Giovanni Battista Montini papa con il nome di Paolo VI; il canonico Vincenzo Morinello; lo storico e diplomatico Giacomo Gorrini; il funzionario comunale Calogero Marrone; il commissario di polizia Beppe Montana. Sono loro i personaggi che, a metà del prossimo mese, saranno onorati nel “Giardino dei Giusti” di Agrigento, inaugurato otto anni fa nel cuore della Valle dei Templi su iniziativa dell’Accademia di Studi Mediterranei in collaborazione con il Parco Archeologico dichiarato patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco. Ne hanno dato notizia oggi la fondatrice e presidente onoraria del noto Istituto di Alta Cultura, Assuntina Gallo Afflitto, e l’attuale presidente, il vescovo Enrico dal Covolo, già rettore della Pontifica Università Lateranense, che, comunicando i nomi indicati dal Comitato Scientifico dell’ Accademia presieduto da don Carmelo Mezzasalma, hanno fissato la data del 15 dicembre per la cerimonia durante la quale, nell’area fra il Tempio della Concordia e quello di Giunone, verranno collocate le steli in ricordo di questi testimoni di altruismo e di sacrificio per la giustizia. Si tratta di figure ben note o meno conosciute che verranno presentate da alcuni studiosi nell’incontro che si svolgerà, come di consueto, la mattina del 15 dicembre, a partire dalle 9.15 nella Sala delle Conferenze di Casa Sanfilippo, ad Agrigento, prima della cerimonia al Parco. Il simposio – presieduto da monsignor Dal Covolo – sarà aperto dai saluti del sindaco di Agrigento Franco Micciché , dall’arcivescovo metropolita Alessandro Damiano, dal prefetto della città Filippo Romano. Ad intervenire su Montini e il suo impegno a favore dei perseguitati soprattutto del periodo della seconda guerra mondiale sarà il saggista Marco Roncalli. Ad offrire il profilo di Morinello, fondatore circa un secolo fa delle “Suore dei Poveri” sarà la superiora generale della congregazione Madre Maria Agnese Ciarrocco. L’esempio di Gorrini, il diplomatico testimone oculare dei massacri armeni da lui denunciati al mondo, sarà descritto da Pietro Kuciukian, console onorario della Repubblica d’Armenia in Italia. Quello di Marrone, nativo di Favara, ma trasferitosi a Varese nel ‘31 per lavoro, deportato a Dachau per aver salvato centinaia di ebrei fornendo loro documenti falsi e morto nel lager, sarà tratteggiato da don Alessandro Andreini, docente alla Gonzaga University di Firenze. Del sacrificio di Beppe Montana, agrigentino, commissario capo della squadra mobile di Palermo assassinato a trentatré anni dalla mafia nel 1985, è stato invitato a parlare il nuovo questore di Agrigento Tommaso Palumbo. Per l’occasione, si legge in una nota, nel “Giardino dei Giusti” sarà posta anche una stele dedicata ai Martiri nel tragico periodo del XX e del XXI secolo, ai Giusti delle Forze Armate e della Polizia, come pure ai Civili che hanno perso la vita nelle tragedie di questo periodo storico. A spiegare il significato di questo tributo collettivo sarà il teologo don Carmelo Mezzasalma, presidente del Comitato Scientifico dell’ Accademia.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-11-27 18:51:512023-11-28 18:52:42Diocesi: Agrigento, il 15 dicembre la cerimonia per cinque nuovi nomi del “Giardino dei giusti” (SIR 27.11.23)
(da Malta) “Oggi più che mai, il mondo ha bisogno di pace. Con Papa Francesco, diciamo con forza il nostro no alla guerra, essa è una sconfitta per l’umanità. Ribadiamo la nostra vicinanza a quanti soffrono a causa di tanti conflitti, in modo particolare l’Ucraina, il popolo armeno e gli abitanti della Terra Santa. Continuiamo a pregare per le vittime e per i loro familiari. Continuiamo a pregare per il miracolo della pace”. Con queste parole pronunciate da mons. Gintaras Grušas, arcivescovo di Vilnius e presidente del Ccee, si è aperta questo pomeriggio a La Valletta (Malta) l’Assemblea plenaria del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) che si terrà dal 27 al 30 novembre e ha per titolo “Nuovi passi per una Chiesa sinodale in Europa”. Nel suo intervento di apertura, mons. Grušas ha condannato, “fermamente”, “gli attacchi terroristici di Hamas” che hanno provocato “una escalation militare di Israele nella Striscia di Gaza, anch’essa da condannare perché la violenza non può essere un modo per difendere una causa. Rinnoviamo l’appello per un cessate il fuoco definitivo”, ha detto l’arcivescovo lituano a nome dei presidenti delle Conferenza episcopali europee, “perché si prosegua con la liberazione degli ostaggi e si tengano aperti i corridoi umanitari a Gaza”. Il pensiero va poi alla guerra in Ucraina, giunta ormai al suo secondo anno. “Il flusso di rifugiati nei Paesi europei ha richiesto un surplus di sforzo alle nostre Chiese particolari, che si sono impegnate a dare non solo assistenza umanitaria, ma anche pastorale, a quanti sono stati accolti”. Anche per la martoriata terra ucraina, il presidente dei vescovi europei lancia un appello: “Auspichiamo che si raggiunga presto l’intesa di una pace giusta, nel rispetto del diritto internazionale, che è una delle grandi vittime di questa situazione”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-11-27 18:50:122023-11-29 19:32:37Vescovi europei: mons. Grusas (Ccee), appello per Ucraina, Armenia e Terra Santa. “Il mondo ha bisogno di pace e la guerra è una sconfitta per l’umanità” (SIR 27.11.23)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 26.11.2023 – Vik van Brantegem] – Baku intende insediare entro la fine del 2026 140.000 coloni Azeri nell’Artsakh occupato, per sostituire i 150.000 Armeni autoctoni sfollati con la forza a più riprese negli ultimi anni. Ilham Aliyev ha detto che intende “ripristinare” 100 insediamenti, tra cui nove città e otto villaggi, secondo i media locali. Assurdistan.
Poco più di un secolo fa, dopo aver sterminato e cacciato gli Armeni dalle loro terre ancestrali, il potere turco vi installò i suoi coloni, i “muhacir” che avevano lasciato l’Europa liberata dal giogo ottomano. Nel 2023, nella stessa indifferenza del mondo di allora, il regime autocratico della dinastia Aliyev dell’Azerbajgian conduce esattamente la stessa politica nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh occupato.
Ilham Aliyev è il degno successore del primo Hitler della storia, Mehmed Talaat Pascià – uno dei leader dei Giovani Turchi insieme ad Ahmed Cemal Pascià e Ismail Enver Pascià, alcuni degli artefici del genocidio armeno – che ricoprì un ruolo equivalente al Ministro dell’Interno nell’Impero ottomano. Talaat fu uno dei principali sostenitori dell’entrata dell’Impero ottomano nella Prima Guerra Mondiale al fianco della Germania e durante questa contribuì all’organizzazione del genocidio armeno, quello degli assiri e di quello dei greci del Ponto, venendo perciò poi condannato dal tribunale del sultano alla fine del conflitto, insieme agli altri due componenti del governo dei “Tre Pascià”. La rivoluzione di Atatürk, sovvertendo l’ordine politico della Turchia, ne permise la liberazione. Affiliato alla confraternita sufi dei Bektashi e massone, a partire dal 1903 fu membro della loggia di Salonicco “Macedonia Risorta”, appartenente al Grande Oriente d’Italia; fu il primo Gran maestro della Gran Loggia di Turchia, fondata nel 1909.Gli Armeni lo chiamano l’Hitler turco. Talaat fu assassinato a Berlino nel 1921 da Soghomon Tehlirian, un membro della Federazione Rivoluzionaria Armena, nell’ambito dell’Operazione Nemesis. Cemal fu ucciso il 17 aprile 1922 a Berlino insieme a Bahaeddin Shakir, un’altro tra gli artefici del genocidio armeno.
In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne mettiamo il focus sull’autocrazia di Ilham Aliyev dell’Azerbajgian, i cui militari hanno commesso atrocità contro le donne soldato armene durante la guerra di 44 giorni contro l’Artsakh/Nagorno-Karabakh nel 2020 e l’attacco all’Armenia sovrana nel 2022: torture, mutilazioni, ante e post- stupro mortale e smembramento. Queste esazioni, incoraggiate dal regime autocratico azero, sono state filmate e ampiamente trasmesse sui social network azeri dagli stessi autori. Gli stessi crimini sono stati ripetuti e incoraggiati durante l’aggressione terroristica dell’Azerbajgian contro l’Artsakh/Nagorno-Karabakh del 19-20 settembre 2023, seguita dalla pulizia etnica dei suoi 120.000 abitanti Armeni. Numerosi sono i resoconti di stupri e torture, anche di ragazze minorenni, per i quali i militari Azeri hanno ricevuto ricompense. Non sono dimenticate neanche le donne Azere: il regime autocratico della dinastia Aliyev pratica abitualmente la vendetta e l’incarcerazione per le donne che hanno l’audacia di criticare il regime.
«Un gala organizzato dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Azerbajgian per gli studenti Azeri che hanno studiato negli Stati Uniti è stato annullato perché il governo dell’Azerbajgian ritiene che gli studenti siano spie/sabotatori che lavorano per gli Americani» (Lindsey Snell). Assurdistan.
«L’Armenia ha rifiutato di avviare negoziati diretti con l’Azerbajgian su un trattato di pace e di incontrarsi al confine interstatale. Ciò significa che Yerevan sta ancora ricevendo messaggi da alcuni centri all’estero e non è pronta per colloqui di pace diretti. È semplicemente una sfortuna» (Vugar Bayramov, Membro “indipendente” del Parlamento dell’Azerbajgian, Membro della Delegazione azera nell’Unione Europea e nell’Assemblea parlamentare “EuroNest”). Assurdistan.
«L’Azerbajgian ha tutti i titoli per poter organizzare un corso di master su come negoziare al massimo livello e non rispettare gli impegni presi nei negoziati. Il regime autocratico, che ha partecipato a formati negoziali facilitati e mediati da terze parti solo per portare avanti le sue posizioni massimaliste, creare situazioni di stallo e preparare il terreno per l’uso della forza contro l’Armenia e il Nagorno-Karabakh, ora ha espresso una cosiddetta “interesse” per i colloqui diretti con l’Armenia. Questo è davvero un nuovo livello di cinismo e ipocrisia» (Armine Margaryan).
«Durante l’azione antifrancese nella capitale della Nuova Caledonia, per la prima volta fu issata la bandiera dell’Azerbajgian» (Agenzia di stampa statale azera APA). Assurdistan.
«Qualcuno dica al regime genocida azerbajgiano, che la Nuova Caledonia gode di grande AUTONOMIA, ha tenuto TRE referendum sull’indipendenza e tutte e 3 le volte ha VOTATO contro l’indipendenza. Cose che l’Azerbajgian ha rifiutato agli Armeni del Nagorno-Karabakh, poi li ha sottoposto alla carestia, ha bombardato le loro case e ha effettuato la pulizia etnica di tutti i 150.000 residenti Armeni» (Nara Matinian).
«Diretti a Yerevan! Non verremo su carri armati, guideremo semplicemente le nostre auto verso le nostre terre storiche. İRƏVAN» (Azer Hasret Redattore di Bayraqdar.info, Membro del Consiglio di amministrazione della televisione pubblica e della radiodiffusione, Membro del Consiglio della stampa dell’Azerbajgian).«Kalbajar – il territorio strategico più importante, che fu liberato dal terrore armeno. È conosciuta come la porta per l’Azerbajgian occidentale. Chiunque controlli Kalbajar, controlla l’Azerbajgian occidentale» (Vsāsīyūn @ScourgeOfTengri).«Ƶ sta per Ƶəngəƶur! Azerbajgian» (Vsāsīyūn @ScourgeOfTengri).«Le terre sante dell’Azerbajgian occidentale desiderano il ritorno della popolazione autoctona turca/azerbajgiana. La Moschea Blu di Irevan è il nostro “Monte del Tempio”, il nostro santuario. Il ritorno è imminente, come ripristino della giustizia in queste terre. İRƏVAN» (Vsāsīyūn @ScourgeOfTengri).
