Perché Aliyev in Azerbaigian non fa la fine di Maduro (Tempi07.01.2026)

Tra pulizie etniche e propaganda il dittatore azero riscrive la storia, forte dell’impunità garantita dal petrolio

 

Il dittatore petrolifero Aliyev non verrà detenuto né rapito insieme alla moglie, vicepresidente dell’Azerbaigian; non subirà le sanzioni, le ritorsioni o le messinscene morali che l’Occidente riserva ad altri regimi non allineati, come quello del presidente venezuelano Maduro.

Ad Aliyev, invece, è stato ed è tuttora concesso tutto: commettere crimini di guerra in piena impunità (2020), orchestrare un blocco disumano durato nove mesi contro la popolazione armena dell’Artsakh, portare a termine una pulizia etnica (2023) e, infine, concedere un’amnistia ai criminali più feroci (2025) – ironicamente proprio coloro che hanno partecipato alle violenze contro gli armeni.

Aliyev e l’impunità garantita grazie al petrolio

Gli è stato permesso premiare un assassino come Ramil Safarov e, allo stesso tempo, infliggere condanne pesantissime, degne di un sistema di presa in ostaggio, a prigionieri armeni detenuti da anni nelle carceri di Baku. Il tutto nel silenzio complice delle cancellerie occidentali. E non parliamo nemmeno della distruzione sistematica del patrimonio cristiano armeno rimasto nei territori dell’Artsakh occupati dalle forze azere: un vero e proprio genocidio culturale consumato sotto gli occhi di tutti.

Queste barbarie sono tollerate perché, a differenza del caso Maduro – punito per aver osato (quasi) nazionalizzare le risorse del proprio paese – l’Azerbaigian garantisce all’Occidente un flusso energetico impeccabile: il petrolio azero viene diligentemente servito, ingoiato da multinazionali come la Bp, convogliato attraverso il gasdotto Tanap fino alla Puglia e il tutto saldamente cementato da decenni di “diplomazia del caviale”, raffinata fino a diventare un’arte della corruzione politica.

Ostaggi e detenzioni arbitrarie

Questo regime fascistoide in piena degenerazione continua a tenere in detenzione decine di cittadini russi e armeni dell’Artsakh, utilizzandoli come merce di scambio nei giochi politici con Russia e Armenia. Naturalmente, viziato dall’Occidente egemone che si abbevera del suo petrolio tramite le multinazionali, il regime autoritario e oligarchico di Aliyev può permettersi questa sfacciataggine tanto nei confronti della Russia di Putin quanto della squadra perdente di Pashinyan.

Allo stesso tempo, il regime impone la propria lettura della storia e dell’attualità: interferisce apertamente nell’Agenda strategica di partenariato Armenia-Ue, spingendosi fino a correggerne la terminologia ufficiale. Gli “sfollati”, secondo la narrazione prescritta da Baku, dovrebbero essere definiti come coloro che, dopo aver rifiutato il programma di “reintegrazione” presentato dall’Azerbaigian, si sarebbero trasferiti volontariamente in Armenia. È su questo avverbio – volontariamente – che si concentra l’apice del cinismo: gli armeni avrebbero “scelto” di andarsene sotto i bombardamenti, sotto la minaccia delle bombe a grappolo, per non fare la fine delle vittime di Sumgait, Baku e Maragha.

Propaganda e riscrittura della storia

Qui la violenza non si limita ai fatti, ma si prolunga nel linguaggio; la sopraffazione non si accontenta dell’espulsione fisica, ma pretende l’adesione semantica delle vittime alla versione del carnefice. È questa la forma più estrema di sottomissione che il regime dittatoriale di Aliyev tenta di imporre: riscrivere l’esperienza del trauma e trasformare la fuga forzata in una scelta. È, per dirla con Walter Benjamin, la storia scritta dai vincitori, qui esibita nella sua forma più crudele e oscena.

Non solo. Copiando deliberatamente una terminologia legittimamente adottata dalla storiografia per gli Armeni – quella di Armenia Occidentale, affermatasi dopo il genocidio del 1915 – gli azeri, ovvero i turchi del Caspio, operano un calco concettuale e propagandistico, imponendo la nuova e artificiale narrazione della cosiddetta “Azerbaigian occidentale” immediatamente dopo aver conquistato e ripulito etnicamente l’Artsakh armeno. Questo discorso fascista ed espansionista non è marginale né spontaneo: è finanziato, promosso e istituzionalizzato a livello statale dall’Azerbaigian.

Monumenti, parate e processi farsa

Eppure il dittatore petrolifero Aliyev – alleato strategico di Israele in quanto fornitore di una piattaforma avanzata di aggressione contro l’Iran, in aperto contrasto con il doppiogiochismo di Erdoğan, paladino retorico della Palestina – non verrà né detenuto né rapito. Maduro sì; Aliyev no. Forte dell’ipocrisia occidentale, a Stepanakert svuotata dei suoi abitanti, inaugura l’ennesimo monumento della “vittoria” nella guerra dei 44 giorni, cioè della pulizia etnica, un monumento bianco in stile Berdimuhamedov, perfettamente coerente, nella sua ideologia, con il Parco dei trofei militari di Baku, dove manichini grotteschi raffiguravano il “nemico” armeno in una propaganda statale apertamente armenofoba.

Il tutto mentre si consuma un processo farsa contro i prigionieri armeni, rappresentanti dell’Artsakh autodeterminatasi trentacinque anni fa attraverso una secessione legittima, ignorata e cancellata dall’intera comunità internazionale. Questo è il teatro della vittoria azera: monumenti, parate, umiliazioni simboliche, sullo sfondo di celle, torture e silenzi diplomatici. E tutto ciò avviene sotto l’egida della Turchia, che nel frattempo incarcera giornalisti come Tuğçe Yılmaz per aver osato esprimersi sul Genocidio degli armeni.

