Giovani Turchi, Orfini e gli armeni. “Non chiamate così la corrente Pd” (Affariitaliani.it 06.05.17)
“I Giovani Turchi sono stati un movimento che ha pianificato e messo in pratica il genocidio armeno del 1915”. La lettera
“I Giovani Turchi sono stati un movimento che ha pianificato e messo in pratica il genocidio armeno del 1915”. La lettera
Libri. In uscita per Humboldt Books “The Arrow of Time”, una selezione delle pagine dei diari di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, note di un loro viaggio in Russia (1989-1990)
Per chi scrive, di fronte ai film e alle immagini di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, c’è spesso una sensazione di strana vertigine, forse perché il loro «cinema d’archivio» – sono universalmente riconosciuti fra i più importanti cineasti viventi, in Italia e fuori – lavora da sempre nella percezione e immaginazione degli spettatori riuscendo a destare lo sguardo da certe sue pigrizie mentali (la stessa cosa vale per le mostre). Forse è per questo. In ogni caso, si tratta di un’opera – la loro – in cui è al centro una capacità di osservazione unica, tra rigore e invenzione, qualcosa che si può già «vedere» nelle testimonianze di molti dei loro viaggi, cioè i loro diari. In questo caso, l’occasione di un possibile approfondimento la offre la casa editrice Humboldt Books con l’imminente pubblicazione di The Arrow of Time, la cui idea è nata dalla retrospettiva dedicata alla coppia e dalla loro carte blanche alla Cinematek di Bruxelles (febbraio 2015). Dal testo in appendice di Eva Fabbris – assieme al suo, gli altri interventi critici nella sezione sono di Corinne Diserns e di Andrea Lissoni (tutti in italiano e inglese) – si può leggere: «Questo libro presenta una selezione delle pagine dei diari, una vera e propria tranche de vie: un quaderno che inizia nel gennaio del 1989, da cui sono state estratte ottantadue pagine; più un quaderno e un album, riportati per intero, redatti nel medesimo periodo. La scelta di questi taccuini rispetto a numerosissimi altri è stata fatta insieme agli artisti. Vi compaiono le figure che si ritrovano nei capitoli già realizzati del progetto russo (Viaggio in Russia. Materiali non montati per un film da fare: Interni a Leningrado; Notes sur nos voyages en Russie e À propos e nos voyages en Russie) e che saranno protagonisti del film russo a venire: Valia Kozincev, Ida Nappelbaum, Ossip Mandelstam, Anna Achmatova, Nina Berberova e molti altri insieme alla Leningrado dell’Ermitage e dell’incrociatore “Aurora” ormeggiato sulla Neva davanti alla camera d’albergo del loro primo soggiorno. Ma nello stesso quaderno, poi, le gite in montagna insieme agli amici russi che ricambiano la visita, le partecipazioni ai festival, la continuazione della ricerca in luoghi d’Europa, attraverso letture e altri incontri come quello non semplice, tra Ricci Lucchi e la Berberova […]».
Da qui un possibile approfondimento può essere articolato su due tracce, da mettere in relazione tra loro.
Diario come foglio-mondo
Avendo sotto gli occhi la riproduzione anastatica delle pagine del diario (nel libro c’è la traduzione in inglese di queste), non si può che iniziare con il soffermarsi sull’impatto visivo.
La scrittura è in prima persona. Seguendo la grafia, come ideale sua «estensione», vediamo figure dal tratto uniforme che illustrano la narrazione, l’anticipano o magari la sostituiscono, restituendo «la pagina» come una trama di codici misti in cui, qua e là, c’è persino la sensazione di trovarsi di fronte a sequenze che quasi ricordano pittogrammi. Cosa si vuol dire con questo? Al di là di risposte giocoforza approssimative, l’ipotesi potrebbe essere quella di vedere, in questo, l’intenzione di una osservazione delle cose il più possibile completa ai sensi.
Leggendo quanto scritto, invece, si possono notare come caratteristiche peculiari una certa attenzione o gusto al dettaglio narrativo attraverso una scrittura che però procede senza altre concessioni, per esempio allo psicologismo. Siamo di fronte a quello che potremmo definire un diario in senso classico, pre-romantico. Diario allora di viaggiatori come, appunto, sono gli stessi Gianikian e Ricci Lucchi, diario dove leggiamo di spostamenti, conversazioni, incontri, ma anche di annotazioni sintetiche, liste di libri, alimenti, idee, molto altro. Cosa si vuol dire con questo? Qualcosa certamente di leggibile in relazione alla loro opera audiovisiva, ma in modo indiretto, perché qualcosa anche di diverso, al di là dei possibili giudizi di valore di ognuno.
A questo punto, per provare ad introdurre al meglio i «quadri della memoria» di questo diario – quando c’è un diario c’è sempre da fare i conti con questo tema, la memoria – si potrebbe usare l’immagine del foglio-mondo, per come coniata dal filosofo americano Charles Sanders Peirce e spiegata dal filosofo italiano Carlo Sini («ogni grafo è filosofia di un universo, figura del mondo») e azzardare una relazione tra diario e cinema nell’opera di Gianikian e Ricci Lucchi simile a quella tra mappa e territorio.
