Il genocidio degli armeni fu pianificato. Ecco la prova (Agi.it 26.04.17)

“La pistola fumante del genocidio armeno”. Questa la definizione che Taner Akcam, docente turco di storia presso la Clark University del Worcester, ha dato del ritrovamento degli ultimi documenti relativi una delle questioni più controverse della storia turca. Fonte inesauribile di polemiche tra Ankara e la comunità internazionale, Vaticano incluso, consumate senza tregua sull’utilizzo della parola “genocidio”. Termine tabù in Turchia ed “inaccettabile” per il presidente Recep Tayyip Erdogan.

La pistola fumante che potrebbe far superare un’impasse su cui si discute da 102 anni si è appalesata sotto forma di un telegramma originale relativo ai processi che seguirono il massacro, riemerso da un archivio del patriarcato armeno di Gerusalemme. Lo storico, che con spirito da detective ha ricostruito minuziosamente la catena di connivenze e responsabilità del genocidio, è risalito a Behaeddin Shakir, l’ufficiale dell’impero che avrebbe reso esecutivo il “primo genocidio del ventesimo secolo”.

Il telegramma perduto (e ritrovato)

Il telegramma in questione, come una montagna di altri documenti, finì impilato in 24 scatoloni imbarcati in fretta e furia su una nave che li avrebbe portati in Inghilterra nel 1922, quando i nazionalisti turchi stavano prendendo il potere nel Paese e in particolare nel nord est, nella regione di Erzurum, landa gelida di montagne e altopiani teatro della strage.
Gli scatoloni contenenti la “pistola fumante” finirono poi in Francia e in ultimo a Gerusalemme, dove dopo anni di tentativi a vuoto il professor Akcam è riuscito finalmente a visionarne una parte. Il colpo di scena arriva per grazie a Krikor Guerguerian, monaco armeno scampato ai rastrellamenti, che negli anni 40 al Cairo apprende da un ex giudice ottomano che i documenti sono a Gerusalemme. Guerguerian ci va e li fotografa, prima che finiscano nelle mani di suo nipote a New York. La conferma Akcam la trova nel confronto tra i documenti fotografati dal monaco e le lettere dell’epoca conservate negli archivi di Istanbul.

Una controversia lunga oltre un secolo

La storia ricompone un puzzle che vide il 24 aprile di 102 anni fa Bahaeddin Shakir ordinare dei rastrellamenti in cui sarebbero morti un milione e mezzo di persone, 450 mila secondo i turchi. La storia di Shakir continua con un ergastolo in contumacia, una fuga in Germania dove la parola fine e la parola vendetta si sovrappongono quando due sicari armeni gli sparano alla testa mentre rientrava a casa.

Manca ancora la parola fine e la questione è ancora in ballo per quanto riguarda l’accettazione del genocidio da parte di Ankara e di buona parte dei turchi che, a prescindere dal credo politico, negano fino alla fine che di genocidio si trattò.
Difficile, quasi impossibile che Erdogan volti pagina in questo senso, almeno fino a quando gli Stati Uniti, sempre preoccupati di non inimicarsi un alleato Nato fondamentale in Medio Oriente, non prenderanno una posizione precisa sull’argomento. Una pietra sulle polemiche relative il termine “genocidio”, che hanno minato le relazioni con Francia, Russia, Germania e con Papa Francesco, più delle ricerche di Akcam, potrebbe metterla il presidente americano Donald Trump.

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Genocidio degli armeni, trovata la ‘pistola fumante’ (L’Indro 26.07.17)

Lo scorso lunedì 24 aprile è stato ricordato il 102esimo anniversario del genocidio armeno perpetrato dal Governo dei Giovani Turchi a partire dal 1915. Lo sterminio di circa un milione e mezzo di armeni non è mai stato riconosciuto da Ankara  -il Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, quest’anno ha ammesso l’importante partecipazione della comunità armena nella storia del suo Paese, ma ha chiesto di «non approfittare della storia», aggiungendo che «oggi, come ieri, gli armeni svolgono importanti ruoli nella vita sociale, politica e commerciale del nostro Paese, in cui sono cittadini liberi ed eguali», affermazione questa che è stata contestata dalle organizzazioni per i diritti umani che denunciano una quotidiana discriminazione, a partire proprio dalla negazione del genocidio.