Questa non è geopolitica: è complicità. Non è realpolitik: è la normalizzazione del crimine quando serve agli interessi energetici e militari dell’Occidente.

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“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito…” (Diocesi di Como 05.01.26)

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani | 18-25 gennaio 2026

L’unità delle chiese cristiane rappresenta una delle sfide più significative e urgenti del nostro tempo. In un mondo sempre più frammentato, dove le divisioni sembrano prevalere, la chiamata all’unità è un invito a superare le differenze e a lavorare insieme per il bene comune. La Lettera agli Efesini, in particolare il capitolo 4, versetto 4, che quest’anno è testo guida per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, afferma: “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati”. Questo versetto non solo sottolinea l’importanza dell’unità, ma invita anche a riflettere sul significato profondo della comunione tra i credenti. Sentiamoci motivati pastoralmente nell’invitare con convinzione le nostre comunità ad approfondire la nostra fede comune e nel pregare per l’unità di tutti i battezzati in Cristo, affinché la Chiesa risplenda nel suo essere Una… (leggi dal testo di presentazione).

Per quest’anno, le preghiere e le riflessioni che verranno utilizzate in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sono state preparate dai fedeli della Chiesa apostolica armena, in collaborazione con i loro fratelli e le loro sorelle delle Chiese armene cattoliche ed evangeliche. Il materiale è stato preparato, redatto e discusso nella sede storica spirituale e amministrativa della Chiesa apostolica armena, la Santa Sede di Etchmiadzin in Armenia.

Il CALENDARIO con gli appuntamenti in programma nella DIOCESI DI COMO.

 

Due appuntamenti in vista della Settimana:

Giovedì 8 gennaio | ore 20:30 |  Cinema Astra, Como: AMERIKATSI – Un film drammatico di e con Michael A. Goorjian – info e locandina

Martedì 13 gennaio | ore 20:30 |  Opera don Guanella, Como: “La lunga storia della Chiesa Armena: appunti”Relatore Agop Manoukian, sociologo di origine armena – locandina

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Armenia: Pashinyan e alti esponenti religiosi annunciano riforma della Chiesa apostolica armena (AgenziaNova 05.01.26)

Erevan, 05 gen 13:02 – (Agenzia Nova) – Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e dieci vescovi e arcivescovi hanno annunciato l’avvio di un processo di riforma della Chiesa apostolica nazionale attraverso una dichiarazione congiunta. Il testo è stato letto da Pashinyan in un video pubblicato sulla propria pagina Facebook e successivamente firmato dai rappresentanti del clero aderenti all’iniziativa. Secondo quanto comunicato, i firmatari hanno deciso di costituire un consiglio di coordinamento incaricato di gestire le funzioni organizzative della riforma. La composizione del consiglio potrà essere ampliata tramite voto unanime dei suoi membri. Gli autori della dichiarazione hanno rivolto un appello a tutto il clero e ai fedeli della Chiesa apostolica armena affinché sostengano e partecipino attivamente al processo, unendosi attorno a quello che è stato definito un obiettivo comune per il bene della Chiesa, della Repubblica d’Armenia e dell’intero popolo armeno.

ARTE Reportage Nagorno-Karabakh: quando passano le cicogne

ARTE Reportage

Nagorno-Karabakh: quando passano le cicogne

Gli Armeni, cacciati dal Nagorno-Karabakh nel 2023, sognano di tornare a casa, come le cicogne tornano ai loro nidi ogni anno.

26 min

Documentario

Il 19 settembre 2023, l’inferno si abbatte su Stepanakert, capitale del Nagorno-Karabakh. Con il pretesto di un’“operazione antiterrorismo”, l’Azerbaigian invade questa enclave abitata da Armeni che sfuggiva al suo controllo. Le truppe azere spazzano via tutto ciò che incontrano sul loro cammino.

Regia

Frédéric Tonolli

Autore

Frédéric Tonolli

Fotografia

Niagara Tonolli

Musica

Jean-Michel Dunyach

Montaggio

Pierre Jolivet

Produzione

HIKARI

Produttore

Anthony Dufour

Paese

Francia

Anno

2025

“La Masseria delle Allodole”, Antonia Arslan e la memoria del genocidio armeno (Rainews 04.01.26)

Nel 2004 veniva pubblicato “La Masseria delle Allodole”, il romanzo di Antonia Arslan che ha riportato al centro del dibattito culturale italiano la memoria del genocidio del popolo armeno, compiuto dall’Impero Ottomano all’inizio del Novecento. Il libro intreccia storia familiare e storia collettiva, trasformando il racconto di una famiglia armena in una testimonianza universale sul dolore, la perdita e la sopravvivenza. Attraverso la narrazione letteraria, Arslan restituisce voce a un popolo colpito da una tragedia a lungo rimossa o negata.

Proprio sul concetto di genocidio si concentra la riflessione della scrittrice padovana, che invita a interrogarsi non solo sui grandi eventi storici, ma anche sulla libertà e responsabilità di ogni singola persona. Di fronte alla violenza, sottolinea Arslan, ogni individuo è chiamato a scegliere se partecipare, subire o opporsi, contribuendo così a modificare il corso della storia.

La Masseria delle Allodole non è soltanto un romanzo storico, ma un’opera che parla al presente: un richiamo alla memoria, alla coscienza civile e al dovere di riconoscere i genocidi come ferite aperte dell’umanità, affinché la conoscenza e la responsabilità individuale diventino strumenti contro il ripetersi della violenza.

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ARMENIA/ Nelle parole di Leone XIV, il ruolo della memoria come sorgente di (vera) pace (Il Sussidiario 02.01.26)

Armenia vuol dire custodire la memoria perché i genocidi non si ripetano. Un compito che riguarda tutti coloro che hanno a cuore la libertà e la fede (4)

Arrivati a questo punto, il bilancio dell’Armenia nell’anno appena trascorso non può essere ridotto a una cronaca diplomatica. È qualcosa che interpella più in profondità. Interpella l’idea stessa di civiltà, di memoria, di responsabilità storica. L’Armenia infatti non è solo uno Stato tra gli altri; è un luogo simbolico, una soglia.