Ecco, queste sono alcune esternazioni dalla bocca larga del regime psicogenocida con cui abbiamo a che fare. Minacce infinite dall’Assurdistan.
1. Irevan = Yerevan
2. Kalbajar = Karvacar, corrispondente all’antico distretto di Vaykunik, uno dei dodici cantoni che formavano l’antica regione dell’Artsakh. Era anche conosciuto come Khachen superiore o Tsar (dal nome del suo capoluogo) e fu governato da uno dei rami del Principato di Khachen fino a quando finì sotto controllo russo. Agli inizi del XVII secolo buona parte della popolazione armena era stata deportata ed il suo posto preso da comunità curde
3. Azerbajgian occidentale = Armenia. «Alcuni si riferiscono alla propaganda dell’Azerbajgian occidentale come al “Fiume al mare dell’Azerbajgian”, e come sempre ci si può fidare della propaganda di Baku di far diventare un sottotesto, testo» (Nara Matinian)
4. Zangezur = la regione di Suynik dell’Armenia
5. Questo auto-dichiaratosi “Scourge of Tengri” (Flagello di Tengri, che è il Dio supremo creatore mongolo, l’inconoscibile che conosce qualsiasi cosa, motivo per cui Turchi e Mongoli dicono “Solo Tengri sa”) non sa che la Moschea Blu di Yerevan non è il “Monte del Tempio” turco-azera, ma è una moschea iraniana. Certamente, in generale, la storia delle moschee armene è complicata. Gli Armeni hanno attraversato secoli di invasioni, conflitti e cambiamenti geopolitici. Dall’introduzione dell’Islam nella regione nel VII secolo, l’architettura islamica nelle terre armene si è evoluta. Una varietà di stili ha ispirato questa architettura, comprese le influenze selgiuchidi e timuridi. Ad un certo punto l’Armenia è stato parte integrante del mondo musulmano sciita, nonostante gli Armeni fossero cristiani. In effetti, è quasi incredibile che gli Armeni siano rimasti Cristiani, nonostante questa storia.
Quindi, ci sono molti più esempi di architettura islamica sulle terre armene. Molti di questi siti antichi e storicamente significativi, tuttavia, furono distrutti durante le guerre russo-persiane del XIX secolo e le severe politiche laiche sovietiche del XX secolo. Questo è il motivo per cui in Armenia non sono rimaste molte moschee. La maggior parte delle moschee non esisteva più, quando l’Armenia riconquistò l’indipendenza dall’URSS e poté finalmente decidere le proprie politiche.
Dopotutto, la Moschea Blu è, in effetti, in così buone condizioni solo perché il governo iraniano mantiene rapporti di buon vicinato con quello armeno. E l’Iran ha finanziato interamente la ristrutturazione della moschea, che i sovietici trasformarono in un museo (cosa fece Atatürk con l’Haga Sofia che era stata trasformata in una moschea dai sultani, da Erdoğan nuovamente convertita in una moschea). E ora probabilmente la Moschea Blu a Yerevan non sarebbe una moschea operativa se non fosse stato per l’accordo tra i governi di Armenia e Iran.
6. Lo ripetiamo da tempo: la rinuncia all’Artsakh non porta la pace per l’Armenia. «Stiamo solo ora iniziando a fare i conti con la reale portata della tragedia avvenuta nel Nagorno-Karabakh nel settembre di quest’anno» (Neil Hauer). È ora più importante che mai ricordare le parole di Monte Melkonian, il comandante della guerra d’indipendenza dell’Artsakh: «Se perdiamo l’Artsakh, allora voltiamo l’ultima pagina della nostra storia». Potete leggere su Monte Melkonian (comprensibilmente una “bestia nera” per il regime autocratico di Baku) un articolo della sua vedova, Seta Kabranian-Melkonian, che abbiamo riportato [QUI]: «Monte si è unito alla lotta per il Nagorno-Karabakh, l’Artsakh armeno dei tempi antichi. Fin dai suoi primi vent’anni, era stato determinato ad aiutare a ripristinare i diritti del suo popolo a vivere nelle loro terre ancestrali. Nel processo, è stato associato sia agli eroi che ai cattivi dell’epoca. Fu anche il primo a denunciare pubblicamente i cattivi e a prendere le distanze da loro. Monte rappresentava tutti gli oppressi e credeva nel diritto di combattere, che è il titolo di un libro di suoi saggi, pubblicato nel 1993».
«Se c’è un Paese che dovrebbe avere rivendicazioni territoriali sui suoi vicini, quello è l’Armenia, poiché si estendeva dal Mar Caspio (oggi Azerbajgian) attraverso Nakhichevan (oggi Azerbajgian) coprendo buona parte della moderna Turchia. Quindi, forse dovremmo stabilire noi stessi un’organizzazione delle Comunità dell’Armenia orientale e occidentale? Possiamo organizzare dei festival musicali con un enorme mucchio di strumenti del c***o» (Serj Tankian, musicista, poeta, attivista politico e, soprattutto, un essere umano).
«La Repubblica di Armenia è stata fondata per essere uno stato-nazione armeno su appena il 20% delle terre native armene, qualsiasi tentativo di cambiare questa realtà, dopo che gli Armeni furono cancellati dall’80% delle loro terre native, sarebbe un’altra fase del genocidio armeno» (Mariam Arissian).
«Lo status quo Turchia/Armenia non è più accettabile dello status quo Israele/Palestina. Proprio come l’intera Palestina è “la terra in questione” per i Palestinesi, così anche l’intera patria armena è la terra in questione per gli Armeni» (Monte Melkonian).
«Perché l’Armenia dovrebbe scegliere l’Europa come vettore di integrazione invece dell’Asia occidentale/Medio Oriente? Perché l’Europa è da secoli fonte di ispirazione e rinascita della cultura armena. In questo post cercherò di sviscerare ulteriormente questa questione.
La storia ci dà un indizio. Circa il 90% dei più grandi intellettuali, pensatori e scienziati Armeni erano il prodotto dell’educazione e dell’influenza europea.
Anania Shirakatsi – Il padre delle scienze esatte e naturali in Armenia, il primo matematico, astronomo e cosmografo armeno; il più grande studioso dell’antica Armenia. Faceva parte della scuola ellenizzante armena. Fu educata principalmente da Tichico a Trebisonda, uno studioso greco che insegnò ai figli di molti nobili bizantini. Alla scuola di Tichico, Shirakatsi trovò una ricca biblioteca dove leggeva autori di letteratura greca, opere scientifiche e storiche.
Komitas – Il fondatore della scuola nazionale armena di musica, prete Armeno, musicologo, compositore e uno dei pionieri dell’etnomusicologia, che ha dedicato la sua vita a purificare la musica armena da secoli di influenze islamiche straniere. Komitas ha studiato musica alla Frederick William University di Berlino e “ha utilizzato la sua formazione occidentale per costruire una tradizione nazionale”.
Khachatur Abovian – Il padre della letteratura armena moderna, ricordato per il suo romanzo Le ferite dell’Armenia. Il mentore di Abovian era Friedrich Parrot, che rimase colpito dalle capacità di Abovian e lo fece studiare in Europa. Abovian studiò all’Università di Dorpat nel 1830, in Estonia. Gli anni a Dorpat furono molto fruttuosi per Abovian che studiò scienze sociali e naturali, letteratura e filosofia europea e padroneggiò il tedesco, il russo, il francese e il latino. Il romanzo storico Le ferite dell’Armenia (scritto nel 1841, pubblicato per la prima volta nel 1858) è stato il primo romanzo laico armeno dedicato al destino del popolo armeno e alla sua lotta per la liberazione L’Europa come fonte del nostro più grande potenziale Quando i padri e i fondatori della scuola nazionale armena di musica, delle scienze esatte e naturali e della letteratura armena moderna hanno tutti ricevuto la loro ispirazione principalmente da scuole di pensiero europee, ciò dovrebbe darci una pausa per riflettere un po’. A quale luogo apparteniamo naturalmente? Oppure a quale posto sarebbe più vantaggioso per noi appartenere?
Possiamo anche ricordare altre grandi persone della nostra nazione – persone d’arte e di cultura, molti dei nostri eroi e intellettuali nazionali, i nostri più grandi scienziati – e quasi tutti hanno studiato in Europa, dove sono stati influenzati dall’Europa, e in un modo o nell’altro hanno raggiunto il loro grande potenziale grazie alla civiltà europea. Cosa otteniamo dall’Asia occidentale/Medio Oriente? Nel senso di cultura, forza o crescita, non otteniamo quasi nulla dal Medio Oriente/Asia occidentale. Fatta eccezione per l’ottimo cibo. In generale, il Medio Oriente e l’Asia occidentale sono fonte di assimilazione e perdita di cultura. Come suonare l’oud arabo e celebrarlo come musica armena. O l’iterazione moderna (e molto peggiore) della perdita della nostra cultura – rabiz – musica in gran parte in stile turco/azero adatta a ristoranti scadenti, motivi che propagano uno stile di vita primitivo/semplicistico spesso con tematiche mafiose leggere. Non è una questione di razza Scegliere l’integrazione europea non è una questione di razza. In effetti, molti paesi arabi del Medio Oriente settentrionale (popoli levantini) potrebbero essere geneticamente più vicini agli europei rispetto agli Armeni o addirittura ai georgiani/caucasici. Molti Turchi sono anche geneticamente più vicini agli europei, non c’è da stupirsi poiché molti Turchi sono popoli assimilati dei Balcani. Questa questione NON riguarda la razza. Riguarda la cultura e ciò che è bene per noi, la nostra crescita e la nostra forza.
Il concetto di Europa è nato innanzitutto come una fusione del pensiero dell’antica Grecia e della cultura cristiana, e l’Armenia, ovviamente, storicamente e culturalmente è una nazione europea, una delle sue radici più profonde. Conclusione L’Europa, come ci insegna la storia, è stata fonte di rinascita della cultura armena. È il luogo dove i fondatori della nostra scuola nazionale di musica (Komitas), le scienze esatte (Anania Shirakatsi), la filosofia (David Anaght) e la letteratura moderna (Abovian) hanno tratto la loro formazione e ispirazione. L’Europa è stata anche il luogo in cui la maggior parte dei nostri personaggi più grandi ha tratto ispirazione per raggiungere il proprio potenziale. Ecco perché è essenziale che l’Armenia scelga un vettore europeo di integrazione, per raggiungere il suo maggior potenziale. È semplicemente buon senso, quando vedi che la maggior parte del successo del tuo popolo è legato in un modo o nell’altro all’Europa.
Non possiamo essere un Paese arretrato, sarebbe un suicidio. La nostra unica speranza di sopravvivenza è diventare un Paese europeo moderno e avanzato» (Misty Mountain).