Per più di un secolo, infatti, la Turchia ha negato ogni ruolo nell’organizzazione dell’uccisione degli armeni, oramai definito ‘genocidio’ dalla maggioranza degli storici,  forte del fatto che nessuna effettiva prova documentale è mai stata trovata. Fonte inesauribile di polemiche tra Ankara e la comunità internazionale, Vaticano incluso, consumate senza tregua sull’utilizzo della parola ‘genocidio’. Termine tabù in Turchia ed ‘inaccettabile’ per Erdogan. Ora, dopo 120 anni, questa prova che attesta in genocidio sarebbe stata trovata. É stata definita «la pistola fumante del genocidio armeno» da Taner Akcam, storico e sociologo turco, docente di storia presso la Clark University del Worcester, autore del ritrovamento.

Quella che è considerata una delle questioni più controverse della storia turca potrebbe essere superata e divenire un fatto incontestabile dal punto di vista documentale, grazie a un telegramma originale relativo ai processi che seguirono il massacro, riemerso da un archivio del patriarcato armeno di Gerusalemme. Telegramma ritrovato da Akcam.  Lo storico, che con spirito da detective ha ricostruito minuziosamente la catena di connivenze e responsabilità del genocidio, è risalito a Behaeddin Shakir, l’ufficiale dell’impero che avrebbe reso esecutivo il ‘primo genocidio del ventesimo secolo’. Il telegramma in questione, come una montagna di altri documenti, finì impilato in 24 scatoloni imbarcati in fretta e furia su una nave che li avrebbe portati in Inghilterra nel 1922, quando i nazionalisti turchi stavano prendendo il potere nel Paese e in particolare nel nord est, nella regione di Erzurum, landa gelida di montagne e altopiani teatro della strage.

Gli scatoloni contenenti la ‘pistola fumante’ finirono poi in Francia e in ultimo a Gerusalemme, dove dopo anni di tentativi a vuoto il professor Akcam è riuscito finalmente a visionarne una parte. Il colpo di scena arriva per grazie a Krikor Guerguerian, monaco armeno scampato ai rastrellamenti, che negli anni 40 al Cairo apprende da un ex giudice ottomano che i documenti sono a Gerusalemme. Guerguerian ci va e li fotografa, prima che finiscano nelle mani di suo nipote a New York. La conferma Akcam la trova nel confronto tra i documenti fotografati dal monaco e le lettere dell’epoca conservate negli archivi di Istanbul.

«Era una giornata di pioggia», afferma Akcam, ricordando la sua scoperta, «ho visto questo telegramma nell’archivio. Sono uscito e rimasto sotto la pioggia per 15 minuti, alzando le mie mani al cielo e dicendo ‘grazie a Dio l’ho trovato’».

La storia ricompone un puzzle che vide il 24 aprile di 102 anni fa Bahaeddin Shakir ordinare dei rastrellamenti in cui sarebbero morti un milione e mezzo di persone, 450 mila secondo i turchi. La storia di Shakir continua con un ergastolo in contumacia, una fuga in Germania dove la parola fine e la parola vendetta si sovrappongono quando due sicari armeni gli sparano alla testa mentre rientrava a casa.
Manca ancora la parola fine e la questione è ancora in ballo per quanto riguarda l’accettazione del genocidio da parte di Ankara e di buona parte dei turchi che, a prescindere dal credo politico, negano fino alla fine che di genocidio si trattò.

Difficile, quasi impossibile che Erdogan volti pagina in questo senso, così come lo stesso Presidente americano Donald Trump, come riconosce in una intervista rilasciata al ‘New York Times’ lo stesso Akcam, visto che gli Stati Uniti sono preoccupati di non inimicarsi un alleato Nato fondamentale in Medio Oriente. Infatti Trump, come il predecessore Barack Obama, si è guardato bene dall’usare la parola genocidio nel ricordare l’uccisione di 1,5 milioni armeni nei territori dell’impero ottomano. Il 45esimo presidente definisce il cosiddetto ‘Meds Yeghern’ come «una delle peggiori atrocità di massa del ventesimo secolo». Un anno fa Obama aveva parlato della «prima atrocità di massa del ventesimo secolo» ma nella sua prima campagna elettorale aveva usato senza giri di parole il vocabolo ‘genocidio’.

