Sergio Romano nega il genocidio armeno. Corriere della Sera

Ancora un volta ed a differenza della stragrande maggioranza dei suoi colleghi, l’editorialista del Corriere della Sera Sergio Romano, nega la realtà del genocidio armeno e sposa le tesi turche e quelle dello storico  Bernard Lewis che, negli anni novanta, fu addirittura condannato per la sua visione negazionista della storia.

Sul CDS del 08 maggio u.s. ad un replica dell’Ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia Sergio Romano risponde che i fatti del 1915 non possono essere definite “genocidio”, ignorando che il termine stesso di “genocidio” fu coniato dal giurista ebreo – polacco Raphael Lemkin in chiaro riferimento al crimine commesso contro gli armeni da parte dell’allora governo turco. 

A meno di un anno dal centenario del genocidio armeno la Turchia sta predisponendo enormi somme di denaro per contrastare lo “tsunami” che la travolgerà. Chissà se parte di quel denaro sarà investito anche in italia? 

Noi sicuramente vigileremo.

Di seguito il testo della replica dell’Ambasciatore armeno e la risposta di Sergio Romano. Cds 08.05.2014

MASSACRI DEL POPOLO ARMENO LE RESPONSABILITÀ TURCHE OGGI

Replica dell’Ambasciatore

Nella sua rubrica del 1° maggio lei ascrive alla Armenia posizioni agli antipodi rispetto alla realtà documentata. Il mio non è un j’accuse all’onestà intellettuale dell’autore, né alla sua buona fede. D’altronde il Corriere è stato testimone eloquente del genocidio armeno. Sui protocolli armeno-turchi, la visita in Armenia del presidente turco Gul, del 6 settembre 2008 e non del 2007, fu iniziativa armena. Dopo un anno di mediazione elvetica, il 10 ottobre 2009, e non 2008, a Zurigo furono firmati due protocolli sull’istituzione di rapporti diplomatici e la normalizzazione dei rapporti bilaterali, inclusa l’apertura da parte turca del confine con l’Armenia. Presenti i ministri degli esteri francese, statunitense, russo, svizzero e l’Alto rappresentante Ue che chiesero alle parti (e tuttora chiedono alla Turchia) di ratificare i due protocolli senza precondizioni e in tempi ragionevoli. L’11 ottobre 2009, Erdogan precondizionò la ratifica dei protocolli a una soluzione pro-azera del conflitto del Nagorno- Karabach. Fu l’inizio del siluramento dei protocolli firmati il giorno prima. Contrariamente a quanto sostenuto da lei , i protocolli di Zurigo, i cui testi sono pubblici, non legavano la normalizzazione dei rapporti armeno turchi ai negoziati per il Nagorno-Karabach, ancora in corso sotto l’egida Osce. Invece, le dichiarazioni di Erdogan del 23 aprile scorso ai discendenti degli armeni sono state sorprendenti, anzi di un cinismo sorprendente. Erdogan ha parlato delle sofferenze di tutti i sudditi ottomani, mettendo sullo stesso piano vittime e carnefici. Fino a quando il premier turco definirà il genocidio armeno come un mero incidente della Prima guerra mondiale, con i bonari commenti di alcune voci della stampa internazionale, riuscirà nella sofisticazione del negazionismo di Stato turco. Io non reputo la sua dichiarazione del 23 aprile nient’altro che questo. Altri reputano le dichiarazioni di Erdogan troppo poco e troppo tardi. Bene, il 29 aprile Erdogan ha cinicamente chiesto: se ci fosse stato un genocidio, ci sarebbero ancora degli armeni in questo Paese (Turchia)? Che dire allora degli ebrei in Germania o dei tutsi in Ruanda? Dove lei ritiene non promettente la richiesta del presidente armeno alla Turchia di riconoscere il genocidio e liberarsi dal fardello della Storia, vorrei ricordare che tutti gli armeni attendono questo atto da 99 anni, ora insieme alla società civile turca e a quella parte di comunità internazionale che con atti di verità e libertà hanno riconosciuto il genocidio e invitato la Turchia a seguirli.

Sargis Ghazaryan, Ambasciatore Repubblica d’Armenia in Italia

Risposta negazionista si Sergio Romano

Caro Ambasciatore,
Il nodo della questione resta quindi, per l’Armenia, il riconoscimento del genocidio. Spero che non le spiaccia se la definizione è sempre parsa a me e a altri osservatori o studiosi (fra cui il noto storico anglo- americano Bernard Lewis) storicamente scorretta. È genocida la politica di un governo che si propone la totale eliminazione di un gruppo etnicoreligioso, come accadde per le comunità ebraiche durante il regime nazista. Ma nel caso degli armeni la situazione mi sembra diversa per almeno due ragioni.
In primo luogo la spietata repressione del 1915 colpì gli armeni della Turchia orientale, ma non fu estesa con le stesse modalità alle comunità di Istanbul e Smirne. In secondo luogo, la definizione non tiene conto del momento storico. La guerra era scoppiata da pochi mesi, l’esercito turco si era duramente scontrato con quello russo a Tabriz. Vi erano formazioni armene fra le forze zariste e gli insorti armeni, dopo essersi impadroniti della città di Van, ne avevano proclamato l’autonomia. Non è sorprendente, in tali circostanze, che gli armeni apparissero a Mosca come una pericolosa quinta colonna del nemico.
È molto probabile che al vertice del nazionalismo turco vi fosse il desiderio di cogliere l’occasione per liquidare la questione armena una volta per tutte; e i massacri durante la lunga marcia della morte verso Aleppo sono una delle pagine più sanguinose della storia ottomana. Ma non mi sembra che questo basti per definirli un genocidio e per attribuirne implicitamente la responsabilità morale dei turchi di oggi.

La Turchia continua nella Politica di aggressione contro gli armeni in Siria. FERMIAMOLA!

Con il pretesto della guerra civile in Siria il governo turco (peraltro alle prese con gli scandali ed una crisi politica senza precedenti) prosegue, ora come cento anni fa, la politica di aggressione contro le locali comunità armene.

E’ notizia di questi giorni attacchi e bombardamenti turchi nei confronti della cittadina armena di Kessab (Siria nord orientale) che si trova prossima al confine con la Turchia stessa nella zona del Mussa Dagh, il massiccio reso celebre dal capolavoro letterario di Franz Werfel. Gruppi paramilitari turchi hanno attaccato la zona popolata quasi esclusivamente dai discendenti di quegli armeni che sfuggirono all’orrore del genocidio del 1915.

Un sacerdote armeno, parroco in Kessab, attraverso la sua pagina Facebook ha postato oggi la notizia che due giorni fa, alle 6 del mattino, la città è stata bombardata da parte di gruppi paramilitari turchi e la popolazione del paese (1500 anime) è fuggita verso Latakia (a circa 60 km da Kessab). Mentre scriviamo Kessab è nelle mani delle milizie turche.

A quasi un secolo di distanza i turchi non perdono il vizio di considerare gli armeni il loro nemico principale e non hanno alcuna remora ad attaccare i pacifici residenti di questi villaggi di confine.

Le comunità armene di tutto il mondo si stanno muovendo per denunciare questa ennesima aggressione che risulta essere oltretutto alquanto pericolosa alla luce della grave situazione siriana.

L’abbattimento dell’aereo siriano avvenuto oggi  può essere collegato a queste azioni turche di aggressione dal momento che, stando a fonti ufficiali, il velivolo dell’aviazione siriana si sarebbe spinto fino alla zona prossima al confine con la Turchia proprio per cercare di contrastare le attività paramilitari turche di infiltrazione nel territorio della Siria.

Il Consiglio per la comunità armena di Roma nell’esprimere la sua enorme preoccupazione per l’accaduto, vuole unirsi agli armeni di altri paesi denunciando con fermezza la politica turca di aggressione e chiedendo anche alla stampa italiana di dare risalto a quanto sta accadendo nella regione, al fine di scongiurare lo sterminio dell’inerme popolazione armena della zona

Si allega a riguardo anche l’appello della “Kessab Educational Association of Los Angeles” rivolta al Segretario Generale dell’ONU.

Consiglio per la comunità armena di Roma

ALLEGATI:

APPELLO AL SEGRETARIO GENERALE DELL’ONU, BAN KI-MON

March 22, 2014

Mr. Ban Ki-Moon,

Secretary General of the United Nations

UN Headquarters

New York, NY 10017

Dear Mr. Secretary General:

The Kessab Educational Association of Los Angeles is seeking United Nations immediate intervention in Syria to protect the Christian Armenian minority living in their ancestral homeland in Kessab, Syria.

At the present time, there is a battle in northwestern Syria, at the border of Turkey. The ancient Christian-Armenian town of Kessab and its surrounding villages (population of 3,500) came under attack on Friday, March 21, as sniper gunfire and bombs from the hilltops surrounding Kessab hailed down on Kessab and its environs, damaging buildings, destroying streets and shattering windows. The Kessab Armenians were forced to flee from their ancestral homes and lands in the morning hours of March 21 and sought refuge in the nearby port city of Lattakia.

