Vino di Sicilia il più antico del mondo. Scoperti due diversi siti di produzione vinaria già 6000 anni fa (Ilgazzettinodisicilia.it 03.09.17)

Il ritrovamento in Sicilia è datato nello stesso periodo di quello finora ritenuto il più antico sito di produzione enologica del mondo, nei dintorni del villaggio di Arani nel sud dell’Armenia

La cultura del vino di Sicilia ha almeno 6000 anni. È merito dell’archeologo Davide Tanasi, un ricercatore siciliano che lavora per l’Università della South Florida (Tampa, USA), la scoperta scientifica che nell’Isola si produceva vino intorno al 4000 a. C., molto prima della colonizzazione greca.
In precedenza altre ricerché avevano provato la coltivazione dell’uva, attraverso la datazione dei semi, ma non la vinificazione. I reperti sui quali ora sono state accertate le tracce di vino provengono da due distinte località della Sicilia, dagli scavi delle grotte di Monte Kronio, nella Riserva naturale orientata Monte S. Calogero (Kronio), vicino Sciacca in provincia di Agrigento, e dal sito archeologico di Sant’Ippolito nel comune di Caltagirone, in provincia di Catania.

Enrico Greco, ricercatore e chimico dell’Università di Catania, attualmente visiting l’Università della South Florida, che fa parte dello staff diretto da Davide Tanasi, ha esaminato i resti delle anfore di 6000 anni fa, tra la fine dell’età del Rame e l’inizio dell’età del Ferro. In esse è stato rinvenuto acido tartarico in grande quantità, che può provenire unicamente dal processo di vinificazione. Le indagini degli studiosi dell’Università della South Florida sono state possibili grazie al supporto del Cnr IMC di Roma, dell’Ateneo di Catania, della Soprintendenza ai Beni culturali di Agrigento.

Di recente in Sardegna, nella zona di Monte Zara, non lontano dalla città di Monastir, a pochi chilometri da Cagliari, era stato accertato che un torchio del IX secolo avanti Cristo veniva utilizzato per spremere l’uva. I francesi ne avevano rinvenuto un altro, provandone scientificamente l’uso per produzione vinaria, ma risalente solo al V secolo a. C.
Il primato italiano, già accertato nel confronto diretto con la cultura vinicola della Francia, viene ora confermato a livello mondiale.

Il ritrovamento in Sicilia è datato nello stesso periodo di quello finora ritenuto il più antico sito di produzione enologica del mondo, nei dintorni del villaggio di Arani nel sud dell’Armenia, non lontano dal confine con l’Iran, in cui sono stati rinvenuti utensili utilizzati nella tarda età del Rame, all’incirca nel 4.000 a.C. Si è però ipotizzato che la malvidina di cui si sono trovate tracce, il pigmento che in natura è responsabile del colore rosso del vino, possa derivare non dalla spremitura d’uva ma del melograno, molto comune in Armenia ma del tutto assente nella Sicilia di 6000 anni fa.

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Vino, gli italiani lo fanno da 6000 anni (FOCUS)

In una grotta della Sicilia le tracce di consumo e produzione risalenti a quattro millenni prima di Cristo: sono tra le più antiche al mondo, e l’arte è nota da prima dell’arrivo dei Greci.

Una delle eccellenze dello Stivale è ancora più scolpita nella nostra storia di quanto credessimo: residui di vino risalenti a 6000 anni fa sono stati scoperti in recipienti di terracotta in una grotta sul Monte Kronio, vicino al porto di Sciacca (Sicilia sudoccidentale).

Si tratta di una delle più antiche testimonianze di consumo di vino al mondo, e retrodata la produzione di questa bevanda nella regione e in Italia di quasi 3000 anni: prima d’ora si pensava che la vinificazione nella Penisola fosse iniziata nel 1200 a.C., introdotta con la colonizzazione della Sicilia da parte dei Greci.

Novità. Il ritrovamento delle Università della Florida meridionale e di quella di Catania, illustrato sul Microchemical Journal, è reso ancora più importante dal fatto che le scoperte precedenti includevano per lo più da resti di viti ma non di vino fermentato; testimoniavano dunque un’attività di viticoltura ma non, direttamente, di produzione del vino.

 

Le giare in cui sono state trovate le tracce di vino. | Davide Tanasi

Le prove. Questa volta invece le analisi chimiche hanno evidenziato cinque tracce organiche di cremor tartaro (o bitartrato di potassio: il principale componente acido dell’uva, che si sviluppa naturalmente durante la fermentazione del vino), in giare della tarda età del rame rinvenute nella grotta nel 2012. Le analisi chimiche hanno permesso di datarle al quarto millennio prima di Cristo.

Tutto nacque qui… Non solo si tratta della più antica testimonianza preistorica della produzione di vino in Italia; potrebbe essere tra una delle prime al mondo. Benché alcuni studiosi sostengano che la vinificazione sia iniziata 10 mila anni fa, finora le tracce più remote di vino sono venute alla luce in Armenia (vicino al villaggio di Areni, nel 2011), e sono più o meno contemporanee a quelle siciliane.

In quel caso però c’è il sospetto che la malvidina ritrovata, cioè un pigmento naturale responsabile del colore rosso del vino, possa derivare non dall’uva ma dal melograno, un frutto molto comune in Armenia, ma assente in Sicilia 6000 anni fa.

