I “libri preziosi” di Arslan e Nash-Marshall (Il Resto del Carlino 04.06.23)

Esistono amicizie e sodalizi intellettuali tali da avvincere le singole esistenze e rinfrancarle per intensi tratti di cammino. Così avviene per Antonia Arslan, scrittrice italo-armena di fama internazionale, e Siobhan Nash-Marshall, pensatrice cattolica statunitense costantemente a cavallo tra vita accademica e impegno civile e umanitario a favore dei cristiani di Oriente, in particolare armeni.

Di questa amicizia e di questa sinergia sarà testimone a Ferrara l’Auditorium Luigi Negri il prossimo martedì 6 giugno (h. 19.00, piazzetta G. da Tossignano, 2) in occasione di una doppia, e congiunta, presentazione di libri, entrambi editi dalle Edizioni Ares ed entrambi opere di narrativa: Il destino di Aghavnì di Arslan e George di Nash-Marshall.

Per Arslan, autrice di un imprescindibile ‘classico’ sia della letteratura italiana del secondo millennio sia della letteratura ‘genocidaria’- ovvero La masseria delle allodole -, si tratta di nuove e vivide pagine, ininterrotta espressione di un pluridecennale impegno, intimo e pubblico al contempo, di ricostruzione tanto del “frammento” che del vasto “arazzo”. Il frammento è il destino tragico, concreto e specifico, di una famiglia travolta dall’odio e dall’orrore genocidario: è la storia della singola vittima, di un universo, unico e personale, come tale irripetibile, divelto, cancellato e affidato dai carnefici impuniti all’oblio e alla sua tacita complicità. L’arazzo, a tinte cruente e fosche, è quello incandescente e immane del genocidio armeno, tutt’oggi ossessivamente negato dalla Repubblica di Turchia (che proprio ora compie i cento anni durante il riconfermato ‘sultanato’ di Erdogan, vicinissimo ai Fratelli Musulmani), da alcuni denominato anche “genocidio infinito”, con le continue violenze ancora oggi perpetrate contro gli armeni dagli azeri (d’intesa con i turchi) nel silenzio ignavo, complice e calcolante di tutto il mondo occidentale. Per Nash-Marshall, invece, si tratta di un’opera prima, apparsa quasi contemporaneamente in italiano e in inglese (ed. Crossroad).

La filosofa d’oltreoceano, con il suo George, abbandona la saggistica per cimentarsi con la narrativa, mettendo in scena una contemporanea lotta tra Giorgio e il Drago – che ci auguriamo ipse venena bibas, ossia che quest’ultimo abbia a bere i suoi veleni –. La vicenda ardimentosa di Giorgio, cara ai ferraresi essendo l’antico soldato il patrono della città estense, per secoli ha potentemente ispirato l’immaginario, basti soltanto pensare, limitandoci alla pittura, a Paolo Uccello e a Kandinskij. Ed essa ancora ispira, come attestano le pagine di Nash-Marshall, autrice alcuni anni or sono anche di una biografia spirituale di Giovanna d’Arco, un’altra personalità indomita e pugnace. Il nostro George stavolta è catapultato nell’immediato, recentissimo, passato: quello dell’umanità del COVID, tra pandemia, reclusioni, paure, crisi sistemica. Riuscirà il lume della ragione a fugare abbagli e tenebre? E la fede avrà la sua vittoria sul male?

L’incontro di martedì è organizzato dalla Fondazione Enrico Zanotti e dal Centro culturale L’umana avventura.

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175° giorno del #ArtsakhBlockade. Cara Giorgia Meloni, anche per gli Armeni valgono i “valori da cui dipendono idee come solidarietà, sussidiarietà, stato di diritto”? (Korazym 04.06.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 04.06.2023 – Vik van Brantegem] – «L’errore è credere che Aliyev si fermerà qui. Non ha rispettato la dichiarazione tripartita del 9 novembre 2020, non ha rispettato gli ordini della Corte Internazionale di Giustizia che richiedevano la riapertura del Corridoio di Lachin» (Le Figaro). «Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici» (Martin Luther King Jr).

Non rimanete in silenzio, parlate per il popolo armeno dell’Artsakh, che vincolato dalla democrazia, dalla libertà e dalla resilienza, ha resistito e continuerà a resistere alla presa dell’autocrate dell’Azerbajgian. L’Artsakh democratico non può mai essere parte dell’autocratico Azerbajgian.

«I residenti di etnia armena della regione del Karabakh dell’Azerbajgian continuano a utilizzare il valico di frontiera azero a Lachin per viaggiare da e verso l’Armenia. Liberamente e in sicurezza. Non appena il regime armeno illegale di Khankendi revocherà il divieto di viaggio, più Armeni lo useranno quotidianamente» (Nasimi Aghaev, Ambasciatore dell’Azerbajgian in Germania). La rozza e falsa propaganda dell’autocrazia di Aliyev inganna solo chi accetta di essere ingannato. La realtà è che il blocco dell’Artsakh va avanti da quasi 6 mesi e il suo obiettivo è chiaro: la pulizia etnica degli Armeni.

Il Ministero della Difesa dell’Azerbajgian continua a diffondere disinformazione. La dichiarazione secondo cui il 2-3 giugno 2023 le forze di difesa dell’Artsakh avrebbero aperto il fuoco in direzione delle postazioni azere situate nei territori occupati delle regioni di Askeran, Shushi, Martuni e Karvachar dell’Artsakh non corrisponde alla realtà.

L’Azerbajgian ha ora denunciato per 5 giorni di seguito presunte violazioni del cessate il fuoco e ha preso di mira le forze di difesa della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh che svolgono lavori di ingenieria su posizioni di difesa. Tutti la segnalazioni azere sono state confutate dalle autorità dell’Artsakh. Indipendentemente da ciò, un’altra situazione potrebbe svilupparsi lì. L’Azerbajgian sta preparando il terreno per un’aggressione non provocata contro l’Artsakh/Nagorno-Karabakh, conseguenza dell’impunità di un’autocrate per aver terrorizzato e tenuto in ostaggio 120.000 Armeni per 6 mesi con il #ArtsakhBlockade.

La Giornata internazionale per la protezione dei bambini, non sarebbe stato l’occasione propizia per la comunità italiana a mostrare qualche attenzione per la scuola cristiana Antonia Arslan a Stepanakert, la capitale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh? Questa scuola non merita la tutela internazionale e – visto la sua genesi – di un interesse specifico e fattivo del governo italiano, o no? Ricordiamo che gli Armeni dell’Artsakh hanno aperto la scuola Antonia Arslan per formare i giovani in collaborazione con l’Italia, l’anno scorso, ad un anno dalla guerra dei 44 giorni mossa da Azerbajgian e Turchia, per far ripartire l’Artsakh.

Pare che la risposta sia proprio no, impegnato come sono i ministri di Giorgia Meloni nei rapporti commerciali-militari e attaccato alla canna del gas. L’abbiamo appreso dalla lettura dell’articolo L’Azerbajgian farà felice Leonardo a firma di Chiara Rossi su Startmag del 1° giugno 2023 (che l’ha letto su Il Sole 24 Ore e AresDifesa), che riportiamo di seguito. Lettura consigliato a chi pensava che fosse solo una questione di gas (azero, ma in parte mischiato con quello russo per eludere le sanzioni EU).

Giorgia Meloni, nel suo intervento alla plenaria del summit della Comunità politica europea in Moldova il 1° giungo 2023 ha detto: «Europa non è solo un club, non è solo regole e interessi, ma soprattutto e prima di tutto una civiltà fondata sull’idea che gli uomini siano liberi e uguali, valori da cui dipendono idee come solidarietà, sussidiarietà, stato di diritto».

Dal Presidente del Consiglio dei ministri italiano stiamo aspettando un segno di coerenza a favore degli Armeni dell’Artsakh, che nel concreto, oltre le belle parole sui principi, non sono liberi e non sono uguali in questa “civiltà”, che non è fondata sui valori indicati da Meloni, ma sulle forniture militari e la canna del gas.

Dell’istituto professionale intitolata a Antonia Arslan a Stepanakert, Renato Farina scrisse su Tempi di febbraio 2022: «Eppure esiste una fiamma lucente. Antonia Arslan, grandissima scrittrice armena-italiana, lascia l’indirizzo del Molokano ad una amica americana, Siobhan Nash-Marshal. Essa mi inonda di centinaia di immagini di ragazzi festosi. C’è la guerra, rischiano di perdere tutto, e brilla una luce negli occhi, nei gesti. Fornisco solo due didascalie qui: “Complesso educativo italo-armeno intitolato ad Antonia Arslan a Stepanakert (in Artsakh)”. Artigiani Brianzoli e Veneti lavorano con Armeni dell’Artsakh”. Scrive maiuscolo i nomi dei popoli, all’uso americano. Ma a me pare tutto così maiuscolo, che mi commuove. Non c’è guerra che possa fermare la speranza. E mi suggerisce l’amica Giovanna Villa, 88 anni, che non smette di pregare dal suo letto di inferma: “L’indifferenza è peggio della violenza. Impariamo dal Vangelo, la parabola del Samaritano. Gesù non ha parole dure per chi ha ha rapinato il viandante, ma le ha contro chi aveva altro da fare, pensando ‘Te ghe de rangiass’ (tradotto dal brianzolo: arrangiati tu, che ho altro da fare)”. Lei ha gli stessi occhi di Gesù, come certe vecchie madri armene».