We are told from eyewitnesses in northern Syria that Turkey gave right of passage through their mountainous border with Syria to rebel forces that are battling the Syrian government troops. We also were told by eyewitnesses that external Turkish border troops have joined in the attack against the Syrian army.

Christian Armenians have lived peacefully in the northern Syrian region of Kessab for over four centuries, creating a beautiful agricultural eden in the foothills of the mountains that divide Syria and Turkey. During and after the Genocide of Armenians by the Turks in 1915, Syria took in tens of thousands of Armenian refugees, and Armenians have been law-abiding and productive citizens in Syria with no incident until today. It is a tragedy to see Armenians victimized yet again because of the indiscriminate violence and humanitarian calamity in Syria.

Various relief organizations in Lattakia are assisting the Armenians of Kessab, providing those with no family or friends in Lattakia with shelter and food at the Armenian Church and school facilities and Greek Orthodox Church. Many of the refugees were forced to flee with nothing more than their night clothes, unable to take with them official identification papers such as passports.

The principles of international humanitarian law require that all parties to the conflict, including opposition forces, promote conditions that would allow civilian populations to remain in their homes. All parties to an armed conflict must refrain from deliberate and indiscriminate attacks or strikes against civilians, should protect all civilians living in areas under their authority, including members of religious minorities, and facilitate the delivery of humanitarian assistance to them.

International humanitarian law also prescribes that all sides to an armed conflict have a responsibility not to intentionally attack, seize or cause damage to religious buildings, institutions or cultural property that are not being used for military purposes.

In the spirit of peace, international humanitarian law and respect for human rights, including those of religious minorities, we respectfully request:

  • That the United Nations call for the immediate cessation of the bombardment of the Kessab region and the indiscriminate attack on its peaceful civilian population by rebels and Turkish border troops, which is in blatant violation of international human rights and humanitarian law;
  • That the United Nations and its affiliated agencies intervene or otherwise ensure the physical safety and legal protection of the Kessab Armenians and of all Armenians and other religious minorities in Syria caught in the crossfire of this humanitarian calamity;
  • That the United Nations provide humanitarian assistance to the displaced persons of Kessab and its surrounding villages (Karadouran, Sev Aghpiur, Baghjaghas, Eckez-Oloukh, Eskiuran, Dooz Aghach, and Chinarjek) who have been forcibly displaced from their ancestral homes, lands and livelihoods as a result of these bombardments and armed attacks;
  • That the United Nations assist in the peaceful return and resettlement of Kessab Armenians to their ancestral homes, lands and livelihoods.

Respectfully,

Board of Directors

Kessab Educational Association of Los Angeles

Esther Tognozzi, chairperson

Vartan Poladian

Haig Chelebian

Anahit Yaralian

Hrach Marjanian

Soghomon Poladian

Krikor Terterian

Su Khojaly la versione armena. Agccomunication.eu

ITALIA – Roma. 28/02/14. Riceviamo e pubblichaimo.

«In riferimento all’articolo “Khojaly: 39 alla sbarra pe genocidio” apparso su AGC Communication  il 24 febbraio 2014 a nome di Graziella Giangiulio,  a norma della Legge 416/1981, l’Ambasciata della Repubblica d’Armenia con la presente chiede gentilmente la pubblicazione della seguente rettifica».
«Gentile Redazione, prendo atto che nel vostro articolo “Khojaly: 39 alla sbarra pe(!) genocidio” di Graziella Giangiulio del 24 febbraio, oggi è stata aggiunta la fonte, cioè il portale azero www.trend.az (fonte del regime azero) che, sempre il 24, pubblicava un articolo identico in lingua inglese ( http://en.trend.az/news/karabakh/2245424.html). Il lettore può considerare attendibili informazioni veicolate da un regime agli ultimi posti di indici internazionali per libertà politiche e di espressione e il cui presidente, nel 2012, è stato nominato “Uomo dell’anno per la corruzione” dall’OCCRP?

Ed è inaccettabile che nell’articolo gli armeni, vittime del primo genocidio del ‘900, siano accusati essi stessi di genocidio. Da fonti esclusivamente azere emergono le responsabilità criminali delle autorità azere a Khojaly, sia in termini di violazione del diritto umanitario internazionale (shield policy Ginevra 1977, Art. 51) che per quel che riguarda la fucilazione di centinaia di civili azeri da parte delle formazioni paramilitari del Fronte Popolare Azero.

All’inizio dell’invasione azera del Nagorno-Karabakh, Khojaly era un avamposto dei lanciarazzi Grad dell’esercito azero puntati contro la popolazione civile armena. Le forze di autodifesa del Nagorno-Karabakh avevano lo scopo di neutralizzare i lanciarazzi e da settimane informavano sia le autorità azere che la popolazione civile dell’imminenza di un attacco e dell’esistenza di un corridoio umanitario per l’evacuazione dei civili. Nel volume “Khojaly: chronicle of genocide” (Baku, 1993), a pagina 31, Salman Abbasov, abitante di Khojaly, dice: ”Gli armeni hanno ripetutamente annunciato via radio che sarebbero avanzati nella nostra direzione e ci chiedevano di lasciare la città (…). Infine quando fu possibile evacuare donne, bambini e anziani, loro, gli azeri, ce lo vietarono”. Ramiz Fataliev, Presidente della Commissione di indagine sugli eventi di Khojaly (fonte  http://www.azadliq.org/content/article/1818751.html) dichiara: “Il 22 febbraio, alla presenza del Presidente, del Primo Ministro, del capo del KGB e di altri, ebbe luogo una sessione del Consiglio di sicurezza nazionale (azera) durante la quale venne presa la decisione di non evacuare i civili da Khojaly”. E ancora, in un’intervista alla Nezavisimaya Gazeta dell’aprile 1992, il deposto presidente azero Mutalibov afferma: “Gli armeni avevano lasciato un corridoio per la fuga dei civili. Quindi perché avrebbero dovuto aprire il fuoco? Specialmente nell’area intorno ad Agdam, dove, all’epoca c’erano abbastanza forze (azere) per aiutare i civili”. Sempre Mutalibov, in un’intervista alla rivista “Novoye Vremia” del marzo 2001 ribadisce: “Era ovvio che qualcuno aveva organizzato il massacro per cambiare il potere in Azerbaijan”, alludendo così al Fronte Popolare Azero, che nei giorni successivi alla tragedia di Khojaly aveva condotto un golpe a Baku. Il regime Aliyev ha confezionato una “verità” armenofoba e finora i dissidenti azeri che hanno contestato tale “verità” sui fatti di Khojaly sono stati arrestati o uccisi.

Solidalmente con la comunità internazionale, l’Armenia è determinata, a differenza del governo azero, ad arrivare a una soluzione negoziata del conflitto che escluda l’utilizzo dello strumento militare. Concludo dichiarando il mio più profondo disgusto, da discendente di sopravvissuti al genocidio armeno, per la manipolazione dei fatti architettata a Baku – di tragedie umanitarie ed esprimendo il mio cordoglio per tutte le 35 mila vittime civili della guerra imposta dall’Azerbaijan».

Khojaly, 22 anni dopo 26Feb2014 

AZERBAIJAN – Baku 26/02/2014. Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio è ricorso il XXII anniversario del massacro di Khojaly. Fonte ambasciata Azera. 

 

Piccola città nel Nagorno-Karabakh, a 14 km a nordest dal capoluogo Khankendi, con una superfice totale di 94 kmq, Khojaly aveva una popolazione di 6.300 abitanti.

Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992, le forze militari armene attaccarono la città. La popolazione cercò la fuga tra la neve, costretta ad abbandonare ciò che gli apparteneva. Nessuno fu risparmiato dalla milizia, o dal ghiaccio. Khojaly venne saccheggiata e poi rasa al suolo. Il resoconto delle vittime del massacro è di 613 persone, tra cui 106 donne, 83 bambini e 70 anziani; 56 persone vennero uccise con particolare crudeltà. Otto famiglie totalmente sterminate. 25 bambini persero entrambi i genitori e 130 bambini un genitore. Come conseguenza di questa tragedia, 487 persone furono rese invalide. 1.275 civili, incluse donne e bambini, vennero catturati e subirono violenze, umiliazioni, gravi ferite fisiche, durante la loro prigionia. Tra questi, 150 prigionieri sparirono senza lasciare traccia.

Human Rights Watch ha descritto il massacro di Khojaly come «il più grande e orribile massacro del conflitto» del Nagorno Karabakh tra Armenia ed Azerbaigian.

Di grande attualità, oggi, ricordare le radici del conflitto del Nagorno-Karabakh, che risale agli inizi del XIX secolo. Nel 1828, dopo una lunga guerra tra la Russia e la Persia, l’Azerbaigian venne diviso in due parti. La parte settentrionale divenne parte della Russia, la parte meridionale territorio persiano. Secondo un trattato firmato da Russia, Turchia e Persia, la Russia trasferì da questi paesi al territorio del Nagorno-Karabakh 120.000 armeni, al fine di creare una roccaforte nei territori dell’Azerbaigian appena occupati.