Sia nel comunicato diffuso dalla Casa Bianca, sia in quello di un anno fa – quando al potere c’era ancora Obama – Washington parla di un milione e mezzo di armeni “deportati, massacrati o fatti marciare fino alla morte” negli anni finali dell’impero ottomano. Se il 44esimo presidente aveva parlato di «giorni bui» per gli armeni, il suo successore cita «questo capitolo buio della storia dell’umanità». Come Obama, anche Trump sostiene che «dobbiamo ricordare queste atrocità per prevenire che si verifichino di nuovo». Entrambi hanno lodato la “resilienza” del popolo armeno.
Trump «dà il benvenuto agli sforzi di turchi e armeni per riconoscere e valutare con dolore la storia, un passo cruciale per costruire le basi per un futuro più tollerante e giusto».
Obama aveva «dato il benvenuto all’espressione di visioni di chi ha cercato di gettare nuova luce sull’oscurità del passato, dagli storici turchi e armeni a Papa Francesco». Sia l’uno, sia l’altro leader Usa evitano di essere espliciti nel criticare il gesto turco, l’anno scorso definito genocidio da Papa Francesco (cosa che sollevò le polemiche del governo turco di Recep Tayyip Erdogan) e proprio ieri definito e riconosciuto ufficialmente come ‘genocidio’ dalla Repubblica Ceca.

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Nagorno-Karabakh: ministro Esteri azero, pronti a colloqui concreti con l’Armenia (Agenzianova 26.04.17)

Baku, 26 apr 16:27 – (Agenzia Nova) – L’Azerbaigian è pronto per dei colloqui concreti con l’Armenia sulla disputa del Nagorno-Karabakh. Lo ha detto il ministro degli Esteri azero, Elmar Mammadyarov, in un’intervista all’agenzia di stampa “Trend”. “Ci sono state diverse discussioni sulla soluzione del conflitto nel Nagorno-Karabakh durante la riunione dei presidenti (di Azerbaigian e Armenia) a San Pietroburgo, su invito e iniziativa del presidente russo Vladimir Putin. All’inizio di quest’anno abbiamo avuto un incontro con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a Mosca. I co-presidenti del gruppo Minsk dell’Osce (Russia, Stati Uniti e Francia) hanno visitato la regione e hanno espresso le loro opinioni alle parti”, ha ricordato Mammadyarov, secondo cui “i passi da intraprendere per ottenere progressi nella risoluzione del conflitto e nel piano da realizzare sono ben noti a tutti”. In primis, spiega il ministro, “la presenza delle forze armate dell’Armenia nei territori azeri occupati e l’occupazione militare de facto sono i principali ostacoli alla soluzione del conflitto”. (segue) (Res)

AMERICA/STATI UNITI – Anche il Presidente Trump evita di usare l’espressione “Genocidio Armeno” (Agenzia Fides 25.04.17)

