprendendo le sue capacità artistiche, decidono di trasferirsi a Los Angeles per dargli maggiori opportunità. Nel frattempo, la sua carriera ha già preso il via. Nel 2003 vince il premio della critica e del pubblico al Festival di Montreux e nel 2006 ottiene il premio come “Best Jazz Piano” al Thelonious Monk Institute of Jazz e registra il suo primo album World of Passion.

Nel 2015 vince il prestigioso Paul Acket Award al North Sea Jazz Festival e l’anno successivo l’Echo Award (il Grammy tedesco) come “Best International Piano Album of the Year” con Mockroot. Nel 2017 esce An Ancient Observer, a cui ha fatto seguito The Call Within nel 2020.

I biglietti del concerto sono in vendita sul circuito Vivaticket.it.

Maggiori informazioni sul sito: https://visioninmusica.com/tigran_hamasyan_trio_spoleto_jazz_2023/

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