Dopo la rivoluzione russa, il 28 maggio 1918, l’Azerbaigian del Nord ottenne l’indipendenza dalla Russia, e, con la denominazione di Repubblica Democratica dell’Azerbaigian, venne riconosciuto da molti paesi dell’Europa. L’indipendenza durò solo quasi 2 anni a causa di una nuova invasione sovietica.

Dopo la riconquista dell’Azerbaigian da parte dell’Armata Rossa e la sua incorporazione nell’Unione Sovietica, al Nagorno-Karabakh venne concesso un elevato grado di autonomia all’interno dell’Azerbaigian. Il popolo armeno nel Nagorno-Karabakh  godeva di tutti i diritti delle minoranze, che potevano coltivare  la loro lingua e cultura attraverso numerose scuole, teatri, università, chiese ecc.

Nel 1988, con l’Urss in declino, diversi movimenti ultra nazionalisti armeni promuovevano pretese territoriali contro l’Azerbaigian, chiedendo l’annessione del Nagorno-Karabakh all’Armenia.

Da qui l’inizio di una guerra non dichiarata dell’Armenia contro il paese confinante. Da oltre 20 anni, con l’occupazione militare da parte dell’Armenia del Nagorno Karabakh, regione dell’Azerbaigian, e delle sette regioni azerbaigiane circostanti, l’Armenia ha invaso, in cifre, il 20% del territorio dell’Azerbaigian, causando distruzioni e rovina.

Tale occupazione ha causato la morte di 30 mila cittadini dell’Azerbaigian e ha costretto la comunità azerbaigiana del Nagorno Karabakh, regione dell’Azerbaigian, e delle 7 regioni circostanti,  ad abbandonare le proprie case.

Oggi in Azerbaigian vive oltre un milione di rifugiati e di profughi interni: 250 mila azerbaigiani che vivevano in Armenia prima del 1988 (ora rifugiati), quando sono stati oggetto di una vera pulizia etnica da parte dell’Armenia, e oltre 750 mila provenienti dai territori dell’Azerbaigian occupati dall’Armenia (ora profughi interni), di cui 50.000 dallo stesso Nagorno Karabakh, dove risiedevano fino al 1992, e 700 mila provenienti dai territori circostanti. Quando si parla del conflitto del Nagorno Karabakh tra Armenia ed Azerbaigian è importante ricordare che ci sono quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n.822, 853, 874 e 884 del 1993, che invocano il ritiro delle forze armate armene dai territori dell’Azerbaigian occupati, che sono state ripetutamente ignorate, così come altri documenti dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa, dell’Unione Europea, del Parlamento Europeo, di Osce, della Nato, etc. Ultima in ordine temporale la Risoluzione del Parlamento Europeo del 23 ottobre 2013, in cui nel paragrafo 16 si dice che la risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh tra Armenia ed Azerbaigian dovrebbe essere conforme alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ai principi fondamentali del Gruppo di Minsk dell’Osce sanciti nella dichiarazione comune del G8 dell’Aquila del 10 luglio 2009.

Il massacro di Khojaly è stato riconosciuto e commemorato a vari livelli in Honduras, Messico, Colombia, Repubblica Ceca, Turchia, Bosnia Erzegovina, Pakistan, Perù e 15 stati americani.

http://www.agccommunication.eu/component/content/article/89-regoledingaggio/6630-khojaly-massacro-azerbaijan-armenia

Khojaly: 39 alla sbarra pe genocidio  24Feb2014 By Graziella Giangiulio

 

AZERBAIJAN – Baku. 24/02/14. La procura militare dell’Azerbaigian ha adottato la decisione di avviare un procedimento penale contro i 39 autori del genocidio Khojaly. Fonte: vice procuratore generale, Khanlar Veliyev, in una conferenza stampa durante la 22esima giornata internazionale dedicata all’anniversario del genocidio Khojaly.

«Non sono solo gli armeni, tra gli imputati, ma anche militari della fanteria del 366 ° reggimento delle truppe sovietiche» ha riferito Veliyev. Il vice procuratore Veliyev ha aggiunto che l’ufficio del procuratore aveva condotto un’indagine, seguendo tre filoni a partire dal 1988, connessa con i genocidi, crimini e deportazioni per mano  dalle forze armate armene contro l’Azerbaijan. Il primo filone d’indagine è riguardato i crimini commessi contro la nazione azera a Khojaly, Meshali, Garadagli e altri insediamenti. La seconda direzione ha seguito le indagini sui crimini commessi da armeni in veicoli, anche in metropolitana e in altri luoghi e la terza direzione è quella seguita per i reati in materia di prigionieri e ostaggi.

Ad oggi sono state identificate 2089 persone colpevoli di questi crimini. Il 25 e il 26 febbraio del 1992, le forze di occupazione armene insieme alla fanteria del 366 ° reggimento delle truppe sovietiche di stanza in Khankendi hanno commesso un atto di genocidio contro la popolazione della città azera di Khojaly.

613 persone sono state uccise, di questi 63 erano bambini, 106 donne e 70 anziani. Otto famiglie sono state completamente sterminate, 130 bambini hanno perso uno dei genitori e 25 bambini hanno perso entrambi. 1.275 abitanti innocenti sono stati presi in ostaggio, mentre il destino di 150 rimane sconosciuto.

Il conflitto tra i due paesi del Caucaso meridionale ha avuto inizio nel 1988, quando l’Armenia ha rivendicato alcune aree territoriali nei confronti Azerbaijan. Le forze armate armene hanno occupato il 20 per cento del territorio azero dal 1992, compresa la regione del Nagorno- Karabakh e sette distretti circostanti.

Azerbaigian e Armenia hanno firmato un accordo di cessate il fuoco nel 1994. Attualmente sono in corso i negoziati di pace con i co – presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE, Russia , Francia e Stati Uniti. L’Armenia non ha ancora attuato quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla liberazione del Nagorno- Karabakh e le regioni circostanti.

Azerbaijan: La politica del “caviale” colpisce ancora….

La “diplomazia del caviale” contagia il Parlamento europeo?

Perché Pino Arlacchi ha visto la democrazia laddove, secondo autorevoli indici internazionali – Human Rights Watch, Freedom House – la democrazia è invece la grande assente?

La “diplomazia del caviale” contagia il Parlamento europeo?

Gli aerei che lanciano le bombe a grappolo volano alti e silenziosi. Gli ordigni esplodono a pochi metri da terra sparando pezzi di acciaio che amputano, accecano, feriscono. Questo succedeva nel Nagorno Karabah nel 1992, gli aerei erano azeri, la popolazione armeno-cristiana.
Quando raccontai di quel conflitto pochi sapevano dell’esistenza di una minuscola enclave che si era appena dichiarata indipendente. Un’alzata di testa che l’Azerbaijan non aveva gradito, e continua a mal tollerare visto che dopo 20 anni di negoziati non ha intenzione di firmare un accordo di pace.

Ma questi sono dettagli ignorati dai media internazionali, quello che oggi appare è un Azerbaijan ricco di caviale, gas e petrolio, con cui l’11 agosto scorso abbiamo siglato un accordo per l’esportazione del gas in Puglia. Faremo affari con questo Stato che possiede enormi giacimenti petroliferi, ed ha aumentato la sua spesa militare del 2.300% in pochi anni. Certamente ci conviene avere buone relazioni, senza però ignorare che è governato da due decenni dal regime autoritario della famiglia Aliyev, la quale controlla interamente l’informazione.

Il 9 ottobre 2013 ci sono state le elezioni e il Presidente uscente viene riconfermato con l’85% dei voti e per il terzo mandato consecutivo. Il 10 ottobre Pino Arlacchi, eurodeputato e capo missione di 7 osservatori ufficiali del Parlamento europeo, dichiara che le elezioni sono state “libere, eque e trasparenti.”
Lo stesso giorno il capo della missione Osce/Odihr in Azerbaijan dal 28 agosto, composta da 388 osservatori, dichiara che «queste elezioni non si sono minimamente avvicinate agli standard Osce».
Perché Pino Arlacchi ha visto la democrazia laddove, secondo autorevoli indici internazionali – Human Rights Watch, Freedom House – la democrazia è invece la grande assente? È un mistero.

In Europa le reazioni non si fanno attendere: il 16 ottobre, dopo la discussione preliminare sul Rapporto Arlacchi al Parlamento europeo, Ulrike Lunacek, portavoce affari esteri dei Verdi Europei, parla di elezioni caratterizzate da «ben documentate violazioni dei diritti umani, intimidazione dell’opposizione e restrizione dei fondamentali principi democratici». Werner Schulze, portavoce affari esteri dei Verdi/Alleanza Libera Europea aggiunge che «un piccolo numero di membri del Parlamento Europeo sta minando la reputazione dell’intero Parlamento nella sua lotta per i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto».