Abbiamo scritto il 20 gennaio 2023 su questo Blog dell’Editore di Antonia Arslan, che da anni sta promuovendo un programma di scambio culturale tra l’Artsakh e l’Italia, insieme alla fondazione Christians In Need Foundation (CINF), e dell’istituto professionale a Stepanakert intitolata a lei [QUI].

Tatev Zakaryan, il Direttore Generale della Fondazione del Complesso Educativo Armeno-Italiano Antonia Arslan, Director della CINF Artsakh e docente presso l’Università statale di Artsakh, ha postato sulla sua pagina Facebook un video, che offriamo alla visione (sopra). Commenta. «Ogni bambino, compresi quelli nati e residenti in Artsakh, ha il diritto inalienabile di vivere in una famiglia forte, in un Paese pacifico e sicuro… Una società che non ha figli lo paga a caro prezzo». Ci auguriamo che il messaggio arrivi al Presidente del Consiglio dei Ministri.

L’Azerbajgian farà felice Leonardo
di Chiara Rossi
Startmag, 1° giugno 2023

Secondo quanto rivela Il Sole 24 Ore, la prossima settimana una delegazione azera è in arrivo a Roma per firmare alcuni accordi, tra cui quello per la fornitura di due velivoli da trasporto militare multiruolo C-27J di Leonardo. “Dovrebbe, infatti, arrivare la settimana prossima in Italia una delegazione da Baku per la firma di alcuni accordi, tra cui, secondo quanto risulta a Il Sole 24 Ore, figurerebbe quello per la fornitura di due C-27J realizzati dal gruppo guidato da Roberto Cingolani” riferisce il quotidiano confindustriale.

I rapporti tra Baku e Roma sembrano più stretti che mai. “La sigla della commessa sarebbe il frutto del lungo ed efficace lavoro del tavolo tecnico tra il Ministero della Difesa italiano e la controparte azera che ha consentito di allargare i rapporti commerciali spostando il baricentro verso l’industria della difesa. Un baricentro che, come noto, è attualmente legato soprattutto all’energia” aggiunge Il Sole 24 Ore.

Senza dimenticare che lo scorso 18 febbraio l’ex ad di Leonardo, Alessandro Profumo, ha incontrato il Presidente della Repubblica di Azerbajgian, Ilham Aliyev, a margine della conferenza sulla Sicurezza di Monaco. In quell’occasione il capo dello Stato azero ha sottolineato che l’Italia è il partner più stretto dell’Azerbajgian nell’Unione Europea, aggiungendo che il suo paese attribuisce un peso particolare alla cooperazione con Leonardo.

Non va dimenticato tuttavia che l’Azerbajgian aveva già espresso interesse per il velivolo M-346 del colosso della difesa e aerospazio italiano (con una lettera d’intenti siglata tra Roma e Baku nel 2020), di cui, per ora, non si è saputo più nulla.

Come ricorda AresDifesa, “La cooperazione tra Baku e Leonardo è iniziata nel 2012 con l’accordo tra AugustaWestland e l’Azerbajgian Airlines per la fornitura di 10 elicotteri”.

Inoltre, nel 2017 Leonardo ha firmato a Baku un’intesa con SOCAR, la società petrolifera dell’Azerbajgian che guida la costruzione del gasdotto Southern Gas Corridor. Obiettivo dell’accordo era incrementare la sicurezza fisica e cyber delle infrastrutture per gli approvvigionamenti energetici e garantire maggiore efficienza alle attività della società azera.

Dopodiché, nel 2020 Roma e Baku hanno firmato la lettera d’intenti che ha aperto alle trattative con Leonardo per l’acquisizione del sistema di addestramento M-346.

L’interesse dell’Azerbajgian per il velivolo italiano risalirebbe al 2017, quando Leonardo mostrò al paese l’M-346 presso una base aerea locale. Già nel 2018 alcune fonti avevano annunciato la firma del contratto tra i due paesi, ma nessuna conferma ufficiale era mai arrivata. Né tantomeno una comunicazione ufficiale dell’acquisizione dei velivoli M-346 dopo la lettera d’intenti siglata ormai tre anni fa.

Nel frattempo, Leonardo ha continuato a ravvivare i rapporti con il Paese. A margine dell’incontro con il Presidente azero lo scorso febbraio, l’ex Ad di Leonardo Profumo aveva dichiarato di essere pronto a dare il suo contributo alla cooperazione Italia-Azerbajgian basata sulla partnership strategica tra i due Paesi. Profumo ha ribadito anche che la cooperazione con l’Azerbajgian è già presente in una varietà di campi e ha espresso interesse ad espandere ulteriormente la cooperazione nell’industria della difesa. Stessa volontà manifestata dal presidente Ilham Aliyev.

E ora, secondo Il Sole 24 Ore, l’Azerbajgian sarebbe interessato a due esemplari del velivolo C-27J Spartan.

Il C-27J è “considerato come la soluzione più efficace di trasporto militare multiruolo nella sua classe dimensionale ed è stato impiegato nei più sfidanti contesti operativi, dalle altitudini delle Ande fino all’Afghanistan” sottolinea Il Sole 24 Ore.

Diversi Paesi hanno ordinato il velivolo di Leonardo per le proprie forze armate tra cui la Slovenia (tramite accordo G2G), la Grecia, la Romania, la Bulgaria e gli Stati Uniti.

Proprio lo scorso marzo Leonardo e la Direzione degli Armamenti Aeronautici e per l’Aeronavigabilità (Armaereo) del Ministero della Difesa hanno firmato un contratto per un importante step di aggiornamento della flotta dei C-27J Spartan in dotazione all’Aeronautica Militare.

Oltre alla nostra AM anche l’Australia, la Romania e gli operatori statunitensi dello Spartan, US SOCOM e US Coast Guard, hanno scelto l’aggiornamento del C-27J.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

174° giorno del #ArtsakhBlockade. Di fronte alle minacce esistenziali che incombono sui bambini dell’Artsakh, la comunità internazionale e l’UNICEF devono agire (Korazym 03.06.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 03.06.2023 – Vik van Brantegem] – Negli ultimi 6 mesi 120.000 civili sono sotto #ArtsakhBlockade e 30.000 bambini in pericolo di vita. Da 174 giorni ci chiediamo ogni giorno qual è l’azione della comunità internazionale; qual è la missione delle Nazioni Unite, dell’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite guidato dall’Alto Commissario Volker Turk, di Amnesty International, della United States Agency for International Development guidata da Samantha Power, di UNICEF, qual è il loro impegno per contrastare l’assedio dell’Artsakh circondato dalle forze armate dell’Azerbajgian, con gli Armeni autoctoni come un in ghetto.

Innanzitutto, è imperativo sensibilizzare sulle sfide e le privazioni che 30.000 bambini dell’Artsakh devono affrontare oggi a causa del blocco. In occasione della Giornata internazionale per la protezione dei bambini, il Difensore dei diritti umani della Repubblica di Artsakh ha scritto sulla sua pagina Facebook:
«Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, tutti i bambini di questo mondo hanno diritti fondamentali e inalienabili. Tuttavia, ormai da quasi sei mesi, i bambini dell’Artsakh continuano a essere privati dei loro diritti più fondamentali e basilari, come l’istruzione, l’assistenza sanitaria, lo sviluppo, il ricongiungimento familiare, l’integrità psicologica e mentale, un tenore di vita adeguato, l’accesso ai beni di prima necessità, portando a conseguenze negative per il loro benessere, sviluppo fisico e mentale stabile.
Circa 550 bambini sono stati privati del diritto di tornare a casa e ricongiungersi con le loro famiglie in Artsakh a causa del blocco del Corridoio di Lachin da parte dell’Azerbajgian, rimanendo privi delle cure dei genitori, dell’amore e dell’ambiente familiare. In totale, più di 1.820 bambini non hanno potuto vedere uno o entrambi i genitori a causa del blocco, con conseguenti gravi sofferenze psicologiche dei bambini.
Il processo educativo in tutte le istituzioni dell’Artsakh è stato costantemente interrotto a causa della deliberata presa di mira dell’infrastruttura vitale dell’Artsakh da parte dell’Azerbajgian, che ha portato a una diminuzione generale del livello di ricettività e attenzione dei bambini. La mancanza di un’adeguata socializzazione, l’interruzione dell’istruzione, nonché la separazione da famiglie e parenti, hanno portato all’aumento del 47% delle visite dei bambini da psicologi e neurologi durante il blocco. Inoltre, a causa della violazione del diritto alla libertà di movimento dei bambini dell’Artsakh da parte dell’Azerbajgian, gli studenti dell’Artsakh non possono fare domanda per le istituzioni educative e accedere alle opportunità educative al di fuori dell’Artsakh. Infine, in assenza di forniture alimentari tempestive e sufficienti all’Artsakh, i bambini, compresi i neonati, soffrono di malnutrizione, carenza di vitamine e minerali con altri problemi di salute che ne derivano.
I diritti dei bambini sono diritti umani e dovrebbero essere universali, indipendentemente dall’origine o dall’etnia del bambino. I bambini dell’Artsakh dovrebbero godere degli stessi diritti e opportunità degli altri bambini in questo mondo, il che purtroppo non è il caso oggi. Nel XXI secolo, quando il mondo civilizzato persegue obiettivi di sviluppo sostenibile in tutto il mondo, i bambini dell’Artsakh stanno ancora lottando per vedere protetti i loro diritti fondamentali e avere delle opportunità. Di fronte alle minacce esistenziali che incombono sui bambini dell’Artsakh, chiediamo ancora una volta alla comunità internazionale e all’UNICEF di agire, proteggere i diritti dei bambini dell’Artsakh e prevenire le minacce del regime armenofobo e autoritario dell’Azerbajgian.
La protezione del presente e del futuro spensierati di tutti i bambini del mondo, inclusi i 30.000 bambini dell’Artsakh, è nostra responsabilità universale.
Per ulteriori informazioni sull’attuale situazione dei diritti dei bambini in Artsakh sotto il blocco di 6 mesi da parte dell’Azerbajgian, consultare i nostri rapporti più recenti:

  • Bambini dell’Artsakh nel blocco dell’Azerbajgian: infliggere sofferenze attraverso la pulizia etnica (analisi basata sull’evidenza) [QUI].
  • Rapporto sulle violazioni dei diritti umani individuali e collettivi a seguito del blocco dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh) da parte dell’Azerbajgian. 150 giorni (cinque mesi) [QUI]».