Washington – (Agenzia Fides) – Il Presidente USA Donald Trump, nella giornata di lunedì 24 aprile, ha dedicato un pronunciamento ufficiale ai massacri pianificati subiti nella Penisola anatotica dagli armeni 102 anni fa, ma ha evitato di applicare a quei massacri sistematici la definizione di “Genocidio armeno”, accodandosi alla linea seguita dai suoi ultimi 4 predecessori per non suscitare reazioni risentite da parte della Turchia.
In passato, i Presidenti USA Jimmy Carter e Ronald Regan avevano usato l’espressione “Genocidio armeno”, ma poi, da George H.W Bush a Barack Obama, l’espressione è scomparsa dai pronunciamenti dei leader della Casa Bianca.
L’attuale Presidente USA, noto per il suo modo disinibito di esprimersi senza eccessivi scrupoli diplomatici anche su questioni delicate di portata internazionale, ha definito i massacri degli armeni perpetrati durante la Prima Guerra Mondiale “una delle peggiori atrocità di massa compiute nel XX secolo”, ricordando che “a partire dal 1915, un milione e mezzo di armeni furono deportati, massacrati o condotti alla morte negli ultimi anni dell’Impero Ottomano”. Si è poi unito al lutto della comunità armena sparsa nel mondo “per la perdita di di vite innocenti e le sofferenze sopportate da tanti”. Espressioni simili a quelle usate dagli ultimi Presidenti USA.
La stampa USA ricorda che il Presidente Obama, anche a motivo delle pressioni turche sul Congresso USA, aveva accantonato la promessa fatta durante una campagna elettorale di riconoscere la natura genocidiaria dei massacri subiti dagli armeni più di un secolo fa. Viene sottolineato anche che il Presidente Trump è stato il primo leader occidentale a congratularsi con il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan dopo i risultati del referendum svoltosi in Turchia il 16 aprile, che consentiranno all’uomo forte di Ankara di allargare ulteriormente i suoi poteri.
Mentre i Presidenti USA si astengono dal riconoscere ufficialmente il Genocidio Armeno, nel 2016 il Congresso USA e anche il Segretario di Stato USA John Kerry hanno voluto definire “Genocidio” le violenze subite in Medio Oriente da cristiani e da altre minoranze etnico-religiose da parte dei miliziani del sedicente Stato Islamico (Daesh). Sulla base di quei pronunciamenti, come riferito dall’Agenzia Fides (vedi Fides 19/5/2016) era stata prospettata anche la possibilità di destinare forniture militari USA a sedicenti “milizie cristiane” operative nella Piana di Ninive, giustificando tale operazione come parte della lotta contro i jihadisti di Daesh. In Quel contesto, contattato dall’Agenzia Fides (vedi Fides 18/3/2016), l’Arcivescovo siriano Jacques Behnan Hindo, alla guida dell’arcieparchia siro cattolica di Hassakè-Nisibi, aveva definito il percorso che aveva portato l’Amministrazione USA a riconoscere come “Genocidio” le violenze perpetrate da Daesh sui cristiani come una “operazione geopolitica che strumentalizza la categoria di Genocidio per i propri interessi”. (GV) (Agenzia Fides 25/4/2017).

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Armeni 1915: Trump parla di «atrocità», ma non usa la parola genocidio (Il Secolo d’Italia 24.04.17)

Le esigenze della geopolitica prevalgono talvolta sulla verità storica. È quello che succede regolarmente nel caso del genocidio degli armeni perpetrato dai Giovani Turchi tra il 1915 e il 19i6. Ankara continua a negare le responsabilità turche su quello che rimane il primo genocidio (cronologicamente parlando) del XX secolo. È un assurdo negazionismo di Stato che è ispirato da motivazioni nazionalistiche. Ma che purtroppo risulta avallato dalle massime autorità mondiali. E tra queste c’è -ci dispice il rilevarlo-  anche presidente americano Donald Trump. Il numero  uno di Washington ha parlato  ieri  di «atrocità di massa»  commesse dal 1915 contro gli armeni, ma senza citare la parola genocidio. In un comunicato diffuso dalla Casa Bianca nel giorno del ricordo  armeno, il presidente cita «le deportazioni, i massacri, gli armeni  costretti a camminare verso la morte negli ultimi anni dell’impero ottomanno» e riconosce «la resilienza degli armeni». Parole certo forti, ma tra le quali non c’è, appunto,  genocidio. Particolare significativo: neanche il predecessore di Trump, Barack Obama, ha mai parlato di genocidio degli armeni, segno eloquente che ci troviamo di fronte a una sorta di convenzione semantica volta a non irritare, evidentemente, l’alleato turco.  «Dobbiamo ricordare le atrocità per evitare che accadano di nuovo», ha quindi aggiunto Trump, limitandosi a esprimere il favore con cui gli Stati Uniti accolgono gli «sforzi di armeni e turchi di riconoscere e  venire a patti con la storia dolorosa, un passo cruciale per costruire le fondamenta di un futuro più giusto e tollerante».


>> Trump come Bush e Obama: quello degli armeni non è genocidio (Mainfatti.it 26.04.17)

In Fondazione Bml il ricordo del genocidio degli armeni (Luccaindiretta.it 25.04.17)

Domani (26 aprile) alle 16 50&Più Università Lucca organizza, alla Fondazione Banca del Monte di Lucca, un nuovo appuntamento per ricordare il primo tragico genocidio del XX secolo (1915-1916) che condusse alla deportazione ed eliminazione, per mano del governo turco, del popolo armeno nella misura, secondo il triste bilancio riportato dagli storici, di oltre 1,2 milioni di persone innocenti. Per l’occasione verrà presentato il film autobiografico di Henri Verneuil Mayrig, appassionato e coinvolgente, diretto dallo stesso autore e interpretato da Omar Sharif e Claudia Cardinale.