Speciale difesa: Nagorno-Karabakh, scambio d’accuse fra Armenia e Azerbaigian durante missione monitoraggio Osce (Agenzia Nova 01.09.17)

Erevan, 01 set 15:15 – (Agenzia Nova) – Nuove schermaglie fra Armenia e Azerbaigian durante le attività di monitoraggio dell’Osce che si sono svolte ieri lungo il confine fra i due paesi. Secondo le autorità di Erevan, le Forze armate azerbaigiane “hanno aperto il fuoco in direzione dei rappresentanti della missione dell’Osce che ieri si trovavano nei pressi del villaggio di Chinari nella provincia armena di Tavush”. Il portavoce del ministero della Difesa armeno, Artsrun Hovhannisyan, ha riferito che la missione dell’Osce non sarebbe stata in grado di condurre le proprie attività a causa degli atti di sabotaggio azeri. “L’ambasciatore Andrzej Kasprzyk, rappresentante personale del presidente in carica (il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz), ha lasciato la zona”, ha dichiarato il Hovhannisyan, aggiungendo che, nonostante gli ostacoli posti dal lato azerbaigiano, la missione ha completato le sue attività di monitoraggio. (Res)

Le tre Comunità cristiane: Greca, Latina e Armena e lo statu quo (Primonumero.it 30.08.17)

Diario Da Gerusalemme. La Terra santa è una terra affascinante e misteriosa, ricca di tradizioni e storie. Fin dai tempi più remoti popoli e civiltà si sono incontrate fondendosi in memorie e tradizioni, qui religioni e culti sembrano avere un fascino unico come in nessuna parte del mondo può essere sperimentato.
Le tre grandi religioni monoteiste (ebraica, cristiana, musulmana) qui si incontrano e si scontrano così mentre i cristiani, ad esempio, compiono i loro riti non è difficile che una voce dal minareto inviti alla preghiera per lodare Allah o che un gruppo di ebrei osservanti corra al muro del pianto per la preghiera rituale.
Se da una pare abbiamo queste tre grandi fedi, dall’altra, quella cristiana è divisa in tante chiese, grandi e piccole. In questo mosaico di chiese con denominazioni diverse si arriva a contarne circa una ventina per 200mila fedeli cristiani disseminati in un’area di circa 27mila Km2.
In questo lembo di terra si incontrano chiese e riti diversi e comuni. La chiesa siriaca, bizantina, greca, armena, copta, etiopica, apostolica, gregoriana, giacobita, maronita, melkita e così via. In questo labirinto di culti e riti non è facile, a volte, orientarsi.

Il distintivo di ogni chiesa è dato da due fattori fondamentali: la dottrina cristiana e la costituzione ecclesiale. Quanto alla dottrina i problemi con le altre chiese sono sempre meno quelli riguardanti Dio (processione dello Spirito santo) o il Cristo (unità uomo-Dio), le verità mariane, i sacramenti o l’escatologia (purgatorio in modo particolare) in questo senso vi è stato un reciproco cammino di chiarificazione che ha eliminato incomprensioni.
La questione spinosa è la costituzione ecclesiale elemento distintivo di tutte le chiese orientali, ortodosse e cattoliche e la considerazione del ruolo del vescovo di Roma.
Se Gerusalemme è stata considerata la madre di tutte le chiese, essa, in qualche modo, è diventata l’immagine della divisione delle chiese. Elementi storici, politici, teologici, culturali hanno determinato una profonda spaccatura in questa parte del medio Oriente tale da “produrre” una ventina di chiese cristiane.
Le comunità maggiori presenti in Terra santa sono tre: Greca-ortodossa, Latinae Armena, queste tre comunità sono le protagoniste riconosciute dello statu quo che determinano e caratterizzano la vita liturgica nelle chiese del santo sepolcro a Gerusalemme, della natività a Betlemme.
Conoscere queste chiese aiuta molto ad allontanare pregiudizi ed incomprensioni, anzi facilita rapporti di amicizia e di reciproca convivenza.

La Chiesa ortodossa (dal greco orthé doxa ossia retta, giusta, autentica, fede) appartiene al gruppo delle Chiese che hanno accettato il concilio ecumenico di Calcedonia (451) nelle sue formulazioni dommatiche e dottrinali e nei suoi canoni disciplinari.
Molta importanza è data al monachesimo (in genere si segue la regola di S.Basilio) quale espressione di vita religiosa contemplativa.
Nelle chiese bizantine l’eucarestia non è necessariamente celebrata ogni giorno. C’è un unico altare, la tradizione ritiene che non è lecito celebrare una seconda eucarestia sullo stesso altare, né dal medesimo sacerdote né da un altro. La concelebrazione non è mai andata in disuso ad oggi è praticata. Il matrimonio è considerato indissolubile, ma l’interpretazione della clausola del vangelo di Matteo (cf. Mt 5,32 e 19,9) ha fatto sì che l’autorità ecclesiastica per motivi pastorali di oikonomìa (disposizione accondiscendente, indulgente) possa concedere la separazione dei coniugi e anche il divorzio in casi gravissimi (adulterio, apostasia, attentato alla vita, morte civile per condanna, malattie inguaribili, dispersione etc…). è possibile un secondo matrimonio che dalla Chiesa è tollerato come un rito di carattere penitenziale. Il sacramento dell’ordine è conferito solo agli uomini che possono sposarsi prima del presbiterato. I vescovi vengono scelti tra i sacerdoti non sposati, quasi sempre monaci.