«I media mainstream come CNN, CNN International e BBC non parlano del #ArtsakhBlockade semplicemente perché hanno grossi contratti con il regime genocida dell’Azerbajgian. Immaginate CNN e Richard Quest che pubblicano annunci turistici per l’Azerbajgian come fantastica destinazione turistica, e poi mostrano che l’Azerbajgian priva i bambini dell’Artsakh del cibo» (Nara Matini).

«Un giorno ci sarà la pace nel mondo. Un giorno l’onda della democrazia spazzerà il mondo intero. La gente riderà, la gente non morirà, tutti parleranno liberamente. Guarda, voglio quel mondo, guarda, sto aspettando quel mondo. Ho detto che accadrà un giorno. Ecco perché vale la pena vivere. Lunga vita, amici, in pace, in democrazia» (Suleyman Suleymanli).

L’Armenia costretta a cedere il Nagorno-Karabakh
di Michele Marsonet
Remo Contro, 1° giugno 2023

Ultima Voce, 1° giugno 2023

Per l’Armenia si concluse nel peggiore dei modi l’ultimo conflitto per il Nagorno-Karabakh (Artsakh per gli Armeni), vinto dall’Azerbaigian. Per evitare guai peggiori, il Presidente armeno Nikol Pashinyan ha dovuto riconoscere la sovranità azera su questo piccolo territorio di 4400 chilometri quadrati, incuneato nel territorio azero e abitato da circa 140.000 Armeni.

Una pace costretta e di incerta durata

Le due Repubbliche ex sovietiche avevano convissuto, pur con molti problemi, ai tempi della ex Urss. Crollata quest’ultima il conflitto è esploso con virulenza. E, anche se alcuni lo negano, in questo caso il fattore religioso conta davvero.

Quella armena è una della più antiche comunità cristiane del mondo, come testimoniano le numerose e bellissime chiese, molte delle quali situate proprio nella enclave contesa. Gli azeri sono invece musulmani e turcofoni, e non hanno mai accettato la presenza armena in un territorio che considerano loro, e che fu per l’appunto attribuito all’Azerbajgian da Stalin.

Le guerre precedenti e i droni turchi vincenti

Numerose le guerre combattute dai due Paesi per il controllo del Nagorno-Karabakh. All’inizio gli Armeni risultarono sempre vincitori, ma nell’ultimo a prevalere furono gli Azeri anche grazie al massiccio impiego di droni forniti da Ankara. Tra i due Paesi c’è un odio atavico. Durante una mia visita all’università di Baku, la capitale dell’Azerbajgian, continuavo a imbattermi in chiese armene con le porte sbarrate da assi di ferro, mentre i colleghi azeri non perdevano occasione per dirmi che gli Armeni vincevano solo grazie all’appoggio russo.

Putin impegnato altrove

Ora la vendetta si è compiuta. Il problema è che gli Armeni hanno uno sponsor debole, vale a dire Putin impelagato nel conflitto ucraino. Molto forte invece lo sponsor degli Azeri, e cioè Erdoğan uscito ancora vincitore dalle ultime elezioni, e impegnato a rafforzare i rapporti con i molti Stati turcofoni dell’area.

Ora rischio interno armeno

A Erevan il Primo Ministro Pashinyan è sotto attacco da parte dei nazionalisti armeni che volevano combattere fino all’ultimo, ma è stato costretto a cedere vista la situazione di inferiorità. Si noti che la Turchia non ha mai riconosciuto il genocidio armeno del 1915, e vi sono timori di possibili stragi ai danni della popolazione dell’Artsakh, parte della quale rifiuta di rifugiarsi in Armenia.

Occidentali di poco conto

Gli Occidentali più di tanto non possono fare, come dimostra l’inutile visita a Erevan della ex speaker della Camera Usa Nancy Pelosi, In effetti l’influenza degli Americani nell’area è scarsa, per non dire nulla. Mosca ha inviato 2000 soldati come forza di interposizione, ma la mossa non ha sortito alcun effetto.

Europa alla canna del gas

Ora gli Armeni tentano di attirare l’attenzione della comunità internazionale, ma hanno un problema. L’Azerbajgian possiede enormi giacimenti di petrolio, assente invece in Armenia. E anche la UE, più volte invocata, può fare poco. Al contrario, la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, si è recata a Baku per firmare un accordo di forniture petrolifere.

Situazione quindi drammatica, per l’Armenia, con i Russi impegnati altrove e i Turchi intenti a rinverdire il sogno dell’Impero ottomano. Si può solo sperare che il Presidente azero Ilham Aliyev pratichi la moderazione, impedendo eccidi già visti in passato.

I colloqui tra Armenia e Azerbajgian a Mosca del 2 giugno 2023

L’Armenia e la Russia informano sulla comprensione reciproca con l’Azerbajgian in merito al ripristino della comunicazione ferroviaria

Il governo dell’Armenia ha annunciato i dettagli relativi alla riunione del gruppo di lavoro copresieduto dai Vice Primi Ministri di Armenia, Azerbajgian e Russia a Mosca. Nel comunicato il governo dell’Armenia afferma che il 2 giugno si è tenuta nella capitale russa la 12ª sessione del gruppo di lavoro tripartito sotto la copresidenza del Vice Primo Ministro armeno, Mher Grigoryan, del Vice Primo Ministro russo, Alexey Overchuk, e del Vice Primo Ministro azero, Shahin Mustafayev. La riunione si è svolta in un clima costruttivo. In modo soddisfacente, sono stati registrati progressi significativi nell’accordo sulle modalità di organizzazione dello sblocco delle comunicazioni di trasporto tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica di Azerbaigian. In particolare, è stata raggiunta un’intesa comune in merito all’attuazione di passi concreti verso il ripristino e l’organizzazione della comunicazione ferroviaria sulla rotta Yeraskh-Julfa-Meghri-Horadiz. I risultati dei negoziati saranno riferiti ai leader della Repubblica di Armenia, della Federazione Russa e della Repubblica di Azerbajgian. Le parti hanno convenuto di proseguire i lavori nell’ambito del gruppo di lavoro trilaterale.

Dopo i colloqui tra Armenia e Azerbajgian a Mosca ieri sera, il governo russo ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che è stata raggiunta “un’intesa comune” sul ripristino dei collegamenti ferroviari tra l’Azerbajgian continentale e l’exclave di Nakhichevan via la regione di Syunik dell’Armenia (che l’Azerbajgian chiama Zangezur e dichiara sua):

«Comunicato stampa di Alexey Overchuk a seguito della riunione del gruppo di lavoro tripartito copresieduto dai Vice Primi Ministri della Repubblica di Azerbajgian, della Repubblica di Armenia e della Federazione Russa – 2 giugno 2023
Al fine di attuare gli accordi dei leader della Repubblica di Azerbajgian, della Repubblica di Armenia e della Federazione Russa, raggiunti durante l’incontro del 25 maggio 2023 a Mosca, il 2 giugno si è tenuta la 12ª riunione del Gruppo di lavoro trilaterale nella capitale russa sotto la presidenza congiunta del Vice Primo Ministro della Repubblica del Azerbajgian, Shahin Mustafayev, del Vice Primo Ministro della Repubblica di Armenia, Mher Grigoryan, e del Vice Primo Ministro della Federazione Russa, Alexei Overchuk.
L’incontro si è svolto in un clima costruttivo. Progressi significativi sono stati notati con soddisfazione nel coordinamento delle modalità per lo sblocco delle comunicazioni di trasporto tra la Repubblica di Azerbaigian e la Repubblica di Armenia. In particolare, è stata raggiunta un’intesa comune in merito all’attuazione di misure concrete per ripristinare e organizzare la comunicazione ferroviaria lungo il percorso Yeraskh-Julfa-Meghri-Horadiz.
I risultati dei colloqui saranno comunicati ai leader della Repubblica di Azerbajgian, della Repubblica d’Armenia e della Federazione Russa.
Le parti hanno concordato di proseguire i lavori nell’ambito del gruppo di lavoro tripartito».