Il film, in gran parte autobiografico, racconta la storia del giovane Azad, originario dell’Armenia e costretto a trasferirsi a Marsiglia, con la sua famiglia, per sfuggire al massacro. In particolare il ricordo del protagonista si concentra sulla figura della madre (mayrig, in armeno) e dei suoi tentativi per sopravvivere in un ambiente inizialmente molto ostile. Proprio lei si dimostrerà in grado di affrontare gli eventi e di perforare il muro di diffidenza che li circonda.
Introduzione a cura del professor Marco Vanelli. Ingresso libero.

Genocidio armeno. «La mia ultima scoperta rimuoverà l’ultimo mattone del muro negazionista turco» (Tempi 24.04.17)

«Ho trovato la pistola fumante che mancava. Questa scoperta è un vero terremoto e spero che rimuoverà l’ultimo mattone nel muro negazionista». Taner Akcam, storico turco presso l’università Clark di Worcester, ha dedicato decenni di studi e ricerche a provare che il genocidio armeno è stato condotto e premeditato dai fondatori della moderna Turchia. Ora, spiega al New York Times, ha trovato la prova che gli mancava.

GENOCIDIO ARMENO. Oggi ricorre il 102esimo anniversario del genocidio armeno. Tra il 1915 e il 1923 un milione e mezzo di armeni vennero sterminati sotto l’Impero Ottomano in disfacimento all’inizio della Grande Guerra, dominato fin dal 1908 dal partito ultranazionalista dei “Giovani Turchi”. Gli armeni, che si erano stanziati in Anatolia secoli prima dell’arrivo dei sultani islamici, si trovarono improvvisamente colpevoli di vivere nella propria terra e di essere armeni. Cioè non turchi, quindi ostacolo alla creazione di quella nazione omogenea dal punto di vista etnico e religioso favoleggiata dai sostenitori del motto “la Turchia ai turchi”. Alla tragedia il nuovo numero di Tempi, in edicola da giovedì, dedica un ampio e nutrito servizio sulla mostra Metz Yeghern a Milano.

«PROVA FONDAMENTALE». Akcam, il docente turco, ha finalmente ritrovato e decifrato un documento «fondamentale»: si tratta di un telegramma in codice inviato nel 1915 da Behaeddin Shakir, alto ufficiale dell’Impero Ottomano residente nella città turca di Erzurum, per chiedere i dettagli delle deportazioni e del massacro degli armeni in Anatolia. Considerato uno degli organizzatori del genocidio, è stato processato per crimini contro l’umanità anche a causa del citato telegramma, poi sparito. Shakir sfuggì alla condanna a morte di un tribunale militare, per essere assassinato pochi anni dopo a Berlino.

TELEGRAMMA RITROVATO. Il telegramma, ha ricostruito il professore, è stato spedito in Inghilterra insieme a migliaia di altri documenti nel 1922, quando gli armeni rimasti a Istanbul temevano che le prove sarebbero state distrutte dai turchi. Da qui i documenti sono arrivati a Gerusalemme, passando per la Francia. L’archivio dove sono conservati non è mai stato aperto ad Akcam, che ha trovato però una foto del telegramma a New York, nelle mani del nipote di un monaco armeno sopravvissuto al genocidio. Questi, negli anni Quaranta, si era recato a Gerusalemme per fotografare tutto su consiglio di un giudice ottomano che aveva condotto i processi sullo sterminio alla fine della guerra.

«RICONOSCERE GLI ERRORI». Il telegramma criptato è stato decifrato e rappresenta una prova inequivocabile della volontà del governo di sterminare sistematicamente gli armeni. «Io sono turco», spiega Akcam, «e credo fermamente che la democrazia e i diritti umani potranno essere stabiliti in Turchia solo se il paese affronta la sua storia e ammette i suoi errori». Anche se, conclude, credo che «nonostante le prove ci vorrà molto tempo».

