La musica di Komitas e l’Armenia (Doppiozzero 15.10.19)

A Yerevan si festeggiano i 150 anni dalla nascita di Komitas e gli sono dedicati concerti ovunque. Ho sentito la sua musica per la prima volta a Tbilisi una decina di anni fa e per una serie di coincidenze fortunate riuscimmo a portare a Venezia lo stesso quartetto qualche anno dopo, a Ca’ Rezzonico. Padre Komitas era un orfano (di madre a un anno, di padre a 11), che venne affidato presto alla chiesa Armena ad Echmiadzin, la città sacra della chiesa Armena. Lì vicino il re Tiridate era stato toccato da Gregorio l’armeno (l’illuminatore) che in questo modo aveva invertito la trasformazione del sovrano in cinghiale, iniziata dopo che aveva violentato alcune monache sfuggite a Diocleziano (la storia è ben descritta dallo storico Agatangelo, che parla di 40 suore, di cui Gayane  la badessa  e Hripsime sono quelle che vengono notate dal re e rifiutano la sua violenta voglia di possederle. Il re ordina allora che vengano torturate e uccise). Iniziò così la storia della chiesa Armena, con il primo Re cristiano convertito.

Komitas, il cui vero nome era Soghomon Gevorki Soghomonyan mentre Komitas Vardapet è il nome che assume quando diviene sacerdote, si fece notare per la bella voce, studiò anche a Berlino dove prese un dottorato in musicologia, in quella che oggi è la Humboldt, quindi tornò in Armenia e raccolse una grande quantità di canzoni popolari, come faceva in quegli anni anche Béla Bartók. Un bellissimo museo, curato con grande intelligenza da Vartan Karapetian, racconta la storia di questo personaggio straordinario. Grande trascrittore ma anche gradissimo musicista per conto proprio, ha scritto per pianoforte, pianoforte e voce, coro. Non so quanto di popolare sopravviva effettivamente nelle sue composizioni che sono spesso lievi, articolate e oscure. Si sente molto chiaramente, soprattutto nelle trascrizioni per quartetto o per orchestra, la sapienza musicale di chi ha studiato in Germania all’inizio del secolo. Sia quando scrive musica liturgica che nella musica profana ha una cifra precisa, malinconica, diretta.

 

Dopo essere tornato in Armenia si trasferisce a Istanbul dove mette insieme un coro di 300 elementi. Siamo nel 1910. A questo punto i giovani turchi, fallito il progetto di democratizzazione, hanno già iniziato da un anno la persecuzione degli armeni. Anche Komitas viene deportato (il 24 aprile viene arrestato. Il 25 mattina deportato alla prigione di Çankiri, il 9 maggio viene graziato, il 10 maggio rientra a Istanbul); viene salvato da due principi che non trovando più il proprio insegnante di musica, lo fanno cercare e lo ritrovano un paio di settimane dopo; intervengono anche due influenti scrittori turchi Emin Yurdakul Mehmet e Halide Edip Hanim oltre ai diplomatici americani; quelli europei, essendo ormai in guerra con l’impero ottomano, erano stati ritirati. Dietro le quinte però si muove anche il Principe Abdülmecid Efendi, pittore e presidente della società artistica.

Tragicamente segnato dal genocidio armeno, Komitas vivrà ancora una ventina d’anni ma senza più parlare, secondo alcuni per una malattia psichiatrica, per altri invece semplicemente per un voto del silenzio. Ha scritto magnificamente anche per una mezza soprano di cui era innamorato e amante, Marguerite Babayan, che lo convincerà a non lasciare la chiesa. Muore nel ’35, a Parigi.

Quello che oggi colpisce della musica di Komitas è che non è nata per intrattenere. Questa è la traccia fondamentale che resta della tradizione popolare in cui si immerse, e fa venire in mente quanto dice Montale in qualche intervista e nella breve poesia dedicata ad Asor Rosa. La poesia, e così la musica e in genere l’arte, non ha un scopo.  Semplicemente è. Come gli ossi di seppia che si raccolgono in spiaggia. Oppure non è, non è nulla. E così i nostri sentimenti e le nostre idee. Per questo l’atteggiamento ideologico di fronte all’arte, che questa debba servire un fine più ampio, che sia socialista o cristiano fa poca differenza, o quello commerciale, che cerca di realizzare il proprio valore nel successo, sono spesso mistificanti. Una canzoncina di bambini è una cosa, parla magari del canto di un uccello o di un gioco, così come il lamento di un amante tradito, ma non è possibile far esistere qualcosa per servire un fine che non sia qualcosa che esiste in sé.

Questo non significa l’arte per l’arte, non giustifica ripiegamenti estetizzanti su se stessi, ma piuttosto umilmente l’arte, che come tante altre cose semplicemente è nel mondo. Dove venti contrastanti, rivoluzioni, guerre, improvvisi sradicamenti, ma anche la primavera e i giovani innamorati, semplicemente ci sono.

Il genocidio è al centro della percezione che gli armeni hanno della propria identità politica, e separa le generazioni. Da un lato, come sanno tutti i lettori di Primo Levi, è ineludibile. La memoria dell’offesa è simmetrica al negazionismo. Ai miei studenti lo spiego in questo modo: se durante un esame io do un pugno a uno di loro e loro chiedono aiuto, è importante che vengano creduti. Immaginiamo che qualcuno da fuori dall’aula entri e chieda cos’è successo. Il mio studente denuncia il pugno e io nego che sia accaduto. A questo punto non è più il pugno, che non può essere disfatto, a contare. Piuttosto è il loro racconto e la relazione tra noi. Se io dico: nulla, questo studente stava facendo un brutto esame e si è inventato questa storia del pugno per mettermi nei guai e uscirne, i futuri rapporti di questo studente con me saranno segnati dalla paura. E anche quelli degli altri studenti che non sapendo se io sia davvero il tipo che dà pugni agli studenti quando vengono a ricevimento. La negazione dell’offesa diventa il nodo della nostra relazione. Questo è stato anche il nodo della vicenda di Brett Kavenaugh l’anno scorso. Un giudice sospettato di violenza sessuale mette chi gli è di fronte per essere giudicato in una posizione impossibile.

Opera di Mariam Harutyunyan.