Prima e dopo la Storia
Il primo quadro della memoria di The Arrow of Time è senza dubbio quello relativo all’azione di Gianikian e Ricci Lucchi. Il loro viaggio in Russia data anni particolari per la Storia di questo Stato, 1989-1990, cioè poco prima della fine dell’Unione Sovietica. Sono lì per alcune occasioni, tutto inizia con un invito ricevuto da un festival di cinema documentario a Leningrado, seguiranno determinate visite e incontri. Sono lì per lavoro, anche se poi i lavori di quello che è stato chiamato il loro «progetto russo» usciranno successivamente – di questi anni è, invece, il loro film Uomini anni vita, dove la Russia è presente attraverso la questione armena (ma a leggere bene l’Armenia non manca nemmeno fra le pagine di questo diario).
In questo caso, la narrazione vale come memoria di loro esperienze attraverso un’epoca.
Il secondo quadro della memoria che si può desumere dal libro potrebbe invece essere quello che va dal senso degli incontri svolti in Russia, include giocoforza la loro opera, e arriva infine a noi. Cosa si vuol dire con questo? In un certo senso, al di là di possibili riferimenti – per esempio alla nozione estesa di «postmemory» – con uno schema del genere si può suggerire una lettura del diario come guida per meglio comprendere il modo di intendere e far vedere la Storia che viene fuori dal lavoro di Gianikian e Ricci Lucchi. La loro presenza in Russia, i loro incontri con figure come Valia Kozincev, Nina Berberova e altre (figure legate alla grande cultura dell’epoca sovietica), e le relative documentazioni: tutto questo è entrato a far parte proprio dell’archivio della coppia come tentativo di non perdere tracce vive di un periodo così importante – prima del venir meno di tali tracce, dopo la loro trasformazione in Storia. E noi, lettori di questo diario, leggiamo tutto questo «al presente», in un tono in sintonia con quello del loro cinema e della loro arte, e che inoltre, forse, «risponde» come eco a loro idee sul proprio lavoro (da una loro dichiarazione: «Non politico, non estetico, non educativo, non progressivo, non cooperativo, non etico, non coerente: contemporaneo»). E questa, se si vuole, è una contemporaneità che fa rima con una certa «inattualità»: qualcosa sempre potente, da sempre presente.
[Traduzione a cura di Benedetta Monti, dall’articolo originale di Sossie Kasbarian pubblicato su The Conversation]
l 24 aprile ha segnato l’anniversario dell’inizio del genocidio armeno, durante il quale per mano dell’Impero ottomano vennero massacrati 1,5 milioni di armeni. Tuttavia, anche se il genocidio è avvenuto 102 anni fa, in un certo senso non si è mai concluso poiché lo Stato turco, erede dell’Impero ottomano, ha intrapreso un progetto di negazionismo – l’ultima fase del genocidio.
Ciò continua a sovvertire e a ostacolare sia i ricordi dei sopravvissuti che le rivendicazioni dei loro discendenti, sparsi in tutto il mondo. Tale negazionismo sta alle fondamenta dello Stato turco, rappresenta il pilastro della politica estera di questa nazione ed è stato esteso attraverso vere e proprie campagne internazionali.
Attualmente solo 23 nazioni riconoscono ufficialmente il genocidio armeno e questo rispecchia il ruolo della Turchia dal punto di vista geopolitico: un alleato importante per la NATO e un attore sulla scena mondiale a cui la maggior parte della comunità internazionale non vuole contrapporsi. Quando una nazione riconosce il genocidio avvenuto in Armenia, la Turchia reagisce rapidamente rompendo qualsiasi legame diplomatico, stracciando i trattati commerciali ed emettendo denunce e minacce severe.
L’ultimo episodio derivato da questo atteggiamento è stata la risposta a “The Promise“, il primo film hollywoodiano che tratta il genocidio armeno uscito di recente negli Stati Uniti. Nonostante fino ad ora questo film sia stato mostrato al pubblico di festival di minore importanza, ha ricevuto molti giudizi negativi in Rete, a quanto pare grazie ad una campagna creata dai negazionisti turchi. Nel frattempo alcuni finanziatori turchi hanno appoggiato la produzione del film “The Ottoman Lieutenant“, ambientato nello stesso periodo di “The Promise”, pellicola ridicolizzata dai critici e bollata come “propaganda turca“.
Ci si può chiedere – e a ragione – perché riconoscere un genocidio che è avvenuto più di un secolo fa rappresenti tuttora una questione così controversa. Tutti gli Stati hanno alle loro spalle una storia fatta di violenza e di “amnesia collettiva” perché le nazioni sono riluttanti ad affrontare il proprio passato violento o ad ammettere di aver preso parte ad azioni criminali e ingiustizie. È sempre doloroso dover trattare con eventi storici tutt’altro che gloriosi, sia simbolicamente (come l’apologia degli Stati Uniti ai Nativi americani del 2009) che materialmente (come il risarcimento e le restituzioni dei tedeschi alle vittime dell’Olocausto).
Mentre i tentativi dello Stato turco nel corso dei decenni hanno utilizzato diverse retoriche e approcci, il negazionismo è rimasto inalterato. Secondo l’articolo 301 del Codice penale turco, cittadini ma anche luminari della cultura possono essere perseguitati per aver “insultato” la nazione o lo Stato turco o “disonorato” la Repubblica citando il genocidio armeno. Il negazionismo viene perseguito a tutti i costi.
