NAGORNO KARABAKH. INCERTA LA TEMPISTICA DEI NUOVI COLLOQUI DI PACE SPONSORIZZATI DAGLI USA (Notizie Geopolitiche 09.06.23)

di Alberto Galvi –

E’ sempre più incerta la tempistica dei nuovi colloqui di pace sponsorizzati dagli Stati Uniti tra Armenia e Azerbaigian, previsti inizialmente per il 12 giugno, nonostante la convinzione dell’amministrazione statunitense che il dialogo diretto tra le due nazioni sia la chiave per qualsiasi accordo di pace stabile nella regione del Nagorno Karabakh.
I due paesi hanno combattuto un conflitto decennale che coinvolge la regione del Nagorno-Karabakh, che oggi si trova all’interno dell’Azerbaigian, ma popolata prevalentemente da armeni.
Inoltre restano alte le tensioni tra Armenia e Azerbaigian per il blocco da parte dell’Azerbaijan del Corridoio di Lachin, che è l’unica via terrestre che dà all’Armenia un accesso diretto al Nagorno-Karabakh. Il corridoio di Lachin consente ai rifornimenti dell’Armenia di raggiungere i 120mila armeni nel Nagorno-Karabakh. Il corridoio è sorvegliato dalle forze di pace russe dal dicembre 2020.
Il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha ospitato nel novembre 2022 i ministri degli Esteri dell’Armenia e dell’Azerbaigian per i negoziati di pace alla Blair House di Washington. A margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di febbraio, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev hanno tenuto incontri faccia a faccia ospitati dal segretario di Stato Usa Blinken.
Gli ultimi colloqui si sono tenuti all’inizio di maggio. Alla fine del mese scorso si è tenuto in Europa un round di follow-up che ha incluso un incontro tra Pashinyan e Aliyev.

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In un viaggio nel tempo tra incantevoli chiese (Il Faro sul mondo 08.06.23)

Negli ultimi millenni, l’Iran è stato testimone di molti eventi sociali, tecnologici, religiosi e culturali che hanno portato alle attuali differenze di razze, lingue, religioni e culture. Durante il periodo dei Parti, il cristianesimo e la chiamata al cristianesimo sorsero in Iran portando alcuni a convertirsi. A poco a poco, i santuari dei seguaci di questa religione sorsero in tutto l’Iran, ciascuno costruito in modo diverso.

Sebbene il cristianesimo costituisca attualmente una minima parte della popolazione iraniana, questa religione, insieme agli zoroastriani e al giudaismo, costituisce le religioni non islamiche dell’Iran e ha più di un milione di aderenti. Attualmente, l’Iran ospita più di 600 chiese e oltre 300mila praticanti cristiani.

Chiese, cappelle e cattedrali, in quanto simboli del mondo cristiano, sono magnificamente adornate per mostrare caratteristiche architettoniche senza eguali. Oggi ci sono quasi 600 chiese in Iran, 90 delle quali sono elencate nell’elenco dei monumenti nazionali e tre sono riconosciute come patrimonio mondiale.

Ecco scorci di otto chiese significative nel Paese:

Cattedrale di San Sarkis

Situata nel centro di Teheran, la cattedrale di Saint Sarkis fu costruita nei primi anni ’70 come chiesa apostolica armena.

Un punto culminante di questa chiesa è il memoriale del genocidio armeno nel cortile dell’edificio, che commemora gli armeni sterminati dagli ottomani nel secondo decennio del XX secolo. La parte esterna della Cattedrale di San Sarkis è realizzata in marmo bianco e le pareti interne sono ricoperte di dipinti su temi biblici.

Cattedrale di San Salvatore

La Cattedrale di San Salvatore, conosciuta anche come Vank Church, è una bellissima cattedrale situata nell’area storica di Jolla, nel centro di Isfahan.

Costruita tra il 1648 e il 1655 con l’incoraggiamento dei sovrani safavidi, la cattedrale ha un sontuoso interno riccamente decorato con dipinti murali restaurati pieni di vita e colore, tra cui raccapriccianti martiri e demoni pantomimi.

Come si addice a una città di miniaturisti, doni relativamente recenti al museo includono una preghiera scritta su un singolo capello, visibile solo con l’ausilio di un microscopio e uno dei più piccoli libri di preghiera del mondo.

Chiesa di Santa Maria di Tabriz

La chiesa di Santa Maria di Tabriz, conosciuta anche come chiesa della Santa Madre di Dio, fu costruita nel XII secolo in base allo stile architettonico armeno nel centro di Tabriz, dove ora si trova l’area storica di Dik Bashi.

La chiesa è stata citata da storici come Marco Polo durante la sua escursione in Cina intorno all’anno 1275. È interessante sapere che la chiesa è stata ricostruita sulle rovine di una chiesa precedentemente distrutta da un devastante terremoto nel 1780.

Chiesa di San Garapet

La chiesa di San Garapet è stata costruita a metà del XX secolo nella città ricca di petrolio di Abadan, nel sud-ovest dell’Iran.

All’epoca era uno dei più grandi luoghi di ritrovo per la comunità armena ad Abadan, tuttavia, a causa della scarsa popolazione di armeni in città, la chiesa non è più operativa. È stata danneggiata durante la guerra Iran-Iraq del 1980-1988, ma è stata successivamente restaurata.

Complessi monastici armeni dell’Iran

I complessi monastici armeni dell’Iran nel nord-ovest del Paese sono costituiti da tre complessi monastici di fede armeno-cristiana: San Taddeo, San Stepanos e la cappella di Dzordzor.

Questi edifici – il più antico dei quali, San Taddeo, risale al VII secolo – sono esempi dell’eccezionale valore universale delle tradizioni architettoniche e decorative armene. Testimoniano uno scambio molto importante con le altre culture regionali, in particolare quella bizantina, ortodossa e persiana.

Monasteri in Iran

I monasteri costituivano un importante centro per la diffusione di questa cultura nella regione. Sono gli ultimi resti regionali di quella cultura ancora in un soddisfacente stato di integrità e autenticità. Inoltre, i complessi monastici, in quanto luoghi di pellegrinaggio, sono testimoni viventi delle tradizioni religiose armene nel corso dei secoli.

Nel luglio 2005, Shahriar Adl, che ha guidato il team che documenta tre chiese iraniane per l’iscrizione nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco, ha affermato di aver scoperto una scatola contenente le ossa di uno dei seguaci degli apostoli di Gesù nella chiesa di Santo Stefano.