Ma il genocidio armeno separa anche le generazioni. I giovani non vogliono sentirsi vittime della storia. Perché inevitabilmente, dove non si ottiene giustizia, si imposta la propria esistenza come una vita oppressa da una negazione. I rapporti con la Turchia, che ha chiuso i confini, il senso di essere circondati e minacciati, alla fine la stessa verità storica, per quanto accuratamente documentata, diviene un peso che a vent’anni gli studenti non vogliono mettersi sulle spalle. Sanno già tutti e comunque di essere un’isola di cristianità tra popolazioni musulmane; sono difficili i rapporti anche a nord, con i georgiani, che hanno un’altra varietà di cristianesimo. Una guida mi ha raccontato una barzelletta che sintetizza queste difficili vicinanze: un bambino chiede al nonno perché gli armeni non hanno mandato un uomo sulla luna? Il nonno risponde: se lo facessero i georgiani creperebbero di invidia, e se i georgiani crepassero di invidia gli armeni creperebbero di gioia, e alla fine gli azeri avrebbero tutta la terra.

Questo senso di essere un territorio e un’identità contesa segna l’Armenia come forse segnava anche gli stati europei prima dell’Europa. Vicini ostili minacciano la tua esistenza e quindi ci si afferma per differenza, raccontando se stessi a partire dalla condizione di vittima, o comunque rimarcando un lungo contenzioso e perché si è dalla parte della ragione. Un po’ come se raccontando i rapporti con i francesi i ragazzi italiani oggi partissero da Campoformio e avessero bene impresso i diversi motivi di rivalsa che abbiamo nei loro confronti. E così per austriaci, tedeschi, americani e via dicendo.  A questo punto non è più tanto importante la verità storica, nessuno mette in dubbio la veridicità storica delle morti dell’inizio del secolo scorso, ma che vengano assunte come fondamento di una identità nazionale.

Questo è un altro dei fatti interessanti in questa parte del mondo dove trent’anni fa è crollata l’URSS (al referendum per l’indipendenza ci fu il 99,51% dei voti per l’indipendenza, con un’affluenza del 95,05%). Soprattutto per noi europei e europeisti, che cerchiamo di attenuare i tratti dell’identità nazionale. Ci si sente un po’ in un mondo in cui i sovranisti hanno vinto. Identità religiosa che si identifica con identità politica, frontiere chiuse, una serie di rivendicazioni che quasi certamente dall’altra parte, in Azerbaijan o Turchia o Iran, troverebbero simmetriche rivendicazioni.

Viaggiando poi sugli altipiani meravigliosi dell’Armenia centrale, dove per millenni i mercanti segnavano tante vie della seta, ci si chiede che senso abbia per gli umani qualunque ricerca di identità. Se non siamo come il cielo e le aquile, i fiumi e le mandrie di bestiame, quel che è reale, come nelle arie popolari trascritte da Komitas, o quelle che magari ha creato lui, non è affatto una cultura nazionale ma piuttosto un tratto di umanità che, certo, ha sue caratteristiche anche locali, ma la cui esistenza non è definita da questo. Questione di prospettiva: ci dobbiamo chiedere se la differenza tra una lingua e un’altra non sia importante quanto la sua vicinanza, e il modo in cui le storie dei popoli si mescolano, si intrecciano, tra migrazioni e contaminazioni. Come al contrario nel tentativo di caratterizzare musica e letteratura come qualcosa di nazionale ci sia sempre un aspetto consolatorio e mistificante, quasi che ritagliandosi un pezzetto, un ambito, sia più possibile fare una carriera accademica o letteraria o musicale. Perché in questo modo i politici potranno fare appello alla nostra fondamentale mancanza di cittadinanza, al fatto che nessuno ha alcun diritto di essere qui piuttosto che lì, e la fortuna di essere nati lontani dalla guerra o da una siccità non è che un caso, che non ci distingue dagli altri animali, non ci rende migliori di nulla e nessuno.

È questo che pensavano i monaci che si rinchiudevano nei monasteri scavati nella roccia di Geghard  o Tatev? Sono chiese molto separate dalle comunità che hanno attorno, con una vocazione monastica simile a quella ortodossa. Anche l’arte con cui sono costruite, non pare ricadere nella società che le circonda e non pare nutrirsi di questa. Se Tiziano e Tintoretto dipingono dentro e fuori dalle chiese, santi e madonne ma anche politici e amanti, nelle chiese armene si sente la fortissima tensione all’isolamento, quasi una contrapposizione al mondo che gli è all’esterno. Un cristianesimo in cui il sacrificio dell’uomo è il dialogo con Dio, mentre per noi fa parte di una conversazione più aperta, che assorbe mitologie precedenti che restano parallele e forse sfrangiano la purezza teologica, ma rendono anche le figure della narrazione, non solo dei vangeli ma più in generale di quel che forse è cristiano e forse no, diffusa e impura.

Una delle ragioni per cui la musica di Komitas è così seducente è proprio perché intreccia una forte tensione privata e singolare verso Dio a una curiosità commossa per i tanti luoghi, dai canti dei bambini ai grandi e piccoli amori degli adulti, in cui le cose si svolgono e sono reali.

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Il Grande Male: la Turchia e gli armeni – Il primo genocidio del XX secolo (Focus 15.10.19)

ksor! Gridavano le donne. Questa parola – deportazione – suscitò in mia madre un urlo di disperazione. Lei sapeva. Era il luglio del 1915 e a ricordare è Varvar, che allora aveva 6 anni e che in seguito raccontò alla figlia, giornalista e scrittrice, la sua storia di sopravvissuta al genocidio degli armeni. Una tragedia e un crimine contro l’umanità che fino al 1973 il mondo ha finto di ignorare. Solamente allora, infatti, la Commissione dell’Onu per i diritti umani ha riconosciuto ufficialmente lo sterminio di circa 1 milione e mezzo di armeni – da parte dell’Impero ottomano – come il primo genocidio del XX secolo.

CAPRI ESPIATORI. Il Metz Yeghern (grande male), come lo chiamano gli armeni della diaspora, iniziò il 24 aprile 1915 con l’arresto di 2.345 persone nella sola Istanbul, poi giustiziate o deportate.

Impantanato nella Prima guerra mondiale, il plurisecolare Impero ottomano era al tramonto. Minacciata dalla Russia, Istanbul temeva l’alleanza dei circa 2 milioni di sudditi armeni (cristiani) con gli slavi ortodossi: al governo, i Giovani Turchi del Comitato di unione e progresso gettavano benzina sul fuoco del nazionalismo.