Leggi di Più: Genocidio armeno. «Ecco la prova che mancava» | Tempi.it

Genocidio armeno. Trovata a Gerusalemme la “Pistola Fumante”. Oggi in tutto il mondo si ricorda lo sterminio (marcotosatti.com 24.07.17)

MARCO TOSATTI

Centodue anni fa a Costantinopoli cominciava con il massacro di intellettuali, uomini politici e gente comune il genocidio degli Armeni, il primo del secolo dei genocidi, l’evento da cui Hitler e i suoi complici avrebbero tratto ispirazione e know how per il massacro degli ebrei. Quest’anno la data, che viene ricordata in tutto il mondo dalle comunità e dalle Chiesa armene è segnata da una scoperta particolare e particolarmente importante. Taner Akcam, uno studioso di storia che insegna negli Stati Uniti, nell’università del Massachusetts, ha reso noto di aver portato alla luce e decifrato una prova decisiva per assegnare al governo centrale turco dell’epoca la responsabilità dello sterminio.

La Turchia porta avanti da sempre una politica negazionista attiva e aggressiva. È di qualche settimana fa la notizia che l’Ambasciata di Turchia in Italia ha inviato una lettera a diversi sindaci italiani per intimare loro di non usare più la parola “genocidio” per definire le stragi avvenute dal 1915 al 1919, costate la vita a un milione e mezzo di armeni cristiani. L’ultimo comune italiano che aveva riconosciuto il genocidio armeno, con una delibera comunale, è stato Agnone, in provincia di Isernia. Molti altri comuni hanno già preso questa decisione.

Ne ha parlato Il Messaggero 

L’ambasciatore, con un’iniziativa che è certamente assimilabile a un’interferenza e un’ingerenza improprie, consiglia ai comuni di “astenersi a prendere parte a iniziative unilaterali”. E’ una mossa diplomatica che avrebbe meritato un richiamo ufficiale da parte della Farnesina, di cui però non si ha notizia; e sembra improbabile che Alfano trovi il coraggio necessario a farlo. Nonostante che nel1987 il Parlamento Europeo abbia votato una Risoluzione in cui si riconosceva che “durante la Prima Guerra Mondiale i massacri perpetrati dalla Turchia costituiscono crimini riconosciuti dall’Onu come genocidio. La Turchia è obbligata a riconoscere tale genocidio e le sue conseguenze”. Risoluzione ribadita anche il 15 aprile del 2015 in cui si deplorava “fermamente ogni tentativo di negazionismo”.

Adesso Taner Akcam, della Clark University, ha aggiunto un elemento fondamentale alla massa di prove che testimoniano come la distruzione della più grande comunità cristiana del Medio Oriente fosse stata pianificata, e non frutto di circostanze casuali, per quanto drammatiche, come sostengono i negazionisti. Akcam ha trovato nell’archivio del Patriarcato Armeno di Gerusalemme uno dei telegrammi cifrati con gli ordini relativi al massacro. Subito dopo la fine della guerra i processi svoltisi in Turchia portarono all’incriminazione di numerosi responsabili, fra cui Behaddin Shakir. La prova fondamentale fu un telegramma in codice, poi decifrato. Ma negli anni successivi, con l’inizio della politica negazionista il telegramma e altre prove, fra cui testimonianze giurate, scomparvero, lasciando gli storici in difficoltà. “Questa è la pistola fumante”, ha dichiarato al New York Times Taner Akcam. Il telegramma, in codice, inviato da un alto ufficiale a Erzerum, chiedeva notizie a un suo collega sul campo su come stessero procedendo deportazione e massacro degli Armeni nell’Anatolia orientale. Shakir fuggì in Germania, prima di essere processato, ma fu ucciso da due armeni le cui famiglie erano state distrutte nel Genocidio.

C’è molta attesa per vedere in che modo Donald Trump affronterà il problema del riconoscimento o meno del Genocidio armeno. Obama promise di farlo, ma per due mandati consecutivi si rimangiò la promessa. Il riconoscimento del genocidio armeno, Mètz Yeghern, il Grande Male, in armeno, è un problema anche in Israele. Nei giorni scorsi la Knesset ha rinviato la discussione sull’eventuale riconoscimento del genocidio Armeno per non creare problemi nei rapporti con la Turchia.

