Il Governo armeno presenta accuse contro Karekin II e gli vieta di lasciare il paese (InforVaticano 25.02.26)

La Procura Generale dell’Armenia ha sporto accuse penali contro Karekin II, patriarca supremo e “catholicos” di tutti gli armeni, e gli ha proibito di lasciare il paese, secondo quanto riferisce La Nuova Bussola Quotidiana. La misura, emanata il 14 febbraio 2026, gli ha impedito di partecipare all’assemblea della Chiesa armena celebrata il 17 febbraio in Austria.

La decisione si inserisce in un confronto crescente tra il Governo del primo ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena, che si è intensificato negli ultimi mesi.

Una crisi che si aggrava dal conflitto del Karabaj

Le tensioni tra Chiesa e Stato si sono accentuate dopo la seconda guerra tra Armenia e Azerbaigian per il Nagorno-Karabaj nel 2020, che si è conclusa con una sconfitta militare armena e l’apertura di negoziati per un cessate il fuoco. Nel settembre 2023, l’Azerbaigian ha ripreso completamente il controllo del territorio dopo un’offensiva che ha provocato lo spostamento di decine di migliaia di armeni dalla autoproclamata Repubblica di Artsaj.

Tra aprile e giugno del 2024, l’arcivescovo Bagrat Galstanyan ha guidato proteste contro le concessioni territoriali all’Azerbaigian. Successivamente è stato arrestato con l’accusa di aver organizzato un tentativo di colpo di Stato. Il 25 giugno 2025 è stato arrestato insieme ad altre 15 persone, tra sacerdoti e laici.

Due giorni dopo è stato arrestato anche l’arcivescovo Mikael Ajapahian, accusato di incitare al rovesciamento violento del Governo. Nell’ottobre 2025, il vescovo Mkrtich Proshyan e altri 12 chierici sono stati arrestati con accuse che includevano coercizione per partecipare a concentrazioni pubbliche, ostruzione del diritto elettorale e reati economici. Nelle ultime settimane, i tribunali hanno sostituito la detenzione preventiva di Proshyan e Ajapahian con l’arresto domiciliare.

Accuse contro il “catholicos” e restrizioni giudiziarie

Secondo il mezzo italiano, le accuse contro Karekin II si basano su fondamenti simili a quelli utilizzati dal 2024 contro altri membri del clero. Il divieto di uscita dal paese gli ha impedito di partecipare all’assemblea ecclesiale in Austria, cosa che è stata interpretata dai suoi difensori come un’interferenza diretta nell’autonomia della Chiesa.

Diversi gruppi di difesa della libertà religiosa hanno denunciato negli ultimi mesi l’arresto di alti prelati e sacerdoti in Armenia. Il mezzo citato indica che queste misure potrebbero entrare in conflitto con la Costituzione armena e con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, in particolare per quanto riguarda la libertà religiosa e di associazione.

La Chiesa Apostolica Armena e il suo ruolo nell’identità nazionale

La Chiesa Apostolica Armena, una delle più antiche comunità cristiane, fa parte dell’ortodossia orientale precalcedonese e, secondo la tradizione, risale alle missioni degli apostoli Bartolomeo e Giuda Taddeo nel I secolo. Più del 90% della popolazione armena si considera cristiana, e la Chiesa svolge un ruolo centrale nella preservazione dell’identità culturale e nazionale del paese.

Un anno decisivo per l’Armenia

L’anno 2026 si presenta come un periodo chiave per l’Armenia, sia in politica interna che esterna. Dopo la cosiddetta “Dichiarazione di Washington” di agosto 2025 e gli sforzi diplomatici internazionali, si prevede la riapertura delle comunicazioni regionali, inclusa la frontiera con la Turchia, nonché la firma di un accordo di pace definitivo con l’Azerbaigian.

Tuttavia, gli eventi recenti evidenziano che la crisi tra il Governo e la Chiesa rimane aperta, in un momento di particolare sensibilità politica per il paese caucasico.

Vai al sito

Trieste celebra il dialogo interculturale: al via “Voci di comunità – Storie, culture e vite a Trieste” (Triestecaffe 25.02.26)

È stato presentato il 23 febbraio, nella Sala della Comunità Greco-Orientale in Riva III Novembre, il ciclo di incontri “VOCI DI COMUNITÀ – Storie, culture e vite a Trieste”, iniziativa dedicata alla valorizzazione delle diverse anime culturali presenti in città.

Il progetto prevede cinque appuntamenti, ospitati presso l’auditorium dell’Oratorio di San Giacomo (entrata da via Colombo), aperti a tutti e ad ingresso gratuito, organizzati da alcune comunità nazionali in collaborazione con la V Circoscrizione (Barriera Vecchia – San Giacomo).

L’obiettivo: conoscenza reciproca e condivisione

A sottolineare il significato dell’iniziativa è stato Luca Gojak, coordinatore della Commissione Cultura ed Eventi della V Circoscrizione:

“Come Circoscrizione è stato un piacere favorire la realizzazione di questo progetto. L’obiettivo è promuovere la conoscenza reciproca, creare occasioni di incontro e dialogo, valorizzando la ricchezza culturale di Trieste”.

Un messaggio che richiama la vocazione storica della città, costruita nei secoli attraverso intrecci di popoli, tradizioni e culture.

Si parte con la Comunità Greca

Il primo appuntamento è fissato per il 28 febbraio alle ore 17, dedicato alla Comunità Greca.

La vicepresidente Maria Kassotaki ha evidenziato l’importanza degli incontri interculturali, mentre il presidente Antonio Sofianopulo illustrerà storia e attività della comunità. Prevista anche un’esibizione del gruppo “Orfeas”, con danze tradizionali e possibile coinvolgimento del pubblico.

Spazio alla Comunità Albanese

Il 14 marzo alle 16.30 sarà protagonista l’Associazione Albanese Arbëria Trieste.

La presidente Adela Shehu ha ribadito il valore del dialogo tra comunità, sottolineando il contributo delle realtà straniere al tessuto cittadino. La serata racconterà la presenza albanese a Trieste e la tradizione della Festa della Primavera, con laboratori artistici per bambini, balli, recite e un momento conviviale finale.

Il racconto della Comunità Islamica

Il 9 maggio alle 17.30, l’Associazione Culturale Islamica di Trieste proporrà un incontro dedicato alla pluralità culturale e sociale della comunità islamica triestina.

La vicepresidente Nurah Omar ha definito l’iniziativa “un’occasione autentica di arricchimento per la città”, con un evento focalizzato sul presente, le attività e le esperienze della comunità.

La serata della Comunità Serba

Il 16 maggio alle ore 19 sarà la volta dell’Associazione Culturale Serba “Pontes – Mostovi”.

Interverranno la storica dell’arte Danica Krstic e Lidija Radovanovic, presidente dell’Unione dei Serbi in Italia. In programma canti, balli folkloristici e un momento conviviale conclusivo.

Gran finale con Comunità Romena e Armena

Il 23 maggio alle ore 17 l’evento chiuderà con la Comunità Romena e la Comunità Armena.