«La premessa del genocidio fu lo smembramento dell’Impero ottomano, che tra il 1878 e il 1918 perse l’85% del suo territorio e il 75% della popolazione», spiega lo storico e dissidente turco Taner Akçam – il primo studioso del suo Paese a parlare apertamente di genocidio. Per questo, nel 1976, è stato condannato a 10 anni di carcere: rifugiato prima in Germania, oggi insegna all’Università del Minnesota (Usa).

 

Il Grande Male: la Turchia e gli armeni - Il primo genocidio del XX secolo

Armenia: il memoriale del genocidio. | PAVEL L PHOTO AND VIDEO / SHUTTERSTOCK

Akçam, attraverso lunghe ricerche d’archivio, ha ricostruito come la Repubblica Turca, fondata nel 1923 sulle ceneri dell’impero da Mustafa Kemal “Atatürk” (cioè “Padre dei Turchi”), sia figlia anche della pulizia etnica. «Per costruire la nuova nazione, Kemal Atatürk si servì proprio degli organizzatori dello sterminio e di chi si era arricchito depredando gli armeni», spiega Akçam.

Era la fine della tolleranza ottomana, che, pur tra molte discriminazioni, aveva permesso per secoli la convivenza dei popoli più diversi, armeni compresi. Questi ultimi, però, erano “colpevoli” di rappresentare un’élite culturale ed economica, pur essendo una minoranza linguistica e religiosa. Il ritratto perfetto del capro espiatorio.

Il Grande Male: la Turchia e gli armeni - Il primo genocidio del XX secolo

Orfani armeni destinati alla deportazione (foto del 1920). | EVERETT HISTORICAL / SHUTTERSTOCK

INNOCENTI OGGI? COLPEVOLI DOMANI! Così, quel fatidico 24 aprile (commemorato ogni anno dagli armeni di tutto il mondo), dal ministero dell’Interno partì l’ordine: arrestare i notabili e gli intellettuali armeni. L’accusa era di alto tradimentoRistabilimento dell’ordine nella zona di guerra con misure militari, rese necessarie dalla connivenza con il nemico, il tradimento e il concorso armato della popolazione, così la burocrazia militare turca giustificò i massacri.

 

Quando l’ambasciatore americano Henry Morgenthau inviò una supplica in difesa degli armeni, questa fu la risposta del ministro dell’Interno ottomano, Ahmed Pascià Tal’at (poi assassinato da un “vendicatore armeno” nel 1921): «Ci è stato rimproverato di non fare alcuna distinzione tra gli armeni innocenti e quelli colpevoli; ma ciò non è possibile, per il fatto che coloro che oggi sono innocenti, potranno essere colpevoli domani». Per i nazionalisti si trattava di una “difesa preventiva”: gli armeni erano solo “microbi tubercolotici” da debellare, arricchitisi – dicevano i Giovani Turchi – sulle spalle dei “turchi onesti”.

 

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Immagini dallo sterminio degli armeni (foto del 1919). | EVERETT HISTORICAL / SHUTTERSTOCK

TRAGICA EFFICIENZA. Per ripulire più rapidamente il sacro suolo turco, per la prima volta nella Storia fu applicata la deportazione sistematica, fredda, scientifica, ordinata da un’apposita “legge di deportazione”. Un sistema affidato alla cosiddetta Organizzazione speciale, formata per lo più da criminali ed ex detenuti. La tragica efficienza dell’Organizzazione, secondo diversi studiosi, ispirò ai nazisti i metodi della “soluzione finale” contro gli ebrei. «Per la prima volta si fece ampio uso dei moderni sistemi di trasmissione delle informazioni (telegrafo) e di trasporto (ferrovia)», spiega lo storico francese Bernard Bruneteau nel suo libro Il secolo dei genocidi (il Mulino, 2006).

Gli armeni arruolati nell’esercito furono sommariamente passati per le armi. «In alcuni vilayet – le province armene – non si procedette nemmeno alla deportazione, bensì all’uccisione sul posto. Le vittime venivano legate e gettate nei fiumi due a due. Così, per intere settimane, l’Eufrate ne trascinò i cadaveri, che si accumulavano sui banchi di sabbia per finire poi in pasto ai cani e agli avvoltoi», racconta ancora Bruneteau.

Chi non veniva ucciso sul luogo moriva nelle marce forzate, per le privazioni e le malattie. Un esempio fra tanti: dei 18.000 partiti dalla cittadina di Sivas, solo 500 superstiti giunsero, stremati, ad Aleppo (oggi in Siria), dove convergevano i convogli dall’Anatolia, dalla Tracia, dall’Asia Minore e dalla Cilicia (Turchia meridionale); e appena 213 dei 5.000 armeni di Harput arrivarono a destinazione. «Alla fine dell’estate del 1915 in Anatolia non c’erano più armeni», afferma Bruneteau. Circa 300.000 di loro si erano rifugiati in Russia, dove nel 1920 nacque l’Armenia sovietica e nel 1991 l’attuale Repubblica Armena. Almeno un milione morirono nelle “marce della morte” e in seguito alle privazioni.

 

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Immagini dallo sterminio degli armeni (foto del 1919). | EVERETT HISTORICAL / SHUTTERSTOCK

 

SELEZIONE NATURALE. Aleppo divenne il teatro della seconda fase del genocidio: i campi di concentramento. Ancora oggi, gli archivi turchi della Direzione generale dei deportati sono inaccessibili: per fare luce su ciò che accadde in quei campi bisogna affidarsi alle testimonianze dei sopravvissuti, dei diplomatici e dei tecnici stranieri (soprattutto tedeschi) che lavoravano alla costruzione delle ferrovie dell’Impero ottomano. Emerge così il vero scopo dei campi: non quello di trasferire gli armeni fuori dal “sacro suolo” turco, bensì quello di affrettarne l’eliminazione.

«In tutto c’erano 870.000 persone distribuite in parecchie decine di campi improvvisati lungo il corso dell’Eufrate, per circa 200 chilometri», scrive Bruneteau. «La strategia adottata dai turchi consisteva innanzi tutto nel lasciare marcire per settimane i deportati nei campi di transito alla periferia di Aleppo, per poi spostarli da un campo di concentramento all’altro lungo l’Eufrate, fino alla fine di un processo di selezione naturale». Ammassati all’aperto, senza cibo né cure, morivano a migliaia. «Nel solo campo di Islayhié si calcola che fino alla primavera del 1916 siano morti di fame o di malattia in sessantamila.»