Una situazione destinata a peggiorare
Nel mese di aprile del 2015, il centenario del genocidio armeno era stato contraddistinto da un crescente movimento di protesta da parte della società civile che si impegna su queste questioni da più di un decennio. Da allora la situazione in Turchia è deteriorata, facendo aumentare di giorno in giorno il numero dei “nemici” dello Stato. In questa sorta di elenco sono compresi “Academics for Peace“, che ha “osato” fare appello al Governo per fermare la guerra ai curdi in Anatolia, e chiunque sia sospettato di avere legami con il movimento islamico Gülen, ex alleato del partito di Governo. Al colpo di Stato fallito nel luglio del 2016 hanno fatto seguito epurazioni di dipendenti statali, molti dei quali appartenevano al campo dell’educazione.
Recentemente, la maggioranza dell’elettorato turco ha votato per conferire più poteri al presidente Erdogan, cosa che molti considerano porre le basi all’autoritarismo. Erdogan ha vinto dopo una campagna controversa e con un margine esiguo di voti, un’indicazione di quanto sia divisa la società turca e del modo in cui il Governo stia sfruttando tali divisioni per consolidare il proprio potere.
Erdogan ha spesso mostrato la volontà di distruggere chiunque gli si opponga e il suo Governo sta limitando lo spazio nella sfera pubblica ai dissidenti. Il negazionismo di un genocidio rientra nell’interesse di questo regime, un regime che normalizza la violenza di Stato, promuove le proprie visioni e punisce qualsiasi tipo di opposizione.
È importante ricordare che questo “fenomeno” non è limitato solamente alla Turchia, ma le società in tutto il mondo ne sono testimoni ogni giorno: il genocidio promosso dallo Stato viene spacciato per guerra civile, le vittime sono trasformate in istigatori, la violenza di Stato viene venduta come sicurezza nazionale e le montature e i “fatti alterati” vengono presentati come notizie. Se tutto ciò continuerà ad essere consentito, il mondo non si troverà solamente nell’era post-verità, ma sarà anche un mondo senza principi morali.
Troppo spesso il potere non viene limitato e i potenti non vengono considerati responsabili per le loro azioni, mentre i più deboli sono resi quasi invisibili e insignificanti. In nome di tutte le vittime della violenza di Stato in tutto il mondo, del passato e del presente, dire la verità in faccia ai potenti non è mai stato così urgente.
Dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica e una guerra di trincea tra armeni e azeri, il territorio di Nagorno Karabakh si autoproclamò una repubblica indipendente nel 1994. Les éternels, l’ultimo documentario di Pierre-Yves Vandeweerd, presentato in concorso a Visions du Réel, immortala il quotidiano di chi vive, afflitto, in questa piccola regione che tuttoggi non è riconosciuta né dall’Armenia né dall’Azerbaigian. Nel suo meraviglioso saggio poetico, il regista di Territoire perdu dimostra che esiste una similitudine emotiva tra il sentimento di sospensione, o non appartenenza ad alcuno stato, che soffrono i cittadini di Nagorno Karabakh (nel complesso, di radici armene) e la sindrome post-traumatica che caratterizza i sopravvissuti al genocidio armeno.
Come spiega Vandeweerd mediante una serie di cartelli che interrompono le belle e potenti immagini del gelido paesaggio di Nagorno Karabakh, questo stato di profondo dolore che accomuna i sopravvissuti armeni è conosciuto, nella loro lingua, con il nome di Tsnorq; una parola che significa letteralmente “provare malinconia per l’eternità”. I malati di Tsnorq sperimentano il tempo in modo diverso. Le ore, i giorni e gli anni si dilatano, e non c’è un solo minuto in cui le sue vittime smettono di pensare al momento in cui saranno liberi dal loro calvario terreno, ossia al momento in cui moriranno e passeranno all’eternità.
Les éternels non cerca la compassione dello spettatore, ma vuole mostrare l’anima in pena del popolo armeno, specialmente di coloro che sono scampati al genocidio o alla sanguinosa guerra del Nagorno Karabakh con i vicini azeri. Scomodo, desolante e fulminante, il film propone un approccio privo di sottigliezze o orpelli che facilitino la comprensione del desiderio di morte dei suoi protagonisti. Les éternels ci trasporta in un non-luogo abitato da fantasmi, dove il tempo si è fermato per accogliere il dolce avvento dell’eternità.
Il film è prodotto da Cobra Films y Zeugma Films, con l’appoggio di ARTE France – La Lucarne.
Travedona Monate – La missiva del presidente Sivazliyan a Colombo per le iniziative sempre vive in memoria del Genocidio
Una lettera piena di gratitudine nei confronti del Comune di Travedona Monate, delle scuole del paese, degli studenti e degli insegnanti, per l’impegno a non dimenticare mai la tragedia del Genocidio del Popolo Armeno all’inizio del ventesimo secolo. A scrivere una missiva al sindaco Andrea Colombo è stato il professor Baykar Sivazliyan,dell’Università degli Studi di Milano, nonché presidente emerito dell’Unione degli Armeni d’Italia.