Il parroco ortodosso rumeno Padre Valentin Tarta, impossibilitato a partecipare alla conferenza stampa, ha inviato un messaggio di saluto annunciando un pomeriggio tra curiosità storiche, canti e balli tradizionali, seguito da degustazioni tipiche.

La vicepresidente Adriana Hovhannessian ha confermato la partecipazione della Comunità Armena, con un intervento dedicato alla storia della realtà armeno-tergestina.

Il calendario degli appuntamenti

28/2 ore 17 – Comunità Greca
14/3 ore 16.30 – Associazione Albanese “Arbëria”
09/5 ore 17.30 – Associazione Culturale Islamica di Trieste
16/5 ore 19 – Associazione Culturale Serba “Pontes – Mostovi”
23/5 ore 17 – Comunità Romena e Comunità Armena

Un percorso che si propone di rafforzare dialogo, integrazione e senso di comunità, nel solco della tradizione multiculturale triestina.

Vai al sito

Dall’archeologia allo sviluppo: l’Università di Firenze e l’Opificio portano l’Armenia a TourismA (Meteoweb 25.02.26)

Può l’archeologia diventare una leva di crescita, creare nuove opportunità di conoscenza e alimentare un turismo più consapevole? L’Università di Firenze risponde in modo più che positivo a questa domanda durante TourismA, dove presenta un progetto internazionale che unisce ricerca archeologica, cooperazione e turismo sostenibile in Armenia. ArcheTourDev, questo il nome dell’iniziativa a cui partecipa anche l’Opificio delle Pietre Dure e Ismeo, accoglierà esperti e semplici appassionati di archeologia a TourismA, il Salone dell’Archeologia e del Turismo Culturale, che si terrà a Firenze, al Palazzo dei Congressi, da venerdì 27 febbraio a domenica 1° marzo.

ArcheTourDev sta per Archaeological Heritage and Tourism for Rural Development, ossia Patrimonio archeologico e turismo per lo sviluppo rurale in Armenia, ed è un progetto internazionale finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics). Capofila è Sagas, il dipartimento di Storia Archeologia Geografia Arte e Spettacolo dell’Università di Firenze, che lavora sul campo insieme a due eccellenze italiane: l’Opificio delle Pietre Dure, punto di riferimento mondiale per il restauro, e Ismeo (l’Associazione internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente), attivo da decenni nella cooperazione culturale.

ArcheTourDev mette al centro tre grandi siti archeologici armeni: Garni, una delle destinazioni più visitate del Paese caucasico, Dvin e Aruch, il cui potenziale turistico è in espansione, per creare itinerari capaci di valorizzare il loro patrimonio storico e culturale a livello internazionale e, allo stesso tempo, generare benefici concreti per le comunità locali.

Due sono gli appuntamenti aperti al pubblico per conoscere in modo più approfondito il progetto ArcheTourDev e scoprire i tre siti archeologici, dove dallo scorso anno lavorano fianco a fianco archeologi e restauratori.

Venerdì 27 febbraio, nell’Auditorium del Palazzo dei Congressi, alle 14.30, all’interno del XXII Incontro nazionale di Archeologia Viva, Michele Nucciotti professore associato di Archeologia Medievale all’Università di Firenze e coordinatore scientifico del progetto, presenterà l’intervento “Armenia: dove il passato nutre il futuro”.
Sabato 28 febbraio, nella Sala Onice, dalle 14.00 alle 16.00, si terrà l’incontro: “Armenia. Tra ricerca scientifica, opportunità di conoscenza e turismo sostenibile”.

Vai al sito


Sant’Arpino. L’Opificio Puca apre un ponte con l’Armenia tra conversazioni, pratiche e marginalità in dialogo questo weekend con due artisti armeni

Armenia: salta il concilio, vince il Patriarca (Settimananews 25.02.26)

di: Lorenzo Prezzi

Il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, è riuscito a impedire che i vescovi si radunassero in concilio a Sankt Pölten (Austria, 16-19 febbraio), ottenendo di condizionare pesantemente la Chiesa apostolica armena, ma ha perso la partita. Il concilio, seppur ridotto a semplice riunione di vescovi, ha riaffermato con forza il consenso al Catholicos Karekin II, mostrando che il tentativo di spaccare la Chiesa non è andato e non andrà a buon fine (cf. qui su SettimanaNews).

Nella dichiarazione finale si dice: «Noi, vescovi della Chiesa armena, riaffermiamo la nostra fedeltà alla sede madre di Etchmiadzin (Erevan) e al Catholicos di tutti gli armeni in quanto simbolo visibile e garante dell’unità, della riconciliazione e della concordia della Chiesa». Si chiede alle autorità politiche di «agire rigorosamente in conformità alla costituzione della Repubblica dell’Armenia, alle sue leggi, al diritto internazionale e a restare fedeli ai principi democratici proclamati, garantendo la libertà di coscienza, di religione e di credenza nel Paese».

Il tono della dichiarazione è molto pacato – come anche quello del messaggio del Catholicos al suo popolo in occasione della Quaresima – nello sforzo di tenere aperto il dialogo, ma le richieste sono precise: rispettare l’autonomia della Chiesa, agire secondo le leggi e la costituzione, risolvere i processi avviati contro i vescovi e il Catholicos, difendere i politici del Nagorno-Karabak condannati dai tribunali azeri. Nessun consenso alla volontà di Pashinyan di rimuovere dal suo ruolo Karekin II e, tanto meno, di mettere in difficoltà l’unità della Chiesa.

Critiche e unità

Per l’impedimento al Catholicos e a numerosi ai vescovi armeni di recarsi in Austria la riunione, inizialmente prevista per tutti i gerarchi (56), si è ridotta a 25 presenze, tutte, eccetto due, in provenienza dalla diaspora. L’assenza di Karekin II rendeva impossibile l’autorevolezza conciliare e l’impegnatività delle sue conclusioni, ma non il senso complessivo dell’evento: la conferma dell’unità del Chiesa davanti al pericolo di uno scisma.

Presieduta dal delegato Khajag Parsamian, responsabile per l’Europa occidentale e rappresentante del patriarcato armeno presso la Santa Sede, la riunione ha preso atto delle assenze e della minore autorevolezza. Non è possibile una partecipazione solo on-line per dare validità all’assemblea, ma non sono mancati i messaggi di sostegno e di conferma del Catholicos e dei patriarchi armeni di Cilicia, Aram I, e di Costantinopoli, Sahak Mashalian.

Il confronto interno, a porte chiuse, aveva come oggetto la situazione della Chiesa e le sfide per la pastorale. I materiali sono stati messi a disposizione del Catholicos per una futura assemblea conciliare. Solo uno dei dieci vescovi che si sono pronunciati contro la dirigenza ecclesiale era presente. Si tratta di Honam Terterian, vescovo di una diocesi statunitense, che ha portato in assemblea le aspre critiche al Catholicos: violazione dei voti di castità, sospetti sul fratello, pressioni indebite sul clero, governo autocratico. Ma l’interessato ha poi firmato la dichiarazione finale assieme a tutti.