Segnaliamo
– L’asse Roma-Baku: all’Italia interessano solo gli affari con l’Azerbajgian di Andrea Lanzetta su The Post Internazionale del 25 novembre 2023: «Gas, armi e lobby. Il nostro Paese è la principale destinazione dell’export azero, soprattutto di idrocarburi. Con la benedizione dell’Ue. In cambio però offriamo radar, aerei e altri sistemi militari» [QUI]
– Nagorno-Karabakh: l’ultimo Stato spazzato via dalla cartina d’Europa di Stefano Mentana su The Post Internazionale del 25 novembre 2023: «L’ultima operazione militare condotta dall’Azerbajgian nella regione del Nagorno-Karabakh ha portato alla dissoluzione attualmente in corso della Repubblica dell’Artsakh, uno Stato non riconosciuto dalla comunità internazionale ma de facto esistente da decenni nel complesso contesto del Caucaso» [QUI]
– Azerbajgian: la dittatura invisibile di Benedetta Argentieri su The Post Internazionale del 25 novembre 2023 [QUI]
Foto di copertina: in questa foto fornita dall’Ufficio stampa presidenziale dell’Azerbajgian, le truppe azeri marciano a Stepanakert, la capitale della Repubblica di Artsakh occupata, davanti al Presidente e Capo delle Forze Armate, Ilham Aliyev, durante la parata dedicata al terzo anniversario della vittoria nella guerra dei 44 giorni del 2020, mercoledì 8 novembre 2023, dopo che l’Azerbajgian ha preso il pieno controllo dell’Artsakh con l’aggressione terroristica del 19-20 settembre 2023, rendendo l’Artsakh un Paese fantasma dopo lo sfollamento forzato dell’intera popolazione.
NEMI (attualità) – L’ex moglie di Gianni Morandi ospite ieri a Palazzo Ruspoli
ilmamilio.it
Grande emozione e molta partecipazione di pubblico ieri mattina a Palazzo Ruspoli per la presentazione del Libro “Una Famiglia Armena”, scritto da Laura Efrikian, l’ex moglie di Gianni Morandi, la donna a cui dedicò una delle sue più famose canzoni “In ginocchio da te” e molte altre canzoni da ragazzi innamorati negli anni sessanta, protagonisti insieme anche in alcuni film epici .
La donna, oggi apprezzata scrittrice, impegnata in missioni umanitarie, 81enne, è stata invitata, dall’amministrazione comunale nemese non a caso, il 25 novembre (Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle Donne) . Ha aperto il dibattito il primo cittadino di Nemi Alberto Bertucci, al ritorno da una visita alla “Panchina Rossa” posta due anni fa in piazza del Crocifisso, nel Borgo Antico, in ricordo delle povere donne, vittime della violenza umana dei loro ex compagni, fidanzati e mariti.
Un’opera dello scultore romano Marco Manzo, presente anch’egli alla presentazione del libro della Efrikian alla Sala Minerva dell’antico Palazzo Ruspoli. Il sindaco ha voluto riportare alla memoria del numeroso pubblico : ” Come la scrittrice di questo libro, armena di origine, e di famiglia di minoranza etnica, ha sofferto e subito le atrocità di appartenenza da bambina. Probabilmente la “strage” sistematica degli Armeni è stato uno dei primi atti di crudeltà che l’umanità ha rivolto verso i propri fratelli e a nulla è valso tale sacrificio, nulla è rimasto nella memoria. Tanto è vero che proprio in questi momenti altre tante atrocità vengono perpetuate intorno ai nostri confini; quelle che si conoscono e molte altre sconosciute in altre parti del mondo che condanniamo fermamente “. La parola è poi andata a Laura Efrikian, seguita con grande attenzione dal numeroso pubblico presente. La donna, ha raccontato la sua vita d’infanzia, i rapporti con i genitori, i fratelli e in particolare con il nonno, e sicuramente tra le righe riecheggiavano volentieri gli eventi del periodo storico; comunismo, fascismo, lotte etniche – Armeni – Curdi – Turchi – Sovietici – arabi. Ogni tanto le sue parole sono state una vera narrazione dei capitoli del suo libro, raccontando aneddoti anche atroci e di sofferenza che nelle sue parole riecheggiavano con un senso di amore, compassione, nostalgia e tolleranza.
Sono intervenuti all’incontro in Sala Minerva di Palazzo Ruspoli, tante persone tra il pubblico, desiderose di conoscere non tanto la vita sentimentale e di copertina di Laura Efrikian, ma di capire la donna semplice ma nello stesso tempo forte, profonda, riflessiva, che non lascia mai trasparire il dolore ma solo le sue forti emozioni.
Sono stati presenti all’incontro la consigliera regionale e di Nemi Edy Palazzi, Donatella Chialastri , responsabile della Proloco di Nemi, Il consigliere comunalePietro Pazienza, OtelloFrancescotti, artista del Ferro,Carla Colazza, che è stata il gancio che ha permesso di invitare la scrittricee Rosella Brecciarolicuratrice dell’Evento che ha consegnato all’autrice del libro “Una famiglia Armena” una targa in ricordo di questo evento.
Questi libri, queste narrazioni e in particolare questi “incontri” fanno parte del pensiero e dell’attività dell’ex moglie di Morandi, sostenuta dall’Associazione “Aiuto alle Famiglie”. Una Onlus Internazionale che sostiene le donne e molti bambini in difficoltà nel mondo, in particolare in Africa e in Kenya. Luoghi dove l’autrice porta costantemente aiuti “materiali” con tutto ciò che ricava dai suoi scritti . Che viene devoluto da lei personalmente per costruire pozzi per attingere l’acqua proprio in quei siti martoriati dalla carestia , dalle guerre folli e da altri cataclismi naturali .
” Sono stato particolarmente emozionato di vedere e conoscere la signora Efrikian, ha dichiarato il fotoreporter Giancarlo Boldacchini, che ha seguito l’evento culturale a Palazzo Ruspoli. Mi ha ricordato momenti bellissimi della mia giovinezza. Ho dei ricordi molto vividi ancora, in quanto da giovane ho passato un periodo in Armenia nella parte asiatica di Istanbul, per lavoro. Dove sono stato aiutato da una famiglia armena, a risolvere dei seri problemi burocratici che si erano creati per noi italiani presenti in quelle zone calde. Ricordo il signor Dirtat, che aveva la moglie veneziana, come tra l’altro molti uomini di quei luoghi, dove addirittura si parla il veneto in molti luoghi. Sono stato bloccato per 3 mesi in Armenia, mi hanno sostenuto a lungo questa famiglia, facendomi ospitare in un convento di frati, fino alla soluzione delle problematiche diplomatiche, persone veramente meravigliose. Ho salutato la signora Efrikian, con molta emozione e tanto calore quando sono andato via rivolgendole queste parole : Arrivederci cara Gaianè (nome Armeno di Laura) ” .
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-11-26 16:08:172023-11-27 16:09:22Nemi, grande emozione per la presentazione del Libro di Laura Efrikian (Ilmamilio.it 26.11.23)
Dopo la vittoria lampo in Nagorno Karabakh, i negoziati procedono a rilento. Gli appetiti di Baku non si sono placati e nel mirino resta il corridoio di Zanzegur che attraversa il territorio armeno. La verità è che Erevan è stata lasciata a se stessa, sia dall’Ue che dagli Usa. Mentre si rafforza l’asse tra Aliyev e Erdogan. Lo scenario.
In due giorni di fine settembre l’Azerbaigian ha recuperato di fatto il controllo sul Nagorno Karabakh, territorio popolato da armeni che negli Anni 90 si era separato da Baku e reso indipendente con il nome di Repubblica di Artsakh. Una sorta di Blitzkrieg – con un paio di centinaia di morti da entrambe le parti, e soprattutto la supremazia militare azera che ha fatto desistere in fretta l’avversario – ha risolto in 48 ore una diatriba lunga tre decenni e qualche guerra. Il presidente azero Ilham Aliyev è andato personalmente a Stepanakert, ora Khakendi, a issare la bandiera nazionale. Circa 100 mila cittadini sono fuggiti in Armenia, dove il governo di Nikol Pashinyan ha dovuto incassare la seconda sconfitta nel giro di tre anni, ma nonostante tutto è rimasto in sella, almeno per ora.
Il presidente azero Ilham Aliyev e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (Getty Images).
La pace definitiva tra Baku ed Erevan è resta l’appetito azero per il corridoio di Zanzegur
Questione chiusa? No. Innanzitutto perché non c’è ancora una pace definitiva tra i due Paesi e le trattative sembrano ancora in alto mare, poi perché l’appetito azero non sembra del tutto soddisfatto e rimane sul tavolo il tema del corridoio di Zanzegur: una striscia di terra attraverso la provincia meridionale armena di Syunik che potrebbe collegare l’Azerbaigian alla regione sempre azera di Nakhchivan, che confina a sua volta con la Turchia. Questo il piano di Aliyev sostenuto dal presidente turco Recep Tayyp Erdogan, con Pashinyan a lanciare l’allarme per presunti preparativi di guerra azeri. Qualche giorno fa il primo ministro armeno non solo si è lamentato del fatto che i colloqui di pace vanno avanti lentamente con Aliyev che ha boicottato incontri diretti, ma ha affermato che il lavoro dietro le quinte degli sherpa che dovrebbero condurre presto a risultati concreti in realtà è permeato da un’atmosfera di sfiducia mentre la retorica dei funzionari azeri lascia aperta la prospettiva di una nuova aggressione militare contro Erevan. «Armenia e Azerbaigian», ha detto Pashinyan, «parlano ancora lingue diplomatiche diverse e spesso non ci capiamo». Da parte di Baku il ministero degli Esteri ha segnalato la sua disponibilità a impegnarsi nei negoziati, ma per ora non si è mosso praticamente nulla, anche perché l’Azerbaigian ha rifiutato la mediazione europea guidata dalla Francia e quella degli Stati Uniti, ritenendo le potenze occidentali schierate a favore di Erevan. Aliyev ha tuonato direttamente nei giorni scorsi contro Parigi, che con Erevan ha sempre avuto un rapporto privilegiato, accusandola di destabilizzare tutto il Caucaso: «La Francia sta destabilizzando non solo le sue ex e attuali colonie, ma anche la nostra regione, il Caucaso meridionale, sostenendo le tendenze separatiste e i separatisti. Fornendo armi all’Armenia, Parigi attua una politica militaristica, incoraggia le forze revansciste e getta le basi per l’inizio di una nuova guerra nella nostra regione».
Da sinistra Olaf Scholz, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, Charles Michel ed Emmanuel Macron (Getty Images).
L’Armenia è stata abbandonata da Europa e Usa mentre si rafforza l’asse tra Azerbaigian e Turchia
La realtà, più cruda, è però che le cancellerie europee e Washington hanno altro a cui pensare di questi tempi, tra Ucraina e Medio Oriente: le questioni caucasiche sono sempre state in terzo piano e ciò ha anche favorito la crescita del ruolo della Turchia, che a fianco dell’Azerbaigian ha assunto una posizione dominante nella regione. E in contemporanea la Russia, impegnata nel conflitto con Kyiv e con le frizioni che da tempo dividono Vladimir Putin e Pashinyan, ha tenuto un basso profilo, lasciando un po’ l’Armenia al suo destino. La posizione di Erevan di fronte a Baku è al momento di estremo svantaggio e poco da questo punto di vista hanno prodotto la linea del primo ministro in conflitto con Mosca e la virata filoccidentale, dato che appunto Europa e Stati Uniti non hanno nessun interesse a mettersi contro Azerbaigian e Turchia. È la Realpolitik internazionale che sta affondando l’Armenia, abbandonata da tutti.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-11-26 16:05:562023-11-27 16:08:16Perché la vera pacificazione tra Azerbaigian e Armenia è ancora lontana (Lettera43 26.11.23)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 25.11.2023 – Vik van Brantegem] – L’obiettivo dell’Azerbajgian e della Turchia non è mai stato e non sarà mai quello di coesistere con gli Armeni, perché ogni volta che sono riusciti a farla franca con la pulizia etnica, il massacro e la conquista, hanno fatto esattamente questo, anche di recente, nel settembre del 2023. A ciò si aggiungono decenni di indottrinamento anti-armeno in Azerbajgian, dove gli Armeni sono visti come scarafaggi o cani da cacciare, e dove gli assassini di ufficiali armeni addormentati vengono perdonati e accolti come eroi.
Gli Armeni che nutrono l’idea della “coesistenza” sotto il regime autocratico di Aliyev, firmano la condanna a morte del loro stesso popolo, mentre l’altra parte affila i coltelli. La convivenza con gli Armeni non è né nell’obiettivo, né nell’intenzione del regime autocratico di Aliyev. Nel suo complesso di inferiorità è impegnato a negare il suo genocidio e a turchizzare i toponimi delle terre armene conquistate con la forza, pubblicizzandolo sulla televisione statale nazionale. È ora che gli invertebrati si sveglino.