10. Essere “spiritualmente armeni”

Essere “spiritualmente armeni” non significa adottare una causa nazionale, né indulgere in un’identificazione sentimentale. Significa riconoscere che esistono popoli la cui storia funziona come una cartina di tornasole. Popoli che, semplicemente esistendo, costringono gli altri a decidere se la verità conta ancora, se la memoria ha un valore, se la fede può sopravvivere alla sconfitta.

L’Armenia è uno di questi popoli. Primo Stato cristiano della storia, attraversato da secoli di persecuzioni, sopravvissuto a un genocidio che ha inaugurato il Novecento, continua a porre una domanda scomoda: è possibile cancellare un popolo senza cancellare anche qualcosa dell’umanità intera?

Questa domanda nell’anno che si è chiuso non ha ricevuto una risposta adeguata. Occorre sperare che avvenga in quello che comincia. La pace tra Armenia e Azerbaijan ha fermato le armi, ma non ha restituito la parola a chi l’ha perduta. Ha protetto i confini, ma non la memoria. È per questo che il bilancio non può essere celebrativo. Può essere solo sobrio, vigile, aperto.


Armeni lasciano il Nagorno-Karabakh, settembre 2023 (Ansa)

Difendere l’Armenia, oggi, non significa chiedere vendette o nuove guerre, ma rifiutare la normalizzazione dell’ingiustizia, e continuare a nominare ciò che è accaduto, anche quando il linguaggio diplomatico preferisce il silenzio. Significa ricordare che la pace, se vuole durare, deve poggiare su qualcosa di più solido del semplice equilibrio delle forze.

Conclusione

In questo contesto, acquistano un peso particolare le parole pronunciate da Papa Leone XIV durante la sua visita alla cattedrale armena di Istanbul, una chiesa resa quasi invisibile all’esterno, murata nella sua presenza pubblica, come se la fede stessa dovesse chiedere permesso per esistere. Non parole di accusa, di rivendicazione, ma di riconoscimento.

Il saluto di Leone XIV si è esteso anche al Supremo Patriarca e Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II, che il Pontefice aveva ricevuto a Castel Gandolfo il 16 settembre. A lui, e a tutta la comunità armena apostolica di Istanbul e della Turchia, il Papa ha rivolto un ringraziamento che vale come un sigillo morale su una storia lunga e dolorosa: per l’impavido esempio di virtù cristiana mostrato lungo la storia, “spesso in circostanze tragiche”. Traduzione: il genocidio c’è stato, anche se Turchia e Azerbaijan non lo riconoscono.

In quella frase c’è tutto ciò che il 2025 non è riuscito a dire nei suoi trattati: il riconoscimento della sofferenza senza enfasi, la memoria senza rancore. C’è la consapevolezza che alcune fedeltà non producono vittorie immediate, ma custodiscono ciò che rende ancora possibile la speranza.

La pace, forse, verrà davvero un giorno anche per l’Armenia. Ma perché sia pace e non solo silenzio, dovrà tornare a includere anche chi oggi non viene nominato. Fino ad allora, il compito di chi guarda non è applaudire, ma ricordare, a sé stessi e a tutti. E chi può, preghi.

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L’Armenia e le “pietre drago”: dalla leggenda al culto dell’acqua preistorico (Lo Scarpone 01.01.26)

Nel cuore delle montagne alte dell’Armenia, un enigma millenario ha finalmente trovato una spiegazione plausibile, che lega i monumenti noti come “pietre drago” a un complesso sistema di simboli religiosi e pratiche legate all’acqua nell’antichità. Per secoli avvolte nel mito, queste strutture di pietra sono ora al centro di uno studio scientifico che potrebbe convincere l’UNESCO a inserirle nella lista del Patrimonio dell’Umanità.

Le “pietre drago”, note con il nome armeno vishapakar vishap – termine che nei secoli tacerà tra mito e leggenda – sono monoliti scolpiti in basalto o andesite alti fino a cinque metri e del peso di diverse tonnellate. Secondo le analisi al radiocarbonio, risalgono al Calcolitico, tra il 4200 e il 4000 a.C., cioè circa mille anni prima della costruzione di Stonehenge in Inghilterra.

Le incisioni raccontano storie simboliche: pesci stilizzati, pelli di bovini e figure ibride tra animali raffigurano flussi d’acqua, uccelli e forme che sembrano raccontare la relazione tra l’uomo, la natura e le sorgenti che danno vita ai pascoli.

Un culto dell’acqua

Per generazioni, la popolazione locale ha intrecciato a questi monoliti narrativi popolari che parlavano di “draghi” – guardiani dell’acqua in grado di provocare siccità o custodire fonti preziose -. Tuttavia, le ricerche scientifiche più recenti, pubblicate sulla rivista npj Heritage Science, hanno dimostrato che questi manufatti non sono casuali né puramente decorativi: sono parte integrante di un’antica pratica religiosa e gestionale dell’acqua.

Secondo gli archeologi guidati dal professor Vahe Gurzadyan e dal collega Arsen Bobokhyan, i vishap erano collocati strategicamente vicino a sorgenti, laghi vulcanici e antichi sistemi irrigui preistorici, in particolare lungo i percorsi stagionali del bestiame e delle popolazioni nomadi. La distribuzione in quota – con una significativa concentrazione attorno a 1900 e 2700 metri sul livello del mare – non è casuale e riflette la relazione tra le attività umane e le risorse idriche nel paesaggio montano.