Il 18 ottobre Hannes Swoboda, presidente dello stesso gruppo di cui fa parte Pino Arlacchi, dichiara che «il gruppo dei Socialisti e Democratici prende le distanze dai risultati della missione elettorale per le recenti elezioni presidenziali», e aggiunge «in Azerbaijan decine di attivisti e giornalisti, incluso un candidato presidenziale, sono ingiustamente imprigionati per le loro attività politiche».

Il 22 ottobre è la volta di Sir Graham Watson, presidente dei Liberali e Democratici Europei che «sgomento» per le conclusioni della missione Arlacchi dichiara che «il Rapporto degli osservatori del Parlamento Europeo sarebbe ridicolo se non avesse implicazioni così serie, e che la pubblicazione dei risultati elettorali prima della chiusura delle urne dimostra come le elezioni fossero truccate». Il riferimento è a quello che la stampa internazionale ha battezzato come “app-gate”, e cioè al fatto che una app ufficiale per smartphone della Commissione Centrale Elettorale azera ha pubblicato i risultati del voto dando il presidente uscente Alyev per vincente il giorno prima delle elezioni. Infine, il 23 ottobre, è lo stesso Parlamento Europeo ad aprire il dibattito sul rapporto Arlacchi.

Oggi (7 novembre) la capo missione Osce spiegherà le ragioni delle sue critiche al processo elettorale in Azerbaijan. Resta aperta la domanda: perché Arlacchi ha giudicato le elezioni “libere, eque e trasparenti” in un paese che figura al 139° posto (su 167) del Democracy index 2012 dell’Economist Intelligence Unit? Magari la sua è una convinzione genuina, anche perché il regime azero, per sdoganarsi, non risparmia risorse ed energie in grandi campagne d’immagine in Europa finalizzate ad ingraziarsi parlamentari, giornalisti, intellettuali.

Un metodo che a Bruxelles e a Strasburgo chiamano “diplomazia del caviale”, denunciato lo scorso anno da 2 rapporti dell’Esi (European Stability Initiative). Non vorremmo sempre pensare male ma ricordiamo che nel 2001 l’operato di Pino Arlacchi all’Onu come capo dell’agenzia antidroga venne duramente contestato dall’organo di controllo interno delle Nazioni Unite: considerato accentratore di potere e con una gestione poco trasparente, Kofi Annan gli sospende l’incarico.

07 novembre 2013

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http://www.corriere.it/inchieste/reportime/societa/diplomazia-caviale-baku-bruxelles/1ce1fdf4-470b-11e3-a177-8913f7fc280b.shtml

 


 

 Azerbaijan: Pino Arlacchi imbarazza l’Europa. Panorama.it 28.10.2013

L’eurodeputato del Pd dichiara che il regime di Baku è “libero, giusto e trasparente” e i Socialisti di Bruxelles lo scomunicano chiedendo un’azione disciplinare nei suoi confronti

di Anna Mazzone 

Regime o democrazia “libera, giusta e trasparente”? Le ultime elezioni in Azerbaijan hanno travolto come uno tsunami i piani alti di Bruxelles, mettendo in imbarazzo la Commissione Esteri del Parlamento europeo che si occupa di monitorare i processi elettorali nei Paesi extra-europei. Secondo Pino Arlacchi (europarlamentare eletto in quota Di Pietro e attualmente tra i banchi dei Socialisti), le elezioni presidenziali in Azerbaijan che hanno riconfermato per la terza volta (e senza alcuna sorpresa) il presidente Ilham Alijev con l’85% dei voti, sono state “free, fair and transparent”.

Ma la delegazione “ufficiale” di osservatori OSCE/ODIHR, capeggiata da Tana De Zulueta, ha fornito un rapporto diametralmente opposto , evidenziando pesanti brogli e azioni tipiche di un regime che da diversi anni è nel mirino delle organizzazioni mondiali perché calpesta in modo sistematico i diritti dell’uomo e i più elementari diritti civili.

Il Parlamento europeo ha ascoltato a porte chiuse Pino Arlacchi, chiedendogli il perché di un giudizio così diverso rispetto ai dati forniti dall’OSCE, e l’eurodeputato avrebbe risposto di averlo fatto per “difendere” gli interessi italiani nell’area. L’Azerbaijan siede su un mare di gas e petrolio ed è uno dei principali crocevia del mercato internazionale dell’energia.

L’Italia è presente con L’ENI che detiene il 5% del consorzio dell’oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan), inaugurato nel 2006 e che permette di trasportare il petrolio dall’area del Mar Caspio al Mediterraneo, senza interferire con le petroliere che attraversano il Bosforo. A pieno regime l’oleodotto può trasportare fino a un milione di barili al giorno, dei quali 50 mila sono targati ENI.

Inoltre, Saipem ha completato nel 2007 la costruzione di sei piattaforme per l’estrazione di greggio e due per la produzione, siglando nel 2008 un contratto a lungo termine con BP per la fornitura di servizi sottomarini di manutenzione degli impianti, mentre nel 2011 sono stati siglati dall’azienda italiana altri due contratti in Azerbaijan, per la costruzione e l’installazione di un modello che si affianca a operazioni ingegneristiche già cominciate nell’area.

Ma tutti questi interessi italiani in Azerbaijan al momento non sono affatto minacciati, tanto che durante la sua recente visita a Baku l’11 agosto 2013, il presidente del Consiglio Enrico Letta ha sottolineato i buoni rapporti con il governo azero, basati su “interessi reciproci” come il gasdotto TAP (Trans Adriatic Pipeline, considerato dal premier “strategicamente importante” per l’Italia, ma anche altrettanto importante per l’Azerbaijan, che con questo progetto potrà consolidare i rapporti con l’Unione europea anche in vista del vertice di novembre tra i paesi del partenariato orientale.

Insomma, non si capisce perché Arlacchi abbia voluto difendere degli “interessi reciproci” che al momento godono di ottima salute e, soprattutto, in quale modo una simile difesa possa passare attraverso il riconoscimento di una democrazia che di fatto non c’è, come dimostrano i dati forniti dal Democracy Index 2012 stilato dalla rivista The Economist, che classifica l’Azerbaijan come “regime autoritario”,  al 139esimo posto nel mondo per libertà economiche e politiche e ben al di sotto degli standard di altri Paesi considerati in deficit di democrazia, come Angola, Swaziland, Burkina Faso e Cuba.

La posizione del capo delegazione degli osservatori del Parlamento di Bruxelles ha creato un forte imbarazzo non solo tra i colleghi italiani, ma anche – e soprattutto – tra i vertici dell’istituzione comunitaria che si sono sempre espressi in modo “trasparente” (loro per davvero) sul regime degli Alijev che ormai da decenni domina l’Azerbaijan, passando lo scettro da padre in figlio. Tanto che a giugno di quest’anno l’Europarlamento ha votato una risoluzione con la quale esprime una “seria preoccupazione” per i rapporti sull’Azerbaijan diffusi dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, che evidenziano l’incarcerazione di giornalisti e attivisti politici.

Con la medesima risoluzione, l’Europarlamento ha condannato le intimidazioni e le violenze contro i leader dell’opposizione azera che hanno espresso critiche al regime di Baku e ha chiesto all’Azerbaijan di rispettare gli standard internazionali di libertà di stampa e di espressione.

I Verdi europei sono partiti lancia in resta e la loro leader, Ulrike Lunacek, ha usatoparole al vetriolo contro il gruppetto capeggiato da Arlacchi: “I risultati e il rapporto della missione dell’Europarlamento in Azerbaijan sono un inganno e contrastano nettamente con i risultati della missione OSCE/ODIHR e con quelli di numerosi altri osservatori, presenti nel Paese dal 28 agosto scorso”.  “Il rapporto degli Europarlamentari – continua Lunacek – ha totalmente mancato di evidenziare il clima soffocante di queste elezioni, incluse le violazioni ben documentate dei diritti umani, le molestie e le minacce nei confronti dei gruppi di opposizione e le restrizioni ai più elementari principi democratici”.

Il gruppo dei Verdi al Parlamento europeo ha rigettato il rapporto della delegazione di Pino Arlacchi e ha chiesto alla Commissione di fare chiarezza, perché un fatto del genere non era mai successo a Bruxelles e getta un’ombra pesante anche sul premio Sacharov, che ogni anno viene assegnato a una personalità che si è distinta nella lotta per i diritti civili e umani nel mondo.

Il Sacharov è l’unico riconoscimento mondiale per i Diritti dell’uomo (il Nobel è per la Pace) e il Parlamento europeo non può certo permettersi di sdoganare un regime autoritario come quello azero e poi assegnare un premio magari proprio a chi quel regime lo combatte sacrificando la vita e la libertà.