Radici piantate a terra
L’associazione ha iniziato da qualche anno un progetto di informazione e diffusione sul territorio comunale di Travedona Monate, concernente la questione armena in generale e del genocidio del popolo armeno in particolare. Un impegno che il paese che si affaccia sul lago di Monate sta portando avanti con grande costanza e tenacia; una targa nel parco del municipio travedonese ricorda la tragedia del Genocidio e un albero di melograno è stato piantato per mantenere sempre viva la memoria.
«Oggi, dopo anni, siamo veramente soddisfatti che la via culturale si è dimostrata vincente – si legge nella lettera – contro l’odio e il rifiuto del diverso. Purtroppo, lo Stato turco di oggi, con i suoi maldestri atti, ci fa capire ancora una volta che non è in grado di instaurare un dialogo costruttivo per le vie della verità».
Impegno costante
Un compito che nel suo piccolo, si è assunta anche Travedona Monate; lo scorso 24 aprile. Il sindaco ha deposto un mazzo di fiori sotto la targa affissa nel parco. L’impegno messo in campo dal Comune è stato molto apprezzato dagli armeni d’Italia, anche per il coinvolgimento delle scuole del paese.
«Sono stato informato – prosegue il professor Sivazliyan – che l’amministrazione comunale di Travedona Monate ha allargato questo dialogo e diffusione delle informazioni, alle scuole; credo che sia la cosa migliore, preparare le nuove generazioni alla verità e alla consapevolezza della giustizia, perché siamo certi che senza l’incoronamento della verità, in nessuna parte del mondo ci sarà una vera giustizia».
La missiva indirizzata a Colombo, si chiude con i ringraziamenti per la «sensibilità dimostrata dal sindaco e per il suo incessante lavoro». Ringraziamenti indicati da estendere anche agli studenti e agli insegnanti delle scuole di Travedona Monate.
Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Er ist wieder da! «È di nuovo qui», è il titolo di un romanzo (e poi di un film) di successo, in cui Adolf Hitler ricompare, all’improvviso, nella Germania di Frau Merkel. In un paio di gustose scenette, il Führer, che nessuno riconosce come tale (tranne un’anziana donna scampata ai campi di sterminio), si rallegra della consistente presenza turca nella nuova Germania, dichiarando di apprezzare che essa sia riuscita là, dove, invece, lui aveva fallito: coinvolgere la Turchia in un nuovo asse politico con la Germania.
Al di là del lato satirico del romanzo, la battuta appare rivelatrice, dato che, in effetti, il Terzo Reich non ce l’aveva fatta a portare dalla propria parte, in funzione antirussa, la Turchia di Atatürk, ancora estenuata dalla sconfitta subita nella Prima guerra mondiale. Anzi, il 1° marzo 1945, sotto la minaccia di un intervento alleato, ma anche con una buona dose di opportunismo, la Turchia dichiarava formalmente guerra alla Germania nazista, quando ormai la Wehrmacht si stava ritirando da quasi tutta l’area balcanica e, dunque, non c’erano più rischi. C’è davvero un filo rosso che lega la storia della Germania all’impero ottomano, prima, e alla Turchia, poi, ed è un filo che va molto indietro nel tempo e ben oltre le semplici ragioni della geopolitica.
Cyril Arslanov, che è ebreo e armeno, e, dunque, in una posizione che lo facilita nel comprendere certi meccanismi ideologici di esclusione/eliminazione delle minoranze, ha giustamente osservato che c’è un evidente nesso storico tra panturchismo e pangermanesimo e che il secondo, per garantire se stesso, ha ampiamente taciuto sui crimini del primo. Christin Pschichholz, altra studiosa, questa volta tedesca, docente all’Università di Potsdam, ha posto in luce le responsabilità oggettive del governo imperiale tedesco nel genocidio armeno: esso «sostenne in maniera indiretta quel crimine, essendo perfettamente al corrente di quello che stava accadendo; (…) ignorò e avvallò quanto accadeva agli armeni perché preoccupato di consolidare l’alleanza con l’impero ottomano». In Germania sapevano benissimo che l’intento dei Turchi era una completa pulizia etnica (oltre agli armeni furono massacrati anche gli aramei e altre minoranze cristiane, mentre subito dopo la guerra sarebbe toccata ai greci).
Secondo Pschichholz, il governo imperiale tedesco si sarebbe reso complice del genocidio mediante la propria inazione, pur non essendo mancate alcune note di protesta verbali. «Il nostro scopo è mantenere la Turchia al nostro fianco sino alla fine di questo conflitto», così il cancelliere Theobald con Bethmann Hollweg nel 1915, «quand’anche ciò comportasse la fine degli armeni». Con un’efficace espressione giuridica, la Pschichholz descrive, quindi, l’atteggiamento tedesco in quegli anni come «omissione di soccorso», e, dunque, come un crimine.
Del resto, il governo federale tedesco, con molto coraggio, ha recentemente riconosciuto, con una decisione del proprio parlamento, le proprie responsabilità. Lo ha fatto con qualche decennio di ritardo, solo nel 2016, sino a quel momento frenato dalla volontà di non urtare l’alleato turco e in un contesto in cui la Germania democratica ammetteva le proprie responsabilità anche in altri tragici eventi legati alla storia dell’impero tedesco, primo tra tutti il massacro degli herero, nell’Africa sudoccidentale tedesca.