 

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Rifugiati armeni in un campo profughi (foto del 1920). | EVERETT HISTORICAL / SHUTTERSTOCK

Le donne, come la madre della piccola Varvar, furono quelle che soffrirono di più: “Le più belle sono vittime della lubricità dei loro carcerieri, mentre quelle brutte soccombono alle sevizie, alla fame, alla sete, poiché, stese vicino alle fonti d’acqua, non hanno il permesso di dissetarsi. Agli europei è vietato distribuire pane agli affamati”, si legge in una lettera inviata da quattro professori della scuola tedesca di Aleppo.

LA SOLITA INDIFFERENZA. Come in Cambogia negli Anni ’70, in Ruanda negli Anni ’90, in Sudan fino a tutt’oggi, e ancora con i Turchi all’assalto dell’enclave curda in Siria, il mondo stava a guardare.

«Una particolarità del genocidio del 1915», afferma Bruneteau, «è di essere stato perpetrato sotto gli occhi dei rappresentanti della comunità internazionale: osservatori neutrali (svizzeri, americani, danesi e svedesi) e funzionari civili e militari tedeschi e austriaci».

Anche se i rapporti e le testimonianze di questi osservatori permettevano di ricostruire, sostiene Bruneteau «l’intenzione omicida del governo», nessuno fermò la macchina dello sterminio.

L’unica cosa che poterono fare, soprattutto volontari americani ed esercito francese, fu, alla fine della guerra, raccogliere i profughi e accompagnarli con le navi in Grecia, in Libano, in Francia e anche in Italia. Era l’inizio della diaspora armena.

Nel 1923, con la nascita della Repubblica Turca, furono bloccati i processi chiesti dalla comunità internazionale; dopo la Seconda guerra mondiale la Turchia divenne un alleato strategico per l’Occidente, e il primo genocidio dell’età moderna entrò nell’oblio. Per ironia della Storia, il governo turco firmò persino la Convenzione sul genocidio dell’Onu del 1948, in base alla quale la Turchia fu poi condannata, nel 1984, dal Tribunale permanente dei popoli – una istituzione che non ha però alcun potere reale.

DISSIDENZA PERICOLOSA. Ancora oggi, in Turchia, l’argomento è tabù. Ufficialmente, quella armena fu una “rivolta” e le vittime non superarono le 300.000. Pochi turchi osano parlare apertamente di genocidio, anche perché l’articolo 301 del codice penale turco (introdotto nel 2005) punisce col carcere il reato di “offesa all’identità turca”.

Lo hanno fatto il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, incriminato e oggi costretto a vivere sotto protezione, la scrittrice Elif Shafak (poi prosciolta), Taner Akçam; ma anche il giornalista Hrant Dink, assassinato nel 2007. «La Turchia non ammette il genocidio perché quel crimine fu commesso dai “padri della patria”», spiega Akçam. «Molti membri del Comitato di unione e progresso ricoprirono posizioni importanti nella neonata Repubblica Turca. Riconoscere le loro responsabilità significa mettere in discussione l’ideologia nazionale turca e l’identità stessa della nazione», conclude lo storico dissidente. Ancora oggi, non sembra che la Turchia voglia fare i conti con il suo passato.

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Pillole – Oggi nel mondo gli armeni sono tra i 9 e i 10 milioni. Solo 3,5 milioni di loro vivono nella Repubblica Armena (nel Caucaso), nata dal crollo dell’Urss e indipendente dal 1991. Gli altri si trovano in Russia (oltre 1 milione e mezzo), in Francia, Stati Uniti, Grecia, Libano e altri Paesi, Italia compresa. Tra le comunità nate nel nostro Paese in seguito alla persecuzione turca, la più importante fu quella di Nor Arax (Nuova Armenia), alla periferia di Bari, dove negli Anni ’20 approdarono centinaia di profughi. Oggi la più numerosa è invece quella di Milano (oltre un migliaio di persone), dove nel 1958 fu costituita l’unica parrocchia italiana della Chiesa Armena. Gli armeni in Italia c’erano però anche prima del 1915: in Calabria furono deportati dai Bizantini fra il V e il X secolo; nel 1717, invece, la Serenissima donò l’isola di San Lazzaro, nella laguna di Venezia, all’abate cattolico armeno Pietro Mechitar, in fuga dal Peloponneso.

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Pillole – Circa 3.500 anni fa gli antenati degli armeni, le tribù Hayasa-Azzi, abitavano le alture dell’Anatolia, ma la lingua armena (e il popolo che la parlava), secondo alcuni studiosi, si sarebbe infatti differenziata dall’indoeuropeo oltre 8.000 anni fa. Il primo grande regno degli antichi armeni (che chiamavano loro stessi Hay) fu quello di Urartu, fondato intorno all’835 a.C. dal re Sarduri I. Fino al 585 a.C. dominò la regione del monte Ararat e del lago Van, nel cuore dell’attuale Turchia asiatica. I re della dinastia degli Orontidi, nel V secolo a.C., si allearono con i persiani, di cui diventarono potenti satrapi (governatori delle province, chiamate satrapie). Passata la dominazione romana, l’Armenia fu tra i primi regni a convertirsi al cristianesimo e il primo in assoluto ad adottare il nuovo credo come religione di Stato, nel 301.

 

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Novità in Libreria: L’Armenia perduta. Viaggio nella memoria di un popolo. Di Aldo Ferrari

Con prefazione di Antonia Arslan

Un affascinante viaggio nel paese che non c’è

Questo libro è un viaggio storico, culturale e “politico” attraverso alcuni dei luoghi più rilevanti e suggestivi della millenaria cultura armena che sono però rimasti al di fuori dei confini dell’odierna, minuscola, repubblica d’Armenia.

Si tratta di monti, laghi, monasteri, fortezze e intere città, dove solo la memoria, talvolta supportata dalla precaria sopravvivenza di alcuni monumenti superstiti, parla di una presenza armena ancora in larga misura viva e palpitante poco più di un secolo fa, prima di essere violentemente annientata, nel giro di pochi anni, dal genocidio del 1915 all’espulsione degli armeni dalla Cilicia nel 1923.