La scoperta non riguarda solo una reinterpretazione dei simboli scolpiti nella roccia, ma apre una finestra sulle strutture sociali e spirituali delle prime comunità dell’altopiano armeno. I vishap non erano semplici segnali geografici: erano marcatori sacri, probabilmente utilizzati in riti di preghiera, offerte e celebrazioni stagionali legate alla fertilità delle terre e alla vita animale. Il sito archeologico di Tirinkatar, uno dei più significativi, è ora in corsa per il riconoscimento come Patrimonio dell’Umanità UNESCO, un passo che gli studiosi sperano possa garantire protezione e conservazione a queste testimonianze millenarie, molte delle quali oggi giacciono distese o frammentate.

Tra mito, leggenda e scienza

L’immagine tradizionale di questi megaliti come “guardiani draghi” delle fonti d’acqua è stata integrata – non sostituita – da una comprensione più profonda: quella di un popolo che sacralizzava l’acqua, riconoscendo la sua essenzialità sia per l’agricoltura che per la sopravvivenza. La figura del drago, nella mitologia armena posteriore, può aver riflesso questa venerazione, trasformando le immagini originali in simboli di entità soprannaturali.

Oggi, il contributo scientifico di ricercatori armeni, europei e internazionali ha gettato nuova luce su un fenomeno che per lungo tempo è stato avvolto nell’oscurità storica. Con ogni pietra scoperta e datata con precisione, prende forma una narrativa che intreccia pratiche quotidiane, credenze ancestrali e la centralità di un elemento che ha segnato la civiltà umana sin dalle sue origini: l’acqua stessa.

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Pietre del drago più antiche di Stonehenge raccontano un antico culto dell’acqua sulle montagne dell’Armenia (Greenme)


Megaliti armeni rivelano venerazione millenaria delle sorgenti (Nextme)

ARMENIA/ L’errore di considerare il Caucaso una periferia della storia (e della memoria) (Il Sussidiario 01.01.26)

La cancellazione dell’Artsakh è il negazionismo turco che diventa politica. Al tempo stesso pone all’Armenia un problema di identità, oggi lacerata (3)

Per comprendere fino in fondo il significato della pace del 2025 nel Caucaso, è necessario allargare lo sguardo oltre i confini immediati dell’Armenia e dell’Azerbaijan. Non per cercare colpe indirette, ma per osservare il contesto politico e culturale nel quale quella pace prende forma.

7. La Turchia oggi: la verità come reato

In questo quadro, la Turchia contemporanea rappresenta un elemento decisivo, non tanto per ciò che dichiara, quanto per ciò che consente e proibisce. Nel 2025, in Turchia, riconoscere pubblicamente il genocidio armeno continua a essere un atto penalmente perseguibile. Non come eccezione, ma come prassi. Giornalisti, intellettuali, cittadini vengono incriminati per “insulto alla nazione”, formula giuridica elastica che consente di colpire chiunque pronunci parole ritenute incompatibili con la narrazione ufficiale.

Non si tratta solo di negazionismo storico, ma di gestione repressiva della memoria. Questo dato non è secondario. Un Paese che considera la verità storica una minaccia all’ordine pubblico è un Paese che non ha mai realmente chiuso i conti con il proprio passato. E quando il passato non viene elaborato, esso continua ad agire nel presente, spesso in forme nuove, meno esplicite ma non meno incisive. La rimozione del genocidio armeno non è un residuo ideologico: è una componente attiva dell’identità politica dello Stato turco

Nel 2025, mentre l’Armenia firma una pace che cancella l’Artsakh dal linguaggio diplomatico, in Turchia chi osa ricordare ciò che accadde nel 1915 viene perseguito. Le due dinamiche sono convergenti. In entrambi i casi, il problema non è solo il controllo del territorio, ma il controllo del racconto. Chi domina la narrazione decide chi esiste e chi no.

Il fatto che la pace caucasica venga accolta con favore anche da un contesto nel quale la memoria armena è ancora considerata sovversiva dice qualcosa di essenziale: ovvero che la cancellazione può avvenire anche senza violenza diretta, attraverso l’assuefazione, il silenzio, l’archiviazione diplomatica.

È una forma di pressione più lenta, ma spesso più efficace. Non è necessario attribuire intenzioni unitarie o disegni coordinati, basta osservare la coerenza degli esiti. Nel 2025, la Turchia rimane un Paese in cui la parola “genocidio” applicata agli armeni è vietata; e l’Armenia si ritrova firmataria di un accordo in cui gli armeni dell’Artsakh non sono nominati. In entrambi i casi, la sparizione simbolica precede e accompagna quella reale. Questo contesto aiuta a capire perché la pace non abbia incluso alcun riferimento alla tutela della memoria, dei luoghi sacri, delle comunità espulse.

8. L’Armenia divisa e ferita

Il 2025 non è stato solo un anno di pressione esterna per l’Armenia, ma anche un anno di frattura interna, vissuta con intensità e sofferenza. La pace ha posto il Paese di fronte a una scelta tragica, che nessuna retorica può addolcire: accettare una perdita irreversibile per preservare lo Stato, oppure rifiutarla rischiando una nuova catastrofe. Il governo armeno ha scelto la prima opzione. Non per leggerezza, ma per calcolo.

In un contesto di isolamento crescente, con alleanze indebolite e protezioni inaffidabili, la priorità è diventata la sopravvivenza dell’Armenia come entità statale. Questa scelta, tuttavia, ha avuto un costo altissimo sul piano simbolico e morale. Ha prodotto una scissione tra lo Stato e una parte profonda della coscienza nazionale.

Per molti armeni, dentro e fuori i confini della Repubblica, la firma dell’accordo ha rappresentato non solo una resa territoriale, ma una rinuncia alla memoria. Non tanto perché si chiedesse al governo di continuare una guerra impossibile, quanto perché si percepiva che, nel testo e nel tono della pace, la sorte degli armeni dell’Artsakh veniva accettata come definitiva e non più discutibile.