I frati minori: sono i custodi dei luoghi santi. La loro presenza in Terra santa risale a 800 anni fa. I minori in Terra santa vengono chiamati ifrati della corda per la cintura bianca che portano sopra il saio marrone. I frati sono storicamente i custodi dei luoghi santi. Il termine custode deriva dall’organizzazione interna dell’ordine francescano. Quando ancora era in vita S.Francesco, l’ordine venne suddiviso in province, ognuna con a capo un ministro (da minusin latino) provinciale. A loro volta, le province più estese era suddivise in “custodie”, con a capo un custode. La provincia-madre della Custodia di Terra santa, quella d’Oltremare, ha cessato di esistere nel 1571 con la caduta di Cipro per mano degli ottomani, da allora, la Custodia di Terra santa dipende direttamente dal ministro generale dell’ordine francescano.
Nel 1336, con il sostegno del re di Napoli Roberto d’Angiò che nel 1333 ottenne dal sultano d’Egitto il diritto di acquisto, protezione e custodia dei luoghi santi cristiani, un manipolo di dodici frati si stabilì a Gerusalemme presso il cenacolo al monte Sion e presso il Santo Sepolcro, con diritto di celebrazione. Pochi anni dopo, nel 1342 papa Clemente VI ratificò la loro posizione giuridica e si venne a definire ufficialmente e giuridicamente la Custodia di Terra santa.
All’epoca, il custode francescano di Gerusalemme era anche il massimo rappresentante della Chiesa latina. Il titolo del custode di Terra santa è: Guardiano del Santo Monte Sion e del Santissimo Sepolcro di Nostro Signore Gesù Cristo.
Attualmente la Custodia di Terra santa conta circa 280 frati da 37 nazioni. Sono distribuiti in 28 conventi tra Israele e Palestina; più o meno altrettanti conventi nei paesi confinanti (Cipro, Giordania, Libano e Syria e Rodi).
Nel 1847 papa Pio IX ripristinò il patriarcato latino di Gerusalemme, allo scopo di non lasciare sola la comunità locale dei cristiani latino in terra santa. Nel 1842, infatti, l’impero britannico (chiesa anglicana) e il regno di Prussia (luterano) si erano accordati per l’istituzione a Gerusalemme di un episcopato condiviso. Probabilmente furono anche motivi politici a giocare un ruolo importante in questa decisione. La Francia si aspettava di rafforzare il proprio ascendente sulla Chiesa cattolica in Terra santa, controbilanciando l’autorità dei francescani di matrice spagnola. Nel 1987, con la nomina di Michel Sabbah, originario di Nazareth, per la prima volta un cristiano del luogo è divenuto patriarca latino di Gerusalemme. I cattolici romani sono circa 77mila suddivisi in 70 parrocchie: 15 nei territori palestinesi, 15 in Israele il restante suddiviso tra Giordania e Cipro. Nella diocesi di Gerusalemme sono presenti circa una trentina di ordini e congregazioni religiose maschili e una settantina femminili per un totale di circa 550 religiosi e 1100 religiose. Il patriarca risiede presso la sua sede vicino a porta di Jaffa dove sorge una imponente chiesa neogotica che funge da concattedrale. La cattedrale vera e propria è la basilica del Santo Sepolcro.

La chiesa Armena. Il popolo armeno si può gloriare di essere stato il primo popolo e la prima nazione ad abbracciare il cristianesimo nell’anno 301 ad opera del re Tiridate III in seguito alla predicazione del grande missionario S.Gregorio l’Illuminatore. Da lui la chiesa armena prende anche il nome di chiesa gregoriana.
Gli armeni considerano loro antenato Noè, chiamano l’Armenia con il nome originario diHayastan, da Hayk, discendente di Noè. Il patriarca armeno è il padre della patria ed è chiamato Katholicòs. Il popolo armeno ha attraversato molte vicissitudine dolorose segnandolo indelebilmente. La croce detta “armena” ha un ruolo centrale nella spiritualità ed è facilmente riconoscibile perché agli angoli dei quattro bracci vi è il trifoglio simbolo della Trinità. Il popolo armeno ama incidere la croce “croce di pietra” in armeno Khatchar, nella cappella di S.Elena al Santo Sepolcro ci sono migliaia di queste croci incise nelle roccia.
Gli armeni ammettono i sette sacramenti i tre dell’iniziazione (battesimo-cresima ed eucarestia) sono amministrati in un unico rito. La presenza reale di Cristo nell’eucarestia è fermamente creduta. Il matrimonio è indissolubile e si concede lo scioglimento solo in caso di adulterio basandosi sull’interpretazione della clausola matteana (Mt 5,31; 19,6). La chiesa armena permette le seconde nozze, che vengono celebrate in forma privata. Il sacerdozio è dato solo agli uomini che si possono sposare prima. C’è nella chiesa armena anche il diaconato delle donne.
La liturgia, celebrata in lingua armena antica, conferisce particolare onore all’evangeliario che non viene mai toccato a mani nude, ma sempre con un velo ricamato. Gli armeni ripetono con gli antichi padri: “il vangelo è nostro padre e la chiesa nostra madre”.
Dal 1923 la Chiesa armena ha adottato il calendario gregoriano, eccetto che nella chiesa di Gerusalemme e Betlemme ove la festa di Natale-Epifania è celebrata il 19 gennaio.
Molta importanza per gli armeni è data al sacro crisma, composto da olio e da molte essenze profumate. La consacrazione dell’olio è riservata ai due patriarchi che compiono il rito ogni sette anni e provvedono poi alla distribuzione. Per significare la continuità della successione apostolica e persino il nesso con l’olio di Aronne, ogni nuovo crisma viene consacrato con la commistione di un rimasuglio del vecchio.