Sono note le ragioni e i termini del duro conflitto fra Chiesa e governo armeno. La gerarchia addebita al governo di aver gestito male la guerra del 2020, la perdita del Nagorno-Karabak, l’esodo di oltre 100.000 persone, il successivo abbandono di altri paesi di quell’area senza ottenere il rilascio dei prigionieri di guerra. Le accuse di Pashinyan a Karekin II sono quelle di essersi schierato con l’opposizione politica, sostenendo alcuni suoi vescovi per l’impresa, di fiancheggiare gli interessi egemonici della Russia e, inoltre, di essere infedele ai suoi voti monastici, perché avrebbe una figlia segreta violando le regole morali del monachesimo (cf. qui su SettimanaNews).

Accanimento persecutorio

Le accuse di tradimento a decine di preti, a una mezza dozzina di vescovi, le condanne a un paio di gerarchi, le critiche mediali da parte delle stampa governativa, il sostegno plateale ai dieci vescovi «ribelli», i ricorsi ai tribunali civili: sono tutti elementi di un conflitto che, a molti, appare come una vera persecuzione, erede della tradizione comunista e forma indebita dell’intervento del potere politico sulla Chiesa. Fino alla manipolazione di video intimi come nel caso del vescovo Ashak Khachatryan, responsabile della cancelleria e della curia.

I procedimenti della magistratura nei confronti di sei vescovi che, assieme al Catholicos, compongono il consiglio ecclesiastico supremo (sinodo) nascono dalla dichiarazione critica al governo dell’inizio di febbraio e dalla rimozione di uno dei vescovi ribelli, Gevorg Saroyan. Il tribunale civile lo ha rimesso in funzione e il sinodo l’ha ridotto allo stato laicale. L’accusa ai vescovi è di turbativa dell’amministrazione giudiziaria. L’ex difensore civico, Ruben Melikyan, ha definito il provvedimento contro il Catholicos una «vergogna storica». L’avvocato Robert Amsterdam, noto difensore delle Chiese ortodosse in sede internazionale, ha additato il caso armeno come il più grave fra quelli da lui recentemente conosciuti.

L’inquietudine si è diffusa in tutta la diaspora armena che, con i suoi 10 milioni di persone, è assai influente su un paese in cui vivono tre milioni di armeni. Dopo la protesta di alcune fra le più celebri figure dell’Occidente armeno, si è espresso il coordinamento delle organizzazioni armene in Francia e si è avviata una raccolta di firme per difendere i diritti dei credenti e la forma democratica dello stato.

Il pesante interventismo della tradizione comunista, seppur in un contesto oggi democratico, riemerge assieme a una relazione con i poteri della tradizione ortodossa, mai attraversata da una chiara distinzione con lo Stato. Seppur la Chiesa armena non appartenga al mondo ortodosso perché nata prima delle divisioni confessionali dell’XI secolo, vive uno stretto legame con il potere politico e in un contesto fortemente identitario e nazionale che ne condiziona la vita.

Tornando alla riunione a Sankt Pölten, va registrato il clima di cordiale accoglienza della locale comunità cattolica. I vescovi armeni hanno celebrato assieme al vescovo una preghiera comune per la pace e l’Armenia nel duomo della città. Mons. Alois Schwarz ha sottolineato la profonda comunione con la Chiesa armena e la sua testimonianza di fede «preservata attraverso i secoli, spesso sotto dure prove, spesso nella sofferenza, eppure sempre nella speranza».

Vai al sito

Il numero di Meridiani di febbraio dedicato all’Armenia

Il numero di Meridiani dedicato all’Armenia racconta di un paese ancora poco conosciuto e dagli aspetti sorprendenti, sotto il profilo paesaggistico e culturale. Culla del cristianesimo (fu il primo al mondo a renderlo religione ufficiale) è ricchissimo di chiese e antichi monasteri, spesso inseriti in contesti naturali di straordinaria bellezza. Affascinanti sono la sua lingua e il suo alfabeto unico al mondo, la sua gastronomia basata sul tradizionale pane lavash, accompagnato da un’incredibile varietà di prodotti locali, la cultura millenaria del vino, mentre per gli escursionisti ci sono canyon e grotte stupefacenti, infinite steppe erbose e catene di monti dai dolci profili, che superano i 3000 metri. Gli inviati di Meridiani hanno battuto il paese palmo a palmo, documentando la vivacità della capitale Yerevan, la natura del grande lago Sevan, i luoghi di culto più suggestivi, tra cui il monastero di Khor Virap, affacciato sulla mole bianca del vulcano Ararat, vero simbolo dell’Armenia storica.

Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale armena esorta gli elettori a bruciare i ponti con gli oligarchi (Notizie da Est 24.02.26)

Le prossime elezioni in Armenia determineranno se gli elettori sosterranno le autorità attuali o appoggeranno l’ex presidente Robert Kocharyan insieme a “due oligarchi e i loro entourage”, ha dichiarato Ruben Rubinyan, vicepresidente del parlamento. Per i due oligarchi, si riferiva al noto imprenditore locale Gagik Tsarukyan e al miliardario russo Samvel Karapetyan. I partiti guidati da entrambe le figure hanno già annunciato piani per partecipare alle elezioni parlamentari previste per il 7 giugno 2026. Rubinyan ha sottolineato che non si oppone ai voti destinati ad “altre forze politiche”, ma non a Kocharyan né ai “due oligarchi”.

Ha detto che la fazione governativa Civil Contract mira a ottenere una maggioranza costituzionale nelle elezioni.

«Crediamo che Robert Kocharyan e i due oligarchi — in effetti tutti gli oligarchi — debbano lasciare la scena politica e il parlamento», ha dichiarato Rubinyan.

Rubinyan ha sostenuto che il parlamento diventerebbe una piattaforma per un “dibattito politico normale” solo se gli elettori “bruciano tutti i ponti con Kocharyan e gli oligarchi” alle urne.

  • ‘Le opinioni di Kocharyan sono incredibilmente datate’ – Pashinyan in risposta alle osservazioni dell’ex presidente
  • L’Armenia discute una ‘proposta pre-elettorale’ per il ministero della sessualità
  • Pashinyan sta rifacendo la sua immagine in vista delle elezioni? La BBC guarda ai video musicali del primo ministro sui social media

“Le figure dell’opposizione cercano di creare una falsa impressione”

Il vicepresidente ha detto che, secondo tutti i sondaggi d’opinione, il sostegno al partito al potere è di molto superiore a quello delle forze d’opposizione. Tuttavia, Rubinyan non ha specificato a quali sondaggi si riferisse né fornito cifre.

Ha detto che il partito al potere non teme la sconfitta. Allo stesso tempo ha aggiunto che gli elettori dovrebbero capire cosa sta accadendo sulla scena politica.

«Devono sapere che le forze d’opposizione stanno cercando di creare una falsa impressione di essersi separate l’una dall’altra. Per esempio, inviano persone da una forza politica a un’altra», ha detto.