«L’ONU afferma che gli Armeni del Nagorno-Karabakh sfollati dovrebbero tornare nel Nagorno-Karabakh. In modo sicuro, senza ostacoli e rapidamente. L’Azerbajgian dice che suona bene, sono i benvenuti! “Non vivrò MAI sotto la bandiera azera, MAI, finché non ci sarà la bandiera armena”, è la prima reazione di un Armeno del Karabakh» (Marut Vanyan).
«L’ideologia di Stato dominante in Armenia si basa sulla presunta supremazia degli Armeni e sull’incompatibilità con i vicini. Questa tossicità è la ragione per cui l’Armenia è l’unico Paese monoetnico nella regione. È anche il motivo per cui la maggior parte degli Armeni del Karabakh se ne sono andati» (Nigar Arpadarai, Membro del Parlamento dell’Azerbajgian e della delegazione azera all’Assemblea Parlamentare del Consiglio Europeo). «Se la tua comprensione della supremazia armena è “non voler vedere tuo figlio morire di fame sotto un assedio genocida azero, congelare in inverno o essere ucciso mentre torna da scuola”, allora hai ragione…» (Nara Matinian).
Pashinyan ha detto che il ritorno degli Armeni nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh attualmente non è realistico
Il ritorno nel Nagorno-Karabakh degli Armeni sfollati con la forza è in discussione, anche su piattaforme internazionali, ma ad oggi non è realistico, ha detto il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, in una conferenza stampa. Ha osservato che la situazione dopo il 19 settembre scorso, che ha costretto gli Armeni a lasciare il Nagorno-Karabakh, così come la politica di pulizia etnica, non sono cambiate. Pashinyan ha detto, che se il ritorno di quelle persone fosse realistico oggi, non avrebbero lasciato il Nagorno-Karabakh.
«Se gli Armeni sfollati con la forza dal Nagorno-Karabakh non avranno l’opportunità di tornare alle loro case, faremo di tutto per garantire che rimangano in Armenia e non emigrino dal nostro Paese», ha sottolineato Pashinyan. Ha ricordato che dopo lo sfollamento forzato dal Nagorno-Karabakh si è verificato un grande deflusso di armeni del Karabakh dall’Armenia, ma in seguito si è registrato un riflusso. Allo stesso tempo, ha notato con soddisfazione che oggi non ci sono tendenze significative all’emigrazione tra la popolazione del Nagorno-Karabakh.
Pashinyan ha espresso la speranza che gli Armeni del Nagorno-Karabakh richiedano presto la cittadinanza di Armenia e si integrino pienamente nella vita del Paese, se non hanno opportunità oggettive e desiderio di tornare nel Nagorno-Karabakh.
Il 25 novembre 1957 è nato Monte “Avo” Melkonian, un volontario Armeno-Americano nato in California, eroe nazionale dell’Armenia, il comandante armeno più celebre della prima guerra del Nagorno-Karabakh per l’indipendenza dell’Artsakh.
Foto di copertina: l’Azerbajgian ha trasformato il sito culturale di Shushi in una discarica
I lavori di costruzione nella città di Shushi nell’Artsakh occupata dall’Azerbajgian, hanno danneggiato i resti archeologici della chiesa della Santa Madre di Dio di Meghretsots, secondo un’iscrizione fondata nel 1838. Un’immagine satellitare del 3 novembre scorso, rilasciata dal Caucasus Heritage Watch (CHW) mostra che i detriti della demolizione sono stati scaricati recentemente sulle fondamenta della chiesa, probabilmente utilizzando macchinari pesanti.
Il CHW ha notato per la prima volta danni al muro settentrionale nell’aprile 2021. Le successive immagini satellitari non indicano alcun cambiamento nell’area a parte la crescita della vegetazione. Ora, la demolizione degli edifici vicini ha trasformato questo sito culturale in una discarica, ha allertato l’organizzazione.
Danneggiata in epoca sovietica (rimasero solo il tabernacolo e le sacrestie), la chiesa negli anni ’60 divenne un cinema. Gli scavi nel 2017 hanno messo in luce le fondamenta originali sotto l’asfalto.
A seguito del genocidio perpetrato dall’Azerbajgian contro la popolazione indigena armena nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh/, centinaia di monasteri, chiese, cimiteri e santuari armeni si trovano ad affrontare l’imminente minaccia di distruzione. Il patrimonio culturale e religioso del popolo armeno è sull’orlo dell’annientamento, poiché l’agenda dell’Azerbajgian mira a cancellare ogni traccia dell’identità armena dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh.
Organizzazioni multilaterali come l’UNESCO sono rimasti in silenzio mentre l’Azerbajgian ha distrutto il patrimonio culturale armeno nel Nakhichevan e non hanno sollevato alcuna protesta pubblica contro la distruzione in corso nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. Se queste organizzazioni fallissero, ciò comporterebbe la perdita di un altro insostituibile panorama culturale armeno medievale e della prima età moderna. È fondamentale che l’UNESCO e le organizzazioni internazionali dedite alla conservazione utilizzino la loro influenza per proteggere il patrimonio culturale dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh.
Mappa delle chiese e dei monasteri armeni prima del genocidio del 1915 nella Turchia ottomana.
Mappa del Regno di Syunik, noto anche come Regno di Baghk o come Regno di Kapan, era un regno medievale armeno dipendente sul territorio di Syunik, Artsakh/Nagorno-Karabakh e Gegharkunik.
«Il Presidente Erdoğan: “Grazie ad Allah; non abbiamo mai dato il nostro consenso all’oppressione in nessun momento della nostra storia. Non siamo stati coinvolti in genocidi o sfruttamento come coloro che oggi rimangono in silenzio di fronte alla brutalità di Israele”» (Direzione delle Comunicazioni della Repubblica di Turchia).
«Non siamo mai stati coinvolti in un genocidio», afferma il Presidente del Paese che è stato in modo documentato coinvolto in alcuni genocidi. Erdoğan potrebbe non restare in silenzio di fronte ai crimini di guerra di Israele, ma la Turchia continua a fornire petrolio, acciaio, polvere da sparo e cibo all’esercito dello Stato di Israele. Ed anche questo è certo.
«La televisione statale azera AZ TV accusa gli Stati Uniti e l’Unione Europea di disinteresse per la pace nel Caucaso meridionale, non riconoscendo l’Azerbajgian come uno stato potente. Ironicamente, dopo aver ricevuto il silenzio durante la pulizia etnica dell’Artsakh, ora prendono di mira l’Occidente, cercando qualcosa di più del Nagorno-Karabakh» (Tatevik Hayrapetyan).
«La televisione statale azera AZ TV presenta l’Armenia come “Azerbajgian occidentale”. Continuano ad affermare le loro intenzioni territoriali nei confronti della Repubblica di Armenia e mirano a preparare il terreno per azioni aggressive» (Tatevik Hayrapetyan).
«Dubito che ci sia stato qualche altro Paese al mondo che abbia sviluppato una strategia di revisionismo e distorsione storica a un livello così scandaloso» (Sossi Tatikyan).
«Il Ministro degli Esteri ungherese si gode la propaganda azera dal vivo durante una visita nel Nagorno-Karabakh etnicamente pulito» (Lindsey Snell).
Il Presidente del Kazakhstan ha definito la pulizia etnica nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh un evento storico epocale, per il quale si è congratulato con il Presidente Ilham Aliyev: «Vorrei congratularmi con te e con tutto il popolo fraterno dell’Azerbajgian per l’evento storico epocale – garantendo l’integrità territoriale del Paese in conformità con il diritto internazionale e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ciò è stato possibile grazie alla vostra forte leadership, politiche lungimiranti e sagge da lontano, volte a rafforzare lo Stato, a migliorare il benessere delle persone e ad aumentare l’autorità del vostro Paese nella comunità mondiale. Siamo partner strategici naturali, praticamente vicini al di là del Mar Caspio» (Kassym-Jomart Tokayev, Presidente del Kazakhstan).
Il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha sostenuto pubblicamente l’integrità territoriale della Georgia, rispondendo in diretta alla domanda se l’Armenia è pronta a riconoscere l’Abkhazia e la regione di Tskhinvali come territori occupati dalla Russia. «Accolgo con favore questa mossa del Primo Ministro Pashinyan. Allo stesso tempo, sono frustrato nei confronti degli esperti georgiani quando accolgono la pulizia etnica degli Armeni nel Nagorno-Karabakh come “il primo caso in assoluto di ripristino dell’integrità territoriale” nella regione. Ne sono stato testimone ieri: vergognoso» (Sossi Tatikyan).
«Buongiorno polizia della Turingia, perché il vostro collega qui ad Arnstadt mostra il saluto fascista del lupo (“saluto hitleriano dei neonazisti turchi”) nel negozio di kebab di Süweyda Demir? Sotto questo segno decine di migliaia di persone sono state (e sono!) torturate, perseguitate e uccise. Significa odio per i Curdi, gli Aleviti, gli Ebrei, i Cristiani, gli Armeni, gli Yezidi, gli LGBTQ, ecc.».
Un agente di polizia tedesco si identifica apertamente come sostenitore dell’organizzazione ultranazionalista turca dei Lupi Grigi. Strano e inquietante, e secondo le norme di governance del settore della sicurezza, contraddice le regole della polizia tedesca.
L’Armenia è pronta a scambiare gli Azeri condannati con prigionieri di guerra secondo il principio “tutti per tutti”
Il Primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha detto che il suo governo è concentrato sulla questione dei prigionieri di guerra armeni a Baku e ha espresso rammarico per il fatto che l’Azerbajgian stia sfruttando la questione puramente umanitaria dei prigionieri per scopi politici. Ha detto che le azioni dell’Azerbajgian sono fuori ogni logica.
«Abbiamo espresso la nostra disponibilità a mostrare flessibilità anche su questo tema e a collaborare con l’Azerbajgian affinché i nostri prigionieri possano tornare. I negoziati sono a senso unico, in una direzione. Inoltre, abbiamo espresso la disponibilità a scambiare anche gli Azeri condannati in Armenia con i nostri prigionieri secondo il principio “tutti per tutti”, considerandolo una questione puramente umanitaria», ha affermato il Primo Ministro armeno.
«Ci siamo rivolti ai tribunali internazionali per i diritti umani e ad altri possibili organismi legali in tutti i casi. In diversi casi abbiamo sentenze che indicano misure urgenti da parte di questi organismi, attirando l’attenzione internazionale sulla questione. Ma devo dire che ovviamente questo lavoro non può essere considerato sufficiente finché i nostri fratelli prigionieri non siano tornati in Armenia, e noi continueremo a fare ogni sforzo in questa direzione», ha detto Pashinyan.
Secondo il diritto internazionale, l’Azerbajgian deve rilasciare tutti i prigionieri politici, i prigionieri di guerra e gli ostaggi Armeni
Tutti i prigionieri politici, i prigionieri di guerra e gli ostaggi detenuti illegalmente in Azerbajgian devono essere rilasciati immediatamente in conformità con il diritto internazionale, sottolinea il rapporto Prigionieri armeni detenuti dall’Azerbajgian pubblicato dal Centro per la verità e la giustizia [QUI].
Il rapporto ricorda, che l’Azerbajgian ha effettuato la pulizia etnica degli Armeni dalla loro terra ancestrale attaccando la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh il 19 settembre 2023. Nel giro di 10 giorni, più di 100mila Armeni sono stati sfollati con la forza dal Nagorno-Karabakh e hanno trovato rifugio in Armenia.