Erdogan con il leader dell'Azerbaijan
Vertice Azerbaijan-Turchia, i Presidenti Ilham Aliyev e Recep Tayyip Erdogan (ANSA-EPA 2025)

La diaspora, numerosa e influente, ha reagito con durezza. Ma anche all’interno del Paese la frattura è stata evidente: la Chiesa apostolica armena ha espresso riserve profonde, non come attore politico, ma come custode di una continuità storica che va oltre le contingenze. Per la Chiesa, l’Artsakh non è solo una regione perduta, è una parte del corpo ecclesiale, una ferita che non può essere archiviata con un atto amministrativo.

Il 2025 ha così messo in luce una tensione che attraversa l’Armenia contemporanea: quella tra realismo politico e fedeltà storica. Non è una contrapposizione semplice. Entrambe le posizioni nascono da una volontà di protezione: una vuole proteggere ciò che resta, l’altra ciò che dà senso a ciò che resta. Ma quando queste due esigenze non riescono più a parlarsi, il rischio è una lacerazione profonda.

L’Armenia esce dal 2025 più sicura sul piano militare immediato, ma più fragile sul piano identitario. Non perché abbia perso un territorio (la storia armena è fatta di perdite), ma perché ha dovuto accettare che una parte del suo popolo scomparisse dal quadro ufficiale senza essere nominata, senza essere difesa fino all’ultimo livello possibile del linguaggio. È una ferita che non produce subito instabilità, ma che resta aperta.

9. Il doppio standard dell’Occidente

Il 2025 ha reso evidente una dinamica che da tempo attraversa la politica internazionale, ma che raramente viene detta con chiarezza: l’esistenza di un doppio standard nella valutazione delle tragedie. Non tutte le vittime pesano allo stesso modo, non tutte le espulsioni suscitano la stessa indignazione, non tutte le pulizie etniche meritano lo stesso vocabolario.

Nel corso dell’anno, l’Occidente ha mostrato, e giustamente, una forte sensibilità verso alcune crisi: ha parlato di diritti umani, di diritto al ritorno, di tutela delle popolazioni civili, di protezione delle minoranze. Ha invocato il diritto internazionale come argine alla legge del più forte. Tutto questo è avvenuto sotto gli occhi dell’opinione pubblica, con un linguaggio carico di partecipazione morale. Eppure, quando si è trattato dell’Armenia e dell’Artsakh, lo stesso apparato concettuale si è come dissolto. Le parole si sono fatte prudenti, tecniche, distaccate: la pulizia etnica è diventata “conseguenza del conflitto”, l’esodo forzato è stato ridotto a “sfollamento”, e il genocidio è scomparso dal lessico, come se pronunciarlo fosse sconveniente, fuori luogo, destabilizzante.

Questo non è accaduto per ignoranza. Le informazioni erano disponibili, documentate, verificate. È accaduto per una scelta implicita: quella di considerare il Caucaso una periferia della storia, un luogo dove le categorie morali possono essere applicate con maggiore elasticità. Un’area in cui la stabilità vale più della giustizia, e la chiusura rapida dei dossier più della tutela delle persone.

Il risultato è stato un accordo che ha rassicurato le cancellerie ma lasciato senza risposta una domanda essenziale: che fine fanno gli armeni dell’Artsakh? Una domanda che non ha trovato spazio nei comunicati ufficiali, né nei grandi vertici, né nei documenti finali. Come se fosse una domanda imbarazzante, capace di incrinare la narrazione di una pace riuscita.

Questo doppio standard non è solo un problema etico, ma politico, perché ogni volta che il diritto internazionale viene applicato in modo selettivo perde autorevolezza. Ogni volta che una tragedia viene relativizzata perché riguarda un popolo piccolo, isolato o geopoliticamente scomodo, si rafforza l’idea che la forza possa essere premiata se esercitata con sufficiente determinazione. Nel 2025, l’Armenia ha pagato anche questo prezzo: quello di essere diventata un caso “minore”, una questione da archiviare in nome di equilibri più grandi. Ma la storia insegna che le ingiustizie considerate minori sono spesso quelle che preparano le crisi maggiori.

(3 – continua)

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Un grido d’amore per l’Armenia. La lettera del Molokano dal lago Sevan all’Europa smemorata come Te Deum per l’anno 2025 (Korazym 31.12.25)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 31.12.2025 – Renato Farina] – Vi scrivo dal lago Sevan, che oggi è nero. Non nero come la notte che prepara l’alba, ma nero come un’ombra senza promessa, come un’icona spezzata. Eppure ci sto dentro: ci ammollo i piedi, come facevo da ragazzo, quando il lago era uno specchio del cielo. Oggi non riflette più nulla, né arcobaleni né stelle: è un pozzo, un cimitero di voci. E forse proprio per questo – per questa cecità dell’acqua – è diventato più sincero.

Mi scrivete: “Molokano, che anno è stato questo 2025?”
Vi rispondo: un anno di paci, troppe. Un anno di accordi, troppi. Un anno in cui il mondo ha cercato di convincerci che il letame è concime divino, che la decomposizione è speranza, che la mutilazione è chirurgia salvifica.
Un anno in cui hanno provato a persuadere noi Armeni – ma forse anche voi Italiani – che la resa è saggezza, che il silenzio è diplomazia, che la finzione è maturità.

Ma io sono Molokano, e i Molokani non sanno mentire.
Beviamo latte, non vino: la nostra fede non fermenta, non si riscalda di retorica. È bianca, ingenua, infantile come il pianto delle pietre. E allora permettetemi di dirvi la verità, nuda come la montagna d’inverno:
questo 2025 è stato un anno di letame.
Un letame geopolitico, ecclesiale, umano.

Ma il Te Deum non si canta per i trionfi: si canta perché Dio c’è.
E allora: Te Deum laudamus. Per il letame? Sì. Proprio per il letame.