Rubinyan ha citato esempi specifici di ex deputati della fazione Armenia, guidata dall’ex presidente Robert Kocharyan, che in seguito si sono uniti ad altri gruppi di opposizione.

«Ad esempio, Aram Vardevanyan ha inizialmente lavorato nella squadra di Kocharyan e ha agito come suo avvocato. Ora rappresenta l’oligarcho russo [Samvel Karapetyan] e fa parte della sua squadra. Andranik Tevanyan è stato prima un deputato nella squadra di Kocharyan, e ora lavora con Tsarukyan.»

‘Goal is to turn Armenia into a Russian outpost’: Samvel Karapetyan named as prime ministerial candidate

Russian billionaire named Strong Armenia’s PM candidate, but dual citizenship bars him from the post

“The established peace is under threat”

Il vicepresidente ha detto che gli elettori dovrebbero prestare attenzione ai programmi delle forze politiche e alla loro visione per il futuro del Paese prima delle elezioni. Ha anche avvertito delle possibili conseguenze se i gruppi d’opposizione salissero al potere.

«Le elezioni e l’ascesa al potere di Kocharyan e dei due oligarchi significherebbero un ritorno alla corruzione. La pace consolidata [con l’Azerbaijan], almeno, verrebbe minacciata», ha detto Rubinyan.

Secondo lui, il Paese non deve permettere all’ex presidente e alle forze d’opposizione ad esso affiliate di prendere il potere, altrimenti “il Paese diventerà un terreno fertile per saccheggi”.

Negli ultimi giorni, diversi rappresentanti del partito al governo hanno avvertito che i gruppi di opposizione che pianificano di partecipare alle elezioni intendono portare avanti quanto descrivono come “Operazione Gyumri-2”. Il vicepresidente ha anche fatto riferimento alle elezioni municipali di Gyumri. Ha osservato che solo pochi mesi dopo la sua elezione, il sindaco di opposizione Vardan Ghukasyan è stato arrestato con l’accusa di concussione.

Nella primavera del 2025, Gyumri ha tenuto elezioni comunali anticipate. Nessun partito ha ottenuto il necessario 50% più uno. Il partito Civil Contract al governo ha ottenuto la quota maggiore dei voti, ma le forze d’opposizione si è rifiutate di formare una coalizione con esso.

Tre dei quattro gruppi di opposizione che hanno superato la soglia elettorale si sono uniti e hanno sostenuto il candidato del Partito Comunista Armeno, Vardan Ghukasyan. Egli divenne sindaco della seconda città più grande del paese. L’esito delle elezioni parlamentari determinerà ora chi diventerà il prossimo primo ministro dell’Armenia.

Ruben Rubinyan ha dichiarato che se Kocharyan e altre figure d’opposizione pro-Russia arrivassero al potere, i funzionari corrotti non verrebbero più puniti, a differenza di quanto accade con l’attuale governo. Ha sostenuto che ciò avverrebbe perché “non permetteranno agli agenti delle forze dell’ordine di svolgere il loro lavoro — proprio come durante i loro anni al potere”.

Ha aggiunto che il Codice Elettorale consente alle forze politiche di formare coalizioni e stabilire un governo.

«Questo non è un crimine. Ma non tutto ciò che non è un crimine è buono. Crediamo che l’ascesa al potere di Kocharyan e dei due oligarchi sarebbe negativa. Questo deve essere evitato. Come può essere prevenuto? Le persone non devono dare nemmeno un voto a Kocharyan e ai due oligarchi. Li abbiamo già visti al potere. Penso che non vogliamo che quel tipo di regime ritorni.»

‘Opposition aims to take power by forming post-election coalition’ – Armenian parliament vice-speaker

Rappresentanti del partito al governo insistono sul fatto che l’opposizione non sarà in grado di “realizzare i loro piani”, che “non vedranno mai più il potere quanto vedono le loro stesse orecchie”, e che “non c’è più posto in politica per ex presidenti e oligarchi.”

 

La presentazione del libro “Fratelli d’Oriente. La Chiesa Cattolica e gli Armeni da Pio IX a Leone XIV” a Cremona (Korazym 24.02.26)

Venerdì 27 febbraio 2026 alle ore 16.30 presso la Sala Conferenze “Virginia Carini Dainotti” della Biblioteca Statale di Cremona verrà presentato il volume del Prof. Andrea Fenocchio dal titolo Fratelli d’Oriente. La Chiesa Cattolica e gli Armeni da Pio IX a Leone XIV (‎Ronca Editore 2025, 136 pagine – AMAZON).

L’Armenia fu la prima nazione Cristiana e la sua Chiesa rimase in comunione con Roma fino al Concilio di Calcedonia, quando divergenze teologiche ne determinarono la separazione. Da allora, i rapporti tra la Chiesa Cattolica Romana e la Chiesa Apostolica Armena conobbero fasi alterne fino al Novecento, segnato da due eventi decisivi: il genocidio armeno e il Concilio Vaticano II.

Durante la tragedia del genocidio, Papa Benedetto XV e Mons. Angelo Maria Dolci si adoperarono per soccorrere il popolo armeno senza distinzioni confessionali.

Il Concilio Vaticano II aprì una nuova stagione di dialogo con l’Oriente Cristiano.

Nel volume il Prof. Andrea Fenocchio ricostruisce queste vicende attraverso documenti e storiografia. Il libro contiene anche un’intervista ad Antonia Arslan, autrice di saggi fondamentali sulla narrativa popolare e la letteratura femminile tra Ottocento e Novecento. Nel 2004 in La masseria delle allodole (Rizzoli 2015, 233 pagine, premiato con moltissimi riconoscimenti e tradotto in 15 lingue, da cui i fratelli Taviani hanno tratto l’omonimo film) ha dato voce alle memorie familiari in un racconto della tragedia di un popolo “mite e fantasticante”, gli Armeni, e la struggente nostalgia per una terra e una felicità perdute. La masseria delle allodole è la casa, sulle colline dell’Anatolia, dove nel maggio 1915, all’inizio dello sterminio degli Armeni da parte dei Turchi, vengono trucidati i maschi della famiglia, adulti e bambini, e da dove comincia l’odissea delle donne, trascinate fino in Siria attraverso atroci marce forzate e campi di prigionia. In mezzo alla morte e alla disperazione, queste donne coraggiose, spinte da un inesauribile amore per la vita, riescono a tenere accesa la fiamma della speranza; e da Aleppo, tre bambine e un “maschietto-vestito-da-donna” salperanno per l’Italia.

Nel saggio Armenia, la paura di un genocidio infinito, pubblicato su Vita e Pensiero di luglio 2024, Antonia Arslan avverte che sugli Armeni incombe la promessa di Erdoğan: «Dobbiamo finire il lavoro…». «Nel territorio dell’Artsakh (o Nagorno-Karabakh) si stanno cancellando le tracce Cristiane: monumenti, chiese, croci di pietra, strade. E ora c’è la possibilità che si avveri per lo Stato sovrano che è l’Armenia lo stesso destino: la de-armenizzazione completa».