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

San Marino. Il Segretario di Stato Fabio Righi incontra il Ministro dell’Economia armeno (Libertas 02.06.23)

Al centro del bilaterale i temi della cooperazione in ambito industriale e commerciale e la volontà di entrambi i Paesi di attestarsi quali laboratori per l’innovazione tecnologica

Ne dà notizia la Segreteria di Stat0 all’Industria precisando che “Il Segretario di Stato per l’Industria, l’Artigianato e il Commercio Fabio Righi ha incontrato oggi in videoconferenza il Ministro dell’Economia Vahan Kerobyan e il Vice Ministro dell’Industria Hi-Tech Gevorg Mantashyan alla presenza dell’Ambasciatore dell’Armenia a San Marino Tsovinar Hambardzumyan. Sul tavolo i temi della cooperazione in ambito industriale e commerciale anche facendo seguito alla firma del Memorandum d’Intesa fra Camera di Commercio armena e Agenzia per lo Sviluppo Economico.

Il Segretario di Stato Righi e i due Ministri armeni coinvolto hanno concordato sull’opportunità di intensificare e sviluppare i rapporti economici fra i due Paesi al punto di avviare in tempi brevi un lavoro di stesura di un memorandum interministeriale che possa garantire un percorso strutturato per gli operatori economici nei settori di comune interesse con l’idea di fondo di attestarsi quali reciproche “porte d’ingresso” per i mercati delle rispettive regioni.

Tra i punti discussi il rafforzamento e il supporto alla cooperazione per il potenziamento delle attività di investimento con un focus dedicato al private equity, la creazione di condizioni favorevoli per una crescita sostenibile della cooperazione economica e lo sviluppo di contatti diretti tra gli ambienti economici dei due Paesi.  Particolare attenzione verrà posta alla promozione di attività di interesse reciproco, soprattutto nei segmenti delle start-up tecnologiche, dei prodotti innovativi e dei servizi digitali. Anche l’Armenia, infatti, così come San Marino ha da poco concluso un accordo con Amazon Web Service per lo Sviluppo digitale con l’ambizione di poter essere un laboratorio di innovazione tecnologica nel cuore della sua regione di riferimento, visione condivisa anche dal Governo sammarinese che dovrà essere perseguita con convinzione”.

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San Marino – Armenia: iniziative congiunte nell’innovazione tecnologica per rafforzare la collaborazione (Sanmarinotv)

173° giorno del #ArtsakhBlockade. Silenzio, non azione e collaborazione rendono complice in genocidio (Korazym 02.06.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 02.06.2023 – Vik van Brantegem] – Nel 173° giorno dell’assedio delle forze armate dell’Azerbajgian alla Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh ricordiamo che i corpi di 41 cittadini dell’Artsakh, morti fuori dalla Repubblica durante il #ArtsakhBlockade, non hanno potuto essere rimpatriati e sono stati sepolti in Armenia.
Inoltre, i familiari di 438 persone decedute durante il #ArtsakhBlockade non hanno potuto dare l’ultimo saluto ai loro morti.

Secondo rapporti credibili, come riferito dal Nagorno Karabakh Observer, a dei militari dell’esercito di difesa della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh in servizio e in congedo è stato negato il transito dall’Artsakh in Armenia per cure mediche, al nuovo checkpoint dell’Azerbaigian presso il ponte Hakiri all’ingresso del Corridoio di Lachin, mentre erano accompagnati dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, che ha ripreso la sua periodica evacuazione dei malati critici per il trattamento in Armenia. In un caso, un paio di settimane fa, a un cittadino armeno dell’Artsakh, gravemente malato e partecipante alla guerra degli anni ’90 è stato rifiutato il transito dal checkpoint mentre veniva trasportato per le cure in Armenia con un veicolo del CICR.

Questo contradice palesemente le dichiarazioni di Aliyev che gli Armeni dell’Artsakh sono libero di uscire. Il significato che è altrettanto chiaro: Baku intende processare “i separatisti del Karabakh”.

Il Ministero della Difesa dell’AzerbaJgian ha diffuso un’altra disinformazione. Il comunicato del Ministero della Difesa dell’Azerbajgian, come se le unità delle forze armate della Repubblica di Armenia oggi 2 giugno 2023 alle ore 12.25 avessero aperto il fuoco contro la direzione delle postazioni di combattimento azere situate nella parte orientale della zona di confine, non corrisponde alla realtà.

Pashinyan parteciperà alla cerimonia di insediamento di Erdoğğan

Il governo armeno ha comunicato che la Repubblica di Armenia ha ricevuto l’invito a partecipare alla cerimonia di insediamento del Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan. Questa informazione è stata riportata dal governo armeno. Domani 3 giugno 2023 il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan si recherà ad Ankara per partecipare alla cerimonia.

Alla stazione della metropolitana di Piazza della Repubblica a Yerevan, la mappa un tempo presente della Grande Armenia è scomparsa ed è stata sostituita da uno schermo. Questa mappa ha suscitato l’interesse di molti, tra cui Nasimi Agayev, l’Ambasciatore dell’Azerbajgian in Germania, che ha recentemente espresso le sue lamentele in merito.

La metropolitana ha risposto alle accuse riguardanti la rimozione della mappa della Grance Armenia: «In risposta alla protesta pubblica, vorremmo chiarire che la mappa è ora presentata con una qualità superiore sullo schermo LED appena installato. Inoltre, vi informiamo che la mappa è stata rimossa dall’arco della stazione della metropolitana Piazza della Repubblica il 29 maggio a causa del deterioramento. È importante sottolineare che l’installazione dello schermo LED ha richiesto due giorni per essere completata Dal 1° giugno, l’intera mappa viene visualizzata sullo schermo LED della stazione».

Va detto che la nuova mappa sullo schermo LED sicuramente non è di una qualità superiore della vecchia mappa, che non era deteriorata. Certamente, in qualsiasi momento, una volta che la controversia si sarà calmata, questo diventerà uno schermo pubblicitario per far soldi. L’immagine di prima si adattava meglio all’intera area. Lo schermo LED è orribile.

Ieri sera 1° giugno 2023, si è svolto un incontro tra il Primo ministro armeno Nikol Pashinyan, il Presidente azero Ilham Aliyev, il Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, il Presidente francese Emmanuel Macron e il Cancelliere tedesco Olaf Scholz, nell’ambito del secondo vertice della Comunità politica europea a Chisinau. L’incontro si è tenuto presso la fortezza Mimi vicino alla città di Bulboaka, nelle immediate vicinanze di Chisinau, in Moldavia. L’incontro è durato un’ora e mezza. Prima dell’inizio della riunione a cinque, si è svolto un breve incontro con i leader di Armenia e Azerbajgian, promosso da Charles Michel, Presidente del Consiglio Europeo. Dopo questo primo incontro di 10 minuti, il Presidente francese e il Cancelliere tedesco Olaf Scholz si sono uniti alla discussione.

Il servizio stampa del governo armeno nel comunicare i dettagli delle discussioni durante l’incontro a cinque ha dichiarato: «Durante l’incontro sono state affrontate questioni riguardanti lo sblocco delle infrastrutture regionali di trasporto ed economiche, la delimitazione e demarcazione del confine tra Armenia e Azerbajgian, l’accordo sulla regolamentazione delle relazioni, i diritti e la sicurezza del popolo del Nagorno-Karabakh, nonché il tema dei prigionieri di guerra, delle persone scomparse e di altre questioni umanitarie». Pashinyan aveva precedentemente respinto la prospettiva di concludere un accordo di pace con l’Azerbaigian a Chisinau il 1° giugno.

Dopo l’incontro l’Azerbajgian ha comunicato semplicemente che ha avuto luogo.

Comunque, da entrambe le parti aspettative erano basse per i colloqui tra Armenia e Azerbaigian a margine della Comunità politica europea in Moldavia oggi. Sembra che i progressi nelle ultime settimane siano in stallo rispetto alle principali linee rosse. Yerevan è irritata dalla recente retorica di Baku e dall’apparente mancanza di reazione da parte di USA/Unione Europea. L’Armenia si è impegnata a riconoscere il Nagorno-Karabakh come territorio azero, ma afferma che il discorso del Presidente Aliyev del 28 maggio ha violato i principi dei colloqui di pace mediati dall’Unione Europea.

Yerevan solleva nuovamente la prospettiva di un “meccanismo internazionale” per garantire i diritti degli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. Punto molto critico per Baku l’insistenza di Yerevan su questo tema. Parlando il 28 maggio a Lachin, il Presidente azero Ilham Aliyev ha detto che il libro sul separatismo armeno del Karabakh è chiuso, dopo che il loro status è andato all’inferno. I “leader separatisti locali” dovrebbero ora “piegare il collo”, consegnare il Presidente dell’Artsakh, dimettersi dai loro incarichi e accettare di essere governati come cittadini azeri.

Indipendentemente dalle concessioni, Aliyev non intende firmare un accordo di pace con l’Armenia. Se l’Occidente ha seguito la logica secondo cui Aliyev sta agendo su indicazione del Cremlino, allora dovrebbe concludere che Aliyev e Putin preferiscono l’attuale status quo. L’Occidente deve finalmente iniziare ad esercitare pressione sul regime autocratico dell’Azerbajgian.