Lo Statu quo: Le varie Chiese (greco-ortodossa, Latina e armena), in diversa misura, dopo le separazioni e divisioni hanno cercato di insediarsi e di appropriarsi dei numerosi luoghi santi. La questione è stata per secoli oggetto di contese e di controversie tra le comunità ecclesiali. La temporanea soluzione conclusasi con il decreto(firmàn) del sultano turco nel 1757, confermato (con leggere variazioni) da un altro firmàn del 1852, congelò la questione nella situazione e nella modalità in cui si trovavano allora i luoghi santi. Tale firmano è conosciuto come status quo, perché stabilisce il mantenimento delle condizioni di fatto nel modo in cui si trovavano (status quo ante) alla data dell’emanazione del decreto.
Lo statu quo vige dove sono presenti le tre comunità: Gerusalemme (santo sepolcro), Betlemme (Basilica della Natività), la tomba della Madonna presso la valle del Cedron, l’oratorio dell’Ascensione (sul monte degli ulivi).
Dopo la caduta dell’impero turco (1917) e durante tutto il mandatobritannico sulla Palestina, il governatore di Gerusalemme era l’arbitro nelle liti a lui sottoposte, ma se la decisione non piaceva ad una comunità (greca, armena e latina) questa presentava una protesta ufficiale. La medesima prassi fu conservata durante il governo hascemenitagiordano (1948-1967). Dopo la guerra detta dei sei giorni (1967) e l’annessione da parte dello stato di Israele della città vecchia di Gerusalemme, lo Statu quo viene oggi garantito e fatto osservare da Israele.

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Russia, Putin: Congratulazioni a Serzh Sargsyan sul ventesimo anniversario del trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza russo-armena (Agenparl.it 29.08.17)

AGENPARL) – Mosca, 29 ago 2017 – Vladimir Putin ha inviato un messaggio di congratulazioni al presidente dell’Armenia Serzh Sargsyan sul 20 ° anniversario del trattato russo-armeno di amicizia, cooperazione e reciproca assistenza.

Il presidente della Russia ha notato nel suo messaggio sulla lunga e ricca storia delle relazioni russo-armeni, che si sono sempre basate sui legami stretti di amicizia e rispetto reciproco tra il popolo russo e quello armeno.

“Il trattato del 1997 ha segnato un nuovo periodo nelle relazioni interstatali tra Russia e Armenia. La firma di questo documento cruciale ha creato le condizioni per promuovere il dialogo politico e per sviluppare la cooperazione bilaterale nel commercio, nell’economia, nella scienza, nella tecnologia, nella cultura e in altre aree “, ha scritto Vladimir Putin nel suo messaggio.

Putin ha elogiato lo sviluppo delle relazioni russo-armeno, che hanno raggiunto la fase delle relazioni alleate negli ultimi due decenni. Mosca e Yerevan stanno collaborando nell’ambito dei processi di integrazione eurasiatica e stanno coordinando i loro sforzi verso la creazione di sicurezza regionale e stabilità.

Il presidente della Russia ha ribadito la disponibilità della Russia a continuare a lavorare per costruire l’intero pacchetto di legami russo-armeno nell’interesse dei due popoli fraterni.

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Speciale difesa: Armenia, ministro Esteri Nalbandian riceve segretario generale del Csto (Agenzianova.com 29.08.17)

Erevan, 29 ago 15:15 – (Agenzia Nova) – Il ministro degli Esteri armeno Edward Nalbandian ha ricevuto il segretario generale dell’Organizzazione del trattato sulla sicurezza collettiva (Csto) Juri Khachaturov. Lo riferisce l’ufficio stampa del ministero di Erevan. I due interlocutori hanno discusso dell’attuazione delle decisioni prese in occasione della riunione dei capi di stato del Csto a Bishkek, in Kirghizistan. Il segretario generale ha informato il ministro Nalbandian sulle attività in corso dell’organizzazione e sull’organizzazione delle prossime sessioni del Csto. L’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva è un’alleanza difensiva creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli stati indipendenti (Csi): Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan. (Res)

La nuova scuola in Armenia ricorda Verona e «L’Arena» (L’Arena 28.08.17)

«Scuola Verona-L’Arena, ottobre 1989». La storia continua, sull’asse Verona-Armenia. I sogni, come le idee, camminano sulle gambe degli uomini. E Garen Kökciyan, 57 anni, ingegnere armeno nato a Istanbul, in Turchia, residente dal 1978 ad Avigliana (Torino), ne dà la prova. Il suo grande sogno, alimentato e sostenuto da numerosi amici e benefattori, si è realizzato.

Così venerdì, 1 settembre, nel nord ovest dell’Armenia, nel villaggio rurale di Krasar, a duemila metri di altitudine, con 550 abitanti, s’inaugura una nuova scuola in pietra, per cento allievi. Fatta costruire per iniziativa di Kökciyan sul luogo di quella distrutta dal terremoto del 7 dicembre 1988, che colpì l’Armenia causando oltre 25mila morti e 700mila senzatetto. Su una popolazione, allora – quando l’Armenia era ancora Stato dell’Unione Sovietica; è indipendente dal 1991 – di circa tre milioni e mezzo di persone.