Durante le guerre del 2020 e del 2023 contro l’Artsakh/Nagorno-Karabakh, le autorità azere hanno catturato circa 200 civili e militari Armeni. «Decine di persone rimangono illegalmente nelle carceri azerbajgiane, alcune sono in attesa di processo e altre sono state illegalmente condannate alla reclusione a lungo termine“, afferma il rapporto del Centro per la verità e la giustizia.
Il rapporto ricorda, che secondo il procuratore generale dell’Azerbajgian, 300 ex leader del Nagorno-Karabakh sono “sotto inchiesta” per presunti crimini di guerra commessi durante le guerre. Otto di questi leader sono stati arrestati, umiliati davanti alle telecamere e portati nelle carceri di Baku.
Riferendosi agli ostaggi, il rapporto ricorda, che dal 2020 un numero imprecisato di civili Armeni è stato catturato dall’Azerbajgian nel Nagorno-Karabakh e nei suoi dintorni, nonché ai confini dell’Armenia.
Per quanto riguarda i prigionieri di guerra, il rapporto rileva, 36 prigionieri di guerra Armeni si trovano ancora nelle carceri dell’Azerbajgian. Tuttavia, secondo la dichiarazione tripartita del 9 novembre 2020, tutti i prigionieri dovevano essere rilasciati. Il rapporto sottolinea che ora che entrambe le guerre sono finite, tutti i prigionieri di guerra devono essere rilasciati immediatamente in conformità con le Convenzioni di Ginevra.
La maggior parte dei prigionieri di guerra sono stati catturati nel territorio di Khtsaberd un mese dopo il cessate il fuoco ufficiale del 9 novembre 2020.
«I prigionieri politici, i prigionieri di guerra e gli ostaggi, alcuni dei quali sono stati illegalmente condannati a lunghe pene detentive in Azerbajgian, dovrebbero essere rilasciati immediatamente in conformità con il diritto internazionale e almeno come misura di rafforzamento della fiducia affinché i negoziati in corso tra Armenia e Azerbajgian possano dare frutti. La comunità internazionale, in particolare gli Stati Uniti, la Russia e i mediatori dell’Unione Europea, così come altri, sono obbligati a sollecitare l’Azerbajgian a rilasciarli incondizionatamente e immediatamente“, afferma il rapporto nel quale tutti i prigionieri sono rappresentati per nome, comprese le persone che hanno ricoperto posizioni di leadership nella Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh ovvero Arayik Harutyunyan, Bako Sahakyan, Davit Babayan, Arkadi Ghukasyan, Ruben Vardanyan, Davit Ishkhanyan, Davit Manukyan, Levon Mnatsakanyan, nonché i civili e militari catturati dagli Azeri.
Il Ministero della Difesa russo continua a riferire che durante la giornata non si sono verificate violazioni del cessate il fuoco nel Nagorno-Karabakh. Questo è fuori ogni logica e realtà, visto che tutti gli abitanti della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh sono stati sfollati con la forza dopo l’attacco terroristico dell’Azerbajgian del 19-20 settembre 2023, sotto l’osservazione passiva delle forze di (non) mantenimento della pace russe. Menziona anche che per ottimizzare il sistema di monitoraggio delle forze di mantenimento della pace, è stato smantellato un altro posto di osservazione russo nella zona di Lachin, nel Corridoio di Berdzor (Lachin).
È previsto l’arrivo in Armenia della Missione conoscitiva dell’Unione Europea
Una delegazione del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) e della Commissione Europea si recherà in Armenia, dal 27 al 29 novembre 2023. Durante la visita verranno discusse varie dimensioni delle relazioni Unione Europea-Armenia, per esplorare dove i legami possono essere approfonditi e rafforzati e come l’Armenia può sfruttare tutto il potenziale dell’accordo di partenariato globale e rafforzato Unione Europea-Armenia.
La visita fa seguito all’incarico conferito dal Consiglio Europeo del 26 e 27 ottobre di presentare le opzioni su come rafforzare al meglio le relazioni Unione Europea-Armenia.
Insieme al SEAE e alla Commissione ìEuropea, si uniranno alla visita rappresentanti della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS), della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) e Agenzia Europea della Guardia di Frontiera e Costiera (Frontex).
La delegazione incontrerà rappresentanti di alto livello del governo armeno, rappresentanti delle Nazioni Unite e organizzazioni della società civile.
In occasione della visita sarà inaugurata anche la piattaforma di coordinamento degli investimenti Unione Europea-Armenia.
«Il 30 novembre 2023, le commissioni per la demarcazione dei confini dei due Paesi si incontreranno al confine di Stato tra Armenia e Azerbajgian, ha riferito il Ministero degli Esteri armeno. L’accordo è preliminare. Da parte armena, la commissione è chiamata “Commissione per la demarcazione dei confini statali e la sicurezza dei confini tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica di Azerbajgian” e da parte azera, si chiama “Commissione statale per la demarcazione dei confini statali tra la Repubblica di Azerbajgian e della Repubblica di Armenia”.
Recentemente, l’Azerbajgian ha offerto all’Armenia di negoziare direttamente, anche al confine di Stato. Non è specificato quali funzionari l’Azerbajgian propone di partecipare. In risposta, Yerevan ha proposto di tenere la sessione delle Commissioni per la demarcazione dei confini. Tali Commissioni sono guidate dai Vice Primi Ministri di Armenia e Azerbajgian. Mher Grigoryan e Shahin Mustafaev hanno già esperienza nella negoziazione del confine. Se si terrà la riunione della Commissione per la delimitazione del confine armeno-azerbajgiano e si otterranno risultati, ciò significherà che il ruolo negativo della Russia in questa materia diminuirà.
La Russia dichiara sempre di essere pronta ad aiutare l’Azerbajgian e l’Armenia nella delimitazione dei confini. Il suo obiettivo era quello di schierare truppe russe sul confine armeno-azerbajgiano durante il processo di demarcazione del confine ed è stato respinto dalla parte armena. La Russia è un generatore di conflitti, e minore sarà il suo ruolo nei processi armeno-azerbajgiani, più rapide saranno le soluzioni.
Il 13 settembre 2022, l’Azerbajgian ha lanciato un attacco militare contro l’Armenia e ha occupato un’area compresa tra 150 e 200 chilometri quadrati. Invece di adempiere all’obbligo di sostenere l’Armenia, la Russia ha giustificato il conflitto con la mancanza di demarcazione dei confini. Ricordiamo anche l’episodio dell’affissione della bandiera sul ponte Hakari. All’epoca il Ministero degli Esteri russo dichiarò che ciò si spiegava con la mancanza di demarcazione e chiese l’avvio del processo di delimitazione con il sostegno russo. In generale, dopo il 9 novembre 2020, la Russia, con l’aiuto dell’Azerbajgian, si è lanciata nei processi di demarcazione del confine armeno-azerbajgiano, di sblocco e di negoziati di pace, con l’obiettivo di assumere un ruolo. L’obiettivo della Russia è ostacolare questi processi e impedire la risoluzione delle questioni relative al conflitto tra Armenia e Azerbajgian.L’incontro sul confine armeno-azerbajgiano può aiutare l’uscita della Russia dal processo di demarcazione. Credo che il prossimo incontro delle commissioni di demarcazione abbia il sostegno degli USA e dell’Unione Europea, il cui obiettivo è raggiungere la pace armeno-azera nella regione, non continuare il conflitto.
Quando Yerevan e Baku avranno accordi in formato bilaterale sulla delimitazione dei confini e sulle questioni relative allo sblocco, la firma di un trattato di pace con la mediazione dell’Occidente diventerà solo una questione tecnica.
Nella riunione del prossimo 30 novembre, penso che la questione principale sarà la decisione sulla mappa necessaria per la delimitazione. In primavera e in estate a Brussel, Armenia e Azerbajgian si sono reciprocamente riconosciute l’integrità territoriale sulla base della Dichiarazione di Alma-Ata. Ciò implica che la base della demarcazione dovrebbero essere le ultime mappe dell’URSS con validità legale.
Il prossimo 30 novembre, l’Azerbajgian dovrebbe accettare di avviare i lavori di demarcazione dei confini basati sulla mappa del 1975. Durante il processo sono possibili conflitti. Per risolvere tali problemi, sarà necessario coinvolgere esperti Europei, nonché sviluppare principi di demarcazione basati sul manuale del 2017 adottato dall’OSCE.
Anche dovrebbe essere esclusa la Russia dal tema dello sblocco. L’Azerbajgian ha mantenuto il coinvolgimento dei Russi nel processo di sblocco, cercando di costringere la parte armena a cedere il controllo della rotta Nakhichevan-Azerbajgian con attacchi militari. L’Armenia ha offerto all’Azerbajgian una rigorosa misura di sicurezza per monitorare le strade. È stata creata una struttura speciale nel Servizio di Sicurezza Nazionale dell’Armenia, che garantirà la sicurezza delle rotte sbloccate.
Armenia e Azerbajgian dovrebbero imparare a formulare interessi comuni per evitare di diventare vittime degli interessi della Russia. I Russi hanno sempre osservato con gioia come Armeni e Azeri si uccidono a vicenda. Ciò ha consentito al Cremlino di rimanere nella regione e di mantenere la propria influenza a scapito del sangue di Armeni e Azeri.
I funzionari Armeni e Azeri devono avere l’intelligenza per capire che senza il raggiungimento di una vera pace e la firma di un accordo, entrambi gli Stati rimarranno in pericolo. I due Stati saranno indipendenti se tutti i conflitti saranno risolti. Nuove guerre incoraggeranno il ruolo distruttivo della Russia, che continuerà a minacciare l’indipendenza dell’Armenia e dell’Azerbajgian» (Roberto Ananyan – Nostra traduzione italiana dall’inglese).
«Ci sono molti Paesi dipendenti e senza successo nel mondo che, cercando di sedersi su due o più sedie, vogliono servire diversi padroni. E uno di questi è il vicino dell’Azerbajgian, l’Armenia. Tali Paesi non possono essere definiti indipendenti nel vero senso della parola. In questi Paesi le politiche non corrispondono all’opinione della gente. Il futuro di questi Paesi è nelle mani degli sponsor stranieri» (Ali Alizada, Ambasciatore dell’Azerbajgian in Iran).
«Per l’Azerbajgian, la cooperazione di Armenia con qualsiasi Paese è una dipendenza, mentre la cooperazione dell’Azerbajgian con la Turchia si basa sul concetto “1 nazione in 2 Stati”, l’Azerbajgian ha vinto la guerra dei 44 giorni del 2020 con istruttori Turchi, droni israeliani e mercenari reclutati dalla Turchia, ospita truppe turche e russe, ricicla il gas russo verso l’Europa» (Sossi Tatikyan).
«Il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha delineato quando e a quali condizioni inizierà il processo di uscita dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) guidata dalla Russia: “La decisione sull’eventuale ritiro dell’Armenia dalla CSTO verrà presa tenendo conto dei nostri interessi statali. Ci concentreremo sugli interessi statali dell’Armenia: indipendentemente dal fatto che abbiamo preso delle decisioni in questo momento o meno, il nostro punto di riferimento verso il quale siamo orientati è l’interesse statale dell’Armenia. A questo punto, i nostri registri indicano che la CSTO non adempie ai suoi obblighi nei confronti dell’Armenia. In questo senso, le azioni della CSTO non sono in linea con gli interessi dell’Armenia. E solleviamo la questione in modo trasparente», ha osservato Pashinyan.