 

Quando abbiamo letto che Pashinyan, il nostro premier, aveva firmato l’“accordo di Washington” davanti a Trump, l’8 agosto, ci siamo guardati negli occhi come animali feriti.
Era una quasi verità, una fake truth come dico io.
Il Corridoio dei 32 chilometri per l’Azerbaijan? Va bene. Anche se significa amputare l’Armenia. Ma il vero scandalo è ciò che non c’era:
nel testo non compare mai la parola Artsakh.
Mai.
Non esistiamo più.
Non esistono i nostri 120mila cristiani cacciati come cani.
Non esistono i nostri morti, né i nostri cimiteri profanati.
È il genocidio perfetto: quello che non ha bisogno di sangue perché cancella la memoria.

Eppure il mondo ha applaudito: “Che bravi! Che pace! Che maturità!”
Pace?
Come chiamare pace l’accordo che sancisce l’estinzione di un popolo?
Un cimitero delle anime spacciato per giardino botanico?

Poi è arrivata la menzogna di Sharm el-Sheikh.
Una tregua per Gaza – benedetta, per carità! – firmata dai grandi della terra il 13 ottobre. E lì, in prima fila, Aliyev e Pashinyan, col volto serio dei protagonisti della storia.
Io ho letto i venti punti del trattato. Tutti.
Ho letto: “Nessuno sarà costretto ad abbandonare Gaza.”
Ho letto: “Tutti gli ostaggi dovranno essere restituiti.”
Ho letto: “La dignità e i diritti del popolo palestinese saranno tutelati.”
E ho pianto. Ho pianto di santa invidia.
Perché nel trattato di Washington, quello per noi, non c’è niente di tutto questo.
Niente sugli esuli armeni.
Niente sui nostri prigionieri.
Niente sui 14 leader dell’Artsakh trascinati via come bottino umano.

A noi non è toccato un punto, una virgola, un avverbio di pietà.
È la legge del mondo: a Gaza misericordia, all’Armenia cancellazione.
Doppio standard. Il più indecente.

E poi, amici miei, c’è stato qualcosa di peggio.

La rottura – violentissima, quasi blasfema – tra potere politico e Chiesa.
Pashinyan che tenta di deporre Karekin II, il nostro Catholicos, il Papa armeno.
Lo accusa di avere una figlia, come se la diceria fosse dogma.
Tentano di farne un anti-papa, come se la Chiesa fosse un ministero.
Il popolo si stringe attorno a Echmiadzin. Noi Molokani, eretici sì, ma non scemi, siamo con loro: perché sappiamo riconoscere quando un uomo parla come Giovanni Battista a un Erode impazzito.

E nel frattempo – che dolore scriverlo – il Vaticano inciampa.
La Gregoriana, la nostra università dei gesuiti, ospita un simposio dove l’Azerbaijan viene celebrato come “defensor fidei” e presentato come “tutore della libertà religiosa”.
L’Azerbaijan.
Il Paese che ha costruito un Parco dei Trofei dove i bambini prendono a schiaffi manichini di soldati armeni col “naso armeno” stereotipato, come segno di disprezzo etnico.
Il Paese che smantella monasteri, che cancella iscrizioni armene dalle pietre, che tortura prigionieri.

E io, Molokano, ho dovuto chiedermi se il mondo fosse impazzito.
O forse ero pazzo io, che continuo a credere che la Chiesa sia la casa dei senza casa.

Eppure, amici miei, dentro questo letame ho visto anche tre semi di grazia.
Li trovate solo se non distogliete lo sguardo.

Primo seme

Una donna di New York, santa e bella, che hai amato e che ha amato gli Armeni.
Siobhan Nash-Marshall (1965-2024), professoressa di Filosofia al Manhattanville College è morta dentro la notte, nel buio, mai ne nacque un’altra cos’ piena di speranza contemplando il “Grande Male”. La immagino in quei momento, tragedia della Croce che fiorisce, sola con il Solo, dunque insieme, nella sua casa di New York, D’accordo è stato nel dicembre 2024, ma la notizia giunse a me, tramortito, il capodanno successivo. Il suo sacrificio nascosto è una lampada negli angoli del mondo che annega nel niente liquido. La sua offerta è stata come il ramo d’ulivo che la colomba riportò a Noè.

Secondo seme

Il Cardinale Krikor Bedros XV Agagianian (1895-1971).
Il nostro armeno universale, che unì Roma e Oriente, che parlò il linguaggio del martirio e quello della diplomazia, che seppe tenere insieme pietra e fiore. Traslato intatto a Beirut in settembre, unendo intorno a sé armeni, maroniti, siriaci, arabi sciiti e arabi sunniti, ebrei.
In lui il popolo armeno è custodito per sempre, come seme invernale.

Terzo seme

Il nuovo santo appena proclamato, uno dei nostri grandi, la cui vita è stata un altare. Ignazio Maloyan, arcivescovoi armeno, cittadinanza ottomna, arcieparca di Mardi, eliminato durante il genocidio, il nostro Massimiliano Kolbe. In lui vedo la promessa mantenuta che la nostra fede non muore sotto il mucchio di cadaveri, neanche il Grande Male ci separeraà dall’amore di Cristo genocidio. La pietra armena ancora canta, anche se noi non la sentiamo.

E ora vi dico la cosa più difficile:
il dono del 2025 è stato il letame.

Perché il letame è ciò che resta quando tutte le illusioni sono evaporate:
– la fiducia nelle potenze;
– l’illusione delle diplomazie;
– la favola dei trattati;
– la speranza che i forti difendano i deboli.

Quando tutto è letame, allora rimane solo Dio.
E Dio – ce lo ha detto Giobbe, ce lo ha gridato Agostino –
è più in basso ancora.
Più in basso del male, più in basso della disperazione.
Più in basso del genocidio.
Più in basso del silenzio del mondo.