Verona e la sua gente sono pure protagonisti, a distanza, di questo sogno diventato realtà. Già, perché a Krasar c’è dall’ottobre 1989 una scuola in cartongesso, appunto la «Scuola Verona», un prefabbricato, finanziata e fatta costruire dal nostro giornale. L’Arena promosse infatti una raccolta di fondi per sostenere la popolazione colpita dal violento sisma e scelse di aiutare Krasar, dov’era crollato l’edificio scolastico.

ALL’EPOCA tra l’altro operava nello Stato caucasico monsignor Claudio Gugerotti, prete veronese del Don Mazza, allora responsabile del settore armeno della Congregazione delle Chiese orientali e poi per dieci anni nunzio apostolico in Armenia, Georgia e Azerbaigian. Un rappresentante della Santa Sede, dunque, ora nunzio in Ucraina, a Kiev, dopo esserlo Stato in Bielorussia. Fu anche lui a facilitare numerosi contatti tra Verona e l’Armenia. Gugerotti fu promotore della costruzione dell’ospedale Redemptoris Mater, ad Ashotsk, a 2.200 metri, poco distante da Krasar e dalla Georgia, donato da papa Giovanni Paolo II utilizzando fondi della Caritas italiana.

GRAZIE alla sottoscrizione de L’Arena per la scuola furono raccolti trecento milioni di lire, con offerte di varia entità. Da qualche milione provenienti da istituti e grandi donatori, fino alle cinquemila lire degli alunni di scuole elementari. I primi a rispondere all’appello, per dare un aiuto ai loro coetanei rimasti senza scuola.

Il nostro giornale, con vari reportage nel 1989, e poi nel 1995 e anche nel 2005, raccontò della scuoletta – in cui in quasi trent’anni hanno studiato duemila ragazzi – da qualche anno in parte inagibile a causa di infiltrazioni d’acqua e per problemi al riscaldamento. Essendo essa in un luogo in cui d’inverno si arriva anche a 30-40 gradi sotto zero. Ed è proprio leggendo cinque anni fa un nostro reportage su L’Arena, da Krasar, che l’ingegnere Garen Kökciyan venne a conoscenza della storia e valutò di costruire una nuova scuola, in muratura.

«DA ALLORA visitai più volte Krasar, ponendo rimedio a problemi strutturali, con alcuni interventi tampone alla scuola in prefabbricato», dice Kökciyan, «e poi mi attivai per costruire una nuova scuola in pietra». L’ingegnere così sottopose la proposta alla Banca mondiale, a Yerevan, la capitale dell’Armenia, e all’Armenian Territorial Development Fund, un fondo per lo sviluppo del territorio armeno. Il progetto prese corpo e venne firmato l’accordo con i benefattori. Il tutto approvato dal governo armeno.

L’opera, costata 360mila euro, di cui il 75 per cento finanziati dalla Banca mondiale e per il resto da vari donatori, sia armeni che italiani ed europei, ora è diventata una realtà. Come anticipato in un articolo pubblicato da L’Arena il 3 gennaio 2016 – il promotore giunse a Verona per illustrare il progetto al nostro giornale insieme al professore universitario Barik Sivazliyan, presidente dell’Unione Armeni d’Italia – la targa «Scuola Verona, L’Arena, ottobre 1989» verrà collocata all’ingresso della nuova scuola. Che è a un centinaio di metri da quella in cartongesso.

«IN QUESTO modo il popolo armeno ricorderà per sempre L’Arena e i cittadini veronesi, che hanno permesso di mantenere l’istruzione per quasi trent’anni in quello sperduto villaggio e anche per ragazzi abitanti nei paesi vicini», spiega ancora Kökciyan. La scuola in cartongesso, che fu costruita dall’azienda Ofma, di Udine, non verrà però smontata, ma continuerà a servire la comunità, come sala per incontri.

SAREMO PRESENTI, per L’Arena, invitati dal promotore, all’inaugurazione di venerdì, a Krasar. Dove ci saranno gli alunni, anche di villaggi vicini, le famiglie, i promotori e le autorità locali. Ci sarà anche Bruno Panziera, ex giornalista de L’Arena, che seguì nel 1989 la sottoscrizione e le varie fasi del progetto della scuola in prefabbricato. Raccontando poi, con il fotografo Maurizio Brenzoni, le varie fasi dell’impresa. Ma la storia di solidarietà del nostro giornale continua. Venerdì verrà consegnata ai dirigenti scolastici una somma di denaro, messa a disposizione dalla Società Athesis, editrice de L’Arena, per finanziare l’acquisto di libri e quaderni per gli studenti della “Nuova Scuola Verona”. Un edificio a un piano, in pietra, con 12 aule per classi più una palestra, costruito con criteri antisismici. Ai ragazzi verrà consegnato anche un opuscolo con tutti gli articoli dal 1989 a oggi, sulle imprese a Krasar e ad Ashotsk. Verrà letto anche un saluto del sindaco di Verona, Federico Sboarina.