Il 23 novembre scorso, il Primo Ministro armeno non si è recato a Minsk e non ha partecipato alla sessione della CSTO. Il giorno prima, il Segretario del Consiglio di Sicurezza armeno e il Ministro degli Esteri armeno non si erano recati a Minsk. La sessione della CSTO tenutasi a Yerevan il 23 novembre 2022 è da ricordare: allora Putin è arrivato a Yerevan per l’ultima volta, due mesi dopo gli attacchi militari su larga scala dell’Azerbajgian contro l’Armenia. Il 13 settembre 2022, le forze armate dell’Azerbajgian avevano lanciato un attacco militare contro diverse regioni dell’Armenia, occupando un’area compresa tra 150 e 200 chilometri quadrati. Gli Azeri occuparono alture strategicamente importanti, dove costruirono fortificazioni e non si ritirarono. Ancora oggi gli Azeri mantengono occupati i territori sovrani armeni. Dopo l’attacco militare azerbajgiano, l’Armenia ha fatto appello sia alla CSTO che alla Russia per il sostegno militare. Tuttavia, gli “alleati” dell’Armenia non hanno tenuto conto dell’attacco militare dell’Azerbajgian, che si è trasformato in un’aggressione. Non hanno nemmeno espresso semplici condoglianze umane al popolo armeno per le oltre 200 vittime umane, la distruzione di villaggi e città e l’occupazione dei territori. La Russia e la CSTO si sono rifiutate di adempiere ai doveri di sicurezza nei confronti di Yerevan, non riconoscendo nemmeno i confini dell’Armenia, l’integrità territoriale o l’occupazione dei territori da parte di Baku. Rifiutandosi di fornire sostegno militare, la Russia si è offerta di schierare osservatori della CSTO o forze di pace sul confine armeno-azerbajgiano. Gli “alleati dell’Armenia” non hanno cercato di sostenere l’Armenia ma di bloccare l’ingresso degli osservatori europei in Armenia. Yerevan ha respinto le pressioni della CSTO e ha acconsentito allo schieramento di osservatori dell’Unione Europea. Oggi Erevan ha chiesto che la CSTO smetta di discutere la questione del sostegno all’Armenia. Questo è un passo naturale e nasce dalla situazione. La parte armena dovrebbe liberare la CSTO dall’obbligo di rispondere a domande difficili e prendere la decisione di lasciare le fila della CSTO.
Il Primo Ministro armeno ha affermato che l’Armenia ha sempre cercato di trovare un equilibrio tra i sistemi di sicurezza e quelli militari, ma i partner internazionali considerano l’adesione alla CSTO un ostacolo. “Vogliamo fare di tutto affinché la nostra posizione sia pienamente compresa dalla CSTO. La nostra società ci pone la domanda: perché siete rimasti nella CSTO se l’adesione a quell’organizzazione non dà nulla all’Armenia o non fornisce il minimo che mantenga vivo il nostro interesse ad aderire all’organizzazione? Al contrario, la nostra adesione alla CSTO crea ulteriori problemi al nostro sistema di sicurezza․ Non è vero che nel 2018-2019 siamo riusciti ad acquisire le armi che volevamo dai partner della CSTO. Pensi che non abbiamo provato a diversificare la nostra acquisizione di armi in quel momento? La discussione durò pochi minuti. Ci è stato detto che l’Armenia è un membro della CSTO e che non può entrare in relazioni tecnico-militari fuori di noi”.
Pashinyan ha anche fatto appello pubblicamente ai Paesi membri della CSTO, aspettandosi che lo capissero correttamente. “Essendo membri della CSTO, non possiamo ottenere le armi e il sostegno politico necessari. D’altra parte, l’adesione dell’Armenia alla CSTO è un ostacolo insormontabile per ricevere sostegno e cooperazione da altri parti. Dobbiamo prendere decisioni che siano in nostri interessi; non possiamo commettere errori in questa materia”.
A giudicare dalle parole di Nikol Pashinyan, se l’Armenia non riceverà il necessario sostegno politico-militare dalla CSTO, inizierà il processo di uscita dall’alleanza. Secondo la mia valutazione, ciò potrebbe accadere a breve termine.
Nonostante le lamentele non nascoste del funzionario Erevan, il Portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha annunciato l’altro giorno che Mosca spera che l’Armenia continui a lavorare nel quadro della CSTO. Il Portavoce di Lavrov ha affermato che la mancata partecipazione di Yerevan agli eventi della CSTO non corrisponde agli interessi del popolo armeno. Queste però sono le formulazioni diplomatiche di Mosca. Il 23 novembre 2023, il Cremlino ha parlato in modo più sincero e aperto attraverso le labbra di Lukashenko. Durante l’ultimo vertice di Minsk, senza fare nomi, ha accusato Yerevan di azioni provocatorie, lasciando intendere che invece di esprimere le proprie lamentele, alcuni colleghi preferiscono parlare attraverso i media. Lukashenko ha affermato che i vertici della CSTO vengono convocati per discutere tutte le questioni urgenti e trovare soluzioni: “Creare una situazione di conflitto e quindi presentare un dono a coloro che non sono interessati a rafforzare la sicurezza degli Stati membri della CSTO può avvenire solo da parte di politici con una vita di farfalla. È un comportamento irresponsabile e miope”. Quando Lukashenko ha menzionato direttamente l’Armenia, ha parlato in termini miti, suggerendo che i problemi dovrebbero essere risolti attraverso i negoziati. Tuttavia, nonostante i negoziati costruttivi durati più di un anno, non sono stati raggiunti risultati e c’è un’alta probabilità che l’Armenia annuncerà presto l’avvio del processo di ritiro dalla CSTO. L’Armenia non partecipa alle esercitazioni militari della CSTO e ha richiamato il suo ambasciatore presso la CSTO.
Gli Stati Uniti e l’Armenia hanno concordato che la parte americana sosterrà le riforme delle forze armate armene. Oltre a sostenere le riforme in materia di sicurezza, la Francia fornisce anche forniture militari. L’Unione Europea sta seriamente valutando la possibilità di offrire sostegno militare all’Armenia. Credo che queste azioni trasmettano un messaggio dall’Occidente all’Armenia e al popolo armeno sul potenziale di cooperazione in materia di sicurezza se la parte armena approfondisse la sua cooperazione con l’Occidente» (Roberto Ananyan – Nostra traduzione italiana dall’inglese).
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-11-25 21:13:422023-11-26 21:15:01l ritorno degli Armeni nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh attualmente non è realistico (Korazym 25.11.23)
Gas, armi e lobby. Il nostro Paese è la principale destinazione dell’export azero, soprattutto di idrocarburi. Con la benedizione dell’Ue. In cambio però offriamo radar, aerei e altri sistemi militari
Era l’inizio di dicembre del 2020 e da meno di un mese era stato firmato il cessate il fuoco in Nagorno Karabakh con una dichiarazione trilaterale tra l’Azerbaigian, l’Armenia e la Russia. Il conflitto aveva permesso a Baku di riprendere il controllo della maggior parte dei sette distretti occupati dalla mai riconosciuta Repubblica armena dell’Artsakh che, tre anni dopo (nel settembre scorso), l’esercito azero riuscirà a cancellare completamente dalle mappe.
Allora, la prima delegazione europea ad arrivare nella capitale azera il 5 dicembre 2020 partì proprio dall’Italia. Si trattava di un gruppo bipartisan di parlamentari, tra cui l’allora vice presidente della Camera, Ettore Rosato (Italia Viva), i senatori Maria Rizzotti (Forza Italia), Alessandro Alfieri (Pd), Gianluca Ferrara (M5S) e Adolfo Urso (Fratelli d’Italia), e i deputati Rossana Boldi (Lega) e Pino Cabras (allora M5S). Pochi giorni dopo, a seguito di una visita in Armenia, arrivò a Baku anche l’allora sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano (allora M5S). Entrambe le delegazioni non si fermarono però solo nella capitale, ma visitarono anche le città di Ganja (la seconda del Paese) e di Aghdam, appena riconquistata dagli azeri.
I politici italiani erano lì per promuovere il dialogo e la pace, ma sul tavolo dei colloqui c’erano anche questioni di carattere economico e commerciale. D’altronde, i rapporti tra Italia e Azerbaigian sono da sempre improntati agli affari, soprattutto energetici, senza distinzione di colore politico.
Sete energetica
Con una quota del 46%, pari a 17,7 miliardi di dollari, nel 2022 il nostro Paese rappresentava la principale destinazione delle esportazioni azere e la maggior parte di queste erano idrocarburi. Secondo la Banca mondiale, quasi il 92% dell’export di Baku è composto da petrolio, gas, oli e altri derivati. Soltanto l’anno scorso, secondo i dati del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, l’Italia ha importato dall’Azerbaigian oltre 10,32 miliardi di metri cubi di gas attraverso il gasdotto Trans Adriatic Pipeline (Tap), che insieme a Scp e Tanap collega il Paese caucasico alla Puglia via Georgia, Turchia, Grecia e Albania. L’anno prima erano stati 7,2 i miliardi di metri cubi di gas importati attraverso il punto di interconnessione di Melendugno, mentre nei primi sette mesi di quest’anno (ultimi dati disponibili), hanno già superato i 5,7 miliardi. Secondo la Relazione Annuale di Arera, relativa al 2022, questo ha fatto di Baku il terzo fornitore nazionale di gas dopo Algeria e Russia con il 14,2% delle quote di provenienza, in crescita rispetto al 9,9% del 2021. Dati in aumento e che sono destinati a salire ancora di più.
L’anno scorso infatti la Commissione europea ha firmato un protocollo d’intesa con l’Azerbaigian per ampliare il Corridoio meridionale del gas, di cui fa parte il Tap, raddoppiandone la capacità nei prossimi anni fino a 20 miliardi di metri cubi all’anno. Proprio a gennaio, il consorzio che gestisce il gasdotto (partecipato dalla statale azera Socar, dalla nostra Snam, dalla britannica Bp, dalla belga Fluxys e dalla spagnola Enagás, tutte al 20%) ha annunciato l’attivazione del primo livello di espansione della capacità dell’opera. Un processo graduale che dovrebbe portare al raddoppio dei flussi entro il 2027. Un affare miliardario e non è l’unico. L’anno scorso infatti, secondo il rapporto 2023 dell’Unione Energie per la Mobilità (Unem) il nostro Paese ha importato il 14,4% del petrolio dall’Azerbaigian. Ma non finisce qui.
Cooperazione nella difesa
I rapporti bilaterali con Baku contano un altro fronte: quello militare. Malgrado la dichiarazione di Praga del Comitato Alti Funzionari Osce del 1992 che invita a non cedere o fornire armamenti ad Armenia e Azerbaigian, nel novembre 2012 l’Italia firmato con Baku un “Accordo sulla cooperazione nel settore della Difesa”, ratificato ed entrato in vigore nel 2017. Un’intesa che, come si legge nel capoverso intitolato “Finalità”, «mira anche ad indurre positivi effetti indiretti in alcuni settori produttivi e commerciali dei due Paesi». L’articolo 6 infatti «disciplina la cooperazione nel campo dei materiali per la difesa», concordando «la possibilità di fornire reciproco supporto alle iniziative commerciali» nel settore e individuando «le modalità attraverso le quali potrà attuarsi la cooperazione nel campo dell’industria della difesa e della politica degli approvvigionamenti, della ricerca e dello sviluppo degli equipaggiamenti».
In quello stesso anno, sui media si parlò di un accordo tra la controllata di Leonardo, AgustaWestland, e il governo azero per la fornitura di 10 elicotteri, affare di cui però non c’è traccia nei documenti ufficiali e che non si sa se sia mai stato portato a termine.
L’anno successivo poi arrivò la prima e ufficialmente unica fornitura militare italiana a Baku: la Selex Es esportò due radar di sorveglianza in Azerbaigian, poi indicati dalle relazioni ufficiali del ministero degli Esteri e dell’Agenzia delle Dogane come «Apparecchiature per la direzione del tiro».
Nel 2017 invece Leonardo firmò con Socar un accordo per «incrementare la sicurezza fisica e cyber delle infrastrutture per gli approvvigionamenti energetici e garantire maggiore efficienza alle attività della società azera». Tre anni dopo, nel febbraio 2020, il Governo firmò una lettera d’intenti con le autorità azere per l’acquisto da parte di Baku di 12 aerei da addestramento M-346 di Alenia Aermacchi, sempre di Leonardo, un’altra operazione di cui poi però non se ne fece più nulla.