Ecco il link all’articolo del New York Times

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Bari – Mostra fotografica Hrand Nazariantz. Le tracce e il volto (Puglialive 24.04.17)

Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Archivio di Stato di Bari – Sala conferenze Cittadella della Cultura, via Pietro Oreste, 45-Bari

mercoledì 26 aprile 2017, ore 17.00
inaugurazione:
Hrand Nazariantz. Le tracce e il volto Mostra fotografica a cura del Centro Studi Hrand Nazariantz di Bari Nor Arax. Il villaggio del Poeta Mostra documentaria a cura dell’Archivio di Stato di Bari

Mercoledì 26 aprile 2017, alle ore 17, presso l’Archivio di Stato di Bari, via Pietro Oreste 45, avrà luogo un incontro in collaborazione tra Archivio di Stato di Bari, Centro Studi Hrand Nazariantz, Istituto Pugliese per la Storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea, Centro Studi e Ricerche di Orientalistica, Associazione ArtiDea Cultura, per ricordare la presenza armena a Bari ed offrire un contributo alla conoscenza della cultura e delle tradizioni del popolo armeno. Tema dell’incontro saranno le vicende vissute dalla colonia armena al tempo del suo insediamento a Bari nel 1924, per il quale molto si adoperò il poeta armeno Hrand Nazariantz. In un unico percorso espositivo confluiscono la mostra fotografica Hrand Nazariantz. Le tracce e il volto, curata dal Cosma Cafueri, e la mostra documentaria Nor Arax. Il villaggio del Poeta, curata da Grazia Maiorano e Maria Teresa Ingrosso e, per la sezione bibliografica, da Carlo Coppola. All’inaugurazione interverranno Antonella Pompilio, Direttore dell’Archivio di Stato di Bari, Rupen Timurian, Decano della Comunità Armena di Bari, Kegham J. Boloyan del Centro Studi e Ricerche di Orientalistica, Vito Antonio Leuzzi, Direttore dell’IPSAIC, Carlo Coppola del Centro Studi Hrand Nazariantz. Una rappresentazione di danze armene a cura dell’Associazione ArtiDea Cultura e letture di testi di autori armeni concluderanno l’evento. Il percorso espositivo sarà visitabile dal 26 aprile al 2 maggio 2017
INGRESSO LIBERO

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Serata armena a Bioggio (Ticinonews 24.04.17)

Il 24 aprile è la data ufficiale per la commemorazione del genocidio perpetrato dai turchi nei confronti del popolo armeno, prima, durante e dopo la prima guerra mondiale.

Un concetto che va oltre la soerenza materiale ma simboleggia il patimento intrinseco a cui è stato sottoposto un popolo che non solo è stato in gran parte sterminato ma che ha anche dovuto patire la perdita della propria patria dalla quale è dovuto scappare per non subire l’annientamento totale. In tutto il mondo il 24 aprile è la giornata della Memoria armena.

Un appuntamento che verrà ricordato anche in Ticino, con una serata pubblica di informazione e dibattito che andrà in scena giovedì 27 aprile 2017 dalle ore 20 presso il parco comunale di Bioggio.

OSPITI

Aldo Ferrari è uno dei massimi esperti di storia e cultura Armena. Il prof. Ferrari insegna letteratura e cultura Armena, Russa, del Caucaso e dell’Asia Centrale presso l’Università Cà Foscari di Venezia. Ha pubblicato vari libri. I principali titoli: Breve storia del Caucaso, Alla ricerca di un regno, Il grande paese, e di recente stampa Quando il Caucaso incontra la Russia. Vive e lavora a Venezia.

Avedis Naroyan, cittadino svizzero di origine armena, vive a Bioggio da 25 anni. Lavora presso la società Avaloq SA, appartiene alla 3a generazione dei sopravissuti del genocidio armeno. Avedis, nel 1966 ancora bambino, con la mamma, la nonna e altri 6 fratelli, sono stati costretti ad abbandonare la loro casa, gli animali e le terre appartenenti ai suoi avi da 3000 anni.

Reto Ceschi, moderatore della serata. E’ nato a Locarno il 7 agosto 1962. Il 1 ottobre 1989 entra a far parte della redazione del Telegiornale dove sarà redattore, inviato, capo edizione e presentatore. Per quasi 20 anni conduce l’edizione principale delle ore 20.00. Nel 2009 Reto Ceschi assume la responsabilità del settore Approfondimenti e dibattiti radiotelevisivi.