E allora singolo uomo armeno, singolo lettore italiano, il mio Te Deum è questo:

Ti lodo, o Dio, perché sei nel fondo del fondo.
Perché sei dove non c’è più nulla da lodare.
Perché nel letame prepari la resurrezione.

Le pietre urlanti dell’Armenia, diceva Mandelstam, parlano anche quando noi siamo muti.
Quest’anno le pietre non hanno potuto neanche urlare.
Ma Dio no: Dio ascolta, ascolta, ascolta.
Come nei Soliloquia di Agostino:
“Domine, audi me, audi me, audi me…”
Ascoltaci. Anche se noi non sappiamo più parlare.
Ascoltaci. Anche se siamo ridotti a cenere.
Ascoltaci. Anche se non riusciamo neppure a gridare.

Amici miei, vi consegno questo Te Deum che profuma di fango e lacrime, perché è l’unico che posso cantare.
Perché il nostro popolo è stato ridotto al letame.
Perché le nostre chiese sono state umiliate.
Perché i nostri esuli non hanno una sola parola nel trattato che dovrebbe proteggerli.
Perché i nostri prigionieri dormono in celle senza finestre.
Perché i nostri vescovi vengono accusati e diffamati.
Perché il mondo ci ha venduto per un corridoio di 32 chilometri.

E però – attenzione –
perché Dio è ancora più in basso del letame.
E solo Lui può far germogliare la pietra.
Solo Lui può risuscitare il popolo che non c’è più.
Solo Lui può restituire voce alle pietre mute.

Io, Molokano, vi scrivo questo nell’ultimo tramonto del 2025.
Guardo il Lago Nero.
Non vedo riflessi.
Ma sento una voce dentro l’acqua:
“Non temere. La croce fiorirà.”

E allora lo dico – tremando, eppure certo –
Te Deum laudamus.
Anche quest’anno.
Soprattutto quest’anno.

Tuo,
il Molokano

Questa lettera del Molokano è stata pubblicata su Tempi.

 

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Te Deum per il letame che resta dopo tutte le illusioni (Tempi 28.12.25)

Amici miei cari, vi scrivo dal lago Sevan, che oggi è nero. Non nero come la notte che prepara l’alba, ma nero come un’ombra senza promessa, come un’icona spezzata. Eppure ci sto dentro: ci ammollo i piedi, come facevo da ragazzo, quando il lago era uno specchio del cielo. Oggi non riflette più nulla, né arcobaleni né stelle: è un pozzo, un cimitero di voci. E forse proprio per questo – per questa cecità dell’acqua – è diventato più sincero.
Mi scrivete: “Molokano, che anno è stato questo 2025?”. Vi rispondo: un anno di paci, troppe. Un anno di accordi, troppi. Un anno in cui il mondo ha cercato di convincerci che il letame è concime divino, che la decomposizione è speranza, che la mutilazione è chirurgia salvifica. Un anno in cui hanno provato a persuadere noi armeni – ma forse anche voi italiani – che la resa è saggezza, che il silenzio è diplomazia, che la finzione è maturità. Ma io sono molokano, e i molokani non sanno mentire. Beviamo latte, non vino: la nostra fede non fermenta, …

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5 dei monasteri più belli dell’Armenia tra opere d’arte e paesaggi selvaggi (National Geographic 31.12.25)

Da quando l’Armenia ha adottato il cristianesimo, nel 301 d.C., i monasteri della nazione sono stati al centro delle sue tradizioni di culto. Dopo 17 secoli, questi siti riconosciuti dall’UNESCO sono diventati importanti punti di riferimento per la comunità nazionale, sia riflettendo che plasmando la cultura della prima nazione cristiana al mondo.

Oggi l’Armenia gode ancora di un turismo poco sviluppato e questi siti religiosi meritano senz’altro di essere visitati.

Monastero di Geghard, Armenia centrale

Mentre la chiesa originale di San Gregorio del IV secolo era una modesta cappella rupestre, oggi il monastero di Geghard è un sito patrimonio UNESCO che lascia senza fiato. Parzialmente scavato nelle scoscese rupi di basalto della gola di Azat e parzialmente costruito con pietra locale, il monastero si trova a soli 32 km da Erevan.

 

5 dei monasteri più belli dell'Armenia tra opere d’arte e paesaggi selvaggi

Parzialmente scavato sulle rupi della gola dell’Azat, il monastero di Geghard, compresa la cappella troglodita, si trova a 30 chilometri da Erevan, in Armenia.

FOTOGRAFIA DI ERIC MARTIN/FIGAROPHOTO, REDUX

Geghard significa letteralmente “la Lancia” e prende il nome dalla leggendaria lancia che si dice abbia trafitto il costato di Cristo sulla croce. Il monastero un tempo possedeva questa reliquia, ora conservata a Etchmiadzin, la prima cattedrale dell’Armenia. Nel XIII secolo tre delle cappelle del monastero furono scavate direttamente nella roccia sotto la guida dell’architetto Galdzak. Queste cappelle rupestri sono famose per la loro straordinaria acustica e ospitano suggestive esibizioni di cori tradizionali armeni. Una solista, Ana Navasardian, in un’intervista a Radio Free Europe, ha dichiarato: “L’acustica sembra avvolgerti, è qualcosa di unico”.

Nella cappella di Avazan, scavata nella roccia, l’acqua santa scorre direttamente dalla pietra. I visitatori alzano lo sguardo verso le incisioni e le opere d’arte religiose, tra cui l’umile iscrizione di Galdzak: “Ricordati di me ogni tanto, per favore”, un silenzioso eco umano proveniente da secoli passati.

 

Monastero di Tatev, Armenia meridionale

Da Geghard, il viaggio si addentra nelle zone montuose meridionali, dove il paesaggio diventa più selvaggio. Gli ultimi chilometri che conducono al monastero di Tatev sono parte essenziale dell’avventura: si raggiungono tramite le Ali di Tatev, la funivia aerea bifune più lunga del mondo, che sorvola la spettacolare gola di Vorotan.