Il primate armeno ortodosso della diocesi di Teheran, l’arcivescovo Sebuh Sarkisian, ha approvato il rapporto nella sua intervista dell’agosto 2005, aggiungendo: Si dice che la cassa contenga il corpo di Giovanni Battista. Secondo lo storico armeno Arakel Davrizhetsi (XVII secolo), la scatola, che si trovava sotto l’altare maggiore della chiesa della Santissima Trinità nell’antica Jolfa e conteneva le sacre spoglie e un rotolo, fu donata a Shamun, l’arcivescovo di S. Stephanus Church, dopo la distruzione della Chiesa della Santissima Trinità”.

Secondo la tradizione della chiesa, sappiamo che San Gregorio l’Illuminatore, dopo essere stato consacrato arcivescovo di Cesarea di Cappadocia, con un gesto di amicizia donò alcune spoglie di Giovanni Battista a Quinzio, arcivescovo della regione, durante il suo viaggio di ritorno in Armenia. I resti sono stati trasferiti nella cattedrale di Giovanni Battista nella città di Mush in Armenia.

di Redazione

«Noi, semplici cittadini armeni, ci addestriamo in montagna per prepararci alla prossima guerra» (Espresso 07.06.23)

Nonostante la cilindrata, la moderna macchina tedesca fatica a percorrere gli ultimi metri di strada sterrata fatta di tornanti sempre più scoscesi, dove le buche si alternano al fango. Il sentiero pare soffocare, sempre più stretto tra i costoni di roccia scura delle montagne antistanti, come se il percorso fosse stato creato per disincentivare il passaggio di uomini e mezzi.

La strada per arrivare in questo “nonluogo” non è lunghissima, poco più di un’ora di macchina da Yerevam, ma nella sua durata vede l’alternarsi di molti scenari: prima la periferia urbana di cemento che si fa più aggressiva via via che ci si allontana dai palazzi in tufo rosa del centro, poi le strade di montagna asfaltate su cui ogni tanto si nota l’arancione opaco di una pompa di benzina contrastare con il nero riflettente delle pareti d’ossidiana, per inoltrarsi infine su mulattiere dove anziane con il capo incoronato dalle babushka paiono sorvegliare il passaggio tra i campi le loro mandrie, indifferenti alla modernità come probabilmente lo sono state al socialismo sovietico.

Una strada sola che racconta perfettamente le molteplici anime di un Paese che deve convivere con il desiderio di normalità e il costante pensiero della sua negazione. Perché nonostante tutto l’Armenia è e resta in una guerra sospesa da più di vent’anni e la situazione mai sopita pare essersi aggravata dopo il 2020, e potrebbe riesplodere da un momento all’altro.

Storia di un conflitto
Uno dei conflitti più celebri dell’aerea post sovietica è quello del Nagorno Karabakh, regione a maggioranza armena all’interno dei confini dell’Azerbaijan. La guerra del 1994 aveva visto la vittoria armena che era riuscita a ottenere il controllo della regione e di aree circostanti non abitate da armeni, causando migliaia di sfollati. Per due decenni la situazione è rimasta tesa ma stabile, fino a quando nel 2020 l’Azerbaijan ha deciso di tornare all’attacco. Dopo 44 giorni di guerra e oltre 7.000 morti, l’Armenia si è dovuta ritirare dalla regione, e accettare l’armistizio con mediazione russa, in cui si riconosceva all’Azerbaijan il controllo di tutti i territori adiacenti al Nagorno Karabakh, nonché parte dell’ex regione autonoma. Anche questa guerra ha causato migliaia di sfollati, ma buona parte della popolazione armena (circa 140.000 persone) continua a vivere nella regione, protetta da un contingente della Federazione russa, anche se Mosca pare aver altre priorità per l’esercito, e al contempo non vuole inimicarsi la Turchia, alleata azera, vista la situazione Ucraina.

Il ruolo del Voma
Gegam Kazarian ha lasciato l’Armenia quando era ancora giovane, direzione Spagna. Qui lui e la sorella hanno gestito cocktail bar di successo, e con il passare del tempo è arrivata anche la cittadinanza europea. Ma per entrambi l’attacco del 2020 è stato un punto di non ritorno. Sentivano crescere il bisogno di fare qualcosa. Tramite conoscenze sono venuti a sapere dell’esistenza di un campo d’addestramento in mezzo alle montagne, organizzato da un ex generale, che arruolava civili come loro. L’organizzazione, finanziata dalle donazioni della diaspora armena nel mondo, è il Voma e il suo leader Vova Vartanov. Per gli azeri si tratta a tutti gli effetti di un’organizzazione terroristica, mentre i membri si definiscono parte di un’associazione militare-patriottica impegnata nell’educazione dei civili in vista di un conflitto. Qui di soldati di professione non ce ne sono, la maggioranza delle persone che vivono la vallata nascosta tra le montagne sono giovani, tanto uomini quanto donne, venuti qui lasciando per un periodo il lavoro o gli studi, per diventare parte di una milizia.

 

L’addestramento
«Quando sono arrivato in questa vallata nascosta in mezzo alle montagne – racconta Gegam – ho capito quanto non siamo pronti a vivere la guerra. Nel cuore della notte hanno lanciato una granata per svegliarci e il mio cuore per poco non si è fermato. Era parte dell’addestramento, ma se non lo si vive non lo si capisce e non si sa reagire». I civili che vengono qui passano alcune settimane a formarsi. Nei primi giorni il peso dei giubbotti in kevlar pare sovrastarli, le razioni affamarli e gli Ak-47 in legno che portano sempre dietro gli intralciano i passi. Sono cittadini di una capitale dell’Est europeo, abituati a stare in ufficio e a condividere sui social, non ad usare una latrina scavata nel terreno e chiusa con un telo di plastica. Ma poi, con il passare delle settimane, succede il miracolo: non solo gli insegnamenti paiono dare loro sicurezza su come affrontare il buio che si percepisce oltre la quotidianità, ma la fatica, il dormire tutti insieme nelle grandi tende da campo, le privazioni, uniscono quelli che fino a qualche settimana prima erano perfetti sconosciuti e che ora invece sanno di avere qualcuno su cui contare.

In questa valle dove i telefoni non prendono hanno ritrovato il coraggio della comunità, lo si percepisce mentre ridacchiano sottovoce ignorando l’istruttore che insegna a calibrare il mortaio o mentre ancora affamati lavano la gavetta nel fiume gelido chiacchierando. È il coraggio delle reclute, che ancora non hanno mai visto la battaglia. Le loro gambe non tremeranno di meno se un giorno sarà, ma forse sapranno come imbracciare il fucile e avranno meno paura sapendo di avere accanto qualcuno da poter chiamare «amico».