Proprio in forza di questa concatenazione di eventi, se si procede a una lucida analisi storica, il genocidio finisce per apparire per quel che è, come lo strumento per la risoluzione nazionalistica del problema delle minoranze. Lo Stato moderno, che si vuole etnicamente omogeneo, non è che un’astrazione ideologica, per arrivare alla quale il Novecento non si è fermato neppure davanti alle deportazioni di massa e all’eliminazione fisica dei “diversi”. Rilevarlo è essenziale, se non si vuole cadere nell’equivoco del male commesso o permesso in ubbidienza alla pura ragion di Stato.
Quest’ultima può aver indotto a tacere, come, del resto, avviene ancor oggi da parte di molti (quasi tutti) i governi democratici dell’Occidente davanti ai massacri odierni (quelli dei cristiani in Medio Oriente, per esempio). Ma non basta. Non era solo ragion di Stato e non è stata solo “omissione di soccorso”: c’era la convinzione che occorresse “fare pulizia” e raggiungere l’obiettivo di una monoliticità etnica senza eccezioni.
A provarlo ci sono le tesi di una delle figure chiave della Germania guglielmina, il pastore evangelico e teologo liberale Friedrich Naumann. Questi accompagnò il Kaiser nel suo viaggio a Istabul nel 1898 e teorizzò, nei suoi scritti, la necessità per l’impero tedesco di porsi alla alla guida del movimento pangermanico, guardando all’impero ottomano come la longa manus degli interessi economici e coloniali tedeschi in Eurasia.
Degli armeni, mentre era in corso uno dei peggiori massacri che li riguardarono, scrisse: «L’armeno è il peggior tipo di essere umano». Naumann si definiva un liberal-darwinista. La sua “teologia”, radicalmente liberale (oggi diremmo “di sinistra”) e le sue prese di posizione non mancarono di suscitare aspre reazioni da parte di molti credenti sinceri, anche all’interno della Chiesa evangelica, ma influenzarono enormemente il modo di pensare la politica estera del governo imperiale tedesco. Fa venire i brividi pensare che anche il nazionalsocialismo, a fondamento dei propri campi di sterminio, poneva una visione “darwinista” dell’essere umano, stabilendo una sorta di gerarchia tra le razze. Sbaglia chi pensa che certi eccessi siano solo frutto di opportunismo o viltà. Il peggio è sempre frutto di un disegno ideologico.
Foto tratta da “Metz Yeghern. Mostra fotografica sul genocidio armeno al memoriale della Shoah”. Dal 27 aprile al 24 maggio, piazza Safra 1, Milano
Leggi di Più: Genocidio armeno e pulizia etnica | Tempi.it
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook
Arzu Geybulla è una giornalista azera che non può più tornare nel suo Paese. Dal 2014 vive in esilio volontario in Turchia, dove scrive per varie testate fra cui Al Jazeera, Open Democracy, Radio Liberty, Osservatorio Balcani e Caucaso e Radio Free Europe. Sempre nel 2014, la BBC l’ha inclusa fra le cento donne più influenti del mondo. L’abbiamo intervistata in occasione del Festival dei Diritti Umani in corso a Milano, di cui è ospite.
“Me ne sono andata per la prima volta nel 2001 per studiare all’università in Turchia, poi sono tornata in Azerbaijan per lavoro, successivamente sono tornata a Istanbul, continuando però a viaggiare in a Azerbaijan e a scriverne come giornalista.
Dal 2014 non posso più tornare in Azerbaijan perché sono stata oggetto di una grande campagna diffamatoria da parte delle autorità azere. Scrivevo della mancanza di libertà di stampa nel mio Paese, tenevo conferenze in giro per il mondo, anche nelle università. Allo stesso tempo a Istanbul collaboravo con una rivista turco-armena e le autorità azere hanno usato proprio questo pretesto per attaccarmi.
I media di stato e quelli vicini al governo mi hanno accusato di tradimento, mi hanno etichettata come ‘traditrice’. Questa campagna diffamatoria ha avuto subito effetto. Ho ricevuto minacce di morte, sono stata insultata, sia a voce sia sui social media. Ero scioccata dal fatto che un sacco di persone che nemmeno mi conoscevano, credessero così facilmente alle accuse delle autorità e scrivessero cose così orribili sui social media.
Così dal 2014 ho deciso di non tornare più in Azerbaijan, non tanto per la paura di essere arrestata, ma per la paura che le autorità non mi avrebbero poi più permesso di ritornare in Turchia, o di lasciare il Paese.
Poi nel 2016, quando pensavo che le acque si stessero calmando, la magistratura nel mio Paese ha avviato un’inchiesta penale contro una testata giornalistica online con cui io collaboravo, scrivendo articoli in inglese. E’ stata resa nota una lista di una quindicina di giornalisti sotto inchiesta e c’era anche il mio nome.
Questa è stata la conferma che non sarei tornata a casa per un bel po’. Così sto vivendo in una sorta di esilio auto-imposto a Istanbul”.