A conclusione dell’incontro a cinque, il Presidente del Consiglio Europeo Michel ha detto che l’incontro è stato “molto buono”, ma chiarisce che c’è ancora molto da fare. Ha annunciato che il prossimo incontro tra Pashinyan e Aliyev si terrà il 21 luglio a Brussel. Durante questo incontro, i leader continueranno le loro discussioni sul processo di regolamentazione delle relazioni armeno-azerbajgiane.

Secondo il Cancelliere tedesco Olaf Scholz, un altro incontro con i leader di Francia e Germania dovrebbe svolgersi in Spagna il 5 ottobre 2023.

La dichiarazione della Francia dopo il vertice a cinque, tuttavia, è la più corposa. Dice che i leader europei hanno invitato entrambe le parti a restituire i prigionieri di guerra e «hanno sottolineato l’importanza di definire diritti e garanzie per gli Armeni del Nagorno-Karabakh”. Macron ha esortato ad astenersi dalla retorica ostile.

Qualsiasi sforzo da parte del Presidente del Consiglio Europea, del Servizio di Azione Esterna Europea e del Dipartimento di Stato americano per promuovere la pace nel Caucaso orientale sarà fruttuoso il giorno in cui il regime autocratico di Aliyev sarà ritenuto responsabile delle sue continue violazioni delle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, tra cui in riferimento dell’imposizione del #ArtsakhBlockade illegale e genocida. L’appeasement non ha alcun effetto di deterrenza su autocrati, dittatori e dispotici; anzi, li sollecita a fare peggio.

L’Azerbajgian accusa Macron di “distorcere” i colloqui di pace con l’Armenia dopo il vertice Unione Europea
Arriva il battibecco tra gli avvertimenti sul rischio di un nuovo conflitto nel Caucaso meridionale
di Gabriel Gavin
Politico, 2 giugno 2023

(Nostra traduzione italiana dall’inglese)

Uno sforzo sostenuto dall’Unione Europea per evitare un nuovo conflitto nel Caucaso meridionale è stato oscurato da una crescente lite diplomatica, con l’Azerbajgian accusa il Presidente francese Emmanuel Macron di aver distorto ciò che è stato discusso durante i colloqui di pace ad alto rischio con l’Armenia.

Il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, e il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan si sono incontrati ieri sera a margine del vertice della Comunità politica europea in Moldavia per il più recente di una serie di negoziati su un potenziale trattato di pace. Macron, insieme al Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, e al Cancelliere tedesco, Olaf Scholz, si sono uniti al colloquio come mediatori.

In una dichiarazione dopo il vertice, l’Eliseo ha affermato che “i leader europei hanno invitato Armenia e Azerbajgian a rispettare tutti i loro impegni”, esortando le due nazioni vicine a rilasciare i prigionieri di guerra ed evitare “retorica ostile”. Inoltre, ha aggiunto il servizio stampa di Macron, i tre leader occidentali “hanno sottolineato l’importanza di definire diritti e garanzie per gli Armeni del Nagorno-Karabakh”, la regione separatista per la quale Armenia e Azerbajgian hanno combattuto una brutale guerra nel 2020.

Tuttavia, oggi, il Portavoce del Ministero degli Esteri dell’Azerbajgian, Aykhan Hajizada, ha affermato che “la dichiarazione fatta unilateralmente dal Presidente francese sull’incontro non riflette e distorce la posizione delle parti. Sfortunatamente, questo non è il primo caso di un simile comportamento da parte della Francia e non contribuisce positivamente al processo di pace”

Rispondendo alle affermazioni, il Ministero degli Esteri francese ha affermato solo che il comunicato stampa emesso dalla presidenza “ha esposto le conclusioni della riunione di ieri”. Hajizada, nel frattempo, ha rifiutato di approfondire quali parti della versione degli eventi da parte di Parigi, che Baku ritiene siano imprecise.

Un alto funzionario dell’Unione Europea, a cui è stato concesso l’anonimato per discutere la delicata questione politica, ha confermato a Politico, che “la questione dei diritti e della sicurezza, che è stata anche una parte importante delle recenti discussioni a Brussel, è stata affrontata ieri”. Michel ha commentato separatamente la questione in una breve dichiarazione ai giornalisti dopo i colloqui.

L’Armenia sta spingendo per un “meccanismo internazionale” per garantire la sicurezza della popolazione etnica armena del Nagorno-Karabakh e, in una lettura dell’incontro di ieri, ha affermato che la questione è stata sollevata. Ad aprile, Pashinyan ha dichiarato di essere pronto a riconoscere la sovranità dell’Azerbajgian sulla regione separatista, che è stata governata autonomamente da un’amministrazione sostenuta da Yerevan dalla caduta dell’Unione Sovietica, ma rimangono dubbi sul destino di coloro che vi abitano.

Aliyev ha insistito sul fatto che gli Armeni locali devono deporre le armi e accettare di essere governati da Baku in cambio di una “amnistia”.

In una lettera aperta prima dei colloqui in Moldavia, l’Istituto Lemkin per la prevenzione di genocidio ha scritto a Macron esortandolo a prevenire un esodo di massa della popolazione nel Nagorno-Karabakh, che descrive come un potenziale “genocidio” [*].

Macron è stato uno dei più stretti sostenitori dell’Armenia nell’Unione Europea ed è stato precedentemente oggetto di derisione in Azerbajgian.

[*] Lettera aperta al Presidente francese Emmanuel Macron sulla complicità in genocidio, 30 maggio 2023 [QUI].

Rappresentanti dell’Armenia e dell’Azerbagian si sono incontrati oggi a Mosca per i colloqui sullo “sblocco dei collegamenti di trasporto”. Erano presenti i Vice Primo Ministri azero Shahin Mustafayev, armeno Mher Grigoryan e russo Alexey Overchuk.

Il Primo Ministro dell’Armenia ha chiarito che l’Armenia non è allineata con la Russia nella guerra con l’Ucraina

Nell’intervista rilasciata al canale televisivo ceco CNN Prima News a maggio durante la sua visita ufficiale nella Repubblica Ceca, Nikol Pashinyan ha sottolineato che sebbene questo fatto possa non essere stato esplicitamente dichiarato prima, è evidente che l’Armenia non si considera un partner della Russia nella guerra in Ucraina. Ha espresso preoccupazione per l’impatto della guerra sulle loro relazioni bilaterali. Ha evidenziato la delicata posizione dell’Armenia, percepita come un alleato russo in Occidente, mentre la Russia non la vede così. Ha riconosciuto le difficoltà nel trovare una soluzione alla situazione, poiché le complessità aumentano, lasciando meno spazio di manovra. Ha precisato che il limitato coinvolgimento dell’Armenia non è dovuto a mancanza di opinione ma piuttosto alle numerose questioni interne che impediscono di impegnarsi più attivamente nella risoluzione di questioni esterne.

Il Cremlino ha preso atto delle osservazioni di Pashinyan sulla non alleanza dell’Armenia con la Russia nel conflitto ucraino. Dmitry Peskov, il Portavoce del Presidente russo, ha considerato molto significativa la dichiarazione del Primo Ministro armeno.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Armeni ancora sconfitti e in pericolo (Ultimavoce 01.06.23)

Per l’Armenia si conclude nel peggiore dei modi l’ultimo conflitto per il Nagorno-Karabakh (Artsakh per gli armeni), vinto dall’Azerbaigian. Per evitare guai peggiori, il presidente armeno Nikol Pashinyan ha dovuto riconoscere la sovranità azera su questo piccolo territorio di 4400 kilometri quadrati, incuneato nel territorio azero e abitato da circa 140.000 armeni.

Le due Repubbliche ex sovietiche avevano convissuto, pur con molti problemi, ai tempi della ex Urss. Crollata quest’ultima il conflitto è esploso con virulenza. E, anche se alcuni lo negano, in questo caso il fattore religioso conta davvero.
Quella armena è una della più antiche comunità cristiane del mondo, come testimoniano le numerose e bellissime chiese, molte delle quali situate proprio nella enclave contesa. Gli azeri sono invece musulmani e turcofoni, e non hanno mai accettato la presenza armena in un territorio che considerano loro, e che fu per l’appunto attribuito all’Azerbaigian da Stalin.

Numerose le guerre combattute dai due Paesi per il controllo del Nagorno. All’inizio gli armeni risultarono sempre vincitori, ma nell’ultimo a prevalere furono gli azeri anche grazie al massiccio impiego di droni forniti da Ankara. Tra i due Paesi c’è un odio antico. Durante una mia visita all’università di Baku, la capitale dell’Azerbaigian, continuavo a imbattermi in chiese armene con le porte sbarrate da assi di ferro, mentre i colleghi azeri non perdevano occasione per dirmi che gli armeni vincevano solo grazie all’appoggio russo.
Ora la vendetta si è compiuta. Il problema è che gli armeni hanno uno sponsor debole, vale a dire Vladimir Putin impelagato nel conflitto ucrainoMolto forte invece lo sponsor degli azeri, e cioè Recep Tayyip Erdogan uscito ancora vincitore dalle ultime elezioni, e impegnato a rafforzare i rapporti con i molti Stati turcofoni dell’area.