Ma perché Pino Arlacchi ha visto la democrazia laddove è davvero impossibile trovarla, almeno stando ai numerosi rapporti diffusi da Reporter senza frontiere (che nel 2013 mette l’Azerbijan al quintultimo posto della classifica sulla libertà di stampa nel mondo), da Human Rights Watch e da Amnesty International ? La domanda per ora rimane senza risposta, ma non è la prima volta che l’eurodeputato si ritrova in una situazione “chiacchierata”.

Già nel 2001 non fu riconfermato alla guida dell’UNODC (l’agenzia antidroga delle Nazioni Unite con sede a Vienna) in seguito alle accuse rivoltegli da Maurizio Turco (allora presidente del gruppo dei Radicali italiani al Parlamento europeo) e da Daniele Capezzone, di “sostenere e legittimare il regime dei talebani in Afghanistan, presso cui ha trovato rifugio e ospitalità Osama bin Laden”.

Vengono sollevati numerosi sospetti anche sulla decisione dell’agenzia diretta da Pino Arlacchi di elargire 15 milioni di dollari al Laos, più altri 35 milioni di dollari nei cinque anni a venire. La Repubblica popolare del Laos è uno dei tre maggiori produttori di oppio nel mondo, oltre a essere un regime comunista dove i diritti civili e le libertà individuali sono ridotte al lumicino.

Arlacchi viene “elegantemente” messo alla porta dall’ONU. La decisione dell’allora segretario generale Kofi Annan arriva subito dopo la diffusione di un rapporto dell’OIOS (l’ufficio per il controllo delle pratiche interne dell’ONU) nel quale si esprime “una forte preoccupazione per il modo centralizzato e arbitrario” utilizzato da Arlacchi nella conduzione dell’agenzia antidroga di Vienna.

Secondo l’indagine interna dell’OIOS la direzione Arlacchi “non garantisce il funzionamento di meccanismi di decisione collettivi” e manca di “un sistema di monitoraggio dei programmi nel mondo”, con tutte le decisioni amministrative accentrate unicamente nelle mani del direttore. Inoltre, “il morale dello staff” dell’UNODC all’epoca di Arlacchi risulta “molto basso”, una frustrazione – sostiene l’ufficio di controllo interno – dovuta alla “mancanza di trasparenza nelle decisioni della direzione, soprattutto per quanto riguarda le assunzioni e la carriera del personale”.

Alla fine del rapporto OIOS si pronuncia in maniera netta, dicendo che “la situazione del vertice dell’UNODC non può più essere permessa e non può continuare”. Ma Kofi Annan vuole evitare uno scandalo e così preferisce non licenziare Arlacchi, che intanto è quasi arrivato a fine mandato, bensì “sospenderlo” dalle sue funzioni fino al termine dell’incarico, garantendogli così una pensione d’oro.

L’esperienza all’ONU si conclude male, ma Pino Arlacchi rientra nel consesso internazionale dalla finestra del Parlamento europeo, candidandosi nel 2009 per le liste dell’Italia dei valori di Antonio Di Pietro. Poi, un anno dopo decide di passare al Partito democratico e si unisce al gruppo dei Socialisti di Bruxelles, che però oggi, dopo le dichiarazioni “ingannevoli” sulla bontà del regime azero, gli voltano le spalle.

La dichiarazione rilasciata da Hannes Swoboda, presidente del gruppo dei Socialisti e dei Democratici al Parlamento europeo, suona come una scomunica per Arlacchi. “Il gruppo dei Socialisti al Parlamento europeo – dice Swoboda – prende le distanze dalle parole della missione di osservatori EP/PACE (quella guidata da Arlacchi ndr) sulle recenti elezioni in Azerbaijan. Il gruppo – continua Swoboda – crede che le differenze tra le conclusioni della delegazione di parlamentari e quelle dell’OSCE siano così lontane da non poter essere minimamente sostenute”.

“Siamo arrivati a questa decisione basandoci sui fatti: in Azerbaijan ci sono pesanti restrizioni alla libertà di espressione. Decine di giornalisti e attivisti – incluso un candidato nella corsa per le presidenziali – sono detenuti illegalmente solo sulla base delle loro attività politiche”. E la conclusione del presidente dei Socialisti è senza appello per Arlacchi e  gli Arlacchi boys: “E’ deplorevole il fatto che alcuni membri del Parlamento europeo abbiano deciso di condurre una missione parallela a quella istituita per mandato”. Swoboda ricorda poi che “A giugno di quest’anno Bruxelles ha adottato una risoluzione molto dura sulla situazione dei diritti umani in Azerbaijan e il gruppo Socialista crede che questa risoluzione rifletta accuratamente la posizione ufficiale dell’istituzione”.

Prima l’ONU e poi il Parlamento europeo. Pino Arlacchi viene lasciato per la seconda volta a piedi, ma questa volta in molti vogliono andare a fondo e capire il perché di una presa di posizione così  incomprensibile.

A spiegare l’arcano ci pensa European Voice, il giornale fondato dal gruppo dell’Economist nel 1995 che segue tutte le attività delle principali istituzioni europee. In un editoriale velenosissimo  European Voice chiede conto ai parlamentari della delegazione Arlacchi (Filip Kacmarek, Polonia EPP, Joachim Zeller, Germanyia EPP, Evgeni Kirilov, Bulgaria S&D, Norica Nicolai, Romania ALDE, Milan Cabrnoch, Repubblica Ceca, Conservatori e Riformisti europei, e Fiorello Provera, Italia, Europa della Libertà e della Democrazia) della loro missione in Azerbaijan e sostiene che “come tanti altri regimi autoritari della regione anche quello del presidente Ilham Alijev cerca la legittimazione internazionale e invita come osservatori per le sue pseudo-elezioni persone che sono vicine al regime, in modo tale che possano parlarne positivamente”.

“Tali osservatori – prosegue European Voice – possono essere motivati da vari interessi, politici o economici, o persino omaggiati con regali come il famoso caviale azero”, che sembra che a Bruxelles venga distribuito in grande quantità. Insomma, la rivista non va tanto per il sottile e lancia apertamente accuse di corruzione, pur non fornendo una pistola fumante. Il Parlamento europeo assiste imbarazzato e per la prima volta nella sua storia nei prossimi giorni sarà chiamato a decidere per un’azione disciplinare nei confronti di Arlacchi e degli altri sei parlamentari.

Intanto, l’OSCE continua a diffondere i dati sulle elezioni azere: 1 milione e ottocentomila votanti in più rispetto ai registrati e una “curiosa” applicazione per i cellulari che ha inviato i risultati elettorali a giornalisti e osservatori il giorno prima dell’apertura delle urne. E questo è niente rispetto a tutto il resto. Certo che per definirle elezioni “fair, free and transparent” ci vuole davvero una gran bella fantasia

http://news.panorama.it/esteri/Azerbaijan-elezioni-Arlacchi-regime-parlamento-europeo-ONU-scandalo

Turchia: nuove rivolte e irrisolte questioni.

Le vicende di piazza Taksim impongono alla stampa ed all’opinione pubblica italiana valutazioni che rifuggano dalla mera cronaca di quanto sta accadendo.

Infatti, così come è necessario ascoltare la voce della gente, le istanze di un popolo che si ribella ad un regime, alla stessa maniera la rivolta di piazza Taksim impone una riflessione approfondita sul ruolo della Turchia e sulle sue irrisolte questioni.

E noi armeni chiediamo, allora, che si rifletta sul fatto che ogni qualvolta si parla del processo di democratizzazione della Turchia si tace del genocidio armeno pianificato dai “ Giovani Turchi” nel 1915.

Dunque, a proposito di quanto sta accadendo in Turchia in questi giorni, noi riteniamo che:

1) L’autoritarismo (e l’esclusione dei diritti) è ed è stata una caratteristica di tutti i governi turchi: da quello del partito “Unione e Progresso” di Enver e Talaat ed i loro sanguinari Giovani Turchi a Kemal Ataturk (che in Occidente è considerato persino più di quanto venga idolatrato in Turchia ma il cui regime, la storiografia ce lo insegna, non è stato certamente da meno di tanti altri che tra gli anni Venti e gli anni Trenta hanno caratterizzato la storia d’Europa), ai governi repubblicani successivi fino ai giorni nostri.

2) È la struttura stessa dello stato turco, per come fino ad oggi è stato organizzato e manipolato, ad essere l’origine dell’autoritarismo e della esclusione degli Altri siano essi armeni, curdi, arabi, sindacalisti, libertari o il popolo che chiede di salvare un parco pubblico dalla speculazione immobiliare.

3) Dietro il sistema turco ci sono le Forze Armate ed un apparato che sorregge i governi, mette in atto colpi di stato, pianifica l’occupazione di Cipro, la repressione dei Curdi e l’annientamento degli armeni.

4) La contrapposizione tra il nuovo islamismo di Erdogan e l’opposizione kemalista è di facciata: l’apparato controlla le regole dello stato, si muove nell’ombra, fa e disfa; reprime ogni tentativo del popolo turco di uscire dal medioevo del proprio nazionalismo ottomano.