DALLA RACCOLTA FONDI, alla scuola in cartongesso, al sogno, fino a oggi, alla nuova scuola. Per gli armeni di oggi e di domani. «Per me è un cerchio che si chiude», ammette Kökciyan, emozionato in vista dell’inaugurazione. È un dono alla sua terra madre, segnata nel corso della lunga sua storia dal martirio – il genocidio di un milione e mezzo di armeni, compiuto un secolo fa dai turchi, seguito dalla diaspora – e dalle sofferenze del terremoto. Ma i sogni e il cuore, sostenuti da mani e gambe, aiutano a colmare il vuoto. E a rinascere.

Enrico Giardini

In Armenia, tra il Mar Nero e il Mar Caspioosta.glocal.it 28.08.17)

Nella prima Nazione al mondo consacrata alla Cristianità  –  l’Armenia –  si stanno registrando importanti presenze turistiche. La regione agricola del Kachatagh o gli scenari molokan, valgono un viaggio nell’antica terra di Hayk  –   patriarca e fondatore della patria armena  –   dove i tesori del passato sono testimonianza di rimpianti splendori in un’oasi di calma spirituale da ricercare tra escapades contemplative , passeggiate nella natura e visite a villaggi immersi in atmosfere d’autentico mistero. Amberd o il monumento dell’alfabeto armeno o, ancora, le case-museo di personalità quali: Stepan Zorian, scrittore; Hovannes Tumanian, poeta, o i fratelli Mikoian  esistono davvero. I folti boschi e i giardini da favola del Sevan e Gulagarak, precedono l’agglomerato urbano di Vanadzor (a 128 km a nord dalla capitale Yerevan) con la sorpresa di trovare mistiche architetture e il ponte di Sanahin. Da vedere. Khachkar, croci ricavate nella roccia, datate sec. IX-XVII, complessi monastici fortificati e chiese precalcedonesi  , faranno parte degli itinerari insoliti dell’Hayastan (l’Armenia), proposta e riproposta da Metamondo Tour.

Ma il modo migliore per conoscere questa piccola nazione, dalla lunga storia di guerre e invasioni, sarà quello di intraprendere un tour al di fuori delle mete più usuali del turismo di massa, senza dimenticare le montagne del Guegham e il tempio del Sole a Garnì. Subito dopo aver visitato il centro di Noraduz, il percorso dell’Azhdahag (3.597 metri) rivelerà antichi episodi vulcanici  propri della catena del Guegham.  Meta trek: il monastero rupestre di Ghegard. Si potrà pensare a ulteriori gite esplorative da Yerevan  all’Aràgadz , «verso quei picchi che toccano il cielo e parlano con il vento» , partendo dal laghetto di Karalich: punto d’ascesa  alle Quattro-Vette (cima Sud, 3.617 metri), Ovest (4.080 metri), Nord (4.095 metri), Est (3.950 metri), guardando  a meridione, verso i siti megalitici di Karahunge-Zoratz e all’abitato preistorico di Khendzoresk.  Cercando l’Ararat di Noè, Iafet, Gomer, Togarma , Hayk…

Notizie in valigia

Documento di frontiera. Passaporto individuale con scadenza non inferiore ai sei mesi dalla data di rientro dal Paese.

Come arrivare. In aereo, da Milano, Venezia, Bologna, Roma con i collegamenti di Austrian Airlines .

Dove mangiare. A Yerevan: Monte Cristo Restaurant, Hrazdan Gorge; Dolmama, 10 Pushkin Str.; Caucasus Tavern, 82 Hanrapetutian Str.   Dove dormire. A Yerevan: Aviatrans Hotel, Anì Plaza; a Dilijan: Paradise Resort, Dilijan Hotel; a Goris: Mirhav Hotel.

A tavola. Tarkhùn lìmonàt, bevanda verde (simil-gazzosa) di dragoncello; hadighì pilaf, pilaf di frumento intero con chicchi di melagrana; tàn abur, zuppa allo yogurt; kyufta, polpetta di polpa di vitello lavorata con spezie; motal, formaggio caprino stagionato nel coccio; khorovaz (spiedini) di carni miste  e tèl-cadayif, dolce con noci. Squisita la frutta (in particolare: tziranì cir, albicocche essiccate; nur, melagrane; serkè-fil, cotogne) e il lavash , un pane in “fogli” cotto nei tradizionali forni a pavimento. Da sorseggiare: l’ ottimo cognac Haykuhi Proshyan e il surtch , il denso caffè servito  –  a piacere  –    molto zuccherato.

Richiami turistici. A Yerevan: lo Dzijernagapert, il monumento alle vittime del Mets Yeghern, il Grande Male (l’equivalente armeno della “Shoah”) e il Matenadaran, la biblioteca che raccoglie migliaia di manoscritti preziosi miniati in tempi lontani; i molti musei, la Cascade ritrovo giovanile, il teatro dell’Opera e il colorato vernissage del sabato mattina  –  il mercato del viale  –  nelle vicinanze della centralissima Hanrapetutian Hrabarak (piazza della Repubblica), nota per le “fontane danzanti”. Oltre Yerevan: la fascinosa Khor Virap  –  luogo di prigionia di san Gregorio Illuminatore (san Gregorio Armeno) a cui si deve la conversione al Cristianesimo dell’Armenia (a sud del monastero, oggi in territorio turco, il monte Ararat, alto più di 5.000 metri; la Bibbia ci dice che sul Monte si posò l’Arca di Noè)  –  ; la stazione montana di Tsakhkadzor; Dilijan, sulla Via armena della Seta e dei villaggi molokan; il monte Aràgadz (4.090 metri); mountain bike, trekking e rafting… in territori-paradiso degli astrofili; i complessi eremitici, gli insediamenti monastici, la sede della Chiesa apostolica armena a Etchmiatzin, i resti dell’antica capitale Vagharshapat  con le (vicine) rovine di Zvartnots . E poi: il tempio ellenistico di Garnì,  Tatev e il fiume Vorotan. Le croci in pietra (khachkar) tipiche dell’arte armena sparse un po’ ovunque sul territorio. A quota 1.900 metri: il lago Sevan.