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Armenia e Azerbaijan, nuovi incontri a Mosca, Chişinău e Ankara (Osservatorio Balcani e Caucaso 06.06.23)

Una serie ravvicinata di colloqui e incontri a cui hanno partecipato Nikol Pashinyan, primo ministro dell’Armenia e Ilham Aliyev, presidente dell’Azerbaijan. Al centro degli incontri avvenuti in varie sedi, da Mosca a Chişinău e persino ad Ankara, il raggiungimento della normalizzazione delle relazioni tra Yerevan e Baku

06/06/2023 –  Onnik James Krikorian

Dopo l’incontro del mese scorso a Bruxelles tra il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev, ospitato dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel, continuano a intensificarsi i colloqui tra Yerevan e Baku. Per non essere secondo al turbinio di attività degli Stati Uniti e dell’Unione europea, anche il presidente russo Putin ha ospitato i due leader a margine della riunione del Consiglio economico supremo eurasiatico a Mosca il 25 maggio.

Sebbene l’Azerbaijan non faccia parte dell’Unione economica eurasiatica, Aliyev vi ha partecipato come ospite, cosa a cui l’Armenia aveva sempre posto il veto in precedenza. L’evento era stato preceduto da un’altra riunione del gruppo di lavoro trilaterale sullo sblocco delle rotte di trasporto regionali a seguito della guerra del Karabakh del 2020, guidato dai vice primi ministri di Armenia, Azerbaijan e Russia. Il vero trilaterale tra Aliyev, Pashinyan e Putin, tuttavia, è durato appena 20 minuti.

Putin ha però affermato che le differenze tra Baku e Yerevan erano “puramente tecniche” e “superabili”, in evidente riferimento all’impasse sulla ricostruzione dei collegamenti ferroviari tra l’Azerbaijan e la sua exclave di Nakhchivan attraverso l’Armenia. E infatti, era stata fissata la successiva riunione del gruppo di lavoro trilaterale per venerdì 2 giugno. A seguito di quell’incontro è stato poi annunciato che le parti avevano finalmente raggiunto un “accordo generale”.

Persistono tuttavia discussioni sulle terminologie: Pashinyan si è opposto all’uso da parte di Aliyev del termine “corridoio di Zangezur” durante la riunione del Consiglio economico supremo eurasiatico. Aliyev ha risposto dicendo che il termine non equivale ad una rivendicazione territoriale sul suolo armeno. Invece, secondo alcuni, l’unica implicazione extraterritoriale nello sblocco del trasporto regionale risiede nella stessa dichiarazione di cessate il fuoco del 2020, che prevede il controllo russo su di esso.

Il controllo delle frontiere e delle dogane, si ritiene, verrebbe attuato nel pieno rispetto della legislazione di entrambi i paesi e sulla base della reciprocità.

Lo status dell’ex regione autonoma del Nagorno Karabakh (NKAO), base significativa di qualsiasi futuro accordo per normalizzare le relazioni tra Armenia e Azerbaijan, rimane un’altra questione chiave. Yerevan ha essenzialmente riconosciuto il territorio come parte dell’Azerbaijan e Pashinyan lo ha ribadito ancora una volta il 24 maggio, facendo eco alle parole di Charles Michel rilasciate nell’incontro del mese scorso a Bruxelles: l’Azerbaijan comprende 86.600 chilometri quadrati, incluso il Karabakh.

Alti funzionari statunitensi, come l’assistente amministratore USAID Erin Elizabeth McKee e il vice assistente del segretario di Stato Dereck Hogan, si sono affrettati ad accogliere con favore le parole di Pashinyan. Il tema in discussione ora è come garantire al meglio i diritti e la sicurezza degli armeni del Karabakh all’interno dell’Azerbaijan. Anche il portavoce del Dipartimento di Stato americano Matthew Miller ha espresso “apprezzamento” per un’offerta di amnistia ai funzionari de facto del Karabakh in cambio delle dimissioni.

Naturalmente, l’opposizione in Armenia e le autorità de facto di Stepanakert hanno criticato entrambe le dichiarazioni di sostegno. Il ministero degli Esteri armeno ha anche espresso preoccupazione per l’offerta di amnistia avanzata da Aliyev il 28 maggio scorso nella città di Lachin, tornata sotto il controllo azero lo scorso anno, in quanto l’offerta era accompagnata da quelle che Yerevan considerava minacce.

Tuttavia, Aliyev e Pashinyan si sono nuovamente incontrati il primo giugno a margine del secondo vertice della Comunità politica europea a Chişinău, in Moldova. All’incontro hanno partecipato, come lo scorso anno all’EPC di Praga, anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il presidente francese Emmanuel Macron, ma anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz.

Sebbene sia durato solo un’ora e mezza, l’incontro informale ha toccato il ripristino dei collegamenti di trasporto, la delimitazione del confine tra Armenia e Azerbaijan e il diritto e la sicurezza della popolazione etnica armena del Karabakh.
Parlando successivamente con i rappresentanti della comunità etnica armena della Moldova, Pashinyan ha descritto i colloqui come “utili”, aggiungendo poco altro alla conferma che le mappe dell’era sovietica del 1975 sarebbero state utilizzate come base per delimitare il confine. Da parte sua, Michel ha detto che il prossimo incontro dei leader di Armenia e Azerbaijan si terrà il 21 luglio.

Tuttavia, il 5 giugno il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan ha affermato che non c’è ancora accordo su quale mappa utilizzare.

Il 3 giugno, con una mossa a sorpresa, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha visitato Ankara per partecipare all’insediamento del presidente turco Erdoğan. Il leader armeno è il primo a visitare la Turchia dall’ottobre 2009, quando l’allora presidente armeno Serzh Sargsyan visitò Bursa in veste ufficiale. Pashinyan, tuttavia, è il primo leader a partecipare ad un evento di così alto profilo da decenni.

Al ricevimento dopo la cerimonia, le fotografie di Aliyev e Pashinyan che parlavano amichevolmente e in modo informale hanno riempito i social media. Erdoğan ha anche posato per fotografie con Pashinyan e alti rappresentanti della comunità etnica armena in Turchia. Aliyev si è anche mostrato mentre parlava e rideva con il patriarca armeno di Istanbul Sahak Mashalyan.

Nel frattempo, dopo i colloqui dell’1-4 maggio ad Arlington, in Virginia, i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaijan si incontreranno di nuovo a Washington D.C., secondo le previsioni il 12 giugno.

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AVIGLIANA, DEGUSTAZIONE VINI E CUCINA ARMENA AL CONAD (Valsusaoggi 06.06.23)

AVIGLIANA – Una serata dai sapori lontani. Venerdì 9 giugno dalle ore 19.30 ci sarà una degustazione dei vini e dei piatti della cucina armena con la collaborazione del ristorante di Torino “Casa Armenia”. Insieme alla sommelier Francesca Steffenino si avrà la possibilità di assaggiare due tipologie di vino bianco, una di vino rosso e, dulcis in fundo, il vino di melograno (succo di melograno e mosto d’uva fermentati, ideale da accompagnare con dolci o formaggi). La serata sarà allietata da musica dal vivo. Prenota subito e contatta il numero telefonico 011-9637224 (interno 6). Il menù prevederà:

Tabuleh armeno (grano duro germogliato (bulgur) con pomodori, prezzemolo fresco, cipolle, spezie) e insalata di barbabietole .
Tolma classico (involtini di foglie di vite ripieni di carne di manzo, riso e spezie).
Tolma di carne e verdure (tradizionali involtini di foglie di cavolo ripieni di carne di manzo e maiale).
Gata (tradizionale dolce armeno di pasta sfoglia).