5) Dobbiamo essere solidali con il popolo turco (o meglio quella parte del popolo turco) che vuole uscire dall’isolamento, che si batte per i diritti umani, che non accetta più passivamente di finire sotto processo solo perché cinguetta su Twitter, che non tollera più di vivere in uno stato che fa della negazione sistematica del Genocidio armeno del 1915 la sua primaria attività all’interno e fuori dai confini; quel popolo che scende in piazza per ricordare il giornalista armeno Hrant Dink che si batteva per il dialogo e la tolleranza e che fa dire a centomila turchi “siamo tutti armeni!”.

6) Aiutare la nuova Turchia a crescere democraticamente ed a consolidarsi come stato solido da un punto di vista politico ed economico significa liberarla, in una sorta di processo catartico, dai fantasmi del passato; ogni regime turco, da quello dei colpi di stato agli apparenti governi democratici degli ultimi anni, si regge sulla forza nazionalista ed autoritaria che si base sull’odio verso l’Altro, sulla negazione del passato, sul dna della conquista del territorio altrui.

7) Gli armeni chiedono all’opinione pubblica italiana di spezzare le catene che legano il popolo turco; senza nascondere la testa sotto la sabbia per paura di pronunciare le parole “genocidio armeno”, senza paura delle isteriche reazioni dei governi turchi, senza timore di denunciare la politica di odio verso gli armeni che ancora oggi anima la Turchia, che fa pronunciare ad Erdogan frasi di minaccia che suonano terribilmente simili a quelle che ripeteva il feroce Talaat pascia (“Noi non siamo crudeli ma soltanto energici”, L’Idea Nazionale 24 agosto 1915).

8) I giornali dovrebbero aiutare il popolo turco: non solo solidarizzando con la gente di piazza Taksim, non solo denunciando la campagna di repressione, ma anche parlando di tutto il resto a cominciare dal genocidio armeno; uno stato nel quale il ministero della pubblica istruzione fa circolare nelle scuole elementari libelli dove si racconta “che gli armeni cucinavano e mangiavano i bambini (sic…)” è uno stato nel quale il cammino della democrazia è ancora lungo. Uno stato che di fronte alle parole di papa Francesco sul genocidio del 1915 convoca il Nunzio Apostolico ad Ankara è uno stato che non riesce a maturare e a crescere.

Il Ministro Carrozza chieda scusa agli Armeni

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” esprime il proprio profondo sgomento di fronte a talune affermazioni rilasciate a mezzo stampa da un alto funzionario del MIUR, il prof. Luciano Favini, che nel commentare le possibili tracce dei temi della maturità ha testualmente affermato l’impossibilità di proporre “un tema storico sul genocidio degli armeni che va a colpire la particolare sensibilità della Turchia”.

Si tratta di affermazioni sconcertanti, pronunciate, forse inconsapevolmente, da un alto esponente del Ministero della Pubblica Istruzione che alla fine sono risultate gravemente lesive del sentimento di milioni di armeni nel mondo e della comunità in Italia.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” si unisce ad altre associazioni armene nella ferma condanna delle parole del prof. Favini

È assolutamente inconcepibile che per salvaguardare la sensibilità del negazionismo del regime turco si offenda la memoria di un milione e mezzo di armeni. È vergognoso dover leggere a pochi mesi dal centenario del Genocidio armeno del 1915 parole come quelle riportate dalla stampa italiana.

Forse che per non urtare la sensibilità dei tedeschi dobbiamo tacere sull’Olocausto? Per non ferire gli hutu dobbiamo forse nascondere il milione di vittime tutsi? I morti di Srebrenica devono essere dimenticati per non urtare la sensibilità dei loro massacratori?

Come è possibile pronunciare queste parole proprio mentre sotto gli occhi del mondo il regime turco mostra i segni del più violento autoritarismo?

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” chiede:

 

–        che il ministro Maria Chiara Carrozza pronunci parole di scuse rivolte non solo alla comunità armena italiana ma anche ai milioni di studenti che frequentano le scuole italiane;

        che il prof. Favini corregga il senso delle sue affermazioni.

        che deputati e senatori del parlamento italiano rivolgano al riguardo una interpellanza al titolare del Dicastero ed al governo

        che l’argomento del Genocidio armeno sia stabilmente inserito nel piano formativo delle ultime classi della scuola media inferiore e superiore.

 

Nel ricordare che il Parlamento italiano nel 2000 ha votato, al pari di numerose altre istituzioni internazionali, una risoluzione di riconoscimento del genocidio armeno, il “Consiglio per la comunità armena di Roma” si augura che l’incresciosa vicenda di cui sopra trovi immediata e soddisfacente soluzione.

 

Consiglio per la Comunità Armena di Roma 

www.comunitaarmena.it

Akhtamar on line

 

 

>> Interrogazione parlamentare

>> Articolo del quotidiano il mattino del 17.06.2013

>> www.lastampa.it/25.06.2013 l’Autocensura della P.I. 

>> Comunicato Stampa Unione degli Armeni d’Italia di Milano

>> Lettera al Direttore di una professoressa rappresentante della comunità armena. Gliscomunicati.com 27.06.2013

Alcune domande su certe iniziative umanitarie: che differenza passa tra Nord Corea ed Azerbaigian?

Da qualche tempo a questa parte la politica italiana registra un’intensa (fin troppo…) attività da parte della diplomazia azera intenta ad attenuare l’immagine negativa dell’Azerbaigian (agli ultimissimi posti nella classifica mondiale della libertà politica e di informazione ed artefice di una corsa agli armamenti senza precedenti nell’ultimo decennio).

Così, uno stato caratterizzato da un regime al primo posto della classifica mondiale della corruzione, liberticida e negazionista, ha deciso di investire abbondanti risorse in un’operazione propagandistica che è al tempo stesso un disperato tentativo di maquillage diplomatico.

Sfruttando la disponibilità di associazioni, istituzioni e cattedratici, la diplomazia azera organizza conferenze, stringe accordi con Istituti, arruola docenti universitari ed attivisti dei diritti umani.

L’ultima occasione è data dalla conferenza organizzata nell’ambito della Camera dei Deputati italiana ed incentrata sul problema dei rifugiati a seguito della guerra del Nagorno Karabakh.

Il Consiglio per la comunità armena di Roma non può che plaudire ad iniziative, sempre più frequenti, che affrontino tematiche civili e sociali e possano essere foriere di una ventata di pacificazione nel Caucaso meridionale.

Sorgono tuttavia alcune domande:

– per quale motivo queste iniziative affrontano il problema esclusivamente a senso unico tralasciando, ad esempio nel caso in questione, di analizzare l’analogo fenomeno che ha interessato centinaia di migliaia di armeni costretti a lasciare precipitosamente l’Azerbaigian dopo i pogrom di cui erano stati vittime?

– per quale ragione il rappresentante della sezione italiana di Human Right Watch, meritoria organizzazione internazionale il cui lavoro si è sempre contraddistinto per una imparziale obiettività, senta il dovere all’improvviso di dar manforte (e per ben due volte in un mese) al regime dittatoriale di Aliyev patrocinando – necessariamente senza troppa cognizione storica – le iniziative della sua diplomazia?

– per quale motivo un pro rettore dell’Università La Sapienza, il prof. Biagini – già autore di un volume sull’Azerbaigian presentato addirittura a Baku in compagnia del rettore Frati nel quale ripropone sic et simpliciter le tesi azere riguardo alla questione del Nagorno Karabakh ed al rapporto con l’Armenia – sembra non sentire la necessità di una riflessione più critica delle vicende regionali?

– come è possibile organizzare nella cornice della Camera dei Deputati italiana un convegno che si basa (comunicato di agenzia) sui “dati ufficiali del governo dell’Azerbaigian”, nazione il cui livello di democrazia mal si concilia con quello europeo ed italiano?

– E soprattutto, come è possibile organizzare un convegno su un tema “umanitario” come quello dei rifugiati facendo da spalla ad un regime come quello azero? Sarebbe possibile organizzare una simile iniziativa sponsorizzata da Sudan, Somalia, Nord Corea o Eritrea?

Eppure l’Azerbaigian li precede di poco in classifica…e nel “2012 Democracy Index” è definito “regime autoritario”, nel “2013 Index of economic freedom” è definito “per lo più non libero”, nel “2012 Corruption perception index” l’Azerbaigian si colloca al 139° posto su 174 stati.

Il Consiglio per la comunità armena di Roma – come molti armeni ed italiani – si pone questi interrogativi ed invita il mondo politico e quello dell’informazione a vigilare con molta attenzione affinché talune spregiudicate iniziative e taluni ingenui patrocini non creino problemi ed imbarazzi alla diplomazia italiana.

Consiglio per la comunità armena di Roma

 comunitaarmena.it

ALLEGATI

PRESS FREEDOM INDEX 2013

All’indomani della “Giornata mondiale della libertà di stampa”, riportiamo le ultime posizioni della classifica mondiale sulla libertà di stampa: l’Azerbaigian è 156° su 177 stati; l’Italia è al 57° posto, l’Armenia al 74°.