Al termine della serata sarà offerto un rinfresco con dolci tipici armeni.

Vi invitiamo a voler giungere con la ferrovia Lugano-Ponte Tresa (FLP) oppure a voler utilizzare il parcheggio sterrato adiacente la rotonda di Bioggio che porta alla stazione della ferrovia FLP.

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ASIA/TURCHIA – il Genocidio armeno commemorato anche a Istanbul. Annunciato un messaggio del Presidente USA Trump (Agenzia fides 24.04.17)

Erevan (Agenzia Fides) – Tra le innumerevoli manifestazioni e cerimonie in programma il 24 aprile per commemorare in tutto il mondo il 102esimo anniversario del Genocidio armeno figurano anche eventi commemorativi previsti a Istanbul. Lo riferiscono fonti locali come Agos, il settimanale bilingue armeno e turco stampato a Istanbul, secondo cui nella metropoli turca sono previsti momenti commemorativi a Piazza Sultanhamet e presso il cimitero armeno, nel quartiere Sisli. Gli ultimi eventi commemorativi sono previsti in serata nel distretto urbano di Beyoglu.
Intanto, il diplomatico Rafik Mansour, incaricato d’affari dell’Ambasciata USA in Armenia, ha annunciato che il Presidente USA Donald Trump diffonderà un messaggio in occasione dell’anniversario che ricorda le stragi di massa subite dagli armeni nella Penisola anatolica 102 anni fa. A chi gli chiedeva se il Presidente statunitense utilizzerà la definizione “Genocidio armeno” (espressione finora mai ufficialmente usata dai Capi di Stato USA) il diplomatico ha risposto di non avere informazioni sufficienti per poter rispondere alla domanda. (GV) (Agenzia Fides 24/4/2017).

Erevan, 24 apr 15:07 – (Agenzia Nova) – Ricorre oggi il 102mo anniversario del genocidio armeno, termine con cui Erevan indica le deportazioni e l’eccidio di armeni, in particolare cristiani, perpetrate dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, e che causarono circa 1,5 milioni di morti. Per l’occasione a Erevan e in diverse città dell’Armenia si svolgono delle cerimonie di commemorazione. Gli armeni usano l’espressione Medz Yeghern proprio per indicare le stragi che si svolsero l’anno dopo che il sultano-califfo Maometto V proclamò la jihad. La decisione colpì soprattutto gli armeni, la cui maggioranza professava fedi diverse rispetto all’Islam, in particolare il Cristianesimo. Diversi paesi, fra cui anche l’Italia, hanno ufficialmente riconosciuto come genocidio gli eventi che seguirono la proclamazione della jihad nel 1914. Esiste tuttavia una corrente di pensiero, guidata dalla Turchia, che nega il genocidio armeno. (Res)

Turchia: presidente Erdogan invia messaggio a patriarca armeno per commemorazione “uccisioni di massa” del 1915 (agenzianova 24.04.17)

Ankara, 24 apr 16:12 – (Agenzia Nova) – Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha inviato un messaggio oggi al patriarca armeno di Istanbul, Aram Atesyan, per commemorare le vittime delle uccisioni di massa della popolazione armena nel 1915 che molti paesi hanno riconosciuto come genocidio. “Quest’anno – afferma Erdogan nel messaggio – mostro ancora una volta il mio rispetto agli armeni che hanno perso la vita sotto l’impero ottomano durante la Prima guerra mondiale e porgo le mie condoglianze ai loro discendenti”. Erdogan aggiunge che “turchi e armeni, come antiche nazioni della regione, condividono una storia e una cultura comune, in un’area dove hanno vissuto fianco a fianco per secoli. Gli armeni, come cittadini uguali e liberi, hanno ruoli importanti nella vita sociale, politica e commerciale del nostro paese, come hanno fatto in passato”, continua Erdogan. “E’ nostro obiettivo comune curare le ferite del passato e rafforzare i nostri legami – afferma Erdogan -. Siamo determinati a rafforzare il nostro impegno e a preservare la memoria degli armeni ottomani”. Oggi si celebra in Turchia anche l’anniversario della battaglia di Gallipoli, sullo stretto dei Dardanelli, dove le forze dell’esercito turco-ottomano nel 1915 sconfissero le unità dei paesi alleati.

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