Acquisti. Larghi, bassi, unici-soffici (tipici!) pani dolci gatà di Ghegard; capi d’abbigliamento firmati, oggetti d’antiquariato, vetri vulcanici colorati, strumenti musicali, vini (nurì ghinì, di melagrana, compreso), tappeti, erbe, tisane e “tè” di montagna. Tipiche: le marmellate masurì murabà (di rosa selvatica), honì murabà (di corniole), ablepiha-i murabà (di olivello spinoso). Particolare: il rehàn (basilico rosso) e l’acquavite di gelso (tutì aragh); ablepiha-i yùkh (olio d’olivello spinoso), per la cosmesi.

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Nagorno-Karabakh: Andrew Schofer assume incarico co-presidente per gli Usa nel Gruppo di Minsk dell’Osce (Agenzianova.com 28.08.17)

Washington, 28 ago 15:38 – (Agenzia Nova) – Il giorno precedente le forze armate azere avevano colpito delle postazioni militari armene, stando a quanto riferito dal ministero della Difesa di Baku, per prevenire nuovi atti di sabotaggio. Secondo quanto comunicato dal dicastero azero, dal distretto di Qazakh e di Tovuz sono stati sparati alcuni colpi di mortaio per impedire che le forze armene compissero nuovi attacchi contro la popolazione civile azerbaigiana. La nota del ministero è stata pubblicata in risposta ad alcune notizie apparse sui media armeni secondo cui le forze armate dell’Azerbaigian stavano bombardando villaggi armeni situati nei pressi del confine. (Res)

Vino più antico del mondo: l’Italia insidia l’Armenia (Vinialsupermercato.it 27.08.17)

Cambia la geografia “archeologica” del vino. I residui del vino più antico del mondo sono stati trovati in una grotta vicino Agrigento.

A contenerli una grande giara dell’Età del Rame, di quasi 6 mila anni. L’Italia insidia dunque il primato dell’Armenia, dove nel 2011, vicino al villaggio di Areni, è stata scoperta una vera e propria cantina, ricca di strumenti per la vinificazione, nonché resti di vinaccioli e raspi.

A effettuare la scoperta un gruppo internazionale di ricerca coordinato dall’archeologo Davide Tanasi dell’Università della Florida Meridionale, a cui hanno preso parte anche il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l’Università di Catania e gli esperti della Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento.

La scoperta, pubblicata su Microchemical Journal, dimostra che la viticoltura e la produzione di vino in Italia non sono cominciate nell’Età del Bronzo, come ipotizzato finora, ma oltre 2 mila anni prima.

A confermarlo sono i residui chimici rimasti su una giara trovata in una grotta del Monte Kronio, risalente agli inizi del IV millennio avanti Cristo. La terracotta, non smaltata, ha conservato tracce di acido tartarico e del suo sale di sodio, sostanze che si trovano naturalmente negli acini d’uva e nel processo di vinificazione.

I ricercatori sottolineano come sia stato molto difficile riuscire a determinare la composizione esatta di tali residui, perché per farlo è necessario che il vasellame sia estratto completamente intatto. Il team di esperti intende ora stabilire se questo primo antichissimo vino italiano fosse rosso o bianco.

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Armenia preziosa, il cuore cristiano del Caucaso (Lapiazzaweb.it 25.08.17)

Bruno Cazzin, cuoco padovano che da vent’anni vive a Yerevan, ci aiuta a scoprire questa terra antica e ricca di bellezze: dai monasteri costruiti in luoghi di grande suggestione, ai caravanserragli sulla Via della Seta, alle atmosfere alpine del lago Sevan

di Renato Malaman

Doveva restarci soltanto 15 giorni, risiede là da quasi vent’anni! Storia d’altri tempi e decisamente singolare quella di Bruno Cazzin, cuoco padovano nativo di Vigonza che oggi vive a Yerevan, capitale dell’Armenia. Una storia che sa di sfi da, che fa pensare a certe migrazioni verso l’ignoto che caratterizzarono altre epoche (si pensi ai veneti fi niti in Sud America o in Australia). Quando Cazzin, su invito di un amico, raggiunse l’Armenia il paese aveva da pochi anni ottenuto l’indipendenza da Mosca (prima fra le 15 repubbliche ex sovietiche) ed era reduce dalla sanguinosa guerra del Nagorno Karabakh contro l’Azerbaijan. Era un paese in ginocchio, che ancora cercava nuovi punti riferimento nello scacchiere geopolitico dell’area. Impresa non facile in Caucaso, regione da sempre percorsa da tensioni sotterranee. Su cui ancora pesano certi spostamenti coatti di popolazioni da una regione all’altra imposti da Stalin, all’insegna del “Divide et impera”.