156 Azerbaijan
157 Belarus
158 Egypt
159 Pakistan
160 Kazakhstan
161 Rwanda
162 Sri Lanka
163 Saudi Arabia
164 Uzbekistan
165 Bahrain
166 Equatorial Guinea
167 Djibouti
168 Laos
169 Yemen
170 Sudan
171 Cuba
172 Vietnam
173 China
174 Iran
175 Somalia
176 Syria
177 Turkmenistan
178 North Korea
179 Eritrea

(AGENPARL) – Roma, 30 apr – Si svolgerà Lunedì 6 Maggio, a partire dalle ore 9,30, presso la Sala delle Colonne della Camera dei Deputali (Palazzo Marini, Via Poli, 19), il Seminario: Protection of Internally Displaced People in International Humanitarian Law. The Case of Azerbaijan Compared with Other Selected Cases Parteciperanno, introdotti dal Prof. Antonello Biagini dell’ Università La Sapienza di Roma, e moderati dal dr. Antonio Stango, del Comitato Italiano Helsinki per i Diritti Umani, l’Ambasciatore Sergio Piazzi, Segretario Generale dell’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo, Marat Kangarlinski, del Ministero degli Affari Esteri dell’Azerbaigian, Gunnar Ekeløve Slydal, del Comitato Helsinki Norvegese , il Dr. Alberto Becherelli, dell’Università La Sapienza di Roma, Dag Sigurdson, Rappresentante dell’ACNUR in Azerbaigian e Brigitte Dufour,Direttore di International Partnership for Human Rights.

Nel 2012 gli sfollati (internally displaced people, cioè persone che hanno abbandonato la propria città o il proprio villaggio rimanendo all’interno del proprio Paese) assistiti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, erano in tutto circa 15,5 milioni; circa altri 11 milioni erano gli sfollati che non usufruivano di assistenza da parte dell’ACNUR. L’ACNUR si occupa inoltre di circa 10,5 milioni di rifugiati, cioè persone che hanno dovuto abbandonare il proprio Paese d’origine chiedendo asilo in un altro. In Azerbaijan, i soli sfollati in seguito al conflitto del Nagorno-Karabakh e all’occupazione di quella regione da parte armena sono circa 600.000. Si tratta del più grande numero di sfollati in uno Stato membro dell’OSCE e del Consiglio d’Europa. Il seminario internazionale, organizzato dal Comitato Italiano Helsinki per i Diritti Umani in collaborazione con docenti dell’Università La Sapienza di Roma, ha il compito di evidenziare le drammatiche proporzioni di questa tragedia umana, che si protrae da oltre vent’anni, inquadrandola nel generale sistema di protezione internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, di esplorare possibili soluzioni e di confrontare la realtà del Caucaso con quella di altre regioni. A questo fine, verranno illustrati dati e metodi del lavoro dell’ACNUR sul campo, dati ufficiali forniti dal governo dell’Azerbaigian, progetti di organizzazioni internazionali non governative e il possibile ruolo degli organismi interparlamentari.

Un appello alla stampa italiana

In occasione del 98° anniversario del Genocidio armeno, il Consiglio per la comunità armena di Roma lancia un appello alla stampa italiana.

Come forse noto, da qualche tempo le organizzazioni armene in Italia hanno espresso la loro contrarietà all’uso dell’espressione “Giovani Turchi” per etichettare una corrente politica in seno al Partito Democratico.

Anche gli esponenti direttamente interessati, accogliendo la richiesta avanzata, hanno declinato qualsiasi responsabilità per l’uso di tale denominazione che richiama la terribile storia del genocidio di un milione e mezzo di armeni nel 1915 perpetrato proprio da quel partito turco.

Tuttavia, ancora oggi, molti esponenti del mondo dell’informazione – per superficialità o vezzo stilistico – continuano ad usare tale espressione.

Chiediamo ai giornalisti italiani di avere la sensibilità di non usare più tale etichetta politica; per gli armeni in Italia leggere o ascoltare dei “Giovani Turchi” proprio a ridosso dell’anniversario del Genocidio è motivo di ulteriore dolore in una ricorrenza già di per se stessa tragica.

Siamo certi che tutti i giornalisti italiani sapranno comprenderci e capire le motivazioni di questo appello che viene indirizzato alle principali associazioni di categoria ed alle principali agenzie stampa e testate.

Un grazie in anticipo.

 

L’Ambasciata Azera in Italia censura un musicista armeno

L’Associazione Ensemble Xenia rende noto che un progetto inserito nella rassegna EstOvest di quest’anno dedicato alla musica dell’Azerbaijan e alle sue relazioni con la pizzica salentina, non potrà essere prodotto e realizzato.

Lo scorso 27 agosto, infatti, l’Ambasciata dell’Azerbaijan a Roma, tramite il compositore italiano che stava seguendo il progetto, ci ha fatto sapere che non avrebbe confermato il contributo economico in un primo tempo accordato e, ancor più grave, ha posto il divieto alla compositrice e al musicista di quel paese di partecipare al progetto per il quale erano già previste due date il 23 e il 25 novembre, rispettivamente a Torino, Teatro Baretti e a Savona, Teatro Sacco.

Il senso di questa “censura” è stato motivato come segue:

  Il contributo non sarà più destinato all’Associazione Xenia in quanto dopo aver valutato e controllato scrupolosamente il loro profilo attraverso le fonti online reperite si è constatato:

– una continua collaborazione negli anni con musicisti armeni;

– la collaborazione con un suonatore di “duduk”;

– un concorso per compositori armeni nel 2012;

– la presenza di un musicista con cognome armeno nell’ensemble 

– l’iscrizione a vari siti internet di cultura armena in qualità di “Amici degli armeni”.

Inoltre sarà vietata attraverso lo Stato dell’Azerbaijan la partecipazione ai progetti dell’Associazione Ensemble Xenia a tutti i musicisti azeri coinvolti.

L’Associazione Ensemble Xenia è composta da musicisti che credono nel dialogo tra popoli ed etnie diverse attraverso la musica e il confronto tra diverse culture e generi d’arte. Il Festival EstOvest nell’arco degli anni ha ospitato artisti provenienti dall’Algeria, Armenia, Azerbaijan, Cina, Egitto, Estonia, Francia, Germania, Georgia, Giappone, Inghilterra, Iran, Marocco, Olanda, Palestina, Romania, Russia, Spagna, Stati Uniti, Turchia, Uzbekistan e negli ultimi anni ha dedicato il concorso per giovani compositori ad un diverso paese ogni anno: Italia, Marocco, Egitto, Armenia.

Il Festival EstOvest gode del sostegno della Compagnia di San Paolo e della Regione Piemonte, del patrocinio della Città di Torino e della massima stima da parte di artisti e musicisti a livello nazionale ed internazionale.

Riteniamo doveroso mantenere la nostra assoluta indipendenza e libertà di espressione artistica e per questa ragione in risposta all’Ambasciata dell’Azerbaijan, alla quale abbiamo inviato la nostra protesta, il programma originale dedicato all’Azerbaijan verrà sostituito da un programma dedicato a John Cage, l’artista che più di qualsiasi altra figura del ‘900 ha fatto della libertà artistica una vera missione personale.

Esprimiamo la nostra solidarietà agli artisti azeri ed armeni offesi da questa vicenda e la nostra volontà di non lasciarci intimorire da chi pensa che le contingenze politiche possano riguardare l’arte e la musica in particolare.

Per informazioni:

Simona Savoldi, ufficio stampa – press@xeniaensemble.it

Alessandra Sciabica, direzione organizzativa – alessandra.sciabica@gmail.com

Ungheresi, complici o …?

Comunicato Stampa e Lettera di protesta del Consiglio per la comunità armena di Roma

UNGHERESI, COMPLICI  O …?

L’estradizione del criminale azero Safarov, graziato appena ritornato in patria ed “eroe nazionale”. L’Armenia annuncia la rottura elle relazioni diplomatiche con l’Ungheria

La notizia della concessione dell’estradizione all’assassino azero Ramil Safarov sconcerta la comunità armena in Italia.

Il criminale, che nel 2004 uccise a colpi d’ascia il sottotenente armeno Gurgen Margaryan colpendolo mentre dormiva (sedici colpi solo al volto), è ritornato in Azerbaigian libero ed accolto come un eroe nazionale.

Il disgusto per l’epilogo giudiziario di tale vicenda è enorme. Ed il sospetto che dietro di essa vi sia stato un accordo economico sottobanco tra Ungheria ed Azerbaigian accresce la vergogna sulle istituzioni ungheresi.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” ha inviato la allegata nota di protesta alle rappresentanze diplomatiche di Ungheria in Italia; analoghe iniziative (e manifestazioni di piazza) si sono svolte in numerose nazioni.