Questi luoghi della memoria, che si trovano oggi in Turchia, Iran e Azerbaigian, sono presentati nel loro millenario percorso storico. Alcuni di questi luoghi hanno in realtà una valenza che supera la dimensione armena: si pensi in particolare all’Ararat, simbolo dell’Armenia, ma anche della rinascita universale della vita. I capitoli che compongono questo percorso di Aldo Ferrari sono incentrati sul contrasto stridente tra un passato di multiforme creazione culturale ed un presente fatto di assenza, silenzio e negazione.

ALDO FERRARI

insegna Lingua e Letteratura Armena, Storia della Cultura Russa e Storia del Caucaso e dell’Asia Centrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo ArmeniaUna cristianità di frontiera, (Il Cerchio 2016).

Tutti pazzi per Mkhitaryan. La comunità armena di Roma: “Entusiasti ed orgogliosi” (Corrieredellospost.it 02.09.19)

ROMA – Tutti pazzi per Henrikh Mkhitaryan. Il fantasista è sbarcato questa mattina a Roma con un volo proveniente da Londra dove ha lasciato l’Arsenal per un anno. Arriva nella Capitale con la formula del prestito secco per tre milioni di euro, l’ultimo acquisto di Petrachi in questa finestra di mercato estiva. A Villa Stuart, dove ha sostenuto le visite mediche di idoneità sportiva, Mkhitaryan è stato accolto dall’entusiasmo dei tifosi che lo hanno aspettato per oltre quattro ore per scattare i primi selfie e farsi autografare le maglie della Roma.

Roma, Mkhitaryan ha terminato le visite. Ora la firma, poi l’Armenia

Roma, tifosi in festa: Mkhitaryan è sbarcato a Fiumicino

Un entusiasmo manifestato anche dal Consiglio per la comunità armena di Romaper il primo giocatore armeno a vestire la maglia giallorossa. “La comunità armena di Roma – le parole di Nevart Cricorian, presidente del Consiglio, al corrieredellosport.it – non può che essere felice ed entusiasta dell’arrivo nella capitale del forte centrocampista armeno. Il Consiglio per la comunità armena di Roma accoglie con entusiasmo la notizia dell’arrivo del connazionale.  Gli dà il benvenuto e si augura che possa dare il suo importante contributo così come ha brillantemente fatto in tutte le squadre nelle quali ha militato. Henrikh Mkhitarian è un orgoglio per la nazione armena non solo come giocatore e sportivo ma anche come uomo, come testimoniano le sue numerose opere di beneficienza in patria”

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Parla sette lingue, canta Al Bano e ha un record di 32 assist: ecco Mkhitaryan, la sorpresa di Petrachi (Forza Roma .it 02.09.19)

“Quando sei triste, non puoi essere fortunato. È qualcosa che ho imparato dalla cultura brasiliana. Quando sei felice, sul campo succedono cose belle”. Forse è tutta qui la scelta di Henrikh Mkhitaryan. L’atmosfera di Londra e i pochi minuti all’Arsenal hanno fatto il resto: Petrachi ha condotto in gran segreto la trattativa e ora l’armeno sarà il vero rinforzo della Roma per la trequarti. I tifosi fanno ancora fatica a crederci, convinti però che possa essere l’acquisto in grado di permettere il salto di qualità a Fonseca.

MILLE CULTURE – Dal Brasile ha portato via la voglia di divertirsi in campo. Quando era piccolo dall’Armenia è partito con altri giovani calciatori per un camp col San Paolo di quattro mesi: li ha trascorsi in camera con l’ex Lazio e Juve Hernanes e chissà che non lo abbia sentito prima di dare l’ok al trasferimento. La passione per il calcio è tutta frutto del papà-idolo Hamlet, uno dei più grandi attaccanti dello scorso secolo. A 33 anni muore per un tumore al cervello e quello stesso giorno un piccolissimo Henrikh decide che avrebbe fatto il calciatore e avrebbe reso orgoglioso il papàE come far felice un attaccante se non facendo più assist possibili? Quello sarebbe diventato l’obiettivo di una carriera intera.
L’infanzia in Francia, l’Armenia, il Brasile, ma non solo: quando si trasferisce a Donetsk impara anche l’ucraino e un po’ di russo, che aggiunge al personalissimo bagaglio di lingue. Lo raccontano come uno che ama stare lontano dai riflettori (di Ibrahimovic ai tempi dello United disse: “Gli piace ritenersi il Dio dell’Old Trafford, ma non lo è”) e dall’idolo Kakà ha preso anche la riservatezza oltre che, stavolta in campo, alla capacità di far sembrare facile ciò che non lo è.

RECORD – A Donetsk esplode e nel 2013 allo Shakhtar segna 25 gol ai quali aggiunge nove assist: il Borussia Dortmund lo nota e lo porta in Germania, dove entra in contatto con un’altra realtà e… impara un’altra lingua. Con Klopp per due anni le cose vanno a corrente alternata (benino il primo anno, malissimo il secondo in cui rischiano la retrocessione) ma è con Tuchelche rinasce e stabilisce un record: nel 2015-2016 segna sì 23 gol, ma soprattutto offre trentadue assist. Un’enormità. Ma anche un segnale di quanto sia un giocatore perfetto in un contesto che funziona, non un leader in grado di prendere in mano la squadra nei momenti di difficoltà, come successo anche allo United soprattutto nel primo anno di Mourinho. All’Arsenal non è andata molto meglio (e quest’anno ha fatto notizia la sua assenza in finale di Europa League per contenziosi politici tra Armenia e Azerbaijan) e la scelta di Roma va letta proprio in questo senso: è un giocatore umorale che ha bisogno di sentirsi protagonista per rendere al meglio.

AL BANO – Dalla mamma ha ereditato la resilienza“Ma mi danno i calci in campo”, le raccontava quando da ragazzo iniziava ad avere qualcosa in più degli altri. “No, devi essere sempre educato” era la risposta, come ha raccontato in una bellissima lettera su “The Players’ Tribune”. Sui social è arrivato molto in ritardo: il primo post su Instagram è datato luglio 2016. Un po’ in controtendenza rispetto ai calciatori dei nostri anni. È ambasciatore dell’Unicef e in estate si è sposato a Venezia con la compagna Betty (figlia dell’uomo d’affari Mikayel Vardanyan) nell’incantevole cornice di San Lazzaro degli Armeni. Non una scelta casuale, visto che si tratta della casa madre dell’ordine dei Mekhitaristi e uno dei primi centri al mondo di cultura armena. Alla cerimonia c’era un’ospite d’onore, Al Bano: insieme hanno cantato “Volare” di Domenico Modugno. Volare, che ora a Roma per Mkhitaryan è diventato un augurio.