Nel dibattito storiografico contemporaneo, il genocidio armeno occupa un posto cruciale non solo come evento storico ma come paradigma della violenza di massa nel Novecento. Non è un caso che diversi studiosi lo considerino un precedente decisivo per comprendere le logiche dei genocidi successivi: secondo consolidati indirizzi storiografici, infatti, esso sarebbe il “primo genocidio della storia”, assunto come archetipo interpretativo nei successivi studi sulla Shoah. Questa prospettiva non riguarda soltanto la dimensione quantitativa della tragedia – stimata a un milione e mezzo di vittime – ma il suo significato politico e culturale: la distruzione sistematica di una minoranza percepita come estranea al progetto nazionale ottomano.

È dentro questo orizzonte di lunga durata, fatto di memoria, negazioni e riconoscimenti tardivi, che si colloca il lavoro del Prof. Andrea Fenocchio, che non affronta soltanto i fatti del 1915-1917, ma li inserisce nella trama secolare dei rapporti tra Oriente e Occidente e, soprattutto, nel ruolo svolto dalla Chiesa Cattolica Romana come osservatore, attore diplomatico e testimone morale di una delle più grandi tragedie del Novecento.

Dal 1965 molti Stati, tra i quali l’Italia, hanno riconosciuto ufficialmente il genocidio.

Il popolo armeno è stato sempre nel cuore dei vari pontefici che si sono succeduti negli ultimi secoli.

Papa Leone XIII il 25 luglio 1888 rivolse ai Cattolici Armeni l’Enciclica Paterna caritas. Con affetto paterno conferma le istituzioni religiose armene a Roma, inclusa la fondazione del Pontificio Collegio Armeno e la donazione della chiesa di San Nicola da Tolentino, per preservarne rito, lingua e liturgia.

Grazie alla mediazione dell’Arcivescovo Angelo Maria Dolci, Nunzio Apostolico a Costantinopoli, Papa Benedetto XV scrisse almeno tre missive al Sultano ottomano Mehmet V, che lo stesso diplomatico si impegnò a consegnare personalmente. Papa Benedetto XV il 10 settembre 1915 nella sua supplica al Sultano, per far cessare le violenze e le deportazioni ai danni degli Armeni, scrisse: «Ci giunge dolorosissima l’eco dei gemiti di tutto un popolo, il quale nei vasti domini ottomani è sottoposto a inenarrabili sofferenze. La nazione armena ha già veduto molti dei suoi figli mandati al patibolo, moltissimi, tra i quali non pochi ecclesiastici e anche qualche vescovo, incarcerati o inviati in esilio. Ci vien riferito che intere popolazioni di villaggi e di città sono costrette ad abbandonare le loro case per trasferirsi con indicibili stenti e patimenti in lontani luoghi di concentrazione, nei quali oltre le angosce morali debbono sopportare le privazioni della più squallida miseria e le torture della fame».

Il 15 gennaio 1916 il Papa ricevette la risposta del sultano: «Le notizie che pervengono dalla Santa Sede sulla sorte degli armeni nel nostro Paese non rispondono alla realtà dei fatti». Il Papa, in ogni caso, si adoperò affinché la persecuzione venisse attenuata. Mons. Dolci fece di più, mobilitando, nello scenario intricato della Prima Guerra Mondiale, l’Arcivescovo Eugenio Pacelli, al tempo Delegato Apostolico a Monaco, il quale cooperò concretamente con lui per soccorrere, attraverso i buoni uffici della Germania, dell’Austria e dell’Ungheria, il popolo armeno. Come evidenziò un francescano nel 1917 in merito al destino di 200 famiglie di Ankara: «Si oppongono al mutamento di nome. Non vogliono abiurare il Cristianesimo, così come chiede il Governo».

Sua Santità Giovanni Paolo II e Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni il 27 settembre 2001 hanno sottoscritta a Etchmiadzin una Dichiarazione comune, in occasione della Celebrazione del 1700° anniversario della proclamazione del Cristianesimo quale religione dell’Armenia.

Papa Francesco ha inviato il 12 aprile 2015, in occasione del Centenario del genocidio armeno, un Messaggio agli Armeni: «Cari fratelli e sorelle Armeni, un secolo è trascorso da quell’orribile massacro che fu un vero martirio del vostro popolo, nel quale molti innocenti morirono da confessori e martiri per il nome di Cristo (cfr Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione comune, Etchmiadzin, 27 settembre 2001). Non vi è famiglia armena ancora oggi, che non abbia perduto in quell’evento qualcuno dei suoi cari: davvero fu quello il “Metz Yeghern”, il “Grande Male”, come avete chiamato quella tragedia. In questa ricorrenza provo un sentimento di forte vicinanza al vostro popolo e desidero unirmi spiritualmente alle preghiere che si levano dai vostri cuori, dalle vostre famiglie, dalle vostre comunità. (…)
La vostra vocazione cristiana è assai antica e risale al 301, anno in cui san Gregorio l’Illuminatore guidò alla conversione e al battesimo l’Armenia, la prima tra le nazioni che nel corso dei secoli hanno abbracciato il Vangelo di Cristo. Quell’evento spirituale ha segnato in maniera indelebile il popolo armeno, la sua cultura e la sua storia, nelle quali il martirio occupa un posto preminente, come attesta in modo emblematico la testimonianza sacrificale di san Vardan e dei suoi compagni nel V secolo.
Il vostro popolo, illuminato dalla luce di Cristo e con la sua grazia, ha superato tante prove e sofferenze, animato dalla speranza che deriva dalla Croce (cfr Rm 8,31-39). Come ebbe a dirvi san Giovanni Paolo II: «La vostra storia di sofferenza e di martirio è una perla preziosa, di cui va fiera la Chiesa universale. La fede in Cristo, redentore dell’uomo, vi ha infuso un coraggio ammirevole nel cammino, spesso tanto simile a quello della croce, sul quale avete avanzato con determinazione, nel proposito di conservare la vostra identità di popolo e di credenti» (Omelia, 21 novembre 1987).
Questa fede ha accompagnato e sorretto il vostro popolo anche nel tragico evento di cento anni fa che «generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo» (Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione Comune, Etchmiadzin, 27 settembre 2001). Il Papa Benedetto XV, che condannò come «inutile strage» la Prima Guerra Mondiale (AAS, IX [1917], 429), si prodigò fino all’ultimo per impedirlo, riprendendo gli sforzi di mediazione già compiuti dal Papa Leone XIII di fronte ai «funesti eventi» degli anni 1894-96. Egli scrisse per questo al sultano Maometto V, implorando che fossero risparmiati tanti innocenti (cfr Lettera del 10 settembre 1915) e fu ancora lui che, nel Concistoro Segreto del 6 dicembre 1915, affermò con vibrante sgomento: «Miserrima Armenorum gens ad interitum prope ducitur»,  (AAS, VII [1915], 510).
Fare memoria di quanto accaduto è doveroso non solo per il popolo armeno e per la Chiesa universale, ma per l’intera famiglia umana, perché il monito che viene da questa tragedia ci liberi dal ricadere in simili orrori, che offendono Dio e la dignità umana. Anche oggi, infatti, questi conflitti talvolta degenerano in violenze ingiustificabili, fomentate strumentalizzando le diversità etniche e religiose. Tutti coloro che sono posti a capo delle Nazioni e delle Organizzazioni internazionali sono chiamati ad opporsi a tali crimini con ferma responsabilità, senza cedere ad ambiguità e compromessi.
Dio conceda che si riprenda il cammino di riconciliazione tra il popolo armeno e quello turco, e la pace sorga anche nel Nagorno Karabakh. Si tratta di popoli che, in passato, nonostante contrasti e tensioni, hanno vissuto lunghi periodi di pacifica convivenza, e persino nel turbine delle violenze hanno visto casi di solidarietà e di aiuto reciproco. Solo con questo spirito le nuove generazioni possono aprirsi a un futuro migliore e il sacrificio di molti può diventare seme di giustizia e di pace. (…)».