Bruno Cazzin in quel clima di cile aprì il ristorante “Ai leoni” in Tumanyan Street, una delle vie simbolo della capitale e del nuovo corso armeno, su cui oggi si affacciano locali e negozi importanti. “Ai leoni”, grazie alla passione e alla professionalità di Cazzin, oggi è l’unico vero ristorante italiano di Yerevan, dove la cucina e la cantina sfoggiano prodotti di qualità “made in Italy”. Perché abbiamo scelto Cazzin come Cicerone per raccontare l’Armenia? Semplice: il suo ristorante è una sorta di ambasciata-ombra del nostro paese, dove passano molti personaggi importanti della società armena attuale. Da Karakhin II, il Catholicos (ovvero il “papa”) della chiesa armena, la prima chiesa cristiana al mondo fondata nel 302 d.C., 12 anni prima dell’Editto di Costantino e quindi della Chiesa di Roma, al console onorario d’Italia Antonio Montalto, che andò in Armenia nel 1988 per aiutare il paese a superare la fase critica del devastante terremoto che colpì il paese quell’anno. Quel Montalto che nel frattempo ha favorito la costruzione di tre ospedali e di numerose altre strutture di pubblica utilità. Si deve a lui anche la presenza delle didascalie in italiano nei pannelli turistici posti davanti ai maggiori monumenti del paese. Non solo: il ristorante di Cazzin è meta di imprenditori, uomini di cultura, turisti italiani, tutti sicuri di poter trovare da lui informazioni utili, consigli e, naturalmente, un buon pasto all’italiana.

“L’Armenia in questi vent’anni ha fatto passi da gigante” osserva Cazzin “il paese gode dell’amicizia, e delle fonti energetiche, della Russia, ma ha buone relazioni anche con l’Europa, gli Stati Uniti e persino con l’Iran. Lo stile di vita degli armeni oggi guarda molto all’Occidente. Con la Turchia e l’Azerbaijian invece i rapporti sono congelati: pesano molto le vicende del passato. Dico solo che la Turchia un secolo fa si è presa due terzi dell’Armenia storica e non ha mai riconosciuto il genocidio del 1915”. Già, il genocidio degli armeni, costato circa 1.800.000 vite umane. Una della pagine di storia del XX secolo più vergognose, perpetrato dal movimento dei Giovani Turchi per strappare terre e beni di quel popolo. Si pensi che lo stesso Monte Ararat, quello dell’Arca di Noè, montagna simbolo della nazione armena, oggi è in territorio turco. L’Armenia odierna è un paese che ha tanta voglia di futuro e che ha moltissimo da far vedere a chi decide di visitarla. Per l’ingresso basta il passaporto, non serve più il visto. Si può noleggiare un’auto e andare dove si vuole. La capitale Yerevan è una città molto dinamica, con uno standard di vita elevato rispetto al resto del paese. Il centro storico è monumentale. Tra i palazzi più belli spicca il Teatro dell’Opera, la cui programmazione è sempre di alto livello. Di recente è stato aperto un museo dedicato a Charles Aznavour, il cui nome è in realtà Chahnouhr Varinag Aznavourian. Il cantautore, attore e diplomatico vive in Francia, ma è senza dubbio oggi l’armeno più famoso al mondo. Non a caso è stato chiamato lui ad aprire nel 2015 l’anno del centenario al memoriale del Genocidio di Yerevan.

Nell’Armenia turistica spiccano gli antichi monasteri, uno più bello dell’altro. Nidi d’aquila costruiti in pietra su luoghi arditissimi. Alcuni vanno nominati: Khor Virap con lo sfondo dell’Ararat; Ghegard, scavato nella nuda roccia; Novarank, incastonato fra spogli picchi in un ambiente roccioso; Tatev, raggiungibile con la funivia più lunga al mondo, costruita da un’azienda svizzera e lunga quasi 7 chilometri. Alcuni si specchiano sulle acque del grande Lago Sevan. L’Armenia si trova lungo la Via della Seta, di cui conserva imponenti caravanserragli in pietra. C’è pure un’area a 2400 metri di altezza che assomiglia a Stonehenge e cela antichi segreti astronomici. Da vedere il complesso religioso di Echmiadzin, il “vaticano” armeno. Oggi è visitabile anche il Nagorno Karabakh, regione abitata da armeni che Stalin assegnò all’Azerbaijan e che si è svincolata da Baku solo attraverso una sporca guerra combattuta dal 1991 al’ 94, costata 30.000 morti e un milione di profughi. Oggi lo status quo della regione è in bilico, in attesa dell’esito di un negoziato internazionale aperto anni fa. Nel frattempo però gli armeni della diaspora (che sono nove milioni, contro i tre che vivono oggi nel paese) hanno inviato molti aiuti, così da trasformare la regione in una sorta di Svizzera del Caucaso, dove tutto è nuovo e pulito. Un armeno americano ha fi nanziato la costruzione strada di Lacin che collega il Nagorno Karabakh (che ora si chiama Artsakh) con l’Armenia. Per l’ingresso le formalità sono minime. Insomma, l’Armenia va conosciuta. Un viaggio in questo angolo di Occidente incastonato in Asia riserverà molte sorprese. Bruno Cazzin lo testimonia con la sua decisione di rimanerci a vivere. “Qui si vive bene” assicura “anche gli armeni sono bravi e devo dire che gli italiani sono gli ospiti più coccolati. Vi aspetto. Anzi, l’Armenia vi aspetta, con le sue straordinarie bellezze, i suoi grandi vini, la sua gente cordiale e ospitale”.

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