 

CONAD SUPERSTORE
Via Falcone, 103 – Avigliana
Tel. 011-9637224
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Starlink raggiunge l’Armenia: trasformazione dell’accesso a Internet nel Paese (Ultimometro 05.06.23)

Starlink raggiunge l’Armenia: trasformazione dell’accesso a Internet nel Paese

L’Armenia ha raggiunto un importante traguardo nella sua trasformazione digitale con l’arrivo di Starlink, il servizio di Internet satellitare di SpaceX. Questo evento segna un importante passo avanti per il Paese, che ha lottato per anni con la connettività a Internet lenta e costosa.

Starlink è stato lanciato nel 2015 da SpaceX, l’azienda di Elon Musk, con l’obiettivo di fornire un accesso a Internet veloce e affidabile a livello globale. Il servizio utilizza una rete di satelliti in orbita bassa per fornire connessioni Internet ad alta velocità a luoghi che altrimenti sarebbero difficili da raggiungere con i tradizionali servizi di connettività.

L’Armenia è uno dei primi Paesi a beneficiare di questo servizio, che ha già dimostrato di avere un impatto significativo sulla vita quotidiana dei cittadini. Prima dell’arrivo di Starlink, l’accesso a Internet in Armenia era lento e costoso, con molte aree rurali che non avevano accesso a Internet ad alta velocità.

Con Starlink, gli armeni possono finalmente godere di una connessione Internet veloce e affidabile, che apre nuove opportunità per l’istruzione, il lavoro e il commercio. Inoltre, il servizio è anche più economico rispetto alle alternative disponibili in precedenza, il che lo rende accessibile a un pubblico più ampio.

L’arrivo di Starlink in Armenia è stato accolto con entusiasmo da parte dei cittadini e delle autorità locali, che vedono questo servizio come un’opportunità per accelerare la trasformazione digitale del Paese. Il governo armeno ha già annunciato piani per utilizzare Starlink per migliorare l’accesso a Internet nelle aree rurali e per sviluppare nuove opportunità di lavoro e di business.

Tuttavia, ci sono anche alcune preoccupazioni riguardo all’impatto ambientale del servizio. Starlink utilizza una flotta di satelliti in orbita bassa, che possono avere un impatto sulla vista del cielo notturno e sulla ricerca astronomica. Inoltre, c’è anche il rischio di collisioni tra i satelliti e i detriti spaziali, che potrebbero causare danni a lungo termine all’ambiente spaziale.

Nonostante queste preoccupazioni, l’arrivo di Starlink in Armenia rappresenta un importante passo avanti per il Paese nella sua trasformazione digitale. Con una connessione Internet veloce e affidabile, gli armeni possono finalmente accedere a una vasta gamma di servizi online, che possono migliorare la loro vita quotidiana e aprire nuove opportunità di lavoro e di business.

Inoltre, l’arrivo di Starlink potrebbe anche avere un impatto positivo sulla competitività economica dell’Armenia, rendendolo un luogo più attraente per le imprese che cercano di investire nella regione. Con una connessione Internet veloce e affidabile, le imprese possono accedere a una vasta gamma di servizi online, che possono migliorare la loro efficienza e la loro capacità di competere a livello globale.

In sintesi, l’arrivo di Starlink in Armenia rappresenta un importante passo avanti per il Paese nella sua trasformazione digitale. Con una connessione Internet veloce e affidabile, gli armeni possono finalmente accedere a una vasta gamma di servizi online, che possono migliorare la loro vita quotidiana e aprire nuove opportunità di lavoro e di business. Tuttavia, è importante considerare anche gli impatti ambientali del servizio e lavorare per mitigare questi rischi a lungo termine.

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Armenia, dove vino e guerra non hanno tempo (Domani 05.06.23)

  • Secondo la Bibbia, la storia del vino inizia con la fine del diluvio universale, quando Noè raggiunse la cima del monte Ararat, introducendone la coltivazione come simbolo di una ritrovata armonia tra Dio e l’umanità.
  • Con altitudini elevate, un clima dinamico e terreni vulcanici, i vitigni autoctoni dell’Armenia sono stati utilizzati per la vinificazione nel corso dei millenni e solo ora vengono riscoperti grazie alla diaspora armena, forti delle loro nuove esperienze, risorse e contaminazioni.
  • Quello che oggi è conosciuto come il rinascimento del vino armeno è dovuto ai primi grandi progetti vitivinicoli iniziati con il rientro della diaspora armena, desiderosa di contribuire allo sviluppo di una giovane nazione in pieno fermento.

«Da qui ai prossimi dieci anni i vini armeni cambieranno moltissimo». A sostenerlo è la fondatrice di Zulal Wines, una giovane cantina armena che coniuga tradizione e modernità in un paese schiacciato tra il desiderio di divenire una democrazia moderna e la perenne minaccia di una guerra con l’Azerbaijan.

Zulal è la creazione dell’armena Aimee Keushguerian che, ad appena 23 anni decide di fondare la sua azienda vitivinicola. “Puro” in armeno, Zulal è stata fondata per esprimere le caratteristiche più pure dei vitigni autoctoni dell’Armenia.

Secondo la Bibbia, la storia del vino inizia con la fine del diluvio universale, quando Noè raggiunse la cima del monte Ararat, introducendone la coltivazione come simbolo di una ritrovata armonia tra Dio e l’umanità. Il mito trova poi conferma nei racconti di Erodoto, Senofonte e Strabone, i quali ne attribuiscono la scoperta al popolo armeno. Tuttavia, solo quando l’archeologo Boris Gasparyan scopre le tracce della più antica vinificazione preistorica ad oggi conosciuta, in una caverna a pochi metri del fiume Arpa, in Armenia, risulta chiaro a tutti che il mito era divenuto storia. È il 20011 e il complesso, noto come Areni-1, diviene ufficialmente la più antica cantina al mondo.

Con altitudini elevate, un clima dinamico e terreni vulcanici, i vitigni autoctoni dell’Armenia sono stati utilizzati per la vinificazione nel corso dei millenni e solo ora vengono riscoperti grazie alla diaspora armena, forti delle loro nuove esperienze, risorse e contaminazioni.