All’inizio della Santa Messa per i fedeli di rito armeno celebrata il 12 aprile 2015 nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco ha rivolto un Saluto ai fratelli e sorelle Armeni: «(…) La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come «il primo genocidio del XX secolo» (Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione comune, Etchmiadzin, 27 settembre 2001); essa ha colpito il vostro popolo armeno – prima nazione cristiana –, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci. Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi. Le altre due furono quelle perpetrate dal nazismo e dallo stalinismo. (…) oggi ricordiamo con cuore trafitto dal dolore, ma colmo della speranza nel Signore Risorto, il centenario di quel tragico evento, di quell’immane e folle sterminio, che i vostri antenati hanno crudelmente patito. Ricordarli è necessario, anzi, doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla!
Vi saluto con affetto e vi ringrazio per la vostra testimonianza. (…)».

Papa Francesco è stato molto vicino agli Armeni anche nelle tragiche vicende dell’occupazione dell’Azerbajgian della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh in settembre 2020. Al termine della recita dell’Angelus in Piazza San Pietro con i fedeli il 1° ottobre 2024 ha detto: “Seguo in questi giorni la drammatica situazione degli sfollati del Nagorno-Karabakh. Rinnovo il mio appello al dialogo tra l’Azerbajgian e l’Armenia, auspicando che i colloqui tra le parti, con il sostegno della comunità internazionale, favoriscano un accordo duraturo che ponga fine alla crisi umanitaria”.

I 120.000 Cristiani Armeni, che sono stati forzati a fuggire dalla loro patria ancestrale, l’Artsakh, verso l’Armenia, sono stati sempre al centro del pensiero di Papa Francesco, davanti al muro del silenzio con cui Italia, l’Europa e il mondo occidentale circondano la tragedia senza fine del popolo Cristiano Armeno.

Papa Leone XIV ha rafforzato i legami con la Chiesa Apostolica Armena, incontrando il Sua Santità Karekin II a Castel Gandolfo il 16 settembre 2025 (la foto di copertina del libro Fratelli d’Oriente. La Chiesa Cattolica e gli Armeni da Pio IX a Leone XIV), discutendo di pace e della situazione nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. Il 30 novembre 2025 ha visitato la Cattedrale Apostolica Armena di Istanbul, pregando con il Patriarca Sahak II. Papa Leone XIV ha ricordato le “circostanze tragiche” del passato del popolo armeno, ha elogiato la “coraggiosa testimonianza” Cristiana degli Armeni e ha auspicato l’unità, ricordando le loro sofferenze storiche. Questi gesti si inseriscono nel solco della tradizione di rapporti fraterni tra la Santa Sede e la Chiesa Apostolica Armena, iniziata con le visite di Papa Giovanni Paolo II e di Papa Francesco alla Santa Sede di Etchmiadzin.

Vai al sito

Azeri ladri di storia e cultura. Non avendone proprie, devono appropriarsi di quelle altrui (Korazym 24.02.26)

L’associazione Iniziativa italiana per il Karabakh ha documentato, che gli Azeri stanno diffondendo un’altra falsificazione della storia e della cultura dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh armeno cristiano. Questa volta hanno preso di mira il monumento Noi siamo le nostre montagne a Stepanakert, cercando di presentarlo come “turco”. Stepanakert è la capitale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh – che gli Azeri chiamano rispettivamente “Khankendi” e “Karabakh” – attualmente occupata dall’Azerbajgian.

In questo caso, gli Azeri ignorano in mala fede il fatto che la ruota armena dell’eternità, raffigurato sul monumento, è uno dei simboli più antichi e fondamentali della cultura armena, e non ha alcuna relazione né con l’origine turca né con quella azera.

 

Il 17 ottobre 2023 abbiamo raccontato la vera storia del monumento di Stepanakert, in un articolo dal titolo Մենք ենք մեր սարերը. Noi siamo le nostre montagne. Il messaggio del simbolo del popolo armeno dell’Artsakh.

 

Le affermazioni diffuse ieri mattina dal sito azero Axar.az nell’articolo dal titolo Simbolo turco su un monumento a Khankendi, non hanno nulla a che fare né con la storia né con la scienza e sono disinformazione intenzionale.

 

Allo stesso tempo, nella stessa immagine – pubblicata ieri anche sul canale Telegram del sito -si può chiaramente osservare che il monumento è stato vandalizzato dagli Azeri, profanato, imbrattato e utilizzato come “album da disegno”.

Insomma, gli Azeri sono i soliti ladri di storia e cultura; non avendone una propria, devono appropriarsi di quella altrui. Per certi versi, possiamo anche rallegrarci di questo ennesimo furto di identità armena da parte degli Azeri: se reputano il monumento simbolo della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh come “turco”, almeno non hanno intenzione di abbatterlo.

 

Per adesso… perché, già in un articolo dal titolo Fatti incredibili sulla statua della “Nonna e del Nonno” a Khankendi, pubblicato il 5 ottobre 2023 sul sito azero Redaktor.az – riportando le parole di Zaur Aliyev, dottore di ricerca in Scienze politiche e professore associato, in un’intervista con Kult.az «mentre parlava del monumento chiamato “Noi e le nostre montagne” eretto dagli Armeni a Khankendi», con la falsificazione del monumento e della storia dell’Artsakh in generale, terminando con la negazione del genocidio armeno – si legge: «Questo monumento è stato eretto in memoria del genocidio armeno immaginario. (…) si può affermare che questo non è né il monumento “Nonna e Nonno” né il monumento “Noi e le nostre montagne”. Questa è una statua eretta direttamente in memoria del genocidio immaginario. Poiché il modello iniziale del monumento eretto a Yerevan aveva la forma di un fucile d’assalto “Kalashnikov”. Tuttavia, il governo russo intervenne successivamente nella questione e gli architetti modificarono la forma del monumento. (…) Credo che la conservazione e la protezione di questo monumento in questa forma possano trasformarsi in una guerra ideologica nazionale degli Armeni in futuro. Perché tra loro si continua a propagare la credenza che i loro nonni siano stati sterminati dai Turchi nel 1905. Pertanto, questo monumento dovrebbe essere completamente distrutto. In generale, il governo Azero non dovrebbe sottrarsi a nessuno in queste questioni. Un monumento dedicato a un genocidio inventato non ha posto in Karabakh».