Un affare ben più concreto si è tuttavia realizzato a giugno, quando Leonardo ha confermato la firma di «un contratto per il C-27J alla Forza Aerea dell’Azerbaijan», senza specificare né le cifre dell’accordo né il numero dei velivoli da trasporto tattico venduti a Baku.
Nuove opportunità però sono all’orizzonte, specie dopo la visita nel Paese a gennaio del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Secondo indiscrezioni di Repubblica, l’Azerbaigian ha una lunga lista della spesa militare da quasi 2 miliardi di euro, compresi caccia, artiglieria, missili, aerei da trasporto e, soprattutto, sottomarini. In particolare, Baku sarebbe interessata all’acquisto di navigli prodotti dalla Drass Galeazzi di Livorno, «battelli con dimensioni ridotte e prestazioni micidiali». Tutti affari per ora bloccati dal mancato nulla osta dell’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento (Uama), che regola l’export di armi dall’Italia. E così, secondo l’ultima relazione annuale al Parlamento, l’anno scorso Roma ha concesso solo due autorizzazioni per l’export a Baku di armi di piccolo calibro per un valore di 15mila euro.
Diplomazia del caviale
Le autorità azere però non si disperano e puntano invece sulla cosiddetta “diplomazia del caviale”, finanziando attività culturali nel Bel Paese.
Attraverso la Fondazione Heydar Aliyev, intitolata al padre dell’attuale presidente Ilham, nel 2013 Baku ha stanziato 110mila euro per il restauro della Sala dei Filosofi di Palazzo Nuovo dei Musei Capitolini a Roma. L’anno successivo, un altro milione di euro è arrivato per riunificare i Fori di Traiano, Augusto e Nerva nella capitale. Mentre la stessa fondazione, d’accordo con il Vaticano, ha finanziato anche il restauro delle catacombe di Commodilla alla Garbatella e di quelle dei Santi Marcellino e Pietro al Casilino, sempre a Roma. Una generosità che sa tanto di lobbismo.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-11-25 21:09:512023-11-26 21:11:57L’asse Roma-Baku: all’Italia interessano solo gli affari con l’Azerbaigian (TPI 25.11.23)
Il 24 novembre l’Armenia e l’Arabia Saudita hanno firmato un protocollo per l’instaurazione delle relazioni diplomatiche. Lo ha reso noto il ministero degli Esteri di Erevan, ripreso dall’agenzia di stampa “Armenpress”.
Il protocollo è stato firmato ad Abu Dhabi dagli ambasciatori armeno e saudita negli Emirati Arabi Uniti, rispettivamente Karen Grigoryan e Abdullah bin Sultan. Alla fine di ottobre 2021, l’allora presidente dell’Armenia Armen Sarkissian per la prima volta nella storia del Paese si era recato in visita ufficiale in Arabia Saudita, con cui Erevan non aveva rapporti diplomatici a causa del sostegno di Riad alla posizione dell’Azerbaigian nel conflitto nel Nagorno-Karabakh.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-11-25 21:06:552023-11-26 21:08:37Armenia-Arabia Saudita: firmato un protocollo per instaurazione relazioni diplomatiche (Agenzia Nuova 25.11.23)
L’ultima operazione militare condotta dall’Azerbaigian nella regione del Nagorno-Karabakh ha portato alla dissoluzione attualmente in corso della Repubblica dell’Artsakh, uno Stato non riconosciuto dalla comunità internazionale ma de facto esistente da decenni nel complesso contesto del Caucaso.
Questa piccola repubblica autoproclamata e abitata da popolazione di lingua ed etnia armena pur trovandosi in un territorio riconosciuto a livello internazionale come parte dell’Azerbaigian si trovava ormai quasi totalmente isolata e l’ultimo intervento militare compiuto da Baku ha tagliato ogni forma di comunicazione con l’Armenia, unico Paese che ha fornito sostegno all’Artsakh, e le truppe azere sono arrivate a poca distanza dalla capitale Stepanakert, costringendo il governo autoproclamato ad accettare le condizioni dell’Azerbaigian per un cessate il fuoco e iniziando così i negoziati. Colloqui che, vista la situazione di indifendibilità dell’Artsakh, hanno portato il presidente dell’autoproclamata repubblica a firmare la dissoluzione delle sue istituzioni dall’inizio del 2024.
Le origini della questione del Nagorno-Karabakh risalgono a molto tempo fa e vanno inserite nel complesso mosaico etnico della regione del Caucaso, in cui con la nascita degli Stati nazione dopo la caduta dei grandi imperi è diventato difficile tracciare linee di demarcazione precise, anche quando queste non andavano a dividere Stati sovrani ma repubbliche autonome dell’ex Unione sovietica. E così il territorio del Nagorno-Karabakh, abitato in gran parte da armeni, finì per diventare un’oblast autonoma all’interno della Repubblica socialista sovietica di Azerbaigian, collegato alla Repubblica socialista sovietica di Armenia tramite il corridoio di Lachin, tornato tristemente attuale nel corso dell’ultimo scontro armato. Oltre a questo, l’Armenia ottenne la provincia di Syunik e l’Azerbaigian l’exclave di Naxchivan in un risiko che mostra la complessità etnica dell’area.
Se la fine dell’ex Jugoslavia ha avuto esiti traumatici che ben conosciamo, il crollo dell’Unione Sovietica in molti casi non è stato da meno, non risultando sempre un processo pacifico e lineare come avvenuto per alcuni Stati divenuti indipendenti. È il caso, ad esempio, della situazione del Nagorno-Karabakh, che già alla fine degli anni ’80 era oggetto di contesa tra le repubbliche socialiste sovietiche del Caucaso che con l’indipendenza di Armenia e Azerbaigian, nel 1991, sfociò in una guerra per il suo controllo raffreddatasi solo nel 1994. Yerevan prese il controllo di gran parte della regione contesa, dando vita all’autoproclamata repubblica dell’Artsakh, non riconosciuta dalla comunità internazionale.
Da quel momento diversi scontri armati si sono succeduti, di cui uno particolarmente determinante nel 2020 che ha portato di fatto all’isolamento della piccola repubblica autoproclamata. Quando lo scorso settembre le truppe azere hanno lanciato l’attacco contro l’Artsakh, il piccolo territorio si è trovato in netta inferiorità di uomini e mezzi e si è dovuto arrendere, intraprendendo colloqui che hanno portato alla dissoluzione della repubblica.
Ora la domanda è cosa succederà ai cittadini dell’Artsakh, una realtà statale che seppur non riconosciuta è esistita per circa 30 anni e da cui molti abitanti sono fuggiti verso la vicina Armenia. In quanti di loro rimarranno? Con che status? Otterranno dall’Azerbaigian, che ne ha ripreso il controllo, uno status autonomo come succede in situazioni etniche complesse? Sono queste le incognite che dovranno trovare una risposta nei colloqui in corso.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2023-11-25 18:11:322023-11-25 18:11:42Nagorno-Karabakh: l’ultimo Stato spazzato via dalla cartina d’Europa (TPI 25.11.23)
Ha cancellato dalle mappe i separatisti del Nagorno-Karabakh in un giorno, ponendo fine a una guerra durata 30 anni e provocando una crisi umanitaria senza precedenti. Ma non ha organizzato festeggiamenti in piazza. Così il regime ha silenziato la società civile, con controlli capillari, investimenti a pioggia e repressione
Sul boulevard che costeggia il Mar Caspio e che porta al Centro culturale Heider Aliyev di Baku, in Azerbaigian, disegnato dalla compianta archistar anglo-iraniana Zaha Hadid, giovani coppie passeggiano tenendosi per mano. I bambini sfrecciano sui monopattini, i venditori ambulanti colorano il cielo con i palloncini. Non c’è una cartaccia per terra, tutto è molto ordinato, i fiori e le piante sono curati nei minimi dettagli.
Alla fine della strada pedonale, sorge questo palazzo dalle forme geometriche affusolate che è diventato uno dei simboli del nuovo skyline di Baku, la capitale dell’Azerbaigian. All’orizzonte spuntano grattacieli costruiti da grandi studi di architetti che raccontano la rinascita economica del Paese, grazie alla produzione e vendita di petrolio e gas all’Occidente, sotto il controllo del governo. Il centro culturale, inaugurato a maggio 2010, come la strada su cui sorge, è dedicato a Heider, terzo presidente del Paese morto nel dicembre 2003, e padre di Ilham che lo ha sostituito come capo di Stato ed è al potere incontrastato da vent’anni.
Blitzkrieg
Oltre a modernizzare la città Ilham Aliyev ha investito nell’apparato di sicurezza e in particolare nelle forze armate. Aliyev ha creato un esercito efficiente, moderno, ed efficace. D’altronde uno degli obiettivi più importanti per Aliyev era chiudere la partita con il Nagorno-Karabakh, l’area che si è auto-governata per oltre 30 anni, a maggioranza armena. L’autonomia della zona comincia subito dopo il collasso dell’Unione Sovietica e un conflitto che ha visto la sconfitta di Baku contro gli abitanti della zona e l’esercito armeno. Un conflitto che si è trascinato fino ad oggi.
Nel primo pomeriggio di martedì 19 settembre, un gruppo di turisti orientali si protegge dal sole caldo con ombrelli e cappellini, tutti guardano incuriositi l’entrata del centro; fanno fotografie e si mischiano ai residenti locali, come in una qualsiasi città turistica. Sembra tutto tranquillo, fino a quando la nostra guida, una giovane studentessa universitaria che non vuole essere citata per paura di ritorsioni, tira fuori il telefono. «È successo qualcosa, Internet è molto lento», fissa il cellulare con aria preoccupata. I messaggi su Whatsapp e altre piattaforme arrivano a rilento. I video su Instagram e TikTok non si caricano. Poco dopo annuncia: «È cominciata una nuova operazione in Nagorno-Karabakh; il governo non vuole che circolino altre informazioni da quelle ufficiali. Lo fanno spesso». La giovane donna, con i capelli corti e i jeans strappati, sottolinea come non ci siano media indipendenti e che della propaganda ufficiale non ci si può fidare. «Né da una parte, né dall’altra». La maggior parte delle informazioni le ottiene dai social media. «Anche i soldati postano in continuazione».
Sul taxi, la radio diffonde la versione ufficiale che viene ripetuta allo sfinimento su tutti i canali: 11 persone sono state uccise da una mina piantata dai separatisti, tra queste ci sarebbero due civili. Secondo il governo, questa è l’ennesima violazione degli accordi del 2020, una provocazione. Così Ilham Aliyev ha dato il via libera a una nuova operazione che in meno di 24 ore ha portato alla resa incondizionata e al completo “riassorbimento” della regione autonoma nel territorio azero. In meno di una settimana, quasi tutta la popolazione armena è fuggita, circa 120mila persone, creando una catastrofe umanitaria. I soldati sono stati accusati di violenze e ritorsioni. Con questo attacco Aliyev ha sorpreso tutti; fino all’ultimo momento il presidente azero aveva escluso l’uso della forza con tutti i partner internazionali, rassicurandoli in diverse occasioni. E, invece, il 19 settembre ha visto un’opportunità per chiudere questa guerra durata più di trent’anni.
L’autocrazia in borghese
Tra la gente, a Baku, la notizia viene assorbita con cautela. Tra stupore, attesa e mal contento represso. A porte chiuse si piangono i morti di questa nuova operazione, almeno 200 secondo il governo, e si invoca la pace. Ma per le strade non si parla, le proteste non esistono. E chiunque sui social media esprima delle opinioni contro la guerra o il governo, viene chiamato in caserma e arrestato quindi bollato come traditore dalla propaganda governativa. L’apparato di sicurezza del Paese è molto efficace e allo stesso tempo ben nascosto. Nella capitale, che conta oltre tre milioni di abitanti su un totale di nove, ci sono migliaia di agenti in borghese che ascoltano, controllano, monitorano. Si mescolano tra la folla, pronti a intervenire nel momento del bisogno o come forza preventiva. Un controllo sociale capillare, ma mai evidente. Infatti, non ci sono pattuglie di soldati, né tantomeno volanti della polizia. Per la strada non ci sono cartelloni di propaganda che spesso adornano le strade di città in guerra o controllate da un regime. Un’autocrazia visibile agli occhi di chi vuole vedere.