A Erevan il presidente Pashinyan è sotto attacco da parte dei nazionalisti armeni che volevano combattere fino all’ultimo, ma è stato costretto a cedere vista la situazione di inferiorità. Si noti che la Turchia non ha mai riconosciuto il genocidio armeno del 1915, e vi sono timori di possibili stragi ai danni della popolazione dell’Artsakh, parte della quale rifiuta di rifugiarsi in Armenia.

Gli occidentali più di tanto non possono fare, come dimostra l’inutile visita a Erevan della ex speaker della Camera Usa Nancy Pelosi, In effetti l’influenza degli americani nell’area è scarsa, per non dire nulla. Mosca ha inviato 2000 soldati come forza di interposizione, ma la mossa non ha sortito alcun effetto.
Ora gli armeni tentano di attirare l’attenzione della comunità internazionale, ma hanno un problema. L’Azerbaigian possiede enormi giacimenti di petrolio, assente invece in Armenia. E anche la Ue, più volte invocata, può fare poco. Al contrario, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è recata a Baku per firmare un accordo di forniture petrolifere.

Situazione quindi drammatica, per l’Armenia, con i russi impegnati altrove e i turchi intenti a rinverdire il sogno dell’Impero ottomano. Si può solo sperare che il presidente azero Ilham Aliyev pratichi la moderazione, impedendo eccidi già visti in passato.

ARMENIA / AZERBAIGIANUn’ora di vertice con “la pace” sul tavolo (Tio.ch 01.06.23)

CHISINAU – Si è concluso in Moldavia l’incontro a cinque tra il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e mediatori rappresentati dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel, dal presidente francese Emmanuel Macron e dal cancelliere tedesco Olaf Scholz.

Sul tavolo i progressi della trattativa di pace tra i due paesi e lo status degli abitanti della regione del Nagorno Karabakh, enclave armena in territorio azero.

Durante l’incontro – a margine del vertice della Comunità Politica Europea – sono state affrontate le questioni relative allo sblocco delle infrastrutture regionali di trasporto ed economiche, la demarcazione e sicurezza dei confini tra i due paesi, l’accordo sulla regolamentazione delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian, e la necessità di affrontare i diritti e la sicurezza degli armeni del Nagorno Karabakh e dei prigionieri di guerra, fanno sapere fonti interne alla delegazione venuta da Yerevan.

I due paesi caucasici sarebbero vicini alla firma finale di un trattato di pace, ma i colpi di artiglieria al confine negli ultimi giorni e uno scambio di accuse tra i leader dei due paesi sulle garanzie di sicurezza sugli abitanti del Nagorno Karabakh ha fatto naufragare la possibilità di una firma al vertice di oggi.

Commentando in una nota il round di mediazione, Michel ha affermato che «abbiamo appena avuto un ottimo incontro». Al centro dei colloqui ci sono stati «connettività, sicurezza e diritti, delimitazione dei confini, e la firma di un trattato di pace».

«Questo incontro è stato una buona preparazione per il prossimo incontro che si terrà a Bruxelles il 21 luglio. Significa che stiamo lavorando sodo, e intendiamo sostenere tutti gli sforzi positivi nella direzione della normalizzazione dei rapporti», ha sottolineato il presidente del Consiglio europeo.

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172° giorno del #ArtsakhBlockade. L’Europa e gli USA ci chiedono adesso di sterminare un popolo? (Korazym 01.06.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 01.06.2023 – Vik van Brantegem] – Il male è anche di chi, potendolo denunciare, tace. «È avvenuto più volte, che anche le buone ragioni abbian dato aiuto alle cattive, e che, per la forza dell’une e dell’altre, una verità, dopo aver tardato un bel pezzo a nascere, abbia dovuto rimanere per un altro pezzo nascosta» (Manzoni come Tucidide).

Il comunicato stampa del Dipartimento di Stato americano del 30 maggio 2023, in cui viene accolto con favore le recenti dichiarazioni del Presidente dell’Azerbajgian sulla disponibilità a considerare la questione della cosiddetta amnistia per i residenti dell’Artsakh, ha provocato profonda delusione e sconcerto in Artsakh.

Ministero degli Esteri della Repubblica di Artsakh
Commento al Comunicato Stampa del Portavoce del Dipartimento di Stato USA
31 maggio 2023

Il comunicato stampa del 30 maggio del Portavoce del Dipartimento di Stato americano, in cui ha accolto con favore le recenti dichiarazioni del Presidente dell’Azerbajgian sulla disponibilità a considerare la questione della cosiddetta amnistia per i residenti dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh), provoca profonda delusione e smarrimento.

È inspiegabile come in questa dichiarazione del Presidente dell’Azerbajgian, interamente costruita su ricatti aperti e coercizione, si possa trovare qualcosa di positivo che merita incoraggiamento. Ovviamente, il messaggio principale della dichiarazione del presidente azero era il rifiuto dell’Azerbaigian da un dialogo paritario con le autorità democraticamente elette della Repubblica di Artsakh e il desiderio di imporre con la forza la propria autorità al popolo dell’Artsakh.

Non abbiamo dubbi sugli sforzi degli Stati Uniti per svolgere un ruolo positivo nel raggiungimento di una soluzione giusta, equilibrata e dignitosa del conflitto dell’Azerbajgian-Karabakh e nell’instaurazione di una pace duratura nella regione. Allo stesso tempo, crediamo che l’incoraggiamento della politica distruttiva e bellicosa di Baku sia in contrasto con il desiderio di ottenere sviluppi positivi nella soluzione pacifica del conflitto.

Armenia tradita da Putin: in nome della pace, cede un pezzo di se stessa
di Renato Farina
Liberoquotidiano, 31 maggio 2023

Qualcosa si muove nel Caucaso del Sud, e per fortuna non si tratta di spostamenti di truppe, ma di promettenti e in parte riusciti tentativi di dialogo per stabilire una pace durevole tra Azerbajgian e Armenia. Una notizia dolce in tempi amarissimi. Ma c’è un problema, un’incognita, e una palpabile inquietudine per il prezzo tremendo che Erevan, capitale della Repubblica d’Armenia, ha accettato di pagare: il Nagorno-Karabakh è stato riconosciuto dal governo guidato da Nikol Pashinyan come territorio appartenente a pieno titolo all’Azerbajgian.

Agli inizi degli anni ’90, questa enclave da millenni cristiano-armena, sopravvissuta nei secoli alle ondate dell’oceano turco, fu infine consegnata da Stalin, con uno scherzo atroce e ben calcolato, alla Repubblica socialista sovietica di Azerbajgian. Allo sfaldarsi dell’impero sovietico, dopo essersi proclamata Repubblica Indipendente di Artsakh, a seguito di un referendum, il suo popolo affermò con una guerra spietata la prerogativa dell’autodeterminazione. Vinse. Per garantirsi sicurezza e collegamenti vitali con Erevan, occupò province azere, abbandonate dalla popolazione di ascendenza turca e sciita. Il diritto internazionale che in Kosovo ha funzionato per garantire indipendenza, stante la volontà della popolazione di etnia albanese, qui invece ha privilegiato l’Azerbajgian.

Si chiamano rapporti di forza. Le trattative per sistemare la questione, condotte da un gruppo di nazioni, oltre a quelle direttamente interessate, sono state ciclicamente bloccate per aggressioni militari azere, e sempre respinte. Non così nella guerra lanciata nel settembre del 2020 e conclusasi nel novembre dello stesso anno con la capitolazione dell’Armenia.

LO ZAR SI VOLTA DALL’ALTRA PARTE – La Russia, che secondo patti vincolanti di alleanza militare, avrebbe dovuto provvedere a fermare l’esercito di Aliyev, rafforzato da tagliatori di teste siriani inviati dalla Turchia, ha lasciato fare, e soltanto all’ultimo istante, per evitare un massacro, si è interposta, costringendo a un accordo di tregua, sorvegliato da duemila militari russi. I quali dal dicembre scorso hanno consentito a militanti “ecologisti” (sic) azeri di stringere in assedio, e prendere per fame, i 120mila Armeni Cristiani, in violazione dei patti e nonostante l’ordine dell’ONU di interrompere questi prodromi di genocidio. Ma non è intervenuto nessuno, nessuna sanzione. Vendetta di Putin contro Pashinyan che aveva cercato e ottenuto – a chiacchiere – sostegno dall’Unione Europea e bussato a Brussel ottenendo attenzione e promesse perché riconoscesse la parentela ideale e di civiltà tra la sua nazione e quelle europee (Venezia è la seconda capitale dell’Armenia), e riparasse alla complicità omertosa con il genocidio a opera dei Turchi nel 1915 (un milione e mezzo di Armeni ammazzati in quanto Cristiani).

La Russia non ha gradito che l’Armenia chiedesse osservatori dell’Unione europea a vigilare i confini. L’UE ha detto un ipocrita “oui, yawoll”, che in fondo non costava niente. In particolare l’Italia bisognosa di gas (peraltro in certa parte triangolato con la Russia, con cui Baku ha firmato uno strano accordo nella strana data del 24 febbraio 2022, per puro caso lo stesso giorno dell’aggressione dello Zar all’Ucraina), ha trattato l’autocrazia della dinastia Aliyev come partner fiduciario. L’Italia ha addirittura stretto un accordo di partenariato militare, contraddicendo il professato programma di difesa delle identità di popoli e in particolare delle minoranze Cristiane.