La memoria e la storia non si cancella con un’occupazione o una falsificazione

Il 2 settembre 1991, una dichiarazione fu adottata alla riunione congiunta dei deputati del popolo del Consiglio regionale del Nagorno-Karabakh, del Consiglio regionale di Shahumyan e dei consigli di tutti i livelli, proclamando la Repubblica di Nagorno-Karabakh e la formazione dei suoi organi provvisori di potere e amministrazione statale.

Come risultato del referendum tenutosi il 10 dicembre 1991, il 99,989% della popolazione dell’Artsakh disse “sì” all’indipendenza.

Nel dicembre 1991, il popolo di Artsakh partecipò alle elezioni per i deputati del Consiglio Supremo della Repubblica di Nagorno Karabakh, stabilendo il più alto organo legislativo.

Nel gennaio 1992 fu convocata la sessione inaugurale del Consiglio Supremo, durante la quale fu adottata la dichiarazione di indipendenza della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. Artur Mkrtchyan fu eletto Presidente del Consiglio Supremo della Repubblica. Furono addottati la bandiera, lo stemma e l’inno nazionale.

Il 25 settembre 1991, l’Azerbajgian scatenò la prima guerra di Artsakh, che durò più di 3 anni. Il 12 maggio 1994 i capi dei dipartimenti della difesa di Azerbajgian, Artsakh/Nagorno-Karabakh e Armenia firmarono l’accordo del cessate il fuoco.

Il 27 settembre 2020, l’Azerbajgian scatenò una nuova guerra su vasta scala contro l’Artsakh. Fu fermata il 9 novembre da una dichiarazione di cessate il fuoco firmata dal Primo Ministro dell’ Armenia, e dai Presidente dalla Russia e dell’Azerbajgian. A causa della guerra, l’Azerbajgian occupò gran parte del territorio dell’Artsakh, inclusi Shushi e Hadrut.

Il 19 settembre 2023 l’Azerbajgian portò a compimento una nuova offensiva contro il territorio dell’Artsakh rimasto libero, costringendo tutta la popolazione Armena dell’Artsakh a trovare rifugio in Armenia. Da allora l’intero territorio della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh è occupato dall’Azerbajgian, come anche diversi territori sovrani della Repubblica di Armenia.

Il sacrifico di tutti coloro che hanno dato la vita per la libertà e l’indipendenza di questa piccola patria armena non verrà dimenticata e l’Artsakh – che era, che è e che sarà – tornerà libero.

Postscriptum

Se il governo non intraprenderà la strada della riforma della politica economica e fiscale-creditizia, la situazione sociale in Azerbajgian scenderà al di sotto del livello persino di Nigeria e Gabon.

Secondo le previsioni matematiche dell’Intelligenza Artificiale, mantenendo l’attuale congiuntura economica fino al 2050, il volume della produzione interna dell’Azerbajgian sarà di soli 35 miliardi di dollari. Ciò significa che il Paese si troverà tra i 15 Stati più arretrati del mondo.

Tra il 2014 e il 2025, il PIL dei Paesi vicini – Georgia e Armenia – è cresciuto di quasi tre volte, mentre in Azerbaijan è aumentato solo di 1,5 volte.

Lo ha scritto sul sito del quotidiano Azadliq l’ex Ministro delle Finanze dell’Azerbajgian, Saleh Mammadov.

Vai al sito

Inchiesta UK sulla Distruzione del Patrimonio Armeno (Assadakah 24.02.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – A oltre due anni dall’esodo forzato degli armeni dall’Artsakh (Nagorno Karabakh), il dossier umanitario resta tutt’altro che chiuso. Diciannove cittadini armeni sono ancora detenuti a Baku, in Azerbaijan, e la questione è stata portata ufficialmente all’attenzione della comunità internazionale dal ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan intervenendo al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Nel suo intervento, Mirzoyan ha parlato senza giri di parole di un percorso di riconciliazione “difficile ma necessario”, sottolineando come le conseguenze umanitarie del conflitto siano ancora aperte, come quella dei detenuti armeni in Azerbaijan, il destino non chiarito delle persone scomparse, i casi di sparizioni forzate e, non ultimo, la diffusione di narrazioni storiche distorte. “Nonostante questo quadro, l’Armenia – ha ribadito il ministro – intende proseguire sulla strada della pace, puntando a una sua “istituzionalizzazione” che renda più stabile e duraturo il processo”.

Parallelamente, la questione dell’Artsakh è approdata anche nel Regno Unito. Si è infatti riunita ieri, 23 febbraio, per la prima volta l’indagine parlamentare intitolata “Cancellare il passato: la distruzione del patrimonio culturale”, dedicata all’analisi delle distruzioni del patrimonio armeno in Artsakh (Nagorno Karabakh) a partire dal 2023. L’iniziativa è promossa dall’International Bar Association’s Human Rights Institute (IBAHRI), in collaborazione con il gruppo parlamentare interpartitico per il diritto internazionale, la giustizia e la responsabilità e con il gruppo parlamentare interpartitico sull’Armenia.

La commissione è presieduta dal deputato Brendan O’Hara e vede la partecipazione di figure di rilievo della politica e del diritto britannico, tra cui la baronessa Helena Kennedy, il deputato John Whittingdale, la deputata Jessica Morden, Lord Alton, Lord MacIntosh e la baronessa Hooper. Il coordinamento operativo è affidato a Ein MacDonald per conto dell’IBAHRI.

Alla prima sessione è intervenuto anche Artak Beglaryan, già difensore civico (ombudsman) della Repubblica dell’Artsakh, che ha illustrato le denunce relative alla distruzione e alla trasformazione di siti culturali e religiosi armeni nel territorio passato sotto controllo azero.

L’indagine si articolerà in cinque fasi: raccolta e sistematizzazione delle prove, analisi delle misure legali esistenti, accettazione di memorie scritte, audizioni pubbliche con esperti e testimoni, pubblicazione di un rapporto finale e successiva interlocuzione con il governo britannico e le istituzioni internazionali.

Mentre sul piano diplomatico si parla di trattative e normalizzazione dei rapporti tra Yerevan e Baku, i fatti raccontano una realtà ancora segnata da nodi irrisolti: prigionieri non rimpatriati, famiglie in attesa di notizie sui dispersi e un patrimonio culturale che rischia di essere cancellato o riscritto. La partita della pace, insomma, non si gioca solo ai tavoli negoziali, ma anche sulla tutela dei diritti umani e della memoria storica.