«Oramai il governo è talmente forte che non ha bisogno di fare propaganda o avere un controllo evidente per le strade. Di fatto, la società civile non è più una minaccia, è stata completamente silenziata», spiega a TPI Samad Rahimli, giurista per i diritti umani che sottolinea come la mancata presenza di militari non deve ingannare perché in realtà c’è un controllo sociale molto forte, anche grazie a migliaia di informatori. E non esistono libertà personali. Fa alcuni esempi: «Per i matrimoni e i funerali si deve chiedere il permesso alla polizia. Di solito si presentano alle cerimonie», racconta. Una maniera, secondo lui, per far capire alla popolazione che nulla sfugge agli occhi attenti dello Stato che non ammette alcuna voce fuori dal coro. Poi racconta di come l’opposizione non riesca a organizzare un congresso, «le location a pagamento si rifiutano di ospitarli o cancellano all’ultimo minuto». Le organizzazioni della società civile «non possono avere un incontro a porte chiuse. È impossibile. Addirittura, vengono fatte delle pressioni sui proprietari degli immobili che con pretesti futili recidono i contratti di affitto a chi partecipa a qualche attività». E aggiunge: «Tra le norme che hanno varato c’è anche quella contro le ong, che è particolarmente problematica. In pratica, nessuno può ricevere fondi dall’estero e nessuno ha soldi per operare. Quindi non esistono ong».
Controllo sociale
Rahimli spiega come questa svolta nella repressione sia cominciata dieci anni fa. Il movimento giovanile Nida era molto partecipato, l’opposizione stava crescendo. Nel 2013, Aliyev è stato riconfermato presidente per la terza volta e un mese dopo la sua vittoria è scoppiata la protesta in Ucraina contro le influenze russe e per un futuro più vicino all’Europa. «Era una rivoluzione colorata che voleva cambiare le cose. Noi capivamo bene che cosa volesse dire, anche noi facevamo parte dell’Unione Sovietica e l’influenza di Mosca si sente molto. Secondo me, Aliyev ha avuto paura, non ha voluto correre rischi che le proteste dilagassero anche qui». E così sono cominciati gli arresti e le violenze. Nuove leggi hanno limitato drammaticamente la libertà di espressione e cancellato la libertà di riunirsi. L’opposizione è rimasta paralizzata, incapace di rispondere o arginare gli attacchi. Il tutto, mentre grandi somme di denaro venivano elargite a cascata nella società. Migliaia di cittadini sono stati assunti nel pubblico impiego.
Bahruz Samadov, nel 2013 aveva 18 anni. Da poco più di un anno partecipava al movimento giovanile Nida. Aveva grandi speranze, racconta di un’atmosfera frizzante con dibattiti e confronti. «La società civile era forte», ricorda. Oltre alle proteste in Ucraina, le cosiddette Primavere Arabe erano diventate un’ispirazione. Tutti speravano in un cambiamento. Ma il governo ha capito prima di tutti di dover agire e falcidiare il movimento sul nascere.
«Hanno cominciato piano, una persona alla volta. Ma in pochi mesi tutti i leader del movimento sono stati arrestati e molti altri ancora», racconta Samadov a TPI, sottolineando come in quel frangente il partito di opposizione abbia «perso la faccia» per non essere riuscito a rispondere agli attacchi contro la società civile, ma anche per non avere avuto una chiara posizione sul conflitto. Tutti i cittadini hanno cominciato ad avere paura, e la maggior parte ha preferito il quieto vivere, girandosi dall’altra parte, e allontanandosi il più possibile da qualsiasi forma di partecipazione politica. In molti, soprattutto giovani, si definiscono apolitici. «Nelle università c’è un serio controllo, riflette la macchina disciplinare del governo su tutta la società». Se uno studente o una studentessa scrive in rete qualsiasi cosa che possa essere percepito come politico, viene chiamato e ripreso. «Spesso lo fanno in maniera pubblica per umiliarti. Pressano per rimuovere il post incriminato e ti spingono a non esprimerti», ci racconta una studentessa universitaria. «In alcuni casi hanno corrotto i professori per far bocciare gli studenti più problematici».
Conflitto & Identità
Samadov ha lasciato Baku e ora è dottorando alla Charles University a Praga, scrive su giornali internazionali della guerra e della repressione. «A fine agosto in ambienti militari circolavano voci di una possibile escalation. Non ho perso tempo e ho preso il primo aereo che mi portasse fuori dal Paese. Non sono in prigione per una casualità». Quattro suoi cari amici sono stati arrestati, hanno subito un fermo amministrativo per un mese. «Hanno scritto su Facebook che erano contrari a questa operazione. Sono ancora in prigione. Mi sento in colpa di essere riuscito a fuggire». Da anni Samadov critica la guerra. Dal collasso dell’Unione Sovietica, spiega, la formazione dei nuovi Stati nazione ha portato solo a un bagno di sangue. «Dovunque ci sono stati solo conflitti». Durante la prima guerra del Nagorno-Karabakh (1988-1994), ricorda il massacro degli azeri a Khojaly nel 1992, centinaia di civili vennero uccisi dalle forze armene molto più preparate di quelle azere. Da lì a poco arrivò la sconfitta in guerra e quindi la perdita di controllo sul Nagorno-Karabah e su sette province limitrofe. Risultato, centinaia di migliaia di profughi sono arrivati a Baku nel caos. Mancanza di viveri, nessun aiuto internazionale. Nell’aprile del 1993 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha varato quattro risoluzioni che stabilivano l’area come parte dell’Azerbaigian e il diritto a garantire la continuità territoriale. «È stato uno choc per tutti. Il massacro, la guerra, ha plasmato l’identità nazionale e siamo entrati in questa mentalità da vittime. La verità è che entrambe le parti hanno partecipato a crimini di guerra. Bisogna tornare a un dialogo per la pace e la convivenza come abbiamo fatto per migliaia di anni».
Secondo l’analista politico Anar Mammadil, le paure degli armeni che scappano, sono più che giustificate. Alcuni giornalisti hanno raccolto le testimonianze di aggressioni delle truppe azere nei confronti dei civili armeni. «Il governo non ha dato garanzie di sicurezza. Spero che le cose cambieranno e che a un certo punto tornino. È molto triste che se ne siano andati. Ma Baku deve cercare un dialogo, la pace». Finora non sono stati fatti passi avanti. «Il risultato della guerra del 2020 era chiaro, perché non cercare delle vie diplomatiche?».
Infatti, per Mammadil questi ultimi tre anni sono stati un’occasione persa, si poteva costruire un percorso di pace, ma tutti gli attori sono rimasti statici sulle loro posizioni «e le potenze locali e internazionali hanno fatto solo i loro interessi». Non c’è mai stato un vero confronto su come continuare, su come ottenere la pace. E lui avrebbe una proposta: «Per prima cosa il governo dovrebbe demilitarizzare tutta la zona, nemmeno le forze di pace russe dovrebbero rimanere ed è necessario consegnare l’area ai civili. Poi dovrebbero costruire delle forze locali miste, in cui ci sia una forte partecipazione armena». Sottolinea come sia importante riconquistare la fiducia, «ma l’Azerbaigian deve essere più trasparente». Nemmeno lui si aspettava questa operazione. «È stato tutto molto veloce, e il disarmo è stato una sorpresa più che altro perché non c’è nessun accordo scritto”.
Chi arma Baku
Da quando Ilham Aliyev ha preso il potere, ha cominciato a ristrutturare le forze militari, modernizzare gli arsenali, crescere nelle capacità operative. Oggi l’Azerbaigian riserva quasi 3 miliardi di dollari l’anno alla Difesa. «In questi anni, le entrate delle risorse energetiche sono state investite nel settore della sicurezza», aggiunge Nona Mikhelidze, ricercatrice dell’Istituto Affari Internazionali (Iai). Secondo diversi analisti militari le capacità azere superano quelle armene, grazie anche a un arsenale che comprende droni e missili ad alta tecnologia.
Infatti Baku compra soprattutto da Russia, Israele e Turchia. «La differenza nella costruzione del comparto militare l’hanno fatto questi tre Paesi», con la grande contraddizione russa. «L’Armenia fa parte dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Otsc) che ha un articolo 5 simile a quello della Nato per cui se un Paese membro viene aggredito, gli altri devono rispondere. La Russia non solo non ha appoggiato l’Armenia, ma vendeva le armi a Baku». Secondo la studiosa non dovrebbe esserci pericolo di una nuova campagna militare, «di fatto hanno ripreso tutto quello che volevano. Ufficialmente non hanno altre pretese, ma bisogna capire che cosa succederà al corridoio di Zangezur e a quello di Lachin. La situazione rimane molto delicata».
Nuove tensioni
Ma non solo: l’Armenia ha paura che il conflitto dilaghi a marzo 2024, alla fine dell’inverno quando tutte le operazioni militari a causa del terreno fangoso, si fermano. Se Yerevan ha ufficialmente riconosciuto l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, Baku non ha fatto lo stesso. La paura di un nuovo conflitto serpeggia anche a Baku. Dopo il discorso di Aliyev per la vittoria nessuno è sceso in piazza a festeggiare.
Per Mikhelidze questo è un segnale positivo: «Lascia la speranza di una coesistenza pacifica, non c’è più questa voglia di vendetta che porta a festeggiare». Ma secondo T.S., una giornalista locale, «non riusciamo veramente a digerire quello che sta succedendo». T.S. ha accettato di rispondere a qualche domanda di TPI solo a patto di non venire riconosciuta, «rischio il mio posto di lavoro e molto di più», ammette nel cortile interno di un’enoteca che vende vini da tutto il mondo e serve pietanze locali.
«La storia si ripete e io ho paura. Non credo che il conflitto sia finito, chi ci dice che tra dieci anni non ci troveremo nella stessa situazione?». Nota anche come in nessun negoziato sia presente una donna. «Sappiamo bene come le donne siano le prima garanti e promotrici di pace, per questo è necessario coinvolgerle», sospira. C’è chi dice che nemmeno il governo volesse festeggiamenti di piazza. «La situazione è incerta, l’inflazione è altissima, le persone cominciano a fare fatica. E un grande raduno di piazza potrebbe trasformarsi in un momento per sfogare la rabbia».
Insomma Aliyev sembra aver perso del consenso, ma grazie alla repressione e il senso di patriottismo instillato perennemente da tutti i media è ancora saldamente al comando con una società silenziata. Una sorta di auto censura preventiva per non incorrere in problemi. Negli ultimi 20 anni Aliyev ha giocato moltissimo sul nazionalismo, accentuando il carattere laico del governo e del Paese.
Oggi Baku è una delle mete preferite nel Caucaso. Accoglie turisti da tutto il mondo. Quello che stupisce di Baku è la sovrapposizione di architetture e stili. Gli imperi passati in questa terra hanno lasciato le loro tracce. Da quello ottomano ai francesi venuti per il petrolio e che hanno costruito palazzi a ridosso del centro. Poi i casermoni sovietici che ospitano migliaia di famiglie. E quindi nuovi grattacieli con forme affusolate e futuristiche. Oltre al centro Haider Aliyev, anche le Flame Towers sono un simbolo della città. Un complesso residenziale con tre grattacieli di altezze diverse di cui il più alto tocca i 190 metri. Sono costruiti sull’altura che domina Baku e si vedono da diversi punti. Ogni sera, dopo il tramonto, sulla loro superficie viene proiettato il video di un uomo stilizzato che sventola la bandiera azera. Ogni sera. È impossibile non notarle nel nuovo skyline di Baku.
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.Ok