DOLORE E RAGION DI STATO – La notizia della rinuncia all’Artsakh ha sconvolto la vasta comunità armena sparsa nel mondo (10 milioni di persone bene integrate negli Usa, Canada, Francia, Australia, Argentina, Uruguay, in Svizzera-in Italia; presenze millenarie in Siria e in Libano e in Terra Santa). È come se le avessero asportato un polmone dal suo corpo vivo: l’Artsakh è la terra sorgiva della fede e della cultura di questa nazione. Pashinyan ha agito per necessità, e nella considerazione dei maledetti rapporti di forza, che nonostante tutti i proclami di diritto internazionale, impiccano l’Armenia all’albero degli sconfitti. Ha consegnato così l’Artsakh e i suoi 120mila abitanti alla misericordia di Ilham Aliyev e del mondo intero. Ora chiede garanzie per i suoi connazionali ormai cittadini azeri. Vorrebbe una supervisione internazionale. Aliyev dice di no. Ma come? Sospettate di noi?

La nostra costituzione azera proclama l’uguaglianza. Non accettiamo interferenze straniere. Intanto con una dichiarazione spaventevole, Aliyev ha chiesto agli Armeni dell’Artsakh di consegnargli, in cambio di una “eventuale” amnistia per i 120mila secessionisti, il Presidente Arayik Haratyunyan. Almeno i Veneti (ad esempio il Cardinal Segretario di Stato Parolin, il Presidente Zaja) ricorderanno che la medesima richiesta fu fatta dai Turchi capeggiati da Mustafa Pascià alla veneziana Famagosta (Cipro). Il Generale Marcantonio Bragadin accettò una onorevole resa. Fu mutilato, ustionato, spellato vivo, squartato e il suo corpo buffamente ricucito fu appeso all’albero di una galea insieme a quello dei suoi ufficiali (17 agosto 1571). Poi però ci fu Lepanto (7 ottobre 1571).

PERCHÉ NOI SIAMO ARMENI – La prossima riunione per evitare una nuova Famagosta e avvicinare una pace a tutto tondo sarà presto a Chisinau, in Moldavia. Ci saranno anche Macron e Scholz. L’Italia non ha chiesto di esserci. Peccato. Come Andreotti aveva proposto per il Kurdistan l’Italia ha dalla sua la soluzione della questione della minoranza tedesca in Sud Tirolo-Alto Adige. L’accordo di Parigi tra Italia e Austria del 5 settembre 1946 detto De Gasperi-Gruber, riconoscendo la sovranità italiana fissò un’intesa sui diritti all’autonomia. L’ONU nel 1960, all’unanimità, su proposta dell’Austria volle una ripresa del dialogo con l’Italia. Qui mi sia permessa un’osservazione spero non solo personale: noi italiani non possiamo non essere spiritualmente Armeni. Non possiamo estraniarci lasciando a Russi, Turchi, Tedeschi e Francesi la questione del diritto degli armeni a esistere come civiltà, come identità nella quale specchiarci con gratitudine. Hanno resistito millenni al tentativo di distruzione. Hanno sopportato eccidi, invasioni, mantenendo la fede, la lingua, un fuoco di umanità. Non permettiamo sia spento dalla nostra sete di idrocarburi (e, temo, almeno a certi livelli, fame di caviale).

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Armenia tradita da Putin: in nome della pace, cede un pezzo di se stessa (Libero 31.05.23)

Qualcosa si muove nel Caucaso del Sud, e per fortuna non si tratta di spostamenti di truppe, ma di promettenti e in parte riusciti tentativi di dialogo per stabilire una pace durevole tra Azerbaijan Armenia. Una notizia dolce in tempi amarissimi. Ma c’è un problema, un’incognita, e una palpabile inquietudine per il prezzo tremendo che Erevan, capitale della Repubblica d’Armenia, ha accettato di pagare: il Nagorno-Karabakh è stato riconosciuto dal governo guidato da Nikol Pashinyan come territorio appartenente a pieno titolo all’Azerbaijan.

Agli inizi degli anni ’90, questa enclave da millenni cristiano-armena, sopravvissuta nei secoli alle ondate dell’oceano turco, fu infine consegnata da Stalin, con uno scherzo atroce e ben calcolato, alla Repubblica socialista dell’Azerbaijan. Allo sfaldarsi dell’impero sovietico, dopo essersi proclamata Repubblica Indipendente dell’Artsakh, a seguito di un referendum, il suo popolo affermò con una guerra spietata la prerogativa dell’autodeterminazione. Vinse. Per garantirsi sicurezza e collegamenti vitali con Erevan, occupò province azere, abbandonate dalla popolazione di ascendenza turca e sciita. Il diritto internazionale che in Kosovo ha funzionato per garantire indipendenza, stante la volontà della popolazione di etnia albanese, qui invece ha privilegiato l’Azerbaijan.

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Si chiamano rapporti di forza. Le trattative per sistemare la questione, condotte da un gruppo di nazioni, oltre a quelle direttamente interessate, sono state ciclicamente bloccate per aggressioni militari azere, e sempre respinte. Non così nella guerra lanciata nel settembre del 2020 e conclusasi nel novembre dello stesso anni con la capitolazione dell’Armenia.

 

 

 

 

LO ZAR SI VOLTA DALL’ALTRA PARTE – La Russia, che secondo patti vincolanti di alleanza militare, avrebbe dovuto provvedere a fermare l’esercito di Alyiev, rafforzato da tagliatori di teste siriani inviati dalla Turchia, ha lasciato fare, e soltanto all’ultimo istante, per evitare un massacro, si è interposta, costringendo a un accordo di tregua, sorvegliato da duemila militari russi. I quali dal dicembre scorso hanno consentito a militanti “ecologisti” (sic) azeri di stringere in assedio, e prendere per fame, i 120mila armeni cristiani, in violazione dei patti e nonostante l’ordine dell’Onu di interrompere questi prodromi di genocidio. Ma non è intervenuto nessuno, nessuna sanzione. Vendetta di Putin contro Pashinyan che aveva cercato e ottenuto – a chiacchiere – sostegno dall’Unione europea e bussato a Bruxelles ottenendo attenzione e promesse perché riconoscesse la parentela ideale e di civiltà tra la sua nazione e quelle europee (Venezia è la seconda capitale dell’Armenia), e riparasse alla complicità omertosa con il genocidio a opera dei turchi nel 1915 (un milione e mezzo di armeni ammazzati in quanto cristiani).

La Russia non ha gradito che l’Armenia chiedesse osservatori dell’Unione europea a vigilare i confini. L’Ue ha detto un ipocrita “oui, yawoll”, che in fondo non costava niente. In particolare l’Italia bisognosa di gas (peraltro in certa parte triangolato con la Russia, con cui Baku ha firmato uno strano occordo nella strana data del 24 febbraio 2022, per puro caso lo stesso giorno dell’aggresssione dello Zar all’Ucraina), ha trattato l’autocrazia della dinastia Alyev come partenr fiduciario. L’Italia ha addirittura stretto un accordo di partenariato militare, contraddicendo il professato programma di difesa delle identità di popoli e in particolare delle minoranze cristiane.

DOLORE E RAGION DI STATO – La notizia della rinuncia all’Artsakh ha sconvolto la vasta comunità armena sparsa nel mondo (10 milioni di persone bene integrate negli Usa, Canada, Francia, Australia, Argentina, Uruguay, in Svizzera-in Italia; presenze millenarie in Siria e in Libano e in Terra Santa). È come se le avessero asportato un polmone dal suo corpo vivo: l’Artsakh è la terra sorgiva della fede e della cultura di questa nazione. Pashinyan ha agito per necessità, e nella considerazione dei maledetti rapporti di forza, che nonostante tutti i proclami di diritto internazionale, impiccano l’Armenia all’albero degli sconfitti. Ha consegnato così l’Artsakh e i suoi 120mila abitanti alla misericordia di Ilham Alyiev e del mondo intero. Ora chiede garanzie peri suoi connazionali ormai cittadini azeri. Vorrebbe una supervisione internazionale. Alyev dice di no. Ma come? Sospettate di noi?

 

 

 

 

La nostra costituzione azera proclama l’uguaglianza. Non accettiamo interferenze straniere. Intanto con una dichiarazione spaventevole, Alyev ha chiesto agli armeni dell’Artsakh di consegnargli, in cambio di una “eventuale” aministia per i 120mila secessionisti, il presidente Arayik Haratyunyan. Almeno i veneti (ad esempio il cardinal segretario di Stato Parolin, il presidente Zaja) ricorderanno che la medesima richiesta fu fatta dai turchi capeggiati da Mustafa Pascià alla veneziana Famagosta (Cipro). Il generale Marcantonio Bragadin accettò una onerovele resa. Fu mutilato, ustionato, spellato vivo, squartato e il suo corpo buffamente ricucito fu appeso all’albero di una galea insieme a quello dei suoi ufficiali (17 agosto 1571). Poi però ci fu Lepanto (7 ottobre 1571).