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Henrikh Mkhitaryan è il regalo della Roma a mister Fonseca.  Il 30enne esterno offensivo armeno arriva in prestito con diritto di riscatto dall’Arsenal. E’ sbarcato all’aeroporto di Fiumicino accompagnato dalla moglie (che aveva sposato a giugno nell’isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia) a poche ore dalla chiusura del calciomercato.

Il giocatore armeno, accolto dallo staff giallorosso, ha posato per le prime foto con la sciarpa della Roma al collo. Per Mkhitaryan visite a Villa Stuart e firma del contratto con il club giallorosso. ”Sono felice di essere qui”, le prime parole rilasciate una volta atterrato a Fiumicino. La prima sfida italiana di Mkhitaryan però non sarà in serie A (possibile debutto in Roma-Sassuolo che si giocherà nel weekend del 15 settembre), ma contro la nazionale azzurra. Infatti il 5 settembre sfiderà l’Italia di Mancini e dei suoi nuovi compagni di squadra Florenzi e Pellegrini nelle qualificazioni di Euro 2020.

La Roma oltre a Mkhitaryan ha definito la cessione di Patrick Schick al Lipsia (prestito oneroso con diritto di riscatto a 28 milioni): il suo sostituto è l’ex milanista Nikola Kalinic che arriva (prestito oneroso a 2,5 milioni e riscato a 9) dall’Atletico Madrid.

Novità in libreria: Armenia un’avventura straordinaria. Arte, storie e itinerari della più antica nazione cristiana

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Una guida per «viaggiatori attenti» alla scoperta di un popolo e del suo patrimonio

Ponte tra Asia ed Europa, l’Armenia è ancora oggi un Paese immeritatamente poco conosciuto. Solo negli ultimi anni il turismo ha cominciato a considerare anche questa nazione, le cui vicende hanno molto da insegnarci: in particolare l’ostinazione a rimanere legati alle proprie radici, linguistiche e religiose, ritenute indispensabili a mantenere un’identità di popolo, sfuggendo al pericolo dell’assimilazione. La guida Armenia. Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana di Alberto Elli, studioso e viaggiatore appassionato, conoscitore di lingue antiche (accadico, sumerico, ebraico, siriaco, etiopico classico, arabo, armeno), vuole essere un aiuto a quanti decidono di compiere un viaggio sull’altopiano armeno, portandoli a comprendere un aspetto fondamentale di questa cultura: l’identità cristiana, coraggiosamente difesa in un ambiente in cui la pratica religiosa non è molto diffusa, soprattutto dopo la dominazione sovietica. «Una guida all’Armenia, un percorso nelle terre di Nairì che Alberto Elli è stato capace di far vivere a me, figlio della diaspora, impegnato a testimoniare la storia del mio popolo, come un rinnovato processo di appropriazione delle mie radici, ma soprattutto come possibilità di attenuare le ferite che la violenza della storia ha inferto a queste terre», scrive nella prefazione Pietro Kuciukian, console onorario della Repubblica d’Armenia a Milano. «E tutto ciò grazie alla ricerca accurata, documentata, precisa nei dati e nelle descrizioni, degli elementi materiali, visibili, nati dalle “pietre urlanti di Armenia” e sopravvissuti ai secoli oscuri. Alberto Elli scrive di storia, di archeologia, di una nazione rinata che guarda al futuro, ma vuole soprattutto svelare tesori del passato comunicandoci il significato in essi racchiuso: luoghi di gioie, dolori, speranze, luoghi di vita comunitaria, di cultura, di creatività, monasteri, chiese, fortezze, cimiteri, croci di pietra, luoghi di fede che emanano il valore dello spirito armeno». Spiega l’Autore nell’introduzione: «Non è una guida come le molte che si trovano in commercio: mancano completamente informazioni relative agli alberghi, ai trasporti, all’organizzazione del viaggio, elementi, questi, che tutti noi possiamo ormai trovare facilmente in Rete, variabili e soggetti comunque anche ai gusti di ognuno. Qui, invece, si è voluto dare la preferenza a quei dati che permettono al turista interessato di “capire” il popolo armeno e il suo patrimonio storico e culturale. Ma per capire occorre “conoscere”, prima ancora di “vedere”. Pertanto, a una seconda parte nella quale vengono presentati, con un certo accurato dettaglio, una cinquantina di siti scelti oculatamente tra le decine e le decine che la piccolissima Armenia offre, ne viene premessa una prima la cui lettura – mi piacerebbe dire “il cui studio” – deve essere propedeutica al viaggio stesso». Questa parte introduttiva contiene elementi fondamentali di storia, con la triste pagina del genocidio, religione (la millenaria Chiesa armena e il monachesimo) e cultura (arte, architettura e lingua). Conclude Elli: «Pur piccola – ha una superficie di solo circa 30 mila chilometri quadrati, un decimo della nostra Italia – l’Armenia ha conservato una concentrazione di monasteri, per lo più del periodo medievale, impressionante. Sopravvissuti alle distruzioni degli uomini e della natura – l’Armenia è tragicamente Paese di terremoti –, questi monasteri emanano ancor oggi un sentimento di spiritualità profonda, chiaramente percepibile a chi li visita con devozione e rispetto, che sono dovuti alle realizzazioni di un popolo che in nome della sua fede cristiana ha patito le più disumane sofferenze, passando anche attraverso la terribile prova del genocidio. Opere della fede, essi sono veramente “capiti” solo da coloro che sanno che cosa la fede ha significato, e continua a significare, per gli armeni».
L’Autore

Alberto Elli è ingegnere nucleare. Pur lavorando per i più importanti centri di ricerca italiani, ha continuato a coltivare, da autodidatta, interessi classici, in particolare nel campo delle lingue semitiche; conoscitore delle lingue dell’antico Egitto, ha esteso le sue conoscenze ad accadico, sumerico, ebraico, siriaco, ge‘ez (etiopico classico), arabo, armeno. Agli interessi linguistici ha unito gli studi storici che lo hanno portato a occuparsi a fondo delle cristianità orientali. Tra i suoi libri, Guida ai geroglifici (1997), La stele di Rosetta e il decreto di Menfi (2009), Compendio di letteratura copta (2011), Storia della Chiesa ortodossa Tawahedo d’Etiopia (2017).