UNA STORIA ANTICA 

La Vitis vinifera nasce tra il microclima ideale delle montagne del Caucaso a più di 1000 metri sul livello del mare. Un suolo ricco di minerali e il sole presente 300 giorni l’anno, hanno permesso alla vite comune di crescere naturalmente ben prima che gli uomini imparassero a coltivarla.

«Se coltivi l’uva, vuoi che le sue radici vadano a cercare l’acqua più in profondità possibile perché più le tue uve lottano, più acquistano carattere e complessità», ci spiega Aimee.

Nella Valle dell’Arpa, dove ha sede il vigneto di Zulal, si possono trovare diverse specie di viti autoctone. Durante il Neolitico, gli uomini delle caverne le raccoglievano, le pestavano e fermentavano naturalmente.

«Quando lo bevevano, si inebriavano e pensavano che fosse una bevanda divina. Era qualcosa più grande di loro e pertanto la usavano per scopi cerimoniali».

Ed è solo a causa dell’ingerenza delle politiche agricole dell’èra sovietica nella società caucasica che l’industria del vino nazionale non si è ancora sviluppata. La scommessa per Aimee è «rendere il nostro vino famoso in tutto il mondo entro dieci anni».

WINEWORKS 

Foto Zuilal Wines
Foto Zuilal Wines

Quello che oggi è conosciuto come il rinascimento del vino armeno è dovuto ai primi grandi progetti vitivinicoli iniziati con il rientro della diaspora armena, desiderosa di contribuire allo sviluppo di una giovane nazione in pieno fermento. Di ritorno dall’estero, gli imprenditori hanno portato con loro un bagaglio di conoscenze acquisite dal contatto con una cultura enologica consolidata, affinata dalla degustazione di vini pregiati. Una volta tornati in patria, hanno dunque investito capitali e competenze con l’obiettivo di portare in auge un settore produttivo quasi dimenticato negli anni sovietici.

È questo il caso della famiglia Keushguerian. Il padre di Aimee, Vahe Keushguerian, era già proprietario di due cantine acclamate a livello internazionale in Toscana e Puglia. Dopo aver fondato Karas Wines che in breve tempo è diventato il più grande progetto vitivinicolo del paese, si è impegnato nella creazione di WineWorks, di cui Aimee fa parte. L’iniziativa nata per sostenere i produttori autoctoni nella creazione del loro marchio, collabora oggi con ONEArmenia nel progetto From Farm to Bottle.

«Ci sono circa 500 uve autoctone e 500 uve da tavola, e poi 500 uve da vino», commenta Keushguerian entusiasta quando la incontriamo per la prima volta presso InVino, il primo wine bar del paese fondato a Yerevan esattamente dieci anni fa.

Il motivo per cui la famiglia di Keushguerian esporta i suoi vini anche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Russia è quindi frutto della lungimiranza di suo padre che ha saputo riconoscere un potenziale nel vino armeno quando non c’erano enoteche nel paese, e la maggior parte dei cittadini beveva principalmente brandy e vodka.

Sempre ispirato dal business come un modo per portare cambiamenti sociali, Vahe è stato anche recentemente nominato consulente del Presidente per i programmi di sviluppo nella contesa regione dell’Artsakh, nota anche come Nagorno-Karabakh. Desiderosa, dunque, di fare la sua parte nell’annoso conflitto, Aimee, cresciuta tra l’Italia e gli Stati Uniti, voleva fondare una cantina che «preservasse la terra armena per gli armeni».

UN VIGNETO DI CONFINE

Nel viaggio che ci porta dalla capitale Yerevan ad Areni, sede di Zulal, Keushguerian ci racconta la storia di uomini e vigneti che vivono tra il salto nel mondo moderno e il rischio di essere annientati in un ennesimo conflitto con l’Azerbaijan, storico rivale dell’Armenia. Questa nuova e fiorente cantina ne è un chiaro esempio: a causa della presenza di un avamposto militare azero costruito a soli 500 metri dal vigneto tutti noi siamo tecnicamente nel raggio dei cecchini, e la vigna, oltre a dare linfa al territorio, serve anche da confine militare con l’Azerbaigian.

Lungo la strada, superiamo il villaggio militare di Yeraskh, a meno di 70 chilometri dalla capitale. Guardando in alto, si possono facilmente vedere le colline tappezzate di bunker e bandiere azere. Per motivi di sicurezza, decidiamo di fermarci a rifornire l’auto velocemente.

Da queste postazioni, nel 2020, l’Azerbaigian ha lanciato i droni verso Yerevan, fortunatamente abbattuti dai militari armeni prima di raggiungere la capitale.

Quando ripartiamo, notiamo una base militare russa fuori dalla finestra della nostra auto. Dopo l’ultimo scontro aperto, la Russia ha inviato qui una “forza di pace” di 2000 uomini. Lungo la strada, mentre ammiriamo paesaggi mozzafiato, aspre montagne, chiese, piccole città e centri comunitari, Keushguerian indica le varie postazioni militari azere.

Arrivati al vigneto quello che colpisce di più sono le tinte color verde, rosso e giallo delle viti. Da millenni in questa valle si producono rossi vini rossi dal corpo robusto e il sapore intenso, anche se Keushguerian è fiduciosa che nel prossimo futuro, «vini bianchi e spumanti diverranno più conosciuti».

Anche Jason Wise, filmmaker e produttore di vini ne è rimasto affascinato: «Ha girato in tutto il mondo e ha detto che ha visto tanti vigneti ma che questo è uno dei più interessanti in cui sia mai stato», ci rivela Keushguerian.

Zulal è un esempio di come la viticoltura armena stia diventando sempre più importante nel mondo. Da quando InVino ha aperto nella capitale, la società civile armena ha iniziato ad apprezzarne nuovamente il consumo tanto che il governo oggi finanzia una scuola di enologia nella capitale al fine di creare nuovi professionisti del vino in grado di lavorare in un settore considerato strategico per l’economia del paese.

UN’AZIENDA PIONIERISTICA

Per quanto concerne la coltivazione dei vigneti, molti agricoltori in Armenia ancora oggi prediligono la quantità alla qualità. Far fronte alla mentalità sovietica è una delle principali sfide per coloro che desiderino introdurre le moderne tecniche vitivinicole in Armenia. Per quanti si sentono discendenti di un popolo le cui tradizioni rischiano di scomparire tra la violenza di un nemico che ne vuole distruggere l’identità culturale e il sopraggiungere di una modernità sconosciuta ai loro genitori, il ritorno di facoltosi imprenditori dall’estero non sempre è visto di buon occhio.

Memore degli insegnamenti del padre, la cantina Zulal è passata in soli cinque anni da 10mila a 60mila bottiglie di produzione. Il segreto per Keushguerian sta nel lavorare con e per i contadini.