PERCHÉ NOI SIAMO AMRENI – La prossima riunione per evitare una nuova Famagosta e avvicinare una pace a tutto tondo sarà presto a Chisinau, in Moldavia. Ci saranno anche Macron e Scholz. L’Italia non ha chiesto di esserci. Peccato. Come Andreotti aveva proposto per il Kurdistan l’Italia ha dalla sua la soluzione della questione della minoranza tedesca in Sud Tirolo-Alto Adige. L’accordo di Parigi tra Italia e Austria del 5 settembre 1946 detto De Gasperi-Gruber, riconoscendo la sovranità italiana fissò un’intesa sui diritti all’autonomia. L’Onu nel 1960, all’unanimità, su proposta dell’Austria volle una ripresa del dialogo con l’Italia. Qui mi sia permessa un’osservazione spero non solo personale: noi italiani non possiamo non essere spiritualmente armeni. Non possiamo estraniarci lasciando a russi, turchi, tedeschi e francesi la questione del diritto degli armeni a esistere come civiltà, come identità nella quale specchiarci con gratitudine. Hanno resistito millenni al tentativo di distruzione. Hanno sopportato eccidi, invasioni, mantenendo la fede, la lingua, un fuoco di umanità. Non permettiamo sia spento dalla nostra sete di idrocarburi (e, temo, almeno a certi livelli, fame di caviale).

Russia, addio. La Moldavia sposa l’Europa, il ruolo chiave dell’Azerbaigian (Haffingtonpost 31.05.23)

Al vertice della Comunità dei Paesi europei che si aprirà giovedì in un castello alle porte di Chisinau, piccola e ordinata capitale della altrettanto piccola Moldavia, i 40 Paesi riuniti troveranno sul tavolo questioni non certo irrilevanti su cui discutere. Così come non è irrilevante la scelta del luogo per questa riunione di una Europa “politica” allargata – la seconda, nata da un’idea del presidente francese Emmanuel Macron – proprio dietro il confine ucraino, mentre tutto il mondo è in attesa della tanto annunciata controffensiva di Kyiv. La Moldavia, come l’Ucraina, ha chiesto di aderire all’Unione europea lo scorso anno poco dopo l’invasione russa, e Chisinau sta pianificando di utilizzare il vertice per presentare le riforme e convincere i leader ad aprire i negoziati di adesione il prima possibile. La Moldavia ha annunciato l’intenzione di avviare la procedura per il ritiro dall’accordo sull’Assemblea interparlamentare della Csi (Comunità di Stati indipendenti), ha adottato tutte le misure per affrancarsi del tutto dalle forniture energetiche russe, ha presentato di recente proposte di legge contro la propaganda russa e per la messa al bando del partito filorusso, ha portato in piazza 80mila persone a Chisinau per chiedere un accesso rapido all’Ue. Ha ottenuto ieri dal Consiglio Ue il raddoppio dell’assistenza finanziaria – da 150 a 295 milioni di euro – e oggi dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen la promessa di un nuovo pacchetto di investimenti e di assistenza – che include anche l’abbassamento delle tariffe di roaming dal 2024 e la partecipazione moldava alla piattaforma di acquisti congiunti di gas – con una “mobilitazione di 1,6 miliardi di euro con porterà grandi opportunità per le aziende moldave”.

Secondo l’agenzia di stampa Reuters a Chisinau è prevista anche la firma di un accordo di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian. E proprio l’Azerbaigian sarà uno dei protagonisti dell’incontro, non solo perché si spera appunto nella distensione tra Yerevan e Baku, ma anche e soprattutto perché è da Baku che arriveranno – e secondo la nostra premier Giorgia Meloni stanno già arrivando – quelle forniture di energia delle quali Europa, e Italia, hanno tanto bisogno per fare davvero a meno dell’energia che arriva da Mosca. Meloni di recente ha dichiarato: “Riceviamo quasi il 60% delle consegne dell’Azerbaijan tramite TAP attraverso Turchia, Grecia e Albania”.

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Come ha scritto il Wall Street Journal, l’Azerbaigian, con la partecipazione attiva di Bruxelles e Washington, sta mettendo in campo grandi sforzi per normalizzare le relazioni con il suo vicino armeno e aprire rotte di trasporto regionali per l’energia, che può produrre in grande quantità. La principale è quella che dovrebbe passare attraverso il cosiddetto Corridoio di Zangezur – anche noto come Corridoio di Nakhchivan – una direttiva di trasporto che dovrebbe collegare la Repubblica autonoma di Nakhchivan al resto dell’Azerbaigian attraverso la regione di Syunik dell’Armenia. Le autorità azere fanno riferimento per questo progetto al nono punto dell’accordo per il cessate il fuoco nel Nagorno-Karabakh del 2020, firmato il 10 novembre di quell’anno. Con la sua apertura, l’Unione europea (e anche l’Italia) otterrà una rotta di trasporto diretta verso la Cina, aggirando la Russia, attraverso la Turchia, l’Azerbaigian, il Mar Caspio e l’Asia centrale. Nel 2022, il volume delle consegne di gas dall’Azerbaigian all’Unione Europea ha raggiunto i 12 miliardi di metri cubi, ed entro il 2027 Baku prevede di raddoppiare questa cifra. Attualmente Baku fornisce petrolio e gas a Romania, Croazia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Austria, Germania, Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Italia, mentre sono in corso negoziati con l’Ungheria, l’Albania e anche la Moldavia, Quest’ultima spera in questo modo di risolvere i suoi drammatici problemi di rifornimento energetico, che attualmente sono strettamente interconnessi alla rete ucraina, tanto che in diverse occasioni i bombardamenti russi al di là del confine hanno causato estesi blackout energetici anche nella piccola Moldavia. La presidente Maia Sandu, a tale proposito, ha recentemente dichiarato: “La Federazione russa vuole un governo filo-russo in Moldavia e ci sta ricattando attraverso le risorse energetiche, per questo la partnership con l’Azerbaigian è molto importante per realizzare il nostro desiderio di raggiungere l’indipendenza energetica. Speriamo nel sostegno e nella cooperazione delle autorità di Baku”.

Grazie all’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, la cui costruzione è stata sostenuta da Stati Uniti e Gran Bretagna, dal 2006 l’Azerbaigian ha una via di trasporto del petrolio indipendente dal Cremlino. La presenza di una tale infrastruttura è di importanza decisiva per la politica energetica indipendente di Baku nell’interesse dell’Unione Europea. Il Kazakistan – che sarebbe un possibile fornitore di energia alternativo a Mosca – non ha soddisfatto la richiesta della Germania di aumentare il volume delle forniture di petrolio e il 27 maggio scorso il vice capo dell’operatore nazionale del Kazakistan per il principale oleodotto, la KazTransOil, Eric Sagiyev, ha osservato che l’aumento delle esportazioni dipende interamente dalla Federazione Russa. “Il presidente azero Ilham Aliyev è riuscito a sfuggire al controllo di Mosca con maggior successo di quasi tutti gli altri leader delle ex repubbliche sovietiche”, ha osservato sempre il Wall Street Journal ed ha insistito scrivendo che “Putin sta usando gli armeni del Karabakh come pedine del suo gioco, allo stesso modo degli osseti del sud e degli abkhazi in Georgia…” . Del resto, è innegabile che Baku si oppone al separatismo filo-russo tanto quanto sta cercando di fare Kyiv: l’Ucraina nel Donbass e la Crimea, l’Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh. Se l’Ucraina è il baluardo dell’Europa sulla via dell’espansione aggressiva di Mosca, l’Azerbaigian si candida a diventarlo in un modo differente, essendo uno dei principali fornitori di energia dell’Ue, compensando la rinuncia al gas russo. Dal punto di vista militare, di fronte al minaccioso riavvicinamento di Russia e Iran, nonché all’attività dei separatisti del Karabakh sotto la copertura del contingente militare russo, l’Azerbaigian è stato costretto ad aumentare costantemente la sua capacità di difesa. La spesa militare dell’Azerbaigian nel 2022 ha raggiunto infatti quasi 3 miliardi di dollari. Di conseguenza, nella classifica delle potenze militare per il 2023, l’Azerbaigian si è classificato al 57° posto su 145 paesi. Pertanto, è attualmente lo stato militare più potente del Caucaso meridionale. E gli analisti internazionali sono convinti che, nel tentativo di fare leva su Baku, Mosca coinvolgerà i separatisti armeni nel Karabakh (che anche il primo ministro dell’Armenia ha riconosciuto come territorio sovrano dell’Azerbaigian).

Nonostante la presenza di vicini ostili a nord e a sud, l’Azerbaigian sostiene costantemente l’Ucraina: “L’Azerbaigian continua a fornire assistenza umanitaria al popolo ucraino”, ha dichiarato poche settimane fa il ministro degli Esteri di Baku, Jeyhun Bayramov, che ha ricordato come, solo nel 2022, l’Azerbaigian ha fornito gratuitamente all’Ucraina oltre 200.000 litri di carburante e oltre 900 tonnellate di medicinali, attrezzature mediche e cibo. Un aiuto che non ha lasciato indifferente Kyiv, con la vicepresidente della Verkhovna Rada dell’Ucraina, Elena Kondratiuk, che il 16 maggio scorso ha ringraziato la leadership di questa repubblica del Caucaso meridionale “per il costante sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina”, mentre la scorsa settimana, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha espresso la sua gratitudine per “la posizione coerente dell’Azerbaigian nel sostenere la sovranità del nostro paese”. La speranza, allora, è che dal vertice di Chisinau venga fuori una “Europa allargata” unita e solidale, decisa ad operare per la pace nella regione ed a contrastare, compatta, l’aggressività e l’espansionismo di Mosca.