 

 

 

 

 

AGOSTO 2019 – Venezia – Corso estivo intensivo di Lingua e Cultura Armena

                    PROGRAMMA CORSO 

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CORSO ESTIVO INTENSIVO DI LINGUA E CULTURA ARMENA Agosto 2019

Il corso estivo intensivo di Lingua e Cultura Armena, promosso dall’Associazione culturale Padus-Araxes, in collaborazione con lo “Studium Generale Marcianum” di Venezia, si svolgerà dal 1 agosto al 17 agosto; gli esami avranno luogo il 17 agosto. ARRIVI: 31 luglio; PARTENZE: 18 e 19 agosto.
Le domande di partecipazione devono essere indirizzate PERSONALMENTE e PER ISCRITTO, indicando un NUMERO DI TELEFONO e un indirizzo di POSTA ELETTRONICA. Il modulo da compilare si può scaricare dal sito: www.padus-araxes.com/SummerCourse/ApplicationForm. I candidati DEVONO essere maggiorenni.
Il corso è suddiviso in quattro livelli: dai principianti assoluti ai progrediti. Le lezioni si svolgono al mattino, dal lunedì al sabato, per cinque ore di frequenza giornaliera. LA FREQUENZA è obbligatoria. Le lezioni si svolgeranno nell’edificio principale del Seminario Patriarcale di Venezia: https://www.seminariovenezia.it/cms/galleria/ilseminario/
Alle lezioni si affiancano varie iniziative culturali e ricreative (a partecipazione libera e incluse nel costo del corso): visita guidata al monastero mechitarista di San Lazzaro e visita guidata all’antico quartiere armeno di Venezia; partecipazione alla S. Messa in rito armeno nella chiesa della S. Croce e alla S. Messa in occasione della Festa dell’Assunta e della Benedizione dell’uva nella chiesa dell’Abbazia mechitarista di San Lazzaro; conferenze di ambito armenistico tenute da docenti universitari e specialisti della materia. Saranno anche offerti, con accesso libero e in orario pomeridiano, CORSI di DUDUK, DANZA ARMENA.
ISCRIZIONE AL CORSO: 850 € o l’equivalente in altre valute (65 ore di corso, attività culturali e ricreative, materiale didattico, sostegno extradidattico, esame e attestato finale). Di questa somma 600 € DEVONO ESSERE VERSATI IN ANTICIPO COME CAPARRA, entro 8 giorni dopo aver ricevuto la mail di accettazione, ENTRO IL 15 MARZO (entro il 15 giugno, acconto di 700 €). Il saldo DOVRA’ ESSERE VERSATO PRIMA DELL’ARRIVO CON BONIFICO BANCARIO oppure IL GIORNO DELL’ARRIVO IN CONTANTI, pena di non poter accedere all’alloggio né di partecipare al corso. La somma versata NON SARA’ RESTITUITA per nessun motivo. Viene applicata una riduzione del 10% a coloro che hanno già seguito il corso, per almeno due estati e con esito positivo all’esame finale, oltre che ai loro parenti prossimi (genitori, fratelli, marito, moglie). Si prega di contattare la segreteria per le coordinate bancarie dell’Associazione (segreteria@padus-araxes.com). Eventuali commissioni bancarie saranno completamente a carico del partecipante.
COSTO SOGGIORNO (dal 31 luglio al 19 agosto): 1050 € per stanza singola (AC, WI-FI, bagno privato, asciugacapelli, lenzuola e asciugamani, tassa di soggiorno);
900 € in mini-appartamento per 2, a persona (AC, WI-FI, bagno privato, angolo cottura in camera, frigorifero, asciugacapelli, tassa di soggiorno).
Non sono possibili conteggi giornalieri durante questo periodo. Coloro che desiderano arrivare prima o partire dopo le date fissate, devono provvedere personalmente a trovarsi una stanza per quei giorni. La tassa di soggiorno è obbligatoria per legge dal 2011.
NON INCLUSI: pasti giornalieri (circa 10/15 euro per un pasto completo; i mini appartamenti a due letti dispongono di una cucina dotata di tutte le comodità e gli accessori; almeno quattro pasti saranno offerti dall’Associazione, includendo le tre serate allegre a buffet e il pranzo all’isola di San Lazzaro per la Festa dell’Assunta e della Benedizione dell’Uva) + Carta Unica (obbligatoria per usufruire dei servizi di trasporto ad un prezzo ridotto, cioè 1,50 a corsa oppure circa 50 euro per abbonamento mensile).
COSTO TOTALE (CORSO + ALLOGGIO): per camera singola 850 + 1050 = 1900 euro; per camera doppia (miniappartamento): 850 + 900 = 1750 euro.

BORSE DI STUDIO: l’Associazione mette a disposizione un numero limitato di borse di studio, parziali o totali, su decisione del comitato scientifico e direttivo del Corso. Si prega di inviare entro il 28 febbraio 2019 le candidature con CV, lettera di motivazione e lettera di presentazione all’att. del Direttore: zkybhs@gmail.com e del Vicedirettore: benedettacon@gmail.com. In alternativa, si prega di valutare di inviare richiesta di sostegno finanziario alla Fondazione Calouste Gulbenkian, la quale mette a disposizione delle borse di studio per il Corso (https://gulbenkian.pt/en/grants-gulbenkian/).
Per qualsiasi INFORMAZIONE, inviate un’e-mail a: segreteria@padus-araxes.com, in cc: benedettacon@gmail.com. Nei casi urgenti, potete chiamare il lunedì e giovedì mattina, dalle 10.30 alle 13.00 il cellulare n° + 39.329.3529206 e nei giorni di martedì, mercoledì e venerdì, alla sera, dalle 20.00 alle 22.00 oppure il cellulare n° + 39.349.0986027 (Benedetta). In caso di assenza, lasciate un messaggio in segreteria o un contatto via WhatsApp, indicando il nome e un numero di telefono.