«Possiamo dire loro che acquisteremo la stessa quantità di uva, pagheremo lo stesso importo, ma vogliamo che si concentrino sui sapori, anche a costo di una minore produzione. Quando hai volumi troppo grandi, il rischio è che diventino tutte un po’ acquosi». Inoltre, a coloro che lo desiderino, Zulal fornisce corsi di potatura ed enologia specializzata.

Ciò che rende i vini Zulal un caso emblematico nell’universo della viticoltura armena è dunque la capacità di Aimee Keushguerian di coniugare sinergia e impegno per lo sviluppo della comunità senza venir meno alle necessità del mercato internazionale.

Tutti i nuovi vigneti che vengono piantati entrano in produzione con l’irrigazione a goccia, e l’agricoltura ad alta densità. «In questo momento, abbiamo più domanda che offerta. Così, ora, tutti stanno piantando nuovi vigneti per aumentare la qualità delle loro uve».

Le principali varietà, Areni e Voskehat, provengono da circa 40 produttori situati nei vicini villaggi di Aghavnadzor e Rind. Tutti i partner di Keushguerian sono residenti nella valle di Arpa. Pochissimi tra loro hanno mai lasciato la loro regione natia.

«Quando si pianta un nuovo vigneto, ci vogliono cinque anni per produrre dell’uva. In passato, si privilegiavano vigneti antichi dal fogliame intricato», spiega Keushguerian mentre passeggiamo tra le vigne a pochi metri dal confine azero. «Ora quello che facciamo con molti giovani vigneti è micro-vinificare l’uvaggio per poter sperimentare e capire quello che abbiamo in termini di diversità. È un’innovazione importante che ci permette di valorizzare sempre più le nostre varietà autoctone».

Per mettere le cose in prospettiva, quando si guarda al mondo del vino ci sono due grandi categorie a cui fare riferimento. Si può infatti parlare di due mondi: uno “vecchio” e uno “nuovo”. Il vino del vecchio mondo proviene dai paesi europei le cui uve sono storicamente autoctone anche se più giovani di quelle coltivate nel Caucaso.

Nel nuovo mondo, invece, le viti sono state importate dall’Europa. Si tratta di quei grandi produttori come Stati Uniti, Argentina e Australia che inizialmente non conoscevano la vite e che solo dopo l’arrivo degli europei hanno cominciato a produrne su larga scala.

«Quello che sta accadendo ora», commenta Keushguerian, «è la fioritura di un terzo mondo che racchiude i paesi dell’ex Unione Sovietica e del Medio Oriente. A causa della guerra e della geopolitica le tradizioni vitivinicole di Iran, Turchia, Libano, Palestina, Egitto, ma anche Armenia e Georgia non hanno potuto ancora prendere pienamente parte all’industria vinicola internazionale».

Quello che oggi si chiama rinascimento del vino è dunque frutto della «capacità di coniugare mondi antichi con i moderni standard internazionali. Questi paesi stanno evolvendo le loro industrie e i loro vini stanno iniziando ad essere esportati e apprezzati».

LA GUERRA

Coniugare tradizione e modernità non è però l’unica sfida a cui la giovane erede deve far fronte. Gli armeni che lavorano nei vigneti vivono una quotidianità nella perpetua paura di incursioni militari azere. Sebbene esistano trattati internazionali che riconoscano la piena sovranità territoriale armena sui territori di confine, dispute e sortite militari sembrano non conoscere tregua, come testimoniano le numerose violazioni recentemente avvenute.

Per i lavoratori di Zulal, durante la guerra tra l’Armenia e l’Azerbaigian del 2020, la raccolta ha richiesto circa due settimane e mezzo. Di norma una vendemmia non richiede più di una settimana. Ancora oggi, questa guerra ormai decennale ha portato a scontri di varia intensità.

Secondo gli osservatori internazionali, l’ennesimo conflitto aperto per il controllo dell’Artsakh è ormai imminente. Tra le perdite dell’ultimo conflitto, anche la famiglia Keushguerian ha dovuto abbandonare un vigneto. Anche per questo Aimee crede fortemente nel valore della terra, anche al rischio di perderla. Per gli armeni la presenza sul territorio a qualunque costo è un valore fondamentale.

Forse, ad oggi, il suo più grande successo è aver dato una speranza ai molti agricoltori che un tempo avevano abbandonato la loro terra e che oggi «tornano per rivitalizzare le vigne armene».

Questa società fortemente patriarcale, costretta a imporre la coscrizione militare ai suoi uomini, anche a causa delle alte perdite in combattimento, sta evolvendo. C’è un nuovo ruolo da protagoniste riservato alle donne. Sono infatti le giovani imprenditrici armene come Keushguerian a dover stimolare o introdurre il cambiamento necessario a far passare l’Armenia da uno stato post-sovietico a una modera democrazia da proteggere e salvaguardare. Ne sono coscienti anche le organizzazioni internazionali come l’Onu, che gestisce regolarmente progetti per donne imprenditrici.

Sebbene oggi la maggior parte dei turisti visitino il paese per ammirarne i vecchi monasteri e le montagne, Keushguerian pensa che alla fine, il turismo del vino riuscirà a ottenere la fetta di mercato che gli spetta. «La nostra qualità continua a migliorare ogni anno. Se si cercano uve sopravvissute per migliaia di anni e mai provate prima d’ora è il momento giusto per venire in Armenia. A breve tutto sarà diverso».

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Genocidio armeno: la Dante presenta a Roma il libro “Hayrig” di Sergio Zerunian (Aise 05.06.23)

ROMA\ aise\ – Si terrà giovedì prossimo, 8 giugno, alle ore 17.00, a Palazzo Firenze (Piazza Firenze 27, Roma), la presentazione del libro di Sergio Zerunian “Hayrig” (LuoghInteriori Editore) a cura della Società Dante Alighieri.
Con l’autore intervengono il Segretario generale della Società Dante Alighieri, Alessandro Masi, l’Ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia, Tsovinar Hambardzumyan, la Presidente dell’Unione Talenti Armeni d’Italia, Valentina Karakhaniani, e Antonio Vella, Direttore editoriale di Luoghinteriori.