Qual è la situazione dei giornalisti che sono rimasti a lavorare in Azerbaijan?
“E’ molto difficile: un sacco di giornalisti che sono lì sono soggetti ad intimidazioni e abusi. Solo ieri il manager di una tv online è stato condannato a 30 giorni di detenzione amministrativa con l’accusa di aver resistito alla polizia. Ma secondo il suo avvocato, il motivo del suo arresto era che lui assomiglia a un’altra persona ricercata con cui lui non ha nessuna connessione. Malgrado questo è stato condannato.
Alcuni giorni fa tutte le testate indipendenti che rimangono in Azerbaijan sono state portate in tribunale con l’accusa di incitare proteste, di fare propaganda religiosa. E stiamo parlando di 5-6 testate che erano rimaste indipendenti.
Il governo sta sempre più raffinando la sua strategia. Prima perseguitava i singoli giornalisti con accuse strumentali, come l’evasione fiscale o l’abuso di potere, o cercava di chiudere le testate scomode. Adesso sta emendando alcune leggi e usa queste modifiche contro i giornalisti e i giornali”.
Il fatto che l’Azerbaijan sia un Paese ricco di petrolio, che impatto ha sulla libertà di stampa e di espressione?
“Il petrolio ha inghiottito la libertà di stampa in Azerbaijan. Il mio Paese ha vaste risorse energetiche ma il governo le usa non a beneficio della popolazione: le usa per suo proprio profitto. C’è un’enorme corruzione nel Paese, e questo porta al fatto che se non hai soldi o non sei vicino al governo non puoi fare molto e non puoi neppure criticare.
Penso che davvero il petrolio abbia danneggiato la libertà di espressione e soppresso tutto quello che avrebbe potuto fiorire in termini di libertà di stampa in Azerbaijan, comprese le sacche di libertà che resistevano nel mio Paese.”
Video-intervista ad Arzu Geybulla, attivista, blogger e giornalista costretta a lasciare l’Azerbaijan, suo Paese natale, per l’attività giornalistica che ha condotto. “Tra i governi in silenzio anche quello italiano”. È stata ospite del Festival dei Diritti Umani di Milano nella Giornata mondiale della libertà di stampa
Arzu Geybulla non può più tornare nel suo Paese, l’Azerbaijan. La sua colpa è la sua professione: giornalista. Nel 2014 è cominciata una campagna diffamatoria “ben orchestrata” contro di lei, poco più che trentenne. Traditrice, asservita all’invasore, alleata dei detestati armeni. Una sua collaborazione con un giornale turco-armeno è stata infatti presa a pretesto dalle autorità governative del Paese guidato dal 2003 da Ilham Aliyev per poterle far terra bruciata intorno.
Il resto l’hanno fatto i social network, canale che le ha attirato molestie sessuali e minacce di morte, e intimidazioni ricorrenti a danno suo e della sua famiglia
Non è rimasta sola, sebbene i Paesi europei -a cominciare dall’Italia- preferiscano ancora gli interessi commerciali (e di approvvigionamento di risorse) al rispetto dei diritti umani, com’è anche quello della libertà di stampa. Il suo curriculum reca collaborazioni con Al Jazeera, Open Democracy, Eurasianet, Foreign Policy Democracy Lab, Radio Free Europe Radio Liberty, Meydan TV, Osservatorio Balcani e Caucaso e Global Voices. Nel 2014 ha beneficiato della Vaclav Havel Journalism Fellowship per la Radio Free Europe/Radio Liberty. E nello stesso anno, la BBC l’ha inclusa tra le 100 donne più influenti al mondo. Da Istanbul, dove vive, sta scrivendo un libro sui giovani azeri. Non tornerà a casa, dove manager televisivi, blogger e giornalisti finiscono in carcere -se ne contano oltre 12 al momento-.
L’abbiamo incontrata il 3 maggio, Giornata mondiale della libertà di stampa, alla Triennale di Milano, ospite del Festival dei Diritti Umani –organizzato da Reset-Diritti Umani, un’associazione non profit- giunto alla sua seconda edizione e che quest’anno dura fino al 7 maggio (qui il programma completo).
La visita, a fine Aprile, del Ministro degli Esteri dell’Azerbaigian, Elmar Mammadyarov, non ha rivestito una particolare importanza solo perché proprio quest’anno cade il 25° anniversario delle relazioni diplomatiche fra Roma e Baku, ma anche, anzi soprattutto, perché tali relazioni rivestono, oggi, un particolare rilievo strategico sia sotto il profilo economico che sotto quello più squisitamente politico.

Infatti in questi anni di rapporti sempre improntati alla cooperazione, Italia ed Azerbaigian hanno costruito sia un fitto intreccio di scambi e interessi che sempre più le hanno avvicinate, sia un’ancora più importante mutua comprensione culturale che potrà rivestire notevole importanza nel prossimo futuro.