Inserito attualmente nella lista provvisoria dell’UNESCO, il monastero di Tatev, a oltre 240 km da Erevan, è stato costruito nel IX secolo in onore di San Paolo e San Pietro. Arroccato sul bordo della gola, Tatev divenne ben presto un centro di cultura e di apprendimento. Nel XIV e XV secolo ospitò una delle prime università dell’Armenia, dove i monaci studiavano filosofia, scienze e arte.

 

5 dei monasteri più belli dell'Armenia tra opere d’arte e paesaggi selvaggi

Armeni in preghiera al monastero di Tatev.

FOTOGRAFIA DI SERGEY PONOMAREV, REDUX

Oggi le sue pareti in pietra color ambra, le incisioni consumate dal tempo e gli affreschi del XIV secolo sono ricchi di colori e dettagli. I dipinti raffigurano santi armeni, scene bibliche e mecenati locali. Offrono ai visitatori una rara finestra sulla vita spirituale e artistica dell’Armenia medievale.

“Tatev è più di un monastero del IX secolo, è un luogo vivo”, afferma Anna Arshakyan del Centro informazioni del monastero. “I visitatori soggiornano nelle nostre case, condividono la colazione con le nostre famiglie e imparano a conoscere la nostra cultura. Il turismo porta prosperità, sì, ma rafforza anche il legame tra la popolazione locale e i viaggiatori. E al centro di tutto questo c’è padre Mikayel. La gente viene da lontano solo per incontrarlo. Senza la sua dedizione, Tatev non sarebbe viva come lo è oggi”.

Padre Mikayel rappresenta il filo conduttore che collega l’antico sito di Tatev ai giorni nostri. Visitare un monastero millenario è molto più di una semplice gita turistica quando la comunità è ancora viva e in salute. La sua presenza garantisce che Tatev non sia solo un monumento congelato nel tempo, ma che rimanga un luogo di pratica spirituale e ospitalità.

Monastero di Noravank, Armenia meridionale

A nord di Tatev, a 120 km a sud di Erevan, la spettacolare gola di Amaghu ospita il monastero di Noravank, uno dei più suggestivi dell’Armenia. Incorniciato da pareti di roccia rossa, il sito ha un che di particolarmente magico all’alba o al tramonto, quando la luce dorata illumina le rocce e i toni più morbidi degli edifici del monastero.

Una leggenda locale narra che il monastero di Noravank, nel sud dell’Armenia, fosse il luogo in cui un tempo era custodita la Vera Croce di Cristo.

FOTOGRAFIA DI ERIC MARTIN, REDUX

Attualmente inserito nella lista provvisoria dell’UNESCO, le strutture principali risalgono al XIII secolo e seguono uno stile architettonico tipicamente armeno. La caratteristica più notevole è una scala esterna in pietra che conduce alla sala di preghiera superiore. Secondo la leggenda, la Vera Croce di Cristo era un tempo custodita in questo monastero, anche se è maggiormente documentato il ruolo di Noravank come importante centro religioso, culturale ed educativo nel XIII e XIV secolo.

I visitatori più in forma e sportivi possono anche godersi diversi sentieri che salgono sui pendii che circondano il monastero fino a punti panoramici che si affacciano sul complesso. Qui tra le rocce compaiono dei khachkar (pietre commemorative uniche nella cultura armena) consumati dal tempo, e il sentiero offre una vista spettacolare sulla gola e sulla silhouette immutabile del monastero.

Sanahin e Haghpat, Armenia settentrionale

Il paesaggio spirituale dell’Armenia si estende su tutto il territorio nazionale. Un viaggio verso nord permette di scoprire i monasteri gemelli di Sanahin e Haghpat, del X secolo, che si ergono imponenti ai lati della gola del Debed. Insieme, offrono uno spaccato del passato culturale e artistico dell’Armenia e costituiscono un altro sito patrimonio mondiale dell’UNESCO che mette in risalto l’eredità duratura della fede, della cultura e della maestria architettonica.

Sanahin, fondato da un re, e Haghpat, fondato da una regina, sono legati da una rivalità scherzosa. Gli abitanti del luogo sostengono che il nome Sanahin significhi “questo è più antico di quello”, mentre Haghpat, “muro enorme”, si riferisce alle imponenti fortificazioni del monastero. Nell’Armenia medievale ogni monastero si sviluppò come centro di apprendimento: le mura di basalto di Haghpat riecheggiavano di studi di filosofia, logica e scienza, mentre Sanahin risuonava di musica e ospitava il lavoro di maestri calligrafi e miniatori.

 

5 dei monasteri più belli dell'Armenia tra opere d’arte e paesaggi selvaggi

Situato nella provincia di Lori in Armenia, il complesso monastico di Haghpat, noto anche come Haghpatavank, fu costruito tra il X e il XIII secolo.

FOTOGRAFIA DI KIT YENG CHAN, ALAMY

Lo stile ecclesiastico bizantino di questi edifici rivela sorprendenti somiglianze. Cortili incorniciati da archi in pietra guidano i visitatori verso i khachkar finemente scolpiti sparsi per il parco. La superba maestria artigianale dispiegata in entrambi i monasteri riflette una tradizione architettonica e una cultura monastica condivise che hanno prosperato in Armenia per secoli.

Per i più avventurosi, antichi sentieri collegano ancora i monasteri attraverso il World Heritage Trail, un percorso di 10 chilometri e quattro ore di cammino segnalato da pilastri di pietra installati dall’Associazione Escursionisti Armeni. L’itinerario  è lineare, quindi è essenziale pianificare il ricorso a un mezzo di trasporto per il ritorno, ma camminare lungo questo sentiero storico offre un legame tangibile con i monaci che lo percorrevano regolarmente per cerimonie religiose e feste.

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