Sono previste anche letture a cura di Titti De Ruosi.
La storia di Hayrig è quella di un padre: non ci dice come dovremmo vivere, ma vive e indica al lettore la strada con l’esempio. È un racconto deputato a dare valore alle relazioni familiari, progettare la società, difendere la storia del proprio popolo e le sue stesse radici. È, ancora di più, una vera e propria dedica al rapporto tra un papà e suo figlio. La forza di un legame senza confini, che travalica la dimensione terrena, continua infatti a ispirare il cammino del protagonista Sergio, alle prese con il ricordo e la denuncia di un drammatico passato. Perché il Metz Yeghérn, il Grande Male che tra il 1894 e il 1924 ha provocato circa un milione e mezzo di vittime, chiede ancora giustizia. Anche attraverso le voci dei martiri del genocidio, tra passaggi onirici e visionari, Hayrig saprà toccarci il cuore, proponendo una piccola Antologia di Spoon River, tutta contenuta tra le pagine di una storia crudele, difficile da accettare ma che è doveroso ricordare.
Al tema del genocidio degli Armeni il Presidente della Dante Andrea Riccardi ha dedicato uno dei suoi libri, La strage dei cristiani. Mardin, gli armeni e la fine di un mondo, edito da Laterza nel 2015.
Sergio Zerunian, biologo, è stato ufficiale del Corpo Forestale dello Stato prestando servizio nel territorio del Parco Nazionale del Circeo. Attualmente è docente a contratto di Ecologia presso la sede di Latina dell’Università Sapienza di Roma. È autore di articoli e saggi di zoologia ed ecologia animale, di tre racconti per ragazzi incentrati sulla natura e sull’importanza della sua conservazione, dell’autobiografia scientifica Il Triotto e la Civetta. La mia Zoologia (Edizioni Belvedere, 2015). Hayrig è il suo terzo romanzo. (aise) 

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Museo Pontificio Santa Casa_ Dal 3 giugno al 10 settembre MOSTRA FOTOGRAFICA “LUCE MISTICA D’ARMENIA” (Radioerre 03.06.23)

La Delegazione Pontificia è lieta di annunciare che da sabato 3 giugno fino a domenica 10 settembre sarà esposta al Museo Pontificio Santa Casa una mostra fotografica dal titolo “Luce mistica d’Armenia”.

La mostra consta di venti foto in bianco e nero scattate da Andrea Ulivi in Armenia tra il 2009 e il 2014.

Il popolo armeno e la sua identità vengono proposti attraverso volti gioiosi e tristi, gravi e carichi di un senso che nei millenni li ha resi saldi di fronte alle traversie, alla povertà e alle persecuzioni. Volti di bambini, donne, uomini e anziani fieri e consapevoli del loro essere armeni, volti che neanche il “Grande Male”, il genocidio del 1915, è riuscito a estinguere. Molti hanno abbandonato la loro terra dando vita a una delle più importanti diaspore che la storia del mondo abbia conosciuto, molti sono rimasti e altri sono tornati nell’attuale Paese, finalmente libero e indipendente. I luoghi sacri sono i segni dell’identità viva del popolo armeno, ne testimoniano una spiritualità che affonda le proprie radici nel 301, quando il re dell’allora Grande Armenia, Tiridate III, convertito da san Gregorio l’Illuminatore, dichiarò il cristianesimo religione di Stato. Nell’altopiano armeno fioriscono isolati edifici di culto e monasteri, che, come pietre preziose, si ergono dall’aridità del suolo, duro, difficile, assolato, inondato da una luce abbagliante che questi monasteri e piccole chiese, spesso di pietra chiara, rilucono e conservano nell’oscurità del loro ventre, intatta, per poi restituirla come luce mistica.

 

Così l’autore Andrea Ulivi racconta la sua passione per la fotografia e per l’Armenia:

«La fotografia per me è una domanda. Una domanda che genera uno stupore e uno stupore che continuamente genera una domanda. […] L’Armenia mi ha stupito, l’ho vista con fascinazione, me ne sono innamorato: è un rapporto amoroso, assolutamente amoroso. Io amo l’Armenia e fare fotografie a questa terra è un gesto d’amore totale. Non potrei fotografare qualsiasi cosa, non mi riuscirebbe: se non entro in un rapporto reale con l’oggetto. Le cose che fotografo mi pongono domande: nasce così un dialogo. Fondamentali per il mio lavoro le parole che Wim Wenders usa all’interno del testo “In defense of places”, quando spiega il suo essere fotografo di luoghi: “I guess that’s why I take pictures of places:/ I don’t want to take them for granted. / I want to urge them/ not to forget us”. Fotografare i luoghi affinché questi stessi luoghi non ci dimentichino. Non fotografo i luoghi per ricordarli, ma per essere, perché questi luoghi non ci dimentichino, là dove lasciamo le nostre tracce come in un deserto. Soffia il vento. Le dune di sabbia vengono spazzate via. Ma nel profondo le tracce rimangono.»

La mostra sarà aperta e visitabile al pubblico seguendo gli orari di apertura del Museo Pontificio aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00.

Maggiori informazioni presso il Museo Pontificio Santa Casa al n. 071-9747198 o museopontificio@delegazioneloreto.it

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Le tenebre del genocidio sull’Armenia di oggi (Mosaico-cem 04.06.23)

Armeni e ebrei, un destino storico parallelo. Ancora adesso, nel Caucaso, gli armeni patiscono i soprusi e le angherie dell’Azerbaigian filo-russo. A più di un secolo dalla barbarie del Metz Yeghern, il massacro degli armeni, intervista alla scrittrice de La Masseria delle Allodole, Antonia Arslan.

“Le scriviamo perché lei è la donna più potente del mondo, ma anche perché è una madre che ama i suoi sette figli e ha a cuore la sua preziosa famiglia. Dal profondo del nostro cuore, le chiediamo di stare dalla parte delle donne e dei bambini che vivono in Nagorno-Karabakh e la imploriamo a fare tutto ciò che è in suo potere per far cessare all’Azerbaigian il suo crudele blocco”. Così scrivevano, nel gennaio di quest’anno, alcune donne armene che vivono nell’enclave del Nagorno-Karabakh alla presidente dell’Unione Europea Ursula von der Leyen: un appello accorato a considerare le tragiche condizioni in cui stanno attualmente vivendo 120.000 armeni, dopo la chiusura da parte dell’Azerbaigian del corridoio di Lachin, che collega la regione all’Armenia, mettendo a rischio la vita delle persone per l’impossibilità di reperire beni essenziali, medicinali e cure mediche fondamentali per i malati cronici.

«La situazione è davvero disperata, la gente è sempre più impoverita e debole, ma sembra che tutto ciò non interessi all’Europa e al mondo. Purtroppo ciò dimostra che la storia non è “magistra vitae”…». Parola di Antonia Arslan, la scrittrice italo-armena che, dagli anni Duemila ha fatto conoscere al pubblico italiano con i suoi bellissimi libri (il primo, La masseria delle allodole, è del 2004), la barbarie del Metz-Yeghern (il “grande male”), il genocidio armeno perpetrato dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1919, che causò circa 1,5 milioni di morti. Una pagina tragica della storia del Novecento, purtroppo non abbastanza affrontata e approfondita, ricordata solo nel giorno della memoria a lei dedicata, il 24 aprile.