Baku guarda all’Italia con molto interesse per molteplici ragioni. Il nostro paese è infatti una “vetrina culturale” di rilievo mondiale. Un aspetto che non andrebbe – come troppo spesso purtroppo avviene – trascurato, visto che costituisce il nerbo di quel Soft Power con il quale l’Italia può esercitare un ruolo importante sulla scena geopolitica mondiale. E proprio la significativa presenza dell’Azerbaigian alla Biennale di Venezia di quest’anno, con due mostre – curate da Emin Mammadov e Martin Roth – lo sta a dimostrare. La giovane repubblica azera infatti mira a far meglio conoscere a livello internazionale la propria cultura e storia, che sono la chiave di volta per comprendere una realtà complessa, un paese costituito da un mosaico stratificato di popoli e civiltà che si fonda sul principio di coesistenza e tolleranza culturale e religiosa.
Inoltre Italia ed Azerbaigian sono paesi accomunati dal comune legame vitale con la regione euro-mediterranea, essendo – sia sotto il profilo geografico che sotto quello storico – il Caucaso Meridionale il bastione orientale di questa, come dimostrano già gli antichi miti greci. Un legame che si va sempre più intensificando visto che l’Azerbaigian non è solo un grande produttore di gas e petrolio, ma anche uno snodo strategico della Via della Seta 2.0, quel fitto tessuto di strade, reti ferroviarie, pipeline e reti multimediali che sta innervando tutto il Sud della regione eurasiatica e che dovrebbe costituire il cuore di una nuova “area di prosperità e commerci” che si estenda dalla Cina sino alle nostre coste.
Di qui l’importanza di un progetto come quello della Trans Adriatic Pipeline che dovrebbe veicolare nel prossimo futuro il gas dei giacimenti azeri sino alla nostra Puglia. Un progetto strategico non solo per rifornire di energia il nostro sistema industriale – e che, per inciso, potrebbe rappresentare una grande occasione di rilancio per il Mezzogiorno – ma anche perché farebbe dell’Italia un hub strategico per la distribuzione del gas in tutta l’Europa meridionale. Permettendoci, quindi, il salto da semplice paese importatore – e quindi dipendente – a paese distributore, con importanti ricadute non solo sul piano economico, ma anche su quello politico all’interno della Ue. E non è appunto un caso che proprio contro la TAP si muovano, adducendo ragioni speciose e sventolando il vessillo di un dubbio ambientalismo, molte forze dietro alle quali, però, si possono intravvedere occhiuti interessi internazionali che vorrebbero continuare a tenere l’Italia in una condizione di subalternità. Va inoltre rilevato come l’Azerbaigian abbia prescelto come terminale e distributore del suo gas proprio il nostro paese in forza di un, ormai profondo, legame diplomatico e culturale, pur avendo di fronte proposte alternativa.
Infine agli occhi di Baku riveste un rilievo importantissimo il fatto che Roma assumerà per il 2018 la presidenza della Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). L’Italia ha infatti sempre assunto – in tutte le sedi – una posizione sulla tormentata questione del Nagorno-Karabakh favorevole ad una mediazione internazionale tale da ristabilire la pace nella regione caucasica. Una mediazione che contemperasse le garanzie per la minoranza armena del Nagorno-Karabakh con la salvaguardia della sovranità azera sulle province attualmente occupate dalle forze armate della Repubblica di Armenia. Una soluzione mediata, equilibrata, esente dalla pressione di lobby internazionali, con il preciso obiettivo umanitario di permettere ad oltre un milione di profughi azeri di tornare nelle loro case, e con quello più squisitamente geopolitico di spegnere un pericoloso focolaio di tensioni e conflitti in una regione strategica per gli equilibri mondiali quale è il Caucaso. Posizione, purtroppo, sempre inascoltata nel Gruppo di Minsk, il comitato internazionale deputato a cercare di dirimere la questione del Nagorno-Karabakh, e di fatto incapace di qualsiasi azione anche solo propositiva. E questo per le complesse dinamiche di una co-presidenza del Gruppo rivestita da Washington, Mosca e Parigi. Ovvio, quindi, che l’Italia in una posizione di rilievo come la presidenza dell’OSCE possa esercitare, finalmente, una più forte “persuasione morale” anche su questa tormentata questione. È questo, naturalmente, quello che si spera a Baku; ed anche quello che potrebbe contribuire ad un forte rilancio del ruolo del nostro paese sulla scena della grande politica internazionale.
Andrea Marcigliano
Senior fellow del think tank di studi geopolitici “Il Nodo di Gordio
Riceviamo e pubblichiamo – Alessandro Battilocchio è impegnato in questi giorni in una nuova iniziativa internazionale in Armenia, questa volta in sinergia con il locale Parlamento e con l’antica Università statale di Yerevan. Proprio nel prestigioso Ateneo della capitale armena è stato chiamato come relatore in seminari per gli studenti della Facoltà di Giurisprudenza e Studi Europei. Tema degli incontri: le prospettive e le sfide dell’Unione Europea a 60 anni dai Trattati di Roma e lo status dei rapporti tra Italia ed Armenia. Battilocchio, che già da eurodeputato come membro della delegazione Ue ha seguito il Caucaso meridionale, si è anche recato presso il Parlamento della Repubblica di Armenia, rinnovatosi dopo il voto politico del 2 aprile scorso. In questi giorni ha incontrato, tra gli altri, il presidente della commissione per i rapporti con l’Ue Samvel Farmanyan, il capo delle Relazioni esterne Victor Biyagov ed il segretario generale, per fare il punto su alcune iniziative in corso e per approfondire possibilità di nuove collaborazioni nei progetti di capacity building e di sostegno allo sviluppo del Paese.