La Persecuzione della Chiesa Armena da Parte del Governo Filo-UE di Pashinyan. Protesta del Sinodo. (Stylum Curiae 23.02.26)

Il Sinodo dei Vescovi di Etchmiadzin invita il governo armeno a “cessare la persecuzione” della Chiesa

Il Sinodo dei Vescovi di Etchmiadzin invita il Governo armeno a “cessare la persecuzione” della Chiesa

Partecipanti al Sinodo dei vescovi a Sankt Pölten, Austria, il 19 febbraio

Dopo un sinodo dei vescovi durato tre giorni, tenutosi nella città austriaca di Sankt Pölten, alti funzionari ecclesiastici hanno rilasciato una dichiarazione in cui condannano la campagna in corso del governo armeno contro la Chiesa e invitano le autorità a “cessare la persecuzione” contro l’antica istituzione.

Sua Santità Karekin II, Catholicos di tutti gli armeni, ha convocato il Sinodo all’inizio di quest’anno, ma due giorni prima della sua convocazione in Austria, il Procuratore generale dell’Armenia ha avviato un procedimento penale contro il pontefice e gli ha impedito di lasciare l’Armenia.

Il comunicato diffuso dopo la conclusione del Sinodo ha indicato che il Catholicos Karekin II ha partecipato all’incontro tramite videoconferenza. Hanno inoltre trasmesso messaggi alla conferenza i Patriarchi di Gerusalemme e Istanbul e Sua Santità Aram I, Catholicos della Grande Casa di Cilicia.

“Con profonda preoccupazione e condanna, prendiamo atto che, a causa di un procedimento penale infondato, la partenza dall’Armenia del Pontefice armeno e dei nostri sei fratelli vescovi e la loro partecipazione a questa significativa Assemblea di grande importanza per la vita della Chiesa sono state ostacolate. A causa di questo impedimento creato artificialmente, siamo stati costretti ad ascoltare il messaggio pontificio del Catholicos di tutti gli Armeni in videoconferenza”, si legge nella dichiarazione dei vescovi.

Degna di nota è stata la partecipazione del Primate della diocesi degli Stati Uniti occidentali, l’arcivescovo Hovnan Derderian, che all’inizio di quest’anno aveva dichiarato che la Santa Sede di Etchmiadzin aveva bisogno di riforme e aveva chiesto la rimozione del Catholicos Karekin II.

Derderian non solo ha partecipato al Sinodo, ma ha anche guidato un punto all’ordine del giorno intitolato “La missione della Chiesa nel periodo contemporaneo e le sfide attuali in patria e nella diaspora”, secondo la dichiarazione, che lo includeva tra i firmatari.

La dichiarazione firmata dai 25 arcivescovi e vescovi presenti alla conferenza ha affrontato direttamente alcune delle inquietanti accuse mosse dal primo ministro Nikol Pashinyan e dal suo governo, che hanno condotto una crociata durata quasi un anno contro la Chiesa e il Catholicos, chiedendone la rimozione dall’incarico.

In dichiarazioni pubbliche, Pashinyan ha affermato apertamente che la Chiesa e alcuni dei suoi leader erano sotto l’influenza di governi stranieri, accusando alcuni ecclesiastici di lavorare per i servizi segreti russi, da lui definiti KGB.

“La Chiesa armena, in quanto antica istituzione di importanza pannazionale, è sempre stata una sostenitrice dell’esistenza di uno Stato armeno indipendente e l’ha sostenuta nella misura più ampia possibile, e continua ancora oggi a contribuire al suo rafforzamento e al suo progresso, nella convinzione incrollabile che lo Stato patria sia il protettore e il garante della perpetuità del popolo armeno e della realizzazione delle aspirazioni nazionali”, si legge nella dichiarazione.

“In questo cammino, la Chiesa armena non ha mai servito e non serve potenze straniere o interessi esterni, ma ha mantenuto la sua fedeltà senza compromessi ed al popolo armeno, alla sua statualità e alla preservazione dell’identità nazionale”, ha aggiunto la dichiarazione dei vescovi.

Il Sinodo dei vescovi ha inoltre pubblicato un elenco di richieste in sei punti, invitando le autorità armene a:

cessare le persecuzioni contro la Chiesa e rispettare la sovranità e l’autonomia della Chiesa, garantite attraverso i secoli, fondando le relazioni tra Chiesa e Stato sul rispetto reciproco, sulla chiara delimitazione delle competenze e sul primato dell’interesse nazionale,
porre fine alle repressioni contro il clero e il Catholicos di tutti gli armeni eletto a livello nazionale basate su accuse inventate e calunnie,
liberate i nostri quattro fratelli sacri imprigionati, il sacerdote, così come i figli della nazione che si sono espressi in difesa della Chiesa,
agire esclusivamente in conformità con la Costituzione della Repubblica d’Armenia, la sua legislazione e il diritto internazionale, e rimanere fedeli ai principi democratici proclamati, garantendo la libertà di coscienza, religione e credo nel paese, e assicurando la solidarietà pubblica invece della divisione,
dissipare i problemi e i disaccordi esistenti in uno spirito di dialogo, senza precondizioni, astenendosi da una futile retorica ultimativa.
I partecipanti all’Assemblea dei Vescovi esortano simultaneamente gli otto gerarchi erranti a:
agire con consapevolezza del voto di fedeltà e della loro chiamata ministeriale verso la Santa Etchmiadzin e il Catholicos di tutti gli Armeni, sollevare e risolvere questioni attinenti alla vita interna della Chiesa esclusivamente all’interno degli organi ecclesiastici autorizzati della Chiesa, astenersi da azioni anticanoniche, passi indebolitori e manifestazioni separatiste che minacciano di causare scisma, indebolendo così la missione della Chiesa nella vita del nostro popolo fedele. A questo proposito, l’omissione della commemorazione di Sua Santità durante la Divina Liturgia, per qualsiasi giustificazione, è inaccettabile secondo le norme ecclesiastiche e costituisce un colpo diretto alla fratellanza di Santa Etchmiadzin e all’unità della Chiesa armena.

“Considerando inaccettabile qualsiasi movimento di riforma sotto costrizione esterna, riteniamo una necessità imperativa che il lavoro per superare le sfide che la Chiesa armena deve affrontare e per il suo ordinato miglioramento venga svolto esclusivamente all’interno dell’Assemblea dei vescovi e dei supremi organi canonici della Chiesa”, ha avvertito il Sinodo dei vescovi.
“Noi, vescovi della Chiesa armena, riaffermiamo la nostra fedeltà alla Madre Sede di Santa Etchmiadzin e al Catholicos di tutti gli armeni come simbolo visibile e garante dell’unità, della riconciliazione e della concordia della Chiesa”, si legge nella dichiarazione, che sancisce chiaramente la fedeltà dei firmatari a Karekin II.

I vescovi hanno inoltre condannato le recenti condanne pronunciate da un tribunale di Baku nei confronti dei leader dell’Artsakh, definendo i verdetti “illegali”.

“Profondamente preoccupati per il falso processo e i verdetti illegali emessi a Baku contro la leadership dell’Artsakh, invitiamo la comunità internazionale e le Chiese sorelle a continuare a compiere sforzi per il rapido rilascio dei figli armeni prigionieri”, ha affermato il Sinodo dei vescovi.

Vai al sito