Quest’anno si è celebrato il 108° anniversario del Metz Yeghern. Ritiene che oggi questa memoria sia ormai accettata in Italia?
Credo che in Italia ormai ci sia una buona consapevolezza della realtà di questo genocidio, tenendo conto che la comunità armena nel nostro Paese è estremamente esigua, al massimo 5.000 persone. Nonostante ciò, trovo che da noi la conoscenza dell’argomento sia più approfondita rispetto ad altri Paesi in cui gli armeni sono molti di più, come in Francia o negli Stati Uniti. Mi hanno detto che il mio primo libro, La Masseria delle allodole e il film che ne hanno tratto i fratelli Taviani – nonostante i mille ostacoli frapposti dalla censura turca alla sua realizzazione – abbiano contribuito alla conoscenza di questa pagina della storia contemporanea, e devo ammettere, sentendomi lusingata, che probabilmente è stato così. Il libro è stato adottato in molte scuole, ha subito molte riedizioni (tra cui la collana dedicata agli armeni di Guerini editore, ndr), e ha avuto il merito di dare il via alla pubblicazione di altri testi sul tema, che hanno anche approfondito altre questioni, compresa la relazione fra il Metz Yeghern e la Shoah ebraica. Non si deve dimenticare che colui che coniò nel 1944 il termine genocidio applicato alla Shoah, il giurista ebreo-polacco Raphael Lemkin, considerava quello armeno il primo episodio in cui uno Stato ha pianificato ed eseguito sistematicamente lo sterminio di un popolo. In Italia il genocidio armeno è stato riconosciuto dal Parlamento nel 2001 e nel 2019, e da allora in molte città ogni anno si tengono cerimonie per la giornata del 24 aprile. Esiste tuttavia una forte forma di negazionismo di matrice turca, che condiziona anche il riconoscimento da parte di alcuni Paesi, fra cui Israele, che con mio grande dispiacere non ha ancora fatto questo passo per motivi geopolitici.

Oggi però gli armeni sono ancora oggetto di violenza e soprusi, questa volta da parte dell’Azerbaigian, nella zona del Nagorno-Karabakh. E anche di questo si parla pochissimo…
Purtroppo in questi cent’anni il popolo ha sofferto e tutt’oggi soffre ancora molto. Questo perché, quando ancora faceva parte dell’Unione Sovietica, erano state concesse all’area azera due zone a maggioranza armena, il Nakhichevan (oggi al confine con Armenia, Turchia e Iran) e la regione autonoma del Nagorno-Karabakh, in cui ha sempre vissuto una popolazione armena autoctona. Dopo la fine dell’Urss e la nascita dello Stato indipendente di Armenia, l’Azerbaigian ha rivendicato il proprio dominio su queste terre: in Nakhichevan è stata attuata una vera e propria de-armenizzazione del territorio, costringendo gli armeni a lasciare la zona e distruggendo tutte le vestigia antiche della cultura armena (persino le fondamenta delle chiese!).
Il Nagorno-Karabakh, che era divenuto indipendente nel 1994, con un suo governo, dopo la guerra del 1992-94 vinta dagli armeni, è stato però in parte occupato nel 2020 dalle truppe azere. L’intermediazione della Russia ha portato a una tregua, ma di fatto l’enclave armena di 120.000 persone è ancora in pericolo. La situazione è ulteriormente peggiorata dal 12 dicembre 2022, quando l’Azerbaigian ha reso inaccessibile al traffico civile e commerciale il corridoio di Lachin, che collega la regione del Nagorno-Karabakh all’Armenia, mettendo a rischio la vita delle persone per l’impossibilità di reperire beni essenziali, medicinali e cure mediche fondamentali per i malati cronici. La situazione, mi creda, è davvero disperata.

Quanto è importante oggi tramandare la memoria dei genocidi armeno ed ebraico?
È fondamentale, per ridare dignità a chi è stato sterminato, e soprattutto per fare luce sui lati oscuri di quei fatti che non sono mai davvero emersi. Nel caso del Metz-Yeghern, la ricerca storica sta scoprendo ancora molti documenti sparsi nel mondo, che i turchi non sono riusciti a distruggere: pensi che in una biblioteca del quartiere armeno di Gerusalemme sono state ritrovate tutte le Gazzette Ufficiali dell’Impero ottomano relative ai processi svolti fra il 1919 e il 1921 agli autori di “disposizioni e massacri”, cioè alcuni dei colpevoli del genocidio: una specie di Norimberga armena. Lo storico turco Taner Agçam, poi, ha di recente dimostrato l’autenticità – fino a oggi confutata dalle autorità turche – dei telegrammi di Mehmed Talat Pascià, Ministro degli Interni dell’Impero, in cui si parlava chiaramente di deportare gli armeni “nel nulla”. Inoltre, dagli anni ’90 in poi sono stati tradotti anche in italiano alcuni testi importanti, come i diari dell’ambasciatore americano a Istanbul Henry Morgenthau, scritti fra il 1913 e il 1916 (Diario. 1913-1916. Le memorie dell’ambasciatore americano a Costantinopoli negli anni dello sterminio degli Armeni, edito da Guerini e Associati). E poi ci sono le terze generazioni (di cui fa parte anche Arslan, ndr) in giro per il mondo che riscoprono le proprie radici e raccontano quello che è stato loro tramandato. Io stessa di recente ho scoperto la storia di una sorellina di mio nonno, Aghavnì, di cui non sapevo l’esistenza, e a lei ho dedicato il mio ultimo libro (Il destino di Aghavnì, edito da Ares, ndr). Era scomparsa con la sua famiglia quindici giorni prima dell’inizio del massacro, probabilmente rapita come tante altre donne armene dai turchi. Di queste donne si è occupata anche l’associazione fondata dal già citato Henry Morgenthau, ‘Near East Relief’, che raccolse, negli anni successivi al genocidio, decine di milioni di dollari per i sopravvissuti armeni che vagavano nel deserto siriano. Alcune di queste donne furono ritrovate e riscattate dall’organizzazione dopo la fine della guerra, ma molte altre ormai avevano nuove famiglie turche, e rimasero in cattività.

Che fare in futuro per riuscire a mantenere viva la memoria, tenendo conto che la Storia non è “magistra vitae”?
Si deve conoscere la Storia e le tante storie che la compongono. Purtroppo oggi c’è nella scuola italiana un problema nell’insegnamento della Storia. Per questo è importante leggere le testimonianze di chi visse quei fatti o dei nipoti che hanno trovato i diari dei nonni di quel periodo – come Anny Romand, autrice di Mia nonna d’Armenia, edito da La Lepre edizioni – o che hanno scoperto in età avanzata la loro vera identità, come racconta Fethiye Çetin in Heranush mia nonna (Alet Edizioni). E soprattutto non essere indifferenti alla sofferenza di altri essere umani.

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