Battilocchio ha anche incontrato alcuni expats impegnati in progetti di cooperazione e gli studenti universitari armeni coinvolti nei programmi Erasmus In Italia e negli altri Stati membri sottolineando l’importanza di questi progetti nel costruire buone relazioni tra le nazioni. Ha infine visitato una scuola superiore (in cui si insegna italiano) interessata ad un rapporto di scambio con una scuola di Civitavecchia e si è recato presso il “Giardino dei Giusti”, dove a breve verrà inscritto anche il nome di Tolfa che pochi giorni fa, su iniziativa del Sindaco Luigi Landi, ha posizionato una croce armena nella villa comunale “Fondazione Cariciv” a ricordo del genocidio armeno.
“Un Paese bellissimo, ubicato in un’area strategica e particolarmente complessa nello scacchiere geopolitico internazionale. Davvero interessante seguire l’evoluzione del percorso democratico in questi anni ed il rafforzamento delle Istituzioni, oltre che incontrare le nuove leve, preparate e dinamiche, che guardano con crescente interesse all’Europa” ha dichiarato Alessandro Battilocchio, a margine dei primi incontri.
Erevan, 04 mag 14:30 – (Agenzia Nova) – Il ministero dell’Energia armeno ha lanciato una gara d’appalto internazionale per la costruzione di una centrale solare. Tutte le aziende internazionali che soddisferanno i requisiti di pre-qualificazione sono state invitate a iscriversi alla gara e i termini per la presentazione delle domande scadono il 16 giugno 2017. Una delle condizioni primarie dell’offerta sono ovviamente i costi, e quindi verranno tenute in maggiore considerazione le aziende che proporranno cifre basse e competitive. Il ministero si aspetta che ci saranno diversi candidati, dato l’interesse dimostrato da numerose aziende nei confronti dell’iniziativa di costruire una centrale a energia solare in Armenia durante il forum d’investimento sul tema che si è tenuto a inizio anno a Erevan. Il progetto d’investimento approvato dal governo armeno prevede la costruzione di 110 MW di energia solare in sei diverse aree del paese: la prima centrale di 55 MW di potenza installata sarà costruita nella comunità Masrik, situata nella provincia di Gegharkunik. (Res)
Sarà presentato martedì 9 maggio (19.15), alla Sala Trevi di Roma, Cori in esilio
Cori in esilio è un documentario vincitore del Prix Farel 2016 di Neuchâtel.
Diretto dai cineasti italo-belgi Nathalie Rossetti e Turi Finocchiaro, il film segue Aram e Virginia, coppia di Armeni della diaspora, mentre trasmettono ad una troupe di attori europei, una antichissima tradizione di canto che rischia di scomparire.
Per la creazione di un opera teatrale, la coppia accompagna la troupe in Anatolia dove la civiltà Armena è stata distrutta.
Durante il viaggio, le domande degli attori fanno riemergere la ricchezza di questa cultura : il Canto diventa lingua di creazione e di rinascita, soffio di vita.
Grazie a questa vecchia coppia di musicisti armeni, “Cori in esilio – si legge nella motivazione data dalla giuria del Farel 2016 – mostra che è possibile ricordare, curare e superare i traumi della storia attraverso un’esperienza estetica totale”.
Al termine della proiezione in Sala Trevi, il pubblico incontrerà i protagonisti del film.
facciamo seguito a nostra precedente richiesta ma dobbiamo tornare in argomento giacché nell’articolo pubblicato in data 5 c.m., dal titolo “Orlando deluso da Renzi non ottiene la presidenza” ancora una volta utilizzato viene il termine “Giovani Turchi”.
I Giovani Turchi sono stati un movimento che ha pianificato e messo in pratica il genocidio armeno del 1915.
L’uso di tale nome provoca negli armeni italiani e in tutti coloro che hanno un minimo di conoscenza storica un sentimento di repulsione e di rabbia. È come se un partito politico decidesse di chiamare (o accettare che venga chiamata) una propria corrente interna con il nome di Hitler Jugen.
Nel 1915 un milione e mezzo di armeni vennero massacrati in quello che è comunemente riconosciuto come il primo genocidio del Novecento; i sopravvissuti dovettero abbandonare la propria terra natale e tutti i beni. Oggi, il “Sultano” Erdogan e la Turchia continuano a perseguire una politica negazionista.
E, ci creda, è davvero penoso continuare a leggere o ascoltare in Italia il termine “Giovani Turchi”; specie non lontano dalla ricorrenza del genocidio (24 aprile).
Lo stesso onorevole Orfini, con l’allegata sua dichiarazione dello scorso 11 aprile, pare abbia preso finalmente le distanze da tale espressione.
Le saremmo grati se potesse pubblicare questa precisazione a beneficio dei lettori che ancora non conoscono quella tragica pagina di storia, con l’augurio che in futuro tale nefasto nome esca definitivamente dal vocabolario della politica italiana.
Cordiali saluti e buon lavoro
CONSIGLIO PER LA COMUNITA’ ARMENA DI ROMA
www.comunitaarmena.it