I FATTI

Il 19 febbraio 2004 l’azero Ramil Safarov uccide a colpi d’ascia il sottotenente armeno ventiseienne Gurgen Margaryan colpendolo mentre dorme. Entrambi stanno frequentando a Budapest un corso di lingua inglese nell’ambito del programma NATO “Partnershipi for peace” (sic!). La colpa di Margaryan è quella di essere armeno e pertanto odiato dall’azero, come ripetutamente lo stesso presidente dell’Azerbaigian Aliyev ha proclamato (da ultimo in un suo discorso il 28.02.12: “Gli armeni di ogni parte del mondo sono i nostri nemici principali”).

Safarov, reo confesso, viene condannato in primo grado all’ergastolo dal tribunale ungherese, pena confermata da successivo appello. Perizie giurate confermano che l’imputato è sano di mente.

In patria, nel frattempo, viene insignito del titolo di “eroe nazionale”: governo e giornali ne esaltano l’impresa.

L’ESTRADIZIONE

Nel mese di giugno il presidente azero Aliyev si reca in Ungheria e sono in molti a ritenere che nel corso dei colloqui con le autorità di Budapest si sia parlato anche della detenzione del militare azero.

Verso metà agosto i giornali finanziari riportano la notizia di un possibile acquisto di bond ungheresi (per un valore tra i due e i tre miliardi di dollari) da parte dell’Azerbaigian e della Turchia.

Il 31 agosto Safarov viene estradato.

Di fronte alle proteste della repubblica armena e della comunità armena della Diaspora, l’Ungheria assume che i patti con l’Azerbaigian prevedevano il proseguimento della detenzione a Baku.

Safarov, non appena giunto in patria, viene immediatamante “perdonato” dal dittatore Aliyev ed accolto come un eroe: alla base della scaletta dell’aereo riceva addirittura un mazzo di fiori di benvenuto…

Appare davvero difficile pensare che le autorità ungheresi non riuscissero ad immaginare gli sviluppi della vicenda a meno di non passare per …

Il presidente statunitense Obama si è detto amareggiato per l’accaduto ed ha inviato una nota al governo azero deprecando l’immediata liberazione di Safarov.

Il presidente della repubblica di Armenia ha annunciato l’interruzione delle relazioni diplomatiche con l’Ungheria.

ALLEGATI

Mail di protesta del “Consiglio della comunita’ armena di Roma”

La notizia dell’estradizione dall’Ungheria all’Azerbaigian dell’assassino azero Ramil Safarov, rientrato in patria da eroe nazionale e già in libertà, suscita profondo sdegno ed amarezza.

Mai ci saremmo aspettati dal governo di una nazione civile e democratica qual è l’Ungheria che venisse calpestato il diritto e che le istituzioni svendessero in tal modo la propria dignità.

Il rilascio di Safarov, già condannato all’ergastolo in primo grado (ed un appello da lui proposto ha confermato la pena) per aver ucciso a colpi d’ascia, mentre dormiva, il sottotenente armeno Gurgen Margaryan (che frequentava a Budapest un corso di inglese nell’ambito di un programma Nato “Partnership per la pace”), è un insulto al diritto; un’offesa alla memoria di un ragazzo di ventisei anni che null’altra colpa aveva se non quella di essere armeno e perciò odiato dagli azeri

La timida difesa del governo ungherese secondo il quale aveva ricevuto rassicurazioni dall’Azerbaigian che la detenzione sarebbe continuata anche lì suona come un’ulteriore beffa e copre di ridicolo la repubblica di Ungheria al punto che addirittura il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, ha sentito il dovere di esprimere il suo disappunto per quanto accaduto.

L’Ungheria non poteva certo fingere di non sapere che Safarov, dopo il suo terribile gesto, era stato osannato in patria come un “eroe nazionale” e che addirittura gli era stato conferito un riconoscimento per il crimine compiuto: questo è l’Azerbaigian con il quale l’Ungheria è scesa a biechi patti, svendendosi per qualche titolo di stato.

Vergogna!

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” invita codesta Rappresentanza diplomatica a trasmettere alle istituzioni centrali ungheresi il fermo disappunto per quanto accaduto ed invita le stesse, come estremo ancorché ormai inutile gesto riparatore, a biasimare il presidente azero Aliyev per la grazia immediatamente concessa al criminale e al tempo stesso a formulare la più profonde scuse all’Armenia, al popolo armeno ed alla famiglia Margaryan.

La presente nota viene diffusa, per opportuna conoscenza, a mezzo comunicato stampa.

 

Distinti saluti

Consiglio per la comunità armena di Roma

www.comunitaarmena.it

Agenzia di stampa Panarmenian 31.08.12 (interruzione relazioni diplomatiche tra Armenia e Ungheria)

PanARMENIAN.Net – Armenian President Serzh Sargsyan convened an extraordinary meeting of diplomatic representatives of the countries and international organizations accredited to Yerevan following the extradition by Hungary and further pardon by the Azerbaijani leader of Armenian officer Gurgen Margaryan’s killer Ramil Safarov.

Addressing the meeting participants, President Sargsyan described Hungary’s act as unforgivable and declared that Yerevan severs diplomatic relations with Budapest.

“We have been closely following all the developments around that criminal. This issue has been discussed during each and every meeting with the President, Speaker of the Parliament, Foreign Minister and Ambassador of Hungary, and we have been assured on numerous occasions that such a transfer or a return of a criminal to Azerbaijan was excluded. We have received that same response to our requests during our contacts just a few days ago with the representatives of the Hungarian Foreign Ministry and Parliament. But as a result of perfidious developments the murderer has turned up in Baku and got released,” President Sargsyan said.

“With their joint actions the authorities of Hungary and Azerbaijan have opened the door for the recurrence of such crimes. With this decision they convey a clear message to the butchers. The slaughterers hereafter are well aware of impunity they can enjoy for the murder driven by ethnic or religious hatred,” he said.

“I officially announce that as of today we suspend diplomatic relations and all official contacts with Hungary.We expect a precise and unambiguous response by all our partners with regard to this incident.Anyone who tolerates this, will tomorrow be held responsible to history,” the President concluded.

 

Agenzia di stampa Panarmenian 31.08.12 (dubbi giuridici sulla grazia a Safarov)

PanARMENIAN.Net – Azerbaijani President Ilham Aliyev did not possess any legal right to pardon the Armenian officer’s murderer Ramil Safarov, an Azeri expert says.

According to professor Khanlar Alikperov, whose comments appeared on Contact.az website, in compliance with the article 82.3 of Azerbaijan’s criminal code, life sentence can be replaced by a 25-year prison term only.

“Thus, President Aliyev did not have the right to pardon a person who had been sentenced to life. The best what he could do for the convict is to cut the service term to 25 years,” Alikperov says.

 

Il MONDO 23.08.12

Ungheria/ Ipotesi che Azerbaigian acquisti 2-3 mld euro in bond

Lo afferma la stampa magiara

Roma, 23 ago. L’Azerbaigian starebbe pensando di acquistare titoli di stato dell’Ungheria per 2-3 miliardi di euro. Lo scrive il settimanale Figyelo, ripreso dal giornale
economico online Portfolio.hu.
Il giornale non spiega in quale valuta saranno denominati i bond, ma ipotizza che siano in manat, la valuta azera.
La transazione potrebbe avvenire prima che l’Ungheria chiuda un accordo con Fondo monetario internazionale (Fmi) e con l’Unione europea per un prestito da 15 miliardi di euro. Un’eventualità questa, che potrebbe rafforzare la posizione magiara nei negoziati per il prestito. Già a inizio agosto la stampa magiara aveva parlato della
possibilità di un investimento sui titoli ungheresi da parte dell’Azerbaigian o della Turchia.

 

Euronews 01.09.2012

Armenia sospende le relazioni diplomatiche con Ungheria 

Lo storico odio tra Azerbaijan e Armenia coinvolge anche l’Ungheria. A Yeravan, capitale dell’Armenia, si protesta all’esterno del consolato ungherese. La scelta di Budapest di permettere il rimpatrio di un ex ufficiale dell’Azerbaijan, condannato per l’omicidio di un militare armeno, ha provocato la sospensione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi.

La storia risale al 2004, quando il luogotenete azero, Ramil Safarov, uccise Gurgen Markaryan durante un’esercitazione Nato in Ungheria. Condannato all’ergastolo dalla giustizia magiara nel 2006, pochi giorni fa è rientrato in patria, dove è stato graziato e accolto come un eroe.

Immediata la reazione dell’Armenia: il governo si è riunito d’urgenza per decretare la sospensione di ogni relazione con Budapest. La crisi diplomatica preoccupa anche gli Stati Uniti con il portavoce di Barak Obama che parla di inganno da parte di Baku, perché l’accordo con l’Ungheria prevedeva che l’ufficiale continuasse a scontare la sua pena.

Armenia e Azerbaijan sono in contrasto da decenni e, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si sono contesi il controllo del Nagorno Karabakh con una guerra che ha fatto 30mila morti.

http://it.euronews.com/2012/09/01/armenia-sospende-le-relazioni-diplomatiche-con-ungheria/