Non siamo responsabili per eventuali errori di stamp

Pellegrinaggio in Armenia – Accompagnato da Don Riccardo Pane

“Ancora vi dico, che in questa Grande Ermenia è l’Arca di Noè, in su una grande montagna negli confini di mezzodì inverso lo levante, presso al reame che si chiama Mosul, che sono cristiani…” Marco Polo

Per chi vuole conoscere meglio l’Armenia, le sue origini e la sua storia, proponiamo un itinerario di viaggio indimenticabile alla scoperta del popolo vissuto ai piedi dell’Ararat, il monte dove secondo la tradizione biblica si fermò l’arca di Noè dopo il diluvio.
Avrete la possibilità di visitare regioni dalle forti e antiche tradizioni e di conoscere il culto armeno ortodosso, in quello che fu il primo Stato ad adottare il cristianesimo come religione ufficiale, nel 301 d.C. Esploreremo i principali monasteri del paese, il sito megalitico di Stonehenge, e Yerevan, la metropoli moderna che conserva ancora tracce del suo antico passato.

Il viaggio da martedì, 20 agosto 2019 a mercoledì, 28 agosto 2019
durata  9 giorni/8 notti 
quota € 1260
partenza da Bologna, minimo 20 partecipanti

Per ulteriori info e tutti i dettagli Clicca QUI

 

 

 

Novità editoriale: Genocidi e stermini di massa. Il Novecento a confronto di Maria Immacolata Macioti

Questo libro si addentra in difficili novecenteschi percorsi: come mai tanti massacri, tante stragi, nel secolo passato? Come mai alcuni spaventosi genocidi? Si tenta qui una comparazione tra questi accadimenti per vagliare affinità possibili e diversità. Il tutto, per meglio comprendere il passato ma anche il nostro problematico presente e il nostro possibile futuro. Esiste, o meglio è esistito un modello dominante, in Europa, al riguardo? E alcuni ben noti, spaventosi fatti non europei, hanno avuto qualcosa a che vedere con quanto avvenuto in terra turca, in Germania e nei territori in mano al nazismo, o no? Per esempio, i desaparecidos o il Rwanda, sono fatti a sé o presentano eventuali affinità? Se sì, perché. Se no, perché? Una riflessione sociologica che spazia da quanto avvenuto agli armeni, alle vittime del nazismo, per non parlare dei Balcani. Che chiama in causa le presenze e le assenze europee. ‘Secolo breve’, il Novecento? Non per certe zone martoriate, non per le vittime di politiche di sterminio, di umiliazione, di dolore e di annientamento che hanno colpito soldati e popolazione civile, uomini e donne, adulti e bambini.

Comunicato stampa – IL CALCIO DELLA VERGOGNA

Comunicato stampa

IL CALCIO DELLA VERGOGNA

La vicenda del centrocampista armeno dell’Arsenal, HenrikhMkhitaryan, costretto a saltare per motivi di sicurezza la finale di Europa League a Baku, è nota e ha suscitato sdegno in tutto il mondo.

E’ alquanto surreale che uno sportivo debba rinunciare ad una partita così importante per lui, per la squadra e per gli stessi tifosi, solo perché il Paese ospitante,  l’Azerbaigian, non è in grado di assicurare l’incolumità  fisica del giocatore, avendo peraltro fomentato e ingigantito una questione che di per sé doveva e deve rimanere nel suo ambito di sport.

Il Governo di Baku ha perso un’altra occasione e non ha fatto altro che mostrare al mondo, il volto e la natura di un Paese che fa fatica ad accettare valori come democrazia, uguaglianza di diritti e libertà primarie  e di informazione (166° su 180 nazioni nella classifica di Reporter Senza Frontiere!

Persino tifosi inglesi che avevano l’unica colpa di un cognome terminante in –ian (suffisso che contraddistingue i cognomi armeni ma ovviamente non solo quelli…) si sono visti rifiutare il visto in quanto ospiti sgraditi.

Nell’invitare il mondo sportivo e quello politico a condannare ancora una volta e con forza tali comportamenti antidemocratici, facciamo appello alla UEFA ed a tutti i dirigenti sportivi di valutare lo spostamento delle gare del Campionato Europeo 2020 dall’Azerbaigian ad altra sede.

Un provvedimento che deve far comprendere a certi governi, a tutti i governi, che su determinati valori e principi non si può e non si deve transigere.

Consiglio per la comunità armena di Roma

ROMA – 17 maggio 2019 – Presentazione libro “ARMENIA Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana

17.05.2019 | Presentazione del volume ‘Armenia’

Armenia
Arte, storia e itinerari della più antica nazione cristiana

Venerdì 17 maggio 2019  alle 18:00

Pontificio Collegio Armeno

Salita S. Nicola da Tolentino, 17

Intervengono:

S.E. Garen Nazarian, Ambasciatore della Repubblica d’Armenia presso la Santa Sede

Mons. Narek Naamoyan, Rettore del Pontificio Collegio Armeno

Roberto Olla, Giornalista

 Alberto Elli, Autore del libro, esperto di Cristianesimo orientale

Modera Robert Attarian giornalista, Vatican News – Radio Vaticana


Ponte tra Asia ed Europa, l’Armenia è ancora oggi un Paese immeritatamente poco conosciuto. Solo negli ultimi anni il turismo ha cominciato a considerare anche questa nazione, le cui vicende hanno molto da insegnarci: in particolare l’ostinazione a rimanere legati alle proprie radici, linguistiche e religiose, ritenute indispensabilia mantenere un’identità di popolo, sfuggendo al pericolo dell’assimilazione. Questa guida vuole essere un aiuto a quanti decidono di compiere un viaggio sull’altopiano armeno, portandoli a comprendere un aspetto fondamentale di questa cultura: l’identità cristiana, coraggiosamente difesa in un ambiente in cui la pratica religiosa non è molta diffusa, soprattutto dopo la dominazione sovietica. Si sono pertanto volute privilegiare quelle informazioni che permettono al turista interessato di “capire” il popolo armeno e il suo patrimonio. A una parte introduttiva contenente elementi fondamentali di storia (con la triste pagina del genocidio), religione (la millenaria Chiesa armena e il monachesimo) e cultura (arte, architettura e lingua), fa seguito la descrizione dettagliata di oltre quaranta siti scelti oculatamente tra le decine che la piccolissima Armenia offre.